Si baratta la spallata con il futuro del Paese
Prendendo spunto dal referendum sull'acqua, Nicola Rossi spiega le sue perplessità sull'impegno alle liberalizzazioni dell'opposizione
«Sotto questi sì ai referendum il Pd fa uno scambio di piccolo cabotaggio: baratta un risultato politico di oggi -la spallata a Berlusconi - contro un obiettivo futuro di crescita del Paese». Che Nicola Rossi sia un pentito di centro-sinistra è noto al punto da aver presentato le dimissioni, caso unico, da senatore del Pd. Ma l'inversione di rotta dei Democratici sulle liberalizzazioni gli conferma quello che ha sempre pensato: «Che sono stati riformisti per tattica».

Ma lei ha capito qual è la posizione del Pd? Ci sono alcuni distinguo sull'acqua.
I manifesti parlano chiaro, due sì. Non mi sembra ci siano margini di dubbio.

Molti vedono una contraddizione tra lo schieramento referendario di oggi e le lenzuolate di Bersani ieri, anche lei?
Non credo. La mia convinzione è che le scelte della fine degli anni '90 a favore di liberalizzazioni e privatizzazioni furono tattiche. Non a caso, si parlò di riformismo dall'alto perché la sinistra non fece nulla per alimentare quella che era una svolta culturale profonda né per spiegarne le ragioni e creare consenso in una base che era ostile.

Perché parla della fine anni '90? Di liberalizzazioni Bersani ha fatto una bandiera nel Governo Prodi e anche ora.
Il mio punto di riferimento sono quegli anni perché solo allora si parlò di cose serie, di sostanza: di energia, di gas. Nella seconda fase, quella di cui lei parla, ci fu un cambio di calibro: si passò ai farmacisti e taxisti. Ma così le liberalizzazioni sono diventate un modo per differenziare l'elettorato: colpire quello di centro-destra e tutelare l'altro.

Cosa implicano i due sì sull'acqua?
La fine del processo di liberalizzazione, un altolà al mercato. Ma dal punto di vista politico questo fa chiarezza, e se vuole i quesiti sono perfino salutari, perché eliminano ogni margine di dubbio sull'identità del Pd che si mostra per quello che è: coerentemente socialdemocratico. Coerentemente rispetto alla sua classe politica e alla sua base.

Si potrà tornare indietro dopo il referendum e recuperare uno spirito riformista?
Non è questo il punto cruciale. Il problema è che se siamo cresciuti poco in questi ultimi 15 anni molto è dovuto all'assenza di liberalizzazioni e di mercato. Quello che non vorrei sentire sono parole vuote sullo sviluppo del Paese dopo che si è bloccato un processo in tutti i servizi pubblici locali. Tra l'altro con una aggravante: cavalcando la demagogia e non informando.Per quanto riguarda il riformismo non c'è né da una parte né dall'altra ma in politica gli spazi vuoti sono destinati a riempirsi.

Bersani però obietta che c'è una forzatura nella legge.
Dentro i quesiti c'è una questione valoriale profonda: la liberalizzazioni nel servizio e la remunerazione degli investimenti. Mi sarei aspettato che qualcuno dissolvesse la nube che aleggia sopra i test: cioè che l'acqua rischi la privatizzazione. Questo, come sappiamo, non c'è scritto da nessuna parte: un conto è la proprietà un conto è la gestione. Così come nessuno ha spiegato che la rete idrica è largamente inefficiente al Sud e che tra alcuni anni serviranno investimenti nell'ordine di decine di miliardi. Qualcuno ha il coraggio di dire che questi investimenti si tradurranno in vuote tasse per i cittadini?

Ma allora qual è il calcolo del Pd che si spoglia dell'abito riformista?
L'obiettivo è chiaro ed è l'unico di questo appuntamento referendario: il sì sul legittimo impedimento. Quello che sta accadendo è che si scambia un risultato politico di oggi - il no a Berlusconi - compromettendo un obiettivo del futuro, cioè la crescita del Paese. E lo si fa con una demagogia che inquieta.

Da Il Sole 24 Ore, 7 giugno 2011
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