Istituto Bruno Leoni
Con l’effetto annuncio il Paese sprofonda in un “totalitarismo soft”
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…come scrive sul Wall Street Journal Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni: «Il solo mercato che il governo sta aprendo è quello del favore politico, per il quale il mondo degli affari deve competere».
Tutti i giorni, il governo spedisce ai media un pacco. Confezionato lussuosamente, con carta colorata e bel fiocchetto d’ordinanza. Il giorno dopo, nelle loro cronache politiche, i media descrivono la confezione. Nessuno — salvo qualche editorialista liberale — sembra essersi preso la briga di aprire il pacco e di andare a guardare che cosa ci fosse dentro. Così, il governo dà per fatte cose che ha appena deliberato di fare e non ha ancora fatto e ne amplifica portata e significato. È quel che si dice una intelligente operazione di marketing. Non è, però, normale che se ne facciano portavoce i media.
Il Paese vive perennemente sotto l’«effetto annuncio». Il cittadino è indotto a credere a una realtà «virtuale» e non sa quando, come e se essa diventerà «effettuale». La litigiosità interna alla coalizione agisce, inoltre, da moltiplicatore dell’«effetto annuncio». All’annuncio del rifiuto di una componente della coalizione di approvare un provvedimento seguono gli annunci dei passi avanti (virtuali o reali?) nella ricerca del compromesso e, infine, quello dell’accordo raggiunto. Nel frattempo, si è perso di vista cosa c’era dentro il pacco all’inizio e cosa c’è alla fine. L’annuncio dell’esito finale diventa il trionfo del gioco delle parti. Ma la prassi ha conseguenze devastanti per il buon funzionamento della democrazia. Il cittadino non conosce i fatti che lo riguardano e, quindi, non è in condizioni di porre domande imbarazzanti al potere. È la tecnica di tutti i sistemi totalitari. Che operano per «fasce di lettura»: i media più diffusi sono anche quelli che non aprono il pacco; sono i media «di nicchia», quelli letti da quattro gatti, che provano a guardarci dentro.
In questo contesto, anche quanto c’è di buono nell’annuncio delle cosiddette liberalizzazioni si riduce a ciò che nella Roma antica erano panem et circenses, una concessione dell’Imperatore ai sudditi-consumatori (qualche tassì in più, l’esenzione della tassa sulla ricarica dei telefonini, i barbieri aperti anche il lunedì, la benzina e i prodotti di banco farmaceutici in vendita anche nei supermercati). Ma le garanzie di libertà dei cittadini-titolari di diritti restano limitate (di fronte a una Giustizia lenta e illiberale; a decine di migliaia di leggi scritte male e contraddittorie; a una Pubblica amministrazione invasiva e inefficiente; a un sistema fiscale iniquo e oppressivo).
Contemporaneamente, come scrive sul Wall Street Journal Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni: «Il solo mercato che il governo sta aprendo è quello del favore politico, per il quale il mondo degli affari deve competere». Si riparla di «politica industriale», che è poi la versione moderna dell’esercizio feudale del potere politico centrale. È stata bloccata la fusione fra Autostrade e la spagnola Abertis. Si fissa per legge un tetto alla raccolta della pubblicità da parte di Mediaset (che è come si volesse fissare un tetto al consenso elettorale). Nasce il Fondo infrastrutturale che sembra preludere alla nazionalizzazione surrettizia delle reti distributive (luce, gas, telefoni, autostrade). Si privatizza l’Alitalia, non con un’asta pubblica, ma con un negoziato privato che rischia di far vincere chi combinerà il prezzo con l’accettazione dell’attuale livello occupazionale (magari un finanziere che non risanerà e rilancerà la compagnia ma, dopo averne scorporato qualche asset, la rivenderà e ci farà su un po’ di soldi).
Il Paese affonda in un «totalitarismo soft» e neppure se ne accorge. I media ne sono la sindrome. E anche un po’ la causa.

Da Il Corriere della Sera, 3 febbraio 2007
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