Istituto Bruno Leoni
Alice e il Paese delle meraviglie
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In “Alice nel paese delle meraviglie” c’è una scena che mi è tornata in mente a causa delle recenti discussioni in tema di riforma fiscale. Alice va a prendere il te dalla regina di cuori e chiede del miele; la regina risponde…
In “Alice nel paese delle meraviglie” c’è una scena che mi è tornata in mente a causa delle recenti discussioni in tema di riforma fiscale. Alice va a prendere il te dalla regina di cuori e chiede del miele; la regina risponde: “la regola è: miele ieri, miele domani, mai miele oggi”!

In un’intervista al Corriere della sera (13 luglio), il ministro dell’Economia dichiara: “La riduzione delle tasse verrà come dividendo del federalismo fiscale – meno spese e meno tasse – e con una crescita socialmente concertata.” Questa affermazione suscita un paio di dubbi ed impone una riflessione. Anzitutto, non è chiaro perché il federalismo fiscale dovrebbe comportare come dividendo una riduzione della pressione tributaria. Se, come sembra, la devoluzione di capacità impositiva agli enti locali verrà fatta senza ridurne drasticamente il numero, il trasferimento di competenze (inevitabile contropartita della devoluzione fiscale) comporterà un aumento del numero di dipendenti degli enti locali. Nel nostro Paese l’idea di potere compensare l’aumento del numero di burocrati locali con la pari diminuzione di quello di dipendenti statali appare scarsamente realizzabile. Con ogni probabilità, quindi, il federalismo fiscale comporterà un aumento della burocrazia, delle spese pubbliche e delle tasse. Altro che “dividendo” in termini di riduzione di tasse!

In secondo luogo, non è affatto evidente cosa sia una “crescita socialmente concertata”: quando e dove mai la concertazione, l’accordo fra governo e “parti sociali”, si è tradotto in una crescita economica? Ma soprattutto, quando e dove mai la crescita economica è stata il risultato di una decisione politica? Se la politica potesse decidere la crescita, la povertà sarebbe scomparsa dall’intero pianeta molti millenni orsono; nessun governo, per quanto malvagio, avrebbe mai deciso di non fare crescere il proprio paese. Tutti, dittatori o leader democratici, avrebbero deciso tassi di crescita generosi per i propri concittadini e saremmo da tempo immemorabile indecorosamente ricchi.

La riflessione è quella che mi ha ricordato l’affermazione della regina di cuori: miele ieri o domani, mai oggi; la riduzione delle tasse verrà, forse, dopo il federalismo fiscale, certamente non oggi. Temo che siamo in presenza di una confusione incomprensibile fra due esiti totalmente diversi: la riduzione delle tasse, se si intende il taglio delle aliquote, non è affatto sinonimo della riduzione del gettito. Non è vero che se si tagliano le aliquote d’imposta, lo Stato incassa meno. In tutti i casi in cui si sono ridotte le aliquote di imposta il gettito, lungi dal diminuire, è aumentato. Lo aveva capito Alberto dé Stefani che già negli anni Venti aveva suggerito che “il modo migliore per accrescere il gettito è ridurre le aliquote”, gli aveva fatto eco un paio di decenni dopo Luigi Einaudi, sostenendo la stessa tesi; il gettito è aumentato dopo il taglio delle aliquote di Kennedy negli USA nel 1960, nuovamente nei primi anni Ottanta dopo le due riforme di Reagan, in Irlanda negli anni Novanta, in tutti i Paesi dell’Europa Orientale che hanno adottato la “flat tax” negli ultimi anni. L’evidenza è schiacciante: la riduzione delle aliquote è il mezzo più efficace per accrescere le entrate dello Stato. Non ha senso, quindi, invocare “il bene pubblico superiore che è il bilancio dello Stato” per rinviare alle calende greche quanto promesso in campagna elettorale, la riforma fiscale ed il taglio delle aliquote.

Non solo. Se vogliamo veramente che l’Italia riprenda a crescere, solo una coraggiosa riforma fiscale e la drastica riduzione delle aliquote potranno farci sperare che ciò accada, altro che “crescita socialmente concertata”! La storia recente e la logica non lasciano spazio a dubbi: se si tartassano i consumi, i risparmi e gli investimenti, si avranno bassi consumi, scarsi risparmi e pochi investimenti. La ricetta più sicura per il declino economico è l’alta fiscalità e questo è vero sia che il responsabile sia Padoa-Schioppa sia che, invece, sia qualcun altro. La stessa politica produce gli stessi risultati chiunque la decida.


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