In quel Nobel ad Al Gore la sintesi di una storia sgradevole Dopo il conferimento del premio Nobel per la pace ad Al Gore, occorre domandarsi quale sia il significato di questa onorificenza. Soprattutto, se essa viene a premiare figure le cui menzogne sono state messe in evidenza perfino da enti governativi… Dopo il conferimento del premio Nobel per la pace ad Al Gore, occorre domandarsi quale sia il significato di questa onorificenza. Soprattutto, se essa viene a premiare figure le cui menzogne sono state messe in evidenza perfino da enti governativi, come nel caso dell’Inghilterra.
Maestro dell’ecopanico e del catastrofismo, politico fallito, ci domandiamo che cosa mai abbia fatto per la “pace” Mr. Gore. Certamente, seminare il panico su problemi che non esistono, o che esistono solo parzialmente nella forma in cui costui li ha presentati, non contribuisce alla pace in terra, né per gli uomini di buona, né per quelli di cattiva volontà. Il terrorismo ecologistico ha in Al Gore un grande campione, di certo, ed i suoi libri sono più letti, perché più pubblicizzati, rispetto a quelli, poniamo, di Paul Driessen, dove invece tutto il grande business mondiale dell’ecologia, a spese dell’ambiente, dei contribuenti, e della morale comune, viene sbugiardato ampiamente.
D’altra parte, prima che ribadire al mondo tutte le falsità, già ampiamente rivelate, del catastrofismo di Gore, occorre, a questo punto, domandarsi quale legittimità e quale prestigio abbia il Premio Nobel. La sua funzione è di sancire e premiare, in qualche modo dando loro il sigillo della perfezione e dell’eccellenza, le tendenze politiche statalistiche e “politically correct” della Storia. Insomma, di dare un’ulteriore corona di lauro ai vincitori sulla terra, ovvero alle teorie, vere o false (più spesso false) che siano, che occupano però una posizione preminente nei media e purtroppo nella mentalità corrente.
Insomma, il Premio Nobel, almeno, assai spesso, quelli per la Pace, la Letteratura, e l’Economia, sono i certificatori di qualità del peggio. I casi recenti sono eclatanti: si pensi alla sola Rigoberta Menchù, gran maestra dell’arte della menzogna, che ha costruito su falsi tutta la propria carriera, e che per questo, giovanissima, nel 1992, ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Si legga il prezioso libro di Leonardo Facco appena uscito su questa specie di Circe maya. Qual era lo scopo, poi, se non politico, sinistramente, del Nobel a Dario Fo per la letteratura? Ma basta scavare nella storia di codesto premio per vedervi una lunga fedeltà al falso e una lunga aderenza alle tendenze politiche dominanti di un’epoca.
Nel 1906, il conferimento del premio a Carducci altro non era che l’espressione di un violento anticattolicesimo da parte dell’internazionale protestante che pareva allora dominare la scena, mentre preparava con cura la strage immonda chiamata Grande Guerra per un errore mirato degli storici. Il discorso con le motivazioni del Premio è un esempio di ridicolo pari a pochi altri: si cerca perfino di dire che il Satana carducciano non era veramente diabolico, tutt’altro, non era mica una cosa alla Baudelaire (sic) (quest’ultimo un vero grande poeta) e si fa la morale al premiato, dicendo che era giusto che egli attaccasse la Chiesa cattolica, ma che sbagliava ad estendere tutti i suoi strali anche contro il Cristianesimo in generale! E una vita insipiente e sempre all’ombra dei poteri in carica viene fatta passare come una serie di lotte eroiche, così come i suoi versi anticattolici, di una trivialità che sfiora la barzelletta da osteria: con la riserva che quest’ultima è almeno talvolta divertente. Perfino Mussolini prese le distanze da Carducci e anche con una certa salace eleganza.
Insomma, quest’ultimo premio invita a riconsiderare ampiamente il valore generale dell’istituzione svedese. L’unico premio Nobel per la pace lo meritano coloro che sono stati vittime di tutte le guerre. Alla loro memoria.
Da La Provincia, 15 ottobre 2007

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