Alberto Mingardi
Rassegna stampa
La ricetta dei Cinquestelle
I vincoli frenano la crescita
La parola d'ordine di Luigi Di Maio è: protezione. Da ministro dello sviluppo , parla di nuovi dazi doganali. Non si può fare (finché esiste l'Ue, il commercio è materia sua) e sarebbe doppiamente controproducente. Penalizzerebbe tutti quelli che pagherebbero più care le merci che acquistano dall'estero, e in particolare per le imprese esportatrici, la locomotiva dell'economia italiana, che hanno tutto da perdere da una guerra commerciale. Si dirà: basta vincolarle a investire in Italia, fermando le delocalizzazioni. Anche ammettendo che sia semplice farlo, e che nulla c'interessi della libertà d'impresa, una azienda che investe perché costretta, e non perché ritiene che convenga farlo, difficilmente produrrà utili (se un investimento li producesse, non servirebbe costringerla). Se il bilancio è costantemente in rosso, sarà difficile «proteggere» posti di lavoro.

Da ministro del welfare, Di Maio si accinge a varare un «decreto dignità» il cui obiettivo principale, se le indiscrezioni sono fondate, è disincentivare i contratti a tempo determinato.

C'è un paradosso. I Cinque Stelle sono i maggiori sostenitori del reddito di cittadinanza, e lo sono, a sentire Beppe Grillo, perché convinti che l'innovazione tecnologica cambierà profondamente il lavoro. E' proprio se si perde l'orizzonte del posto fisso che si può pensare a uno strumento di contrasto alla povertà di tipo universalistico, che possa, quello sì, accompagnare le persone per tutta la vita. Ma a che serve se bastano bastone e carota, regole e incentivi, per restituire all'impiego a tempo indeterminato la sua centralità?

Il guaio è che il lavoro non si crea con le leggi. Le quali possono invece avere effetti perversi. Prendiamo la questione della disciplina dei rider, i fattorini delle piattaforme che portano cibo a domicilio. Il servizio è attivo in poche grandi città, ha dimensioni rilevanti solo a Milano e Roma. Di Maio ha saggiamente subordinato la stesura di nuove norme a una fase di ascolto di lavoratori e operatori. E' chiaro però che si tratta di una battaglia rilevante sul piano dei simboli.

La pietra dello scandalo sono i salari, bassi: attorno ai quattro euro netti a consegna con alcuni operatori, sei euro all'ora con altri. Cifre modeste che però non si discostano troppo dai 7 euro all'ora percepiti in media dai lavoratori della logistica (Carlo Stagnaro, leoniblog.it).
Considerare il valore della remunerazione in sé e per sé ha poco senso: ne va valutata l'incidenza sul prezzo della merce consegnata. Ipotizzando che un single con poca voglia di cucinare si ordini 15/20 euro di cena, quattro euro sono fra il 30 e il 25%. Quel che più conta, si tratta di un «lavoretto» che ciascun rider può decidere quando e se svolgere. E' difficile vederci un vincolo di subordinazione (come ha dimostrato una sentenza del Tribunale di Torino).

Il guaio è che «proteggendo» un lavoretto come se fosse un impiego a vita si rischia di farlo diventare tale. E allora sì, ammesso che gli operatori non chiudano baracche e burattini, che sarebbe davvero un pessimo affare per i lavoratori.

Poco dignitoso, per Di Maio, pare essere anche il lavoro domenicale nei centri commerciali. L'Italia è uno dei sedici Paesi europei (come la socialdemocratica Svezia e l'Ungheria sovranista) con orari liberi. Si ridurranno le aperture? Qualsiasi cosa si pensi di questa misura, l'esito scontato è che diminuiranno le compravendite. E' auspicabile, mentre l'economia italiana mostra segni di flessione?

Il problema delle «protezioni» di alcuni è che sono vincoli per altri. Di vincoli in Italia, già oggi, non ne mancano. Hanno gli effetti i più diversi, ma è difficile sostenere che aiutano la crescita economica. Si capisce che un Paese che non cresce desideri «protezione». Ma rischiamo che da proteggere ci rimanga proprio poco.

da La Stampa, 28 giugno 2018