
La bancarotta della banca Washington Mutual è la più grande nella storia degli Stati Uniti d’America. Il record apparteneva alla Continental Illinois, fallita nel 1984, ma in quel caso si trattava di un tracollo da 40 miliardi di dollari, in questo di uno da 807. Cosa sta succedendo, sta davvero finendo il capitalismo? Cominciamo col dire che questa è una crisi di dimensioni molto inferiori a quella del 1929. Nel decennio 1931 – 1941 il tasso di disoccupazione americano fu sempre al di sopra del 25%, oggi è il 6,5; il reddito allora diminuì considerevolmente, i dati dell’ultimo trimestre indicano che l’economia americana cresce del 2,8%. Né è detto che le crisi bancarie, anche quelle di grandi proporzioni, debbano necessariamente determinare una recessione duratura: come ha ricordato Francesco Giavazzi sul Corriere della sera, in Svezia vent’anni fa fallirono tutte le banche in conseguenza di una crisi del mercato immobiliare, la disoccupazione passò dal 2% al 10% ed il reddito diminuì di oltre il 5% ma, dopo tre anni, l’economia riprese a crescere per un quindicennio di oltre il 3% all’anno, quasi il doppio del resto d’Europa.
L’economia reale negli USA non è (ancora) in crisi e non è affatto certo che sia necessariamente destinata ad entrarci. Rientra nella fisiologia del capitalismo che periodi di rapido sviluppo vengano interrotti da momenti di crisi. Queste raramente sono prolungate, quella del 1929 fu eccezionale: mai prima d’allora e mai dopo si è avuto un così lungo periodo di recessione.
Poco dopo la crisi asiatica del 1997-98 George Soros pubblicò un libro dedicato alla crisi del capitalismo globale (Crisis of Global Capitalism): nel decennio successivo alla fosca profezia dell’affarista ungherese sia il reddito mondiale sia il commercio internazionale crebbero a tassi senza precedenti. La Corea del Sud, in particolare, che era stata duramente colpita dalla crisi, da allora ha sempre avuto uno sviluppo sostenuto.
Il coro unanime dei benpensanti sostiene che quanto accaduto è il risultato della mancanza di regole e che, per evitare il ripetersi di crisi di questo genere, è necessaria una maggiore regolamentazione dei mercati. Dimenticano che non è affatto certo che regolamentare l’economia impedisca le crisi e che, al contrario, le regolamentazioni frenano lo sviluppo ed impediscono il normale funzionamento dei mercati. La deregulation degli anni ’80 ha promosso un periodo di sviluppo ininterrotto dell’economia americana, ha consentito la nascita di nuove imprese e la traduzione in realtà operativa di molte invenzioni. Ritenere che le regolamentazioni risolvano i problemi ed impediscano le crisi è puerile, presuppone che esistano soluzioni di sicura efficacia, note al legislatore, che se attuate si dimostrino infallibili.
Anche i moderni strumenti finanziari, oggi molto impopolari e ritenuti diabolici, non meritano affatto tale criminalizzazione. E’ vero che se ne è abusato con le gravi conseguenze che sono sotto i nostri occhi, ma è altrettanto vero che hanno avuto un ruolo importante nell’accrescere l’efficienza dei mercati. La diversificazione del rischio sarebbe molto più costosa in assenza degli strumenti finanziari oggi largamente usati.
No, non credo affatto che il capitalismo sia avviato a scomparire, anche perché tutte le alternative che sono state fin qui tentate hanno dato risultati insoddisfacenti: come ricorda Richard Posner nel suo blog, il comunismo sovietico, il maoismo, il corporativismo fascista hanno deluso i loro sostenitori. La libertà economica come motore di sviluppo e di prosperità non ha alternative e continuerà ad avere successo se i politici non glielo impediranno.