Istituto Bruno Leoni
Berlusconi e le nomine Rai
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La nomina dei nuovi membri del consiglio d’amministrazione Rai rappresenta, per tanti aspetti, la più fedele fotografia della situazione politica attuale. Dopo un’epoca durata circa 15 anni che è stata caratterizzata dalla rivolta del Nord produttivo, dai referendum di Segni, dalle inchieste di Mani Pulite e (soprattutto) dalla discesa in campo di Berlusconi, oggi l’Italia torna in pieno entro le logiche degli anni Ottanta.

A destra come a sinistra, la politica è ormai un affare di poltrone ed emolumenti. Il manuale Cancelli con cui si assegnavano gli incarichi negli anni del centrosinistra o delle “convergenze parallele” è stato ripristinato per scegliere chi ci dirà se saranno Pippo Baudo o Mara Venier a celebrare i riti del sabato sera.

Accantonata ogni speranza di allargare gli spazi di libertà, l’Italia riemerge con le sue fattezze di sempre. La ricreazione, ormai, è definitivamente finita.

Più di ogni altro, è il Cavaliere ad uscire sconfitto da questa lottizzazione “vecchia maniera” della tivù pubblica, a guidare la quale avremo sette uomini di partito: in rappresentanza di Forza Italia, An, Udc, Lega, Rifondazione, Ds e Margherita (cui si aggiungeranno due uomini scelti dal Tesoro). E se per gli interessi del gruppo Fininvest è possibile che questa soluzione possa anche riuscire utile, è pur vero che la Rivoluzione liberale è stata archiviata, e definitivamente.

Il governo che avrebbe dovuto liberalizzare l’Italia, d’altra parte, non ha eliminato il canone Rai, non ha aperto alla concorrenza le telecomunicazioni e non ha sottratto al settore pubblico il controllo del baraccone televisivo parastatale. La famiglia Berlusconi sarà forse contenta di avere un concorrente debole: più preoccupato di soddisfare le segreterie di partito che di piacere agli spettatori. Ma il Cav, che avrebbe voluto trasformare l’economia e la società italiane, oggi deve fare i conti con il proprio fallimento epocale.

I risultati di Catania, in tal senso, non traggano in inganno. In Sicilia la Casa della Libertà ha parzialmente retto (come già in Lombardia e in Veneto), ma è chiaro che l’elettorato moderato è deluso da partiti e partitanti incapaci di incidere nei mali atavici di un paese in declino.

Curiosamente, il centro-destra ha tenuto le proprie posizioni nell’estremo Nord e nell’estremo Sud, dove si è presentato con un progetto più “periferico” che nazionale: e dove ha avuto tra i propri protagonisti chi si è esplicitamente incaricato di parlare in nome degli interessi di un Nord troppo tassato o di un Sud che continua a patire antichi ritardi.

In questo senso, è Berlusconi in prima persona ad avere il fiato corto, perché il suo liberalismo è ben poco credibile nel momento in cui la televisione resta un Soviet in mano a segreterie ed apparati burocratici. Un grande moralista francese del Seicento, La Rochefoucauld, diceva che l’ipocrisia rappresenta l’ultimo omaggio che il vizio riserva alla virtù. In altre parole, anche i precedenti Cda Rai erano decisi dai partiti e secondo logiche spartitorie: ma si cercava almeno di salvare la forma, per non offendere del tutto quei poveracci che pagano le tasse e il canone Rai, a cui si proponeva un domani migliore e un paese meno incivile.

Oggi non è più così, e l’Italia è tornata ad essere quello che è sempre stata. Non ci resta che prenderne atto.

(L'articolo è stato pubblicato su La Provincia di Como in data 18 maggio 2005).

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