Alberto Mingardi
Rassegna stampa
La libertà delle donne spinge la crescita economica
“Sex Factor”, un’economista femminista spiega il successo dell’Occidente
Nel marzo 2018, Victoria Bateman faceva il suo ingresso alla cena di gala della Royal Economic Society «con addosso nient’altro che le scarpe, un paio di guanti, una collana e, ovviamente, un sorriso». Bateman è una studiosa seria, la sua casa accademica è il Gonville and Caius di Cambridge. Se ha messo in gioco il suo corpo, è perché ritiene che i colleghi siano ciechi innanzi al Sex Factor (dal titolo del suo ultimo libro The Sex Factor: How Women Made the West Rich, da poco pubblicato in Gran Bretagna da Polity) : «Niente dovrebbe essere ignorato dagli economisti solo perché è un aspetto troppo personale». La sua convinzione è che siano molti i campi, in economia, nei quali «trascurare il sesso ha comportato un costo elevato: ci ha impedito di comprendere davvero i problemi della nostra economia».

Non si può, insomma, pensare al modo in cui funzionano mercati e istituzioni a prescindere da come si intrecciano i rapporti nella vita domestica, e specialmente dalla condizione della donna. Se il femminismo contemporaneo sembra convinto che l’etero-patriarcato si specchi nel capitalismo, che il secondo cioè trasponga in campo economico le logiche di dominio tipiche del primo, Bateman prende una strada diversa.

Non manca, nel suo lavoro, una disamina attenta del peso del genere nelle diseguaglianze. «I135% degli uomini nati nel quintile più basso della popolazione, da adulto continuerà ad appartenere a questa fascia. Per le donne, il dato equivalente è il 47%». Simmetricamente, la classifica Forbes 400 (l’elenco dei più ricchi residenti americani) suggerisce che «per le donne, la ricchezza dipende dal fatto di averla ereditata in misura molto maggiore di quanto non avvenga per gli uomini».

L’una e l’altra cosa suggeriscono come, ai poli opposti della scala sociale, l’ascensore sociale salga meno velocemente per le donne. Nel contempo, Bateman dà conto di come le diseguaglianze di genere si siano fortemente ridotte negli ultimi anni, e di come ciò possa paradossalmente avere allargato la forbice fra i redditi. C’è infatti una tendenza a «sposarsi fra simili», che esacerba le differenze. Se negli Stati Uniti le coppie venissero formate per sorteggio il coefficiente di Gini, una delle misure delle diseguaglianze più utilizzate, sarebbe più basso.

La soggezione delle donne viene da lontano. A differenza delle femministe di scuola marxista, Bateman non ritiene che l’economia di mercato abbia consolidato le disparità fra uomo e donna. Al contrario, la tesi centrale del suo libro è che proprio il grado relativamente maggiore di libertà di cui godevano le donne in Occidente sia il vero «segreto» per cui questa parte di mondo, per secoli non necessariamente più sviluppata di altre, «è riuscita non solo a colmare il divario con il resto del globo, ma a sorpassarlo». La Rivoluzione industriale ha cause in larga misura «culturali». In Europa, a un certo punto «la deferenza nei confronti delle autorità è stata sostituita da valori» quali «apertura e tolleranza nei confronti delle nuove idee» e «dare più importanza al merito che al ceto». Ciò fece sì che «in questa parte di mondo le donne abbiano goduto di una libertà significativamente più ampia che altrove e che, in effetti, fossero più libere qui di quanto tante donne in altri luoghi non lo siano oggi». In particolare modo, la monogamia da una parte e la dimensione relativamente ridotta dei nuclei familiari dall’altra tracciano il solco di queste libertà.

In Occidente l’idea che il matrimonio debba basarsi sul consenso di entrambe le parti si afferma nel Medioevo. Le coppie non si formano perché i genitori dell’una e dell’altro hanno sottoscritto un contratto, magari molti anni prima che gli sposi raggiungano l’età della ragione. Per quanto forti potessero essere i pregiudizi sociali, il fatto che «il matrimonio avvenga per reciproca scelta» rende possibile che «due individui siano posti su un piano più equilibrato».

Già poco dopo l’anno mille, in Inghilterra, i mercati «offrivano alle donne opportunità che permettevano loro di raggiungere la libertà economica, offrendo loro la possibilità di sottrarsi alla pesante autorità dei padri. Nell’Inghilterra medievale, circa la metà della popolazione aveva un lavoro salariato ed era perfettamente normale che le donne lavorassero». Dai registri, sappiamo che fra il XVI e il XVIII secolo «una donna trovava marito in media non prima dei 25 anni di età e almeno il dieci per cento delle donne non si sposava affatto».

Perché la libertà delle donne dovrebbe spingere la crescita? Semplicemente perché l’alternativa è rinunciare al contributo di metà della popolazione. In molte culture la partecipazione al mercato da parte delle donne era vista come un pericoloso vettore di corruzione. Il fatto che in Occidente questo pregiudizio si sia via via indebolito contribuisce a spiegarne il successo economico. La libertà è essenziale allo sviluppo, perché mette in gioco quel che c’è nella testa delle persone, uomini o donne che siano.

Da La Stampa, 15 agosto 2019