Carlo Stagnaro
Rassegna stampa
5 marzo 2021
Che errore cercare d'imporre un monopolio di fatto sulla rete unica
Le reti di tlc non sono monopoli naturali. La rete unica è pertanto dannosa
In Europa lo sviluppo delle reti tlc segue il principio della concorrenza infrastrutturale: ci sono operatori verticalmente integrati, che realizzano le proprie reti e altri che offrono i loro servizi sulle infrastrutture altrui. Le modalità d'accesso alle reti sono determinate dalle autorità di regolazione.

Fuori dall'Ue, due paesi - Australia e Nuova Zelanda - hanno scelto un modello alternativo, scorporando le infrastrutture dai servizi, sulla scorta di quanto accade nei settori energetici. I risultati sono deludenti: in particolare, il piano australiano «si è tradotto in aggravi di spesa e scadenze fuori controllo, senza peraltro alleviare il profondo ritardo tecnologico in cui il paese continua a versare», ha scritto Massimiliano Trovato in uno studio dell'Istituto Bruno Leoni.

Su questo fronte, l'Italia ha un problema duplice. Non solo è l'unico Stato membro ad aver imboccato la via della rete unica e separata, ma i continui ritardi paralizzano ciò che tutti indicano come una priorità: il potenziamento della banda larga. Abbiamo adottato contemporaneamente due modelli e come l'asino di Buridano siamo incapaci di scegliere. Solo che in questo caso i due cumuli di fieno non sono uguali tra loro: da un lato ne abbiamo uno reale e concreto, dall' altro una specie di Eldorado sempre promesso e mai raggiunto. Nel mezzo, una questione seria da affrontare, quella della copertura nazionale dell'infrastruttura tlc.

Nella scorsa legislatura, attraverso il Piano Bul, abbiamo distinto aree grigie e nere (dove già esistono una o più reti in banda larga) da quelle bianche (che ne sono sprovviste). Poi sono stati organizzati dei bandi, affidati a Infratel, ed è stata creata appositamente in pancia a Enel la società Open Fiber, unico operatore nazionale «wholesale only», cioè retista puro. OF ha vinto tutte le gare. Fin lì, era fatta salva la continuità col modello europeo di concorrenza infrastrutturale, seppure in qualche modo viziata dalla fabbricazione «in vitro» di un soggetto nuovo.

Poi qualcosa si è inceppato: Cdp è entrata nel capitale di Tim e di Open Fiber, società della quale aspira adesso a ottenere la maggioranza. Inoltre si è messo in moto il progetto per la rete unica. Il paradosso di questa idea - sostenuta dal Governo Conte bis - è che pretende di imporre un monopolio di fatto (se non di diritto) là dove c'è stata e c'è concorrenza.

L'analogia coi settori energetici è sbagliata proprio per questo: la separazione proprietaria di Terna e Snam dipende dal fatto che le rispettive reti sono monopoli naturali. Le reti di tlc, al contrario, non lo sono. La rete unica è, pertanto, due volte dannosa: in primo luogo perché imporrebbe una pianificazione degli investimenti invece di farli emergere dal basso attraverso le dinamiche concorrenziali, inoltre perché imporrebbe un unico modello di business quando invece ne possono coesistere molteplici.

Tanto più assurdo sarebbe estendere questo ragionamento al 5G: se c'è un mercato nel quale la liberalizzazione all'italiana si è rivelata efficace è proprio quello delle telecomunicazioni mobili. Rovesciando il motto anglosassone, se funziona non romperlo.

La via d'uscita dunque può trovarsi nello strumento del co-investimento, nell'ambito del quale Tim ha appena presentato una proposta attualmente al vaglio dell'Agcom. In questo modo, diversi operatori possono collaborare senza pregiudicare le rispettive strategie e preservando il diritto all'accesso. Il co-investimento rappresenta la proiezione naturale dell'operazione Fibercop, in cui Tim ha conferito la sua rete secondaria: l'esito dell'operazione dipende sia dalle valutazioni del Garante, sia dal coraggio con cui Tim vorrà reagire alle eventuali osservazioni e prescrizioni, sia dal pragmatismo del governo.

Da MF – Milano Finanza, 5 marzo 2021