
“L’esperienza di Kiva dimostra che la responsabilità individuale e il microcredito sono strumenti più efficaci del
foreign aid nella tutela dei più poveri”. Non ha dubbi Premahl Shah, presidente di Kiva.org, un’organizzazione online nata dal genio creativo di alcuni figli della Silicon Valley e che tramite un semplice clic consente a chiunque di concedere un prestito di al massimo 25 dollari a piccoli imprenditori nei paesi del Terzo Mondo. Il trentaduenne americano di origine indiana spiega al Foglio il perché di un successo ottenuto in meno di due anni, con 11 milioni di dollari di prestiti versati da più di 100.000 “investitori sociali” per finanziare oltre 25.000 piccole attività imprenditoriali. Grazie all’intermediazione di 70 istituzioni di microcredito locali scrupolosamente monitorate, Kiva funge da mercato online del prestito il cui punto di forza consiste nell’instaurare un rapporto pressoché diretto fra chi presta e il beneficiario. “Di entrambi – spiega – vengono pubblicati sul sito la fotografia e una breve biografia, nonché una descrizione dell’attività da finanziare. La somma prestata viene rimborsata entro un anno a tasso di interesse zero, mentre garante del prestito e` il beneficiario. Il 90 per cento delle somme viene reinvestito l’anno successivo”. Niente più aiuti governativi miliardari a pioggia, quindi, ma prestiti di piccola entità il cui impiego è attentamente monitorato dall’investitore, presente capillarmente e “orizzontalmente” sul mercato come qualsiasi utente abituale di Internet, scuole incluse. “In realtà – prosegue Shah – Kiva ha valorizzato un grande mercato che già esiste: il prestito informale fra persone che si conoscono”.
Semplicità, trasparenza ed efficacia spiegano il successo di questa innovativa attività su cui hanno puntato alcuni grandi nomi dell’Internet business, intuendone le potenzialità di attrattiva sociale, quali PayPal (culla del presidente di Kiva), Google e Microsoft che offrono servizi gratuiti in cambio della promozione da parte di un ente privato che ambisce a competere, in termini di denaro investito, con colossi finanziari come Citibank. Confermando, come notato da Nicholas Eberstadt dell’American Enterprise Institute, “la tendenza consolidata in America, da parte degli attori privati, a donare oltre il doppio degli aiuti governativi”.
In questa linea si pone un’altra attività di investimento, la società di venture capital SpringHill Management fondata dal malese Kim Tan, che opera anche in contesti di povertà. I sussidi finanziano stavolta iniziative imprenditoriali di alto livello qualitativo, nella prospettiva di un forte ritorno economico e sociale. Ricordando quanto accaduto nel suo paese (cresciuto economicamente pur nell’assenza di aiuti allo sviluppo), Tan spiega il ruolo cruciale in atto dato che “i lavoratori formati oggi faranno domani un lavoro migliore”. Inoltre, poiché “investire significa valorizzare la proprietà privata, che genera responsabilità, maggiore attenzione all’attività svolta e posti di lavoro, il business restituisce dignità alla persona”, e sradica, seppure faticosamente, la cinquantennale “cultura della dipendenza” creata dagli aiuti.
La responsabilizzazione degli attori in gioco, il desiderio di creare ricchezza attraverso strumenti privati che aiutino al contempo il prossimo in modo benevolo ed efficace, rientrano in una tradizione ben radicata nell’economia di mercato occidentale. Shah e Kim Tan per esempio hanno partecipato il mese scorso a un convegno sul rapporto tra etica del capitalismo e pensiero cristiano. Lord Griffiths of Fforestfach, Vice Chairman di Goldman Sachs ed ex braccio destro di Margaret Thatcher, spiega al Foglio come il microcredito rappresenti “tutto il contrario degli aiuti allo sviluppo che hanno preteso di sostituirsi, senza riuscirci, alla genuina carità cristiana, inscindibile dal coinvolgimento personale. Se il
foreign aid è un assegno che passa dal ministro delle Finanze di un paese a quello di un altro diventando spesso fonte di corruzione, il microcredito opera dal basso verso l’altro: qualcuno vede il bisogno di un altro e se ne fa carico. È necessario, quindi”, ricorda Griffiths, “essere consapevoli dei limiti degli aiuti e trovare sempre nuovi efficaci strumenti, che vanno direttamente a beneficiare i poveri”. E che esprimono la “fantasia della carità” di cui parlava Papa Giovanni Paolo II nella “Novo Millennio Ineunte”.
Da
Il Foglio, 16 gennaio 2008