Carlo Lottieri
Rassegna stampa
Libertà, proprietà e natura
Libertà individuale e natura non sono in conflitto tra loro
Nel dibattito pubblico si tende ad opporre le ragioni della protezione dell'ambiente e quelle del rispetto dei diritti degli individui, a partire dalla facoltà d'intraprendere e disporre dei propri beni. È come se ambientalismo e capitalismo dovessero per forza entrare in conflitto: al punto che pure quanti cercano una qualche armonizzazione tra le esigenze della natura e quelle della libertà finiscono spesso per individuare un compromesso che sacrifica – almeno in parte – la protezione della libertà, da un lato, oppure la tutela della natura, dall'altro. Alle radici di questa visione vi sono incomprensioni da superare. In effetti, pochi sembrano cogliere come una società di mercato esiga un ordine giuridico posto a tutela dei singoli e che tra i diritti di questi ultimi (fin dai tempi dei Romani) vi è quello a non essere invaso da sostanze inquinanti.

Secondo lo jus civile, chi si fosse reso responsabile di fumi o cattivi odori doveva essere portato davanti a un pretore, che gli avrebbe impedito quell'attività.

Per i giuristi romani, come per l'istituto inglese del «law of nuisance», l'individuo aveva titoli ben precisi sull'aria. Non certo si pensava che avesse una porzione di aria come sua, ma egli disponeva del diritto a non vedere alterato quell'utilizzo dell'aria che egli – come quanti l'avevano preceduto – aveva condotto anche solo con il semplice atto di respirare.

Se in passato era chiaro che la protezione della proprietà altrui era condizione anche della salvaguardia della natura, nel corso del Novecento abbiamo fatto esperienza di come l'espansione dei poteri pubblici abbia permesso devastazioni mai conosciute in precedenza.

Trent'anni dopo il crollo del Muro di Berlino dovremmo ben tenere presente – a imperituro monito – ciò che avvenne in Unione Sovietica, dove la proprietà privata era assente. Eliminare la proprietà comportò la cancellazione di ogni possibile resistenza di fronte ai progetti più aggressivi ed è per questo motivo che quando fu possibile visitare i Paesi posti oltre la cortina di ferro si constatò come il trionfo dello Stato avesse impoverito le popolazioni non solo sul piano economico, ma anche su quello ambientale.

L'episodio più clamoroso riguarda il Lago d'Aral, che a seguito della deviazione di alcuni corsi d'acqua si ridimensionò in maniera impressionante. Il regime sovietico intendeva aumentare la produzione del cotone nell'Uzbekistan, ma la pianificazione territoriale messa in atto portò a uno svuotamento di quell'invaso. Trattandosi di un lago salato, il vento disperse il sale rimasto sul fondo lacustre ormai asciutto, contribuendo a devastare ulteriormente l'equilibrio naturale di tutta l'area.

Questo spiega come molti studi abbiano messo in risalto come tutta una serie di gravi problemi (dall'inquinamento dell'aria alla devastazione dei territori) siano stati in primo luogo la conseguenza di una mancata definizione dei diritti di proprietà. In nome del progresso, dell'interesse generale e dei piani di questo o quel governo si è proceduto a un esproprio crescente dei beni ambientali e delle risorse naturali. Fatalmente da tutto questo è derivata una crescente distruzione dell'aria che respiriamo e del mondo in cui viviamo.

Per questo molte realtà ambientaliste – specie nel mondo americano – da tempo adottano soluzioni basate sulla proprietà e sul mercato. Preoccupandosi, per esempio, di proteggere una costa di rara bellezza da possibili interventi urbanistici queste associazioni schierate a difesa della natura in varie circostanze raccolgono soldi dai privati per comprare quelle coste stesse: così da impedire Qualsiasi scempio Non è neppure necessario comprare l'intera costa, perché può essere sufficiente entrare in possesso di una «servitù» che impedisca ora come domani che il proprietario realizzi talune costruzioni.

L'assunto è assai realistico. In effetti, se ci si affida alle decisioni dei politici d'imporre vincoli, da un lato si svuota l'istituto della proprietà, tanto cruciale per l'autonomia delle comunità e dei singoli, e dall'altro si creano le premesse anche per esiti di segno opposto. Se si accetta l'idea che gli uomini di Stato possano alterare a piacere i titoli di proprietà, è facile che questi regolatori siano catturati da chi vuole devastare l'ambiente e aggredire i diritti altrui.

Libertà individuale e natura, insomma, non sono in conflitto; e solo la difesa della prima può garantire una solida protezione della seconda.

Dal Corriere del Ticino, 6 novembre 2019