Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Lo Stato ci difenda dal clima
Servono nuove protezioni
Sono tante le immagini del declino. Una di queste è l'Italia squassata dai disastri atmosferici: l'acqua alta a Venezia, una maledizione inaccettabile nella più bella città del mondo; le esondazioni in Emilia e Toscana; la Val Pusteria isolata. L'impressione di essere in balia degli elementi è tanto più insopportabile in un Paese dove la spesa pubblica arriva a metà del Prodotto interno lordo: che senso ha avere uno Stato che costa così tanto, se non ci protegge nemmeno da eventi "estremi" come questi? In realtà la situazione è un po' più complicata.

Le difficoltà di questi giorni rivelano un segreto di Pulcinella: la cattiva qualità della spesa italiana, che reca impressi i segni di decenni di decisioni politiche di stampo clientelare.

Il fallimento dello Stato è cosa patente. Le possibili soluzioni sono tuttavia molto diverse: a seconda dei luoghi e delle circostanze. Non basta, insomma, immaginare aumenti o rimodulazioni della spesa.

Da una parte, lungaggini e difficoltà delle procedure e una burocrazia barocca non aiutano le amministrazioni locali. Ha poco senso immaginare "leggi speciali", più o meno equipaggiate con un'adeguata dotazione finanziaria, se poi la buona manutenzione è resa difficile da un continuo diluvio di regolamenti. Se dei 9,5 miliardi stanziati nel 2014 per il dissesto idrogeologico ne sono stati spesi solo 3, è probabilmente questo il motivo.

Dall'altra, in alcuni casi (pensiamo alla buona manutenzione di molte aree boschive) si assiste a una autentica "tragedia dei beni comuni": non è evidente chi vanti il diritto di proprietà su una certa area e su una certa risorsa. Cercare di definire diritti, e responsabilità, chiare è un passo necessario.

Si continua a sentire, nel nostro Paese, la mancanza di una assicurazione contro disastri di queste proporzioni. Il vantaggio del ricorso a un'assicurazione privata è tutto sul versante della prevenzione: siccome l'assicurazione deve poi "pagare i danni", avrà interesse a tarare il premio sui rischi.

Se pensiamo al patrimonio edilizio nazionale, l'abusivismo è, in tutta evidenza, un problema. Il mancato rispetto di taluni standard, pure. Ma non è che manchino norme per le costruzioni: spesso mancano le risorse per farle rispettare. La rete di controlli è inefficiente e non potrebbe essere altrimenti neppure se ci fosse un poliziotto per impresa, o per palazzo. Un'assicurazione sarebbe più attenta.

Per evitare che i premi non siano altissimi per chi vive in aree a rischio, l'assicurazione dovrebbe essere obbligatoria per tutti: come una RC auto. Il che richiederebbe una decisione politica chiara, e soprattutto adeguati incentivi fiscali.

I disastri di questi giorni sono lo specchio del declino dell'Italia anche perché nessuno di questi argomenti è nuovo: ne parliamo almeno dal terremoto dell'Aquila.

A livello globale, sappiamo che il costo degli eventi estremi diminuisce. Le perdite economiche causate da disastri di vario tipo (dalle inondazioni ai terremoti) sono passate dal valere lo 0,3% del Pil mondiale nel 1990 allo 0,25%. Per quel che riguarda gli eventi legati al clima, siamo scesi dallo 0,3 allo 0,2% del Pil mondiale. Al di là dell'impatto del cambiamento climatico, ciò che avviene è che società più ricche sanno attrezzarsi meglio per venire alle prese con situazioni estreme. La globalizzazione che ha portato milioni di persone al di fuori della povertà, soprattutto in Asia, ha dunque consentito loro anche di avere case più solide, strade migliori, infrastrutture più moderne.

Noi invece siamo un Paese dove la produttività non cresce da un ventennio e che purtroppo è ancora lontano dai livelli di reddito pre-crisi. Crescere non sarà una panacea, ma se non cresciamo è improbabile che impareremo a difenderci meglio da eventi estremi di qualsiasi natura.

da La Stampa, 18 novembre 2019