La democrazia e i suoi Templari Stein Ringen è un notevole studioso norvegese di scienze politiche che da circa 16 anni insegna presso l’Università di Oxford. È autore di saggi importanti, sia in inglese sia in norvegese…
What Democracy is For. On Freedom and Moral Government di Stein Ringen (Princeton: Princeton University Press, 2007, pp. 334, $39.50).
Stein Ringen è un notevole studioso norvegese di scienze politiche che da circa 16 anni insegna presso l’Università di Oxford. È autore di saggi importanti, sia in inglese sia in norvegese, su temi quali la povertà, il consenso pubblico, il ruolo della famiglia nella società, il welfare state. Il suo primo notevole volume è del 1987 – venti anni orsono, Ringen aveva 42 anni – ed è dedicato proprio al welfare state: The Possibility of Politics. A Study in the Political Economy of the Welfare State (Oxford University Press). È importante sottolineare che Ringen è stato ispiratore del maggior progetto mai portato avanti da un team di ricercatori di scienza politica e sociologia (e non solo), che ha riguardato proprio la Norvegia. Un paese prospero, ma che nel 1992, sia detto per la precisione, ha rifiutato, con decisione referendaria, l’ingresso nella UE, soprattutto temendo ingerenze (non inverosimili) nella pesca e produzione del merluzzo, tra le sue attività principali. Sovvenzionato dal governo (questo getta qualche ombra sull’impresa, che rimane comunque notevole), un cospicuo team di studiosi ha compiuto un lavoro capillare, immenso, di monitoraggio della democrazia locale, in tutti i suoi aspetti. L’indagine, iniziata nel 1997, si è conclusa nel 2004 con la massiccia opera collettiva The Norwegian Study of Power and Democracy, a cura del docente di Oslo Øyvind Østerud (direttore della ricerca), che ha sollevato l’interesse di molti scienziati politici in tutto il mondo. I risultati di questo “monitoraggio della democrazia” (un tema caro ad inizio millennio ai Radicali Italiani) sono ora consultabili anche online. E si possono leggere, nel medesimo sito, anche i commenti (positivissimi) di Stein Ringen stesso, e quelli Simon Jenkins, già editor del TLS, che invece sono assai più cauti e aprono una interessante prospettiva sul “distacco” verso la democrazia ed i suoi meccanismi (male o bene funzionanti che siano) da parte dei cittadini.
I risultati di tale studio, che ha certamente influenzato il libro di Ringen di cui qui parlo, anche solo sommariamente riassumibili, sono assai indicativi: la democrazia norvegese non funziona affatto bene, anzi si può dire “malata”, in tutti o quasi i suoi aspetti, compresa la circolazione del sapere ed i media, per non parlare della partecipazione politica dei cittadini, dell’organizzazione delle istituzioni e della loro affidabilità. La Norvegia ha diversi tratti di somiglianza con l’Italia, a partire dalla sua ricchezza recente: fino al secondo dopoguerra era un paese estremamente povero. Sarebbe necessario, come già auspicavo nel 2004, attuare un simile studio anche per l’Italia (Rnotes, aprile 2004, recensione al libro di Daniele Capezzone Euroghost). E forse si vedrebbero tutti i limiti della democrazia, che sono i limiti dello Stato stesso, che ha nella democrazia attuale (nelle democrazie attuali) le vesti più nobili e caste, ed un nome stesso che evoca, purtroppo, subito qualcosa di “positivo” tale per cui è difficile metterlo radicalmente in discussione, o perlomeno avere l’impulso naturale di farlo (per chi non sia Hayek o Hoppe, naturalmente).
Il nuovo libro di Ringen è una ricognizione sul funzionamento delle democrazie soprattutto in Europa, che da un lato evidenzia accuratamente le loro immense carenze, dall’altro però non si pone neppure il problema – che invece sta a cuore al pensiero liberale classico, da Hayek, in modo moderato, a H. H. Hoppe e altri contemporanei, in modo radicale – che la democrazia non sia il miglior governo possibile, ed anzi possa spesso rivelarsi il peggiore. Insomma, il paradosso del libro di Ringen è che cerca di trovare una via di uscita, in senso di riforma, anche radicale, del “modo” di funzionamento delle democrazie occidentali, da tutte le lacune che egli splendidamente evidenzia, nella convinzione, comune non solo a lui, che siano meccanismi secondari, politici e burocrati non all’altezza o corrotti, fallacie correggibili, tutti gli immensi difetti della democrazia in quanto faccia pulita e trionfo al contempo della statalizzazione del mondo. Non stupisce dunque che da uno studioso norvegese alla fine venga un elogio ed una difesa – con proposte concrete di perfezionamento per lo stesso – del welfare state social-democratico. E che nella gerarchia delle democrazie che meglio funzionano metta proprio gli Stati scandinavi – che per fortuna occasionalmente sanno liberarsi della loro stessa eredità recente per muoversi in direzioni assai più liberali – ai primi posti: riservando agli USA e alla Gran Bretagna i posti più bassi della classifica. Una classifica che si basa sulla spesa pubblica per la sanità, sulla povertà minorile, sui sondaggi di opinione dei cittadini a cui viene chiesto, appunto, come percepiscano il funzionamento e gli esiti degli stati democratici cui sono sottoposti. Paradossalmente, la Norvegia, che dal survey concluso nel 2004 era apparsa davvero mal ridotta, qui è messa ai primi posti.
Il vizio di fondo di un libro che illumina veramente i disagi e volti disastri – per la libertà dei singoli – dei regimi democratico-“liberali”, la più perfetta forma di utopia realizzata secondo il Fukuyama dei primi anni Novanta, è l’identificazione tra democrazia e realizzazione della libertà (individuale?), che sta al fondo del pensiero di Ringen. Il problema di fondo, che egli non affronta, è che proprio i sistemi statalistici democratici riescono, in alcuni ambiti, a negare del tutto la libertà del singolo, invece che concedergliela. Le soluzioni proposte da Ringen per i disagi creati dal malfunzionamento delle democrazie, quindi, sono tutte nell’ambito concettuale ristretto che vede i mali, ma non riesce a capire che la causa di tali mali è strutturale al sistema, non contingente. E quindi il predicare il valore negativo della libertà se non accompagnata da “solidarietà”, il fatto che a livello di governo centrale vi siano pressioni di forze economiche nelle decisioni politiche, che non vi sarebbero a livello locale (!), e che quindi bisogna dar più spazio, ma non vera e propria autonomia politica, ai governi locali, indica bene che Ringen si muove su strade già percorse, alla fine. Non ostante sia così chiaro nel mettere in luce tutti gli effetti negativi sull’individuo e sulla collettività dei sistemi democratici. Alla fine, poi, per tutta una serie di altre misure “correttive” delle democrazie deficitarie, come ha notato Andrew Gamble (TLS, 19 Ottobre 2007) recensendo il libro, Ringen suggerisce misure che richiedono un aumento notevole della spesa, e quindi del potere, e quindi della negazione della libertà, pubblici.
Alcune misure poi fanno parte della più rigida e miope visione statalistica, come i fondi che dovrebbero essere dati dallo Stato per rafforzare la famiglia in modo che rimanga il più possibile unita (!), e il controllo del “potere economico” attraverso misure politiche “moralizzanti”. Il fatto che il welfare state auspicato da Ringen sia decentralizzato, non toglie nulla alla negatività stessa del concetto di welfare state come ridistribuzione violenta e intrinsecamente ingiusta di risorse e ricchezza individuale. Ugualmente, l’idea che il Parlamento europeo non sia più eletto direttamente dai cittadini, ma sia formato da delegati dei parlamenti esistenti, dà i brividi se pensiamo che giunge da un cavaliere templare della democrazia occidentale come Ringen. La vaga possibilità che possa sorgere un salutare conflitto ideologico e pratico tra il quasi impotente parlamento di Strasburgo, e gli onnipotenti parlamenti nazionali, e tale conflitto andasse a favore per una volta dei cittadini, ovvero degli individui, in questo modo sarebbe perfettamente preclusa.
Ottimo nella pars destruens, nella pars construens rischia di diventare la base per l’agenda qualche nuovo leader socialdemocratico, solo apparentemente e astutamente decentratore, le cui politiche porteranno soltanto ad una crescita di quasi tutti i difetti (e disastri) “democratici” che il libro scientificamente rintraccia.

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