Lavoro: suggerimenti per la riforma
Un appello di Istituto Bruno Leoni e NoiseFromAmerika per una riforma che aiuti la crescita del Paese
La riforma del lavoro è una priorità per l’Italia. Purtroppo, gli interventi previsti dalla riforma Monti-Fornero non paiono coerenti con l'obiettivo della crescita.

L'ambito di intervento è il dualismo dell'occupazione. Lo scopo è incentivare la diffusione del lavoro «protetto» dal licenziamento, e disincentivare quello «non protetto», soprattutto nei casi in cui esso mascheri un rapporto di lavoro de facto dipendente. In Italia questi due segmenti presentano un ulteriore problema: si configurano come «compartimenti stagni» in cui la transizione dall'uno all'altro è difficile e tende ad emarginare categorie come giovani e donne. II governo agisce sui rispettivi costi e oneri (monetari, ma anche burocratici e amministrativi). Riducendo gli oneri sul lavoro protetto e aumentandoli su quello non protetto il numero di occupati dovrebbe salire nell'uno e scendere nell'altro.

Il successo della riforma consisterebbe nel bilanciare questi due flussi per modificare la composizione dell'occupazione, ma facendo in modo che il saldo netto non sia negativo. L'intervento sul lavoro «protetto» cerca di migliorare la possibilità per l'impresa di ricorrere al licenziamento individuale per motivi economici. Non essendo costretto a mantenere personale in eccesso durante future crisi, il datore di lavoro dovrebbe essere più disposto ad assumere. L'idea è di creare maggiore certezza sulle conseguenze di un licenziamento individuale: in passato incombeva il rischio di procedimenti giudiziari dalla durata imprevedibile con obbligo di reintegro e un risarcimento di ammontare ugualmente imprevedibile.

La correzione deve incidere proprio su questo aspetto: il datore di lavoro deve sapere quanto potrebbe pagare nel caso un licenziamento venga dichiarato ingiusto. Occorre allora specificare puntualmente le circostanze in cui un licenziamento sia da considerarsi illegittimo, limitando le situazioni in cui tale valutazione sia lasciata all'arbitrio della decisione giudiziaria. Il contenuto punitivo della sanzione deve essere riservato ai casi di discriminazione; anche qui l'ultima proposta di riforma non definisce parametri chiari.

Sulla flessibilità in entrata bisogna superare le due idee di fondo sottese all'intervento proposto. La prima è che la flessibilità sia precarietà e vada sempre contrastata. I contratti flessibili sono diventati una necessità in un sistema produttivo assai diverso da quello in cui molte delle leggi vigenti sono state scritte; è importante inoltre che un datore di lavoro possa scegliere tra diverse forme contrattuali. Al contrario, insistere sul contratto subordinato a tempo indeterminato come contratto di riferimento in qualsiasi settore sembra non tenere conto degli enormi mutamenti nel sistema produttivo italiano. Secondariamente, ancor più della flessibilità «cattiva» è problematico, perché diffuso e radicato, il lavoro nero. Pertanto occorre che - pur combattendo gli abusi - i canali di ingresso nel mondo del lavoro regolare non siano ostacolati.

I risultati occupazionali sarebbero migliori se ci si concentrasse nell'abbassare i costi del lavoro protetto. Ciò che davvero scoraggia le assunzioni, oltre ad una tutela troppo rigida, è un cuneo fiscale dieci punti percentuali superiore alla media Ocse. Infine il più efficace strumento contro gli abusi è la creazione di alternative per i lavoratori: è il non avere altri sbocchi occupazionali che li costringe ad accettare un impiego a ogni costo. La possibilità di rifiutare certe condizioni di lavoro si verifica solo se esistono altre opportunità di scelta e queste ultime si creano solo in un mercato del lavoro dinamico e in un contesto di crescita economica.

Da Corriere della sera, 27 aprile 2012
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