Eurozona: i salvataggi non sono un surrogato delle riforme
Balcerowicz, già Ministro delle Finanze e Vice Primo Ministro polacco, ci ricorda che l'uscita dalla crisi del debito può venire solo da una radicale riforma dello Stato
I problemi fiscali della zona dell’euro fanno tornare alla mente le politiche utilizzate in passato per affrontare crisi analoghe. Nei decenni scorsi abbiamo visto il Fondo monetario internazionale e altre istituzioni rivestire il ruolo di prestatori in situazioni di crisi, offrendo salvataggi finanziari a Stati sovrani in una condizione debitoria insostenibile. Abbiamo visto la monetizzazione del debito pubblico da parte delle banche centrali e la riduzione pura e semplice del debito sia unilateralmente, ricorrendo a un default, sia in seguito a negoziati. Altre crisi sono sfociate nel risanamento della situazione fiscale degli Stati interessati o nell’attuazione di riforme.

A mio parere, l’attuale dibattito sui problemi fiscali dell’eurozona si sta concentrando in misura eccessiva sui salvataggi da parte di istituzioni pubbliche, come la proposta di effettuare imponenti acquisti di buoni del tesoro da parte della Banca centrale europea (Bce), a scapito delle ipotesi di riforma e risanamento in campo fiscale. Quasi ogni giorno ci viene detto che i tentativi di salvataggio fiscale dei Paesi in difficoltà dovranno essere enormemente ampliati, pena la fine dell’euro. Le pressioni tendenziose che vengono così esercitate sono lo specchio dei benefici che ne deriverebbero per determinati soggetti e delle convinzioni infondate di altri. Per quanto riguarda i primi, è facile capire per quale motivo i creditori preferirebbero un salvataggio dei Paesi debitori. Si aggiunga che non pochi leader politici accoglierebbero con favore l’alleggerimento della pressione esercitata dai mercati a seguito di sostanziosi prestiti concessi da prestatori istituzionali. I media, per conto loro, prosperano grazie al loro ruolo di profeti di sventura.

Oltre a ciò, vi sono numerose erronee convinzioni che contribuiscono ad alimentare la propensione a favore dei salvataggi. Il disinvolto ricorso a metafore quali “contagio” o “effetto domino” trasmettono l’idea che i mercati finanziari, al minimo segnale di turbativa, si trasformino in una forza cieca, violenza e indiscriminata, con la conseguenza che, non appena la fiducia in un determinato Paese crolla, tutti gli altri Stati si trovano in pericolo. Da questo assunto consegue la conclusione che solo una formidabile forza contrapposta, come l’intervento di soggetti pubblici, possa interrompere le presunte dinamiche del mercato finanziario. Il continuo uso di espressioni come “bazooka” oppure “o noi o loro” non fa che mettere in evidenza quanto sia diffusa questa concezione manichea del comportamento dei mercati finanziari in relazione agli Stati sovrani.

I mercati finanziari, tuttavia, anche quando sono inquieti, non diventano ciechi e sono perfettamente in grado di distinguere – per quanto imperfettamente e tardivamente – tra le situazioni macroeconomiche dei diversi Paesi. È per questo che abbiamo visto l’allargarsi dello spread tra i buoni del tesoro della Germania e di altri Paesi nordici e quelli dei Paesi “problematici” dell’eurozona.

Un altro errore concettuale, collegato al precedente, consiste nell’assunto secondo il quale le riforme, seppur necessarie, possano fruttare benefici solo nel lungo periodo. Sulla base di tale assunto ogni soluzione di breve periodo (vale a dire, la riduzione del drastico aumento del rendimento dei buoni che i Paesi in difficoltà devono pagare) può solo passare attraverso un salvataggio. Questa è tuttavia una rappresentazione fuorviante delle possibili opzioni, giacché una riforma opportunamente strutturata ha effetti tanto sul breve quanto sul lungo periodo. Non è necessario, ad esempio, attendere il completamento di una riforma del settore pensionistico per vederne i benefici di breve periodo, che si concretizzano nella forma di una riduzione del rendimento dei buoni del tesoro. I mercati reagiscono agli annunci – a patto che siano credibili – delle riforme e della loro attuazione.

Una breve disamina dei Paesi particolarmente colpiti dalla crisi finanziaria e che hanno subito un enorme aumento del rendimento dei propri buoni del tesoro nel 2009 è decisamente illuminante. Un gruppo di Paesi (Bulgaria, Estonia, Lituania e Lettonia, i cosiddetti Paesi BELL) ha visto nel 2009 un drastico aumento dei rendimenti, al quale ha fatto seguito una riduzione. Le vicende di un altro gruppo di Paesi (i tristemente famosi PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) sono state alquanto diverse: il rendimento dei buoni greci e portoghesi è notevolmente aumentato e a tutt’oggi non da mostra di voler diminuire, mentre quelli irlandesi sono stati contraddistinti, almeno fino a poco tempo fa, dalla tendenza a ridursi.

Queste differenze possono essere spiegate in massima parte dalla diversa entità e struttura delle riforme attuate in questi Paesi, dato che una riforma ben congegnata può fruttare fiducia e crescita. I prestiti da parte di istituzioni pubbliche, nella migliore delle ipotesi, possono far guadagnare il tempo necessario per approntare le riforme e possono contribuire ad arrestare eventuali crisi del settore bancario, ma non possono rappresentare un succedaneo delle riforme. Inoltre un salvataggio crea inevitabilmente un azzardo morale, giacché indebolisce gli incentivi ad attuare riforme che prevengano cattive politiche in futuro. In qualche misura i prestiti istituzionali sostituiscono la pressione dei mercati finanziari con la pressione da parte degli esperti e dei politici delle nazioni creditrici. Non è difficile capire come questo secondo tipo di pressioni possa avere effetti deleteri sulla coesione europea, tanto nei Paesi creditori quanto in quelli debitori.

Tra le svariate proposte di salvataggio nella zona dell’euro, quella che ha attirato maggiormente le luci della ribalta è l’idea di far acquistare dalla Bce enormi quantità di buoni del tesoro di Paesi “problematici”. Tale proposta viene sostenuta servendosi di tre accorgimenti retorici:
  • Il concetto di “prestatore di ultima istanza” viene spinto ben oltre i suoi limiti. È come se l’offerta di liquidità alle banche commerciali da parte di una banca centrale fosse del tutto equiparabile al finanziamento degli Stati.
  • L’alternativa viene invariabilmente presentata come “una catastrofe”.
  • Si fa appello alle politiche della Federal Reserve americana, della Bank of England e della Banca centrale giapponese, come se la semplice menzione di esempi passati basti a dimostrare l’efficacia dei prestiti da parte della Bce.
Non si può permettere che questi artifici retorici spodestino una seria analisi delle possibili opzioni a disposizione dei governi. È sorprendente la scarsità di analisi comparative degli effetti del cosiddetto “alleggerimento quantitativo” (QE, quantitative easing), che ha visto l’acquisto di un imponente ammontare di buoni del tesoro in Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti. Eppure quello che sappiamo indica che questo genere di operazione è ben lungi dal rappresentare un “pasto gratis” giacché, sebbene i potenziali benefici possa apparire evidenti nel breve periodo, in seguito compaiono inesorabilmente i suoi costi e i rischi. In Giappone, ad esempio, l’adozione di un QE potrebbe aver contribuito, in virtù dei bassissimi tassi d’interesse praticati dalla banca centrale, a far rimandare le riforme e la ristrutturazione dell’economia, indebolendo così la crescita economica di lungo periodo ed esacerbando i problemi fiscali del Paese. Negli Stati Uniti un imponente alleggerimento quantitativo non è stato chiaramente in grado di evitare il rallentamento dell’economia nel periodo 2008-2011 e il QE potrebbe anzi aver contribuito alla crescita di bolle speculative degli asset nell’economia mondiale. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, dopo il QE la crescita economica è più lenta di prima, mente l’inflazione è cresciuta.

Ritengo che l’acquisto di imponenti quantità di buoni del tesoro da parte della Bce sarebbe un tipo di QE ancora peggiore. Questa operazione aggraverebbe i problemi di azzardo morale, giacché l’acquisto di buoni, in potenza, non avrebbe limiti definiti e farebbe aumentare il rischio di inflazione insieme ad altre conseguenze economiche negative. Più in generale, la reputazione della Bce come guardiano dell’euro ne uscirebbe indebolita: la potente posizione politica così assegnata alla Banca centrale europea indurrebbe i politici dei vari Paesi europei a cercare di influenzarne le decisioni relative all’acquisto di buoni del tesoro. Per giunta tutto ciò fiaccherebbe ulteriormente l’idea di rule of law nell’Unione Europea, proprio in un periodo in cui la fiducia nel rispetto del trattati ha un’importanza fondamentale.

La vera soluzione della crisi dell’eurozona sta in riforme opportunamente strutturate e l’esperienza ci dimostra che tali riforme offrono una soluzione sia nel breve, sia nel lungo periodo.

Leszek Balcerowicz, già Ministro delle Finanze e Vice Primo Ministro polacco, è noto per il piano di risanamento che porta il suo nome e ha permesso l’introduzione in Polonia di drastiche riforme per l’apertura dei mercati. Balcerowicz ha tenuto la prima Lectio Minghetti organizzata dall’Istituto Bruno Leoni a Torino nel 2010. Il testo della conferenza, intitolata “Il fallimento degli Stati sovrani nell’Unione Europea: una prospettiva comparata”, è stato pubblicato da IBL Libri ed è disponibile come volume tradizionale ed e-book.
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