Istituto Bruno Leoni
Prima la crisi o l'ambiente? Il dilemma di Barack
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Le ambizioni espresse in campagna elettorale si scontrano con la realtà
Il cambiamento climatico sarà una delle priorità della nuova amministrazione americana. Lo ha affermato Barack Obama nel suo primo discorso da presidente eletto, ma forse sarebbe stato meglio concludere con un punto interrogativo. Ovviamente, il campione democratico deve mostrare coerenza con gli elementi forti della sua vittoriosa campagna elettorale. L’attenzione alle questioni dell’ambiente è anche una delle ragioni della sua popolarità all’estero, specialmente in Europa, dove le posizioni del presidente uscente, George W. Bush, sono sempre state mal digerite (anche perché Bruxelles ha trovato nella lotta al riscaldamento globale uno dei suoi pilastri identitari). Obama si è mosso intelligentemente, cercando di solleticare tanto la sensibilità verde di una quota importante del suo elettorato, quanto il fascino che il concetto di “indipendenza energetica” – lo sganciamento dell’America dal petrolio e dagli sceicchi mediorientali – esercita su molti repubblicani e indipendenti.
Dal punto di vista pratico, la dipendenza americana dalle importazioni di greggio non è eccessiva, e la maggior parte di esse provengono da paesi amici, come Canada e Messico. Dall’Arabia Saudita, gli Usa traggono appena 1,5 milioni di barili al giorno, su un consumo complessivo di quasi 21.

Piuttosto, la faccenda ha una dimensione simbolica, che però non conduce automaticamente alla rivoluzione verde. Anzi, molti – tra cui il candidato repubblicano, John McCain – utilizzano l’argomento della dipendenza per chiedere una maggiore produzione nazionale. E lo stesso Obama non ha assunto una posizione chiara in merito. Ha giocato più che altro sulle suggestioni e le ambiguità, come è comprensibile e forse giusto fare quando l’obiettivo è raccogliere il massimo consenso, cioè ridurre al minimo il dissenso.

Quel tempo è, però, finito, ed è giunto il momento di entrare nei dettagli. Per esempio: come intende, Obama, rendere più efficiente e meno inquinante il sistema energetico americano? Le soluzioni sono molte, e nessuna di esse è facile. La ragione è sia politica che economica. Dal punto di vista economico, ogni cambiamento comporta dei costi, tanto più elevati quanto più ambizioso è l’obiettivo. Una possibile strada è quella dell’istituzione di una carbon tax, uno strumento impopolare e soprattutto politicamente molto controverso in un momento di recessione. Un’alternativa potrebbe essere la creazione di un mercato dei diritti a emettere CO2, come ha fatto l’Europa. Per i consumatori, non ci sarebbe grande differenza, poiché si tratterebbe comunque di far crescere il costo delle fonti tradizionali in modo da rendere competitive quelle rinnovabili.

Altri attori, invece, hanno preferenze precise: per esempio, agli intermediari finanziari conviene un sistema di “cap & trade”, all’interno del quale possono giocare un ruolo. Un argomento collegato è la domanda su quale sia il contesto che Obama e i suoi hanno in mente. Vogliono adottare politiche nazionali, oppure inserirle nell’ambito delle negoziazioni internazionali? Questo è ciò che si aspettano molte nazioni straniere, a partire da quelle europee. Ma non è scontato. Nel sistema politico americano, i trattati internazionali, una volta ratificati, hanno forza di legge, e il presidente può essere chiamato a rispondere in tribunale della loro eventuale non attuazione. Quindi, l’atteggiamento nei confronti di simili strumenti è tradizionalmente molto cauto. Inoltre, un passo del genere richiede il via libera del Senato, che in passato si è sempre dimostrato ostile. Se nel 1997 bocciava preventivamente, e all’unanimità, il protocollo di Kyoto, nel giugno 2008 ha respinto a maggioranza un progetto analogo, pur promosso dallo stato maggiore democratico.

Ugualmente cruciale è la questione dei costi, che dipende a sua volta da vari temi – quanto devono essere stringenti i target? Saranno introdotte esenzioni? Chi pagherà – i consumatori o i contribuenti? E, soprattutto, come farà Obama a conciliare questo sforzo con l’altra sua promessa, restituire slancio all’economia? La crisi finanziaria ha precipitato gli Stati Uniti in una recessione che si preannuncia lunga e dura, e che renderà più difficile per l’amministrazione reperire le risorse necessarie a supportare nuovi programmi. La stretta creditizia ha pure un altro risvolto: per quanto aggressive siano le spinte politiche, un cambiamento vasto del panorama energetico americano richiede uno sforzo da parte del settore privato, che però oggi fatica a trovare finanziamenti attraverso i consueti canali bancari. Per giunta, il piano anticrisi dell’attuale segretario al Tesoro, Hank Paulson, lega ulteriormente le mani al prossimo presidente: gli interventi sui mercati finanziari costeranno 700 miliardi di dollari, a cui se ne aggiungono altri 150 per spese collaterali. Si tratta di una cifra enorme, che limita molto gli spazi di manovra. Altre spese ancora saranno probabilmente necessarie per far fronte alla crescente disoccupazione, per non parlare delle riforme annunciate dal presidente eletto, per esempio nel campo della sanità.

L’agenzia Reuters ha ieri interpellato diversi economisti e operatori della green economy, ricavandone qualche speranza e molto scetticismo. Uno di loro ha detto: “penso che dovrà risolvere altri problemi, prima di dedicarsi all’ambiente”. La ragione sta nei numeri stessi forniti da Obama: ridurre le emissioni dell’80 per cento entro il 2050 e investire 150 miliardi nelle fonti alternative, significa fare una scommessa ad altissimo rischio. Il neo-presidente sostiene che in questo modo si potranno creare cinque milioni di posti di lavoro, e forse è vero. Ma per farlo, bisognerà imporre all’economia degli extracosti che avranno un impatto contrario paragonabile, e forse superiore, sull’occupazione. Compiere un passo sbagliato, potrebbe avere effetti drammatici. Per questo molti si aspettano che, al di là di qualche iniziativa segnaletica, Obama dedichi i suoi primi pensieri a risolvere la crisi economica. L’ambiente è un diritto di tutti, ma l’ambientalismo è un lusso che un’economia in panne non può permettersi.

Da Il Secolo XIX, 7 novembre 2008
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