Privatizzare il trasporto pubblico nell’interesse di tutti “Salviamo il trasporto pubblico nell’interesse di tutti”. Questo il grido d’allarme con il quale le associazioni degli operatori hanno invitato tutti coloro che “hanno a cuore il bene collettivo” a partecipare… “Salviamo il trasporto pubblico nell’interesse di tutti”. Questo il grido d’allarme con il quale le associazioni degli operatori hanno invitato tutti coloro che “hanno a cuore il bene collettivo” a partecipare ad una manifestazione svoltasi ieri a Roma con un solo obiettivo sostanziale: chiedere al governo più soldi per il settore. Se così non sarà, se le ingenti risorse stanziate in finanziaria per l’anno prossimo non assumeranno carattere permanente il rischio è che si fermino tram, bus, metropolitane e traghetti. Ma, come troppo spesso accade, l’interesse di tutti, il bene collettivo sono solo belle parole che nascondo la difesa di un vantaggio corporativo.
Come sottolineano correttamente i promotori dell’iniziativa, a dieci anni dall’approvazione delle legge di riforma del settore, la situazione è sostanzialmente immutata. L’obiettivo della riforma era quello di rendere più efficiente il trasporto pubblico con il superamento dell’assetto monopolistico vigente. Ma, finora, di concorrenza se n’è vista ben poca. L’obbligo di affidare i servizi tramite gara è stato rimandato di anno in anno e, ancora oggi, in moltissimi casi permane l’affidamento diretto. Non stupisce quindi che l’efficienza nella produzione dei servizi sia del tutto insoddisfacente. Per comprenderlo è utile paragonare la situazione italiana con quella britannica dove, grazie alla deregulation, i costi di produzione sono stati pressoché dimezzati e risultano oggi pari a circa un terzo di quelli italiani. Il costo unitario del personale per un azienda inglese è intorno ai 20mila Euro, analogo a quello di un operaio italiano e di poco superiore alla metà di quello che si registra da noi nel comparto del tpl pur in presenza di una produttività largamente inferiore (un conducente britannico percorre in media 30mila km in un anno a fronte dei 20.000 km di un autista italiano).
Questo, dunque, e non la scarsità di risorse pubbliche destinate al settore (ogni anno passano dalle tasche dei contribuenti alle casse delle aziende quasi 5 miliardi di Euro), è il vero problema del trasporto collettivo in Italia. La richiesta che è stata avanzata ieri al governo di accrescere ulteriormente i finanziamenti pubblici, è del tutto analoga a quella che per molti anni è venuta da Alitalia e, purtroppo per il contribuente, ha trovato accoglimento. E, come dimostra il caso del trasporto aereo, l’alternativa non è affatto quella fra più spesa pubblica e taglio dei servizi. Così come l’apertura del mercato dei cieli ha reso possibile lo sviluppo dei vettori low-cost di gran lunga più efficienti delle compagnie di bandiera ed uno straordinario ampliamento dell’offerta di servizi, ricadute analoghe si potrebbero avere grazie ad una vera liberalizzazione dei trasporti collettivi. Se i costi di produzione del tpl in Italia fossero allineati a quelli del Regno Unito, sarebbe possibile triplicare l’offerta di servizi ed al contempo ridurre, grazie alla maggiore utenza ed al conseguente incremento dei ricavi da traffico, la spesa pubblica per il settore. A tal fine, appare imprescindibile la privatizzazione delle aziende controllate dagli enti locali. Perché le gare per l’affidamento dei servizi possano dare buoni risultati, tutti i partecipanti devono essere posti sullo stesso piano. Tutti devono avere la possibilità di crescere se più bravi degli altri concorrenti ma tutti devono correre il rischio di fallire in caso contrario. E’ evidente come questa condizione non possa verificarsi se permane la proprietà pubblica di uno dei concorrenti.
Grazie alla privatizzazione, verrebbe meno lo scambio politico-sindacale che caratterizza i monopoli pubblici e che costituisce la principale causa della loro inefficienza. Cadrebbero le rendite di posizione a danno dei consumatori e, soprattutto, dei contribuenti che sono i più danneggiati dall’attuale situazione. Al contrario di quanto accadrebbe se il governo cedesse alle richieste dei produttori, in tal modo si farebbe per davvero l’interesse di tutti. Per il momento, auguriamoci che governo e parlamento sappiamo resistere alle suadenti parole echeggiate ieri nella capitale.
Da Libero Mercato, 16 novembre 2007

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