Sorpresa: a Noto le trivelle ci sono già No alle trivelle dei petrolieri texani a Noto. Il gioiello dell'arte barocca va difeso dall'aggressione dei pozzi. Striscioni di protesta. Comitati. Scritte sui muri “yankee go home”… Un pozzo Eni a due passi dalla «capitale» del barocco
No alle trivelle dei petrolieri texani a Noto. Il gioiello dell'arte barocca va difeso dall'aggressione dei pozzi. Striscioni di protesta. Comitati. Scritte sui muri “yankee go home”. Interventi autorevoli di opposizione contro la devastazione petrolifera, come gli articoli di Andrea Camilleri, lo scrittore che ha inventato il commissario Salvo Montalbano e che - attraverso una Vigata immaginaria - ha fatto scoprire a tanti le meraviglie della Sicilia sud-orientale. È nato anche un comitato anti-trivelle che s'ispira ai NoTav della Valsusa e si è chiamato NoTriv . Questo un ritratto succinto della protesta contro la compagnia texana Panther Gas.
Intanto da anni l'Eni estrae il metano dal sottosuolo di Noto. Proprio a Noto. Sotto alla cattedrale di San Nicolò inaugurata lunedì. Sotto ai piedi di quelli che protestano contro i texani. Il Comune di Noto gode: si stima che le royalty incassate dal Municipio (il 7%) siano nell'ordine dei 100mila-150mila euro l'anno. Il pozzo dell'Eni che da anni estrae metano non è oggetto di comitati e di siti web dai colori accesi. Il pozzo si chiama Noto Tre. È in contrada San Paolo, tra gli aranceti, a un passo dai piloni dell'autostrada fantasma - completata anni fa, con i cartelli stradali avvolti dal telo grigio e con le transenne alle uscite perché manca il collaudo ed è chiusa al traffico. Questo pozzo è un recinto, uno spiazzo di terra battuta sul quale stenta a crescere l'erbaccia tenace, un po' di tubi che escono dal terreno. Sul cancello di acciaio zincato ci sono il divieto di accesso agli estranei e il divieto di fumare. Tutto qui. Estrae qualche decina di migliaia di metri cubi di metano. Poco più in là, sulla strada verso Avola, e lungo la statale per Ispica e Ragusa, è una distesa di serre coperte con teloni di plastica per la coltura delle primizie. Attorno a Noto, i capannoni delle imprese artigianali, le case abusive e la pista di cemento armato e asfalto di quell'autostrada costruita e mai aperta.
I pozzi non si vedono. Ce ne sono a decine. Ragusa e Noto nascondono nel sottosuolo un tesoro di petrolio e metano. Nella zona perforano come furie ed estraggono tutte le compagnie petrolifere che contano. C'è uno strato di petroliaccio duro come carbone chiamato “pietra pece”. Tagliato in mattonelle, è buono solamente per lastricare le strade e per ornare con fregi neri i pavimenti dei palazzi nobiliari. C'è anche il greggio, un giacimento gigante scoperto negli anni 50 dagli americani della Gulf. Contiene un miliardo di barili. L'Eni estrae ancora qualche migliaio di barili al giorno. Peccato che il petrolio di Ragusa, così abbondante, impregni una roccia gelosa dei suoi tesori e in mezzo secolo di perforazioni furibonde si è riusciti a estrarne solamente una piccola parte. Sopra la pietra (imbevuta di greggio ma poco generosa) c'è uno strato di roccia argillosa, simile a quella dei calanchi dell'Appennino emiliano. È a 2.800 metri di profondità. È ricca di metano. È lo stesso tipo di giacimento dal quale si estrae il 20% del metano degli Stati Uniti. Lì, in quella roccia argillosa, pesca il pozzo Noto Tre dell'Eni. E lì vuole pescare la contestata Panther Gas.
La compagnia texana ha ottenuto il permesso di cercare il metano in un'area di 750 chilometri quadri, pari all'intera provincia di Lodi. Una ventina le perforazioni programmate, tra cui quella contestata. La trivella sarebbe dovuta arrivare in contrada Zìsola, fra l'allevamento di cavalli da corsa del notaio e la tenuta dell'avvocato, che sembra di entrare nell'ambientazione curatissima di un telefilm di Montalbano. Pazienza, se a Noto non vogliono un altro pozzo oltre a quello che c'è già, ebbene la Panther Gas si rifarà più in là, nelle altre centinaia di chilometri quadri di permesso. E - visto che è in regola con le autorizzazioni - potrà concedersi il lusso di chiedere i danni per gli incassi mancati.
Da Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2007

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