Luciano Capone e Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Liberali immaginari
Indagine su una nuova sinistra partorita da Felice e Provenzano
Il Pd ha scelto come suo nuovo responsabile economico Emanuele Felice, storico dell'economia dell'Università Gabriele D'Annunzio di Pescara. Per una strana coincidenza, si tratta dello stesso ateneo dell'ideologo della Lega di Matteo Salvini, l'economista Alberto Bagnai. I due colleghi coltivano opinioni diverse se non opposte su molte cose ma, oltre all'università nella quale lavorano, hanno un'altra cosa in comune: il loro nemico dichiarato. L'uno e l'altro ritengono il "neoliberismo" la causa di quasi tutti i mali economici e sociali del nostro paese, e più in generale del mondo. Il bello è che, partendo da questo presupposto, si accusano a vicenda di essere "liberista": per Bagnai il Pd di Felice è l'espressione del neoliberismo europeista di sinistra e per Felice la Lega di Bagnai rappresenta il neoliberismo sovranista di destra. In questa notte in cui tutte le vacche sono neoliberiste, il confronto politico si basa su un equivoco lessicale e si concretezza nella caccia a un fantasma politico-intellettuale considerato onnipotente.

Non aiuta a fare chiarezza il saggio di Emanuele Felice e del ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano che apre l'ultimo numero della rivista Il Mulino. La confusione anzi aumenta quando i due spiegano che il liberalismo sarebbe la "base ideale" di tutte le opzioni ideologiche su piazza (socialisti riformisti italiani, socialdemocratici tedeschi e svedesi, laburisti inglesi, democratici americani, cattolici sociali e addirittura i comunisti italiani) con l'eccezione di quella neoliberale ("il pensiero neo-liberale... ha rappresentato un tradimento delle premesse più autentiche del liberalismo"). Capita che le vacche siano tutte liberali tranne una, quella con il "neo" davanti.

Felice e Provenzano auspicano un "nuovo socialismo" (un neosocialismo?). Ma non si capisce bene perché quest'ultimo dovrebbe servire a "salvare il liberalismo da sé stesso". Per salvarlo da sé stesso, si finisce per farlo diventare un'altra cosa. Se la parola "liberalismo" ha ancora un senso e richiama una tradizione di pensiero con caratteri ben definiti, assomiglia poco al medley delle tesi della sinistra contemporanea ben confezionato da Felice e Provenzano. Tesi grossomodo così riassumibili: è tutta colpa del neoliberismo.

Settantacinque anni fa, dovendo spiegare in che cosa il "nuovo" liberalismo si distinguesse dal "vecchio", Luigi Einaudi suggeriva che "non esiste alcuna differenza sostanziale, di principio, fra i due liberalismi. Il liberalismo è uno e si perpetua nel tempo; ma ogni generazione deve risolvere i problemi suoi, che sono diversi da quelli di ieri e saranno superati e rinnovati dai problemi del domani". Einaudi propone una sorta di continuità ideologica, che oggi è negata da chi immagina nel "neoliberismo" l'ordito ideologico che giustifica lo status quo del mondo contemporaneo, con i suoi poteri forti e le sue tecnocrazie. Peccato che l'egemonia neoliberista e deregolatrice non è molto verosimile, quando, nei paesi occidentali, la spesa pubblica sfiora la metà del prodotto interno lordo e la pressione fiscale poco ci manca.

Felice e Provenzano provano a risolvere il problema di questa onnipresenza-assenza del neoliberismo offrendo una variante psicologica dell'argomento, nella quale per "l'ideale neo-liberale (...) l'unica cosa che conta davvero è l'arricchimento individuale" (fa anche rima). In questa "indifferenza per la dimensione relazionale della ricerca della felicità" starebbe tutto il senso del neo, dal momento che il vetero-liberalismo aveva interesse per la felicità. Rimandano alla Dichiarazione d'Indipendenza americana, che per la verità parla più prudentemente di ricerca della felicità, dal momento che ai padri fondatori non sfuggiva che la felicità è un abito difficile da tagliare, e comunque un abito su misura.

Di liberalismo ne esistono varianti le più diverse. Più o meno di tutte, il presupposto è il primato del giusto sul bene: l'astenersi, cioè, dall'offrire (dall'imporre) una visione politica di che cosa sia la vita "buona", indicando invece un sistema di regole che consenta per quanto umanamente possibile la coesistenza dei piani individuali. Il succo è appunto che ognuno la felicità prova a cercarsela a modo suo e la politica meno se ne impiccia e meglio è.

Per Provenzano e Felice invece il neoliberismo offrirebbe un modello di vita "buona" in una specie di ricco Epulone con AmazonPrime. "Consumismo e arricchimento individuale" sarebbero l'ideale di crescita personale offerto dal neoliberismo e "possono ben conciliarsi con il più totale disprezzo dei diritti umani" (considerazione non originalissima). Dovendolo trovare da qualche parte, questo neoliberismo lo si colloca a Dubai, a conferma di "come l'ideologia neo-liberale altro non sia che una beffarda distorsione del liberalismo". La libertà dei liberali è un concetto giuridico. La libertà dei neoliberali, anche nella caricatura di Felice e Provenzano, è essenzialmente economica: l'assenza, cioè, di impedimenti all'azione degli individui come soggetti economici, che poi significa la libertà di poter vendere o comprare i beni e i servizi che si desidera dove e quando lo si ritiene opportuno. Se andiamo a prendere un rapporto evidentemente "neoliberista" come l'Indice della Libertà economica del Fraser Institute, gli Emirati Arabi – dove c'è Dubai – sono considerati un'economia relativamente libera ma che negli ultimi quarant'anni lo è stata sempre di meno: nella classifica erano 32° nel 1980, oggi sono 61°. Nello Human Freedom Index promosso dal medesimo think tank assieme al Cato Institute, gli Emirati Arabi sono considerati il 128° paese al mondo per libertà (su 162): 148° per libertà personali, 61° per le libertà d'impresa.

Per Felice e Provenzano, il neoliberismo è il sistema politico-ideologico di riferimento dell'universo mondo, e in particolare delle dittature, perché consentirebbe di "separare capitalismo e democrazia", la crescita economica dai diritti umani. Mettere nel campo neoliberista la Cina lascia un poco perplessi. Non perché quel paese non si sia avvantaggiato dall'apertura al mercato (in questo senso aumentando i diritti economici e civili degli individui, non certo riducendoli). Ma perché la dittatura comunista rappresenta ancora un modello diverso, e alternativo a quello "neoliberista". Lo scrive, in maniera molto lucida, Branko Milanovic nel suo "Capitalism, alone". Nel libro, che parte dal trionfo globale del sistema capitalistico dopo il crollo del socialismo reale, Milanovic indica due ideal-tipi di capitalismo destinati a competere e scontrarsi: da un lato il "capitalismo liberale meritocratico" d'impronta statunitense, dall'altro il "capitalismo politico (o autoritario)" rappresentato proprio dalla Cina. In questo senso, per Milanovic il capitalismo senza diritti che nasce da presupposti illiberali è una sfida al capitalismo anglosassone e non la sua ultima espressione. Se i due dirigenti del Pd mettono gli Stati Uniti e la Cina entrambi nel campo neoliberista, allo stesso tempo li indicano come modelli di uno sviluppo guidato dallo "stato innovatore": "L'intervento pubblico ha sempre svolto un ruolo centrale nel promuovere l'innovazione (...) sia nei Paesi avanzati (Stati Uniti compresi, contrariamente alla retorica), sia oggi nelle economie emergenti, a cominciare dalla Cina". Quindi Cina e Stati Uniti rappresentano contemporaneamente il male (il neoliberismo) e la possibile cura (lo "stato innovatore"). Ciò che si capisce è che il concetto di "neo-liberismo" viene utilizzato come un'etichetta da appiccicare a tutto quel che non piace.

Alla fin fine, ciò che a Provenzano e Felice interessa dire è che il neoliberismo sarebbe un costrutto ideologico funzionale ai "padroni". Esso farebbe il suo lavoro proponendo un modello di vita che identifica felicità e denaro. Ma questa visione schiettamente materialistica della vita che alimenta ambizioni sfrenate non è in tensione con quello che sarebbe il vero interesse delle classi dominanti, cioè convincere tutti gli altri ad accontentarsi della posizione sociale subalterna che è toccata loro in sorte? Viviamo con tutta probabilità in una società nella quale si avverte la difficoltà di molti a trovare e dare significato alla propria vita. Felice e Provenzano hanno ragione, quando sostengono che la politica se ne deve occupare. Ma darne la colpa a un sistema di idee, immaginandone l'egemonia, è una comoda scorciatoia. Oppure riflette il vizio più classico degli intellettuali: sovrapporre ciò che essi sentono come importante per la propria vita (l'ideologia) alle vite degli altri.

Dietro la crisi di valori nel mondo contemporaneo, stanno fattori che lambiscono ma non possono essere ridotti all'economia, men che meno a un modo di leggere i rapporti fra Stato e mercato. La disgregazione delle famiglie, l'eclissi della religione tradizionale, la riduzione della solidarietà a un dare-avere con lo Stato interrogano noi tutti e mettono l'intellettuale di sinistra in una posizione scomoda. Tanto vale dare la colpa al neoliberismo.

Ogni populismo è una nostalgia. Il populismo di sinistra è la nostalgia per i "trenta gloriosi" (1945-1975), gli anni nei quali "governando lo sviluppo capitalista anche al fine di distribuirne i benefici alle classi lavoratrici, hanno creato le società più prospere, colte e libere che mai si siano avute in tutta la storia umana".

Per Felice e Provenzano, "un processo simile, epocale, non è stato il risultato dello spontaneo operare del mercato, tantomeno della bontà di quelli che una volta si chiamavano 'padroni'. Già la formulazione ha un che di curioso. Lo spontaneo operare del mercato ha poco a che fare con la bontà o la cattiveria di quelli che una volta si chiamavano «padroni». Quanto più si amplia la divisione del lavoro, tanto più gli scambi diventano impersonali: volontari, perché ciascuno vi entra in quanto lo desidera, ma in qualche misura inconsapevoli, perché ciascuno finisce per comprare da, o vendere a, altri che non sa bene chi siano. L'autointeresse viene indicato da Adam Smith come regolatore di questo processo proprio perché di relazioni fra estranei si tratta: fra persone che non si conoscono, che vivono a grande distanza gli uni dagli altri, e per questo "si parlano" attraverso i prezzi ciascuno facendo appello all'interesse altrui e non cercando di convincerlo delle proprie necessità.

Lo sviluppo storico dell'economia di mercato, negli ultimi duecento anni, è indubbiamente "attorcigliato" all'affermarsi e alla crescita dello Stato moderno. Ma se dobbiamo cercare di capire che cosa è cambiato in questi anni rispetto al passato, dobbiamo chiederci che cosa è diverso, non che cosa è simile a quanto c'era prima. Se consideriamo un paese come gli Stati Uniti, in dollari correnti l'individuo medio poteva consumare nel 1800 qualcosa come 6 dollari al giorno, oggi sono 130. Nei paesi dell'Europa occidentale si passa da 2 dollari al giorno a quasi 100: un aumento del 4.900 per cento. La questione è che quei due dollari al giorno erano stati, sostanzialmente, la normalità dai tempi delle caverne. Che cosa è cambiato? Questo "grande arricchimento", per usare l'espressione di Deirdre McCloskey, ha a che fare con la politica industriale, con lo Stato che dà una direzione allo sviluppo, o con quei "milioni di ammutinamenti" di tanti imprenditori privati che cercano ciascuno facendo il proprio interesse di produrre innovazioni le quali, alla fine, vanno a vantaggio di tutti? La differenza l'ha fatta un cambiamento nella distribuzione della ricchezza, o il fatto che se ne è cominciata a produrre di più?

Come tanti altri nella sinistra di ieri, Provenzano e Felice sembrano ritenere che lo sviluppo capitalistico sia una specie di fenomeno atmosferico che dev'essere appropriatamente canalizzato. Che, cioè, la produzione di ricchezza "capiti" e che lo Stato debba evitare squilibri e volgerla a vantaggio della società tutta, con un appropriato set di politiche dal titolo attraente e dal contenuto fumosissimo (cosa significa "volgere l'innovazione tecnologica a vantaggio dei lavoratori"?). Da questo punto di vista, non accorgersi che perlomeno alcune delle politiche che costituiscono l'essenza degli Stati sociali contemporanei costituiscono un limite alla creazione di ricchezza è veramente curioso.

Ci possono, senz'altro, essere dei trade off: si può scegliere di rinunciare a un po' di crescita economica in nome, per esempio, della tutela dell'ambiente (curiosamente, nel saggio l'ambiente è indicato come depositario di "diritti" considerabili alla stregua di "diritti umani"). Ma pensare che il grado di rigidità del mercato del lavoro o che questa o quella regolamentazione non produca effetti sulla creazione di ricchezza vuol dire veramente coltivare una paradossale apologia del capitalismo, come macchina invincibile che tutto può. Vuol dire anche evitare di fare i conti in qualsiasi modo con lo Stato sociale e regolatore che abbiamo costruito, valutarlo solo sulla base delle (lodevoli) intenzioni dei suoi propugnatori e mai su quella dei suoi effetti. Al punto da fingere che non esistano, oggi, "politiche attive" in Occidente per il contrasto delle diseguaglianze, come se la tassazione non fosse già oggi improntata a criteri di progressività (a cominciare dagli Stati Uniti, dove l'ampio numero di persone che le tasse non le pagano né poco né punto rende il sistema fortemente progressivo), come se già oggi non esistessero istruzione e sanità pubbliche, come se già oggi il mercato del lavoro non fosse fortemente regolamentato, come se già oggi lo stato non "redistribuisse" circa la metà del reddito prodotto. Per evitarsi il fastidio, insomma, di pensare ricette per i problemi del mondo che c'è se ne immagina un altro, per cui non serve altro che rimasticare rimedi a presunti mali di un secolo fa.

Il neoliberismo funziona benissimo come nemico, sia nella sinistra dei Provenzano che nella destra dei Bagnai. Funziona benissimo perché la parola è plastica, non significa nulla, si piega ad ogni uso.

da Il Foglio, 15 febbraio 2020