Istituto Bruno Leoni
La globalizzazione fa bene all'Africa
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Dalla fine degli anni Sessanta, sono stati stanziati a favore dei governi africani più di 500 miliardi di dollari. Una cifra immensa, esaltante, grande quanto deve esserlo la leva per sradicare la povertà. I risultati non sono però altrettanto spettacolari.

 

A cominciare dagli anni Ottanta, si ricordano almeno un centinaio di tentativi di colpi di stato militare in 29 Paesi del continente. Nello stesso periodo,  l’Occidente ha speso circa 19 miliardi di dollari l’anno in foreign aid – mentre non si fermavano gli episodi violenti che hanno visto governi e forze d’opposizione fronteggiarsi in mezza Africa. Quattro milioni di individui hanno perso la vita, la conta dei rifugiati e degli esuli passa i tre milioni.

 

Un dato più circostanziato: la sola Africa subsahariana ha ricevuto 83 miliardi di dollari in aid fra il 1980 e l’88. Nello stesso periodo e negli stessi Paesi, gli standard di vita sono calati dell’1,2% annuo.

 

Gli aiuti allo sviluppo stanno per tornare ai primi posti dell’agenda politica, grazie a Tony Blair, che farà dell’Africa il centro della discussione al prossimo G8. La paura è che, dall’apposita Commissione istituita dal premier britannico, continuino ad uscire vecchie ricette.

 

La prima cosa da comprendere è che il foreign aid è fallito perché non rappresenta un trasferimento di risorse “da-Paese-a-Paese”, non sono economie, imprenditori, consumatori, idee che entrano in contatto. Sono soldi rastrellati, attraverso la tassazione, dai contribuenti del cosiddetto “primo mondo”, e girati alle élite dei Paesi in via di sviluppo. Il che, ovviamente, rende ancora più attraente il fatto di essere al governo, aumenta la posta in gioco della competizione politica, ingrassa il bottino.

 

Corruzione ed aiuti allo sviluppo s’intrecciano, e così guerra civile e rivolte militari: concentrando nello Stato la maggior parte delle risorse, si armano i disperati e gli ambiziosi.

 

Lo scrisse con sintesi lucidissima Peter Bauer: “il foreign aid non va a favore di quelle figure miserevoli che noi vediamo sui poster, nella pubblicità, ed in altra propaganda a favore dell’aiuto allo sviluppo sui media. Va ai governi, a chi comanda, e le politiche di questi ultimi sono talvolta direttamente responsabili delle situazioni che si vorrebbero emendare. Ma anche in circostanze meno estreme, è sempre vero che gli aiuti vanno a chi comanda: e le loro politiche, incluse le direzioni che imprimono alla spesa pubblica, sono determinate dai loro interessi personali, fra i quali la posizione dei più poveri ha una priorità bassissima”.

 

Bauer – che, dice l’Economist, è stato per l’ideologia degli aiuti allo sviluppo ciò che Hayek fu per la pianificazione, un trapano dolce pronto a trafiggere la muraglia dei pregiudizi – usa argomenti che il tempo non ha scalfito. Se cambiano le giustificazioni contingenti per il foreign aid (si è spenta l’idea per la quale era necessario “comprare” i Paesi poveri, meglio e prima di quanto potesse fare l’Unione Sovietica), il catalogo delle buone intenzioni resta invariato.

 

Fra le risposte di Bauer, alcune meritano particolare attenzione. Gli aiuti non servono perché si limitano ad ungere le ruote della classe politica, punto primo. Ma, punto secondo, anche quando funzionano come strumento di sollievo immediato, per tamponare crisi e carestie, hanno contraccolpi perniciosi. Infatti, confermano alla classe dominante la furba illusione che si possa “avere denaro” indipendentemente dalla struttura d’incentivi, al lavoro nel lungo periodo. In Europa, le carestie di grano ridussero a più miti consigli i mercantilisti, sancendo il buon senso fisiocratico di mantenere aperte le frontiere per servire il pane in tavola. In molti casi, spiegava l’economista ungherese, l’afflusso di quattrini dall’Occidente ha permesso la sopravvivenza di frammenti d’ideologia quale la collettivizzazione forzata delle terre, separando artificiosamente causa (lo sradicamento degli incentivi di mercato) ed effetto (scarsità e devastazione).

 

L’orientamento politico del  foreign aid è evidente quando si constata che esso si situa nella cornice della de-colonizzazione, tenendo di fatto in vita il legame fra Paesi colonizzatori e colonie.

 

Thompson Ayodele, direttore dell’Institute of Public Policy Analysis della Nigeria, un ragazzo semplice e alla mano cui la parola “eroe”, esagerata per contratto, calza invece benissimo, visto che manda avanti fra mille difficoltà una NGO liberista a Lagos, e se il suo Paese uscirà dalla palude del sottosviluppo sarà fra i primi cui dire grazie, ha illuminato questo fatto in occasione di un convegno dell’Istituto Bruno Leoni.

 

“Il 61% degli aiuti allo sviluppo stanziati dal governo francese vanno a Paesi africani francofoni, le proporzioni sono poco diverse se si guarda all’Inghilterra, i fondi belgi sono incanalati nelle ex colonie, Ruanda, Burundi, e repubblica democratica del Congo”.

 

Quindi, ne deduce Ayodele, “i motivi principali per cui gli ex poteri coloniali continuano a spendere soldi in foreign aid hanno a che fare con la necessità di condizionare le ex colonie”.

 

Ma al realismo può accompagnarsi la speranza? Se il foreign aid è uno strumento inutile, se aprire i rubinetti dell’aiuto in moneta non calma la sete, non cura il deserto, la povertà è davvero un destino?

 

Piuttosto, è un problema d’istituzioni. In un saggio del 1983, Peter Bauer esamina le responsabilità alle spalle del “dispotismo e della cleptocrazia” predominanti nell’Africa contemporanea. Per concluderne che “molte società tradizionali africane avevano capi che agivano in modo capriccioso, ma spesso governavano con la mano leggera e con il consenso volontario dei loro suddito. E relazioni commerciali informati dalla mutua confidenza e dalla fiducia nell’integrità personale sono state a lungo comuni fra gli stessi africani, ed i mercanti europei ed i loro consumatori e fornitori africani”. Le cose peggiorano col colonialismo: esso ha “contribuito grandemente alla creazione di un nuovo clima politico che facilitava l’emersione del dispotismo e della corruzione”.

 

L’imposizione dall’alto di istituzioni inadatte, l’arroganza coloniale ed imperiale dell’Occidente, ha il suo contraltare moderno nel buonismo del foreign aid. Si somma così disastro a disastro.

 

Quando una politica dei piccoli passi sarebbe assieme più prudente e più giusta. Ha scritto il Presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni: “la richiesta più grande che facciamo all’Occidente è di aprire i loro mercati. La cancellazione del debito ci ha permesso di risparmiare dei quattrini, ma i soldi veri verranno con lo scambio. Dateci delle opportunità, e noi saremo competitivi”.

 

L’UE è circondata da un scudo doganale di 15.000 dazi. Abbassarlo significherebbe aprire la porta, soprattutto, ai prodotti agricoli africani. Il 75% della popolazione del Kenya, l’80% degli abitanti dell’Etiopia, il 90% di chi vive in Nigeria e Tanzania, il 95% dei cittadini del Burundi sono agricoltori. Tenere in vita il protezionismo agricolo è farsi complici di una catastrofe umanitaria.

(Da L'Indipendente, 7 gennaio 2005)

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