Diego Gabutti
Rassegna stampa
Nei «fuochisti della vaporiera» c'è l'intera parabola dell'economia italiana
Gli economisti del consenso misero in musica per violini e tromboni ogni singola tappa di questa discesa agl'inferi della società italiana
Economista scettico, scrittore elegantissimo, Sergio Ricossa è mancato nel 2016, tra gli ultimi critici del costume e delle pseudoscienze, tra cui la stessa economia, di cui illustrò nei suoi libri accademici e pamphlet (senza che tra questi e quelli fosse poi così importante distinguere) le vanità e le miserie, come pure gli occasionali momenti di grandezza. Editori liberali e liberisti in un paese mai sazio di tifare per i tiranni, ieri per le «democrazie popolari e sostanziali», oggi per quelle «digitali», Rubbettino e IBL Libri stanno meritoriamente ripubblicando le sue opere, affinché se ne conservi la memoria per tempi migliori. Appena ristampato da IBL Libri, la casa editrice dell'Istituto Bruno Leoni, trovate in tutte le librerie online l'e-book dei Fuochisti della vaporiera, sottotitolo «gli economisti del consenso», un libro che uscì nel 1978, in pieno marasma eurocomunista, per i tipi dell'Editoriale Nuova, la piccola ma agguerrita casa editrice che faceva capo al Giornale d'Indro Montanelli, il quotidiano sul quale scriveva Ricossa dopo aver lasciato La Stampa (per le sue stesse ragioni Montanelli e le altre grandi firme del giornalismo milanese avevano lasciato il Corriere della sera).

Nelle avventure dei «fuochisti della vaporiera», che Ricossa raccontava con penna divertita, c'era l'intera parabola dell'economia italiana, dalla ricostruzione al boom, dal centrosinistra nazionalizzatore dell'energia elettrica all'autunno caldo, dal salario «variabile indipendente» al sindacalismo degli agguati e delle «gambizzazioni». Erano anni folli. Vi fu un momento, a metà dei Sessanta, che «il parlamento», racconta Ricossa, «si appassionò a scommettere sul «tasso di crescita»: 4, 5 o 6% l'anno. Era come discutere i pronostici sportivi. Il piano Pieraccini puntava sul 5%, esattamente come aveva fatto il piano Vanoni. Dopo una «lunga e astratta discussione», come si rammaricò Francesco Forte, il parlamento decise: «5%», con legge del 1967. Gli dei in cielo risero».

Ed erano ancora anni tranquilli, prima dei Settanta, quando il paese intero impazzì e i baby-boomens annoiati, bamboccioni e violenti scoprirono la «poesia metafisica» del marxismo-leninismo e decisero che volevano «diversivi: il divertimento, o la ribellione. Possibilmente la ribellione divertente». Ormai «la semplicità arcadica del liberalismo all'italiana (dell'Italia settentrionale?) cambiava da merito a demerito. Non contentava più gli intellettuali, e nemmeno i clienti degli intellettuali: lettori di rotocalchi, spettatori della televisione, presenti a «tavole rotonde», seminari, congressi, frequentatori di librerie «impegnate», di cineclub d'essai, di teatri di avanguardia». Mezzo paese (spaventato e affascinato dal comunismo berlingueriano, che predicava con aria minacciosa le «riforme di struttura» e l'«austerità» che stavano divorando le risorse dell'Europa dell'est, di mezza Asia, di mezza Africa e mezza America latina) semplicemente alzò le mani in segno di resa. «Cominciava», scrive Ricossa, «l'uso e l'abuso dei debiti come panacea; debiti pagati con altri debiti o non pagati mai. Cominciavano gli esercizi acrobatici per vivere sempre e tutti al di sopra dei propri mezzi, mediante l'inflazione in progressione geometrica».

E gli «economisti del consenso»? Trasformati in economisti di ventura, al servizio del modo di produzione italico, pronti a tutto pur di guadagnarci qualcosa, metti un incarico ben pagato in qualche commissione, metti una cattedra immeritata, gli economisti del consenso misero in musica per violini e tromboni ogni singola tappa di questa discesa agl'inferi della società italiana. Trasformarono le dottrine keynesiane in una sorta di sport estremo. (Non era soltanto colpa loro, ma anche del grande economista inglese, che «per impressionare la gente, s'era concesso troppe licenze poetiche. La gente ricordava il suo elogio dei costruttori di piramidi. Non ricordava l'ammissione che erano licenze poetiche»).

Da Italia Oggi, 27 Aprile 2017