James A. Dorn
Rassegna stampa
La Cina ha bisogno di un libero mercato delle idee
La difesa del libero scambio e della globalizzazione fatta dal Presidente Xi Jinping è in buona misura una finzione
Nel suo acclamato discorso al Forum economico di Davos, il Presidente cinese Xi Jinping ha ribadito l’importanza della globalizzazione e del libero scambio per combattere la povertà. La Cina è un esempio evidente: da quando sono iniziate le riforme, nel 1978, il tenore di vita dei cinesi è aumentato a dismisura e la Cina è diventata la più grande nazione commerciale e la seconda economia al mondo per dimensioni.

Il Presidente Xi ha detto ai leader mondiali: «Vogliamo ribadire il nostro impegno a sviluppare un libero commercio globale e a rifiutare il protezionismo», cosa che egli ha paragonato a «chiudersi in una stanza buia». Se il Presidente Xi va lodato per aver ricordato i benefici della globalizzazione e del libero commercio, va anche detto che lle sue parole sono ben lontane dal descrivere la realtà cinese. È vero che dai tristi giorni di Mao Zedong il Regno di Mezzo ha percorso molta strada sul cammino della liberalizzazione della sua economia e dell’apertura al resto del mondo, ma i progressi fatti non devono distogliere l’attenzione dal fatto che il socialismo, e non il liberismo, rappresenta il nucleo essenziale del Partito Comunista cinese.

Al terzo Plenum del 18° Congresso del Partito, nel novembre 2013, è stato messo in chiaro che i quadri del Partito «devono tenere alta la bandiera del “socialismo con caratteristiche cinesi”, seguire la guida del marxismo-leninismo» e aderire al “pensiero di Mao Zedong” – oltre che alla “teoria di Deng Xiaoping”. Da allora il Presidente Xi ha consolidato il proprio potere, rallentato il processo di liberalizzazione e, in preparazione del più importante Congresso del Partito che si terrà quest’anno, ha ribadito l’importanza della fedeltà ai principi fondamentali del Partito.

La verità è che mentre la Cina ha accresciuto la sua libertà economica, ha difeso la ferrea presa del Partito sul potere e soppresso la libertà d’espressione: in Cina non c’è alcun libero mercato delle idee. In tal modo, il popolo cinese è sottomesso allo Stato e la sua possibilità di scelta è limitata. Così, la mancanza di una libera circolazione di informazione e di concorrenza sul mercato delle idee ostacola lo sviluppo umano ed economico.

L’assenza di un mercato delle idee in Cina rivela che la difesa del libero scambio e della globalizzazione fatta dal Presidente Xi è in buona misura una finzione. La sua retorica anti-protezionista è smentita dalle sue azioni protezioniste e nazionaliste, concetti profondamente radicati nella natura stessa dello Stato a partito unico. Le azioni del CCP contro la libertà d’espressione sono note. Nel World Press Freedom Index del 2016, redatto da Reporter senza Frontiere, la Cina si è classificata 176esima su 180 paesi, solo tre posizioni sopra la Nord Corea – e la situazione sembra solo destinata a peggiorare in vista del Congresso del Partito di quest’anno.

Recentemente Mao Yushi, un rinomato fautore del libero mercato, è stato censurato per aver criticato la campagna di Zhou Qiang, presidente della Corte Suprema del Popolo, mirante a delegittimare l’indipendenza del sistema giudiziario e della separazione dei poteri, concetti definiti da Zhou “idee occidentali”. Da tempo Mao, uno dei fondatori dell’Istituto economico liberale “Unirule” e vincitore del premio Milton Friedman per la Promozione della Libertà, è tenuto d’occhio dalle autorità. Il suo libro è stato censurato e la “Cyberspace Administration” di Pechino ha chiuso due dei siti di “Unirule”.

In aggiunta, la cyber-polizia ha perseguito i servizi di rete privata virtuale (VPN) che permettono agli utenti di aggirare il “grande firewall” cinese. Impedire l’accesso a Google, Facebook, Twitter e Youtube non farà altro che isolare i cinesi dall’economia globale e rafforzare ancora di più lo Stato.

Anziché promuovere la libera discussione e l’indipendenza di pensiero, i leader cinesi temono le critiche e la competizione. Il protezionismo sul mercato delle idee è ancora la maggior minaccia al futuro della Cina. Esso priva gli individui delle loro libertà e li rinchiude in quella “stanza buia” dalla quale il Presidente Xi ha invitato a guardarsi.

Il premio Nobel per l’economia Ronald Coase e il suo coautore Ning Wang hanno concluso nel loro libro “Come la Cina è diventata capitalista” che «quando il mercato dei beni e il mercato delle idee sono entrambi in piena attività – supportandosi, estendendosi e rafforzandosi a vicenda – la creatività e la felicità umana hanno la migliore opportunità di prevalere». Xi Jinping ha ragione nel sostenere il libero commercio e la globalizzazione, ma per essere preso sul serio egli deve anche mettere la parola fine al distruttivo protezionismo interno, non solo sul mercato dei beni, ma anche in quello – perfino più importante – delle idee.

James A. Dorn è Vice-presidente del Cato Institute di Washington, D.C. Si è molto occupato di questioni relative alla Cina.

Da The Orange County Register, 4 febbraio 2017