Enrico Marro
Rassegna stampa
Meglio vivere in un Paese globalizzato o protezionista?
L’Indice della Globalizzazione dell’Istituto Bruno Leoni offre un quadro della situazione
Conviene vivere in un Paese aperto al commercio internazionale o in uno chiuso nei suoi confini da dazi e tariffe? A cercare di dare una risposta scientifica al domandone è un recente studio dell’Istituto Bruno Leoni, l’Indice della Globalizzazione, che ha creato una classifica del grado di apertura di 39 Stati in base a tre criteri: l’esposizione agli scambi globali, la capacità attrarre o generare investimenti diretti esteri, il grado di connettività dei Paesi e la loro partecipazione ai mercati mondiali della conoscenza. Tra i Paesi più globalizzati troviamo Irlanda, Malta e Danimarca, mentre i meno permeabili agli scambi sono Arabia Saudita, Indonesia e India. L’Italia si ritrova a metà classifica, appesantita dai suoi ritardi nell’attrarre investimenti diretti esteri.

Ma torniano alla domanda di base: conviene vivere in un Paese globalizzato? Lo studio conferma come l’apertura al commercio mondiale presenti una forte correlazione positiva col Pil pro capite (espresso a parità di potere d’acquisto). E' invece correlato negativamente con la disoccupazione, sia totale che giovanile o femminile: più uno Stato è aperto agli scambi globali, insomma, meno disoccupati ha. Lo studio nota come i due indicatori (indice di globalizzazione e tasso di occupazione) si siano temporaneamente disaccoppiati durante la Grande Crisi, a cui però ha fatto da contraltare una ripresa più rapida dell’occupazione in corrispondenza della ripartenza degli scambi globali, con maggior vigore proprio nei Paesi in vetta alla classifica.

Ma l’indice elaborato dall’Istituto Bruno Leoni esamina anche il legame tra l’apertura commerciale e una serie di indicatori sociali e di sostenibilità. Scoprendo che i Paesi più esposti alla globalizzazione tendono ad avere meno diseguaglianze interne, un più elevato indice di parità di genere nel tasso di scolarizzazione per la fascia di età 15-24 anni e minori livelli di inquinamento. «È suggestivo pensare che sia proprio la consapevolezza di partecipare alla comunità globale a spiegare il maggior livello di progresso sociale nei Paesi più aperti agli scambi», suggerisce il report.

Infine lo studio analizza la relazione tra l’apertura commerciale e la composizione dell’economia, confermando come i Paesi con una maggiore presenza manifatturiera tendano ad avere una maggior permeabilità rispetto agli scambi globali. Per le sue caratteristiche produttive e per l’elevata intensità di capitale che caratterizza la moderna “fabbrica”, l’industria manifatturiera ha una vocazione naturale verso l’internazionalizzazione. Questo a cause del fenomeno di integrazione globale delle catene del valore che da tempo interessa l’industria mondiale: i processi e la specializzazione produttiva, infatti, sono ormai tali da aver raggiunto un elevato livello di internazionalizzazione, obbligando l'industria manifatturiera a cercare assetti organizzativi globali.

Inoltre la regolamentazione dei beni è più facilmente standardizzabile rispetto a quella dei servizi, e questo rende più difficile l’adozione di misure protezionistiche “nascoste”. Attenzione però, perché la crisi ha messo sotto stress le industrie nazionali, che non di rado si sono fatte portatrici di richieste di chiusura dei mercati. «È cruciale, in questo senso, mantenere alta l’attenzione alle evoluzioni normative - conclude lo studio - le quali, se dettate dalle emergenze politiche, possono comportare elevati costi di lungo periodo».

Da Il Sole 24 Ore, 3 maggio 2017