
Oggi che la crisi economica annuncia di colpire duramente il nostro Paese e l’Europa tutta, è proprio il caso di ricorrere alle parole di Charles de Gaulle per ricordare che, su questioni cruciali come sono quelle ambientali, davvero ormai “la ricreazione è finita”. Se insomma quando tutto sembrava andar bene, o quasi, era forse ammissibile immaginare progetti costosissimi e di scarsissima rilevanza, ora lo scenario è mutato e fa bene il governo italiano a battersi, a Bruxelles, per una politica più realista su Kyoto e sul riscaldamento globale.
In primo luogo, è assurdo pretendere di fare i primi della classe - danneggiando pesantemente la nostra economia - quando coloro che emettono la maggior parte delle sostanze sotto accusa (dagli Stati Uniti alla Cina) adottano una politica assai meno rigorosa.
Per giunta, ogni buon padre di famiglia soppesa sempre oneri e benefici, costi e opportunità. E non vi è il minimo dubbio che in questo caso abbiamo a che fare con un impiego irrazionale delle risorse: destinato, nella migliore delle ipotesi, ad alleviare in maniera insignificante il trend dell’aumento della temperatura.
Come da tempo viene suggerito da più parti (è questa la posizione, ad esempio, di Bjorn Lomborg), se anche proprio si volessero usare quei soldi per l’ambiente avrebbe molto più senso impiegarli in maniera diversa. Ad esempio per limitare le conseguenze peggiori derivanti dal mutamento del clima, intervenendo sulle coste o su altri punti deboli dell’ecosistema. Il vero problema, come ha spiegato anche Václav Klaus (presidente della Repubblica Ceca) in occasione di un recente meeting della Mont Pèlerin Society, è che quando si parla di ambiente quello che viene diffuso tra la gente è un panico senza solide basi razionali.
In questo senso, secondo Klaus l’ecologismo è davvero un’ideologia che impedisce di valutare razionalmente la posta in gioco e ambisce a porre sotto controllo statale l’intera economia. Perfino sulla questione climatica, sono ormai molti gli scienziati che contestano la tesi secondo cui i mutamenti sarebbero da addebitare alle emissioni di CO2 e, quindi, alle attività industriali. Ma siccome tali voci danno fastidio alla litania ambientalista, è raro che venga data loro la parola. È quindi molto positivo che il ministro Stefania Prestigiacomo abbia avuto il coraggio di esprimersi al di fuori del coro, sottolineando che “i cambiamenti climatici devono essere contrastati a livello globale” e che “se è solo l’Unione europea a farlo il risultato potrà certo essere positivo sul piano dell’impegno, ma solo simbolico sul piano dei risultati”.
Si tratta di parole che faranno andare su tutte le furie Alfonso Pecoraro Scanio, ma richiamano l’attenzione sulla realtà dei fatti. Anche chi vuole spingere i paesi emergenti a sposare le nostre politiche ambientali esprime una posizione insensata, poiché Cina e India hanno oggi a cuore la sconfitta della fame e delle malattie. Queste sono le loro priorità ed è impossibile dar loro torto.
Ma analoghe considerazioni oggi valgono pure per l’Italia e per l’Europa, che a questo punto hanno il compito di abbandonare una ideologia statalista ereditata dal Novecento. Se a seguito dell’imporsi dell’ecologismo, infatti, la tutela dell’ambiente è stata a lungo considerata un imperativo categorico (da anteporre a qualunque altro obiettivo) adesso è indispensabile cambiare registro e riporre al centro della scena quella persona troppo a lungo marginalizzata da un’insana idolatria del cosmo.
La necessaria attenzione per la natura va quindi finalizzata alle esigenze fondamentali dell’uomo. In questo senso bisogna sempre tenere presente che un impoverimento degli italiani avrebbe conseguenze terribili sul sistema sanitario e su quello scolastico, sulle condizioni di anziani e malati e sulla nostra stessa capacità di prenderci cura del territorio in cui viviamo. Un Paese che si impoverisce sempre più è un Paese alla deriva: in tutti i sensi.
Da
Il Tempo, 31 ottobre 2008