L'economista anti-Piketty: «Solo la borghesia ci salverà»

Ricordate la borghesia? E la middle class? Esistono ancora. A nome loro, un'economista americana lancia un'accusa all'intellighenzia dell'Occidente: dal 1848 le svalutate, ma sono tuttora la nostra ricchezza. Su questa base, Deirdre McCloskey ha deciso dí montarne una poderosa rivalutazione, storica e attuale. Fatto non frequente tra gli economisti, lo fa su basi etiche: sono il solo rimedio contro la povertà. La professoressa di Economia alla University of Illinois, Chicago, e alla Gothenburg University, Svezia, ha consegnato allo stampatore il terzo volume di una trilogia, The Bourgeois Era, che viene dopo The Bourgeois Virtues e The Bourgeois Dignity. In Italia ha appena pubblicato I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, edito da Ibl Libri (pp. 138, € 16). E in questi giorni è nel nostro Paese per una serie di incontri e conferenze organizzati dall'Istituto Bruno Leoni.
«Il fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848 - sostiene in questa intervista - ha provocato nei ceti intellettuali di Italia, Germania, Francia, Spagna una reazione contro le classi medie che è arrivata fino a oggi». Un'opposizione che ha preso la forma del conservatorismo, del materialismo storico, del marxismo, del fascismo, dello statalismo: del rifiuto della carica innovativa e liberale della borghesia. «Ancora oggi c'è la tendenza a creare nuove aristocrazie», dice.

Il punto fondante dell'elaborazione della signora McCloskey sta nel ritenere le idee il motore dello sviluppo di quello che - termine che non apprezza - è chiamato capitalismo. «Il nostro benessere - sostiene - viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era di tre dollari; oggi, a parità di valori, è di ottanta. In più, ci sono gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe, come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni come l'elettricità, la radio, i sistemi idraulici». E, passaggio chiave, queste idee sono nate e hanno trovato gambe «dalla liberazione delle persone, dal liberalismo di Adam Smith e dalla caduta delle gerarchie che ponevano al centro l'aristocrazia». Sono le persone comuni e le idee lasciate libere di correre che creano la base del capitalismo.

La professoressa individua la nascita di questo spirito nell'Olanda della guerra contro la Spagna dal 1568 al 1648 e poi nella guerra civile inglese dal 1642 al 1651. «Tutto avvenne per un accidente della storia, grazie alla Riforma: ma non in senso weberiano, nel senso invece che il movimento protestante dette al popolo la governance, la possibilità di scegliere i propri pastori e quindi di liberarsi dalle gerarchie della Chiesa. I Paesi Bassi furono pionieri dell'attività borghese. Poi, gli inglesi presero tutto dagli olandesi: importarono il re, aprirono anch'essi una Borsa, crearono una banca centrale. Diventarono la New Holland. Lo spirito si estese poi all'America e immagino che, se non fosse successo, le forze della reazione avrebbero vinto. Mi spingo a dire che, senza i Paesi Bassi e l'Inghilterra, la Francia non avrebbe mai avuto una rivoluzione industriale, perché tutto era centralizzato, sottoposto ad autorizzazioni. Anche Italia e Germania non vissero i cambiamenti». Dopo le rivoluzioni liberali fallite del 1848, «si comincia a scrivere che il capitalismo è brutto, l'intellighenzia si schiera contro la borghesia, contro Voltaire e Thomas Paine e il libero mercato. Il Romanticismo, che dura ancora oggi, è servito ai conservatori per idealizzare il passato e alla sinistra per idealizzare la città futura: il nazionalismo, il razzismo, il marxismo, il socialismo, l'eugenetica vanno a dominare il pensiero. Nel XVIII secolo si scopre che, se liberi la gente, se lasci fare le persone e onori i loro risultati, il limite è il cielo. Nel XIX secolo si dice invece che quel che conta è la scienza, non le idee. È un conflitto: quando, nei Promessi sposi, Manzoni parla del rapporto tra controllo dei prezzi e carestia, è un liberale, scrive pagine da Adam Smith; ma, vent'anni dopo, Flaubert odia la borghesia».

L'incarnazione odierna di questi spiriti illiberali è nella tendenza a regolare tutto, a un paternalismo di Stato. Fino al 1995, Deirdre McCloskey era un uomo, Donald, poi ha cambiato sesso. Oggi scherza e dice di sentirsi, in opposizione al paternalismo di Stato, «una libertaria materna, e non avrebbe funzionato se fossi rimasta un ragazzo». Risultato: combatte battaglie attualissime. Di recente, è stata definita la più efficace economista anti-Piketty: ritiene che le teorie sulla diseguaglianza insita nel capitalismo, sostenute dall'economista francese Thomas Piketty, non stiano in piedi. «L'uguaglianza come questione etica dice è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il gap tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta: il go per cento della riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. E il dato di fatto è che, grazie alla libertà delle idee, alle innovazioni, alla middle class oggi siamo enormemente più ricchi. Anche nello spirito».

Dal Corriere della sera, 27 settembre 2014

Il teatro dell’Opera e il teatrino del sindacalismo

Il teatro d’opera è una grande tradizione del nostro Paese. Qui il “recitar cantando” ha avuto origine con la Camerata de’ Bardi e Monteverdi, qui sono nati compositori del calibro di Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi, qui i maggiori teatri nazionali hanno ancora una stagione lirica annuale.

Ma non bastano i nostri teatri per mantenere l’eccellenza del teatro lirico-sinfonico.

Servono persone, competenze, capacità di attrarre nuovi finanziatori privati, e un pubblico più ampio e più giovani.

La dimissioni di Riccardo Muti dall’Opera di Roma hanno, in questo contesto, un’importanza che va oltre il caso personale. Sono la risposta del grande direttore al conservatorismo sterile incarnato, anche in questo settore, da i sindacati.

Per troppi anni gli impiegati delle fondazioni liriche hanno beneficiato di privilegi (clamoroso il caso delle indennità concesse) e per troppi anni queste istituzioni sono state tenute in vita coi soldi di tutti. Basti pensare che nel 2013 solo la Scala e l’Arena di Verona hanno incassato dal botteghino più di quanto hanno ricevuto dallo Stato, mentre in tutti gli altri casi il rapporto è stato clamorosamente sbilanciato: gli incassi derivanti dal botteghino sono stati largamente inferiori.

Un piano di risanamento di questi  teatri non può non passare per un recupero di efficienza, anche attraverso un ripensamento delle condizioni contrattuali a cui queste enti hanno abituato i loro collaboratori. 

Chi non voglia accettarlo, non protesta contro Muti né contro la sovrintendenza del teatro, ma protesta contro l’unico tentativo rimasto di salvare una parte importante della cultura italiana.

I salvagente del Fondo unico per lo spettacolo (pari nel 2013 a 183 milioni di euro, a cui ovviamente vanno aggiunti quelli erogati dagli enti territoriali), del Fondo di rotazione e dei commissariamenti non sono stati, evidentemente, la strada appropriata o quantomeno sufficiente.

Ostacolare ogni tentativo di risanamento - come il piano presentato dal Teatro dell’Opera, accettato con referendum dalla maggior parte dei lavoratori tranne una minoranza di sigle sindacali - è stato l’ultimo atto di un sindacalismo a oltranza incapace persino di rappresentare la maggioranza dei lavoratori.

Non resta che calare il sipario per fallimento. 

Nulla vieta che una nuova fondazione possa poi rialzarlo, con una struttura e delle finalità che, dall’esperienza della liquidazione, hanno compreso di dover necessariamente essere più sostenibili. 

Tutte le altre vie sono state tentate, non rimane che questa.

2001: Odissea nella mente. Le virtù del «capitalismo»

Maurizio Agustoni, presidente dell'Associazione Società Civile della Svizzera Italiana, Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni e Marco Salvi, capoprogetto e membro dei quadri di Avenir Suisse hanno fatto da corona alla lezione che Deirdre N. McCloskey ha tenuto ieri all'Università della Svizzera Italiana. Il tema? «Le virtù etiche in un mondo borghese».

Deirdre McCloskey insegna economia, storia e comunicazione all'università di Chicago e storia economica a Göteborg. Al suo attivo ha più di 16 libri e oltre 400 articoli scientifici e fa parte della scuola di Chicago. Ci si poteva dunque attendere una teorizzazione delle virtù capitalistiche in senso magari predatorio: «prendere avere e conservare sono le virtù da imparare» come si direbbe.
In realtà la lezione è stata di tutt'altra levatura. Perché anche Adamo Smith non ha mai sostenuto nulla di simile e le virtù del capitalismo vanno ben oltre l'accumulazione con cui lo dipingiamo. Le virtù borghesi come giustizia, coraggio, temperanza e prudenza (le virtù cardinali) sono sempre esistite e teorizzate anche in tempi più antichi. Si sono poi mischiate alle virtù teologali quali quelle descritte da S. Paolo: fede, speranza e carità, virtù da reinterpretare nell'attuale desecolarizzazione, ma c'è bisogno di «reintegrare» gli dei e cercare di capire cosa c'è dietro le parole. Pure «la grande ricchezza» parafrasando il film di Sorrentino, non nasce con l'accumulazione capitalistica. Nasce con il mondo delle idee. Qui scocca la scintilla. Se ricordate 2001 Odissea nello spazio: l'evoluzione vera è nella mente.

Rivoluzione industriale
Nessuna rivoluzione è stata così drammaticamente rivoluzionaria come quella industriale. Ma la stessa parola di «capitalismo» centra l'attenzione sull'accumulazione mentre l'esplosione della ricchezza nasce con la moltiplicazione delle idee. Sono idee di natura tecnica, non meno che istituzionali. Questi investimenti sono profittevoli. Grazie all'idea del telefono o delle ferrovie diventa possibile investire sulle compagnie. Il capitale e certo necessario, cosi come sono necessarie le istituzioni. Ma non sono questi ultimi gli elementi che hanno permesso il boom. Le buone norme ci sono state in molte società. Quello che fa scattare il meccanismo è la libertà in senso liberale che si traduce nella massima forma di razionalità secondo il principio dell'utilità, ma combinandola con la dignità che è un concetto sociale. Gli economisti sono utilitaristi, ma bisogna considerare anche se ciò sia un atto «giusto». Gli economisti guardano spesso solo alla virtù della «prudenza» e della massimizzazione, come se tutti fossimo macchine e robot. Ma pensare solo alla prudenza è lesivo di una visione complessiva. Per questo bisogna tener conto di tutte le virtù. Tutte devono essere presenti. Non si può essere un buon imprenditore se si segue solo la strada degli economisti o si è solo prudenti. A ogni imprenditore serve la speranza, cioè l'avere una visione del futuro. Ma occorre anche il coraggio, altrimenti non ci si alza dal letto la mattina, ha riassunto Alberto Mingardi sul pensiero di Deirdre McCloskey. Ci sono virtù che hanno a che fare con sé (essere manager si sé stessi), altre hanno a che fare col prossimo. Occorre una «fede» sapendo da dove veniamo e dove vogliamo arrivare. Occorre infine l'amore. Che non è solo a due. È amore per la vita, per la scienza, per la cultura. Ci sono virtù trascendenti (e anche idee distruttive). Ma così funziona l'uomo.

Dal Giornale del Popolo, 26 settembre 2014

«Ecco come tutte le crisi passano»

La ricchezza si crea quando le idee si evolvono, in un clima di libertà e di propensione all'imprenditorialità. Un processo che non richiede solo invenzioni ed investimenti finanziari, ma anche elementi immateriali che sono al centro delle pubblicazioni dell'americana Deirdre McCloskey, docente presso l'Università dell'Illinois a Chicago (USA) e presso quella di Geiteborg (Svezia).
La McCloskey ha tenuto una conferenza all'Università della Svizzera italiana dal titolo «Virtue Ethics in a Bourgeois World», organizzata dall'Associazione Società civile della Svizzera italiana, Avenir Suisse e dall'Istituto Bruno Leoni. Fra gli ospiti il sindaco di Lugano Marco Borradori ed il finanziere Tito Tettamanti.

Per la McCloskey, il capitalismo è l'unico sistema in grado di produrre ricchezza permanente e di migliorare la qualità della vita, purché si fondi su basi virtuose e risponda al concetto utilitaristico per cui «una cosa è buona quando ha più benefici che costi», in senso lato. Alla base dell'economia, della finanza, della politica e della gestione del pubblico e del privato, ci sono sette virtù che rappresentano l'essenza borghese: virtù cristiane (fede, amore e speranza) e virtù pagane (giustizia, coraggio, prudenza e temperanza). Ma, dice la McCloskey, eccedere in una virtù trascurando le altre diventa vizio ed ha effetti controproducenti, generando ad esempio avidità. Se le sette virtù trovano applicazione equilibrata, allora anche politica, economia e finanza ne hanno beneficio. A margine della conferenza le abbiamo posto alcune domande.

Si afferma spesso che le crisi finanziarie diventano economiche, quindi sociopolitiche, generando instabilità, impoverimento, diseguaglianze ed alimentando populismo e derive estremiste. Pensa sia così?
«È vero, ma vi sono state almeno sei crisi dal 1900 ad oggi, anche più gravi di quella attuale; passano più o meno in fretta ed ogni volta sono state superate ed il benessere reale è cresciuto oltre quello toccato al culmine del boom precedente».

Oggi il grande problema delle economie avanzate è la disoccupazione. Come uscirne ?
«La via è quella di deregolamentare il mercato. Il rapporto di lavoro è un fatto privato fra persona ed azienda con mutuo beneficio; norme e scelte macroeconomiche non creano occupazione. In Paesi come la Germania vige il salario minimo che non va in questa direzione ed in altri si difendono posizioni acquisite in maniera rigida».

Veniamo al mondo della finanza. Pensa che vi sia una mancanza di etica ?
«Molti ne parlano in maniera negativa, si dipingono alcuni personaggi come terribili speculatori, ma tante attività di vario tipo intorno a noi sono, in un modo o nell'altro, frutto di speculazione. Quanto poi all'innovazione finanziaria, come derivati ed altri prodotti, essi hanno consentito a molte persone di accrescere la propria ricchezza, accedere ad un'ipoteca ed acquistare una casa. Certo, possono arrivare gli eccessi e le cadute ma poi, dopo un paio d'anni, il reddito delle persone torna a crescere. Il capitalismo è comunque speculazione: l'imprenditore o l'operatore finanziario non possono predire il futuro, ma solo pianificare».

Cosa pensa degli attacchi al segreto bancario svizzero, inteso solo come mezzo di evasione fiscale?
«Personalmente non penso che dare denaro a certi Governi, come quello italiano, sia una buona idea, e capisco chi detiene averi all'estero. Anche l'IRS (agenzia fiscale statunitense, ndr) è fuori controllo. La questione non è solo il livello delle tasse ma i servizi pubblici che si hanno in cambio. In alcuni Stati funzionano, in altri meno. Certo, pagare le tasse in Svezia è un'altra cosa».

Dal Corriere del Ticino, 26 settembre 2014

C'è l'ok dalla Regione per il referendum sull'orario dei negozi

Una richiesta di referendum per abrogare la legge nazionale che ha liberalizzato gli orari di apertura dei negozi è stata votata ieri dal consiglio regionale che ha fatto della Lombardia la terza Regione dopo Veneto e Molise ad averla avanzata. Ora ne mancano due, visto che da dettato costituzionale ne servono almeno cinque per presentare la proposta alla Corte di cassazione.

A favore i gruppi di maggioranza, cui si sono aggiunti Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, contrari Patto Civico e a titolo personale il consigliere Giulio Gallera (Fi). In Umbria la proposta è ancora in commissione, mentre in Abruzzo l'aula ha detto sì al testo, ma l'approvazione non è più utile perché è stata votata a dicembre e quindi troppi mesi prima delle altre regioni. Sciolto, invece, il consiglio regionale della Calabria dove l'iter era già a buon punto. Relatore del provvedimento che vorrebbe cancellare la legge introdotta dal governo Monti nel dicembre del 2011 e che toglieva a Regioni ed enti locali la facoltà di pianificazione è il presidente leghista della commissione Attività produttive Angelo Ciocca. «Le domeniche aperte ha spiegato da agevolazione sono diventate esagerazione. Pochi sono quelli che hanno necessità di fare la spesa proprio la domenica e andare al centro commerciale è diventato solo una costosa abitudine. Recuperiamo piuttosto il piacere di una passeggiata nei nostri bei paesi o in campagna».
Per Gallera, invece, «una scelta sbagliata che soprattutto in un momento di crisi per le famiglie costerà 3 milioni di posti di lavoro e 470 milioni di euro di danni ogni anno alla nostra economia».

Secondo Federdistribuzione «la liberalizzazione degli orari dei negozi sancita dal Salva Italia deve essere difesa a ogni costo, rappresentando un miglioramento del servizio al consumatore, un impulso al sostegno dei consumi, un'opportunità per distribuire più salari e per sostenere i livelli occupazionali creando anche nuovi posti di lavoro».
Per Ciocca, invece, con la legge in vigore si è creata «una deregulation che ha finito per discriminare i piccoli commercianti e le imprese familiari» e il capogruppo di Forza Italia Claudio Pedrazzini ha evidenziato che per questo è «giusta la strada referendaria».
Anche Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia) ha spiegato che le norme nazionali «hanno provocato una vera e propria emorragia di chiusure» soprattutto di negozi di vicinato. A favore della proposta referendaria anche il Partito democratico e il Movimento 5 stelle. «La liberalizzazione senza regole e senza vincoli ha sostenuto il capogruppo del Pd Enrico Brambilla -, ha creato diversi problemi, dalla concorrenza insostenibile tra piccoli esercizi e grande distribuzione, alla scarsa tutela dei diritti dei lavoratori».
I grillini, invece, hanno auspicato che «a questo voto favorevole segua al più presto anche un dibattito pubblico aperto sul tema».

Per Serena Sileoni, vice direttore dell'Istituto Bruno Leoni, «la Camera dei deputati ha avviato l'esame di un progetto di legge destinato a ripristinare le chiusure obbligatorie ai negozi. Il progetto mette in discussione non solo la liberalizzazione degli orari da poco vigente nel nostro ordinamento, ma il principio stesso della libertà di concorrenza, di cui la libertà di scegliere quando essere aperti è solamente uno degli aspetti».

Da Il Giornale, 24 settembre 2014

Scioperi, rivendicazioni, ricatti. Ecco cosa trascina a fondo l'Italia

Quasi il 50% degli spettatori persi dal 2008, produttività in calo con dodici recite d'opera in meno sempre rispetto allo stesso anno, un passivo di 10 milioni fatto registrare nell'esercizio 2013, a fronte di un contributo statale ricevuto di 21 milioni, i numeri del Teatro dell'Opera di Roma sono questi.

Se a tutto ciò si aggiunge la forte sindacalizzazione che caratterizza il comparto, è facile allora capire perché per Riccardo Muti non vi siano «le condizioni per poter garantire quella serenità necessaria al buon esito delle rappresentazioni». Le rappresentazioni sarebbero le due opere, Aida e Nozze di Figaro , già in cartellone per la prossima stagione, che non beneficeranno della presenza del Maestro. Gli scioperi e le continue rivendicazioni dei lavoratori delle fondazioni liriche sono purtroppo divenuti uno dei tratti che caratterizzano il settore. Ma quanto avviene sul versante culturale non è così dissimile da quanto avviene nel resto del Paese, dove una classe di lavoratori iper-protetti non vuole rinunciare a «diritti» che hanno ingessato società ed economia. L'arroccamento dei sindacati a difesa dell'articolo 18 ne è esempio.

Leggi il resto su Il Giornale, 23 settembre 2014
Twitter: @f_cavazzoni

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Il commercio e i suoi vincoli

Non è mai successo, ma cinque consigli regionali possono chiedere un referendum abrogativo di una legge dello Stato. Un marziano (ma anche un americano o un tedesco) che venisse in Italia e cercasse di capire il nostro Paese leggendo la Costituzione, immaginerebbe che quella disposizione stia lì per difendere le autonomie, qualora si ritengano danneggiate da un atto del governo centrale. La Regione Lombardia ha deciso invece di unirsi all'Abruzzo, all'Umbria e al Veneto, per proporre un plebiscito per abolire la legge del dicembre 2011, che ha restituito agli esercizi commerciali la libertà di aprire o chiudere quando lo desiderano. Nel nostro Paese, il commercio ha conosciuto una deregolamentazione a tappe, culminata con quell'iniziativa del governo Monti (sostenuto sia dall'allora Pdl che dal Pd). Deregolamentare significa, ovviamente, che lo Stato perde presa sulla società. In questo caso, a dover fare un passo indietro sono le Regioni, che pure restano una fucina di regolamentazioni in tema di commercio (dalle tipologie di carburante per i nuovi distributori, al consumo di suolo) potenzialmente ottundenti per qualsiasi iniziativa. Se non altro, oggi non possono più dire a nessuno quando alzare e quando abbassare la clèr. Per inciso, il nostro marziano (o il nostro americano o il nostro tedesco), già perplesso, sarebbe spiazzato dall'apprendere che una battaglia simile la conduce una coalizione di governo che una volta si faceva chiamare «Casa della libertà».

Milano, alcune sere fa, si è illuminata per la Vogue Fashion Night Out. I dj set in vetrina e le celebrità di passaggio hanno creato l'evento. Che non ci sarebbe stato senza i seicento negozi che hanno tenuto aperto in orario serale: un po' per partecipare, ciascuno a modo suo, alla grande festa della moda, un po' sperando di incontrare l'interesse di nuovi avventori. Se vogliamo «tornare a crescere», la strada è quella: cercare clienti. Moltiplicare le occasioni di scambio. Questo è particolarmente vero per una Regione come la nostra, e per una città come Milano, che sarà al centro dell'Expo. Le tante aspettative che tutti nutriamo sull'Expo non vengono dalla curiosità per quel che ci sarà nei padiglioni: sono legate agli afflussi turistici, che speriamo portino ospiti agli alberghi, consumatori ai negozi, pubblico pagante alla Scala e nei musei, clienti ai ristoranti. I lombardi non si sono mai vergognati di pensare af quattrini e garantire così una vita migliore alle proprie famiglie. Eppure i «referendari» (lombardi, abruzzesi, veneti, umbri) vogliono proprio questo. Ridurre le occasioni di adoperare la nostra libertà di scelta: per cercare acquirenti, per trovare beni che soddisfino i nostri bisogni.

Il Parlamento è già al lavoro per una norma nazionale che operi nella stessa direzione: così che sia Roma a decidere in quali giorni la merceria di paese e l'ipermercato debbono stare chiusi. Il minacciato referendum serve solo a creare l'illusione che ci sia una domanda «popolare» (nella curiosa ipotesi che i consigli regionali parlino per il popolo) di ri-regolamentazione. Che verrà dal centro. Oltre al danno per i cittadini, la beffa per le Regioni.

Dal Corriere della sera, 22 settembre 2014
Twitter: @amingardi

Negozi: la libertà non può avere orari

Quest'anno i negozi saranno chiusi a Natale? Forse no, se vincono i supermercati. Forse sì, se a vincere saranno piccoli esercenti e sindacati. Con la proposta di legge Senaldi (Pd), che limita la possibilità di tenere aperto in qualunque giorno festivo ed è all'esame della X Commissione della Camera, è partita la battaglia sulla liberalizzazione del commercio e l'esito non è affatto scontato. «Attenzione, si lede la certezza del diritto», sostiene l'Istituto Leoni (Ibl). Che nello studio di prossima uscita «Gli orari di apertura dei negozi», a firma di Serena Sileoni, contesta la fondatezza giuridica delle nuove norme, ritenute in contrasto con gli orien [amen ti recenti della Corte costituzionale e dell'Antitrust, «Gli orari dei negozi sono stati definitivamente liberalizzati dal gennaio 2012 - è scritto -, sottraendo definitivamente la competenza a regioni ed enti locali e consegnandoli alla libera determinazione di ogni esercente». Ma ora s'«intende smentire quella liberalizzazione e ripristinare, oltre a chiusure minime obbligatorie, poteri amministrativi che mettono in discussione il principio della libertà di concorrenza». Una linea condivisa dall'Antitrust e, nota Ibl, da diverse sentenze della Corte costituzionale, che quest'anno «è tornata a chiarire che la tutela della concorrenza è strumentale all'ampliamento dell'area di libera scelta di cittadini e imprese"», E già nel 2012 aveva «rigettato le doglianze delle regioni», stabilendo che «è consentito al legislatore statale intervenire nella disciplina degli orari».

Il Parlamento
Proprio dall'Antitrust è del resto arrivato, settimana scorsa, l'assist alla grande distribuzione (e lo schiaffo al Pd). «Il progetto sulla chiusura dei negozi nei festivi viola la concorrenza», ha detto il Garante. Ma che cosa propone il disegno? La chiusura obbligatoria dei negozi per almeno 12 festività all'anno. Scelta bipartisan: da Natale al 25 aprile, da Pasqua al primo maggio (data d'apertura, quest'ultima, già contestata da Susanna Camusso, segretario Cgil). Inoltre ridà agli enti locali (Regioni e Comuni) il potere di concordare le aperture con gli esercenti. E una retromarcia rispetto al Salva Italia del governo Monti (2012), che ora consente ai negozi di stare aperti o chiusi quando vogliono. E una sorta di ritorno al pacchetto Bersani del '98, prima liberalizzazione del settore: prevedeva 12 aperture possibili l'anno nei festivi (eccezioni per le città turistiche)e calendari decisi con gli enti locali. «Il progetto di legge introduce un potere comunale di concludere accordi territoriali non vincolanti - dice Ibl -. Per indurre i commercianti a sottoscriverli, prevede la possibilità di stabilire incentivi anche fiscali. Si torna al linguaggio degli accordi territoriali».

Gli schieramenti
Ora, il disegno alla Camera sarà modificato: deve superare il veto dell'Antitrust e la trincea degli emendamenti. «L'obiettivo è approvarlo per metà ottobre», ha detto mercoledì il relatore, Angelo Senaldi. Perciò la battaglia infuria con schieramenti compositi. Contrari l'Antitrust, i supermercati Federdistribuzione), Catene come Yamamay e Carpisa (Confimprese), Favorevoli i piccoli negozi (Confesercenti), i sindacati (Cgil), la Chiesa, primi dicono che con la liberalizzazione totale del Salva Italia sono stati generati posti di lavoro (4.200 nel 2012, soprattutto part-time a tempo determinato, per Federdistribuzione) e sono aumentati i salari di 100 milioni. I secondi segnalano lo scarso impatto sul calo occupazionale complessivo (100 mila posti di lavoro persi nel 2012-2013 nel commercio al dettaglio e all'ingrosso, dato Istat ), la disgregazione familiare, il maggior peso organizzativo dei lavoratori e la strozzatura per i piccoli negozi, meno attrezzati per aprire la domenica o a Natale (in luglio-agosto hanno cessato l'attività 5.463 dettaglianti contro 2.603 nuovi iscritti, dice Confesercenti).

L'analisi di IbI
Ciò che viene ritenuto giuridicamente ostativo da Ibl è, in particolare, la delega agli enti locali, che tocca il titolo V della Costituzione. Del resto, nel ddl Senaldi, quel che non convince l'Antitrust è proprio l'affidare a regioni e comuni il potere d'indicare una quota dei giorni di chiusura. Commenta Sileoni: «La nostra analisi mostra che una legge che ripristinasse il divieto di stare aperti in alcuni giorni sarebbe un sicuro passo indietro non solo nelle regole a cui siamo giunti con il sostegno di Antitrust e Corte costituzionale, ma anche nel principio di libertà d'iniziativa privata. Darebbe forza a una spirale deleteria, con leggi sempre rimesse in discussione». Sulla stessa linea le catene distributive, alle prese con la contrazione dei margini. «La liberalizzazione degli orari ha migliorato il servizio al consumatore e contribuito a sostenere i consumi - dice Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione.
Passi indietro sarebbero in contrasto con molte pronunce di Consulta, Tar, Consiglio dí Stato». Per Confimprese «togliere libertà d'impresa significa calo di occupazione, consumi, produzione».
Resta la perplessità di piccoli e sindacati. «Senza regole si altera l'equilibrio del mercato -  dice Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti - Con le aperture nei festivi gli acquisti si stanno concentrando nella grande distribuzione». «Con deflazione e crisi non è questo il sistema per creare occupazione - dice Maria Grazia Gabrielli, segretario generale Silcam Cgil -. Nella formula Bersani c'era un buon mix fra aperture e chiusure, si può partire da li. Giusto avere più concorrenza, ma va tenuto conto dei contratti già firmati e delle necessità di riorganizzazione dei lavoratori, che perlopiù qui sono donne».

Dal Corriere della sera, 22 settembre 2014

L'art. 18 e la forza dei simboli

L’articolo 18, si legge, è solo un simbolo. Lo dicono i sostenitori del governo, che fanno un gioco vecchio, sostenendo che la delega sarà più ampia e che pertanto qualsiasi accorgimento, presumibilmente di naturale sperimentale, che si prenderà sul tema va visto nell’ambito di un più vasto ragionamento di sistema. Lo dicono la Cgil e i suoi sostenitori parlamentari, per i quali qualsiasi tentativo di riscrivere lo Statuto dei lavoratori è anatema. 

Se l'articolo 18 è un simbolo, esso però non è "solo" un simbolo. Dicono che  è una perdita di tempo discuterne, che di ben altro ci sarebbe bisogno, che chi tocca lo Statuto dei lavoratori non fa che stimolare inutili e vecchi tic ideologici. 

Ma la politica è fatta di simboli. E l’articolo 18, più che essere "solo" un simbolo, è il simbolo di tutto quello che in Italia non si può toccare. La sua apparente sacralità è la testimonianza palmare del potere di veto dei sindacati, organizzazioni che hanno perso rappresentatività e presa nella società italiana, ma restano ospiti riveriti alla mensa della politica. Il culto dell’articolo 18 incarna quella convinzione diffusa per cui lo Stato deve dispensare “diritti”, ai quali non deve corrispondere alcuna responsabilità individuale. Esso è una reliquia di una stagione nella quale si è contrabbandata l’idea che lavoratori e datori di lavoro fossero permanentemente e necessariamente in conflitto, e non indispensabili alleati gli uni degli altri. 

Nessuna riforma, neanche la più ambiziosa, produce effetti immediati. Ma se davvero il governo dovesse mettere mano senza ipocrisie alle regole del nostro mercato del lavoro, di cui l'art. 18 è l'apice, darebbe un segnale fortissimo al resto dell’Europa e del mondo. Il segnale che l’Italia non è un Paese irriformabile. La politica è fatta di simboli, l’articolo 18 è un simbolo, e questa è un’ottima ragione per metterci mano. 

La Scozia d'Italia? Un sogno (possibile) solo per i veneti

Nel quadro europeo vi sono molte regioni animate da spinte separatiste. Oltre all'unità di Spagna e Regno Unito (contestata da catalani e scozzesi), è certo a rischio la tenuta del Belgio, dato che l'indipendentismo fiammingo va crescendo di elezione in elezione.

E situazioni calde esistono anche da noi, sebbene non sia facile dire quale sia la Scozia d'Italia e quale potrebbe essere, insomma, «l'anello che non tiene»: il luogo di disgregazione dell'unità costruita a metà Ottocento. Di primo acchito, si potrebbe pensare che le maggiori analogie con la situazione scozzese si ritrovino in Sicilia, che all'indomani della Seconda guerra mondiale seppe giocare la carta della propria diversità e conquistò un'autonomia particolarmente forte. Per giunta, se la Scozia ha i pozzi di petrolio, in Sicilia si pretende di tenere per intero le accise della raffinazione. Ma le analogie finiscono qui, dato che la dipendenza dell'economia siciliana dai soldi pubblici è talmente forte che ogni progetto separatista rischia di essere percepito dai più come autolesionista.

Un discorso in parte diverso merita la Sardegna, dove spiccato è il senso di un'identità ben definita. Fino a oggi, però, l'indipendentismo sardo ha patito un'attitudine alla chiusura etnico-culturale che gli ha impedito di fare presa sulla società più dinamica. Ora sta nascendo anche un indipendentismo liberale, che associa autogoverno e libero scambio, ma la strada da compiere resta lunga.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 settembre 2014

Se faccia più danni corrompere infrangendo le leggi, o corrompendole

Di corruzione si può scrivere con la lente del magistrato, con i modelli dell'economista, con la gioia perversa del moralista. Se ne può scrivere anche con amore e dolore, amore per una delle più straordinarie città del mondo, dolore per gli scempi, morali e fisici, che in suo nome si sono compiuti: Venezia. E' quello che fanno Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri in "Corruzione a norma di legge". Si può corrompere, è la loro tesi, infrangendo le regole, oppure corrompendole. Quando le si infrangono, tra chi ha il potere di decidere dell'esecuzione di un'opera e chi la esegue c'è un rapporto diretto, di corruzione o di concussione. Quando le si corrompono, il rapporto è mediato dalla legge, che rende legale l'estrazione della rendita da parte del beneficiario, impresa o consorzio di imprese, a vantaggio del quale è stata scritta. Nella corruzione classica la rendita è estratta da chi ha il potere di decidere: i partiti hanno interesse a formare una sorta di cartello, con regole generali per la spartizione della rendita. E' la situazione che, semplificando un po', si considera prevalesse fino all'inizio degli anni 90, la Tangentopoli che suggellò il crollo della Prima Repubblica. Per evitare che potesse ripetersi, pensammo di combatterla con la concorrenza. In effetti la legge maggioritaria per i sindaci e la democrazia dell'alternanza ruppero il cartello dei partiti, l'eliminazione dei monopoli di stato aumentò l'interesse a formare consorzi di imprese: diventò più difficile corrompere infrangendo le leggi, aumentò l'interesse a corrompere con le leggi. I due modelli, più che corrispondere a due periodi storici, riflettono due diversi rapporti di forza, a favore del cartello dei partiti il primo, dei consorzi di imprese il secondo. E' alla fine degli anni 80, in piena Tangentopoli, che Lorenzo Necci pensò di assegnare la costruzione dell'Alta Velocità ai tre main contractor Iri, Eni, Fiat. E' per contro ancor di recente, a proposito di Expo, si sente parlare di tangenti, anche se prevalentemente per subappalti e a livello municipale o regionale.

Qual è il "rendimento economico" della corruzione? Il modello Shleifer Vishny prevede che, quando il potere di concedere una licenza è nelle mani di un politico (nel caso di Tangentopoli di un "cartello" politico) molti imprenditori concorrono per ottenere quel permesso, quel politico (o quel cartello) farà pagare a chi ottiene una licenza una tangente uguale all'intero beneficio che ne ricaverà. Se questo è il modello della corruzione per infrazione, il modello duale dovrebbe valere per la corruzione con le leggi, quando cioè il cartello di imprese si presenta come l'unica che ha la capacità di eseguire, e quindi impone alla coalizione politica di turno una legge con la quale lucrare i frutti della corruttela. Al diverso rapporto di forza corrisponde una diversa ripartizione del profitto della corruzione. Ne viene modificata anche l'entità? Probabilmente, riconoscono gli autori, nel caso del Mose di Venezia non ci fu neppure corruzione materiale all'origine della legge che diede la concessione unica a un Consorzio di imprese, affidando a un soggetto unico studi, progettazione ed esecuzione delle opere per la salvaguardia lagunare. "Il Consorzio Venezia Nuova" disse Gianni De Michelis nel 1984 "è un'idea politica, un progetto nato in sede politica. Se chi ha la responsabilità dei pubblici poteri non è all'altezza di gestire le proprie idee può solo essere travolto". E travolto fu. Sul Consorzio si costruì un sistema che finì per sostituirsi allo stato nel regolare i rapporti non solo economici, ma politici, perfino culturali di gran parte della regione: una horror story che fa leggere il libro in un fiato come un romanzo giallo. E dopo che la figura del concessionario unico fu sostituita, da una legge del governo Ciampi nel gennaio 1994, da una costituenda società tra ministero dei Lavori pubblici e regione Veneto, nel maggio 1995 il governo Dini fece una legge per cui "restano validi gli atti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti": poche parole che valgono centinaia di milioni, commentano amaro Giavazzi a Barbieri. Si dà il caso che io quella legge devo averla votata. Ero in Senato, ma mi occupavo di privatizzazioni e dintorni, c'era stata l'Ina, come forse Giuliano Ferrara ricorda, avrò votato secondo le indicazioni del capogruppo. Ridicolo pensare che questi ne avesse un tornaconto personale, poco credibile che tornaconti se ne trovassero anche risalendo la catena decisionale. Molto probabilmente avranno fatto presente a Dini che la legge Ciampi bloccava tutto, ed egli avrà pensato che fosse interesse del paese risparmiare al suo governo polemiche (eran passati quasi trent'anni dall'inondazione): suo compito era traghettare il paese alle elezioni, a mettere ordine nell'intricata questione ci avrebbe pensato pochi mesi dopo il futuro governo. Aveva torto Dini a chiedere alla sua maggioranza di votarlo?

Ci furono tornaconti personali anche nella vicenda dell'Alta Velocità, la seconda delle storie analizzate da Giavazzi e Barbieri? Sulla concessione senza gara ai tre main contractor il giorno prima che entrasse in vigore la legge europea sugli appalti ci furono indagini, della magistratura e della Commissione europea: ma nulla emerse che facesse supporre che quella decisione fosse il risultato di corruzione. Lorenzo Necci fu incarcerato, e processato per questioni minori (una consulenza a Nomisma, la costruzione di una stazione): e fu assolto anche da quelle. D'altra parte chi in Italia avrebbe potuto eseguire un'opera di tale impegno? Eni e Iri erano dello stato, quindi si trattava quante volte l'ho sentito dire! di una partita di giro, soldi che escono da una tasca ed entrano nell'altra; e come si faceva a lasciar fuori la più grande e più rappresentativa delle imprese private? Oggi sono in tanti a sostenere che per uscire dalla stagnazione e dalla disoccupazione si debba ricorrere a investimenti pubblici: si scandalizzeranno se allora si decise che lavori pagati da noi venissero eseguiti dalle nostre imprese? Si scandalizzeranno quelli per cui "nostre aziende" significa che il loro controllo è fermamente nelle mani dello stato?

Il processo di appropriazione delle rendite è più lungo e meno diretto. Per prima cosa bisogna che venga costituito il capitale, che cioè si decida (e sí stanzi effettivamente) danaro pubblico per quel determinato scopo. Bisogna creare il consenso nell'opinione pubblica. A questo servono economisti e sociologi, defunti e no: ci penseranno loro a sostenere l'utilità di manovre keynesíane, la necessità dí mantenere il controllo di "aziende strategiche", a radicare la convinzione che l'Italia ha un deficit di infrastrutture, e che questo è all'origine di molti nostri mali: dall'eccesso di trasporto su gomma, alla carenza di difese dei nostri patrimoni artistici. Una convinzione, in generale, probabilmente infondata, come dimostrano i nostri autori, ma indispensabile per creare i presupposti ideologici per la spesa. Così quando si seppe dei vantaggi, anche economici, dei TGV Parigi-Lione, immemori del fatto che col Settebello sulla direttissima Firenze-Roma avevamo costruito noi il primo tratto di ferrovia ad alta velocità d'Europa, adottammo l'idea dei francesi, e perfino le loro specifiche tecniche. Insieme agli entusiasmi ci furono, da subito, le critiche: l'AV sarebbe servita solo a far risparmiare tempo ai ricchi. A salvare il progetto furono gli ambientalisti: sulla nuova rete, integrata con la vecchia, sarebbero passati anche i treni merci, l'Alta Velocità diventò Alta Velocità/Alta capacità. Esercizio di retorica politica, questione di lana caprina di difficile comprensione, come ritengono i ricercatori dell'Ires Piemonte? In ogni caso la mutazione fu lunga e dispendiosa: obbligò a rifare un progetto già compiuto, per far passare i merci si ridussero velocità massima e pendenza. Si realizzò la strana sovrapposizione tra chi considerava che ridurre il traffico su gomma fosse un progetto di "protezione ambientale", e i costruttori: gallerie più lunghe (per la ridotta pendenza), e maggior numero di raccordi tra nuova e vecchia linea, le faraoniche costruzioni visibili dall'autostrada TorinoMilano, e su cui non ho mai visto transitare un treno.

Corruzione da parte degli ambientalisti? Siamo seri. Da parte dei costruttori? Ne colsero i frutti, ma non sarebbero mai stati in grado di farli maturare. E' la "legge universale del no": rende sempre, quasi mai all'utile idiota che se ne è fatto portavoce. Le varianti costano, i ritardi mettono in posizione di forza per far aumentare i prezzi, il disastro, reale o ingigantito, ha un valore incalcolabile. E' qui che il lungo processo, iniziato con la semina delle idee, poi tradotto in decisione politica, e infine stipulato dai legali, alla fine si traduce nel frutto della corruzione: le varianti in corso d'opera, il recupero dei ritardi, i subappalti, le consulenze. L'Expo (altro caso esaminato dai nostri autori) è un esempio da manuale di quanto può valere l'emergenza: un solo giorno di ritardo rispetto alla data convenuta riduce a zero il valore di quanto già fatto e produce una perdita di immagine irreparabile. Eppure nel tira e molla tra comune e regione su chi dovesse comandare si sono persi due anni. Si fa fatica a credere che non esista proprio nessun nesso tra i due mondi, quello dei politici che si battono per i diritti delle istituzioni che rappresentano, e quello dei costruttori che sanno che ogni giorno che passa riduce il potere negoziale del committente, e aumenta la probabilità che si verifichino occasioni per chiedere aumenti di prezzo. Giavazzi e Barbieri non vogliono lasciarci con l'amaro in bocca, il libro si chiude con uno spiraglio di lieto fine, sulle cose che si possono fare per contenere la corruzione in limiti fisiologici (non è piccolo merito degli autori ricordarci che lavori a prova di corruzione non esistono).

Come scrivere l'appalto, quali criteri adottare per valutare le offerte, come scegliere la più conveniente; i performance bond, vantaggi e rischi rispetto alle fideiussioni che prevalgono da noi; controllo di qualità e dei costi. Aggiungo io, migliorare il funzionamento dei controlli esistenti: in diversi momenti della vita del Mose la Corte dei Conti ne denunciò le anomalie, senza che poi succedesse alcunché. Gli autori auspicano l'introduzione dei whistleblower, coloro che, protetti dal segreto e incentivati dalla taglia sui risparmi procurati, denunciano le malefatte. E' la sola cosa del libro su cui non sono d'accordo. E non solo perché non capisco perché ai whistleblower dovrebbe andar meglio che ai magistrati della Corte dei Conti. Io guardo con commiserazione gli automobilisti (avete presente gli svizzeri?) che ti prendono la targa se gli hai suonato dietro; diffido da chi dice "intercettateci tutti"; non credo all'autenticità da streaming; considero innocui quanti invidiano gli inglesi che possono sapere quanto spende la regina per la manutenzione dei computer, meno innocui quanti gli fan credere che quella sia la "spending review". E nutro repulsione incoercibile (e che non intendo reprimere) verso gli stati che legittimano o organizzano o comprano le delazioni. Perché incominci a spiare i vicini e non (?) sai dove vai a finire. E perché penso che se non c'è un minimo di organizzazione della macchina amministrativa, di efficienza del suo funzionamento, di (vogliamo usare la parola desueta?) dignità di chi vi lavora, i fischietti non serviranno a nulla. Peggio, saranno anch'essi occasione di corruzione. A norma di legge.

Da Il Foglio, 16 settembre 2014
Twitter: @FDebenedetti

L'irragionevole differenza fiscale tra ebook e libri di carta

Sull'acquisto di un libro di carta, paghiamo un'IVA al 4%. Per lo stesso libro in formato elettronico, l'IVA sale al 22%. La differenza di imposta, se giustificabile agli esordi dei dispositivi elettronici, è talmente anacronistica da essere irragionevole. Il ministro della Cultura Franceschini ripete che l'armonizzazione dell'IVA sui libri vada risolta in sede europea. Un abbassamento con decisione nazionale rischierebbe infatti di essere ostacolato dalla Commissione, che ha già portato davanti alla Corte di giustizia Francia e Lussemburgo, accusandoli di dumping fiscale: attirerebbero in maniera illegittima gli acquirenti di ebook degli altri Paesi.

Una vicenda che ripropone l'antico paradosso del diritto: buon senso porterebbe a ritenere che Francia e Lussemburgo abbiano applicato un principio di giustizia (tributaria) anticipando peraltro un'armonizzazione che la stessa Commissione ha richiesto. Un principio che però si è scontrato con una regola che è legge, la quale, appunto per stessa ammissione della Commissione, dovrebbe essere rivista ma è ancora vigente. In quella che può sembrare una miope deferenza al diritto positivo ma che in realtà dimostra più la distanza tra i tempi della realtà e quelli del legislatore, la vicenda rivela un lato irrisolto della regolazione dei mercati.

Leggi il resto su Il Giornale, 15 settembre 2014
Twitter: @seresileoni

Come rimediare al deficit di idee

Del declino politico elettorale del centrodestra molte possono essere le cause, ma essenzialmente si tratta di tre questioni: di uomini, di idee e di cultura. Di uomini nel senso che non si può essere legati ai propri interessi, a quelli di un capo o di una cordata. Bisogna poi comprendere che il dato fondamentale, storicamente acquisito ormai, è che siamo passati da un modello di partito ideologico a un modello post-ideologico. Oggi, cioè, il partito politico non è più visto e vissuto (per fortuna) come fonte di unità ultima e definitiva, ma come sorgente di proposte che mirano alla concreta soluzione dei problemi sociali: la sanità, la scuola, le tasse, il traffico, l'immigrazione, l'informazione, la bioetica, ecc. Quali soluzioni ha proposto il centrodestra in questi ultimi vent'anni?

Quale problema è stato affrontato in modo liberale, secondo l'ottica per cui ci vuole più società civile e meno Stato? Per lunghi tratti di questo ventennio la destra è stata in qualche modo guidata da Silvio Berlusconi, che porta la maggiore responsabilità degli insuccessi, ma gli altri dove stavano? Dove stavano i cittadini liberali, la società civile, le associazioni? E che dire degli intellettuali che battevano le mani, stavano in disparte o si tenevano stretti alla greppia del potere? Se il potere politico non è in grado di risolvere i problemi, finisce nel clientelismo e nella corruzione, e questo è precisamente ciò che il centrodestra deve evitare e mettere da parte se vuole tornare a essere competitivo nel panorama italiano.

Vi è poi la più generale questione del rapporto tra politica e cultura. Nel campo liberale, la cultura deve essere per definizione piena di dubbi: il che vuol dire che non possono esserci intellettuali "organici", che poi vuol dire servi del potere. Premesso questo principio fondamentale e imprescindibile, sorge comunque la domanda di dove sia andato a finire, dove si sia disperso il patrimonio di idee liberali che nel 1994 sembrava avere unito un gruppo di persone entusiaste e pronte a contribuire al bene comune. Oggi si contano sulle dita di una mano i centri culturali che preservano e diffondono quel patrimonio. Citerei alcune case editrici come la Rubbettino o l'Istituto Bruno Leoni, per il resto vedo il deserto, e questo spiega in gran parte l'assenza di forze politiche liberali in Italia. In fondo, come diceva Einstein, "le idee sono la cosa più reale che esista al mondo": se le eliminiamo cosa resta? Che compito si riserva una politica ridotta in questo stato?

La legge elettorale conferma questo. L'Italicum maleodora di Porcellum: è una legge che consente a 4 o 5 Caligola al comando di nominare chi, a quel punto, gioco-forza rispecchia più gli interessi del gruppo di comando che lo ha scelto che del collegio elettorale che dovrebbe rappresentare. In questo modo si accentua la distanza tra politica ed elettori, ma il problema non sorge con questa legge elettorale, bensì con quella precedente, che fu scelta dal centrodestra il Porcellum appunto. Un non sense dal punto di vista liberale. Il "metodo Renzi" potrebbe rappresentare una buona ricetta, a questo punto: primarie per scegliere gli uomini migliori. Che, sottolineo, dovranno essere né voraci né incompetenti. Non voraci per ovvi motivi già sottolineati, non incompetenti perché solo un centrodestra competente può fare da pungolo efficace, in una sana dialettica, a un Partito democratico che ha il 40% dei voti.

Con quali proposte? Si potrebbe partire da due grandi temi: la scuola e l'informazione. Alla metà degli anni Novanta il tema della libertà di insegnamento e del "buono scuola" lanciato da Milton Friedman e ribadito da von Hayek era tornato prepotentemente alla ribalta. La campagna a favore del buono scuola sottolineava che la libertà di insegnamento nasce dalla competizione tra scuola privata e scuola pubblica come forma di collaborazione. Si mirava cioè a far nascere questa sana competizione per migliorare sia la scuola pubblica sia quella privata. Ebbene, quella battaglia fu persa. Ma cosa ne è rimasto? Nel centrodestra nessuno ne parla più, nessuno sembra, non dico intenzionato, ma neppure in grado di riprenderla.

Altro tema fondamentale su cui spingere il Paese al confronto su tematiche liberali è quello dell'informazione. E l'assunto liberale è che "la verità non sopporta padroni". E invece abbiamo un sistema televisivo che risponde non al pubblico ma al partito o capo corrente, e dunque facendo venire meno la funzione fondamentale del servizio pubblico che è quella di sottoporre i governanti al controllo dei governati. Qui succede piuttosto il contrario: sono i governanti a orientare e controllare il pensiero dei governati! E lo fanno attraverso trasmissioni che non sopportano il contraddittorio, ovvero dove si sostiene una tesi preconfezionata. È proprio li che dovrebbe entrare il vero pluralismo liberale: non un confronto fra testate e programmi, ma all'interno di testate e programmi. Perché per esempio non chiedere a gran forza che vengano trasmesse in diretta le sedute parlamentari su temi di grande rilevanza per l'opinione pubblica? Che in tal modo, sarebbe meglio e più informata, più attiva, più critica, più stimolata a verificare il comportamento degli eletti e aiutata in questo da una televisione veramente pluralistica. Una migliore informazione potrebbe inoltre fare molto su piani importanti e strategici per la comunità, diffondendo e promuovendo la ricchezza culturale del Paese, gli scambi con il resto del mondo, la consapevolezza dei temi realmente importanti dell'agenda europea quelli dell'energia, dell'immigrazione, del diritto penale comune, quelli cioè che toccano l'interesse dei cittadini e non sono frutto della mania costruttivistica dell'Unione europea.

Non mi sorprendo che in quest'ottica poco o nulla abbiano da dire o dicano gli eredi dell'esperienza berlusconiana e il centrodestra come è oggi strutturato, con i suoi parliti da Forza Italia a Ncd, dalla Lega a Fratelli d'Italia. Mi sorprende di più l'inconsistenza del mondo cattolico non il popolo, ma l'élite politico-culturale cattolica passata dalla diaspora all'assenza. Sembra infatti essersi risolto in un completo fallimento il progetto di Todi, e tutto quell'imponente fermento che ha già salvato l'Italia nel dopoguerra e che lo sta salvando ancora oggi dallo spettro della povertà (si pensi a quello che fa la Caritas per i poveri e nei centri di prima accoglienza), sembra oggi del tutto afono politicamente.

Da Formiche, settembre 2014

La recessione? Colpa del debito

La Grande Recessione come crisi bancaria: è la spiegazione standard. Che variamente combina eccesso di mutui garantiti dal Governo, cartolarizzazione che riduce il premio al rischio, tassi di interesse troppo bassi, mancato salvataggio della Lehman; e, per i moralisti, avidità dei banchieri e conflitto di interesse delle agenzie di rating.
La Grande Recessione come crisi innescata dal debito: è invece la tesi di Anif Mian e Amir Sufi in House of debt. Sono quindi sbagliate le politiche con cui il Governo americano ha arginato la crisi, sbagliate le leggi emanate per evitarne il ripetersi. In 190 limpide pagine di agevole lettura, senza equazioni e con pochi dati essenziali, gli autori forniscono un modello macroeconomico che spiega come la caduta di prezzo di un bene in un'economia fortemente indebitata conduca a un disastro economico con massicce perdite di posti di lavoro. Lawrence Summers, uno dei protagonisti di quelle vicende, candida House of debt a più importante libro del 2014.
Tutte le recessioni sono precedute da una caduta della domanda, e la Grande Recessione non fa eccezione: la caduta dei consumi di beni durevoli era iniziata due anni prima di Lehman, ed era diventata generale nove mesi prima, più accentuata dove il maggior calo dei prezzi delle case si accompagnava a un maggior livello di indebitamento. Più indebitamento, più pignoramenti; più indebitamento, maggiore riduzione dei consumi: sono infatti le famiglie indebitate ad avere la più alta propensione marginale ai consumi. La teoria macroeconomica è supportata dall'analisi micro: Mian e Sufi usano tecniche che consentono di rilevare i comportamenti delle famiglie fino al dettaglio di uno zip-code.

«Il debito è il problema chiave». L'assicurazione distribuisce il rischio, il debito lo concentra su quelli che meno possono sostenerlo: in questo senso il debito è l'anti-assicurazione. La quota di capitale versata alla stipula del mutuo, per il creditore è un cuscinetto a protezione del suo prestito, per il debitore è il suo patrimonio, sovente tutto il suo patrimonio. Se i prezzi delle case calano, il creditore non perde nulla, il debitore può perdere tutto. «C'è un nesso inestricabile tra concentrazione delle perdite e disuguaglianza di ricchezza: il debito amplifica la caduta dei prezzi perché dà luogo a pignoramenti e perché concentra le perdite sui più indebitati che sono anche le famiglie più povere. Questo è la fondamentale natura del debito: che obbliga il debitore a sopportare il maggior onere della crisi. Lo shock da domanda sopraffà l'economia e il risultato è la catastrofe economica». Il debito introduce una non linearità nel sistema economico, che i modelli keynesiani trascurano.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 14 settembre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

Prima spara, poi chiedi chi va là

Sembra questa la strategia del Comune di Genova verso UberPop, la app che consente di noleggiare un’auto con conducente per spostarsi a basso costo da una parte all’altra. Nei primissimi giorni di attività, la polizia municipale ha elevato una contravvenzione da 1.700 euro a un autista che trasportava un passeggero da Nervi a Pegli, con tanto di sospensione della patente e sequestro della vettura.

Spiega l’assessore alla (non ridete) legalità, Elena Fiorini, che si è scelto di effettuare «controlli mirati contro Uber», in quanto «il Comune sta portando avanti un approfondimento legale per decidere come contrastare Uber». Traduzione: intanto la multa, e poi vedremo se effettivamente c’erano i presupposti. L’intento dichiarato è quello di colpirne uno per educarne cento.

Del resto, lo ha detto la responsabile della (non ridete) mobilità, Anna Dagnino, «ci siamo attivati sin da subito insieme coi tassisti per tutelare la legalità: la licenza dei tassisti (…) è un qualcosa che il Comune vuole difendere». Diceva Marx che lo Stato è il comitato d’affari della borghesia. La giunta guidata da Marco Doria – che certo conosce il filosofo di Treviri – deve averlo preso alla lettera.

Così facendo, Tursi abdica al suo ruolo. Si schiera dalla parte di chi produce i servizi e non è la prima volta ignorando invece chi quegli stessi servizi li consuma. Con buona pace del diritto dei genovesi alla mobilità: per essere ascoltati bisogna paralizzare il traffico (come i lavoratori Amt a novembre). Agevolare gli spostamenti dei genovesi non è invece raccomandabile. Eppure, come ha osservato Matteo Repetti su LeoniBlog.it, la buona accoglienza che Uber ha trovato nasce proprio dal conclamato fallimento del servizio pubblico. Né, in questa prospettiva, è ovvio che faccia concorrenza ai tassisti. Essa punta a un segmento di mercato completamente diverso (a basso costo), rispetto al quale è ben probabile che l’offerta crei una domanda precedentemente inespressa, anziché sottrarla ad altri. Per esempio: una famiglia di quattro persone che dovesse spostarsi da via Cantore a corso Italia spenderebbe 6 euro complessivi in autobus (impiegandoci una quarantina di minuti), 8 euro (e 20 minuti) con UberPop. Per questa tipologia di consumatore, il taxi non è neppure un’opzione.

Ma l’intervento muscolare del Comune appare fragile pure di fronte alla pretesa di applicare la legge. Non è dato ricordare una analoga determinazione contro i venditori abusivi che affollano le nostre strade, nonostante la meritoria campagna “Legalità mi piace” di Ascom. Ci sono poi i doveri dettati dall’appartenenza europea: a Bruxelles è già acceso un faro sull’Italia per potenziale violazione della libertà di stabilimento. Sullo stesso tema è intervenuta con enfasi l’Antitrust nella segnalazione ai fini della legge annuale per la concorrenza.

A Genova la politica non sembra tendere alla soluzione dei problemi ma alla difesa dello status quo. Il diritto dei cittadini a una città vivibile non entra nell’equazione. Eppure, questo atteggiamento nasconde una grande debolezza: come diceva Mao, a prima vista tutti i reazionari fanno paura, ma sotto sotto sono solo tigri di carta.

Da Il Secolo XIX, 26 settembre 2014

Perché la rete Telecom sta bene con Telecom

Si parla di Telecom, e c’è sempre qualcuno che propone di venderne la rete: quella passiva, fatta di cunicoli e di ponti radio, di doppini e di fibra. È proprietà di Telecom, le è stata venduta al momento della privatizzazione, è il collateral dei debiti fatti p er comprarla. È aperta ad altri operatori in condizioni di parità, contribuisce in modo essenziale al valore di Telecom: l’interesse di Vivendi a diventarne socio importante era determinato, oltre che dalla partita brasiliana, dalla possibilità dí avere un’alleanza stabile con l’unico operatore che copre tutto il Paese. Telecom inoltre è proprietaria della rete attiva, le apparecchiature elettroniche, i computer e i programmi software. Insieme, rete attiva e passiva, forniscono il servizio di TLC.

Una rete telefonica è intrinsecamente diversa dalle altre reti: quella elettrica è capace di produrre solo un monotono 50 Hz, e quanto a quella idrica, non hanno ancora inventato l’internet delle bollicine. Si avvicina di più a quella ferroviaria. Con la differenza che qui la rete è davvero neutrale, e “i treni”, cioè le informazioni, appartengono alle imprese che le producono, gli algoritmi per accedervi a quelle che ne inventano sempre di nuovi: alle società di TLC chiedono di renderle disponibili agli utenti, con velocità di trasmissione sempre maggiore. Quanto maggiore? Con 4 Mbit/sec si fa praticamente tutto, internet, video ad alta definizione, formazione a distanza. Oggi Telecom offre 7 Mbit/sec quasi ovunque e 20 su circa la metà del territorio. Per sfruttare i 100 Mbit/sec delle nuove reti si dovrà aspettare la futura generazione della TV 3D. La nuova Telecom, quella uscita dalla fortezza Maginot della Telco, ha ridotto stipendi e dividendi distribuiti, e sta investendo 9 miliardi per allargare la banda a mezzo paese con la fibra e coprire l’80% con il 4G entro il 2016.

A qualcuno non basta neppure questo. Ma l’accesso ultraveloce non è un diritto universale dell’uomo. Non c’è bisogno di essere No-Tav per pensare che sarebbe uno spreco avere l’alta velocità ovunque; ogni capoluogo di (ex) Provincia ha voluto avere l’Università, ma nelle classifiche voliamo basso. Oggi poi è tale la fame di investimenti che promettano di rendere, che il rischio è quello di sbagliarsi per eccesso: BreBeMi invita alla cautela.

Lo scorporo societario permetterebbe di fare più in fretta? Gli investimenti nella rete passiva e in quella attiva devono andare di conserva. Se facessero capo a due proprietari, questi dovrebbero mettersi d’accordo sulle decisioni di investimento, condividere le valutazioni di redditività, concordare come spartirsi gli utili. Non pare la ricetta per accelerare.

Non è che in questo dibattito sulla rete, più che ragioni per venderla ci siano interessi a comperarla? La Cassa Depositi e Prestiti non ne fa mistero, interesse alla rete l’aveva manifestato nei momenti critici per Telecom; l’ha ribadito quando l’azienda si è liberata dai soci ingombranti; adesso alza il tono, quasi fosse una colpa rifiutarsi di vendere.

CDP non nasconde la propria fiducia negli investimenti keynesiani – e scavare cunicoli ne è un esempio quasi da manuale – considera suo compito istituzionale essere strumento di politiche pubbliche; ma è anche attenta alla redditività degli investimenti.

Questo sarebbe così interessante? CDP già controlla Terna e Snam Rete Gas, attraverso Fzi controlla Metroweb, se acquisisse Telecom Rete completerebbe la società delle reti: ma le “sinergie” sarebbero marginali. Si estenderebbe anche alla rete di TLC la garanzia di italianità: ma porre vincoli al cambio di controllo riduce, non aumenta, il valore.

Potrebbe quotare a sua volta anche la società delle reti, tenere la quota di controllo e far cassa con il resto: ma le scatole cinesi (pubbliche poi) non van più tanto di moda.

E allora? Allora, con il controllo delle reti, aggiunto a quello delle “aziende strategiche”, CDP riuscirebbe a completare la propria trasformazione da raccoglitore di risparmio per conto dello Stato a strumento a disposizione dei fautori delle “politiche industriali”.

Ci sarà poi da offrire un ancoraggio pubblico alle municipalizzate da “privatizzare”, ci sarà da utilizzare la nostra parte di quei 300 mld? di investimenti promessi dall’Europa: tutte occasioni che non fan gola solo ai banchieri. Rotti, anche grazie alla “privatizzazione” delle Poste, i legami con il passato, i suoi interlocutori sarebbero non più sindaci e assessori, ma i Renzi e gli Junker. A quel punto CDP, da controllore di segmenti centrali dell’economia sottratti all’iniziativa privata e al mercato sarebbe riuscita a diventare un imprescindibile centro di potere e di condizionamento per la politica.

Da Il Sole-24 Ore, 26 settembre 2014

Orari dei negozi: dimezzare i giorni di chiusura obbligatoria non basta a riconoscere la libertà di impresa

La Commissione Attività produttive della Camera prosegue l’esame della proposta di legge che, nel ripristinare limiti di orari all’apertura dei negozi, cancellerebbe una delle poche e definitive – se non l’unica - liberalizzazioni avvenute negli ultimi anni in Italia, senza che sia chiaro l’interesse generale che giustificherebbe il ritorno indietro. Pur con le modifiche già introdotte rispetto al testo originario, l'Istituto Bruno Leoni ritiene che il progetto continui a integrare una violazione dei principi a tutela della concorrenza, come peraltro già segnalato dall'Antitrust in merito al progetto. 

 "Di certo - dichiara Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni - l’obiettivo non può essere il rispetto per le festività nazionali: un emendamento approvato ieri dalla Commissione consente infatti ai singoli esercenti di derogare alla chiusura per un numero di giorni pari alla metà di quelli di chiusura obbligatoria. Se, quindi, i negozi possono scegliere di restare aperti in 6 dei 12 giorni festivi in cui dovrebbero essere chiusi, l’obiettivo di onorare le feste è automaticamente smentito.

"La dotazione di un fondo di 18 milioni di euro l’anno per le medio, piccole e micro imprese rivela invece la scelta, del tutto discrezionale, di proteggere una categoria di imprenditori sulla base di criteri quantitativi che nulla provano rispetto allo stato di salute del commercio e alla tutela dei consumatori.

Un ulteriore potere di intervento dei sindaci, l’obbligo di comunicazione per i negozianti che vogliono sfruttare la deroga anzidetta, l’introduzione di nuovi accordi territoriali mostrano infine un vero e proprio tic regolatorio di cui la politica soffre nell’irresistibile tendenza ad aumentare la burocrazia anche quando dice di volerla ridurre.

"La libertà di scegliere se, prima ancora che quando, essere aperti al pubblico è un aspetto intrinseco alla libertà degli esercenti e dei clienti di provare a venirsi incontro, di fronte alla quale tentativi come il ripristino degli obblighi di chiusura in alcuni giorni svelano una battaglia di retroguardia rispetto all’innovazione – si pensi al commercio elettronico, aperto 24 ore su 24 – e alla continua ricerca della soddisfazione del cliente."

Sugli orari dei negozi, l'Istituto Bruno Leoni ha appena pubblicato il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni (PDF).

C'è l'ok dalla Regione per il referendum sull'orario dei negozi

Una richiesta di referendum per abrogare la legge nazionale che ha liberalizzato gli orari di apertura dei negozi è stata votata ieri dal consiglio regionale che ha fatto della Lombardia la terza Regione dopo Veneto e Molise ad averla avanzata. Ora ne mancano due, visto che da dettato costituzionale ne servono almeno cinque per presentare la proposta alla Corte di cassazione.

A favore i gruppi di maggioranza, cui si sono aggiunti Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, contrari Patto Civico e a titolo personale il consigliere Giulio Gallera (Fi). In Umbria la proposta è ancora in commissione, mentre in Abruzzo l'aula ha detto sì al testo, ma l'approvazione non è più utile perché è stata votata a dicembre e quindi troppi mesi prima delle altre regioni. Sciolto, invece, il consiglio regionale della Calabria dove l'iter era già a buon punto. Relatore del provvedimento che vorrebbe cancellare la legge introdotta dal governo Monti nel dicembre del 2011 e che toglieva a Regioni ed enti locali la facoltà di pianificazione è il presidente leghista della commissione Attività produttive Angelo Ciocca. «Le domeniche aperte ha spiegato da agevolazione sono diventate esagerazione. Pochi sono quelli che hanno necessità di fare la spesa proprio la domenica e andare al centro commerciale è diventato solo una costosa abitudine. Recuperiamo piuttosto il piacere di una passeggiata nei nostri bei paesi o in campagna».
Per Gallera, invece, «una scelta sbagliata che soprattutto in un momento di crisi per le famiglie costerà 3 milioni di posti di lavoro e 470 milioni di euro di danni ogni anno alla nostra economia».

Secondo Federdistribuzione «la liberalizzazione degli orari dei negozi sancita dal Salva Italia deve essere difesa a ogni costo, rappresentando un miglioramento del servizio al consumatore, un impulso al sostegno dei consumi, un'opportunità per distribuire più salari e per sostenere i livelli occupazionali creando anche nuovi posti di lavoro».
Per Ciocca, invece, con la legge in vigore si è creata «una deregulation che ha finito per discriminare i piccoli commercianti e le imprese familiari» e il capogruppo di Forza Italia Claudio Pedrazzini ha evidenziato che per questo è «giusta la strada referendaria».
Anche Riccardo De Corato (Fratelli d'Italia) ha spiegato che le norme nazionali «hanno provocato una vera e propria emorragia di chiusure» soprattutto di negozi di vicinato. A favore della proposta referendaria anche il Partito democratico e il Movimento 5 stelle. «La liberalizzazione senza regole e senza vincoli ha sostenuto il capogruppo del Pd Enrico Brambilla -, ha creato diversi problemi, dalla concorrenza insostenibile tra piccoli esercizi e grande distribuzione, alla scarsa tutela dei diritti dei lavoratori».
I grillini, invece, hanno auspicato che «a questo voto favorevole segua al più presto anche un dibattito pubblico aperto sul tema».

Per Serena Sileoni, vice direttore dell'Istituto Bruno Leoni, «la Camera dei deputati ha avviato l'esame di un progetto di legge destinato a ripristinare le chiusure obbligatorie ai negozi. Il progetto mette in discussione non solo la liberalizzazione degli orari da poco vigente nel nostro ordinamento, ma il principio stesso della libertà di concorrenza, di cui la libertà di scegliere quando essere aperti è solamente uno degli aspetti».

Da Il Giornale, 24 settembre 2014

Non torniamo indietro sulla liberalizzazione degli orari

La Camera dei deputati ha avviato l'esame di un progetto di legge destinato a ripristinare le chiusure obbligatorie ai negozi. Il progetto mette in discussione non solo la liberalizzazione degli orari da poco vigente nel nostro ordinamento, ma il principio stesso della libertà di concorrenza, di cui la libertà di scegliere quando essere aperti è uno degli aspetti.

“La liberalizzazione degli orari - sostiene Serena Sileoni, vice direttore generale IBL e autrice del Briefing Paper ‘Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio’”(PDF) - è una rimozione di un obbligo, o, in altri termini, un'espansione della libertà di cogliere le preferenze dei consumatori non solo nella selezione dei prodotti da vendere, ma anche nelle modalità temporali di vendita. Essa non chiede, necessariamente, di essere aperti per più tempo, ma di essere aperti nei momenti e nei giorni in cui si ha la convinzione, sbagliata o giusta che sia, di poter accogliere più clienti”.

Esaminando l'inconsistenza delle ragioni a difesa della regolazione degli orari, Sileoni conclude che “dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello alla libertà di concorrenza. Una legge, quindi, che ripristinasse il divieto di stare aperti in alcuni giorni sarebbe un sicuro passo indietro non solo nelle regole a cui siamo, gradualmente, giunti col sostegno dell'Antitrust e della Corte costituzionale, ma anche nel principio di libertà di iniziativa economica privata, e darebbe nuova forza alla spirale deleteria per la certezza del diritto di una legislazione mai costante, mai stabile, sempre rimessa in discussione, nel giro di un tempo più breve di quello che occorre per verificarne gli effetti e l'impatto, da una volontà politica schizofrenica e poco attenta agli effetti perniciosi della sua volubilità” 

Il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Il commercio e i suoi vincoli

Non è mai successo, ma cinque consigli regionali possono chiedere un referendum abrogativo di una legge dello Stato. Un marziano (ma anche un americano o un tedesco) che venisse in Italia e cercasse di capire il nostro Paese leggendo la Costituzione, immaginerebbe che quella disposizione stia lì per difendere le autonomie, qualora si ritengano danneggiate da un atto del governo centrale. La Regione Lombardia ha deciso invece di unirsi all'Abruzzo, all'Umbria e al Veneto, per proporre un plebiscito per abolire la legge del dicembre 2011, che ha restituito agli esercizi commerciali la libertà di aprire o chiudere quando lo desiderano. Nel nostro Paese, il commercio ha conosciuto una deregolamentazione a tappe, culminata con quell'iniziativa del governo Monti (sostenuto sia dall'allora Pdl che dal Pd). Deregolamentare significa, ovviamente, che lo Stato perde presa sulla società. In questo caso, a dover fare un passo indietro sono le Regioni, che pure restano una fucina di regolamentazioni in tema di commercio (dalle tipologie di carburante per i nuovi distributori, al consumo di suolo) potenzialmente ottundenti per qualsiasi iniziativa. Se non altro, oggi non possono più dire a nessuno quando alzare e quando abbassare la clèr. Per inciso, il nostro marziano (o il nostro americano o il nostro tedesco), già perplesso, sarebbe spiazzato dall'apprendere che una battaglia simile la conduce una coalizione di governo che una volta si faceva chiamare «Casa della libertà».

Milano, alcune sere fa, si è illuminata per la Vogue Fashion Night Out. I dj set in vetrina e le celebrità di passaggio hanno creato l'evento. Che non ci sarebbe stato senza i seicento negozi che hanno tenuto aperto in orario serale: un po' per partecipare, ciascuno a modo suo, alla grande festa della moda, un po' sperando di incontrare l'interesse di nuovi avventori. Se vogliamo «tornare a crescere», la strada è quella: cercare clienti. Moltiplicare le occasioni di scambio. Questo è particolarmente vero per una Regione come la nostra, e per una città come Milano, che sarà al centro dell'Expo. Le tante aspettative che tutti nutriamo sull'Expo non vengono dalla curiosità per quel che ci sarà nei padiglioni: sono legate agli afflussi turistici, che speriamo portino ospiti agli alberghi, consumatori ai negozi, pubblico pagante alla Scala e nei musei, clienti ai ristoranti. I lombardi non si sono mai vergognati di pensare af quattrini e garantire così una vita migliore alle proprie famiglie. Eppure i «referendari» (lombardi, abruzzesi, veneti, umbri) vogliono proprio questo. Ridurre le occasioni di adoperare la nostra libertà di scelta: per cercare acquirenti, per trovare beni che soddisfino i nostri bisogni.

Il Parlamento è già al lavoro per una norma nazionale che operi nella stessa direzione: così che sia Roma a decidere in quali giorni la merceria di paese e l'ipermercato debbono stare chiusi. Il minacciato referendum serve solo a creare l'illusione che ci sia una domanda «popolare» (nella curiosa ipotesi che i consigli regionali parlino per il popolo) di ri-regolamentazione. Che verrà dal centro. Oltre al danno per i cittadini, la beffa per le Regioni.

Dal Corriere della sera, 22 settembre 2014
Twitter: @amingardi

Negozi: la libertà non può avere orari

Quest'anno i negozi saranno chiusi a Natale? Forse no, se vincono i supermercati. Forse sì, se a vincere saranno piccoli esercenti e sindacati. Con la proposta di legge Senaldi (Pd), che limita la possibilità di tenere aperto in qualunque giorno festivo ed è all'esame della X Commissione della Camera, è partita la battaglia sulla liberalizzazione del commercio e l'esito non è affatto scontato. «Attenzione, si lede la certezza del diritto», sostiene l'Istituto Leoni (Ibl). Che nello studio di prossima uscita «Gli orari di apertura dei negozi», a firma di Serena Sileoni, contesta la fondatezza giuridica delle nuove norme, ritenute in contrasto con gli orien [amen ti recenti della Corte costituzionale e dell'Antitrust, «Gli orari dei negozi sono stati definitivamente liberalizzati dal gennaio 2012 - è scritto -, sottraendo definitivamente la competenza a regioni ed enti locali e consegnandoli alla libera determinazione di ogni esercente». Ma ora s'«intende smentire quella liberalizzazione e ripristinare, oltre a chiusure minime obbligatorie, poteri amministrativi che mettono in discussione il principio della libertà di concorrenza». Una linea condivisa dall'Antitrust e, nota Ibl, da diverse sentenze della Corte costituzionale, che quest'anno «è tornata a chiarire che la tutela della concorrenza è strumentale all'ampliamento dell'area di libera scelta di cittadini e imprese"», E già nel 2012 aveva «rigettato le doglianze delle regioni», stabilendo che «è consentito al legislatore statale intervenire nella disciplina degli orari».

Il Parlamento
Proprio dall'Antitrust è del resto arrivato, settimana scorsa, l'assist alla grande distribuzione (e lo schiaffo al Pd). «Il progetto sulla chiusura dei negozi nei festivi viola la concorrenza», ha detto il Garante. Ma che cosa propone il disegno? La chiusura obbligatoria dei negozi per almeno 12 festività all'anno. Scelta bipartisan: da Natale al 25 aprile, da Pasqua al primo maggio (data d'apertura, quest'ultima, già contestata da Susanna Camusso, segretario Cgil). Inoltre ridà agli enti locali (Regioni e Comuni) il potere di concordare le aperture con gli esercenti. E una retromarcia rispetto al Salva Italia del governo Monti (2012), che ora consente ai negozi di stare aperti o chiusi quando vogliono. E una sorta di ritorno al pacchetto Bersani del '98, prima liberalizzazione del settore: prevedeva 12 aperture possibili l'anno nei festivi (eccezioni per le città turistiche)e calendari decisi con gli enti locali. «Il progetto di legge introduce un potere comunale di concludere accordi territoriali non vincolanti - dice Ibl -. Per indurre i commercianti a sottoscriverli, prevede la possibilità di stabilire incentivi anche fiscali. Si torna al linguaggio degli accordi territoriali».

Gli schieramenti
Ora, il disegno alla Camera sarà modificato: deve superare il veto dell'Antitrust e la trincea degli emendamenti. «L'obiettivo è approvarlo per metà ottobre», ha detto mercoledì il relatore, Angelo Senaldi. Perciò la battaglia infuria con schieramenti compositi. Contrari l'Antitrust, i supermercati Federdistribuzione), Catene come Yamamay e Carpisa (Confimprese), Favorevoli i piccoli negozi (Confesercenti), i sindacati (Cgil), la Chiesa, primi dicono che con la liberalizzazione totale del Salva Italia sono stati generati posti di lavoro (4.200 nel 2012, soprattutto part-time a tempo determinato, per Federdistribuzione) e sono aumentati i salari di 100 milioni. I secondi segnalano lo scarso impatto sul calo occupazionale complessivo (100 mila posti di lavoro persi nel 2012-2013 nel commercio al dettaglio e all'ingrosso, dato Istat ), la disgregazione familiare, il maggior peso organizzativo dei lavoratori e la strozzatura per i piccoli negozi, meno attrezzati per aprire la domenica o a Natale (in luglio-agosto hanno cessato l'attività 5.463 dettaglianti contro 2.603 nuovi iscritti, dice Confesercenti).

L'analisi di IbI
Ciò che viene ritenuto giuridicamente ostativo da Ibl è, in particolare, la delega agli enti locali, che tocca il titolo V della Costituzione. Del resto, nel ddl Senaldi, quel che non convince l'Antitrust è proprio l'affidare a regioni e comuni il potere d'indicare una quota dei giorni di chiusura. Commenta Sileoni: «La nostra analisi mostra che una legge che ripristinasse il divieto di stare aperti in alcuni giorni sarebbe un sicuro passo indietro non solo nelle regole a cui siamo giunti con il sostegno di Antitrust e Corte costituzionale, ma anche nel principio di libertà d'iniziativa privata. Darebbe forza a una spirale deleteria, con leggi sempre rimesse in discussione». Sulla stessa linea le catene distributive, alle prese con la contrazione dei margini. «La liberalizzazione degli orari ha migliorato il servizio al consumatore e contribuito a sostenere i consumi - dice Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione.
Passi indietro sarebbero in contrasto con molte pronunce di Consulta, Tar, Consiglio dí Stato». Per Confimprese «togliere libertà d'impresa significa calo di occupazione, consumi, produzione».
Resta la perplessità di piccoli e sindacati. «Senza regole si altera l'equilibrio del mercato -  dice Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti - Con le aperture nei festivi gli acquisti si stanno concentrando nella grande distribuzione». «Con deflazione e crisi non è questo il sistema per creare occupazione - dice Maria Grazia Gabrielli, segretario generale Silcam Cgil -. Nella formula Bersani c'era un buon mix fra aperture e chiusure, si può partire da li. Giusto avere più concorrenza, ma va tenuto conto dei contratti già firmati e delle necessità di riorganizzazione dei lavoratori, che perlopiù qui sono donne».

Dal Corriere della sera, 22 settembre 2014

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Gli irreperibili del governo

Due settimane fa sembrava fatta. I giornali avevano dato ampio spazio al rapporto preparato da Carlo Cottarelli per il sito di “revisione della spesa”. Nel decreto “sblocca Italia”, secondo gli annunci del governo si sarebbe inserito il riordino dei servizi pubblici locali, attraverso una piccola riforma che iniziasse a riportare nel settore efficienza e economicità tramite, tra l’altro, la possibilità di fallimento e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per investimenti legati a dimissioni totali o parziali.

Nel comunicato sintetico del decreto, dei servizi pubblici locali non c’è traccia. Non solo: di essi, fra un gelato e la conta dei presenti al forum di Cernobbio, non si è proprio più parlato.

Il lavoro del commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli aveva consegnato l’immagine delle inefficienze di questo settore. Che i governi non se ne vogliano occupare è cosa alla quale possiamo pure esserci abituati. Ci siamo però meno abituati al fatto che le riforme vengano annunciate e sbandierata, salvo poi scomparire prima di diventare tali.

Tra i soggetti scomparsi, c’è anche quello, parallelo alla riforma dei servizi pubblici locali, delle privatizzazioni. Anche qui, pareva almeno che il governo Renzi volesse fare cassa mettendo sul mercato un altro 5% di ENI ed ENEL: operazione non risolutiva, neanche per quanto riguarda il controllo delle due imprese, ma se non altro un segnale, una riprova che le privatizzazioni restavano un dossier aperto, come assicurato dal ministro Padoan. Stesso segnale che si è avuto, per un attimo, sull’apertura alla concorrenza nei servizi pubblici locali. Invece, se dall’ultimo Consiglio dei ministri non è uscito il capitolo servizi locali, è stato lo stesso Presidente del Consiglio, intervistato dal direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, a chiudere la porta alle privatizzazioni. Per Renzi le dismissioni si faranno, ma non vale la pena che lo Stato si diluisca in ENI ed ENEL, e anche per quanto riguarda le Poste, nelle quali il governo Letta aveva preconizzato l’ingresso (in modalità discutibili) dei privati, è meglio attendere. Scelte legittime, ma mentre Renzi è stato esplicito su ciò che non vuole privatizzare, lo stesso non si può dire circa ciò che vorrebbe dismettere. Non basta dire “le privatizzazioni si faranno”, se non si dice quali.

Quando, due anni fa, il Ministro Grilli prometteva ricavi da privatizzazioni per 10 miliardi l’anno, a molti di noi pareva che si potesse e si dovesse fare di più. Col senno di poi, le stime di Grilli sono risultate ottimistiche. 

È così difficile vendere? Certamente non è facile, se si discute di quel grande patrimonio immobiliare pubblico nei quali gli stessi governi faticano ad orientarsi. Certamente servono incentivi opportuni, se si tratta della selva delle municipalizzate. Ma, soprattutto quando invece ci si riferisce alle grandi società a partecipazione pubblica, ciò che è mancato finora è stata semplicemente la volontà politica.

I rebus della politica industriale

Per riformare «non basta dire no» ai no - a eliminare l'articolo 18, a ridimensionare l'obbligatorietà dell'azione penale, a privatizzare i servizi dei comuni. Bisogna ottenere il sì di chi chiede interventi che valgano a farci uscire dalla stagnazione. E per il riformatore può perfino essere più facile isolare i no che prospettano i disastri che altrimenti si produrrebbero, che rispondere ai sì, e ottenere i miracolosi risultati che ci si aspetta dall'adozione di certe politiche. Tra queste una delle favorite è la «politica industriale».

In passato, si dice, siamo riusciti ad agganciare i paradigmi industriali: la macchina a vapore applicata da Sommeiler alle pompe per far passare treni sotto i monti, il motore asincrono con Ferraris, quello a scoppio con la Fiat, la radio con Marconi, il polipropilene con Natta. In questa carrellata non manca mai il richiamo all'Olivetti, ed è perlopiù sbagliato: il culmine del successo l'Olivetti lo raggiunse con la Divisumma che, con un primo costo variabile sotto le 30.000 lire, veniva venduta a un prezzo vicino a quello di una 500. Tanti si arrovellano sulle ragioni per cui il mainframe Elea non riuscì a battere IBM, ma pochi ricordano che non ci riuscì nessuno in Europa, né ICL, né Philips, né Bull, né Siemens: tutti errori di «politica industriale»? In Germania c'è un leader mondiale del software (la SAP) e in Italia no: nessuno lo ricorda ma ha i suoi perché, e hanno a che fare anch'essi con la «politica industriale».

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 4 settembre 2014
Twitter: @FDebenedetti

Le sanzioni anti russe colpiranno più noi di loro

Al di là dei giudizi che si possono esprimere sul conflitto russo-ucraino, sull'identità nazionale degli abitanti della Crimea e sulla gestione del referendum che ha portato all'annessione russa della penisola, una preoccupazione dovrebbe essere condivisa da tutti: e cioè che non si penalizzi chi non ha responsabilità nella vicenda e non si chiudano spazi di scambio e confronto.

In questo senso, è comprensibile che il presidente di Confindustria Russia, Ernesto Ferlenghi, chieda a Giorgio Squinzi di fare il possibile per «convincere i nostri governanti ad un maggiore equilibrio e ad una più marcata autonomia del nostro Paese». Sono in gioco anni di lavoro ed è normale che gli imprenditori italiani siano in apprensione. Ma a giustificare una politica commerciale liberale non vi sono solo i legittimi interessi di questo o quel gruppo. Il «protezionismo» non aiuta nessuno e non favorisce politiche più aperte. Esso non colpisce i politici responsabili di questa o quella scelta, ma solo cittadini innocenti. Per questo motivo, se la decisione (tutta politica) adottata da Vladimir Putin per reagire alle nostre sanzioni di chiudere le frontiere russe è ingiustificabile, altrettanto lo sarebbe una ulteriore ritorsione europea. Eppure a un errore se ne sta per aggiungere un altro, dato che il nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini in procinto di diventare Alto commissario per la politica estera della Ue ha annunciato risposte analogamente dure contro l'economia russa.

In realtà, come la scelta protezionistica di Putin ha danneggiato anche i russi (imprese e consumatori), così sarà per le ritorsioni europee, che colpiranno azionisti, lavoratori e consumatori del tutto incolpevoli. In primo luogo, perché ogni ritorsione non fa che aggravare la tensione e allontana il ritorno degli scambi commerciali, come temono appunti gli imprenditori di Confindustria. Ma in secondo luogo e questo lo si dimentica troppo spesso perché ogni importazione di beni russi ha luogo sulla base di decisioni assunte da imprese e consumatori occidentali che, quando saranno varate le nuove sanzioni, dovranno optare per prodotti e servizi meno interessanti. Sarà pure la nostra economia, insomma, a essere danneggiata da misure che dovrebbero colpire Putin e l'economia russa. Sul piano economico, ogni sanzione danneggia al tempo stesso sui due fronti, e non solo quanti prima esportavano e ora non possono più farlo.

Per giunta, se l'Europa vuole davvero favorire un processo di liberalizzazione di Mosca, tutto deve fare meno che chiudere quel mondo entro il suo recinto putiniano. E in questo senso fanno bene gli americani a predicare in un modo e razzolare in un altro. È infatti di queste ore la notizia che una delle «sette sorelle» petrolifere statunitensi, la Exxon, ha avviato i lavori d'esplorazione nel mare di Laptev, nel nord della Siberia, in cooperazione con la società di Stato russa Rosneft.

Nel luglio scorso la Rosneft era stata inserita nella lista delle società che, a causa della crisi ucraina, erano sottoposte a sanzioni. Ma evidentemente gli americani sanno ancora riconoscere le buone ragioni dei loro legittimi interessi e i diritti di chi lavora. Certo, un po' meno ipocrisia da parte loro non sarebbe male.

Da Il Giornale, 3 settembre 2014

La scelta dei manager Telecom da giudicare non come si fa nel Risiko

La guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi, diceva Clausewitz. Ogni tanto, noi italiani sembriamo pensare lo stesso dell'economia. Sembriamo convinti, cioè, che essa debba obbedire ad altre logiche, piuttosto che a quella, arida e impersonale, del sistema dei prezzi. Dev'esserci altro: una trama di relazioni e intrighi celati nell'ombra, apparentemente lontani dalle transazioni mercantili e che proprio per questo le spiegano. Molto si è scritto della «sconfitta» di Telecom, nella «lotta» per assicurarsi la brasiliana Gvt, attualmente di proprietà di Vivendi. Come molto s'era scritto, in anticipazione di una eventuale «vittoria», su un pranzo al largo della Sardegna e sul panfilo del finanziere Bolloré, imbastendo una narrazione intrigante, con l'eterno canovaccio «gli amici dei miei amici (in questo caso, Mediobanca) sono miei amici».

Qualcuno avrà storto il naso, leggendo sul Corriere l'intervista di Massimo Sideri a Giuseppe Recchi, dove questi spiegava che i cavalleggeri di Telecom non hanno fallito l'assalto. Semplicemente, erano disponibili a pagare un certo prezzo, e non un altro. La storia recente delle tlc è piena di matrimoni finiti male, ricordava Recchi, e i matrimoni finiti male possono rivelarsi tremendamente costosi. Non è che i manager non sbagliano: essendo esseri umani, sbagliano con la stessa frequenza di ciascuno di noi. Ma non ha senso valutarne le mosse come se stessero giocando a Risiko, e nella competizione del mercato vincesse chi pianta la sua bandierina su più territori. Cosi, seguitiamo a pensare che un'azienda che compra un'altra sia «forte», mentre una che non lo fa è «debole». Quando siamo noi a fare spese, però, sappiamo benissimo che non vale sempre la pena di acquistare un certo bene o un certo servizio: e che il prezzo non è un dettaglio irrilevante, affinché uno scambio avvenga oppure no.

I bravi amministratori cercano di fare l'interesse degli azionisti, coraggio e prudenza per loro sono virtù complementari. I tifosi vorrebbero vederli marciare sulla Kamchatka, al costo di rimetterci tutti i carrarmati. Il tifo è meglio tenerlo lontano dalle board room.

Dal Corriere della sera, 2 settembre 2014

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Remunerazione energia: consigli per il nuovo periodo regolatorio

Le reti elettriche e gas hanno ottenuto in questi anni rendimenti superiori agli obiettivi della regolazione. In vista del nuovo periodo regolatorio, l’Istituto Bruno Leoni indica una serie di interventi per contenere questa voce delle bollette degli italiani.
 
Lo studio “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” (PDF), condotto da Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca, evidenzia che “Quasi tutti gli operatori esaminati hanno ottenuto nel periodo un ritorno medio sugli investimenti (Roi) superiore al rendimento target fissato dall’Autorità per l’energia”. Questo ha determinato un aggravio non necessario tra i costi sostenuti dai consumatori. Bitetti e Rocca indicano pertanto una serie di misure strutturali in vista del nuovo periodo regolatorio: “si suggerisce che l’Autorità per l’energia riconsideri le attuali componenti tariffarie, anche introducendo una maggiore esposizione al rischio per gli operatori regolati e attraverso il ricorso a strumenti di regolazione output-based”. Inoltre, “l’attuale Strategia Energetica Nazionale deve essere ripensata, specie nelle parti in cui essa estende – anziché ridurre – il perimetro dell’infrastruttura regolata, particolarmente sotto il profilo della socializzazione del rischio d’investimento”. Ulteriori problemi derivano dagli effetti perversi della Robin Hood Tax e dalla pervasiva presenza della proprietà pubblica.

Il paper “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” di Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca è liberamente disponibile qui (PDF).

Energia Concorrente: “Tagliare extra-profitti reti”

L'ottica è quella della spending revew, che sta trovando in parte il proprio compimento nel provvedimento sul taglia-bollette (QE 18/6). Ma la posizione presa oggi da Energia Concorrente contro le attività regolate di rete, sia nell'elettricità che nel gas, va ben oltre questo. Sembra anche una chiara presa di distanze dal resto del settore rappresentato da Assoelettrica, che per contro ha appena sancito l'ingresso tra gli associati di Enel Distribuzione (QE 10/3).

Partendo da uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (disponibile sul sito di QE) dal provocatorio titolo "Chi non risica rosica", che ha analizzato i bilanci relativi al periodo 2007-2012 della stessa Enel Distribuzione, di Terna, Snam Rete Gas, Enel Rete Gas (ora 2i Rete Gas), Italgas e Stogit, l'associazione chiede di tagliarne gli extra-profitti, riportando "i parametri di redditività dei soggetti regolati entro limiti coerenti all'assenza di rischio".

L'analisi evidenzia infatti che tali extra-profitti sono stati "nell'ordine di 600-1.200 milioni di euro/anno nel periodo 2006-2012", frutto di un "ritorno medio sugli investimenti (Roi) decisamente superiore al rendimento target fissato dall'Autorità", con l'unica eccezione di Enel Rete Gas. Lo scostamento medio va dal 30% di Snam Rete Gas al 70% di Enel Distribuzione e Italgas. Ciò ha avuto un impatto in bolletta: tra il 2° trimestre 2010 e il 2° trimestre 2013 i costi di rete sono aumentati dell'11%.

Lo studio evidenzia quindi "l'opportunità di introdurre interventi diretti sia a limitare il perimetro delle attività regolate, recuperando spazio al mercato, sia a contenere la remunerazione riconosciuta, suggerendo una serie di misure volte a limitare gli extraprofitti, rimuovere gli incentivi perversi, evitare un uso improprio della qualificazione strategica delle infrastrutture, e garantire trasparenza e linearità alle politiche tariffarie".

Ma il presidente di Energia Concorrente, Giuseppe Gatti, va anche oltre. "Con l'iniziativa di oggi - afferma in una nota - intendiamo non solo contribuire all'obiettivo di ridurre il peso della bolletta energetica per i consumatori, ma avviare una più ampia riflessione sul ruolo e la posizione della distribuzione sia nel sistema elettrico sia in quello gas. In questa prospettiva credo si debba considerare con attenzione l'opportunità di una completa separazione, anche proprietaria, delle attività regolate rispetto a quelle di mercato".

In definitiva, conclude lo studio Ibl, "occorre ripensare obiettivi e strumenti della regolazione alla luce di un mondo che è cambiato profondamente, e per il quale l'obiettivo primario non è solo il potenziamento delle reti, ma la creazione, mantenimento e promozione dell'efficienza e della flessibilità nel sistema delle infrastrutture. Ciò implica una più precisa definizione del perimetro di attività dei soggetti regolati, con l'introduzione di vincoli stringenti su investimenti che possono essere più utilmente affidati al mercato e alla concorrenza tra gli operatori".

Una rivoluzione che probabilmente non piacerà a molti big dell'energia.
Intanto Energia Concorrente ha pubblicato sul proprio sito le osservazioni (disponibili sul sito di QE) al dco dell'Autorità sul capacity market e sul capacity payment transitorio (QE 5/6). Pur "accogliendo con favore" le misure proposte, l'associazione paventa il rischio che il meccanismo disincentivi la partecipazione proprio degli impianti più flessibili a causa in particolare "dell'ampiezza temporale dell'obbligazione contrattuale" e dei "vincoli imposti al mercato dei servizi dagli strike price". Si invita quindi l'Autorità a "dare attuazione, senza ulteriori ritardi, ad un meccanismo fortemente selettivo".

Riguardo al transitorio, E.C. "ritiene necessario anticipare al 2014 almeno una parte della valorizzazione della capacità flessibile", per lo meno per alcuni impianti.

Da Quotidiano Energia, 18 giugno 2014

Perché un Mondiale non fa (mai) pil. Manaus e altri stadi

Uno stadio da 42.000 posti e 300 milioni di dollari per una città di 1.800.000 abitanti. Un investimento forse sostenibile, se la città in questione non fosse Manaus, enclave urbanizzata nel mezzo della Foresta amazzonica, raggiungibile solo in aereo o via fiume. Ritmi di lavorazione dettati dalla stagione delle piogge; tecniche di costruzione appositamente studiate per ovviare all'umidità proibitiva; l'acciaio ricevuto dal Portogallo dopo venti giorni di navigazione.

Il Nacional, la più gloriosa squadra locale s'arrabatta in Quarta divisione, di fronte a poche centinaia di tifosi: per questo s'immagina di riconvertire l'impianto, dopo il Mondiale, in un penitenziario. Li chiamano elefantes brancos elefanti bianchi o "cattedrali nel deserto" e l'Arena da Amazónia ne è solo il più fulgido esemplare.
I conti del più costoso Mondiale della storia sono zavorrati da stadi grandiosi innestati in località improbabili: 190 milioni per l'Arenas das Dunas di Natal, 270 milioni per l'Arena Pantanal di Cuiabà, 850 milioni per l'Estàdio Mané Garrincha di Brasilia. Tenendo conto delle spese per le infrastrutture e di quelle per la sicurezza, con l'impiego preventivato di 170.000 uomini, l'esborso complessivo del governo e delle amministrazioni locali è stimato tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari. E nel computo non rientrano i costi sociali, sottolineati dalle proteste di queste settimane.

E' la maledizione dei grandi eventi: tutti si affannano per organizzarli, facendo affidamento su costi controllabili e su un impulso sostanzioso al turismo, all'occupazione, all'attività economica in generale. I problemi iniziano con l'incoronazione del paese ospitante: le spese lievitano, i pretesi benefici evaporano. A nulla valgono le cautele degli economisti, che predicano contro il mito dello stimolo keynesiano impartito da Mondiali e Olimpiadi. Così, a ogni nuova tornata di selezione, abbondano i pretendenti disposti a tutto pur di ottenere l'agognato incarico. Per ragioni politiche: vecchie e nuove potenze tentano di accreditarsi sulla scena mondiale per via sportiva Cina, Brasile, Russia, Qatar. E per ragioni economiche: da un lato, il potere monopolistico del Cio e della Fifa, che non esitano a estrarre tutto il valore possibile dai paesi candidati; dall'altro, all'interno di questi ultimi, la divisione tra le minoranze organizzate che beneficiano degli investimenti (i politici che li dirigono e le imprese che li percepiscono) e la maggioranza silenziosa che li alimenta (i contribuenti).
Ecco il paradosso del Mondiale: il Brasile è condannato a vincere, ma i brasiliani sono destinati a perdere.

Da Il Foglio, 18 giugno 2014
Twitter: @masstrovato

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Le nostre nonne ne sapevano una di più dello Stato dietologo

Dello Stato etico si può forse parlare al passato. Invece lo Stato dietologo appartiene al presente. A New York, l'ex sindaco Bloomberg aveva vietato la vendita di bibite gassate in bottiglie e lattine superiori al 500 ml (ma il tribunale aveva bocciato la misura). In Europa, Finlandia e Danimarca hanno adottato imposte sulle bevande zuccherine. Il governo di Copenhagen ha sperimentato un'accisa, presto abrogata, sugli alimenti con più del 2,3% di grassi saturi. Le persone sovrappeso "costerebbero di più" al sistema sanitario: penalizzando il loro stile di vita, verrebbero "aiutate" a cambiarlo. È un'aritmetica complicata. Un beneficio pubblico, difficile da dimostrare, implica rinunce concrete, che si verificano al ristorante o al supermercato. In molti sostengono che le "fat tax" rischierebbero di spostare i consumi verso alimenti altrettanto grassi, ma di inferiore qualità, con effetti paradossali sulla salute. L'emergenza obesità è una scusa formidabile per regolamentare la tavola, chiedendo un pedaggio per ogni trasgressione alla quaresima.

Non potendo costruire una società in cui tutti siano egualmente ricchi, lavoriamo a una in cui tutti siano egualmente magri. Lo sapevano già le nostre nonne: esistono cibi più sani e altri meno, anche se è la dose che fa il veleno. L'uomo però non è solo ciò che mangia: non si può pensare che abitudini e spot siano ininfluenti. Siccome non può obbligarci alla palestra, lo Stato ci tassa, unendo l'utile (incamerare nuove entrate) al dilettevole (indurci a comportamenti più virtuosi). Ci risparmi almeno la predica. È difficile che il fisco abbia successo dove hanno fallito le nonne: nell'insegnarci l'equilibrio.

Da Wired, maggio 2014
Twitter: @amingardi

La spending review serve a nulla

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?
Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

Peraltro, sono tutti liberali. A parole.
L'idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all'applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

Però, oggi c'è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l'ha suscitata...
Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?
Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l'idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?
Gli 80 euro sono tutt'altro che liberali, per esempio.

E perché?
Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell'Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all'aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?
Tagliare la spesa pubblica. C'è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L'autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

E la pressione fiscale sale...
Infatti. A fronte dell'aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

Qual è il punto?
È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l'attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

Facciamo un esempio?
La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

Uno Stato obeso, diciamo...
Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?
Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

Per esempio?
Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

Le Poste?
Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell'attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell'Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c'è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt'altra direzione.
Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l'acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?
Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?
Per ora il provvedimento vero l'ha fatto il governo Letta, con l'approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all'abuso di diritto (l'elusione fiscale, che finora era lasciata all'interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all'esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

E poi c'è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell'ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.
Aspettiamo il giorno che sia posto fine all'abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un'anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

Anche in quel caso c'era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.
Sì, e c'è anche l'opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?
Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

Qualcuno, come l'editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l'estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?
Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all'appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

Da Italia Oggi, 8 maggio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

L'economista anti-Piketty: «Solo la borghesia ci salverà»

Ricordate la borghesia? E la middle class? Esistono ancora. A nome loro, un'economista americana lancia un'accusa all'intellighenzia dell'Occidente: dal 1848 le svalutate, ma sono tuttora la nostra ricchezza. Su questa base, Deirdre McCloskey ha deciso dí montarne una poderosa rivalutazione, storica e attuale. Fatto non frequente tra gli economisti, lo fa su basi etiche: sono il solo rimedio contro la povertà. La professoressa di Economia alla University of Illinois, Chicago, e alla Gothenburg University, Svezia, ha consegnato allo stampatore il terzo volume di una trilogia, The Bourgeois Era, che viene dopo The Bourgeois Virtues e The Bourgeois Dignity. In Italia ha appena pubblicato I vizi degli economisti, le virtù della borghesia, edito da Ibl Libri (pp. 138, € 16). E in questi giorni è nel nostro Paese per una serie di incontri e conferenze organizzati dall'Istituto Bruno Leoni.
«Il fallimento delle rivoluzioni liberali del 1848 - sostiene in questa intervista - ha provocato nei ceti intellettuali di Italia, Germania, Francia, Spagna una reazione contro le classi medie che è arrivata fino a oggi». Un'opposizione che ha preso la forma del conservatorismo, del materialismo storico, del marxismo, del fascismo, dello statalismo: del rifiuto della carica innovativa e liberale della borghesia. «Ancora oggi c'è la tendenza a creare nuove aristocrazie», dice.

Il punto fondante dell'elaborazione della signora McCloskey sta nel ritenere le idee il motore dello sviluppo di quello che - termine che non apprezza - è chiamato capitalismo. «Il nostro benessere - sostiene - viene dalle idee. Nel 1800, il reddito giornaliero di un italiano era di tre dollari; oggi, a parità di valori, è di ottanta. In più, ci sono gli avanzamenti della medicina, dei trasporti, della tecnologia. Una completa trasformazione. Ma non è il risultato della lotta di classe, come sostiene la sinistra, o degli investimenti, come sostengono i conservatori. È il risultato delle idee che hanno prodotto innovazioni come l'elettricità, la radio, i sistemi idraulici». E, passaggio chiave, queste idee sono nate e hanno trovato gambe «dalla liberazione delle persone, dal liberalismo di Adam Smith e dalla caduta delle gerarchie che ponevano al centro l'aristocrazia». Sono le persone comuni e le idee lasciate libere di correre che creano la base del capitalismo.

La professoressa individua la nascita di questo spirito nell'Olanda della guerra contro la Spagna dal 1568 al 1648 e poi nella guerra civile inglese dal 1642 al 1651. «Tutto avvenne per un accidente della storia, grazie alla Riforma: ma non in senso weberiano, nel senso invece che il movimento protestante dette al popolo la governance, la possibilità di scegliere i propri pastori e quindi di liberarsi dalle gerarchie della Chiesa. I Paesi Bassi furono pionieri dell'attività borghese. Poi, gli inglesi presero tutto dagli olandesi: importarono il re, aprirono anch'essi una Borsa, crearono una banca centrale. Diventarono la New Holland. Lo spirito si estese poi all'America e immagino che, se non fosse successo, le forze della reazione avrebbero vinto. Mi spingo a dire che, senza i Paesi Bassi e l'Inghilterra, la Francia non avrebbe mai avuto una rivoluzione industriale, perché tutto era centralizzato, sottoposto ad autorizzazioni. Anche Italia e Germania non vissero i cambiamenti». Dopo le rivoluzioni liberali fallite del 1848, «si comincia a scrivere che il capitalismo è brutto, l'intellighenzia si schiera contro la borghesia, contro Voltaire e Thomas Paine e il libero mercato. Il Romanticismo, che dura ancora oggi, è servito ai conservatori per idealizzare il passato e alla sinistra per idealizzare la città futura: il nazionalismo, il razzismo, il marxismo, il socialismo, l'eugenetica vanno a dominare il pensiero. Nel XVIII secolo si scopre che, se liberi la gente, se lasci fare le persone e onori i loro risultati, il limite è il cielo. Nel XIX secolo si dice invece che quel che conta è la scienza, non le idee. È un conflitto: quando, nei Promessi sposi, Manzoni parla del rapporto tra controllo dei prezzi e carestia, è un liberale, scrive pagine da Adam Smith; ma, vent'anni dopo, Flaubert odia la borghesia».

L'incarnazione odierna di questi spiriti illiberali è nella tendenza a regolare tutto, a un paternalismo di Stato. Fino al 1995, Deirdre McCloskey era un uomo, Donald, poi ha cambiato sesso. Oggi scherza e dice di sentirsi, in opposizione al paternalismo di Stato, «una libertaria materna, e non avrebbe funzionato se fossi rimasta un ragazzo». Risultato: combatte battaglie attualissime. Di recente, è stata definita la più efficace economista anti-Piketty: ritiene che le teorie sulla diseguaglianza insita nel capitalismo, sostenute dall'economista francese Thomas Piketty, non stiano in piedi. «L'uguaglianza come questione etica dice è una sciocchezza. Etico è ridurre la povertà. Il gap tra poveri e ricchi non conta. Stabilire regole per diminuire le differenze non aiuta: il go per cento della riduzione della povertà deriva dalla crescita economica. E il dato di fatto è che, grazie alla libertà delle idee, alle innovazioni, alla middle class oggi siamo enormemente più ricchi. Anche nello spirito».

Dal Corriere della sera, 27 settembre 2014

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Ludwig von Mises: Inspiring Think Tanks Across The Globe

The free enterprise system within a rule of law is the best engine for prosperity. Ludwig von Mises (1881-1973) is recognized by many as its greatest advocate. His name was largely ignored for decades, today, however, more than 20 think tanks around the world are named after him. No other famous economist comes close.

Those who started these “Mises Institutes” were inspired mostly by the theoretical work of this Austrian scholar, books such as “Socialism,” “Theory of Money and Credit,” and “Human Action.” When I studied economics at Grove City College under Dr. Hans F. Sennholz (1922-2007), one of Mises’ disciples, these three books were required reading.

(…)

New efforts of “Austrian” inspired public policy research will likely emerge from the Austrian Economics Research Conference (planned for March 2015) which offers opportunities for going beyond theory, or from research focusing just on studying each other or from focusing on “what other Austrians wrote.” At least two of the Mises Institutes recently started journals: the Revista Mises in Brazil, an Inter-disciplinary Journal of Philosophy, Law and Economics; and the Journal of Prices and Markets in Canada. The latter already included a few public-policy papers. Other centers with leaders inspired by Mises, such as the Juan de Mariana Institute in Spain, or the Istituto Bruno Leoni (IBL), in Italy, frequently publish “Austrian” inspired policy research. IBL conducts a yearly Mises Seminar, already in its tenth year, where young scholars present policy as well as theoretical papers.

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Da Forbes, 20 agosto 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

Non torniamo indietro sulla liberalizzazione degli orari

La Camera dei deputati ha avviato l'esame di un progetto di legge destinato a ripristinare le chiusure obbligatorie ai negozi. Il progetto mette in discussione non solo la liberalizzazione degli orari da poco vigente nel nostro ordinamento, ma il principio stesso della libertà di concorrenza, di cui la libertà di scegliere quando essere aperti è uno degli aspetti.

“La liberalizzazione degli orari - sostiene Serena Sileoni, vice direttore generale IBL e autrice del Briefing Paper ‘Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio’”(PDF) - è una rimozione di un obbligo, o, in altri termini, un'espansione della libertà di cogliere le preferenze dei consumatori non solo nella selezione dei prodotti da vendere, ma anche nelle modalità temporali di vendita. Essa non chiede, necessariamente, di essere aperti per più tempo, ma di essere aperti nei momenti e nei giorni in cui si ha la convinzione, sbagliata o giusta che sia, di poter accogliere più clienti”.

Esaminando l'inconsistenza delle ragioni a difesa della regolazione degli orari, Sileoni conclude che “dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello alla libertà di concorrenza. Una legge, quindi, che ripristinasse il divieto di stare aperti in alcuni giorni sarebbe un sicuro passo indietro non solo nelle regole a cui siamo, gradualmente, giunti col sostegno dell'Antitrust e della Corte costituzionale, ma anche nel principio di libertà di iniziativa economica privata, e darebbe nuova forza alla spirale deleteria per la certezza del diritto di una legislazione mai costante, mai stabile, sempre rimessa in discussione, nel giro di un tempo più breve di quello che occorre per verificarne gli effetti e l'impatto, da una volontà politica schizofrenica e poco attenta agli effetti perniciosi della sua volubilità” 

Il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Orari dei negozi: dimezzare i giorni di chiusura obbligatoria non basta a riconoscere la libertà di impresa

La Commissione Attività produttive della Camera prosegue l’esame della proposta di legge che, nel ripristinare limiti di orari all’apertura dei negozi, cancellerebbe una delle poche e definitive – se non l’unica - liberalizzazioni avvenute negli ultimi anni in Italia, senza che sia chiaro l’interesse generale che giustificherebbe il ritorno indietro. Pur con le modifiche già introdotte rispetto al testo originario, l'Istituto Bruno Leoni ritiene che il progetto continui a integrare una violazione dei principi a tutela della concorrenza, come peraltro già segnalato dall'Antitrust in merito al progetto. 

 "Di certo - dichiara Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni - l’obiettivo non può essere il rispetto per le festività nazionali: un emendamento approvato ieri dalla Commissione consente infatti ai singoli esercenti di derogare alla chiusura per un numero di giorni pari alla metà di quelli di chiusura obbligatoria. Se, quindi, i negozi possono scegliere di restare aperti in 6 dei 12 giorni festivi in cui dovrebbero essere chiusi, l’obiettivo di onorare le feste è automaticamente smentito.

"La dotazione di un fondo di 18 milioni di euro l’anno per le medio, piccole e micro imprese rivela invece la scelta, del tutto discrezionale, di proteggere una categoria di imprenditori sulla base di criteri quantitativi che nulla provano rispetto allo stato di salute del commercio e alla tutela dei consumatori.

Un ulteriore potere di intervento dei sindaci, l’obbligo di comunicazione per i negozianti che vogliono sfruttare la deroga anzidetta, l’introduzione di nuovi accordi territoriali mostrano infine un vero e proprio tic regolatorio di cui la politica soffre nell’irresistibile tendenza ad aumentare la burocrazia anche quando dice di volerla ridurre.

"La libertà di scegliere se, prima ancora che quando, essere aperti al pubblico è un aspetto intrinseco alla libertà degli esercenti e dei clienti di provare a venirsi incontro, di fronte alla quale tentativi come il ripristino degli obblighi di chiusura in alcuni giorni svelano una battaglia di retroguardia rispetto all’innovazione – si pensi al commercio elettronico, aperto 24 ore su 24 – e alla continua ricerca della soddisfazione del cliente."

Sugli orari dei negozi, l'Istituto Bruno Leoni ha appena pubblicato il Briefing Paper “Gli orari di apertura dei negozi: una regola che vale un principio” di Serena Sileoni (PDF).

Bene l'emendamento SEL perché non ci siano “libri più uguali degli altri”

Si apprende dalla stampa che alcuni deputati di Sel hanno presentato un emendamento al decreto cultura per equiparare l'IVA applicata agli e book, attualmente ordinaria al 22%, a quella dei libri tradizionali, ridotta al 4%. L'emendamento, che riproduce un'analoga proposta di legge di iniziativa parlamentare sempre di Sel, ripristina e anzi supera l'intenzione originaria del ministero della cultura di abbassare l'IVA sugli ebooks. Nella prima formulazione del decreto, infatti, l'imposta era ridotta al 10%, nel tentativo di un parziale allineamento all'IVA applicata ai libri cartacei.
"L'allineamento - sostiene Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni - non può però che essere totale. L'IVA sugli ebooks va abbassata per un ovvio e semplice motivo di eguaglianza fiscale: "I Promessi sposi" restano sempre gli stessi, che siano impressi su un supporto informatico o su carta. Non c'è quindi ragione, in termini di equità, di trattare fiscalmente come beni diversi un libro cartaceo e lo stesso libro in formato elettronico"

Al via su Reteconomy Sky 816 “Il punto di vista” dell’Istituto Bruno Leoni


“Il punto di vista” di IBL
Ha preso il via questa settimana una nuova iniziativa nata dalla collaborazione tra Reteconomy e Istituto Bruno Leoni, due realtà giovani e dinamiche che mettono al centro della propria attività una nuova visione dell’economia.
Ogni giorno, nel contenitore Buongiorno Economia, va in onda Il punto di vista degli esperti di IBL, che commentano i principali fatti di attualità – dalla politica agli scandali corruzione, dai trasporti alle telecomunicazioni, dall’energia alla fiscalità – con lo sguardo sempre rivolto a un obiettivo: mettere in circolo idee e proposte per il libero mercato, volano di crescita e competitività, a tutto vantaggio dei consumatori.

I protagonisti dell’iniziativa
Raccontare con il linguaggio delle immagini il Paese che lavora e che produce e aiutarlo a crescere e a guardare al futuro. È la mission di Reteconomy, la nuova piattaforma multicanale di informazione economica ideata per dare voce a imprenditori, professionisti, manager. Chiara, accurata, originale: la nuova visione dell’economia.

Nato dieci anni fa sul modello dei think tank anglosassoni, l’Istituto Bruno Leoni vuole rappresentare un pungolo ed una risorsa per la classe politica, stimolando nel contempo una maggiore attenzione e consapevolezza dei cittadini verso tutte le questioni che attengono le politiche pubbliche e il ruolo dello Stato nell’economia.

"La collaborazione con IBL – spiega Elisa Padoan, Direttore responsabile di Reteconomy – è una preziosa occasione di riflessione sui limiti e sulle lacune della classe politica italiana, che si inserisce perfettamente nella linea editoriale della nostra emittente. Lo scopo? Smettere di piangersi addosso e cercare soluzioni per un Paese che vuole e deve diventare “moderno”".

“Ci fa piacere poterci rivolgere al pubblico di Reteconomy con regolarità, per portare il punto di vista delle idee di mercato. – dichiara Alberto Mingardi, Direttore generale di IBL – Il dibattito pubblico ha bisogno di luoghi dove avere una discussione libera e di qualità. Siamo contenti di poter portare il nostro piccolo contributo”.

I temi di questa settimana
- Gli scenari europei nel post-elezioni, di Alberto Mingardi (Direttore generale IBL)
- Alitalia: azienda privata o bandiera di italianità?, di Alberto Mingardi
- Liberalizzazione taxi e caso Uber, di Alberto Mingardi
- Il nuovo avanza e il legislatore arranca, di Alberto Mingardi
- La corruzione? frutto di uno stato troppo invadente, di Carlo Lottieri (Direttore Teoria politica IBL)

Il teatro dell’Opera e il teatrino del sindacalismo

Il teatro d’opera è una grande tradizione del nostro Paese. Qui il “recitar cantando” ha avuto origine con la Camerata de’ Bardi e Monteverdi, qui sono nati compositori del calibro di Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi, qui i maggiori teatri nazionali hanno ancora una stagione lirica annuale.

Ma non bastano i nostri teatri per mantenere l’eccellenza del teatro lirico-sinfonico.

Servono persone, competenze, capacità di attrarre nuovi finanziatori privati, e un pubblico più ampio e più giovani.

La dimissioni di Riccardo Muti dall’Opera di Roma hanno, in questo contesto, un’importanza che va oltre il caso personale. Sono la risposta del grande direttore al conservatorismo sterile incarnato, anche in questo settore, da i sindacati.

Per troppi anni gli impiegati delle fondazioni liriche hanno beneficiato di privilegi (clamoroso il caso delle indennità concesse) e per troppi anni queste istituzioni sono state tenute in vita coi soldi di tutti. Basti pensare che nel 2013 solo la Scala e l’Arena di Verona hanno incassato dal botteghino più di quanto hanno ricevuto dallo Stato, mentre in tutti gli altri casi il rapporto è stato clamorosamente sbilanciato: gli incassi derivanti dal botteghino sono stati largamente inferiori.

Un piano di risanamento di questi  teatri non può non passare per un recupero di efficienza, anche attraverso un ripensamento delle condizioni contrattuali a cui queste enti hanno abituato i loro collaboratori. 

Chi non voglia accettarlo, non protesta contro Muti né contro la sovrintendenza del teatro, ma protesta contro l’unico tentativo rimasto di salvare una parte importante della cultura italiana.

I salvagente del Fondo unico per lo spettacolo (pari nel 2013 a 183 milioni di euro, a cui ovviamente vanno aggiunti quelli erogati dagli enti territoriali), del Fondo di rotazione e dei commissariamenti non sono stati, evidentemente, la strada appropriata o quantomeno sufficiente.

Ostacolare ogni tentativo di risanamento - come il piano presentato dal Teatro dell’Opera, accettato con referendum dalla maggior parte dei lavoratori tranne una minoranza di sigle sindacali - è stato l’ultimo atto di un sindacalismo a oltranza incapace persino di rappresentare la maggioranza dei lavoratori.

Non resta che calare il sipario per fallimento. 

Nulla vieta che una nuova fondazione possa poi rialzarlo, con una struttura e delle finalità che, dall’esperienza della liquidazione, hanno compreso di dover necessariamente essere più sostenibili. 

Tutte le altre vie sono state tentate, non rimane che questa.

2001: Odissea nella mente. Le virtù del «capitalismo»

Maurizio Agustoni, presidente dell'Associazione Società Civile della Svizzera Italiana, Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni e Marco Salvi, capoprogetto e membro dei quadri di Avenir Suisse hanno fatto da corona alla lezione che Deirdre N. McCloskey ha tenuto ieri all'Università della Svizzera Italiana. Il tema? «Le virtù etiche in un mondo borghese».

Deirdre McCloskey insegna economia, storia e comunicazione all'università di Chicago e storia economica a Göteborg. Al suo attivo ha più di 16 libri e oltre 400 articoli scientifici e fa parte della scuola di Chicago. Ci si poteva dunque attendere una teorizzazione delle virtù capitalistiche in senso magari predatorio: «prendere avere e conservare sono le virtù da imparare» come si direbbe.
In realtà la lezione è stata di tutt'altra levatura. Perché anche Adamo Smith non ha mai sostenuto nulla di simile e le virtù del capitalismo vanno ben oltre l'accumulazione con cui lo dipingiamo. Le virtù borghesi come giustizia, coraggio, temperanza e prudenza (le virtù cardinali) sono sempre esistite e teorizzate anche in tempi più antichi. Si sono poi mischiate alle virtù teologali quali quelle descritte da S. Paolo: fede, speranza e carità, virtù da reinterpretare nell'attuale desecolarizzazione, ma c'è bisogno di «reintegrare» gli dei e cercare di capire cosa c'è dietro le parole. Pure «la grande ricchezza» parafrasando il film di Sorrentino, non nasce con l'accumulazione capitalistica. Nasce con il mondo delle idee. Qui scocca la scintilla. Se ricordate 2001 Odissea nello spazio: l'evoluzione vera è nella mente.

Rivoluzione industriale
Nessuna rivoluzione è stata così drammaticamente rivoluzionaria come quella industriale. Ma la stessa parola di «capitalismo» centra l'attenzione sull'accumulazione mentre l'esplosione della ricchezza nasce con la moltiplicazione delle idee. Sono idee di natura tecnica, non meno che istituzionali. Questi investimenti sono profittevoli. Grazie all'idea del telefono o delle ferrovie diventa possibile investire sulle compagnie. Il capitale e certo necessario, cosi come sono necessarie le istituzioni. Ma non sono questi ultimi gli elementi che hanno permesso il boom. Le buone norme ci sono state in molte società. Quello che fa scattare il meccanismo è la libertà in senso liberale che si traduce nella massima forma di razionalità secondo il principio dell'utilità, ma combinandola con la dignità che è un concetto sociale. Gli economisti sono utilitaristi, ma bisogna considerare anche se ciò sia un atto «giusto». Gli economisti guardano spesso solo alla virtù della «prudenza» e della massimizzazione, come se tutti fossimo macchine e robot. Ma pensare solo alla prudenza è lesivo di una visione complessiva. Per questo bisogna tener conto di tutte le virtù. Tutte devono essere presenti. Non si può essere un buon imprenditore se si segue solo la strada degli economisti o si è solo prudenti. A ogni imprenditore serve la speranza, cioè l'avere una visione del futuro. Ma occorre anche il coraggio, altrimenti non ci si alza dal letto la mattina, ha riassunto Alberto Mingardi sul pensiero di Deirdre McCloskey. Ci sono virtù che hanno a che fare con sé (essere manager si sé stessi), altre hanno a che fare col prossimo. Occorre una «fede» sapendo da dove veniamo e dove vogliamo arrivare. Occorre infine l'amore. Che non è solo a due. È amore per la vita, per la scienza, per la cultura. Ci sono virtù trascendenti (e anche idee distruttive). Ma così funziona l'uomo.

Dal Giornale del Popolo, 26 settembre 2014

«Ecco come tutte le crisi passano»

La ricchezza si crea quando le idee si evolvono, in un clima di libertà e di propensione all'imprenditorialità. Un processo che non richiede solo invenzioni ed investimenti finanziari, ma anche elementi immateriali che sono al centro delle pubblicazioni dell'americana Deirdre McCloskey, docente presso l'Università dell'Illinois a Chicago (USA) e presso quella di Geiteborg (Svezia).
La McCloskey ha tenuto una conferenza all'Università della Svizzera italiana dal titolo «Virtue Ethics in a Bourgeois World», organizzata dall'Associazione Società civile della Svizzera italiana, Avenir Suisse e dall'Istituto Bruno Leoni. Fra gli ospiti il sindaco di Lugano Marco Borradori ed il finanziere Tito Tettamanti.

Per la McCloskey, il capitalismo è l'unico sistema in grado di produrre ricchezza permanente e di migliorare la qualità della vita, purché si fondi su basi virtuose e risponda al concetto utilitaristico per cui «una cosa è buona quando ha più benefici che costi», in senso lato. Alla base dell'economia, della finanza, della politica e della gestione del pubblico e del privato, ci sono sette virtù che rappresentano l'essenza borghese: virtù cristiane (fede, amore e speranza) e virtù pagane (giustizia, coraggio, prudenza e temperanza). Ma, dice la McCloskey, eccedere in una virtù trascurando le altre diventa vizio ed ha effetti controproducenti, generando ad esempio avidità. Se le sette virtù trovano applicazione equilibrata, allora anche politica, economia e finanza ne hanno beneficio. A margine della conferenza le abbiamo posto alcune domande.

Si afferma spesso che le crisi finanziarie diventano economiche, quindi sociopolitiche, generando instabilità, impoverimento, diseguaglianze ed alimentando populismo e derive estremiste. Pensa sia così?
«È vero, ma vi sono state almeno sei crisi dal 1900 ad oggi, anche più gravi di quella attuale; passano più o meno in fretta ed ogni volta sono state superate ed il benessere reale è cresciuto oltre quello toccato al culmine del boom precedente».

Oggi il grande problema delle economie avanzate è la disoccupazione. Come uscirne ?
«La via è quella di deregolamentare il mercato. Il rapporto di lavoro è un fatto privato fra persona ed azienda con mutuo beneficio; norme e scelte macroeconomiche non creano occupazione. In Paesi come la Germania vige il salario minimo che non va in questa direzione ed in altri si difendono posizioni acquisite in maniera rigida».

Veniamo al mondo della finanza. Pensa che vi sia una mancanza di etica ?
«Molti ne parlano in maniera negativa, si dipingono alcuni personaggi come terribili speculatori, ma tante attività di vario tipo intorno a noi sono, in un modo o nell'altro, frutto di speculazione. Quanto poi all'innovazione finanziaria, come derivati ed altri prodotti, essi hanno consentito a molte persone di accrescere la propria ricchezza, accedere ad un'ipoteca ed acquistare una casa. Certo, possono arrivare gli eccessi e le cadute ma poi, dopo un paio d'anni, il reddito delle persone torna a crescere. Il capitalismo è comunque speculazione: l'imprenditore o l'operatore finanziario non possono predire il futuro, ma solo pianificare».

Cosa pensa degli attacchi al segreto bancario svizzero, inteso solo come mezzo di evasione fiscale?
«Personalmente non penso che dare denaro a certi Governi, come quello italiano, sia una buona idea, e capisco chi detiene averi all'estero. Anche l'IRS (agenzia fiscale statunitense, ndr) è fuori controllo. La questione non è solo il livello delle tasse ma i servizi pubblici che si hanno in cambio. In alcuni Stati funzionano, in altri meno. Certo, pagare le tasse in Svezia è un'altra cosa».

Dal Corriere del Ticino, 26 settembre 2014