Carlo Lottieri
Rassegna stampa
L'autonomia educativa non riguarda (solo) i soldi, ma i programmi
I dati Invalsi mostrano già un'Italia spaccata in due
Nel dibattito sul regionalismo differenziato è diventata cruciale la questione dell'istruzione. In effetti, tra le competenze che le regioni del Nord hanno chiesto di gestire in prima persona quella più importante è l'educazione: non solo perché assorbe molte risorse, ma anche perché concerne l'assunzione dei professori e forse, in futuro, la stessa definizione dei programmi scolastici. Per lo più i contrasti si focalizzano sugli aspetti finanziari. Non si vuole, ad esempio, che la Lombardia – dove il costo della vita è più alto – possa decidere di retribuire meglio i docenti, al fine di scongiurare uno scadimento della qualità dell'insegnamento. E soprattutto non si vuole che eventuali “risparmi” conseguenti a una migliore gestione delle risorse (perché, almeno in una prima fase, la riforma dovrebbe avvenire a “costi storici”) restino a quanti usano con efficacia quei denari.

È però interessante rilevare come da più parti sia pure forte l'avversione all'idea che in Italia si abbia un sistema educativo variegato, con contenuti distinti da regione a regione e magari perfino da scuola a scuola. Nei giorni scorsi a Roma si è tenuta un'assemblea da cui è sorto un “Comitato provvisorio nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata”, il quale si richiama ai valori della Costituzione e sottolinea come il regionalismo possa minare il carattere unitario della nostra società. Il timore, alla fine, è che si abbiano “differenziazioni di programmi”, e qui è chiaro come appaia pericolosa perfino la sbiadita autonomia di cui si sta discutendo: molto lontana da quella di cui godono la Sicilia, la Valle d'Aosta e le altre regioni a statuto speciale. Il timore è che entri in crisi una visione giacobina e sostanzialmente autoritaria della società.

I conservatori schierati a difesa dell'esistente non si chiedono “che fare?” di fronte ai dati Invalsi che ci rappresentano un'Italia spaccata in due: con una scuola del Mezzogiorno che, a dispetto dell'unitarietà di facciata, si trova in una condizione ben peggiore di quella del Nord. Quanti difendono il presente si accontentano di eguali stipendi e di eguali programmi: e poco importa se i risultati sono diversi. Le guardie pretoriane dello status quo vogliono che i programmi formativi siano identici in tutta Italia: permane l'idea che lo stato debba controllare le scuole e che esse servano a “fare gli italiani”. La scuola non è il luogo in cui i docenti incontrano gli studenti e, sulla base delle loro esigenze, elaborano un lavoro che permetta di far acquisire ai giovani le competenze e le conoscenze più importanti per la loro formazione umana e professionale. Se le cose stessero così al centro vi sarebbe la persona umana e la sua libertà, ma per quanti difendono una visione centralista della società hanno a cuore soprattutto lo stato e la sua forza manipolatoria. Per loro le scuole devono operare una sorta di brain-washing permanente, che consegni al Leviatano “buoni cittadini”.

Questa visione reazionaria, oggi interpretata da dipendenti statali teoricamente “progressisti”, teme soprattutto che in Veneto, un domani, si dia magari più spazio al ruolo commerciale e culturale che la Repubblica di Venezia giocò nel Mediterraneo nel XV secolo, togliendolo alla disfida di Barletta o ai bersaglieri di Lamarmora impegnati in Crimea. Non si vuole che le scuole si avvicinino alla realtà e che di conseguenza venga abbandonato il modello attuale, basato sull'idea che il potere romano definisce il set di conoscenze che deve essere versato nelle teste di tutti i giovani italiani, da Bolzano a Lampedusa.

Il regionalismo differenziato in discussione non ha nulla di rivoluzionario. L'Italia è giacobina e resterà tale anche dopo questa riforma (se mai avrà luogo). Se sul piano dei fatti è poca cosa, è però chiaro che il dibattito che ha sollevato sta facendoci comprendere sempre meglio quanto continui a pesare una certa visione della sovranità e come per le forze più vive della società sia difficile allargare, anche di poco, gli spazi di autonomia e autogestione.

da Il Foglio, 25 luglio 2019