Carlo Lottieri
Rassegna stampa
16 giugno 2020
Max Weber, l'anti-Marx a cent'anni dalla morte
Per Weber la cultura può essere il motore dell'economia nel suo insieme
Giurista, sociologo, metodologo delle scienze sociali e storico dell'economia, Max Weber è stato uno dei principali protagonisti della cultura moderna. Nato a Erfurt (in Turingia) il 21 aprile del 1864 in una famiglia dell'alta borghesia (il padre era stato membro del Parlamento tedesco), da giovane compie studi giuridici, ma subito evidenzia un forte interesse in varie altre direzioni, a partire dall'economia. Benché ostacolata da una depressione che per anni gli impedirà di studiare, la sua ricerca intellettuale si svilupperà su vari piani e sarà presto al centro di molteplici controversie, soprattutto in ragione di alcune sue intuizioni di notevole originalità.

Da vari punti di vista, il lavoro weberiano più importante resta Economia e società: un trattato di sociologia a vasto raggio (una parte indaga, con originalità, perfino la relazione tra musica e società) che però egli non riuscirà a portare a termine, dato che il 14 giugno 1920 morirà dopo avere contratto la «spagnola». La sua opera tuttora più celebre è comunque L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, del 1905: uno studio con cui egli intese rinvenire l'origine dell'economia moderna, basata su capitale e profitti, nello sviluppo di taluni tratti propri delle confessioni protestanti e, in modo particolare, del calvinismo.

In sintesi, la tesi weberiana è che la teoria della predestinazione (secondo la quale è la Grazia divina che ci salva, non sono le nostre opere) introduce nell'umanità una separazione tra salvati e dannati, e i primi sono chiamati a ricevere – oltre alla vita eterna – una piena manifestazione della loro «elezione» anche su questa terra. Ne discende che lo stesso successo economico sarebbe un segno di questa volontà di Dio. A giudizio di Weber, l'imporsi di tale visione teologica avrebbe indotto a una sorta di «ascesi intramondana», legata al fatto che imporsi negli affari confermerebbe la propria destinazione ultraterrena. In altre parole, il rigorismo puritano – che certo può favorire lo sviluppo delle attività economiche capitalistiche – sarebbe un effetto inatteso di questa nuova concezione religiosa, legata alla Riforma.

La tesi weberiana fu molto criticata dagli storici, non fosse altro perché una parte rilevante delle aree europee più interessate dal capitalismo (dalle Fiandre all'Italia settentrionale, alla Baviera) non è mai stata investita in maniera significativa dalla Riforma e tanto meno dalla sua versione calvinista. Tra gli altri, scriverà testi interessanti in materia un giovane Amintore Fanfani, negli anni Trenta professore alla Cattolica di Milano. Va detto, però, che fin dal titolo Weber voleva porre l'accento più sullo «spirito» del capitalismo (ossia, su una certa ossessione per il profitto che, a suo dire, starebbe al cuore dell'economia moderna) che non sul capitalismo stesso.

In ogni caso, la vera originalità della tesi avanzata da Weber stava nel suo rovesciare la logica di Karl Marx. Mentre nel Capitale le idee – così come il diritto, lo Stato, la stessa religione – non erano altro che una proiezione dei rapporti economici quali relazioni di sfruttamento (semplici «sovrastrutture» chiamate a tutelare l'ordine sociale), con Weber si sottolinea come la cultura possa essere essa stessa il motore dell'economia nel suo insieme. Con il saggio del 1905, insomma, lo spirito prende la sua rivincita sul materialismo.

Il volume sul capitalismo, a ogni modo, è solo uno dei molti contributi di primaria importanza offerti da Weber, a cui si deve pure una riflessione originalissima sulla metodologia delle scienze sociali: diritto, politica, sociologia, storia e via dicendo. Secondo lo studioso tedesco, infatti, la comprensione dei fenomeni sociali esige che s'intenda il senso della singola azione umana e di come le diverse azioni interagiscono tra loro. Il cosiddetto «individualismo metodologico», basato sull'idea che soltanto gli individui agiscono (non esistono quindi «classi» o «nazioni» in grado di fare e decidere) e che l'ordine sociale risulta dall'incrociarsi di queste singole attività, trova proprio in Weber una delle formulazioni più nette.

Oltre a ciò, egli sarà il teorico di un'impostazione destinata a riscuotere un enorme successo: l'idea che la scienza debba essere «avalutativa» (wertfrei) e che quindi il ricercatore debba evitare di farsi in qualche modo condizionare da valori, credenze, principi morali. Questa prospettiva, che tra gli altri sarà molto contestata da Leo Strauss in un celebre saggio, era anche connessa a una riflessione sul ruolo del professore universitario quale funzionario di Stato.

Quest'ultima considerazione obbliga a tenere in considerazione il profilo, per così dire, ideologico di Max Weber, su cui molti si sono soffermati, ma che rimane comunque di difficile collocazione. Tra le figure più eminenti di quel gruppo di intellettuali che, alla fine della Prima guerra mondiale, elaborò la Costituzione repubblicana di Weimar, nella sua militanza pubblica Weber mescolò tratti democratici, socialisti, liberali e pare nazionalisti (basti leggere talune sue pagine, per vari aspetti piuttosto spiacevoli, sul tema dei contadini polacchi). Da questo punto di vista, da numerosi scritti weberiani emerge una visione piena di ammirazione nei riguardi dello Stato, che se da un lato è letto in termini realistici, dall'altro è considerato all'origine del trionfo della società europea.

Max Weber era perfettamente consapevole dei tratti inquietanti delle strutture pubbliche (basti pensare alla sua formula, divenuta celeberrima, della «gabbia d'acciaio»), ma era pure persuaso che la società europea moderna si fosse imposta a livello globale non già nonostante lo Stato, ma grazie a esso.

Questa tesi sarà contestata da taluni autori liberali (si pensi al saggio di Jean Baechler su Le origini del capitalismo, del 1971), ma certo Weber continua a rimanere un riferimento cruciale per quanti hanno visto nella burocrazia statale di matrice francese il tratto peculiare dell'Occidente moderno.

dal Corriere del Ticino, 16 giugno 2020