Tremonti no global e un po' reazionario. Seppellisce Reagan in cerca di De Gaulle
A conti fatti, Tremonti non si distanzia poi molto da una tradizione “di destra”, piuttosto comune nell’Europa continentale. Dove il liberismo molto pronunciato nella retorica è stato dopotutto l’eccezione e non la regola…
Forse il liberismo non è di sinistra (come spererebbero Giavazzi e Alesina), ma il protezionismo invece è di destra? Sembrerebbe di sì, letto l’ultimo libro di Giulio Tremonti (“La paura e la speranza”, Mondadori, 112 pp, 16 euro): la più appassionante e meditata denuncia del mercatismo selvaggio, ad opera dell’ex ministro dell’economia.

A conti fatti, Tremonti non si distanzia poi molto da una tradizione “di destra”, piuttosto comune nell’Europa continentale. Dove il liberismo molto pronunciato nella retorica sia della Lega prima maniera, che di Berlusconi, è stato dopotutto l’eccezione e non la regola. In Francia e in Germania, di destra sono l’ordine e una media ponderata degli interessi rilevanti: non la spiazzante promessa di abbattere l’intermediazione politica. Che inevitabilmente porta con sé una sconveniente erosione delle posizioni di rendita e privilegio.

Nel cercare di ricostruire una destra d’ordine, capace di aggregare consenso attorno a una rivalutazione dell’idea di autorità, dopo l'onda sessantottina, Tremonti - non diversamente da tanti conservatori prima di lui - identifica nel mercato un agente disgregante. La sua argomentazione procede su due livelli: da una parte, la denuncia di una globalizzazione “unfair” e poco governata, nella quale i Paesi emergenti scavano il terreno sotto alle economie europee, frenate da irredimibili gravami fiscali e regolatori. Dall’altra, l’attacco è rivolto contro il sistema di valori che l’ex ministro (in questo, non lontano dai teorici della sinistra no global) identifica come stampella ideologica del processo di apertura degli scambi. Ovvero un liberismo impersonale e materialista, corresponsabile della deflagrazione dei buoni valori dei padri.
I due piani non sempre combaciano.

Tremonti identifica facilmente la promessa tradita della globalizzazione: “i prezzi, invece di scendere, salgono”. Nel contempo, però, il “fantasma della povertà” è soprattutto “il fantasma della povertà spirituale”, che bussa alla porta in un mondo di jeans a cinque euro e voli low cost.
Circa l’aumento dei prezzi, uno sguardo più approfondito ai diversi ambiti messi in fila da Tremonti suggerirebbe forse che, anche mettendo fra parentesi le complesse questioni legate alla politica monetaria (che è per definizione un attributo della sovranità, non un prodotto del mercato), laddove ci sono mercati aperti, i prezzi tendono comunque a ridursi (basta guardare i biglietti aerei, che pure non sono insensibili alle quotazioni del greggio). Chi sostiene che il carovita sia figlio dell’euro, dovrebbe benedire le merci dalla Cina, che hanno "calmierato" molti beni, a beneficio soprattutto dei meno abbienti.

Sul piano invece delle qualità morali del libero scambio, Tremonti non è certo il primo a immaginarselo come detonatore delle fondamenta del gioco sociale. Partendo o meno dalla constatazione di Marx che “lo scambio di merci comincia dove le comunità finiscono”, un'ampia famiglia di reazionari e comunitaristi ha sempre pensato che locale e globale, comunità e mercato dovessero essere coppie antinomiche. L’esperienza di ciascuno di noi punta esattamente nella direzione opposta: il mercato globale è una costellazione di nicchie, la Coca Cola non ammazza il Barolo, McDonald’s non distrugge lo slow food. Tuttavia, l’impressione è che i veri nodi, qui, siano due.

Primo. Thorstein Veblen notava che negli stemmi gentilizie predominano gli animali da preda: aquile, leoni, eccetera. Il portato della “cultura signorile” è ancora l’associazione istintiva della ricchezza con un atto di sopraffazione. Sino al paradosso: “il denaro è spesso l’unico potere sociale che quando viene riconosciuto ci nausea”, scriveva Ortega. Il quattrino borghesemente acquisito porta con sé il marchio del dominio, neppure scontato dell’ammirazione che istintivamente attribuiamo all’uso della forza. Per i socialisti e per gli aristocratici, lo scambio è volgare prima d’essere ingiusto.
Secondo. Il commercio è davvero “dolce”.

La polemica dai reazionari, è legata proprio a questa sua caratteristica. Come ci ha insegnato Schumpeter, l’imperialismo era un riflesso feudale, in un’epoca che feudale non era più. Il commercio è pratico, e praticamente spinge alla contrattazione, all’accordo. Si basa su un’intelaiatura che vede le due parti negoziare, e pertanto parlarsi. Parlandosi, si guadagna e si perde qualcosa. L’internazionalizzazione “imbastardisce” le culture: i nostri bambini parlano dei Simpson, come i loro nonni dei personaggi di Collodi. In una prospettiva liberale, questo è una ricchezza, non un problema. Ma solo perché il liberalismo è naturalmente cosmopolita. Se agli individui lontani da noi migliaia di miglia riconosciamo la stessa dignità d’individui del nostro vicino di casa, l’oggetto del saggio di Tremonti diventa inconcepibile. La mondializzazione è la splendida notizia di miliardi di nostri simili con cui spezzare il pane. Persino il più facilmente identificabile degli “scompensi” causati dalla Cina, è nulla, se si pensa all’esplosione di opportunità che vi si è accompagnata.

L’arringa reazionaria di Tremonti presenta altri due elementi interessanti. Il primo, è che postula di fatto che l’apertura degli scambi sia avvenuta in condizione di anarchia. E’ come se dovessimo dare regole al mondo. Solo che noi viviamo in un mondo iper-regolato, e Tremonti infatti, in dettaglio, propone talora l’adozione di maggiori regole (in seno al Wto) e talora l’abolizione di altre regole. Sul secondo punto, compila un elenco accurato di doverose abrogazioni. Salvo cortocircuitare: o proteggiamo il nostro capitalismo così com’è, o lo liberiamo dalla camicia di forza. I “barbari alle porte” sono il grande incentivo a deregolamentare. Ma se si riesce a tenerli a distanza, con un’apposita muraglia di dazi e di quote, perché mai sforbiciare tasse e norme?

Il secondo spunto riguarda il messaggio che finisce per dare non ai lettori ma agli elettori. Se anche l’analisi fosse giusta, di fatto dice: il problema è altrove. Remoto e lontano dai governi nazionali. Influenzabile attraverso il ricorso alle sedi internazionali opportune, nella migliore delle ipotesi. Però non servono “shock” da supply side economics, quanto un lavoro da lobbista internazionale. Somma ironia: seppellendo Reagan e resuscitando De Gaulle, raccontiamo l’impotenza della politica.

Da Il Riformista, 7 marzo 2008
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