Il "patto della ribollita" che l'Italia non può sprecare

C'è già chi, più fantasioso, parla di "patto della ribollita", piatto forte della cena a palazzo Vecchio. Certo è che Matteo Renzi, tra manicaretti toscani e bellezze fiorentine, a Firenze ha ospitato una Angela Merkel di buon umore. La Cancelliera ha apprezzato le riforme e incitato il capo del governo italiano ad andare avanti. Si è anche sbilanciata nel dire che gli imprenditori tedeschi ora investiranno in Italia (grazie anche al Jobs act). Vedremo. Meglio non farsi obnubilare dalla retorica, dagli annunci o dalla diplomazia del selfie.
Renzi era entusiasta della svolta di Mario Draghi ("adesso dobbiamo mettere il turbo", ha detto); la Merkel ha preferito un "no comment". Forse l'approva, certo l'ha lasciata fare dopo l'ultimo incontro con il presidente della Bce. Ma sa che i suoi elettori sono contrari, come buona parte del governo e la maggioranza dell'opinione pubblica. Lo stesso vale per un eventuale terzo salvataggio della Grecia all'ordine del giorno anche se non vince Syriza (le trattative a Bruxelles sono già cominciate). Il sentimento comune non è cambiato verso i paesi spendaccioni del sud.
L'Italia ha un attivo del bilancio pubblico al netto degli interessi pari a quello tedesco e anche la Grecia non è molto lontana. Ma nessuno in Germania lo sa. Colpa dei corrispondenti dei giornali? O della gente che non legge? Forse entrambe le cose. In ogni caso, in questi ultimi anni i due reprobi non hanno peccato.
L'Italia poteva fare di più dal lato della spesa, certo deve fare di più sul piano della produttività. E lo stesso vale per l'economia ellenica. Tuttavia i tedeschi non vogliono capire che l'attuale crisi dei debiti sovrani è la conseguenza della crisi finanziaria mondiale non la causa. Per superarla ci vuole espansione economica, non certo contrazione e neppure stagnazione.

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Alexis è un conservatore un po' incendiario, facciamogli posto

Quello che farà Alexis Tsipras è in braccio agli dei. Non lo sa nemmeno Peter Spiegel, che ne ha scritto un ritratto impeccabile sul Financial Times; non lo sa Marco Valerio Lo Prete, che per il Foglio ha passato una settimana ateniese appresso a chi fa e disfa il programma economico del capo di Syriza. Non lo so nemmeno io. Tsipras non è evanescente e sereno come un Bertinotti, non è comico anche involontariamente come un Grillo, non è nazional-sovranista come una Marine Le Pen o un Nigel Farage, non è un refoulé della gay culture sentimentale come Vendola, non è un indossatore come Pippo Civati, con tutte le differenze tra i presenti, todos caballeros. Quando parla di sé stesso ragazzo e della sua scuola professionale di uomo pubblico e di partito, di leader studentesco con inclinazione ai compromessi utili, quando cerca "la sintesi e l'obiettivo principale" secondo la migliore scuola realista, sebbene faccia tutto questo in nome di una ribellione sociale sofferente e confusa alle cifre sofferenti e confuse del disastro euro-greco, sembra più un altro boy scout della Provvidenza che un firebrand, un incendiario senza altri principi che lo sfascio e la secessione dalle classi dirigenti europee. Ha quell'aria istintiva, malleabile e insieme adamantina, irritante ma intensa e significativa, che anche gli italiani hanno imparato a conoscere con il loro New Labour in salsa democratica, con la loro Fiorentina d'attacco, con il premier turbo che a volte sembra indulgere nell'esercizio scabroso di sollevare illusioni per poterle poi meglio deludere. Ma è l'unica speranza in quanto è l'unica realtà rappresentativa di un disastro, e tocca riconoscergli il ruolo e lo spazio che solum è suo come rileva il Guardian se l'Europa deve reagire con una politica utile a una sfida un po' stracciona,, e questo sia che debba governare in coalizione sia da solo. Insomma, Alexis non è un Paolo Flores, un trotskista senz'arte né parte, non emana il fumo della cara Spinelli, e non pare il tipo che alla fine si mette a suo agio nei salotti. Da vedere.

La troika poi non è una banda di cravattari, di usurai. Chi la pensa così ha smesso da tempo di pensare, pensa con la gola. Ma il debito si può maneggiare, posto che non lo si disconosca, in particolare quando riguarda una moneta unica nata senza una politica unica, quando è parte di un rapporto anche politico tra stati. Certo, sarebbe stato meglio maneggiarlo con una leadership liberale e conservatrice, con un potere capace di giustificare la perdita a rotta di collo con un piano efficace e radicale di riforme. Far lavorare i greci e proporgli un ordine delle cose era un progetto non così strambo, data la situazione, ma rivoluzionario. E non è stagione di rivoluzioni, di Thatcher ce n'è una sola, è un periodo in cui sinistre e destre populiste si indignano con facilità, si mettono in posa a favore di disagio sociale mediatizzato, e si ritrovano intorno a programmi di tutela, di protezione, di conservazione degli status quo messi in discussione dalla formula dei mercati aperti e mondializzati. Tsipras in fondo è un conservatore che non sa di esserlo, sopra tutto quando fronteggia gli spiritacci capitalisti del Fmi e della Bce, è uno che si mette contro la grande trasformazione del lavoro e della produttività portata dalle libertà di mercato in nome di un popolo simpatico, che ne ha prese oltre misura anche se doveva restituire al principio di realtà qualcosa di più grande ancora del debito greco e della propensione greca all'imbroglio (e un po' italiana e francese, se è per questo). Il turbo-assistenzialismo non è il nuovo manifesto dei comunisti. Il Pireo e i ministeri affollati del servizio pubblico alla greca non sono il mondo manchesteriano della rivoluzione industriale.

Però la democrazia è anche questo: l'incomprensibile. Alberto Mingardi ha scritto con ironia sulla Stampa che per polemizzare con l'austerità, in Italia, bisognerebbe prima averla sperimentata, il che non è (a parte le ridicole polemiche sull'Imu la Tasi e il resto). Ora si vedrà. Ci sono condizioni nuove per evitare nuovi passi danzanti, intorno al baratro, a partire dalla radicale scelta di Draghi in materia di allentamento monetario. L'unica è sfruttare queste condizioni integrando nei limiti del possibile i conservatori con la bandiera rossa, che cantano Bella Ciao e inumidiscono il ciglio degli ipocriti.

Da Il Foglio, 26 gennaio 2015
Twitter: @ferrarailgrasso

Liberalizzazioni, nella Penisola troppi rinvii e nessun risultato

Secondo la nuova agenda politica del Governo nazionale sarebbe atteso per giugno un provvedimento in tema di liberalizzazioni. "Si tratta dell'ennesimo rinvio commenta il presidente di Konsumer Italia, Fabrizio Premuti -. I consumatori aspettano segni veri di liberalizzazioni. La ventilata marcia indietro del Governo rappresenta un ulteriore messaggio di debolezza. I cittadini, sempre meno affezionati ai continui rinvii sulle questioni che li toccano da vicino a vantaggio di riforme che non sentono come priorità e che comunque non decollano, giudicheranno molto severamente questa ennesima prova di inconcludenza". Rc Auto, farmaci di fascia C nelle parafarmacie, aumento delle pompe bianche, liberalizzazioni nelle professioni, semplificazione nei trasferimenti dei conti correnti bancari sono ormai soluzioni attese e più volte indicate come non procrastinabili sia dall'Agcom, sia dal Consiglio europeo. "Chiediamo al governo di trasformarsi in quel volano innovatore che ha promesso di essere ai consumatori conclude Premuti e che ad oggi poco ha prodotto a favore delle classi meno abbienti e dei giovani professionisti e non.

Per ora le uniche liberalizzazioni che i cittadini ricordino, le uniche che abbiano riportato denari nelle loro tasche di cui si godano ancora i frutti, restano quelle fatte da Bersani con le sue "lenzuolate". "Dalle lenzuolate di Bersani per favorire le liberalizzazioni e il mercato concorrenziale dice Carlo Pileri di iConsumatori abbiamo visto come consumatori solo continue iniziative per ridimensionarne o eluderne gli effetti. Da questo Governo ci aspettavamo una ripresa della linea Bersani, nuove efficaci lenzuolate che ridessero fiducia ai consumatori e respiro al mercato. I continui tentennamenti ci preoccupano perché fanno vedere ancora più buio alla fine del tunnel".
Non a caso, secondo il rapporto annuale dell'Istituto Bruno Leoni, proprio l'Italia è all'ultimo posto in Europa per le liberalizzazioni; un ritardo sui mercati e sulla competitività che ci costa 1'8 per cento del Pil secondo Bankitalia. "Le riforme strutturali veramente utili a rilanciare la ripresa, ma soprattutto a costo zero per la collettività, sono le liberalizzazioni" rilancia invece Carlo Stagnaro, coordinatore del gruppo di lavoro dell'Istituto Bruno Leoni che ha curato l'Indice delle liberalizzazioni 2014.

Ciò che emerge con chiarezza dallo studio è che l'Italia non è certo tra i primi Paesi d'Europa per grado di apertura alla concorrenza, ma quel che è più preoccupante è che ciò avviene contemporaneamente al fatto che siamo, forse, il Paese che sta facendo più fatica tra tutti quelli dell'Unione Europea a uscire dalla crisi; ciò a motivo di una somma di ragioni e di ritardi, di cui la scarsa concorrenza non è che uno tra i tanti".

Secondo l'Indice, il Paese più liberalizzato d'Europa è il Regno Unito, con un punteggio pari al 94 per cento. Seguono, a pari punti, al secondo posto i Paesi Bassi, la Spagna e la Svezia con il 79 per cento. Sul podio sale anche la Germania al 76 per cento. Chiude la classifica delle liberalizzazioni la Grecia al 58 per cento. L'Italia, invece, è ferma in ottava posizione al 66 per cento.

Dal Quotidiano di Sicilia, 23 gennaio 2015

Da dove viene e dove porterà la vittoria di Tsipras

L’intera eurozona è esposta verso la Grecia per 195 miliardi di euro, l’Italia è il terzo creditore, per 40 miliardi. E tuttavia sono proprio quei leader che più ostentatamente fanno bandiera del nostro “interesse nazionale”, a esultare perché le elezioni greche sono state vinte da un signore che ha promesso, in buona sostanza, di non ripagare quei debiti. È uno dei paradossi della politica: attività serissima, specie quando gestisce grosso modo metà del prodotto interno lordo, e tuttavia tipicamente condotta con la sobrietà, la lungimiranza, l’equanimità tipiche di una banda di hooligans. 

È inevitabile che la vittoria di Alexis Tsipras e di Syriza provochi una tempesta sui mercati, nonostante la sedazione indotta dal QE della Banca centrale europea.  Nel mondo dei sostenitori di Tsipras, un crollo dei mercati è la punizione  divina per la hybris di banchieri e supermanager: un castigo divino per l’1% più ricco della popolazione. Nel mondo reale, in gioco ci sono i risparmi delle persone, le aziende in cui lavorano, le tasse che dovranno pagare, le loro pensioni. 

I giornali ci hanno spiegato che Tsipras è un personaggio meno bidimensionale e più accorto di quanto appaia, un uomo con esperienza e intelligenza politica, nelle pieghe del cui programma ci sono  anche misure concrete per la liberalizzazione dell’economia greca dalle bardature che ancora la opprimono. Rispetto a una campagna elettorale imbastita su comprensibili paure, tendenza assai comune ma deleteria nei periodi di grande crisi, governare è un altro paio di maniche e come lo farà, probabilmente, non lo sa nemmeno Tsipras: dipende anche dalla reazione degli Stati e dell’Unione europea, dalla possibilità, poi non così remota, di negoziare qualcosa. Quello che però si può già ora presentire è che egli ha davanti, sostanzialmente, due strade: o deludere i suoi sostenitori, mettendosi in condizione di cavalcare il barlume di ripresa che il Fondo Monetario intravede per la Grecia (ma non, per inciso, per il nostro Paese), oppure farsi paladino di un ritorno allo spreco su vasta scala, che latinoamericanizzi la Grecia, contagiando poi anche il resto del continente. Tra le due, c’è sempre posto per un accomodamento che continui a trascinarci nelle secche di una spesa pubblica fuori controllo mascherata da giustizia sociale, di un protezionismo delle paure e delle frustrazioni, della demagogia.

Ciò detto, forse i populismi avrebbero assai meno forza, se la risposta delle classi dirigenti europee non fosse sempre la disponibilità a “whatever it takes” per tenere assieme una certa idea dell’Unione Europea. Quando un club non ha regole d’uscita, è inevitabile che i membri lo vivano come una prigione. Le sue stesse regole fondative perdono completamente senso, perché non c'è nulla che non si sia disposti a fare per tenerlo in vita. Anche contravvenire a quelle regole. L'establishment finisce così per fare proprie le scommesse più spregiudicate degli outsider, nel momento in cui trova un fondamento quasi mistico per la discrezionalità delle sue decisioni.

Se l’Europa non fosse più un destino, ma quello che è: un costrutto umano frutto delle circostanze, forse sarebbe possibile discuterne in modo diverso, ricordare che si fonda su patti che debbono essere presi sul serio perché il suo percorso possa proseguire, ragionare sull’equilibrio fra Stati membri e Bruxelles. Il vantaggio immediato di considerare l’Europa il nostro destino consiste nell’espellere dalla credibilità  chiunque si azzardi a criticarla, quale che sia il motivo, facendo di tutte l’erbe un fascio. Tuttavia, il martirio è un formidabile strumento di consenso, per la fazione dei martirizzati. 

“Dichiarazione dei diritti in Internet”: eccessi di regolamentazione e pericoli per la libertà e autonomia del web

Qualche mese fa è stata istituita una Commissione parlamentare per i diritti e i doveri in Internet, la quale ha presentato, lo scorso ottobre, la bozza di una “Dichiarazione dei diritti in Internet”, sottoponendola a una consultazione pubblica.

Nella propria risposta alla consultazione (PDF), l’Istituto Bruno Leoni evidenzia in particolare che “scopo implicito della bozza di Dichiarazione è (…) quello di “riportare l’ordine” in Internet, partendo dalla considerazione che anche lì, come altrove, possano compiersi violazioni di diritti e disordini di varia natura. Tale fine presuppone, tuttavia, che ci sia bisogno di riconoscere principi e diritti che si aggiungano a quelli oggi riconosciuti e tutelati da fonti normative sovranazionali e/o costituzionali, completando o innovando la protezione dei diritti già vigente”.

Al contrario, prosegue il documento, “i principi e i diritti menzionati sono tutti già consolidati e noti nell’ordinamento giuridico nostro e della maggior parte degli ordinamenti occidentali: pertanto, la Dichiarazione appare, nel complesso, ridondante e potenzialmente perfino controproducente. Infatti Internet, dal punto di vista giuridico, non è uno spazio esterno alla realtà: su Internet vengono stipulati contratti e commessi illeciti, effettuate transazioni, contratte obbligazioni e perpetrati reati secondo la legislazione già vigente per il «mondo reale», di cui Internet fa comunque parte. Se su Internet vengono commesse truffe, non sarà certo un’inflazione di provvedimenti ad hoc a evitarle o punirle, non più di quanto già non possano e debbano essere evitate e punite dal diritto vigente”.

La risposta dell’Istituto Bruno Leoni alla consultazione pubblica sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in Internet è liberamente disponibile qui (PDF).

L'austerità? Almeno proviamola

La politica italiana è litigiosa e polarizzata, ma su alcune cose destra e sinistra hanno più in comune di quanto lascino ad intendere. Per esempio, è convinzione generale che «l'austerità ha fallito».
Le differenze sono questione di sfumature: chi sta all'opposizione vuole uscire dall'euro, chi governa agisce per una maggiore «flessibilità» delle regole europee. Cambiano i mezzi, il fine è lo stesso: far ripartire il cuore dell'economia italiana, tornando a pompare denaro pubblico.

Che cosa sia l'«austerità», non è proprio chiarissimo. Solo alcuni anni fa si parlava di «consolidamento fiscale», per riferirsi a quell'insieme di politiche che dovrebbero riportare il bilancio pubblico verso il pareggio. Il consolidamento fiscale può avvenire dal lato delle entrate, e cioè con un aumento della pressione fiscale, o da quello delle uscite, e dunque con una riduzione della spesa pubblica.

Nella narrazione oggi prevalente, l'austerità «fallimentare» è proprio quella che coincide con la riduzione della spesa (in alcuni casi, fraintesa con un rallentamento del tasso di crescita della spesa). Diminuire le spese pubbliche significherebbe «mettere in discussione il nostro modello sociale», cosa a cui nessun politico è disponibile, perché teme un'erosione dei consensi. L'esempio della Grecia è quello citato più spesso: l'austerità pilotata dalla «troika» farà il pieno di voti a Syriza e a Alexis Tsipras. Dal punto di vista delle classi dirigenti, il principale fallimento delle politiche d'austerità è il non assicurare la rielezione a chi le pratica, spalancando le porte alle forze d'opposizione.

Guardiamo però ai Paesi cosiddetti Piigs: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. In Italia il «consolidamento fiscale» è passato per la riforma delle pensioni, per un inasprimento della pressione tributaria, soprattutto sugli immobili, e per una «spending review» che prima di arrivare alla fase operativa è sparita dalle pagine dei quotidiani e dall'agenda politica. Negli altri Paesi, vi è stato un mix di interventi sul fronte della spesa e su quello delle entrate, orchestrato in Portogallo, Irlanda e Grecia dalla cosiddetta «troika». Le soluzioni sperimentate sono state sicuramente imperfette, ma hanno provato ad intaccare il corpaccione della spesa con maggior determinazione che dalle nostre parti.

Nessuno di questi Paesi pare avviato verso un turbinoso sviluppo alla cinese. Eppure le stime del Fondo Monetario Internazionale accreditano il Portogallo di una crescita di poco meno dell'uno per cento nel 2014, l'Irlanda di una crescita del 3.6, Grecia e Spagna rispettivamente dello 0,6 e dell'1,3. Per il 2015, le aspettative di crescita sono dell'1,5 % (Portogallo), del 3% (Irlanda), del 2,8 e dell'1,6% (Grecia e Spagna). Poco? Può darsi. Ciascuno di questi Paesi aveva problemi e criticità già prima della crisi: non esistono panacee. L'economia greca, per esempio, è ancora ingessata da bardature che rendono estremamente complessa l'attività produttiva. L'iper-regolamentazione è un male comune.

Quel poco però è di più della crescita negativa che il nostro Paese ha registrato nell'ultimo anno e dello 0,8% che il Fondo Monetario prevede per questo (la Banca d'Italia prevede invece lo 0,4%). L'essersi progressivamente avvicinata al pareggio di bilancio, raggiunto nel 2014 con un anno d'anticipo sulla tabella di marcia, non ha impedito alla Germania di essere il Paese più invidiato dell'eurozona.

In Italia, secondo l'Istat, nell'ultimo trimestre del 2014 l'incidenza sul Pil delle uscite totali delle pubbliche amministrazioni è aumentata, dal 47,4 (2013) al 48% del Pil. Nei tre trimestri precedenti, il rapporto era rimasto invariato rispetto all'anno precedente. Si dirà che si è ridotto il denominatore, ovvero il Pil. Il che è verissimo, ma dimostra soltanto che la spesa pubblica è considerata una sorta di «variabile indipendente», com'era il salario per Luciano Lama.

Quello sull'austerità è un «dibattito filosofico-culturale», come ha detto Matteo Renzi al Parlamento europeo. Ma, quando affermano che l'«austerità ha fallito», i nostri leader politici chissà a quale Paese si riferiscono. Negli stessi Piigs, il fallimento non è affatto evidente. Della Germania meglio non dire. Quanto all'Italia, perché l'austerità potesse fallire, prima avremmo dovuto sperimentarla.

Da La Stampa, 23 gennaio 2015
Twitter: @amingardi

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

La sconfitta dei privilegi

«Alle banche popolari quotate servono regole per un controllo più efficace dell'operato degli amministratori, un maggiore coinvolgimento degli azionisti in assemblea anche mediante deleghe. Come ho già osservato in passato, un intervento legislativo è necessario». e modifiche statutarie, che pure abbiamo sollecitato, non possono essere risolutive».

Era il 31 maggio 2011, e a dirlo era Mario Draghi, allora Governatore della Banca d'Italia. Il "necessario" intervento legislativo adesso è arrivato, 'indotto, se non "sollecitato", dal Single Supervisionary Mechanism della BCE. Sette banche popolari di rilevanza sistemica, pur superando tutte lo stress test e l'asset quality review, hanno però dovuto usare il margine di tempo consentito per mettersi a posto: sono per così dire borderline. Per rafforzarsi le banche ricorrono perlopiù alle fusioni: ma se i loro statuti prevedono il voto capitario, solo con delle acrobazie di governance e di poltrone possono ricorrere a quello strumento, anche se sono quotate in Borsa. Il prezzo delle azioni non riflette il valore potenziale della banca, tant'è che basta l'annuncio dell'eliminazione del voto capitario perché i listini prendano il volo. La conseguenza è che abbiamo banche sistemicamente importanti, perlopiù efficienti, con buon radicamento sul territorio, che però risultano borderline nel nuovo panorama della Banking Union.

Il Governo ha deciso di eliminare gli ostacoli al superamento di questa situazione: entro 18 mesi 10 banche popolari, di cui 7 quotate, ma tutte sistematicamente importanti, dovranno diventare società per azioni. E lo ha fatto, perdipiù, con lo strumento del decreto, evidentemente, e a mio avviso giustamente, ravvisando la "necessità ed urgenza" di evitare che possano nascere problemi in quella parte del nostro sistema creditizio ( e magari sperando che in questo modo se ne possano risolvere alcuni, tanto per intenderci tra Siena e Genova).
Evidentemente per Francoforte, e quindi per Roma, l'obbligo di trasparenza richiesto a una banca che per dimensione è sistematicamente rilevante, può essere soddisfatto solo con la governance di società per azioni, e non con quella a voto capitano.

C'è la retorica della cooperazione: le banche popolari scriveva Raffaele Bonanni a proposito delle vicende BPM che mi indussero a dare le dimissioni da consigliere di quella banca sono "la forma più compiuta di partecipazione al governo dell'impresa, la forma più avanzata di democrazia economica". E c'è la realtà degli interessi, quelli di associazioni di soci, magari dipendenti e loro famiglie, che organizzando e selezionando l'affluenza in assemblea, riescono a controllare il voto. Nel 2011 in BPM il 73% del capitale era in mano di non soci, il 27% in mano di 53.000 soci, di cui il 4% degli 8700 dipendenti organizzati nell'Associazione Amici.

Questi controllano il voto in assemblea, hanno un improprie coinvolgimento nelle scelte gestionali, in particolare in quelle su avanzamenti e promozioni, senza nessuna responsabilità o rischio di sanzioni. Il problema di agenzia c'è anche nelle società per azioni, c'è, moltiplicato, nelle piramidi societarie, ma c'è perlopiù la possibilità di conquistare una maggioranza sufficiente a sostituire il management: una possibilità che invece non esiste in caso di voto capitano. Fin quando possono esistere isole felici in cui risparmiatori coscienti di non contare nulla corrono a dare i loro soldi a dipendenti perché la banca sia gestita in modo da dare a loro vantaggi sicuri, ovviamente a scapito della redditività? E' nelle realtà di media dimensione che la cooperazione può non essere retorica, dove anzi si può supporre che si sia ancora capaci di assegnare correttamente il merito di credito alle imprese e ai loro progetti: che sono quindi fuori da quanto dispone il decreto del Governo.

Giuste le ragioni dell'intervento, a lasciar sorpresi è il momento scelto: perché non è che siano mancate le occasioni, nei 4 anni dopo il discorso del Draghi italiano e nei 4 mesi dopo il responso del Draghi europeo. Le banche popolari, proprio per le ragioni implicite al voto capitario, possono contare su sostenitori tra tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento. Se a suggerire l'intervento del Governo non c'è qualche brutta notizia di cui non si sia ancora a conoscenza, bisogna riconoscere che Matteo Renzi ha dato dimostrazione di grande determinazione prendendo un provvedimento che gli potrebbe alienare consensi proprio mentre in Parlamento hanno e avranno luogo votazioni di decisiva importanza per il futuro del Paese e suo. Consideriamola allora come una dimostrazione di forza, e attendiamo con fiducia la conversione del decreto.
Giungerebbe proprio a tempo. Infatti uno degli scopi del QE che oggi verrà annunciato dalla BCE è di consentire alle banche di erogare maggiori finanziamenti alle industrie. Ma se l'economia non cresce, gli investimenti diventano più rischiosi, più difficile diventa assegnare il merito di credito. Se è vero che molte banche popolari, anche alcune delle grandi, grazie a una maggiore prossimità alla :lientela, hanno (ancora) conoscenze e competenze per saperlo fare, è questo il momento per loro di :oncentrarsi interamente a valorizzarle: libere dai conflitti di interesse tipici delle governance a voto capitano.

Da Il Sole 24 ore, 22 gennaio 2015

L'illusione demagogica di punire la ricchezza

Nel suo discorso sullo stato dell'Unione il presidente Barack Obama ha ribadito la volontà di aumentare il prelievo fiscale a carico dei ricchi, così da permettere agevolazioni a favore del ceto medio. La sua idea è che una società diseguale è ingiusta: da qui la necessità di colpire i possidenti e le imprese, per aiutare le famiglie con redditi non elevati.
Il messaggio lanciato risponde a logiche tutte interne alla politica americana. Abbiamo un presidente ormai senza maggioranza che annuncia un programma radicale quale punto di partenza di una negoziazione con i repubblicani da cui spera di ottenere il massimo. Ma quelle parole sono anche indicative di una semplificazione demagogica assai comune in Europa e che non risparmia neppure gli Stati Uniti.

In tutto l'Occidente si assiste infatti all'imporsi di una cultura populista secondo la quale bisogna colpire chi ha di più per aiutare chi ha di meno. Ma questo non soltanto è ingiusto (sottraendo risorse ai legittimi proprietari), ma neppure è efficace. La storia è ricca di fallimenti in questo senso. L'ultimo clamoroso flop di queste riforme basate sull'invidia sociale si è avuto in Francia, dove Franois Hollande prima ha annunciato una speciale tassa del 75% sui redditi più elevati (oltre il milione di euro), poi l'ha un poco annacquata e infine ha deciso di fare marcia indietro. E così ora quella norma verrà meno, dopo avere danneggiato globalmente l'immagine della Francia ormai considerata un Paese avverso al business e dopo aver prodotto, al tempo stesso, ben poche entrate per il fisco parigino. Da noi l'idea del governo Renzi di colpire le transazioni finanziarie sta producendo effetti analoghi. Da quando è stata introdotta la «Tobin tax» all'italiana (che ha alzato l'aliquota sulle rendite finanziarie dei prodotti azionari dal 20% al 26%) si è assistito a un netto calo degli investimenti, collocatosi tra il 15% e il 20%. Un Paese già oggi incapace di fare affluire risparmio privato verso le aziende ha fatto quindi una scelta autolesionistica e ora, non a caso, il Tesoro sta dando un'interpretazione meno punitiva di alcune norme.
D'altra parte, non è la prima volta che i governanti si trovano costretti a modificare le loro scelte.

Quarant'anni fa le aliquote marginali sui redditi, in Europa, erano spesso intorno al 70% e in qualche caso si arrivava come in Svezia sopra al 90%. Ma tutto ciò fu spazzato via dalla considerazione elementare che imposte tanto alte alla fine non tassano nulla: poiché capitali e capitalisti si spostano dove sono meno penalizzati. La competizione istituzionale non soltanto ha permesso al tennista Bjórn Borg di andarsene a Montecarlo o alle imprese italiane di investire in Svizzera, ma alla fine ha convinto gli stessi governi della Vecchia Europa a non seguire politiche così irrazionali.
Obama ora spinge verso una crescente «europeizzazione» della società americana, nonostante l'America rifiuti da sempre la lotta di classe e si basi sulla consapevolezza che l'economia nel suo insieme ha bisogno di miracoli capitalistici come Microsoft, Google o Facebook. È ragionevole pensare, anche per questo, che le resistenze dinanzi al populismo obamiano saranno molte e anche assai accese.

Da Il Giornale, 22 gennaio 2015

Democrazia senza popolo nel vecchio continente

Nei giorni scorsi sul «Financial Times» un articolo scritto a quattro mani da due noti politologi, Chris Bickerton e Carlo Invernizzi-Accetti, ha avanzato dure critiche nei riguardi dell'atteggiamento di quei protagonisti della scena europea (il presidente della Commissione Jean-Claude Junker, in particolare), che a più riprese hanno manifestato insofferenza verso i nuovi radicalismi emergenti: di destra, di sinistra e talvolta non classificabili utilizzando queste categorie. Per i due studiosi è bene che la cultura democratica sia «includente»: che non metta fuori gioco le forze anti-sistema, ma in qualche modo provi ad accoglierle anche come stimoli al rinnovamento.

La questione è spinosa, dato che questi populismi (si pensi all'estrema sinistra di Syriza in Grecia oppure all'estrema destra del Front National in Francia) sono portatori di tesi e programmi che potrebbero aggravare situazioni già compromesse. Ma è fuori discussione che se queste forze non sono la soluzione alle difficoltà attuali, pure sono sintomi di un malessere che va studiato con attenzione. In particolare, bisogna iniziare a fare i conti e dovrebbero essere consapevoli di questo, soprattutto, i maggiori responsabili dell'Unione che oggi gli estremismi si alimentano di una crescente disaffezione verso le istituzioni comunitarie, il cui profilo resta assai indefinito. Questa distanza della gente comune dai palazzi delle burocrazie europee è però facilmente comprensibile se si tiene presente che quello dell'Unione è un progetto istituzionale privo di una comunità e, di conseguenza, di un'opinione pubblica.

Come insegnò mezzo secolo fa Jiirgen Habermas in un testo ormai classico, i sistemi politici moderni di tipo rappresentativo (da cui le nostre democrazie hanno tratto origine) si sono formati grazie all'emergere di quegli spazi di confronto che in Inghilterra sono stati le coffee-house, in Germania le accademie universitarie e in Francia i salotti aristocratici. Entro tali realtà venivano alla luce problemi condivisi e opinioni contrapposte. In seguito, un ruolo sempre crescente sarà svolto dai mezzi di comunicazione (giornali, radio, televisioni, nuovi media), i quali hanno avuto una funzione importante dal Settecento a oggi nel costituirsi delle moderne agorà. Senza dubbio la crescente ostilità verso Bruxelles è spesso nutrita di sofismi e false soluzioni.
Egualmente essa poggia sulla percezione che ci si trovi di fronte a una costruzione artificiale, priva di una base d'appoggio. Romeni, portoghesi, tedeschi, lituani e finlandesi non vivono entro lo stesso spazio comunicativo e, di conseguenza, non dibattono dei medesimi temi. Ma se non vediamo da . nessuna parte o quasi il manifestarsi di un'opinione pubblica europea, non è possibile immaginare quell'accelerazione verso una democrazia europea che moltissimi, a Bruxelles, caldeggiano con forza.

In questo senso, quanti oggi vorrebbero «più Europa» e «più Bruxelles» rischiano di fare del Vecchio Continente una democrazia senza popolo e senza un autentico confronto tra visioni culturali, opzioni strategiche, ipotesi politiche.
D'altra parte, questa stretta relazione tra sistema informativo, opinione pubblica e partecipazione democratica balza subito agli occhi quando si osserva la struttura dell'informazione nei Paesi di più antica tradizione democratica: dagli Stati Uniti alla stessa Svizzera. In queste realtà anche i mezzi di comunicazione che in qualche modo si dirigono verso l'intera nazione sono spesso realtà locali, in primo luogo espressione di una città o una regione.

La democrazia moderna non necessariamente implica quel faccia a faccia che caratterizzava le polis greche, ma è difficile immaginare che centinaia di milioni di europei possano facilmente accettare istituzioni lontane che essi conoscono assai poco, dirette da politici a loro quasi del tutto estranei, ispirate da modelli culturali remoti o addirittura ostili.

C'è di sicuro un'Europa che cresce, faticosamente, giorno dopo giorno: ed è quella dei commerci aperti, della circolazione dei giovani, della crescente diffusione di lingue condivise (l'inglese, in particolare), delle collaborazioni di varia natura che sorgono dal basso. Ma l'Europa delle istituzioni comunitarie spesso si colloca in un'orbita lontana da tutto ciò. E le sue logiche tecnocratiche rischiano proprio di alimentare culture intolleranti, derive autoritarie, scorciatoie populiste.

Dal Corriere del Ticino, 20 gennaio 215

Sei giorni dividono il pubblico dal privato

Dopo lo scandalo dei vigili urbani di Roma (1'85% dei quali non era al lavoro nella notte di Capodanno), una ricerca del Centro studi di Confindustria ha rilevato che l'assenteismo dei dipendenti pubblici costa all'intero Paese quasi quattro miliardi di euro ogni anno: 3,7 miliardi, per l'esattezza. Si tratta di una cifra colossale, che si spiega con il fatto che, nel 2013, di media i lavoratori statali hanno totalizzato 19 giorni di assenze retribuite. A questo dato, fornito dalla Ragioneria generale dello Stato, la ricerca contrappone quello risultante dall'esame del comportamento di un campione di dipendenti di imprese private con oltre 100 addetti. Il risultato è che nel settore pubblico l'assenteismo è superiore di ben 6 giorni all'anno: i1 46,3% in più. Questo può indurre varie riflessioni: molte delle quali sono legittime. In particolare, taluni commentatori hanno enfatizzato l'esigenza di rendere più efficienti gli uffici pubblici, introducendo controlli e innalzandone la qualità al livello delle aziende private. E certo è positivo auspicare una migliore efficienza dello Stato, specie se questo può servire ad avere meno dipendenti e di conseguenza meno costi.

C'è però un'altra considerazione. Quanti si limitano a chiedere uno Stato migliore sembrano ignorare che la cattiva performance dei funzionari italiani è solo in parte connessa al limitato civismo della nostra popolazione. Pur con intensità diverse, una sfasatura tra pubblico e privato si ritrova a tutte le latitudini, poiché dove abbiamo proprietari privati (e anche persone da loro delegate) c'è una maggiore cura nella gestione dei servizi, nel contenimento dei costi, nel controllo di ogni aspetto produttivo e organizzativo: incluse le stesse assenze ingiustificate. In tal senso, il miglior modo e il più semplice per estendere il comportamento relativamente più "virtuoso" dei dipendenti privati anche alle attività oggi di competenza statale consiste nel ridurre tout court la presenza della mano pubblica e nel liberare così spazio a imprese di mercato. Dalle poste alle ferrovie, dalle banche alle università, è urgente che i vari programmi di privatizzazione e liberalizzazione più volte evocati dagli ultimi governi e poi sostanzialmente disattesi siano tradotti in realtà.
Ormai è chiaro come sia un'illusione quella di avere un "pubblico" che si comporta come un "privato". Non c'è dubbio che al suo interno il mondo dei dipendenti statali include realtà assai diverse, e i vari ambiti dello Stato non sono facilmente assimilabili tra loro, ma nell'insieme ci si può aspettare certi risultati solo se il sistema di incentivi e disincentivi che è proprio del mercato agisce e produce i suoi effetti. E all'interno dello Stato quelle logiche non sono trapiantabili.

È tanto banale quanto è vero, ma se un dipendente statale è oggi assente di media sei giorni in più all'anno di un dipendente privato, la strada più rapida per correggere questa situazione sta nel far sì che ogni volta che ciò sia possibile anche questi lasci la funzione pubblica e lavori per un'impresa privata in competizione con altre. I benefici sarebbero sicuramente notevoli

Da La Provincia, 20 gennaio 2015

La libertà di scegliere dove stare. Anche per le imprese

Non è chiaro se le agevolazioni fiscali concesse dal Lussemburgo ad Amazon siano aiuti di Stato. Il documento con cui, la settimana scorsa, la Commissione europea ha inoltrato richieste di ulteriore chiarimento allo Stato non lo accerta, ma si limita, richiedendo appunto maggiori informazioni alle autorità nazionali a confermare, si potrebbe dire, un sospetto.

Si saprà in seguito se gli accordi fiscali, strumenti non solo generalmente utilizzati per attirare capitale straniero ma anche incoraggiati dalle autorità internazionali come l’OCSE e pure dai nostri governi (c’erano, ad esempio, nel piano lettiano di Destinazione Italia) abbiano in questo caso sconfinato nell’aiuto di Stato, secondo la Commissione.

È ormai chiaro però che il caso “LuxLeaks” può avere conseguenze più rilevanti di quelle che riguardano la reputazione e il profilo del presidente della Commissione europea Juncker. Le «trame» lussemburghesi sono la drizza perfetta per issare le vele di un’unione fiscale alla mercé dei gabellieri.

In realtà, scegliere il sistema fiscale più conveniente è un’operazione non solo razionale, ma anche lecita. Sull’idea che imprese e capitali possano spostarsi, al pari di quanto fanno le persone, alla ricerca di condizioni migliori in cui vivere e lavorare, è fondata la stessa idea di Unione Europea.

Cercare il sistema fiscale più conveniente non è un’operazione fraudolenta, ma al contrario può dimostrarsi salvifica. In un mondo dove le distanze vengono continuamente accorciate dai mezzi di comunicazione e dallo sviluppo tecnologico, la decisioni circa dove fissare la propria stabile organizzazione dipende, più che dalle necessità di produzione, dalla affidabilità e dalla non-ostilità dei sistemi economici e fiscali.  

In questo processo, non si avvantaggia soltanto chi ha la forza di spostarsi. 

Ne traggono benefici i consumatori, perché un’azienda che può fare una migliore pianificazione fiscale è anche un’azienda che non trasferisce ai suoi clienti il costo dell’alta fiscalità. E lo stesso vale per i contribuenti. La concorrenza fra giurisdizioni agisce da calmiere per la pressione tributaria. In sua assenza, non pagheremmo meno pagando tutti: ma con tutta probabilità pagheremmo di più. Non vi sarebbe argine, infatti, alle pretese dei tassatori.

Nella nozione comunemente condivisa di “civiltà”, è iscritta a pieno titolo la preferenza per relazioni contrattuali e volontarie. Consideriamo una battaglia di civiltà il referendum sul divorzio: perché ciò che è sicuramente il contrario della civiltà, è costringere una donna a stare con un uomo che non ama. Consideriamo un elemento di civiltà la libertà di migrare: perché assolutamente incivile è il suo contrario, la costrizione fisica a rimanere laddove non si vuole restare. Perché alle persone giuridiche spetterebbero catene che riteniamo inaccettabili per le persone fisiche?

Non comprendere ciò e additare accordi fiscali come quelli lussemburghesi a pratica elusiva a danno di una sorta di equità fiscale internazionale, porterà unicamente a quel governo mondiale della tassazione che si rivelerà il cavallo di Troia dei contribuenti europei.

La lettera dal mittente sospetto

Scrive al Corriere il signor Alessandro Starnini, mitragliando raffiche di strafalcioni di ortografia e grammatica: «Domando a rizzo e stella come hanno fatto a scrivere la balla colossale per cui chiudendo le province si sarebbero risparmiati 14 miliardi all anno??!! 11 governo dice che è un suo grande successo perche ne risparmia i di miliardi! ne mancano ancorai3!. e poi ..facile, basta non spendere piu per le scuole e per le strade, licenziare 2o.000 persone e il risparmio è fatto! Ma le strade e le scuole?! allora rizzo e stella dite che avete scritto delle balle, abbiate questo coraggio, dite che g miliardi all anno non si risparmieranno mai con 1 abolizione delle province, che per risparmiarli molti meno si puo fare ma licenziando 2omila persone e abbandonando tutte le scuole superiori e tutte le strade, che quindi qualcuno che pensi a strade e scuole serve per manutenere e investire, che questo qualcuno non puo essere il singolo comune perche impossibile, che questo qualcuno, fosse direttamente la regione o la provincia riformata, deve avere i soldi e il personale necessario anche se non lo vuoi chiamare provincia; che quindi, cari rizzo e stella, avete raccontato delle balle colossali alla gente e ai vostri lettori ingannandoli e illudendoli ancora una volta con I argomento che la colpa è sempre dei politici, basta quindi eliminarli tutti e il problema è risolto!! un inganno colossale verso le persone fatto da professionisti come voi che hanno raccontato superficialmente e consapevolmente cose non vere in modo utile a loro stessi per seguirei onda della antipolitica eversiva (come ha ben detto il presidente Nalolitano) e vendere molte copie dei loro libri. È questa una colpa tanto grave quanto quella di chi ruba i soldi pubblici!!! "Non rubare" non fare falsa testimonianza" se volete fare un confronto pubblico su tutto cio' facciamolo subito, anzi vi invito a farlo nel mio piccolo comune s giovanni d asso in provincia di siena o se volete in piazza savanti alla gente o i televisione quando volete voi dove volete voi. Si potra confrontarci su come riformare davvero, razionalizzare, aumentare la produttivita, riorganizzare un efficnte ente intermedio indspensabile per la crescita economica come i tutta europa. Ma ...son sicuro che non accererete il confronto e che questa lettera non cara pubblicata.. troppo fastidiosa».

Calcoli e antipolitica
E invece eccola qua, la lettera. Ricca, oltre che di errori da far arrossire un Lucignolo ripetente, di accuse ingiuste. Non abbiamo mai scritto (gli archivi confermano) che con l'abolizione delle Province si sarebbero risparmiati 14 miliardi l'anno ma che quella cifra, secondo più fonti fra cui il Sole 2ore, rappresentava il costo degli enti. È ovvio che i risparmi, dato che certe spese restano anche col passaggio delle competenze, siano molto inferiori. Si va dal miliardo e 894 milioni stimato dall'Istituto Bruno Leoni ai 3 miliardi 855 milioni desumibili dai calcoli sulle funzioni rimaste alle Province elaborati dai tecnici del Governo. Calcoli teorici, certo: i dipendenti delle Province, a differenza degli operai delle imprese private flagellate dalla crisi, il posto non lo rischiano. Quanto all'antipolitica, che non ci piace, va sconfitta in un modo solo: cambiando la cattiva politica.

Curiosità finale: il signor Alessandro Starnini di Rapolano Terme così disinteressatamente impegnato nella difesa delle province c'entra qualcosa con Alessandro Starnini di Rapolano Terme che grazie al partito (il Pci-Pds-Ds-Pd) vive da un quarto di secolo di prebende politiche avendo fatto per un decennio il presidente della Provincia di Siena, poi il consigliere regionale e poi ancora il membro del consiglio di amministrazione della Cassa depositi e prestiti, del CdA dell'Università di Siena, della Conferenza Stato-Città-Regioni, della presidenza dell'Upi e infine il presidente dell'Immobiliare Novoli, controllata da quel Montepaschi devastato per anni dalle scorribande clientelari dei partiti?

Da Sette, 16 gennaio 2015

Fondazioni tartassate sui dividendi

Se la legge di Stabilità non subirà modifiche, il mondo del non profit rischia di finire travolto sotto i colpi di un inasprimento fiscale che mal si concilia con la volontà espressa dal premier, Matteo Renzi, di tutelare il terzo settore. A dispetto delle buone intenzioni, Onlus e fondazioni bancarie possono ritrovarsi la strada lastricata per l'inferno. Una via senza ritorno.
Anche perché le misure positive introdotte vengono più che controbilanciate da quelle negative. Fino al punto da far dire all'Istituto Bruno Leoni, che al tema ha dedicato questo Focus concesso in esclusiva a il Giornale, che «questa è la volta buona per far scomparire definitivamente» il settore.

Di buono c'è che viene reso finalmente strutturale il 5x1000 dell'Irpef, con un tetto stabilito di 500 milioni di euro l'anno. Sempre che, come già accaduto in passato per aiutare i malati di Sla, il contributo non finisca nel calderone di qualche finanziamento d'emergenza. Poi, ci sarebbe anche la norma che alza il tetto, dagli attuali 2.065 a 30mila euro, della quota detraibile per le donazioni. In realtà, l'aliquota è rimasta ferma al 26% e le offerte non potranno avvenire in contanti, ma solo con mezzi di pagamento tracciabili. Secondo l'analisi, questo impianto avrà un effetto immediato: ridurrà il ricorso alla cosiddetta agevolazione del «più dai meno versi», cioè quella della deducibilità al 10% fino a 70mila euro. È verosimile che ad avvantaggiarsene saranno le Onlus più piccole, proprio in ragione del fatto che, non disponendo di una contabilità a partita doppia, non possono usufruire del «più dai meno versi». Probabile invece che perle organizzazione più articolate non cambi nulla.

Ma il capitolo più controverso, quello che ha già sollevato le critiche delle Fondazioni bancarie, riguarda l'incremento delle tassazione sui dividendi incassati dagli enti non commerciali. Se oggi solo il 5% di questi utili è assoggettato a tassazione, le modifiche introdotte innalzano questa aliquota al 77,74%. «Applicando il nuovo regime spiega l'Istituto Bruno Leoni , a parità di dividendo erogato, la riduzione percentuale del residuo netto disponibile a seguito del pagamento di maggiori imposte si assesterebbe intorno al 20%». In questo modo le Fondazioni bancarie, tra i principali sostenitori del non profit, avranno a disposizione meno risorse da canalizzare verso le attività impegnate nel sociale. Di recente, l'Acri guidata da Giuseppe Guzzetti ha stimato in un 30% la contrazione che potrebbero subire le erogazioni per il terzo settore.

Anche il capitolo sul costo del lavoro merita attenzione. La legge di Stabilità 2015 prevede che gli enti non commerciali siano ancora tenuti al pagamento dell'Irap sull'intero costo del lavoro dei dipendenti assunti a tempo indeterminato; al contrario, sono detassate le attività commerciali. Il risultato? «Una probabile riorganizzazione degli enti del terzo settore commenta lo studio , che sposteranno la propria forza lavoro su quest'ultimo tipo di attività, ai fini di un (consistente) risparmio fiscale».

Da Il Giornale, 15 gennaio 2015

No profit, no party: gli aggravi fiscali al non profit contenuti nella legge di Stabilità

Nei programmi e nei discorsi di molti esponenti politici degli ultimi anni è stato evidenziato il ruolo fondamentale giocato dal non profit per l’economia e la società italiana, e l’attuale governo non ha fatto eccezione. Ciononostante, le misure adottate sinora, e in particolare la legge di Stabilità 2015, mostrano ben poca considerazione per il terzo settore, il cui regime fiscale viene anzi decisamente inasprito.

Nel Focus “No profit, no party: gli aggravi fiscali al terzo settore contenuti nella legge di Stabilità (nonostante le tante belle parole)” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, analizza la portata e gli effetti delle misure contenute nella legge di Stabilità, le quali - secondo Mannheimer - “non solo – al contrario di quanto auspicato da più parti, legislatore compreso – contrastano con la tutela e valorizzazione del non profit, ma addirittura lo penalizzano, in determinati casi, rispetto alle corrispondenti attività in campo commerciale”. Alcune fra le novità presenti, infatti, si limitano a creare una sorta di “concorrenza fra agevolazioni fiscali”, ovvero un gioco a somma zero utile soltanto alle casse pubbliche. Altre, tuttavia, costituiscono una vera e propria forma di discriminazione, come l’indeducibilità del costo del lavoro dall’imponibile IRAP, oppure, come l’incremento della tassazione sui dividendi percepiti dagli enti non profit, rischiano di portare a considerevoli contrazioni nelle erogazioni a sostegno del welfare.

Il Focus “No profit, no party: gli aggravi fiscali al terzo settore contenuti nella legge di Stabilità (nonostante le tante belle parole)” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Gli euro di Draghi e l'eco del Faust

Con il quantitative easing voluto da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, è stato varato un massicio piano d'acquisto di titoli di Stato che, nei fatti, rappresenta un formidabile incremento della quantità di moneta in circolazione, un sostegno ai Paesi più indebitati (tra cui l'Italia è in prima linea) e, certamente, anche un aiuto a tutte quelle banche che in questi anni si sono riempite di titoli pubblici. Al di là di taluni specifici risvolti tecnici (sempre un po' differenti e legati ai vari contesti storici e finanziari), la decisione della Banca centrale europea non rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo. Al contrario, si tratta dell'ennesimo tentativo di uscire da una grave situazione economica in questo caso legata ad elevati debiti pubblici di taluni Paesi membri dell'Unione usando artifici di natura monetaria: in particolare, facendo ricorso a una moltiplicazione della valuta in circolazione che dovrebbe stimolare una ripresa. Ma è lecito essere scettici.

Fin dai tempi di Copernico e Jean Bodin coloro che hanno esaminato il rapporto tra la moneta e il suo valore si appoggiano su quella che a un certo punto è stata chiamata "teoria quantitativa della moneta". In parole molto semplici l'idea è che un incremento della massa monetaria (in questo caso, degli euro in circolazione) produrrà fenomeni inflattivi. D'altro canto, non si immettono più di mille miliardi di euro nell'economia senza che l'euro non veda ridursi, e si presume in maniera rilevante, il proprio potere d'acquisto. Ciò significache quanti hanno un reddito pagato nella valuta comunitaria o risparmi in euro saranno più poveri. Chi ogni mese guadagnamille o duemilaeuro sappia che questa massiccia iniezione di moneta tanto magnificata dai media e dai politici farà sì che il suo reddito reale calerà.

Gli esempi storici
Gli esempi storici sono numerosi. Il più noto è quello tedesco, dove nel 1923 si ebbe una crisi drammatica, anche legata ai "debiti" conseguenti ai trattati di pace e caratterizzata da iperinflazione.
In brevissimo tempo ci vollero miliardi di marchi anche per acquistare un chilo di pane e tale choc mise in ginocchio la società nel suo insieme, ponendo pure le premesse per l'avvento, un decennio dopo, del regime nazista.
Sul piano numerico appare ancor più incredibile quanto è accaduto recentemente nello Zimbabwe, dove l'illusione di poter impunemente manipolare la moneta ha finito per generare politiche che hanno prodotto un'inflazione a moltissimi zeri e del tutto fuori controllo. Alle 5 pomeridiane del 7 luglio 2008 una birra costava 100 miliardi di dollari locali, ma solo un'ora dopo il prezzo era già di 150 miliardi.
Entrambe queste situazioni sono estreme, quasi ai confini della realtà, e al momento non c'è motivo di descrivere scenari di questo tipo per l'Europa. Ma processi inflattivi si sono però già visti un po' ovunque, soprattutto da quando, a inizio anni Settanta, l'America ha definitivamente sganciato il dollaro da un rapporto fisso con l'oro. Al tempo del gold standard, la convertibilità imponeva che ogni produzione di moneta fosse accompagnata dalla disponibilità, da parte della banca centrale, di un determinato quantitativo in oro; poi si é passati a una moneta detta fiduciaria, che poggia soltanto su se stessa e che quindi può essere prodotta in maniera illimitata: ad libitum.

Dal dopoguerra a oggi
La stessa Italia del dopoguerra ha conosciuto una significativa inflazione, se si considera che una banconota da diecimila lire del 1960 aveva un potere di acquisto di circa 100 euro attuali e veniva scambiata, 50 anni dopo, a soli 5 euro. Il che sta a dire che in mezzo secolo l'inflazione ha ero so circa il 95% del valore della valuta italiana. Ora da parte della Bce si annuncia l'arrivo di una "buona inflazione", che dovrebbe collocarsi intorno al 2%. Il linguaggio è un poco orwelliano, dal momento che non si capisce come un'inflazione (anche moderata) possa essere "buona", se riconsidera che si tratta di una sottrazione di ricchezza sotto altra forma e di una redistribuzione che segue logiche assai perverse: punendo i risparmiatori e favorendo quei Paesi che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità, ad esempio. In questo senso non è fuori strada chi, come il quotidiano tedesco "Handelsbatt", paragona il quantitative e asing di Draghi a una droga e sostiene che con questa politica monetaria "agevoliamo anche chi fa debiti".
Una buona moneta è una moneta stabile e quindi in grado di svolgere al meglio le sue funzioni principali: facilitando gli scambi, permettendo la capitalizzazione e fungendo da unità di conto. Ma una moneta che svanisce come neve al sole non è più in condizione di operare correttamente in tal senso. Il risultato finale è il paradosso di un mercato globale che si basa su monete totalmente politicizzate, manipolate dalle banche centrali, moltiplicabili a piacere e usate anche per operare massicce redistribuzioni.

Quando nel "Faust" di Goethe un diavolo assai scaltro come Mefistofele incontra un re alle prese con difficoltà di bilancio, il suo consiglio consiste proprio nell'usare la leva monetaria, creando (falsa) ricchezza dal nulla. E un consiglio diabolico, però, dal momento che mina una base importante della vita sociale e rappresenta una variante legalizzata del ladrocinio.
In effetti, come già nel diciottesimo secolo fu evidenziato da Richard Cantillon, ogni espansione della moneta arricchisce alcune impoverisce altri. La prima valuta nuova che viene utilizzata ha ancora un valore pieno, non dissimile da quello che aveva prima della creazione di denaro. Ma quando poi la valuta inizia a circolare, la gente percepisce quanto sia stata aumentata la quantità di moneta: e ogni singolo titolo perde capacità di acquisto. A trarre beneficio, allora, sono i primi utilizzatori della moneta, mentre a pagarne lo scotto sono gli ultimi.

Prospettive grigie
Per giunta, nessuno sa a quale effettivo livello si definirà la perdita di potere d'acquisto della moneta a seguito dell'iniziativa della Bce. La teoria quantitativa è solida quando afferma che quanto più vi sono euro nel mercato tanto minore sarà il potere d'acquisto di ogni singolo euro, ma bisogna sempre tenere in considerazione che ogni valore è connesso al credito, alla reputazione, alle prospettive previste. E certamente il cosiddetto "bazooka" utilizzato da Draghi non promette nulla di buono per il prestigio della moneta comune e per le prospettive dell'economia di tutto il continente.

Da La Provincia, 26 gennaio 2015

Mercato del gas, troppa tutela fa male ai consumatori

Superare l’attuale regime di tutela per i consumatori domestici nel mercato gas aiuterebbe a rendere il mercato più dinamico a fare leva sui benefici della liberalizzazione. Lo sostiene Lorenzo Castellani nel Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni “La liberalizzazione dei mercati retail gas nell’Unione Europea” (PDF).

Lo studio esamina gli schemi di protezione dei consumatori in vigore nei diversi Stati membri dell’Unione Europea, mostrando che i paesi con una regolamentazione meno pervasiva si distinguono per una maggiore mobilità della domanda, che a sua volta determina pressioni verso la riduzione dei prezzi. Scrive Castellani: “I consumatori che realizzano i risparmi maggiori sono quelli dei paesi in cui il mercato del gas è completamente liberalizzato o si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza dei prezzi e lo switching”. Di conseguenza “una maggiore liberalizzazione del mercato del gas permette di avere una distanza più ampia tra l’offerta di riferimento e l’offerta competitiva frutto della concorrenza fra venditori e realizzare quindi un risparmio più consistente”.

Il Briefing Paper “La liberalizzazione dei mercati retail gas nell’Unione Europea” di Lorenzo Castellani è liberamente disponibile qui (PDF).

Sei giorni dividono il pubblico dal privato

Dopo lo scandalo dei vigili urbani di Roma (1'85% dei quali non era al lavoro nella notte di Capodanno), una ricerca del Centro studi di Confindustria ha rilevato che l'assenteismo dei dipendenti pubblici costa all'intero Paese quasi quattro miliardi di euro ogni anno: 3,7 miliardi, per l'esattezza. Si tratta di una cifra colossale, che si spiega con il fatto che, nel 2013, di media i lavoratori statali hanno totalizzato 19 giorni di assenze retribuite. A questo dato, fornito dalla Ragioneria generale dello Stato, la ricerca contrappone quello risultante dall'esame del comportamento di un campione di dipendenti di imprese private con oltre 100 addetti. Il risultato è che nel settore pubblico l'assenteismo è superiore di ben 6 giorni all'anno: i1 46,3% in più. Questo può indurre varie riflessioni: molte delle quali sono legittime. In particolare, taluni commentatori hanno enfatizzato l'esigenza di rendere più efficienti gli uffici pubblici, introducendo controlli e innalzandone la qualità al livello delle aziende private. E certo è positivo auspicare una migliore efficienza dello Stato, specie se questo può servire ad avere meno dipendenti e di conseguenza meno costi.

C'è però un'altra considerazione. Quanti si limitano a chiedere uno Stato migliore sembrano ignorare che la cattiva performance dei funzionari italiani è solo in parte connessa al limitato civismo della nostra popolazione. Pur con intensità diverse, una sfasatura tra pubblico e privato si ritrova a tutte le latitudini, poiché dove abbiamo proprietari privati (e anche persone da loro delegate) c'è una maggiore cura nella gestione dei servizi, nel contenimento dei costi, nel controllo di ogni aspetto produttivo e organizzativo: incluse le stesse assenze ingiustificate. In tal senso, il miglior modo e il più semplice per estendere il comportamento relativamente più "virtuoso" dei dipendenti privati anche alle attività oggi di competenza statale consiste nel ridurre tout court la presenza della mano pubblica e nel liberare così spazio a imprese di mercato. Dalle poste alle ferrovie, dalle banche alle università, è urgente che i vari programmi di privatizzazione e liberalizzazione più volte evocati dagli ultimi governi e poi sostanzialmente disattesi siano tradotti in realtà.
Ormai è chiaro come sia un'illusione quella di avere un "pubblico" che si comporta come un "privato". Non c'è dubbio che al suo interno il mondo dei dipendenti statali include realtà assai diverse, e i vari ambiti dello Stato non sono facilmente assimilabili tra loro, ma nell'insieme ci si può aspettare certi risultati solo se il sistema di incentivi e disincentivi che è proprio del mercato agisce e produce i suoi effetti. E all'interno dello Stato quelle logiche non sono trapiantabili.

È tanto banale quanto è vero, ma se un dipendente statale è oggi assente di media sei giorni in più all'anno di un dipendente privato, la strada più rapida per correggere questa situazione sta nel far sì che ogni volta che ciò sia possibile anche questi lasci la funzione pubblica e lavori per un'impresa privata in competizione con altre. I benefici sarebbero sicuramente notevoli

Da La Provincia, 20 gennaio 2015

L'illusione svizzera di fermare il mercato

La decisione della banca centrale svizzera (Bns) di abbandonare la soglia minima del cambio tra euro e franco svizzero è giunta, al tempo stesso, in maniera inaspettata e prevedibile. "Inaspettata", perché ancora dieci giorni fa le autorità della Bns avevano dichiarato irrinunciabile questa difesa del cambio; "prevedibile", perché quella condotta non poteva essere praticata troppo a lungo senza comportare un costi troppo alti.

Con un'Europa in tali difficoltà e con la volontà di risolvere per via monetaria la questione dei debiti pubblici, era quasi fatale che gli svizzeri abbandonassero quella strategia. L'errore non è stato commesso nelle ultime ore, ma negli anni precedenti, quando si è coltivata l'illusione di opporre resistenza a un mercato globale che deprezzava l'euro e voleva orientarsi verso il franco.

In questo modo, per giunta, si sono danneggiati alcuni settori (i risparmiatori, ad esempio) e favorito taluni altri (il turismo o l'industria esportatrice). Le conseguenze dì quell'errore e anche della correzione compiuta ora si faranno sentire, ma non tutte saranno negative. Certamente ne soffrirà la borsa, che ha già perso più dell' 8%. Manipolare i livelli di cambio produce alterazioni dei prezzi e quando poi si smette d'interferire con il mercato è normale che si abbiano simili tonfi. Ne soffrirà anche l'industria proiettataverso l'export, che infatti ora attacca con forza la leadership della Bns. Ma tutto questo dovrebbe essere più che compensato, almeno nel medio termine, dagli effetti positivi.

La Svizzera dipende moltissimo dall'estero e importa, ad esempio, quasi tutte le materie prime. Con un franco forte si comprerà con più facilità e questo aiuterà l'economia nel suo insieme. Per giunta, un franco forte rende ancora più attrattiva la Svizzera per quei numerosi giovani di tutta Europa ad alta qualificazione che, in questi anni, hanno dato un contributo rilevante al successo della confederazione. Il franco sganciato dalla soglia dell'1,20, quindi, non soltanto rende più ricchi gli svizzeri, quanti sono retribuiti o hanno risparmi in CHF, ma può dare anche prospettive positive all'intera economia elvetica.

Il punto cruciale, comunque, è un altro. La pretesa di fissare una soglia arbitraria al cambio euro-franco era un modo per manipolare i prezzi, e quando si alterano i prezzi si priva il mercato di uno strumento informativo cruciale: di una condizione fondamentale a comportamenti razionali. Anche la settimana scorsa era chiaro a tutti che le prospettive della Svizzera era assai migliori di quelle dell'area-Euro e che il franco valeva assai di più di quanto non fosse scambiato. Negare tutto ciò sulla base di illusioni tecnocratiche e discutibili teorie economiche ha causato gli sconquassi in borsa e non solo di queste ultime ore.

La speranza è che gli svizzeri e gli europei tutti imparino la lezione. Ridistribuire ricchezza con la manipolazione della moneta non è solo ingiusto: è anche economicamente sbagliato. Prima o poi c'è una bolletta da pagare.
L'augurio è che non sia troppo salata e che il ritorno alla realtà, che comporta anche molti benefici, aiuti gli attori economici a riorganizzare la produzione su basi più razionali.

Da La Provincia, 17 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Accordi fiscali: l’attivismo della Commissione Europea è pericoloso

Le autorità europee hanno espresso dubbi sulla legalità dell'accordo fiscale di Amazon con il Lussemburgo. L'attivismo della Commissione, in questo frangente, può indebolire certezza del diritto e competitività dei Paesi dell'Unione Europea: è questa la tesi del nuovo Focus dell'Istituto Bruno Leoni, "Accordi fiscali e aiuti di stato: una commistione pericolosa" (PDF).

Massimiliano Trovato, Fellow dell'Istituto Bruno Leoni, sostiene che "La sensazione è che dietro lo sbandierato intento di tutela della concorrenza si celino assai più prosaici interessi di natura fiscale. I bilanci pubblici sono in affanno e le multinazionali – possibilmente americane, ancor meglio se attive nell'economia digitale – rappresentano un bersaglio ideale. Un piano miope, a ben guardare, per due ragioni: perché le fonti possono disseccarsi; e perché  loro investimenti, ben più del gettito eventualmente generato, possono contribuire a portare le economie europee fuori dal guado".

Per Trovato, è importante evitare sovrapposizioni improprie fra questioni intellettualmente distinte, come politica della concorrenza e politica fiscale: "Affrontare una presunta emergenza fiscale con strumenti pensati per il diritto della concorrenza non è solo un'operazione discutibile dal punto di vista intellettuale, ma appare come una palese violazione dei limiti tracciati dal diritto europeo".

Il Focus "Accordi fiscali e aiuti di stato: una commistione pericolosa", di Massimiliano Trovato, è liberamente disponibile qui (PDF).

Katainen a Roma esalta il Jobs Act e dà il segnale che l'euro-svolta ora c'è

"Le riforme italiane sono importanti, tutte giuste e aumenteranno la competitività. In particolare il Jobs Act che aiuta le assunzioni e i giovani. Dunque è molto probabile che l'Italia possa sfruttare le nuove clausole di flessibilità sui conti pubblici". Pronunciate ieri a Roma in Parlamento dal vicepresidente della Commissione europea Jyrki Katainen, il finlandese rigorista già temuto come e più dei tedeschi, queste parole non solo danno il via libera alla manovra di bilancio italiana (quello definitivo, come per la Francia, arriverà a marzo), dopo i nuovi criteri sviluppisti annunciati da Bruxelles, ma costituiscono il più esplicito riconoscimento a Matteo Renzi venuto dall'establishment europeo e nordico in particolare. Katainen, incontrando il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha aggiunto che il semestre renziano "ha contribuito a cambiare verso all'Europa. Tutti abbiamo disperatamente bisogno di crescita". Parole ed elogi che sono a loro volta il segnale evidente dell'inversione a U: ancora un mese fa la Commissione chiedeva all'Italia "altri progressi" intanto che Standard & Poor's tagliava di un'altra tacca il rating sovrano.

Dal punto di vista di Renzi i fatti di queste ore sono però anche altro. Il premier ha in mano argomenti solidi per ribattere a chi l'aveva accusato di essere tornato a mani vuote dai sei mesi in Europa. Punto due, la sponda principale nell'Eurozona non è più solo quella francese (anzi), poiché l'apprezzamento nel merito e non solo nelle attese arriva dagli alleati della Germania, e nel caso di Katainen dall'uomo che Angela Merkel ha messo a marcare il francese Pierre Moscovici: faccenda che tornerà già nel summit con la cancelliera il 22-23 gennaio a Firenze. Punto tre, il Jobs Act, contro il quale è scesa in piazza la Cgil, ma minimizzato anche da Confindustria e parte del centrodestra, si sta confermando una riforma forte, presa in parola da Sergio Marchionne per assumere al sud e citata ad esempio da Katainen. Così Renzi spunta dall'elenco un'altra richiesta della lettera della Bce dell'agosto 2011 per soccorrere i titoli pubblici italiani (allora) e per ristabilire a più lungo termine la fiducia degli investitori e rilanciare la competitività e la produzione (oggi). Dopo lo sprint iniziale del governo Monti, sui conti pubblici e con il passaggio al sistema pensionistico contributivo, il cacciavite di Enrico Letta s'incriccò tra esodati e Imu. Risultato: sul Foglio del 18 agosto 2013 l'economista Carlo Stagnaro misurò un livello di attuazione delle riforme pari al 25 per cento. Renzi può aggiungervi il Jobs Act e l'abolizione della concertazione nazionale a favore della contrattazione aziendale. Come importanza siamo al 60 per cento di attuazione, potremmo dire: restano ancora fuori la riforma della Pubblica amministrazione e il taglio delle aziende municipalizzate, annunciati ma da approvare. Dunque il premier non fa sfigurare il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi che nel momento clou, alla vigilia del lancio del Quantitative easing (allentamento monetario), ha deciso di rivolgersi all'opinione pubblica tedesca "da italiano che sa cosa significa lavorare sodo". Nelle recenti interviste all'Handelsblatt e soprattutto alla Zeit, Draghi ricorda che le misure monetarie straordinarie per rimediare all'inflazione a zero non sono per la Bce un optional "ma un obbligo del mandato". Ovvero che l'Eurotower non è per pochi ma per tutti gli europei. Per rafforzare il concetto ha aggiunto un "i tedeschi devono capire" che entra direttamente nei salotti dove si tifa per Jens Weidmann della Bundesbank.

Tra i gufi si riaffaccia l'ipotesi euro-marco
L'offensiva mediatica s'accompagna al parere della Corte di giustizia europea che ha risposto alla Corte tedesca di Karlsruhe attribuendo piena legittimità all'acquisto di titoli pubblici da parte della Bce. In Germania c'è chi sostiene che queste conclusioni, se confermate, potrebbero portare alla rottura dell'euro dall'alto col ritorno al marco: "Se la Corte di Karlsruhe accetta la sentenza del Lussemburgo, la conseguenza è che non saremo più uno stato sovrano", scrive sul Teleghaph Ambrose Evans-Pritchard.
"I giudici di Karlsruhe dovrebbero proibire alle nostre istituzioni di prendere parte all'acquisto di bond" a cominciare dalla Bundesbank. Fragore di armi, contribuenti tedeschi in nuovo subbuglio e, dopo che la Svizzera ha rotto la parità con l'euro, con l'onta di sentirsi trattare da terroni. Altri dogmi in frantumi. L'Europa (forse) cambia verso, come dice Katainen di Renzi.

Da Il Foglio, 16 gennaio 2015

Se la Francia vendesse Mona Lisa per 1,9 miliardi di euro

La Francia dopo dieci anni dall'entrata in vigore della legge n° 2002-5 del 4 gennaio 2002 relativa ai musei di Francia ripensa la gestione di questi enti pubblici: sono 1.220 i “Musei di Francia”, 83% gestiti da autorità locali e 5% dallo Stato. Negli ultimi anni 128 sono stati chiusi, nel 2015 lo Stato ha assegnato 8.350.000 € per le acquisizioni di opere, mentre 340 milioni di euro sono stati stanziati per la conservazione e il restauro dei musei. Questi i numeri che emergono dal rapporto parlamentare, firmato da Isabelle Attard, Michel Herbillon, Michel Piron e Marcel Rogemont, presentato all'Assemblea nazionale prima di Natale.

La ricerca è stata commissionata dalla Commission des affaires culturelles et de l'éducation per conoscere meglio la funzione del patrimonio artistico statale in particolare la gestione, le provenienze, la movimentazione (esposizioni e prestiti), la conservazione, l'archiviazione o lo stoccaggio.

La commissione ha proposto nelle conclusioni che ogni ente, al fine di rientrare nella rete “Museo di Francia” debba presentare un progetto scientifico e culturale nel quale utilizzare anche il patrimonio non esposto del museo, che deve essere coerente con le politiche del museo.

Fondamentale l'attenzione alle opere di provenienza dubbia entrate in collezione tra il 1933 e il 1945, gli anni della guerra e del saccheggio nazista, e al fine di presentare al mondo collezioni ineccepibili. L'indagine che intende mettere un po' ordine nel patrimonio “invisibile” presente nei musei francesi ha dato la stura a una serie di ipotesi di alienazione del patrimonio.

Il dibattito in Francia si è acceso sulla domanda forte: questa ricollocazione delle opere apre la porta a una possibile alienazione delle opere non coerenti con le politiche del museo?
Vendere parte delle opere è sacrilegio o scelta strategica? Difficile dare una risposta e la questione è stata analizzata sotto diversi aspetti. In primis va segnalato lo scopo della vendita: ovvero lo Stato o gli enti locali venderebbero queste opere d'arte “nascoste” per comprare altre opere per rinnovare e arricchire le loro collezioni o più semplicemente libererebbero risorse da indirizzare agli investimenti diretti ai musei o, al limite, per rimborsare i debiti dello Stato o degli enti locali cui fanno riferimento i musei?

In America il caso del default della città di Detroit e della ventilata ipotesi di cessione di alcune opere del Detroit Institute of Art ha creato una forte opposizione interna alla città e tra gli appassionati di arte.

Il dibattito in Francia ora è aperto, in Italia si aprì e chiuse un paio di anni fa sulla ricognizione dell'Istituto Bruno Leoni sul “tesoro nascosto” nei magazzini dei nostri musei . Il Ministero della Cultura francese sta infatti preparando per la primavera un'importante legge dedicata al “patrimonio”. E, naturalmente, c'è chi ha tutto l'interesse a che dai forzieri dei musei pubblici vengano dispersi i capolavori, visto che la via obbligata è sempre l'asta pubblica. Nella recente relazione della commissione per gli affari culturali dell'Assemblea nazionale dedicata ai musei francesi, Guillaume Cerutti, responsabile di Sotheby's in Francia, non ha esitato a evocare quest'ipotesi ricordando che nel 2002 il principio di inalienabilità delle opere di collezioni pubbliche sancito dal diritto “museo” poteva essere flessibile al fine di gestire in modo più dinamico le collezioni museali.

Leggi il resto su Arteconomy24.ilsole24ore.com, 10 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Alitalia-Etihad: rilancio sul long haul

A seguito della liberalizzazione del settore, negli ultimi quindici anni il trasporto aereo europeo è mutato drasticamente.
Da un lato le compagnie low cost sono ormai attori primari (soprattutto Ryanair e easyJet, che sono ormai il secondo e il quinto operatore per numero di passeggeri trasportati), dall'altro lato sí stanno rafforzando le compagnie medio-orientali. Tra queste spicca Etihad, vettore basato ad Abu Dhabi che ha deciso di espandersi tramite acquisizioni e partnership. Guidato dal competente amministratore delegato James Hogan, è ormai presente nel mercato svizzero, tedesco, irlandese e serbo. E da qualche mese, come è noto, ha deciso di investire in uno dei grandi mercati europei: l'Italia. 
L'acquisizione del 49% di Alitalia da parte del vettore medio-orientale è stata la grande notizia dell'estate. Una mossa che può rappresentare un'ottima opportunità, non solo per la sopravvivenza del vettore italiano, ma in generale anche per l'economia del territorio.

Una crescita affidata al lungo raggio 
L'hub di Fiumicino, sviluppato da Alitalia, è uno dei grandi poli di servizi di tutto il centro Italia, nonché catalizzatore d'investimenti diretti esteri e creazione di posti lavoro. 11 piano industriale di Alitalia/Etihad punta chiaramente al rafforzamento dell'hub. In particolare, prenderà forza la flotta a lungo raggio. Bisogna ricordare che sono proprio i voli long haul che oggi evidenziano i migliori margini di crescita e che in Italia, secondo i dati delle low cast, b concorrenza è particolarmente forte, dato che quasi il 50% è in mano ai vettori a basso costo. Per questa ragione, l'unico modo che una compagnia tradizionale ha per crescere è puntare sui mercati a maggiore rendimento, quale quello intercontinentale. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, occorre la forza finanziaria ed economica di un partner forte su questo tipo di collegamenti, come appunto è Etihad: la disponibilità di aeromobili a lungo raggio da parte del vettore emiratino è essenziale per il piano di sviluppo del traffico a lungo raggio dell'aerolinea italiana. Non a caso si prevede che tra il 2015 e il 2018 la quota di viaggiatori intercontinentali di Alitalia raggiungerà quasi il 15% del totale, in crescita rispetto a tutti gli altri segmenti, mentre ulteriori incrementi si prevedono nei ricavi medi per passeggero: ricordiamo che uno dei punti di debolezza della compagnia italiana era proprio l'impossibilità di puntare sul long haul e, quindi, dí aumentare il ricavo medio per passeggero. Questo incremento dovrebbe essere accompagnato da una stabilizzazione dei costi operativi intorno ai 140-141 euro per passeggero. In questo modo il margine operativo lordo dovrebbe essere di oltre 600 milioni di euro nel 2018, quando la compagnia avrà un utile vicino al 5% del ricavo totale. Il piano della compagnia dunque è credibile e solido e permetterà ad Alitalia di svilupparsi.

Sette nuovi aerei in flotta
Il grafico evidenzia come nel periodo preso in esame vi sarà una leggera crescita del corto-medio raggio in termini di posti offerti (+ 4%), mentre la maggior parte dell'incremento deriverà da una nuova offerta a lungo raggio. Per fare ciò ben sette aerei a lungo raggio entreranno nella flotta di Alitalia entro il 2018. L'offerta di posti dovrebbe aumentare tra il 2015 e il 2018 di circa il 27%.
In totale i passeggeri Alitalia cresceranno di circa il 10%, un aumento credibile e in linea con quello dell'offerta. È chiaro che i coefficienti di riempimenti aumenteranno, ma soprattutto vi è nel piano un ricentramento sui voli intercontinentali necessari a fare chiudere il business in positivo.

Il ruolo chiave di altri scali
Chi pensa che tutto lo sviluppo del lungo raggio passerà da Fiumicino, tuttavia, commette un errore. Anche se il ruolo dell'hub romano si rafforzerà (rispetto a oggi, entro il 2018 l'offerta sarà incrementata di Internazionali Domestici circa il 30%), anche gli altri aeroporti italiani vedranno un aumento delle frequenze settimanali verso destinazioni intercontinentali. Milano Malpensa, in particolare, vedrà un incremento dell'offerta del 127% nelle frequenze settimanali verso destinazioni intercontinentali. Nel complesso l'offerta settimanale di voli dal piano Alitalia-Etihad dovrebbe aumentare di più del 60%. Tutta l'Italia quindi, e non solo Roma Fiumicino, sarebbe meglio collegata con le destinazioni a lungo raggio. 

Scenari futuri 
Alitalia ha sofferto negli ultimi anni per via di una flotta troppo incentrata sul corto-medio raggio. L'arrivo di Etihad permette di supplire a questa mancanza e di andare in direzione dei grandi vettori internazionali. 
È chiaro che l'aerolinea italiana non raggiungerà le dimensioni di Air France KIm o Lufthansa, ma indubbiamente, essendo meglio incentrata sul business intercontinentale, potrà andare nella direzione dei grandi player internazionali e si allontanerà dalla concorrenza diretta dei vettori low cost.
Etihad non porta solo il beneficio di collegare meglio l'Italia verso il principale mercato in crescita nel mondo, quello asiatico, ma grazie al fatto che la compagnia degli Emirati Arabi Uniti ha delle quote importanti in altre compagnie aeree europee, vi è la possibilità di sviluppare un nuovo network più efficiente. L'alleanza con Airberlin, in cui Etihad ha una quota rilevante, o con Etihad Regional, permetterebbe una rimodulazione degli orari in modo da favorire il feederaggio nello scalo di Roma Fiumicino. Ed è chiaro che vi potrebbero essere code sharing o alleanze molto forti per i collegamenti tra Ginevra e Roma Fiumicino con Etihad Regional, per poi far proseguire i passeggeri con un volo Alitalia con destinazione, ad esempio, Santiago del Cile. 

Oltretutto Alitalia rafforzerebbe l'hub in direzione del Sud e Nord America con le nuove macchine a lungo raggio, oltre a confermare e rafforzare alcune tratte verso Oriente. Il vettore può diventare uno dei due perni, insieme ad airberlin, di un nuovo sviluppo verso Occidente. Verso Oriente, invece, la forte partnership con Etihad permetterebbe agli italiani di avere ottime connessioni verso Asia e Australia.
Si ricorda tuttavia che Etihad acquisirà solo il 49% della nuova compagnia. Sarà infatti impossibile salire oltre tale quota azionaria, poiché altrimenti il vettore passerebbe sotto il controllo di quello di Abu Dhabi.
E il controllo dovrà sempre rimanere saldamente nelle mani europee, poiché altrimenti Alitalia perderebbe la licenza di vettore comunitario e la possibilità di operare liberamente i voli all'interno dell'Europa. Il piano di Alitalia, in partnership con Etihad, ha dunque ottime possibilità di sviluppo.
È chiaro che il business aereo è estremamente complicato, ma la forza dell'alleanza potrebbe, per la prima volta dopo tanti anni, riportare Alitalia verso l'utile e verso lo sviluppo delle rotte verso il mercato intercontinentale.

Da Mission, dicembre 2014
Twitter: @AndreaGiuricin

Usi impropri della moneta

Per Keynes, «la particolare caratteristica per la quale si è tradizionalmente supposto che l'oro sia particolarmente adatto a fungere da riferimento del valore, cioè la sua inelasticità di offerta» era proprio ciò che consigliava di farne a meno. Per quanto occupino una posizione minoritaria, ci sono ancora studiosi d'opinione diversa. È il caso di José Antonio de Aguirre, economista spagnolo che ha curato, fra l'altro, un'edizione critica della Teoria generale. La lezione della crisi economica, tradotto da Rubbettino con prefazione di Lorenzo Infantino, è un libro che lascerà interdetti alcuni lettori. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 è considerata una sconfessione della macroeconomia dell'ultimo secolo. Per Aguirre, che si rifà all'austriaco Carl Menger, il denaro è un mezzo di scambio liberamente accettato da cittadini e imprese, che lo domandano per far fronte ai pagamenti necessari per lo svolgimento delle proprie attività. Il denaro esiste col solo obiettivo di ridurre i costi delle transazioni. Se ci si limitasse al baratto, cioè gli scambi potessero avvenire esclusivamente fra persone che desiderano acquistare l'una ciò che l'altra ha da venderle, essi sarebbero quantomai difficoltosi.

I metalli preziosi s'impongono come "denaro" per le loro caratteristiche intrinseche: il fatto d'essere socialmente apprezzati (i monili in oro precedono le monete d'oro), scarsi, facilmente frazionabili. La cartamoneta nasce inizialmente non per prenderne il posto: semmai, per questioni di praticità. Quando però la Bank of England ottiene il monopolio dell'emissione dei biglietti di banca, si mette in moto un meccanismo che nel giro di poco più di un secolo ci consegna l'attuale sistema di denaro cartaceo a corso forzoso. Così, cambia la natura del credito. Siamo passati da una moneta-merce a una moneta-credito, e questo è avvenuto in parte per ragioni politiche, in parte per la presunzione dei tecnici. Se il denaro dovesse servire soltanto a facilitare le transazioni, avrebbe poco senso mantenere una moneta per Stato. Lo avevano capìto i padri fondatori dell'euro, quando si accorsero che un mercato dei capitali comune avrebbe tratto beneficio da una valuta "internazionale".

Di norma, però, le classi politiche esigono che la moneta sia più che "denaro": ovvero che serva di volta in volta ad avvantaggiare un certo gruppo sociale. La politica non vuole rinunciare a un potente strumento redistributivo: ci viene in soccorso l'arcinota citazione di Lenin, per cui la svalutazione sarebbe il modo migliore per sovvertire il sistema capitalistico. La presunzione sottende un problema più serio. Le banche centrali creano o distruggono mezzi legali di pagamento, "per il fatto che credono di conoscerne la domanda". Ma è effettivamente così? Per Aguirre, gli istituti di emissione in realtà si muovono al buio, affidandosi a strumenti che prescindono dall'effettiva domanda di "denaro" sia quando agiscono discrezionalmente, sia quando si rifanno a delle "regole" di condotta (come un tasso d'inflazione programmato). Milton Friedman è il teorico che meglio aveva colto il problema, consigliando agli istituti d'emissione «di limitarsi a mantenere, in un periodo prudenziale di tempo (quattro o cinque anni), un tasso di crescita costante di qualche aggregato monetario facile da osservare».

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 28 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

Il maxi trattato conviene?

Le truppe si schierano per la campagna 2015. Generali, battaglioni organizzati ma tra loro molto diversi, commandos e cecchini. Da una parte c'è chi dice no a un accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti ("Transatlantic trade and investment partnership", o Ttip) che favorirebbe i secondi e soprattutto le multinazionali di entrambe le coste, avrebbe da noi costi enormi sul fronte di lavoro, salute e ambiente. Sono i sindacati europei, i nuovi no global con siti agguerriti, poi la sinistra radicale e decine di organizzazioni di consumatori che hanno raccolto oltre un milione di firme in tutta Europa per bloccare il mega negoziato e che venerdì 19 dicembre scendono in piazza per una manifestazione in coincidenza con la riunione del Consiglio europeo a Bruxelles.
Sullo stesso fronte, ma agitando armi diverse come populismo e nazionalismo, stanno Marine Le Pene l'estrema destra europea, la Lega di Matteo Salvini e il movimento dí Seppe Grillo. Ma anche a livello di politici europei non esiste unità totale. La Francia, con la sua tradizionale anima antiamericana, non vede di buon occhio le conseguenze del trattato di libero scambio. La Germania di Angela Merkel, tra l'altro colpita dal Datagate, l'anno scorso molto convinta, mostra segni di preoccupazione e gli economisti si arrovellano per capire se la sua industria ne trarrà reale beneficio. Più ottimisti inglesi, spagnoli e polacchi, questi ultimi veri entusiasti del libero mercato.
Determinatissimi i grandi manager dí entrambe le sponde dell'Atlantico e, in genere, gli americani. I primi puntano a esportare di più a costi inferiori. I secondi ricercano uno schieramento occidentale da contrapporre a Russia e Cina.
Oggi che il commercio è un'arma tanto letale quanto bombardieri e bazooka, un bacino di libero scambio come l'Europa integrata costituirebbe una munizione geopolitica fondamentale, liberando gli Stati Uniti da eventuali ricatti da Oriente. Senza contare che il Ttip riguarderebbe circa la metà del Pil mondiale e influenzerebbe l'intero commercio mondiale.

E l'Italia? Nel semestre di presidenza in via di conclusione ha provato a portare a casa qualche risultato, ma si è dovuta scontrare con le elezioni di mid-term in America e il cambio di Commissione a Bruxelles. Comunque il premier Matteo Renzi sostiene che un accordo Ttip è «una priorità assoluta». Suo portabandiera è il viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, 41 anni, senatore di Scelta civica, ex manager di Ferrari, Sky e Confindustria,secondocui «bisogna fare in fretta, cercare di chiudere entro i primi mesi del 2016 perché le presidenziali Usa e soprattutto la trattativa di Washington per un accordo commerciale transpacifico con alcuni Paesi asiatici potrebbero tagliarci fuori». In mezzo al campo di battaglia 800 milioni di cittadini e consumatori ignari. Sentono parlare di Ttip, ricordano il Gatt e il Wto, sigle da farsi venire l'orticaria, e si chiedono: ma a noi cosa cambia? Cerchiamo intanto di capire a che punto siamo. La trattativa va avanti da diversi mesi e solo da poco il parlamento europeo ha ottenuto la rimozione del segreto dai documenti dei negoziatori. Un passo decisivo sotto il profilo democratico e anche della comunicazione. Assurdo pensare che le burocrazie di Washington, dove il capo negoziatore è il rappresentante per il Commercio, Michael Froman, e di Bruxelles, dove il testimone è appena passato al neo commissario per il Commercio, Cecilia Malmstrom, potessero chiudere in gran segreto un accordo che riguarda alcune centinaia di milioni di persone. L'eventuale trattato dovrà poi essere approvato dal Parlamento europeo e ratificato da quelli nazionali. Ma che arrivi fino in fondo è ancora tutto da vedere.

Meno dazi per tutti
Nei sette round finora tenuti (il prossimo è atteso tra fine gennaio e inizio febbraio) si sono escluse come da mandato vincolante alcune materie tipo cultura e audiovisivi, l'accesso indiscriminato agli Ogm (organismi geneticamente modificati), i servizi pubblici. Si è cominciato a discutere di abolizione dei dazi, puntando su un accordo trasversale che riguardi tutti i settori, anche se la palla è in mano agli americani dopo l'offerta formulata dagli europei i dazi sono oggi diffusi e in qualche caso elevati, ma ancor più ardue da superare sono le barriere non tariffarie, regolamenti e requisiti tecnici: secondo le stime costituirebbero mediamente il 41 per cento dei costi addizionali con picchi nell'aerospazio, i macchinari, la biochimica e l'alimentare.
In sei settori, a detta di Calenda, le trattative sono abbastanza avanzate: auto, chimica, farmaceutica, dispositivi medicali, tessile e cosmetici. Si tratta di settori dove l'esigenza è armonizzare gli standard di produzione e consentire la distribuzione dello stesso prodotto su entrambi i mercati. Prendiamo le automobili, il settore che secondo un rapporto del think tank londinese Cepr sarebbe quello che avrebbe più da guadagnare, con future esportazioni che per l'Europa crescerebbero anche del 40 per cento. Oggi negli Usa e in Europa esistono regole diverse per esempio su sicurezza, collaudi e crash test, visto che in alcuni Stati americani non sono obbligatorie le cinture di sicurezza e quindi gli airbag sono più grossi, così come più robusti sono i rivestimenti interni. I costruttori devono produrre spesso due modelli diversi per i mercati in questione. Ci sono motorizzazioni differenti, valutazioni diverse sugli standard di emissioni inquinanti, in America è più usato il cambio automatico. E sensibilmente diverse sono le barriere tariffarie: l'auto europea paga un dazio del 10 per cento quando arriva oltre Oceano, quella americana è soggetta solo al 2,5 per cento.

La sfida dell'Italian Food
Il monumento al quale tutte le imprese alimentari guardano è il negozio Eataly di New York. Se riuscissero ad arrivare in tutta l'America come sulla Quinta Strada verserebbero fiumi di prosecco. Difficile, ma non impossibile. Questo negoziato, che a noi interessa più di ogni altro, è complicato da barriere di tutti i tipi e ci vorrà un piccone pesantissimo per abbatterle. Tra Italia e Stati Uniti, ricorda Paolo De Castro già ministro e oggi coordinatore della Commissione agricoltura del parlamento europeo, c'è un saldo commerciale attivo per 2,5 miliardi sui beni alimentarie un saldo negativo di 450 milioni per quello agricolo. «C'è un potenziale enorme perché agli americani piacciono i nostri prodotti e la loro economia sta andando bene, però....». Però? Ci sono barriere le più disparate: da quelle tariffarie, sanitarie e fitosanitarie a quelle tecniche tipo richieste di standard, certificazioni, packaging, etichettatura. C'è in sostanza una cultura diversa del cibo e un'attenzione diversa per gli effetti sulla salute. Molti sono i divieti all'importazione: niente formaggi fatti con latte crudo; in alcuni Stati è obbligatorio arricchire la pasta con vitamine; ci sono limiti nella vendita di carne e prodotti derivati; l'olio d'oliva deve essere privo di residui del pesticida clorpirifos etile, consentito in Europa. L'ortofrutta è ammessa solo se è presente un importatore munito di una licenza speciale rilasciata dal dipartimento agricolo locale e nelle grappe la quantità massima di alcool metilico autorizzato è inferiore che da noi. Poi esiste un problema più generale. Negli Stati Uniti i controlli sull'alimentare sono effettuati soltanto a valle e la prova della nocività è a carico del consumatore, non del produttore. In pratica non ci sono verifiche intermedie su come è prodotto il cibo che arriva nel piatto e se non danneggia immediatamente l'organismo allora è considerato vendibile. In caso di problemi, sarà a carico del consumatore dimostrare passati 20 anni che quell'alimento o quel materiale è dannoso. Nel frattempo il produttore può venderlo indisturbato, come è successo con la carne agli ormoni. In Europa invece vige il principio di precauzione: se esiste il sospetto che un alimento possa essere dannoso, allora è a carico del produttore rimuoverlo immediatamente.
C'è inoltre il nodo delle indicazioni geografiche, come il Grana Padano o il Parmigiano reggiano, prodotti unici, sulle quali gli europei e gli italiani in particolare insistono mentre gli americani non capiscono. Un puzzle gastronomico complicato da comporre e far digerire. Un ultimo caveat per il nostro agrobusiness: se l'industria alimentare italiana potrebbe risultare vincente dalla liberalizzazione dei mercati, secondo tutti i rapporti, a soffrire sarà certamente quella agricola di base, già ad oggi troppo debole per competere a livello internazionale e bisognosa di riconversione.

La lezione del tessile
Il vero punto interrogativo è proprio chi guadagnerà davvero da questa maxi zona di libero scambio: la guerra dei numeri è già iniziata. «Semplice: a vincere saranno i settori in cui le due aree sono più bravi, a soffrire quelli in cui i rispettivi produtto? ri sono già adesso più deboli», riassume Carlo Stagnaro, economista del think tank Bruno Leoni e consigliere del ministero per lo Sviluppo economico: «L'importante è che i governi si organizzino per gestire il passaggio dal vecchio al nuovo modello di scambio e aiutare chi lavora in settori che non sopravviveranno».
Secondo il rapporto a cui fa riferimento l'Ue, quello del Cepr, l'accordo metterebbe nelle tasche degli europei 500 euro l'anno in più e aumenterebbe le dimensioni dell'economia del vecchio Continente di 120 miliardi di euro e quella americana di 95 miliardi. A stare invece all'analisi condotta dalla Tufts University del Massachusetts, i guadagni derivanti dalle esportazioni non sarebbero evidenti: le economie scandinave e i paesi del Nord europa perderebbero sia in termini di Pil che di esportazioni nette a favore degli Usa. E perfino il reddito da lavoro dei cittadini ne soffrirebbe: i francesi avrebbero 5.500 euro l'anno in meno, í paesi scandinavi 4.200 e anche i lavoratori tedeschi si ritroverebbero con un reddito più leggero di 3.400 euro. Tra i più fortunati, nonostante tutto, gli italiani, che nella peggior delle ipotesi perderebbero "solo" 600 euro l'anno non andandosi a scontrare frontalmente in settori in cui gli Usa sono molto competitivi. Complessivamente però la perdita di posti di lavoro in Europa sarebbe stimabile tra le 450 mila unità (Cepr) e le 600 mila (università di Tufts). Si tratta di uno scenario poco piacevole per un'Europa già messa in ginocchio da un tasso di disoccupazione crescente, che nessuna politica nazionale ha saputo neutralizzare. «Un esempio di quel che potrebbe accadere lo abbiamo visto nel 2005 con lo scadere dell'accordo che limitava l'importazione di prodotti tessili in Europa», spiega Monica di Sisto, responsabile italiana di Stop Ttip: i benefici ottenuti dall'alta moda non hanno compensato il crollo del tessile causato dai manufatti a basso costo provenienti dalla Cina. In un'economia debole la domanda nazionale per prodotti a basso valore aggiunto potrebbe mettere in ombra quella per prodotti ad alto valore aggiunto di cui, nel caso della moda, Italia e Francia sono leader. E il saldo netto tra import e export, alla fine, potrebbe essere negativo.

Sindacati addio?
Ancora più dell'industria, il punto su cui si concentrano le critiche al Trattato sono i servizi e gli appalti pubblici, temi delicati perché coinvolgono direttamente i soggetti pubblici.
Per quanto riguarda i servizi, sarebbero teoricamente esclusi dal mandato negoziale ma, secondo i documenti ottenuti da sindacati e associazioni non governative, sarebbero lo stesso finiti nelle trattative, inclusi quelli essenziali per l'interesse pubblico come il trattamento dei rifiuti e l'acqua. Da definire ci sarebbero poi i servizi finanziari. In questo caso è l'Europa che ha le regole meno stringenti e i cui governi stanno facendo pressione su Washington per un ritorno alla deregolamentazione pre2008, anno della crisi finanziaria che ha travolto le due coste dell'Atlantico. Sul tema degli appalti, invece, a preoccupare è l'asimmetria che si starebbe delineando nei negoziati. Gli Usa consentirebbero l'apertura del mercato alle aziende europee solo a livello federale, escludendo quello statale, dove si concentrano gli investimenti in infrastrutture. Gli europei invece permetterebbero alle aziende americane di aggiudicarsi appalti pubblici perfino nei Comuni.
Infine, c'è il lavoro. Gli Stati Uniti non aderiscono a cinque delle otto convenzioni promulgate dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) perché in conflitto con la loro legislazione che tutela meno fattori come i diritti sindacali, gli scioperi, il lavoro dei minorenni e il diritto a una remunerazione uguale a parità di lavoro. Si tratta di elementi fondamentali della legislazione europea su cui rischierebbero di scontrarsi le aziende Usa che si trovassero ad operare in Europa e che dunque vorrebbero che il trattato modificasse.
Tra tanti dettagli si annida un rischio ulteriore: quello di un latente sgretolamento della struttura del mercato unico europeo, sul cui altare negli ultimi decenni tanto è stato sacrificato. Perché se aumenterà l'interdipendenza commerciale dei singoli Stati europei con gli Usa, sarà inevitabile una diminuizione di quella interna all'Unione. E in un'epoca in cui il commercio è anche identità politica e strategia militare, varrebbe forse la pena farci attenzione.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014

Cosa pensa il papa del capitalismo?

Uno dei misteri dì papa Francesco è la sua visione dell'economia. C'è chi l'ha collocato tra i marxisti irriducibili, dopo aver letto il documento programmatico del suo pontificato, la "Evangelii gaudium". E c'è chi dallo stesso documento ha tratto la conclusione opposta, dipingendo un Jorge Mario Bergoglio grande amico del libero mercato. Dalla prima delle due definizioni, quella di comunista, il papa ha preso ripetutamente le distanze, fino a scherzarci sopra. Dalla seconda, quella di filocapitalista, no. Ma non è per niente sicuro che essa corrisponda al suo pensiero.
A individuare in Francesco un paladino della libera economia non è stato qualche isolato spirito bizzarro, ma l'Acton Instítute, uno dei più autorevoli "think tank" degli Stati Uniti, la cui idea maestra è che il capitalismo tanto più fiorisce quanto più la società in cui opera è libera e religiosamente ispirata. Lo scorso 4 dicembre l'Acton Institute ha assegnato il suo più alto riconoscimento annuale, il Novak Award 2014, a un giovane e brillante economista finlandese, Oskari Juurikkala, il quale ha tenuto a Roma la sua lezione di investitura proprio sul tema: "Un apprezzamento pro mercato di papa Francesco". La tesi di Juurikkala è che il messaggio di Bergoglio, con la sua enfasi sui poveri, non solo non è in contraddizione con il libero mercato, ma porta ad esso dei benefici, perché aiuta a «purificarlo e arricchirlo».

Alla lezione di Juurikkala ha fatto da contrappeso, nello stesso evento, Carlo Lottieri, filosofo del diritto e membro dell'Istituto Bruno Leoni, un "think tank" anch'esso marcatamente liberista. Lottieri continua a vedere in Francesco non un amico ma un avversario delle libertà economiche, non da ultimo per l'esperienza "peronista" da lui assimilata in Argentina, «mai veramente conclusa e complessivamente disastrosa». Ma c'è dell'altro. Da un paio di mesi si è costituito a Roma un "Cenacolo degli amici di papa Francesco" che vanta tra i suoi soci più assidui i cardinali Walter Kasper e Francesco Coccopalmerio, il direttore de "La Civiltà Cattolica" Antonio Spadaro e il segretario del pontificio consiglio della giustizia e della pace Mario Toso. L'ultimo loro incontro, lo scorso 10 dicembre, l'hanno dedicato a quello che ritengono il vero manifesto rivelatore della visione economica e politica del papa: non la "Evangelii gaudium" ma il discorso da lui tenuto il 28 ottobre in Vaticano ai «movimenti popolari», discorso da essi definito «storico» e «rivoluzionario».
Ad ascoltare e ad applaudire papa Francesco, quel giorno, c'era un campionario dell'ultrasinistra mondiale, dagli zapatisti del Chiapas al centro sociale Leoncavallo di Milano. Particolarmente numerosi i sudamericani, tra i quali il presidente boliviano Evo Morales in qualità di leader "cocalero". E che cosa ha detto il papa? Che il rinnovamento del mondo appartiene a loro, alle «periferie» che «odorano di popolo e di lotta», alla moltitudine degli esclusi e dei ribelli, grazie a un processo di loro ascesa al potere che «trascende i procedimenti logici della democrazia formale».
È stupefacente la similitudine tra questo discorso di papa Francesco e le teorie sostenute dal filosofo della politica Toni Negri e dal suo discepolo Michael Hardt in un libro del 2002 che ha fatto epoca ed è stato tradotto in più lingue: "Impero". Sia Francesco che Negri individuano la sovranità mondiale vera in un dominio transnazionale del denaro, che alimenta le guerre per sanare i propri bilanci, contro il quale solo la moltitudine dei «movimenti popolari» può portare a una «riappropriazione della democrazia» non formale ma sostanziale.
Anche a Strasburgo, nel discorso al parlamento europeo, papa Francesco non ha mancato di ergersi contro «i sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». Poi però, pochi giorni dopo, ha ricevuto in Vaticano con tutti gli onori Christine Lagarde, la numero uno di quel Fondo Monetario Internazionale che è l'emblema del deprecato «impero». Il mistero è lontano dall'essere sciolto.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Ecco perché il canone in bolletta è un “monstrum” giuridico

Certamente inserire il Canone Rai nella bolletta elettrica può essere il modo per sradicare una volta per tutte l’evasione, tra le più alte, della tassa di concessione televisiva. Peccato però che da punto di vista organizzativo, tecnico e persino giuridico l’operazione si presenti alquanto complessa. Innanzitutto c’è il problema delle società elettriche che non intendono fare la parte degli esattori, e se anche fosse pretendono di vedere riconosciuto questo lavoro. Poi c’è l’Authority dell’energia, che tra l’altro ha riformato proprio da poco la struttura delle bollette elettriche, per renderle più chiare e trasparenti, che sostiene che quella prospettata dal Governo (senza per altro consultarsi con l’Autorità stessa, non si capisce perché?) è difficile se non impossibile.

Puoi visualizzare il sondaggio qui.

Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia. E se adesso lo si infilasse davvero in bolletta “il canone diventerebbe un vero e proprio mostro giuridico”. 

Ibl indica tre motivi. Il primo. Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia.  

Secondo. L’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanti hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. “Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo – sottolinea l’Ibl -. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti”.  

Terzo punto. Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone. “Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono”. 

Conclude così il Bruno Leoni: “Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”. I legali dell’Assoelettrica a loro volta, per queste ed altre ragioni, hanno individuato diversi profili di incostituzionalità nel progetto del governo. Senza contare che le complicazioni sono tali e tante che già oggi è tecnicamente impossibile riuscire a rispettare la scadenza di gennaio, termine tradizionale del versamento del canone. Per questo i tempi ora si allungano, forse anche all’infinito – nonostante la “volontà politica” di andare avanti. Forse anche sino a far tramontare l’ennesimo progetto bello, ma solo sulla carta, al punto da essere irrealizzabile.

Da La Stampa, 26 novembre 2014

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Le frequenze? Sono beni economici, siano vendute

Per decenni, l'amministrazione dello spettro elettromagnetico è stata un affare relativamente semplice, dovendo accomodare quasi esclusivamente le trasmissioni radiotelevisive, tipicamente in regime di monopolio.
La nascita dell'emittenza privata, prima, e della telefonia mobile, poi, ha aumentato la domanda di banda, richiedendo e talvolta imponendo una cornice più articolata; al contempo, l'innovazione tecnologica ha fatto spazio per nuovi pretendenti, consentendo a parità di contenuti un più parco utilizzo delle risorse.

E' il tema del cosiddetto dividendo digitale: come distribuire tale sopravvenienza è materia controversa. Assegnarla alle comunicazioni mobili sulla scia del percorso intrapreso con la banda a 800 MHz nel nostro Paese, l'asta del 2011 ha fruttato all'erario quasi 4 miliardi oppure, proprio in considerazione di quell'ancora recente iniziativa, mantenere la ripartizione attuale fra telefonia mobile e televisione? La discussione - oggetto di uno studio dell'Istituto Bruno Leoni - ferve anche nelle sedi internazionali.

Alla Commissione europea va reso il merito di avere cercato una difficile mediazione, attraverso i lavori di un gruppo di alto livello in cui fossero rappresentate entrambe le prospettive: operazione riuscita in parte. Il compromesso prevede l'assegnazione alle comunicazioni mobili della banda a 700 MHz nel 2020, a fronte della garanzia di destinazione del resto della banda UHF ai servizi televisivi fino al 2030. Un progetto che, pur nella ricerca di equilibro, tradisce un pregiudizio di fondo: l'idea che il tempo della televisione tradizionale si stia esaurendo e che il futuro appartenga alle comunicazioni mobili, di cui sarebbe lungimirante rabboccare sin d'ora la dotazione di frequenze. Opinione plausibile, ma che non considera i costi della transizione e gli scenari alternativi: il mobile di domani non sarà quello di oggi e già s'intravvedono sviluppi che potrebbero contenerne le esigenze di banda. Tuttavia, più che nel merito, il problema è nel metodo.

È opportuno continuare a privilegiare decisioni centralizzate e neCessariamente arbitrarie, che sovrappongono le previsioni dei burocrati alle decisioni degli operatori economici? Le regole influenzano direttamente l'evoluzione tecnologica, con il rischio di alimentare un percorso circolare in cui non sono le risorse ad andare verso l'innovazione, ma l'innovazione a seguire l'assegnazione di risorse. Un approccio alternativo esiste.
Già nel 1959, il premio Nobel per l'economia Ronald Coase avvertiva che i diritti di utilizzo delle frequenze non sono che beni economici: e raccomandava, pertanto, il superamento del prevalente regime di concessione amministrativa con un sistema di diritti di proprietà chiaramente definiti e assegnati attraverso meccanismi d'asta. Questo secondo corno della lezione coasiana è stato assimilato dai decisori pubblici, pur con molto ritardo, una volta compresane la ricaduta finanziaria.

Viceversa, l'idea di diritti di proprietà sulle frequenze rimane inattuata. La normativa nazionale e comunitaria apre, in principio, al commercio delle frequenze, che sono, però, sottoposte a vincoli di durata e di destinazione d'uso. Un effettivo mercato dello spettro permetterebbe di destinare le frequenze agli usi più efficienti, meglio coordinando l'evoluzione tecnologica e quella industriale e riducendo l'impatto delle decisioni regolamentari.

Dal Corriere della sera, 27 ottobre 2014
Twitter: @masstrovato

“Dichiarazione dei diritti in Internet”: eccessi di regolamentazione e pericoli per la libertà e autonomia del web

Qualche mese fa è stata istituita una Commissione parlamentare per i diritti e i doveri in Internet, la quale ha presentato, lo scorso ottobre, la bozza di una “Dichiarazione dei diritti in Internet”, sottoponendola a una consultazione pubblica.

Nella propria risposta alla consultazione (PDF), l’Istituto Bruno Leoni evidenzia in particolare che “scopo implicito della bozza di Dichiarazione è (…) quello di “riportare l’ordine” in Internet, partendo dalla considerazione che anche lì, come altrove, possano compiersi violazioni di diritti e disordini di varia natura. Tale fine presuppone, tuttavia, che ci sia bisogno di riconoscere principi e diritti che si aggiungano a quelli oggi riconosciuti e tutelati da fonti normative sovranazionali e/o costituzionali, completando o innovando la protezione dei diritti già vigente”.

Al contrario, prosegue il documento, “i principi e i diritti menzionati sono tutti già consolidati e noti nell’ordinamento giuridico nostro e della maggior parte degli ordinamenti occidentali: pertanto, la Dichiarazione appare, nel complesso, ridondante e potenzialmente perfino controproducente. Infatti Internet, dal punto di vista giuridico, non è uno spazio esterno alla realtà: su Internet vengono stipulati contratti e commessi illeciti, effettuate transazioni, contratte obbligazioni e perpetrati reati secondo la legislazione già vigente per il «mondo reale», di cui Internet fa comunque parte. Se su Internet vengono commesse truffe, non sarà certo un’inflazione di provvedimenti ad hoc a evitarle o punirle, non più di quanto già non possano e debbano essere evitate e punite dal diritto vigente”.

La risposta dell’Istituto Bruno Leoni alla consultazione pubblica sulla bozza di Dichiarazione dei diritti in Internet è liberamente disponibile qui (PDF).

Mercato del gas, troppa tutela fa male ai consumatori

Superare l’attuale regime di tutela per i consumatori domestici nel mercato gas aiuterebbe a rendere il mercato più dinamico a fare leva sui benefici della liberalizzazione. Lo sostiene Lorenzo Castellani nel Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni “La liberalizzazione dei mercati retail gas nell’Unione Europea” (PDF).

Lo studio esamina gli schemi di protezione dei consumatori in vigore nei diversi Stati membri dell’Unione Europea, mostrando che i paesi con una regolamentazione meno pervasiva si distinguono per una maggiore mobilità della domanda, che a sua volta determina pressioni verso la riduzione dei prezzi. Scrive Castellani: “I consumatori che realizzano i risparmi maggiori sono quelli dei paesi in cui il mercato del gas è completamente liberalizzato o si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza dei prezzi e lo switching”. Di conseguenza “una maggiore liberalizzazione del mercato del gas permette di avere una distanza più ampia tra l’offerta di riferimento e l’offerta competitiva frutto della concorrenza fra venditori e realizzare quindi un risparmio più consistente”.

Il Briefing Paper “La liberalizzazione dei mercati retail gas nell’Unione Europea” di Lorenzo Castellani è liberamente disponibile qui (PDF).

Accordi fiscali: l’attivismo della Commissione Europea è pericoloso

Le autorità europee hanno espresso dubbi sulla legalità dell'accordo fiscale di Amazon con il Lussemburgo. L'attivismo della Commissione, in questo frangente, può indebolire certezza del diritto e competitività dei Paesi dell'Unione Europea: è questa la tesi del nuovo Focus dell'Istituto Bruno Leoni, "Accordi fiscali e aiuti di stato: una commistione pericolosa" (PDF).

Massimiliano Trovato, Fellow dell'Istituto Bruno Leoni, sostiene che "La sensazione è che dietro lo sbandierato intento di tutela della concorrenza si celino assai più prosaici interessi di natura fiscale. I bilanci pubblici sono in affanno e le multinazionali – possibilmente americane, ancor meglio se attive nell'economia digitale – rappresentano un bersaglio ideale. Un piano miope, a ben guardare, per due ragioni: perché le fonti possono disseccarsi; e perché  loro investimenti, ben più del gettito eventualmente generato, possono contribuire a portare le economie europee fuori dal guado".

Per Trovato, è importante evitare sovrapposizioni improprie fra questioni intellettualmente distinte, come politica della concorrenza e politica fiscale: "Affrontare una presunta emergenza fiscale con strumenti pensati per il diritto della concorrenza non è solo un'operazione discutibile dal punto di vista intellettuale, ma appare come una palese violazione dei limiti tracciati dal diritto europeo".

Il Focus "Accordi fiscali e aiuti di stato: una commistione pericolosa", di Massimiliano Trovato, è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Il "patto della ribollita" che l'Italia non può sprecare

C'è già chi, più fantasioso, parla di "patto della ribollita", piatto forte della cena a palazzo Vecchio. Certo è che Matteo Renzi, tra manicaretti toscani e bellezze fiorentine, a Firenze ha ospitato una Angela Merkel di buon umore. La Cancelliera ha apprezzato le riforme e incitato il capo del governo italiano ad andare avanti. Si è anche sbilanciata nel dire che gli imprenditori tedeschi ora investiranno in Italia (grazie anche al Jobs act). Vedremo. Meglio non farsi obnubilare dalla retorica, dagli annunci o dalla diplomazia del selfie.
Renzi era entusiasta della svolta di Mario Draghi ("adesso dobbiamo mettere il turbo", ha detto); la Merkel ha preferito un "no comment". Forse l'approva, certo l'ha lasciata fare dopo l'ultimo incontro con il presidente della Bce. Ma sa che i suoi elettori sono contrari, come buona parte del governo e la maggioranza dell'opinione pubblica. Lo stesso vale per un eventuale terzo salvataggio della Grecia all'ordine del giorno anche se non vince Syriza (le trattative a Bruxelles sono già cominciate). Il sentimento comune non è cambiato verso i paesi spendaccioni del sud.
L'Italia ha un attivo del bilancio pubblico al netto degli interessi pari a quello tedesco e anche la Grecia non è molto lontana. Ma nessuno in Germania lo sa. Colpa dei corrispondenti dei giornali? O della gente che non legge? Forse entrambe le cose. In ogni caso, in questi ultimi anni i due reprobi non hanno peccato.
L'Italia poteva fare di più dal lato della spesa, certo deve fare di più sul piano della produttività. E lo stesso vale per l'economia ellenica. Tuttavia i tedeschi non vogliono capire che l'attuale crisi dei debiti sovrani è la conseguenza della crisi finanziaria mondiale non la causa. Per superarla ci vuole espansione economica, non certo contrazione e neppure stagnazione.

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Alexis è un conservatore un po' incendiario, facciamogli posto

Quello che farà Alexis Tsipras è in braccio agli dei. Non lo sa nemmeno Peter Spiegel, che ne ha scritto un ritratto impeccabile sul Financial Times; non lo sa Marco Valerio Lo Prete, che per il Foglio ha passato una settimana ateniese appresso a chi fa e disfa il programma economico del capo di Syriza. Non lo so nemmeno io. Tsipras non è evanescente e sereno come un Bertinotti, non è comico anche involontariamente come un Grillo, non è nazional-sovranista come una Marine Le Pen o un Nigel Farage, non è un refoulé della gay culture sentimentale come Vendola, non è un indossatore come Pippo Civati, con tutte le differenze tra i presenti, todos caballeros. Quando parla di sé stesso ragazzo e della sua scuola professionale di uomo pubblico e di partito, di leader studentesco con inclinazione ai compromessi utili, quando cerca "la sintesi e l'obiettivo principale" secondo la migliore scuola realista, sebbene faccia tutto questo in nome di una ribellione sociale sofferente e confusa alle cifre sofferenti e confuse del disastro euro-greco, sembra più un altro boy scout della Provvidenza che un firebrand, un incendiario senza altri principi che lo sfascio e la secessione dalle classi dirigenti europee. Ha quell'aria istintiva, malleabile e insieme adamantina, irritante ma intensa e significativa, che anche gli italiani hanno imparato a conoscere con il loro New Labour in salsa democratica, con la loro Fiorentina d'attacco, con il premier turbo che a volte sembra indulgere nell'esercizio scabroso di sollevare illusioni per poterle poi meglio deludere. Ma è l'unica speranza in quanto è l'unica realtà rappresentativa di un disastro, e tocca riconoscergli il ruolo e lo spazio che solum è suo come rileva il Guardian se l'Europa deve reagire con una politica utile a una sfida un po' stracciona,, e questo sia che debba governare in coalizione sia da solo. Insomma, Alexis non è un Paolo Flores, un trotskista senz'arte né parte, non emana il fumo della cara Spinelli, e non pare il tipo che alla fine si mette a suo agio nei salotti. Da vedere.

La troika poi non è una banda di cravattari, di usurai. Chi la pensa così ha smesso da tempo di pensare, pensa con la gola. Ma il debito si può maneggiare, posto che non lo si disconosca, in particolare quando riguarda una moneta unica nata senza una politica unica, quando è parte di un rapporto anche politico tra stati. Certo, sarebbe stato meglio maneggiarlo con una leadership liberale e conservatrice, con un potere capace di giustificare la perdita a rotta di collo con un piano efficace e radicale di riforme. Far lavorare i greci e proporgli un ordine delle cose era un progetto non così strambo, data la situazione, ma rivoluzionario. E non è stagione di rivoluzioni, di Thatcher ce n'è una sola, è un periodo in cui sinistre e destre populiste si indignano con facilità, si mettono in posa a favore di disagio sociale mediatizzato, e si ritrovano intorno a programmi di tutela, di protezione, di conservazione degli status quo messi in discussione dalla formula dei mercati aperti e mondializzati. Tsipras in fondo è un conservatore che non sa di esserlo, sopra tutto quando fronteggia gli spiritacci capitalisti del Fmi e della Bce, è uno che si mette contro la grande trasformazione del lavoro e della produttività portata dalle libertà di mercato in nome di un popolo simpatico, che ne ha prese oltre misura anche se doveva restituire al principio di realtà qualcosa di più grande ancora del debito greco e della propensione greca all'imbroglio (e un po' italiana e francese, se è per questo). Il turbo-assistenzialismo non è il nuovo manifesto dei comunisti. Il Pireo e i ministeri affollati del servizio pubblico alla greca non sono il mondo manchesteriano della rivoluzione industriale.

Però la democrazia è anche questo: l'incomprensibile. Alberto Mingardi ha scritto con ironia sulla Stampa che per polemizzare con l'austerità, in Italia, bisognerebbe prima averla sperimentata, il che non è (a parte le ridicole polemiche sull'Imu la Tasi e il resto). Ora si vedrà. Ci sono condizioni nuove per evitare nuovi passi danzanti, intorno al baratro, a partire dalla radicale scelta di Draghi in materia di allentamento monetario. L'unica è sfruttare queste condizioni integrando nei limiti del possibile i conservatori con la bandiera rossa, che cantano Bella Ciao e inumidiscono il ciglio degli ipocriti.

Da Il Foglio, 26 gennaio 2015
Twitter: @ferrarailgrasso

Gli euro di Draghi e l'eco del Faust

Con il quantitative easing voluto da Mario Draghi, governatore della Banca centrale europea, è stato varato un massicio piano d'acquisto di titoli di Stato che, nei fatti, rappresenta un formidabile incremento della quantità di moneta in circolazione, un sostegno ai Paesi più indebitati (tra cui l'Italia è in prima linea) e, certamente, anche un aiuto a tutte quelle banche che in questi anni si sono riempite di titoli pubblici. Al di là di taluni specifici risvolti tecnici (sempre un po' differenti e legati ai vari contesti storici e finanziari), la decisione della Banca centrale europea non rappresenta qualcosa di assolutamente nuovo. Al contrario, si tratta dell'ennesimo tentativo di uscire da una grave situazione economica in questo caso legata ad elevati debiti pubblici di taluni Paesi membri dell'Unione usando artifici di natura monetaria: in particolare, facendo ricorso a una moltiplicazione della valuta in circolazione che dovrebbe stimolare una ripresa. Ma è lecito essere scettici.

Fin dai tempi di Copernico e Jean Bodin coloro che hanno esaminato il rapporto tra la moneta e il suo valore si appoggiano su quella che a un certo punto è stata chiamata "teoria quantitativa della moneta". In parole molto semplici l'idea è che un incremento della massa monetaria (in questo caso, degli euro in circolazione) produrrà fenomeni inflattivi. D'altro canto, non si immettono più di mille miliardi di euro nell'economia senza che l'euro non veda ridursi, e si presume in maniera rilevante, il proprio potere d'acquisto. Ciò significache quanti hanno un reddito pagato nella valuta comunitaria o risparmi in euro saranno più poveri. Chi ogni mese guadagnamille o duemilaeuro sappia che questa massiccia iniezione di moneta tanto magnificata dai media e dai politici farà sì che il suo reddito reale calerà.

Gli esempi storici
Gli esempi storici sono numerosi. Il più noto è quello tedesco, dove nel 1923 si ebbe una crisi drammatica, anche legata ai "debiti" conseguenti ai trattati di pace e caratterizzata da iperinflazione.
In brevissimo tempo ci vollero miliardi di marchi anche per acquistare un chilo di pane e tale choc mise in ginocchio la società nel suo insieme, ponendo pure le premesse per l'avvento, un decennio dopo, del regime nazista.
Sul piano numerico appare ancor più incredibile quanto è accaduto recentemente nello Zimbabwe, dove l'illusione di poter impunemente manipolare la moneta ha finito per generare politiche che hanno prodotto un'inflazione a moltissimi zeri e del tutto fuori controllo. Alle 5 pomeridiane del 7 luglio 2008 una birra costava 100 miliardi di dollari locali, ma solo un'ora dopo il prezzo era già di 150 miliardi.
Entrambe queste situazioni sono estreme, quasi ai confini della realtà, e al momento non c'è motivo di descrivere scenari di questo tipo per l'Europa. Ma processi inflattivi si sono però già visti un po' ovunque, soprattutto da quando, a inizio anni Settanta, l'America ha definitivamente sganciato il dollaro da un rapporto fisso con l'oro. Al tempo del gold standard, la convertibilità imponeva che ogni produzione di moneta fosse accompagnata dalla disponibilità, da parte della banca centrale, di un determinato quantitativo in oro; poi si é passati a una moneta detta fiduciaria, che poggia soltanto su se stessa e che quindi può essere prodotta in maniera illimitata: ad libitum.

Dal dopoguerra a oggi
La stessa Italia del dopoguerra ha conosciuto una significativa inflazione, se si considera che una banconota da diecimila lire del 1960 aveva un potere di acquisto di circa 100 euro attuali e veniva scambiata, 50 anni dopo, a soli 5 euro. Il che sta a dire che in mezzo secolo l'inflazione ha ero so circa il 95% del valore della valuta italiana. Ora da parte della Bce si annuncia l'arrivo di una "buona inflazione", che dovrebbe collocarsi intorno al 2%. Il linguaggio è un poco orwelliano, dal momento che non si capisce come un'inflazione (anche moderata) possa essere "buona", se riconsidera che si tratta di una sottrazione di ricchezza sotto altra forma e di una redistribuzione che segue logiche assai perverse: punendo i risparmiatori e favorendo quei Paesi che sono vissuti al di sopra delle loro possibilità, ad esempio. In questo senso non è fuori strada chi, come il quotidiano tedesco "Handelsbatt", paragona il quantitative e asing di Draghi a una droga e sostiene che con questa politica monetaria "agevoliamo anche chi fa debiti".
Una buona moneta è una moneta stabile e quindi in grado di svolgere al meglio le sue funzioni principali: facilitando gli scambi, permettendo la capitalizzazione e fungendo da unità di conto. Ma una moneta che svanisce come neve al sole non è più in condizione di operare correttamente in tal senso. Il risultato finale è il paradosso di un mercato globale che si basa su monete totalmente politicizzate, manipolate dalle banche centrali, moltiplicabili a piacere e usate anche per operare massicce redistribuzioni.

Quando nel "Faust" di Goethe un diavolo assai scaltro come Mefistofele incontra un re alle prese con difficoltà di bilancio, il suo consiglio consiste proprio nell'usare la leva monetaria, creando (falsa) ricchezza dal nulla. E un consiglio diabolico, però, dal momento che mina una base importante della vita sociale e rappresenta una variante legalizzata del ladrocinio.
In effetti, come già nel diciottesimo secolo fu evidenziato da Richard Cantillon, ogni espansione della moneta arricchisce alcune impoverisce altri. La prima valuta nuova che viene utilizzata ha ancora un valore pieno, non dissimile da quello che aveva prima della creazione di denaro. Ma quando poi la valuta inizia a circolare, la gente percepisce quanto sia stata aumentata la quantità di moneta: e ogni singolo titolo perde capacità di acquisto. A trarre beneficio, allora, sono i primi utilizzatori della moneta, mentre a pagarne lo scotto sono gli ultimi.

Prospettive grigie
Per giunta, nessuno sa a quale effettivo livello si definirà la perdita di potere d'acquisto della moneta a seguito dell'iniziativa della Bce. La teoria quantitativa è solida quando afferma che quanto più vi sono euro nel mercato tanto minore sarà il potere d'acquisto di ogni singolo euro, ma bisogna sempre tenere in considerazione che ogni valore è connesso al credito, alla reputazione, alle prospettive previste. E certamente il cosiddetto "bazooka" utilizzato da Draghi non promette nulla di buono per il prestigio della moneta comune e per le prospettive dell'economia di tutto il continente.

Da La Provincia, 26 gennaio 2015