
Il caso Telecom sarà un’altra Vicenza? Detto altrimenti: abbiamo a che fare con un governo caparbiamente protezionista, o con un più banale riflesso antiamericano? In questi giorni, a Romano Prodi vengono messe in bocca le dichiarazioni più diverse. Una, però, è troppo plausibile non essere vera. Ed è la più inquietante. Pare che il governo – in mancanza di una “soluzione italiana” per Telecom – sarebbe in linea di principio meno ostile ad una offerta “europea”, che all’arrivo del gigante a stelle e strisce AT&T.
A Palazzo Chigi si fa di necessità virtù: nelle più gettonate ricostruzioni fantafinanziarie (mettendo fra parentesi l’incognita Mediaset), le banche sarebbero sì pronte a frenare lo straniero, ma in tandem con un robusto attore industriale. Il che significa: con un grande della telefonia Ue. Per esempio Deutsche Telekom, prima in Europa per dimensioni, e mancato “cavaliere bianco” all’epoca dell’opa dei capitani coraggiosi. Un’impresa, detto per inciso, che, a causa di una privatizzazione fatta col contagocce, resta per un terzo controllata, direttamente o indirettamente, dal governo tedesco. DT è, per certi versi, l’anti AT&T. La storia di AT&T è quella di un monopolio fatto a pezzettini, poi riaggregatosi, ma sul mercato e in un’ottica di mercato. In Deutsche Telekom lo Stato ha ridotto la sua partecipazione senza fretta, puntando a creare un “campione europeo” ad ogni costo, e con scarsissimo rispetto per la concorrenza. Sono sei i procedimenti aperti a Bruxelles, contro Berlino, per aver continuato a garantire una “vacanza regolatoria” (così il commissario Reding, il 26 febbraio) all’azienda di tlc.
In qualche modo, insomma, ai tedeschi è riuscito di realizzare l’eterno sogno della nostra sinistra: privatizzare senza perdere il controllo, mettere fra parentesi i principi della libera competizione per crescersi un campioncino di riguardo. Si chiama “politica industriale”, e da noi la si tenta, con alterne fortune, nell’energia, nelle poste, nelle banche.
Ma sarebbe riduttivo dire che il governo sogna un nuovo asse Roma-Berlino. Franza o Spagna: non solo si spera nei cugini d’Oltralpe, si è pure cominciato a rivalutare l’opzione Telefonica, fino a ieri l’altro osservata con convinta diffidenza. L’interesse dovrebbe esserci: lo stesso Wall Street Journal ha accreditato l’ipotesi di contromosse di Madrid e Parigi, mentre Deutsche Telecom si è chiusa in un no comment senza smentite.
Al centrosinistra non dispiacerebbe un “deal” negoziabile con moneta politica, complice magari un altro governo continentale con cui rinsaldare, con l’occasione, i rapporti. La quadratura del cerchio, che permetterebbe di smorzare i toni sulla “chiusura” dell’economia italiana senza il rischio di trovarsi di fronte un azionista internazionale forte e ben spallato, anche rispetto alle istituzioni pubbliche.
I protezionisti hanno raddrizzato il tiro. Meglio gli italiani degli stranieri, ma meglio gli europei degli statunitensi. Tesi fatta propria non solo dai Franco Giordano o dai Fausto Bertinotti, ma anche dal “liberalizzatore” Bersani. Siamo passati dall’antiamericanismo ideologico, all’antiamericanismo affaristico.
Meglio un’azienda europea, con un bel dna parastatale, che l’arrivo dei cowboy turbocapitalisti. Meglio manager su cui al limite si possa influire con una telefonata alla Merkel, che qualche marines del profitto per cui due più due fa sempre quattro. Chi lo sa, forse con Telecom i texani di AT&T si sono cacciati davvero in una nuova Alamo. Per loro fortuna, il nostro generale Santana è Prodi.
Da Libero, 6 aprile 2007