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Privatizzare l’Enel? Potrebbe essere questa la quadratura del cerchio nella complessa partita a scacchi che si gioca attorno al controllo di Endesa. L’ambiguità che ha retto il mercato europeo fino ad ora non è più sostenibile …
Privatizzare l’Enel? Potrebbe essere questa la quadratura del cerchio nella complessa partita a scacchi che si gioca attorno al controllo di Endesa. L’ambiguità che ha retto il mercato europeo fino ad ora non è più sostenibile sotto il profilo finanziario né sotto quello della sicurezza energetica. L’Ue – cioè: Bruxelles assieme agli Stati membri – deve scegliere se intende perseguire una reale integrazione tra le economie europee nel settore dell’energia, oppure se esso, in quanto “strategico”, va sottratto alla libera circolazione dei capitali. Se il 2006 è stato l’anno delle opa, il 2007 potrebbe essere il momento della chiarezza. La cartina del risiko, infatti, non è la stessa di un anno fa. Allora tutto era incasellabile secondo le categorie del nazionalismo-europeismo: le mosse dell’Enel contro Suez e di E.On contro Endesa avrebbero portato alla nascita di colossi di dimensioni europee, mentre le reazioni dei governi francese e spagnolo (attraverso Gaz de France e Gas Natural) avrebbero ricondotto i rispettivi mercati nell’orbita dei vecchi campioni nazionali. 

Adesso le coordinate sono diverse. L’Enel ha incassato la sconfitta francese e si è mossa in Spagna, un po’ da opportunista finanziario (approfittare del logoramento di E.On) un po’ da caballero blanco (salvare Endesa). Sebbene sia probabile un coinvolgimento degli esecutivi di Roma e di Madrid – del resto, non vi è grande operazione, nel settore dell’energia, che possa avvenire senza un preciso assenso politico – l’Enel ha seguito soprattutto una logica finanziaria e industriale, coerente con la sua espansione all’Est. In fondo, tolta Suez, Endesa è l’unica grande preda disponibile. Il capo di E.On Wulf Bernotat, supportato dalla grande stampa tedesca, grida allo statalismo, con riferimento all’asse Prodi-Zapatero. Ma quello tedesco non è certo un mercato esente dall’interventismo pubblico – la stessa E.On è protetta dalla golden share, e quando Angela Merkel dice che la separazione delle reti “non fornisce la garanzia che si sarà maggiore competizione” ha in mente soprattutto gli interessi di E.On.

Se i tedeschi non sono esempi di virginale aderenza alle regole del libero mercato, neppure in Italia tutto va bene. L’Enel è pubblica al 32 per cento ed è tutelata dalla golden share. A differenza di E.On, però, è una compagnia che segue largamente criteri privatistici, anche perché il suo mercato di riferimento è stato liberalizzato con successo I vecchi schemi, quindi, non aiutano a comprendere quel che sta accadendo in Spagna, né danno un’indicazione sulle possibili conseguenze. Ma le conseguenze ci saranno, e la ricomposizione dell’asse italo-spagnolo a favore di Endesa, e dell’asse franco-tedesco contro la separazione delle reti fornisce un primo strumento per orientarsi. Cioè: non si sa bene cosa accada tra Roma e Madrid, mentre è certo che Parigi e Berlino combattono una battaglia di retroguardia.

C’è un altro, e più profondo, motivo per cui i liberisti dovrebbero tifare per Fulvio Conti: se il matrimonio con Endesa andasse in porto, due speranze si accenderebbero sul mercato italiano. La prima riguarda Asm-Aem. La fusione tra le due municipalizzate, sponsorizzata dal governo, porterebbe alla nascita di un nuovo soggetto di dimensioni importanti, ancora una volta a controllo pubblico (ancorché locale). E’ qui che s’incunea l’Enel: per ragioni antitrust, Endesa Italia, all’80 per cento in mano alla società iberica, dovrà essere ceduta. Il restante 20 per cento è di Asm. Sarebbe naturale, per il gruppo guidato da Renzo Capra, formare una cordata con alleati privati per mettere le mani sull’ex Genco. La quota pubblica risulterebbe diluita: sia nel caso di merger con Aem, sia se questo dovesse fallire (l’acquisizione di Endesa Italia non esclude la fusione con Aem, ma la rende meno necessaria, e probabilmente una parte del cda bresciano farebbe leva su questo punto).

In secondo luogo, se si allarga lo sguardo al mercato europeo, non si può ignorare che le uniche due grandi società europee messe sotto assedio – Suez ed Endesa – sono private. Questo significa che l’epoca delle privatizzazioni è già finita? Non è detto. La rivista specializzata Quotidiano Energia ha lanciato una provocazione: quella di un “disarmo coordinato” tra i governi europei. “Enel ed Endesa potrebbero fondersi – suggerisce il magazine di Diego Gavagnin e Stefano Delli Colli – o la prima acquisire totalmente la seconda, e dare vita ad un gruppo europeo confrontabile con la stessa E.On; in cambio il governo italiano dovrebbe impegnarsi a privatizzare completamente l’Enel in pochissimi anni e a favorire l’ingresso nel capitale di soggetti spagnoli non energetici”. Se è vero il paradosso secondo cui Enel non cresce perché è pubblica, e resta pubblica perché non cresce, oggi si apre una finestra di opportunità forse irripetibile: tra l’altro, la fusione tra Enel ed Endesa imporrebbe una serie di cessioni in Italia e Spagna, e coi proventi il nuovo gruppo potrebbe perseguire una strategia di aggressiva espansione, per esempio nell’Est. Di fronte a un simile sviluppo, Francia e Germania si troverebbero spiazzate e isolate, e la Commissione dovrebbe suo malgrado schierarsi dalla parte dell’iniziativa italo-spagnola, per non perdere del tutto la sua residua credibilità (poca).

Compiere un passo simile richiederebbe un coraggio visionario, ma la storia – e qui siamo a un crocevia politico, finanziario e industriale – cambia spesso per il realismo di chi chiede l’impossibile.

Da Il Foglio, 9 marzo 2007


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