Prodi vuole lo Stato imprenditore, un anno fa aveva promesso che lo avrebbe mandato in pensione Il candidato premier Romano Prodi scriveva sul Corriere della sera del 7 marzo 2006: “Stato non proprietario vuol dire anche chiudere una serie di enti e società pubbliche nate con l’obiettivo di promuovere investimenti nel paese… Il candidato premier Romano Prodi scriveva sul Corriere della sera del 7 marzo 2006: “Stato non proprietario vuol dire anche chiudere una serie di enti e società pubbliche nate con l’obiettivo di promuovere investimenti nel paese, per trasformarsi successivamente in anacronistiche holding di partecipazioni”. Il governo di Romano Prodi ha creato un fondo per le infrastrutture, F2I, che avrebbe precisamente l’obiettivo di finanziare investimenti in infrastrutture e altro. Il progetto è pericoloso nel merito e nel metodo. Nel merito perché le infrastrutture, e le altre imprese di cui F2I acquisirebbe partecipazioni di controllo (nei trasporti, elettricità, gas e telecomunicazioni) o servono, oppure non servono. Nel primo caso, un mercato aperto è in grado di radunare le risorse e competenze necessarie. Se un’infrastruttura rappresenta un volano di sviluppo, allora è anche un’occasione di profitto. Se invece non serve, non c’è ragione (almeno, non una ragione economica) per realizzarla. L’intenzione di finanziare infrastrutture con un tasso di rendimento sotto i livelli di mercato significa che il fondo è concepito per fare cose che le imprese non farebbero, cioè infrastrutture inutili o sovradimensionate. Questo apre un quesito in relazione alle modalità di selezione dei progetti: con quali criteri verranno scelti? E in che modo queste decisioni potranno essere considerate responsabili, se l’intero processo – pur coinvolgendo attori privati o semiprivati – guarda al governo, e non può fare altrimenti, per riceverne indicazioni e indirizzi? La creazione del Fondo infrastrutture è particolarmente inquietante se la si colloca nel contesto del dibattito politico e regolatorio sulle grandi reti. Mentre la Commissione europea spinge per la separazione dagli operatori (in particolare, di Snam Rete Gas dall’Eni e della rete telefonica fissa da Telecom Italia) e il Consiglio di Stato impone la soluzione del conflitto di interessi che vede la Cassa depositi e prestiti (altro soggetto pubblico e madre di F2I) azionista sia dell’Enel che di Terna), il governo sembra orientato a trovare una scappatoia per trattenere sotto il controllo pubblico le infrastrutture essenziali. Ciò contrasta con gli interessi dei consumatori e rischia, nel lungo termine, di ingessare settori che richiedono dinamismo e innovazione. Se a questo si aggiunge il progetto – privo di senso sul piano industriale – di accorpare in un’unica società o holding Snam Rete Gas, Terna e la rete telefonica, si staglia il ritorno alle partecipazioni statali. Evidentemente il governo può, se vuole, perseguire tale progetto, ma almeno dovrebbe onestamente enunciarlo: in maniera tale che il dibattito pubblico possa veder uscire allo scoperto i sostenitori dell’una e dell’altra tesi, come ha chiesto ieri Francesco Giavazzi sul Corriere della sera. Se poi si considera che questo fondo sembra essere creato apposta per consentire allo Stato di sottrarsi alle sue stesse leggi e per restituire al governo quei poteri che esso stesso aveva teoricamente alienato, scegliendo il sentiero delle liberalizzazioni, allora è del tutto evidente che si tratta di un’iniziativa di retroguardia.
Il collateralismo di banche e fondazioni Sul piano del metodo, F2I è inquietante per due ragioni: una è il collateralismo tra settore pubblico e fondazioni e banche, che si alleano per svolgere attività dichiaratamente non redditizie. L’altra è l’afferenza di molti di questi soggetti alla sfera di potere che, secondo alcuni, ruota attorno alla figura del premier. Il semplice sospetto che F2I – un fondo che fatalmente sarebbe intrecciato alla tentata modernizzazione del paese – possa assecondare mire o interessi di potere dovrebbe suggerirne l’abbandono, specie da parte di chi del conflitto di interessi ha fatto un feticcio elettoralistico. Se ciò non avviene, bisogna dedurne due cose: o Prodi in campagna elettorale mentiva (perché prometteva la ritirata di quello Stato imprenditore che invece spinge alla carica), oppure nel frattempo ha cambiato idea. In entrambi i casi, dovrebbe spiegare perché. Non si può statalizzare con la mano sinistra quello che si dice di voler liberalizzare con la destra.
Da Il Foglio, 1 febbraio 2007

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