“Una moneta è una moneta è una moneta”
Breve indagine poetica sull’euro
Desidero ringraziare il Consigliere Natale D’Amico, per i suoi preziosi suggerimenti e per il riferimento a “Il nome della rosa”.

Definire cosa sia la moneta, specie da quando il suo valore nominale è stato sganciato dal valore intrinseco, è un po’ come sciogliere il nodo di Gordio.

Oggi la questione si complica ulteriormente dal momento che si invoca  il soccorso all’euro, una delle monete più importanti in corso, attraverso interventi istituzionali e prestiti di ultima istanza, e così diventa sempre più difficile ricordarsi che la moneta nasce come intermediario degli scambi collegato a un valore “naturale”, piuttosto che come una carta stampigliata col sigillo delle banche centrali.

Persino i più convinti liberisti, fatte salve poche eccezioni, di fronte al tracollo dell’economia e della finanza dei paesi europei ritengono che la soluzione, almeno nel breve termine, sia quella di aumentare i poteri di intervento della Banca centrale europea, consentendole di divenire prestatore di ultima istanza e quindi di poter emettere moneta illimitatamente.

Pur consapevoli della criticità del momento, ci domandiamo se questa sia la soluzione corretta per ristabilire  condizioni di normalità e sviluppo.

Una maggiore emissione di  moneta da parte della BCE con molta probabilità, più che tranquillizzare i mercati, tranquillizzerebbe gli Stati, che potrebbero così più facilmente sfuggire al dovere di spendere al meglio i soldi prelevano dalle tasche dei cittadini. A ciò si aggiunga l’effetto di rendere ancora più incerto il valore della moneta, con l’inconveniente di lasciare sempre più i mercati e i risparmi alla mercé di una politica monetaria autoreferenziale.

Per spiegare meglio i rischi di una moneta sempre più titolo di credito valutato centralmente e sempre meno stabile intermediario degli scambi e riserva di valore, vogliamo provare ad abbandonare per una volta i trattati di economia e di finanza per affidarci alla poesia.

Uno dei versi più famosi scritti da Gertrude Stein, da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo di questo divertissement, è «Una rosa è una rosa è una rosa» (comparso per la prima volta in Sacred Emily, 1913).

Verso ripetitivo e criptico che valse alla poetessa anche qualche critica, ma che venne poi compreso come l’essenza del rapporto tra significato e significante, tra la realtà materiale, la parola che la esprime e l’idea che la pensa. Così, che “una rosa sia una rosa sia una rosa” sottintende la relazione costitutiva tra essere, linguaggio e pensiero. La concreta realtà di una rosa non vivrebbe se non ci fosse una parola alla cui pronuncia si associa l’idea di quella realtà.

È questa una verità esperienziale e filosofica assodata nel pensiero idealista, che noi – non ce ne vorrà la Stein – abbiamo piegato all’esigenza di sottolineare come, nel fenomeno monetario, la realtà sia ciò che una finzione ha consentito che fosse, o – volendo – che la finzione sia la realtà.

La storpiatura del verso steiniano in “una moneta è una moneta è una moneta”, allora, sta a significare che la nostra moneta non si rapporta a una realtà materica più di quanto non si rapporti all’idea che le banche centrali vogliono avere e dare di essa, a ciò che decidono sia moneta, al valore che le danno, il valore – come dice la parola – nominale. O, volendo, sta a significare che la moneta è realtà (valore intrinseco), illusione (valore nominale) e parola (valore convenzionale).

Come scrisse Goethe nel suo saggio sul Simbolismo (Werke, Weimarer Ausgabe, cap. XII, XXI): «Né le cose né noi stessi troviamo piena espressione nelle parole. Qualcosa come un nuovo mondo è creato attraverso il linguaggio, che consiste di essenziale e incidentale. Verba valent sicut nummi. Ma ci sono diversi tipi di moneta: oro, argento, e monete di rame, o cartamoneta. Le monete sono reali; la cartamoneta è solo convenzione.»

Una convenzione  su cui ormai, certo, non si torna indietro, ma la considerazione di Goethe ricompare calzante pensando, in momenti economicamente e finanziariamente critici come l’attuale, al pericolo di correre ai ripari soffiando su pezzi di carta per renderli moneta.

A questo potere si è infatti tentati di ricorrere quando, nell’emergenza di risolvere le crisi della finanza pubblica, i governi, se non possono aumentare le tasse, preferiscono stampare nuova moneta anziché diminuire le spese.

Ancora una volta, è Goethe che può aiutarci a comprendere la natura di questo potere.

L’Autore non fu soltanto un uomo di lettere e scienze. Eclettico e “universale”, si interessava anche di diritto, politica e arte del governo, tanto da essere consigliere e ministro alla corte del duca di Sassonia-Weimar.

Non sorprende dunque che egli abbia inserito, tra i versi e le allegorie di quella che è una delle opere più importanti della moderna cultura occidentale – il Faust – una raffinata critica della cartamoneta di straordinaria simbologia e allarmante attualità, benché all’epoca in cui scriveva non fosse ancora così agevole intravedere le derive del corso legale.

Goethe lavorò al Faust praticamente per tutta la vita: lo iniziò nel pieno della giovinezza, per concluderlo appena un anno prima della morte. L’opera fu completata in varie tappe, anche distanti nel tempo. Un primo manoscritto, del 1773, venne pubblicato postumo, quando fu scoperto nel 1887 a Weimar. Dal 1790, anno in cui Goethe pubblicò invece il primo “frammento” (Faust, ein Fragment), al 1808 l’Autore ideò l’intera opera, alla quale lavorò fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1808 fu quindi pubblicata la Prima parte (Faust, der Tragödie erster Teil) e nel 1832, dopo la sua morte, la Seconda parte, conclusa un anno prima (Faust, der Tragödie Zweiter Teil).

Nella seconda parte, troviamo Faust dormiente, reduce dalle dolorose avventure di Margherita. Ritemprato dal lungo sonno, carico di energia e curiosità, viene condotto da Mefistofele a scoprire il “grande mondo”. Essi si recano così alla corte di un frivolo sovrano tedesco (scena del Palazzo Imperiale), il quale chiede a Mefistofele di prendere il posto di buffone presso una corte «in cui si cerca di sfuggir gli affanni e scordarsi che il mondo ha dei malanni». Il regno, infatti, è percorso da una grave crisi e la festa in maschera in cui i due protagonisti si sono imbattuti viene rovinata dalle preoccupazioni dell’imperatore. Il tesoriere incalza e sottolinea che «de l’or sprangate sono ora le soglie, ognuno gratta, ognuno raspa, raccoglie, ma tutte vuote son le casse giù». Da mangiare non manca, i beni in natura continuano copiosi, ma i forzieri del regno si sono svuotati.

Il parallelo con la situazione italiana contemporanea, in cui un risparmio privato ancora consistente viene minacciato dal debito pubblico, è lampante: «certo, ai cuochi laggiù non manca niente: anatre, lepri ed oche, galline, cervi, cinghiali, daini, tacchine; gli emolumenti concessi in natura sono sempre una rendita sicura». Ma «se in altri tempi giù nelle cantine s’allineavano botti senza fine col vin dei luoghi e degli anni migliori, pian piano l’ha asciugato netto netto lo sbevazzar dei nobili signori. Il Municipio aprir deve il suo spaccio, al boccale e al bicchier s’allunga il braccio».

Davanti ai lamenti dell’imperatore e dei suoi funzionari, Mefistofele-buffone ha pronta la soluzione: «valor non ha ciò che non hai contato, peso non ha ciò che non hai pensato, e valore veruno non darai che all’oro che tu stesso conierai.» Mefistofele suggerisce dunque di cercare l’oro nelle vene dei monti, dando così esordio alla moneta cartacea rappresentativa del credito convertibile in oro. Occorre sottolineare, per inciso e ad onore della lungimiranza e del talento di Goethe, che questi versi sono stati scritti nella prima metà dell’800, quando tale sistema si stava affermando ma non era ancora consolidato dalla nascita delle banche commerciali.

Ad ogni modo, di fronte alle titubanze del re e della corte, Faust, travestito da astrologo, asseconda l’idea di Mefistofele, ricordando che il sole stesso è oro puro. La magia impersonata da Faust soccorre dunque la follia impersonata da Mefistofele nell’escogitare la nascita della cartamoneta.

Grazie alle rassicurazioni di Mefistofele, la festa riprende  per tutta la notte (scena del Gran Salone). La mattina seguente, conclusi i bagordi e i travestimenti, il maresciallo entra frettoloso in scena gridando che «tutti i debiti sono saldati, agli strozzini tacitati». Cosa è mai successo lo spiega il cancellerie, che prende in mano «un foglio fatale» da cui legge: «Sia reso noto a tutte le persone: questo biglietto val mille corone. Lo garantisce in tutta sicurezza nel suol sepolta l’imperial ricchezza. Ora in coscienza si provvederà a che il tesor, nello stesso momento in cui dal suolo cavato sarà, serva al biglietto di risarcimento». Ecco, dunque, l’allegoria mefistofelica della nascita della banconota come titolo di credito nei confronti di una banca depositaria dell’oro.

L’imperatore, incredulo e diffidente, grida che questo sistema «ha l’aria di una truffa colossale», ma il tesoriere gli rammenta di aver sottoscritto il biglietto nell’incoscienza della festa, quando egli stesso e il cancelliere, mascherato da Gran Pane, lo hanno sedotto a chiudere con gioia la festa e fare felice il suo popolo con un tratto di penna. «Chiaramente firmasti, e in questa notte fur le firme a migliaia riprodotte». L’imperatore, persuaso della bontà di questa astuzia e dalla felicità e prosperità che si appresta a vedere, ringrazia Mefistofele per il grande beneficio ricevuto e, in segno di gratitudine, affida a lui e a Faust «i sotterranei regni» dove giace l’oro. Il tesoriere, fiducioso e soddisfatto, commenta: «pericolo non c’è che facciam bega; mi piace avere un mago per collega».

Conquistato dalla gioia dei sudditi, l’imperatore decide di dispensare regali e doni, e fogli piovono magici e copiosi a soddisfare i loro capricci. La città ora «brulica gaia, allegra, viva» mentre, come nota Faust, «la copia dei tesori che la terra addormenta giù nel fondo serra, inutil giace; ricchezza sì vasta, che il pensiero più alato pur non basta a immaginar; la fantasia più piena misurarsi con essa potrà appena. Ma lo spirto che giù nel fondo vede nell’infinito ha una infinita fede». 

Questo doppio passaggio, della consegna a Mefistofele-buffone e a Faust-astrologo dei regni “sotterranei” e delle profetiche parole di Faust circa l’inutilità delle vene aurifere come depositarie del bene convertibile è quel che più rende profetiche e centrate le allegorie dell’opera rispetto allo sviluppo della moneta legale. Ritorneremo su questo punto a breve, ma prima il linguaggio e l’immaginazione di Goethe meritano qualche ulteriore approfondimento.

Si è detto già che l’imperatore, prima che Mefistofele sveli la sua proposta, lo investe del ruolo di buffone di corte (Mein alter Narr ging, fürcht’ich, weit ins Weite; Nimm seinen Platz und komm an meine Seite: «Il mio vecchio buffone è ito, ohimè; prendi il suo posto e siedi qui con me»). In tedesco, la parola utilizzata è narr, che esprime sia il concetto di giullare che quello di pazzo: l’invenzione della cartamoneta sarebbe dunque una diabolica e insana carnevalata. Come se non bastasse, Mefistofele – per corroborare la sua proposta – chiama in soccorso Faust, mascherato da astrologo. A sostegno di questa folle idea interviene dunque la magia: d’incanto – è proprio il caso di dirlo! – la carta si muta in oro.

Altra metafora di straordinaria efficacia è l’inconsapevolezza con cui l’imperatore, preso dalla baldoria della mascherata notturna, sottoscrive le banconote. Questo momento non viene nemmeno narrato da Goethe, quasi a significare la totale opacità dell’operazione, ma se ne dà conto nella scena della mattina seguente, quando, conclusi i festeggiamenti, l’imperatore apprende dell’esistenza di banconote firmate a suo nome e grida al delitto di «truffa colossale». Fuor di metafora, stampare banconote è per l’Autore un atto incosciente, possibile solo in mancanza di senno.
Dissennatezza che prosegue nella scelta, questa volta consapevole, di affidare le miniere, i tesori sepolti che fungono da riserva, a Mefistofele e a Faust: luoghi reconditi chiamati da Goethe “regni sotterranei”, ad evocare l’oscurità profonda degli inferi.

Il primo a compiacersi dell’incarico sarà, ancora una volta con forte pregnanza simbolica, il tesoriere, che non può che rallegrarsi di avere un mago per collega, capace di trasformare in oro tutto quel che vuole (zauberer, che vuol dire anche illusionista).

Il verso e l’immagine più inquietanti sono però quelli che Goethe affida alla parola di Faust: come abbiamo già detto, mentre già il regno gusta una ricchezza effimera, egli profetizza l’inutilità dei tesori che dovrebbero fungere da riserva: «la fantasia più piena misurarsi con essa [la ricchezza del sottosuolo] potrà appena». Presto dunque, catturati dalla facilità di moltiplicare la moneta (ha appena detto il tesoriere: «[…] in questa notte fur le firme a migliaia riprodotte. A che tutti ne avesser beneficio, la serie stampigliar fu nostro ufficio: da dieci, venti, da cinquanta, cento»), gli uomini sostituiranno la conoscenza diretta delle riserve sotterranee con la fiducia, anzi la fede (vertrauen), che esse siano infinite: «Ma lo spirto che giù nel fondo vede nell’infinito ha un’infinita fede».

Il gioco, ormai, è concluso: le riserve saranno inutili perché si vorrà credere, fideisticamente, che siano infinite, e nemmeno il pensiero potrà più afferrare la moltiplicazione avvenuta (l’infinito è grenzenlos, l’illimitato, lo sconfinato che né la mente né l’immagine possono cogliere). La moneta si baserà quindi sulla fede, e non più su una realtà concreta e stabile.

Come ha scritto Vittorio Mathieu, il fenomeno inflazionistico è stato narrato con l’unico genere che poteva rappresentarlo, la farsa: l’invenzione della moneta è un folle inganno demoniaco, come un paio di esperienze, ricordate sempre da Mathieu, avevano appena confermato (Cancro in Occidente. Le rovine del giacobinismo, Editoriale Nuova, 1980, p. 220). 

Goethe scrive infatti qualche decennio dopo il fallimento del sistema monetario ingegnato da John Law. L’economista scozzese, benvoluto dal duca Filippo II d’Orléans, reggente del trono francese, venne incaricato dallo stesso di risanare le finanze pubbliche francesi, attraversate da una profonda crisi monetaria e finanziaria. Applicando la sua teoria favorevole alla moneta cartacea, Law architetta un sistema basato sull’emissione forzosa dei biglietti e sulla moltiplicazione dei titoli azionari. Il sistema durò solo pochi anni, dal 1716 – anno di istituzione della banca centrale – fino all’inizio del decennio successivo, quando i risparmiatori, allarmati dal crollo del valore dei titoli e delle banconote, cominciarono a vendere precipitosamente le azioni e a esigere la conversione degli assegni.

John Law venne immediatamente ridicolizzato da Montesquieu, che aveva conosciuto il finanziere in un soggiorno a Venezia. Nella XLII delle sue Lettere persiane, pubblicate nel 1721 – ad appena un anno di distanza dall’ultimo tentativo da parte di Law di salvare la sua invenzione riducendo con decreto, tra le altre misure, il valore dei biglietti monetari e delle azioni e vietando di indossare e fabbricare gioielli – Montesquieu riporta il frammento fittizio di un antico mitologista.

In esso si narra la storia di un figlio di Eolo che, non accontentandosi degli otri di vento che il padre gli aveva insegnato ad accantonare, inizia a girare il mondo in cerca di fortuna. Approda così nella Betica, dove «l’oro splendeva dappertutto», e cerca di convincere gli abitanti ad abbandonare oro, argento e gemme: «[…] voi credete d’essere ricchi perché avete oro e argento. Il vostro errore mi fa pietà. Credetemi, lasciate il paese dei vili metalli, venite nel regno dell’immaginazione; e vi prometto ricchezze sbalorditive».

Davanti alla ostinata diffidenza degli abitanti, il giovane ordina loro di consegnare l’oro e affidarsi all’immaginazione per pagare i creditori con ciò che hanno immaginato, invitandoli ad immaginare a loro volta. Gli abitanti sono ancora sospettosi, e al giovane non resta che pretendere la metà dell’oro, finché non si rassegnerà a chiedere di riunire le ricchezze in uno stesso deposito. Avvenuto il deposito, immantinente ne spariscono i tre quarti.

La sovrapposizione del personaggio di Law all’avventuriero truffatore di questo mito aggiunge alla farsa diabolica di Goethe la severa satira di Montesquieu.

Goethe aveva senz’altro in mente, oltre al sistema di John Law, le vicende degli assegnati. L’assignat nacque sotto la Rivoluzione francese come titolo di prestito emesso dal Tesoro, il cui valore era assegnato, appunto, sui beni della Corona, della Chiesa e dei nobili. Ben presto, la difficoltà di vendere i beni a cui gli assegnati erano agganciati e le necessità finanziarie fecero abbandonare la limitazione quantitativa e attribuire alle banconote corso legale. La perdita di valore degli assegnati, collegata alla loro moltiplicazione, fece capitolare il sistema, finché nel 1797 l’Assemblea nazionale tolse il corso forzoso.

Con la mente rivolta a queste esperienze, Goethe ci consegna così pagine di magnifica liricità e lucida analisi economica, che possono ancora oggi essere di monito. Non già per un ritorno al gold standard, quanto piuttosto per il memento che la moneta, una volta liberata da ogni valore intrinseco, poggia la sua credibilità e, conseguentemente, la sua stabilità esclusivamente sulla fiducia che gli viene data.

Come i sudditi dell’imperatore di Goethe, anche noi possiamo dare credito all’euro perché ci fidiamo di chi lo gestisce e lo governa, ma se chi lo gestisce e ci governa continuerà a dilapidare la nostra ricchezza (e il risultato di questa politica irresponsabile sono proprio le disperate richieste di rinnovo e salvataggio del debito) tale fiducia non potrà che crollare, e verrebbe quindi meno l’unico sostegno di stabilità alla moneta legale.

È possibile che della rosa, come conclude Umberto Eco il suo celeberrimo romanzo, non ci resti che il nome. Ma, se ciò dovesse avvenire, non saranno giorni felici.
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