Alberto Mingardi
Rassegna stampa
L’anomalia Argentina nel mondo che si scopre populista
Il «peronismo» era un sistema certamente non efficace nel produrre crescita economica: ma straordinario per consolidare il consenso
È di settimana scorsa la notizia che si è pervenuti a un accordo per il rimborso ai risparmiatori italiani che detenevano bond argentini. L’Argentina di Mauricio Macri del resto è già tornata a finanziarsi sui mercati internazionali, piazzando bond per 16,5 miliardi di dollari.

Nel mondo di oggi, in cui le forze populiste guadagnano ovunque terreno, la presidenza di Macri appare un’anomalia. Il più delle volte le elezioni incidono marginalmente sulla politica economica. È molto difficile «cambiare verso» senza una rivoluzione nell’amministrazione pubblica, senza cioè che si faccia da parte non solo il vecchio personale politico, ma anche il suo «aiutantato»: quei funzionari che trasformano le intenzioni dei ministri in leggi dello Stato e atti amministrativi. Campagne elettorali giocate su grandi temi (la libertà economica, le diseguaglianze sociali) producono governi che distribuiscono benefici marginali a gruppi e categorie che hanno garantito loro il proprio sostegno. L’inerzia delle cose appare irresistibile, al massimo si riesce ad influire sulla velocità, mai sulla direzione di marcia.

Eletto Presidente a fine novembre, Macri si è ricordato della lezione di Milton Friedman, per cui dopo i primi cento giorni anche il leader più adrenalinico finisce ostaggio della burocrazia. Ha messo il turbo. Se l’Argentina dopo dodici anni ha cominciato a rifinanziarsi sui mercati internazionali, è perché, anche se le aspettative di crescita nell’immediato restano modeste, il suo Presidente è riuscito a incassare un’apertura di credito. E l’apertura gli viene dal suo programma di riforme.

Macri ha rimosso i controlli valutari, liberalizzando la possibilità di acquistare dollari. In un Stato basato su tentacolari scambi di favori fra politica e gruppi d’interesse, circa 20 mila prodotti beneficiano di aggressive barriere protezioniste: Macri ha drasticamente tagliato le restrizioni alle importazioni, limitando questo trasferimento di ricchezza dai consumatori agli amici del potere politico. Fra le altre cose, ha eliminato il divieto d’importare pubblicazioni stampate all’estero: una norma con la quale Cristina Kirchner era riuscita a conquistarsi la gratitudine delle cartiere locali e a ridurre l’afflusso di libri e riviste potenzialmente «sovversivi». Abbasserà i sussidi energetici e l’imposta del 35% sulle esportazioni di soia. Ha dichiarato guerra all’inflazione galoppante.

Ciò che sta facendo, insomma, è smantellare i pilastri di quel «sistema» che, dai tempi di Juan Domingo Perón, è apparso l’unico modo per governare l’Argentina.

Il «peronismo» è un sistema certamente non efficace nel produrre crescita economica: ma straordinario per consolidare il consenso. Si fonda sulla negazione della separazione fra Stato ed economia: il privato ha licenza di sopravvivere, ma solo se si adatta a perseguire fini «socialmente utili», se risponde al telefono al ministro competente, se promette di fare l’interesse non solo degli «shareholder» (gli azionisti), ma anche degli «stakeholder», cioè di tutti gli attori a vario titolo coinvolti nelle sue attività. La retorica peronista poggia su una visione lineare e meccanica della causalità in politica: per avere l’effetto B basta che il governo vari il provvedimento A. Ci sono due soluzioni universali, a qualsiasi problema: fare una legge, spendere quattrini del contribuente.

Nel breve termine, tutti contenti: gli elettori e gli eletti. Il problema è che il lungo periodo a un bel momento arriva, e se magari sono morti quelli che hanno invocato certe leggi e quelli che le hanno fatte, i loro eredi sono vivi e vegeti. È così che si giunge al default. Ma anche innanzi all’abisso, gli argentini si erano fin qui affidati agli straperonisti Kirchner, bravissimi nel consolarli dicendo che il Paese era vittima del destino cinico e baro e del «neoliberismo», non di cinquant’anni di politiche dissennate.

Mauricio Macri ha vinto le elezioni di misura, ma sta facendo, in condizioni difficilissime e contro una burocrazia armata contro di lui, quelle «riforme strutturali» che noi abbiamo allegramente dimenticato.

In Europa, il vento soffia in tutt’altra direzione. Le emergenze creano una forte domanda di risposte semplici per problemi complessi. La separazione fra Stato ed economia viene scavalcata con nonchalance, il privato fatica a resistere alla «moral suasion» del pubblico, che vuole fargli fare ciò che altrimenti non farebbe, si chiamano «soluzioni di mercato» progetti apparecchiati nelle stanze dei ministeri. La politica europea si «peronizza» ogni giorno che passa. Ma il peronismo non è un destino inevitabile. Per ironia della sorte ci tocca impararlo dall’Argentina.

Da La Stampa, 26 aprile 2016