
Robin Hood adesso lavora per lo sceriffo di Nottigham. La tassa che porta il nome del principe dei ladri è una manovra populista, che non risolve il problema vero – il caro greggio – e ne crea di nuovi: scoraggia gli investimenti e spaventa i mercati. Che la nuova imposta sia discutibile lo aveva garbatamente sottolineato anche il presidente dell’Autorità per l’energia, Alessandro Ortis, nella sua relazione annuale; e venerdì notte è scattato il blitz del leghista Maurizio Fugatti, che gli ha dato il benservito. La colpa di Ortis è probabilmente un’altra - l’enfasi sullo scorporo di Snam Rete Gas e Stogit dall’Eni - ma certo a Via XX Settembre nessuno ha mosso un dito per aiutarlo. I due temi sono infatti intimamente connessi: Ortis ha rilevato il rischio che l’aggravio fiscale sia trasferito, almeno in parte, ai consumatori; e ha lamentato la difficoltà pratica dell’Autorità a dar seguito a quel comma del decreto fiscale che, alla chetichella, ne cambia la legge istitutiva, assegnandole competenze in materia di controllo dei prezzi e sui carburanti. Con la contestatissima delibera in cui chiede dati puntuali sui margini, molti hanno malignato che il regolatore sia stato più realista del re. Il problema, peró, sta altrove: nella consapevolezza che i mercati energetici – quello del gas in particolare – “appaiono più che imperfetti dal punto di vista del livello competitivo”. Come dire: i presunti extraprofitti, se esistono, non dipendono dal caro greggio, ma dall’assenza di competizione; quindi non possono essere rimossi con una tassa (che aggiunge un costo), ma intensificando la concorrenza.
Perché la presunzione fatale della Robin Tax, come assieme a Piercamillo Falasca argomentiamo più diffusamente in un paper su www.brunoleoni.it, è appunto la pretesa di ricondurre tutto a un deficit di interventismo pubblico. La nuova imposta ha tre difetti. Il primo riguarda il fatto che è tecnicamente scritta male, tanto che il governo ha dovuto rimuovere per intero l’aumento delle royalties sulle attività estrattive, che avrebbe cancellato ogni propensione a investire nello sfruttamento del sottosuolo nazionale (accrescendo così la nostra esposizione alle importazioni).
Secondariamente, per quanto sia stata presentata dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, come un’imposta sui profitti di congiuntura, essa prevede un aumento strutturale dell’aliquota Ires, dal 27,5 al 33 per cento, per tutte le imprese operanti nel settore dell’energia e aventi fatturato superiore ai 25 milioni di euro (compresi coloro, per esempio le utilities e quanti non posseggono pozzi, per cui i crescenti prezzi petroliferi sono un extracosto, non un extraprofitto). In terzo luogo, la Robin Tax non ha alcun effetto a favore delle fasce sociali più deboli: il fondo che finanzia la tessera annonaria è sostenuto principalmente dalla donazione “spontanea” di 200 milioni di euro da parte dell’Eni, mentre il bottino di Robin Hood, anziché andare agli squattrinati, alimenta la spesa corrente, sulla cui inefficienza lo stesso governo ha speso molte parole.
Le conseguenze della Robin Tax – che per giunta è retroattiva, in deroga (in altri paesi si direbbe: in violazione) dello statuto del contribuente – sono perlopiù negative. Nel settore energetico, incancrenisce le dinamiche competitive e rende la vita più difficile ai newcomer; inoltre, assumendo che non finisca per gonfiare i prezzi, ne faranno le spese gli investimenti e i dividendi per gli azionisti. Quindi si tratta di una tassa pro ciclica, che anziché stimolare la crescita in un momento di crisi, la disincentiva; e invece di prendere ai ricchi per dare ai poveri, sottrae risorse agli azionisti delle compagnie energetiche le quali, viste le loro caratteristiche, sono normalmente considerate un investimento sicuro e stanno nei portafogli a basso rischio dei piccoli risparmiatori e dei fondi pensione. Ma, soprattutto, sui mercati internazionali vengono rafforzati tutti i pregiudizi riguardo all’Italia inaffidabile, che cambia le regole a gioco iniziato e che, anziché attirare capitali, non appena vede un accumulo di ricchezza si precipita a tassarlo. Il potere di tassare è il potere di distruggere. Robin Hood non rubava per vezzo, ma per aiutare i bisognosi taglieggiati dallo sceriffo. Forse, togliere di mezzo il loquace Fra Tac dell’Autorità per l’energia è anche un modo per esorcizzare il passato e mentire a se stesso, mentre riscuote gabelle nella foresta di Sherwood.
Da
Il Foglio, 15 luglio 2008