In Italia rivoluzione rinviata: c’è lo sciopero

Spirito corrosivo e profetico, il geniale Ennio Flaiano (1910-1972) un giorno superò se stesso. «La rivoluzione è sospesa, c’è lo sciopero», osservò il grande scrittore, regalando ai contemporanei e ai posteri una delle sue più strepitose battute, tra le quali ci piace ricordare, per la sua carica predittiva, la celebre perla «Tra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione». Flaiano aveva capito tutto della sua gente.

Lo sciopero è così importante in Italia da poter bloccare per sempre anche un conato rivoluzionario. Lo sciopero è così frequente nella vita di ogni giorno che gli italiani non ci fanno più caso, essendosi ormai mitridatizzati all’evento. Ci fanno caso, invece, gli stranieri che ancora amano la Firenze di Leonardo e Michelangelo, la Roma di Bernini e Borromini e la Pompei consegnataci dal Vesuvio. Infatti, solo quando uno sciopero danneggia o sconcerta i visitatori stranieri, la politica e l’informazione italica riprendono di petto la questione che, ovviamente, non giova all’immagine dello Stivale nel mondo, alle casse degli italiani e forse alla stessa causa dei manifestanti. Trascorsa l’estate, consumate le vacanze, la pratica «scioperi» viene immancabilmente archiviata in attesa di essere riaperta l’anno successivo a ferie iniziate.

Anche i sindacati ammettono che così non va, non può continuare. Indire un’assemblea a Pompei, negando ai turisti l’opportunità di visitare il sito archeologico più importante del pianeta, è un’azione da kamikaze. Significa riempire di spot ostili i tg di mezzo mondo. Significa spostare, per reazione, folle di turisti dal Belpaese verso altre nazioni meno ingestibili. Significa sferrare un colpo micidiale all’unica industria (le vacanze) che rappresenta un bene inimitabile pure per cinesi e giapponesi. Fino a quando, per parafrasare la celebre sortita di Nanni Moretti, continueremo a farci del male?

E pensare che la Costituzione italiana è fondata sul lavoro, non sull’astensione dal lavoro. Oddio. Nessuna intenzione di mettere in discussione il diritto di sciopero, ci mancherebbe. Ma gli stessi Costituenti si resero conto che il diritto di sciopero non poteva essere esercitato ad libitum, senza cioè i paletti della legge. Infatti...

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Per i teorici dei beni comuni, la ricchezza è solo stock materialistico.

L’enciclica di Papa Francesco «Laudato Si’» sembra segnare una frattura rilevante rispetto a una tradizione interpretativa del messaggio evangelico che poneva l’uomo al centro del Creato. E anche chi è interessato alla libertà individuale trova in questo scritto varie ragioni di perplessità.
Quando l’universo è definito «la nostra casa comune», la formula in parte è ovvia (dato che tutti abitiamo il medesimo mondo) ma il senso che essa assume è molto più forte e gravido di conseguenze. Da qui, infatti, è fatta derivare la tesi che la proprietà privata è un’istituzione essenzialmente ingiusta e che la soluzione a ogni problema proviene dall’intervento pubblico.

Nell’enciclica il privato è male, poiché le relazioni di mercato implicherebbero la negazione dell’altro. Ogni espansione della proprietà non è dunque intesa come un modo per restaurare il diritto, ma come una minaccia alla società: «in alcuni luoghi, rurali e urbani, la privatizzazione degli spazi ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza; altrove si sono creati quartieri residenziali «ecologici» solo a disposizione di pochi, dove si fa in modo di evitare che altri entrino a disturbare una tranquillità artificiale».

La denuncia degli «interessi del mercato divinizzato» apre a una sorta di sacralizzazione del potere. Da qui discende la denuncia della «debolezza della reazione politica internazionale» dinanzi alla crisi ambientale, accompagnata dalla tesi che «la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei vertici mondiali sull’ambiente». A proposito dell’acqua Francesco afferma che «mentre la qualità disponibile peggiore costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato». In tale linguaggio marxisteggiante la demonizzazione degli scambi mette in discussione la centralità dell’autonomia e della responsabilità individuali, poiché il mercato è il luogo in cui, nel rispetto dei titoli altrui, si sottoscrivono contratti.

Ma che senso assume l’avventura umana quando la libertà è tanto contestata? La dissoluzione della proprietà cancella ogni argine dinanzi ai comportamenti arbitrari dei singoli e soprattutto delle istituzioni e questo in un quadro contemporaneo già caratterizzato da una crescente espansione del potere politico e del dominio dell’uomo sull’uomo. Minando la proprietà e quindi il rispetto dell’altro viene meno la possibilità stessa d’inventare, creare, innovare. D’altra parte la proprietà privata è avversata perché «noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale». Ogni separatezza diventa patologica poiché «l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte p solo per amministrarla a beneficio di tutti». La conseguenza diretta è il rigetto di ogni dimensione imprenditoriale, poiché in una società di mercato «le risorse diventano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto».

La regola che associa la colonizzazione di questo o quel pezzo di terra all’azione di chi per prima lo trasforma è letta entro categorie post-marxiste che riconducono la presunta iniquità del capitalismo alla nascita della proprietà. Non si comprende, insomma, che il colono non si limita ad afferrare un prodotto preconfezionato da uno scaffale del supermercato globale naturale, ma investe energie in una scommessa imprenditoriale che, in vari casi, può pure fallire.

Come per i teorici dei beni comuni, nell’enciclica la ricchezza è solo uno stock. La prospettiva è al tempo stesso materialistica (a contare sono soltanto le risorse brute) e da «fine della storia», dato che non coglie come lo sviluppo dell’economia e della società dipendano più dalla capacità di rielaborare il mondo che non dalla natura stessa.

Oggi vediamo eccellere i popoli che sono più abili, grazie ad istituzioni liberali, nell’utilizzare cervello e voglia di fare anche se privi di risorse. Quanti hanno davvero a cuore le sorti dei più poveri dovrebbero partire da questa constatazione.

Da Il Foglio, 25 luglio 2015

Acqua e non solo: quelle pericolose influenze della teoria benecomunista nell’analisi papale del creato

L’Enciclica «Laudato si’» è un documento complesso, che cerca di affrontare in modo sistematico ed esaustivo una questione di grande e drammatica attualità e di forte impatto mediatico: la sistematicità dell’approccio trova giustificazione nel fatto che l’ambiente è il contesto in cui tutte le attività umane si svolgono e che influenza ed è influenzato da tutto ciò che in esso avviene.

Particolarmente significativo, e diretta conseguenza dell’esplicito riferimento alla figura di Francesco d’Assisi, è lo stretto collegamento che viene stabilito tra degrado ambientale e povertà, considerati come due aspetti dello stesso fenomeno. Un nesso tra i due certamente esiste, per il duplice motivo che il vivere in un ambiente degradato comporta la privazione di risorse fondamentali, e rappresenta quindi già di per sé una forma di povertà, e che là dove la povertà è diffusa il degrado ambientale è in genere più accentuato e che pertanto migliorare le condizioni ambientali di una regione povera equivale, a parità di altre condizioni, a ridurre la povertà.

Nel paragrafo 139 dell’Enciclica si afferma che «le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento e dei suoi modi di comprendere la realtà». Affermazione ovvia, addirittura banale, che tuttavia nasconde la pretesa di spiegare troppe cose in una sola volta e di inferire dal fatto che l’ambiente è formato da un insieme connesso di elementi soggetti all’influenza di altri sistemi analogamente connessi – quali l’economia e la società – la necessità di incardinare le politiche ambientaliste in un progetto di generale riforma della società.

L’approccio globale programmaticamente enunciato riceve subito una specificazione: la forma sociale massimamente responsabile del degrado ambientale è quella globalizzata del capitalismo, della proprietà privata, del mercato e in particolare della finanza internazionale. Ogni evocazione di uno di questi termini è corredata da connotazione radicalmente negative, come se si volesse pavlovianamente impedire che nella mente del lettore si affacci l’ipotesi che quelle istituzioni hanno anche dei lati positivi. Ne sono esempio i passi dell’Enciclica in cui si parla: dell’esigenza di «creare un sistema normativa che includa limiti inviolabili (…) prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica, ma anche la libertà e la giustizia» (par. 53); di «sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza (…)[e si sostiene che la] alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati» (par. 54); di un «sistema mondiale in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria, che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente» e di «interessi del mercato divinizzato trasformati in regola assoluta» (par. 56).

L’atteggiamento nei confronti della proprietà privata e dei mercati che sta alla base di tali affermazioni va decisamente al di là delle tradizionali posizioni della Chiesa sull’argomento, in particolare di quelle che formano il corpo della Dottrina sociale della Chiesa, in cui su parla sì di destinazione universale dei beni e di funzione sociale della proprietà, ma in cui mancano (o sono più rari e meno radicali) giudizi del tipo di quelli che abbiamo citati. Si ha l’impressione che la stesura di questi paragrafi sia stata fortemente influenzata dalla recente letteratura sui beni comuni (alcuni dei brani citati sarebbero potuti uscire dalla penna di Rodotà), assai riccamente fiorita negli ultimi anni nel nostro paese. Si legga per esempio il par. 30: «Avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa [l’acqua], trasformata in merce soggetta alla legge del mercato. In realtà l’accesso all’acqua potabile e sicuro è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale perché determina la sopravvivenza personale, e per questo motivo è condizione per l’esercizio di altri diritti umani».

La soluzione, perlomeno, è diversa da quella prospettata dai benecomunisti: il Papa invoca infatti un generale riorientamento morale degli uomini, non invece azioni rivendicative o giudiziarie e mobilitazione (a volte antagonistiche).
Nel complesso l’enciclica rappresenta un importantissimo contributo alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica a un tema di drammatica urgenza, mettendo in luce aspetti che sono spesso trascurati, tanto più ci si deve quindi rammaricare del fatto che tale operazione sia stata saldamente ancorata a discutibili teorie riguardanti l’economia, la società e la politica, teorie che alimentano nel mondo forme di demagogia populista e che inducono chi scrive a congratularsi con il presidente boliviano Evo Morales per la perspicacia con cui ha scelto l’omaggio che recentemente ha fatto al Pontefice.

Da Il Foglio, 25 luglio 2015

Atac, il piano per evitare la bancarotta: 200 milioni e apertura ai privati

«Atac: come fa viaggiare gratis i romani e ridurre le tasse di 550 milioni di euro». Non è il titolo di un film di fantascienza o la burla di un buontempone. E’ l’incipit, provocatorio, di un rapporto che meno di un anno fa è stato pubblicato da Ugo Arrigo e Andrea Giuricin, due ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni. La coppia, nel documento, ha sciorinato una serie di dati impietosi sui costi dell’Atac, messi a confronto con quelli di concorrenti ben più efficienti. Ma il punto interessante è che per scovare aziende del trasporto locale in grado di portare i viaggiatori da un punto «A» and un punto «B» senza perdere milioni di euro, i due non sono dovuti andare troppo lontano. È bastato spostarsi nella periferia della stessa Capitale, dove nel 2010, dicono, «quasi per sbaglio» è stato deciso di mettere a gara la gestione di 29 milioni di vetture-chilometro di linee, assegnate al consorzio Roma Tpl. Ebbene, ogni chilometro percorso da una vettura Atac costa 7,3 euro. Un chilometro percorso da un mezzo di Roma Tpl ne costa 4,54, quasi tre euro in meno. Certo, se uno volesse guardare all’estero c’è pure chi fa meglio. Nel Regno Unito, da Liverpool a Birmingham fino a Manchester, un chilometro-vettura delle società di trasporto pubblico costa in media 2,4 euro. Un’eccellenza, ma anche rispetto al confronto più utilizzato, quello con la Svezia, il risultato è impietoso: far percorrere un chilometro ad un autobus a Roma costa quattro volte che a Stoccolma.
Se ad Atac si associassero i costi inglesi, spiegano i ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni, si risparmierebbero circa 800 milioni all’anno. Atac, insomma, è decisamente inefficiente. Le ragioni le ha spiegate bene un’altra analisi, effettuata nei giorni scorsi da Wikispesa, il portale che censisce gli sprechi della spesa pubblica italiana. Il principale problema delle società sono i costi fissi. A cominciare da quelli del personale. Come dimostrano le varie inchieste su «parentopoli» le assunzioni sono state alquanto discutibili. E soprattutto eccessive. La società ha ormai oltre 12mila dipendenti. Un esercito di persone che costa 550 milioni l’anno. Con la vendita dei biglietti Atac riesce a coprire solo il 23% dei suoi costi totali e meno del 50% dei soli costi del personale. Il resto arriva dalle tasse dei cittadini, che negli ultimi quattro anni hanno dovuto sostenere i bilanci della società con quasi 3 miliardi di euro.

Nonostante questo, i conti negli ultimi anni si sono sempre chiusi in profondo rosso. In un lustro è stato bruciato oltre un miliardo di euro. Nei primi sei mesi di quest’anno il conto è già a meno 60 milioni. Se ieri il sindaco di Roma Ignazio Marino non avesse annunciato la ricapitalizzazione da 200 milioni, Atac avrebbe dovuto portare i libri in tribunale. Come avverrà questa ricapitalizzazione? Quaranta milioni saranno denaro contante che il Campidoglio ha trovato tra le pieghe del suo bilancio. Altri 140 milioni circa sono previsti attraverso il conferimento ad Atac dei treni della linea C della Metropolitana. Un’altra ventina di milioni potrebbero arrivare dalla Regione che si è anche impegnata a sbloccare 300 milioni di vecchi crediti. In teoria servirebbe anche un’autorizzazione del governo, perché ai Comuni è fatto divieto di ricapitalizzare municipalizzate che sono in perdita da oltre tre anni. Ma se il capitale è azzerato e c’è il rischio di finire con i libri in tribunale, come nel caso di Atac, allora versare altri soldi dovrebbe essere possibile.

La vera domanda è: tutto questo basterà? L’attuale A.d Danilo Broggi, «licenziato» ieri da Marino che lo aveva chiamato nel 2013, sostiene di sì. Con il novo contratto di servizio che dovrebbe entrare in vigore il primo agosto, e che vale 550 milioni, e la ricapitalizzazione, nel 2016 la società raggiungerebbe il pareggio di bilancio. A quel punto scatterebbe la fase 2 del piano Marino: la privatizzazione del 49%. Trovare un socio per un gruppo super indebitato e che perde soldi a rotta di collo è un impresa. Si era parlato dei cinesi, produttori di autobus, della King Long. Difficile che entrino in queste condizioni. A non aver mai nascosto interesse per il trasporto pubblico locale, Atac in primis, sono state le Ferrovie. Michele Elia, proprio in un’intervista al Messaggero, aveva dichiarato il suo interesse, subordinandolo però ad un piano integrato per il trasporto che avrebbe dovuto coinvolgere Regione e Comune. E comunque Bus Italia, la controllata delle Fs che si occupa del settore, non è mai entrata in nessuna società locale come socio di minoranza. Ha sempre voluto pieno controllo e pieni poteri. Dunque trovare un partner di minoranza potrebbe essere complicato. Anche considerando che nel 2019 scade l’affidamento in house del servizio ad Atac e allora le scelte saranno in effetti solo due: privatizzare o rassegnarsi a dover competere in una gara contro altre aziende. E 7,33 euro a chilometro per vettura potrebbero essere un prezzo decisamente fuori mercato.

Da Il Messaggero, 25 luglio 2015

Tutte le favolette dei benecomunisti

Cosa sono i beni comuni? I beni a metà tra il pubblico e il privato, i beni che devono essere accessibili e fruibili da tutti, i beni in via d’estinzione che soddisfano bisogni primari; beni superiori, beni scarsi, beni difficili da indicizzare, beni non proprio pubblici ma guai se si fanno diventare privati, beni di tutti e di nessuno. Ecco, queste pseudo descrizioni rendono i beni comuni dei “benicomunisti”: contro la proprietà privata ma sul chi va là anche per una (mala)gestione pubblica.

“I beni comuni oltre i luoghi comuni”, libro del Bruno Leoni a cura di Eugenio Somaini presentato ieri a Roma presso l’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, vuole parlare di questi confusi beni comuni, andando oltre i benecomunisti. Vuole andare oltre le dicotomie pubblico/privato, Stato/mercato, comunismo/liberismo. Vuole provare ad andare oltre la tragedy of the commons – dovuta ad un “degrado di utilizzo o ad uno sfruttamento incontrollato” degli stessi – spingendosi verso una comedy dei beni comuni, per citare il premio nobel Elinor Olstrom, cioè verso una terza via senza classificazione pubblico/privato.

Esempio: il referedum sull’acqua del 2011. I benpensanti benecomunisti hanno vinto grazie allo slogan “l’acqua è di tutti” e se la privatizzi sei un cretino. Ma l’acqua è già un bene di tutti e se la privatizzi non la rendi di pochi, ma magari “la rendi fruibile in maniera più efficiente, senza sprechi”, dice Serena Sileoni, autrice del capitolo su questo tema. Qualche numero: dal 2007 al 2014 le tariffe sono cresciute del 20% e la dispersione dell’11%. Nel 2011 stravinse lo statalismo alla Stefano Rodotà “pervasivo e benpensante”, per dirla con le parole dell’editorialista del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, che ha presentato il libro.Altro esempio: il cibo. I benpensanti benecomunisti stanno vincendo ancora. Tutte le nuove mode sull’agricoltura biologica, biodinamica e biosalvavita...

Continua a leggere su Formiche, 24 luglio 2015

Cari sudditi, lo Stato è lo Stato e voi siete nulla

Lo abbiamo forse scritto nella prima uscita di questa rubrichetta: il pensiero liberale è talmente indaffarato a combattere (e fa bene) l'oppressione fiscale, che talvolta si dimentica che le questioni di libertà (senza aggettivi) sono più importanti di quelle puramente tecniche.

Questa settimana vorrei proporre la lettura di un testo niente male dell'Istituto Bruno Leoni (edito nel 2012). Si chiama Sudditi, ha un sottotitolo modesto: «Un programma per i prossimi 50 anni», una copertina blu e una bella prefazione di Nicola Rossi, ieri parlamentare della sinistra, oggi liberale (succede). Il libro è interessante poiché il suo filo conduttore è quello della sudditanza. Attraverso una serie di interventi (divisi in capitoli) di vari esperti (a parte un certo gestore del fondo dell'Oman, chiamato Scacciavillani, che è liberale solo quando gli fa comodo) si tratta per lo più di interventi davvero azzeccati. Non solo fisco, che comunque ha un peso come è normale, ma soprattutto il senso del rapporto tra cittadini e governanti. «La condizione di minorità degli italiani rispetto allo Stato - scrive Rossi - non si esaurisce ai soli aspetti di carattere fiscale, ma investe molti altri campi». E da qui l'ambiziosa proposta: «ciò che nei prossimi cinquant'anni si deve cambiare è il rapporto tra Stato e cittadino che oggi si configura come quello tra il Sovrano e i suoi sudditi. Esso si traduce in norme che non oseremmo neanche lontanamente immaginare nel rapporto tra privati e prende la forma di una capillare e continua invadenza nelle vite di tutti noi».

Tutto ciò ha una storia e Giorgio Rebuffa, da par suo, ce lo scrive intrecciando le vicende del Risorgimento e la costruzione della nostre regole di diritto pubblico. Ve la facciamo semplice (ma il capitolo val la pena di leggerlo con attenzione, poiché è da quella sinistra storica che nasce l'impostazione che oggi ci sta soffocando): il diritto pubblico, le sue norme, godono di una certa sovraordinazione, maggiore forza, rispetto a quelle che valgono tra privati e al codice civile. Rebuffa sostiene, senza giustificarlo, che ciò sia stato in parte dovuto ad «esigenze organizzative» di quello che era uno Stato in fieri, che insomma doveva costruirsi e non guardare troppo per il sottile. Più prosaicamente Giuseppe Gioacchino Belli, in epigrafe al libro, recita: «io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto».

Da Il Giornale, 26 luglio 2015

La fortuna di non avere un piano Varoufakis

Che l'ex ministro delle Finanze Varoufakis consideri «tossico» «finanziariamente nocivo» «fallimento economico» il meccanismo per le privatizzazioni richiesto, insieme ad altre condizioni per concedere il terzo piano di aiuto per la Grecia, non fa notizia: uno dei «biglietti da visita» con cui, insieme al presidente Tsipras, si era presentato a Bruxelles era proprio il congelamento delle privatizzazioni già avviate dal precedente governo. Le cose sono poi andate come sappiamo. Ma Varoufakis è tornato sull'argomento (Corriere del 21 luglio) per ricordare gli elementi essenziali di un piano che, a suo dire, avrebbe presentato ai partner europei a trattativa ormai inoltrata. E questo sì, suscita qualche commento e, in noi italiani, anche qualche ricordo. 11 piano di costituire una holding a cui apportare i beni da (eventualmente) dismettere, di valorizzarli prima di venderli usando i proventi di bond emessi usando quei beni come collateral, è fratello gemello del piano per «privatizzare» Iri ed Eni redatto dal professor Guarino quando era ministro dell'Industria del governo Amato, e in seguito innumerevoli volte rilanciato. Riproposto per la Grecia mostra ancora più evidenti le ragioni per cui va respinto: allora e adesso.

Prima valorizzare e poi vendere, dice Varoufakis. Valorizzare è un'attività generica, richiede di scegliere un obiettivo; quindi di scegliere la strategia per raggiungerlo. Chi sceglie l'obiettivo, chi la strategia? Chi la realizza? Chi si fa carico del rischio d'impresa? Può darsi che l'amministrazione greca abbia le capacità necessarie (anche se qualche dubbio in proposito è lecito), sta di fatto che nulla è stato fatto negli anni passati, e che neppure lo straccio di un abbozzo è stato preparato nei mesi di Varoufakis, quando pure poteva essere una carta da giocare in alternativa a quella del supposto ricatto. Ma soprattutto: perché questo dovrebbe portar maggiori guadagni? Il valore che il mercato attribuisce a un bene comprende il valore attualizzato dei vantaggi attesi dedotto quello per i costi sostenuti, tenendo conto del rischio d'impresa. Sul mercato si confrontano le diverse strategie, e il governo sceglie. E quando sceglie di vendere, insieme al bene cede pure il rischio. Compreso quello di corruzione: più facile contenere il fenomeno con gare internazionali che sorvegliando la quantità di appalti per l'esecuzione delle opere. Le ragioni per cui lo Stato non è un granché come imprenditore dovrebbero essere note anche in Grecia. Ma oltre alla strategia per la valorizzazione dei beni, un governo greco, soprattutto adesso, dovrebbe porsi il problema della strategia per modernizzare il Paese. Gli spunti a farlo non possono che venire dall'esterno, mettendo il più possibile in contatto la società greca con competenze diverse, progettuali, tecniche, organizzative; esponendo la propria burocrazia a richieste che la incalzino sul piano legale, fiscale, logistico. Offrire ad imprenditori di altri Paesi l'opportunità di essere loro a valorizzare i beni che il Paese ha deciso di dismettere, dovrebbe essere vista come la grande opportunità, la strategia per la modernizzazione del Paese. Altro che la chiusura autarchica proposta dall'ex ministro Varoufakis. Aver scelto il piano Barucci invece del piano Guarino è stata una grande fortuna per l'Italia. Aver rimosso dal tavolo il piano Varoufakis è stata per la Grecia una fortuna di molte volte maggiore, che non andrebbe sprecata.

La realtà è che purtroppo sfrondato dalle venature ideologiche e dagli aspetti propagandistici Varoufakis (non diversamente da altri debitori del passato, personaggi spesso di grande fascino personale e mediatico) non fa che ripercorrere le orme di tutti i grandi debitori: sperare di ripagare il debito accumulandone di nuovo, in quantità crescenti. Con la differenza che i suoi predecessori avrebbero avuto l'accortezza che a Varoufakis è mancata di non scegliere come veicolo per le proprie avventure un Paese già in default solo pochi anni prima.

Da Corriere della Sera, 25 luglio 2015

Fisco, le vere priorità del premier

In Italia la pressione fiscale è pari al 43,8% del Pil, secondo i commercialisti la «pressione fiscale effettiva» è il 52,2%, che vuol dire che saremmo rispettivamente il quinto o il primo Paese più tassato d'Europa. Per la Corte dei Conti «la pressione fiscale ha raggiunto livelli difficilmente tollerabili». Come darle torto?

E infatti non le dà torto nessuno. Ma il lessico del «meno tasse per tutti» è uscito così usurato dal ventennio berlusconiano che metà degli italiani non ci crede più e l'altra metà si esercita con i più immaginifici «meno tasse sì, ma». La terra promessa di un fisco più equo non può essere per tutti. Ci viene detto che c'è chi se la merita e chi no. Fra i meritevoli sono tornati di recente i proprietari di casa, fino a poche settimane fa considerati retrogradi cultori del mattone. Meritevoli e non meritevoli sono categorie in continua evoluzione. Il che a ben vedere non è sorprendente. La politica è proprio decidere che cosa fare coi quattrini degli altri. Ci sono categorie di «altri» rispetto alle quali tendiamo a essere particolarmente famelici.

Il nostro Paese è stato a galla per decenni, sfidando le previsioni, grazie a una creatività imprenditoriale straordinaria e diffusa. Non si chiamavano ancora «start up» ma quello erano, le aziende del terzo capitalismo. Accumulatisi negli anni, oggi esosità e bizantinismi del sistema fiscale spingono chi ha buoni progetti a fare la valigia e andarsene altrove.

Bisognerebbe smettere di penalizzare il lavoro autonomo e l'auto-impiego, antiche bestie nere della sinistra. Per ora, rivedendo il regime dei minimi per le partite Iva, il governo ha aumentato la tassazione precisamente per le categorie più vulnerabili, i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Mettendo l'Imu in cima all'agenda, e invece posticipando la potatura di Irap e Irpef, Renzi pare dare un segnale di indifferenza a quel mondo, come ha scritto ieri Massimo Russo.

L'Imu è la tassa locale per antonomasia. L'autonomia impositiva dei Comuni è modesta, quindi senza Imu dovrebbero pietire maggiori trasferimenti da Roma. Il conto verrebbe comunque presentato a noi, ma in modo più opaco. Ciò, beninteso, a meno che il governo non voglia fare il gioco delle tre tavolette con la nuova «Local Tax».

Chiariamo una cosa. Le tasse non le pagano le case, come non le pagano le barche o i «patrimoni». Le pagano esseri umani in carne ed ossa, attingendo al proprio reddito. Anche abbassando le imposte sulle casa, in un Paese dove il 70% delle famiglie ha un immobile di proprietà, si libera reddito.

Per Renzi però il problema è in primo luogo politico. Il capo del Pd ha bisogno di parlare non agli italiani del «meno tasse sì ma», ma a quelli che ormai disperano che le tasse si possano tagliare. Alle europee del 2014, il Pd di Renzi prese il 37% in Veneto, conquistando ampie porzioni di un elettorato che mai avrebbe votato per il Pd di Bersani. Il capo dei democratici era riuscito ad intendersi con imprenditori piccoli e medi. Da presidente del Consiglio, cosa ha fatto per mantenere vivo quel dialogo? Hanno esultato nel vederlo boxare con la Camusso, ma per quelle che da sempre sono le loro istanze, cioè meno tasse e regole più semplici, un governo vale l'altro e nessuno fa nulla.

Se i tradizionali serbatoi di consenso del Pd si asciugano, Renzi deve fare di tutto per impedire che i ceti produttivi del Nord finiscano ad abbracciare controvoglia una destra pure allo sbaraglio. Non riuscirà a sedurli con le sue pose. Non s'inganni pensando che il loro consenso è garantito perché l'alternativa è impresentabile. E' gente che da tutta la vita è abituata a votare turandosi il naso.

Da La Stampa, 24 luglio 2015

È possibile, come Claudio Borghi, essere liberisti e anche no?

Intervistato da Giancarlo Perna per “Libero”, il responsabile economico della Lega Claudio Borghi ha sintetizzato con queste parole le sue tesi in materia economica: “Non c’è un vestito per tutte le stagioni. Con la crescita, sono liberista. Se c’è recessione, keynesiano”. La teoria economica, insomma, come un armadio a due ante o una rivisitazione dell’averroismo.

D’altra parte, Borghi si è imposto all’attenzione dei media come interprete di un atteggiamento anti-euro sempre più diffuso. Egli contesta la moneta unica non tanto perché premessa a istituzioni politiche centralizzate e a una massiccia redistribuzione (anche per via monetaria), ma invece perché propone il ritorno a una moneta italiana al fine di svalutare e stimolare artificialmente le esportazioni. Essere più poveri per poter vendere meglio, indebolendo la moneta così da aiutare taluni a danno di altri: i risparmiatori, ad esempio.

In fondo, i grandi dibattiti teorici sull’economia qui c’entrano poco ed è inutile scomodare keynesiani e monetaristi. D’altro canto, che non si possa essere liberisti nei giorni pari e interventisti in quelli dispari è chiaro, dato che gli uni e gli altri si pongono la stessa domanda (“come si può crescere?”) e giungono a conclusioni contrastanti. Per i primi la libera interazione di mercato è quanto di meno peggio ci si debba augurare (per ragioni di ordine etico e conoscitivo), mentre per i secondi è indispensabile che l’azione pubblica stimoli, corregga, distribuisca, programmi. Per la vulgata keynesiana il risparmiatore è irrazionale in quanto tesaurizza: il rimedio è che tasse, spesa pubblica, bassi tassi d’interesse ed espansione monetaria mettano in circolo le sue risorse a favore della prosperità di (quasi) tutti.

Se allora non si può essere talora liberisti e talora keynesiani, certamente si può però essere indifferenti dinanzi all’alternativa: come, appunto, nel caso di Borghi e di altri “pragmatici” discettatori di cose economiche. In una nota storiella un presidente americano, Harry Truman, sperava un giorno di potere avere un consigliere economico “monco” e questo perché era frustrato dal fatto di ricevere continuamente consigli di direzione opposta: sentendosi dire che da un lato – in inglese, “on one hand” – sarebbe bene fare questo, ma dall’altro – “on the other hand” – sarebbe buona cosa invece fare qualcosa di molto diverso. Il Borghi-pensiero forse sarebbe piaciuto al Truman della barzelletta, perché il consigliere di Matteo Salvini ha due mani, ma le lascia libere di muoversi in ogni direzione, avendo la possibilità di optare di volta in volta tra “più Stato” e “meno Stato”.

Il senso è chiaro: la teoria economica è inutile e questa tesi è perfettamente funzionale alle esigenze di quanti devono costruire consenso elettorale, mettendo da parte principi morali e teoremi scientifici. Per giunta Borghi non è un economista, come egli stesso ammette con onestà. Esperto finanziario con tanti anni di lavoro in banca, oggi è professore a contratto di Intermediazioni finanziarie alla Cattolica e ama presentarsi come una persona che ha fatto esperienza del mondo reale e che agli studenti trasmette le sue esperienze sul campo. I suoi scritti sono sul mercato dell’arte e certo non sembra avvertire l’esigenza di avere un bagaglio scientifico accademico nutrito di Ricardo, Marshall, Barone, Hayek, Sraffa, Samuelson o Vernon Smith.

Ci sta quindi che, qua e là, emergano pure tesi complottiste: come quella secondo cui negli scorsi anni...

Continua a leggere su Il Foglio, 22 luglio 2015

Meno tasse è meglio se con meno spesa. Ecco le ragioni logiche

Sgombriamo il campo da ogni equivoco: se proprio bisogna fare una manovra di finanza pubblica in deficit, meglio che la si faccia con una riduzione delle tasse piuttosto che con un aumento delle spese. Almeno i cittadini avrebbero indietro un po' dei loro soldi sui quali esercitare la propria libertà di scelta. Se poi l'obiettivo è tornare a crescere, è vero: non è detto che i cittadini coi loro quattrini facciano sempre le scelte "giuste", cioè quelle che a loro volta generano più scambi e libertà economica. E' tuttavia meno improbabile che facciano alcune scelte "giuste" loro, e non qualche pianificatore centrale, democraticissimo e ben intenzionato per carità, che di volta in volta decide che lo "sviluppo" passa per questo o quel settore.

A ben vedere, però, la questione è di ordine più generale: è questo il momento giusto per fare una manovra in deficit? In realtà, è difficile dire che lo sia. Che qualcosa non torni in quelle che sembrano le intenzioni del governo traspare nelle stesse parole dei protagonisti. Da una parte si immagina di coprire parte della annunciata riduzione delle tasse con le maggiori entrate che giungeranno da una dinamica dell'economia migliore di quella fin qui ipotizzata; dall'altra si ipotizza di ricorrere nuovamente a una deroga dalle regole europee e costituzionali sul pareggio di bilancio in nome del cattivo andamento dell'economia. Tenere insieme le due ipotesi viola il principio di non contraddizione. E' certo che le condizioni di contesto sono favorevoli: l'espansione del commercio mondiale offre spazio di crescita per le nostre esportazioni.

Il tendenziale rafforzamento del cambio del dollaro e un prezzo del petrolio molto basso aiutano. I tassi d'interesse sono ai minimi. Ed ecco ripetersi la solita storia, che vediamo almeno dal 1992: non appena le condizioni economiche generali si fanno più rilassate, la politica dimentica rigore e risanamento, per aumentare tanto più che può deficit e debito; con il risultato che quando i tempi si fanno più avversi, e che prima o poi accada è certo, si è costretti a fare manovre correttive in piena emergenza: prociclici nella espansione, prociclici nella recessione. Da far inorridire anche i keynesiani più ortodossi. C'è da scommetterci: fra qualche anno di nuovo rimpiangeremo la grande occasione sprecata; quella finestra, probabilmente breve, nella quale tutte le variabili esogene erano favorevoli e dunque si sarebbe potuto accelerare il risanamento per contenere un debito il cui peso, oggi relativamente lieve, si farà di nuovo troppo gravoso con il prevedibile aumento dei tassi d'interesse.

Fin qui semplici considerazioni di buon senso; che però contrastano con il senso comune della politica, che porta a spendere il massimo che si può nel tempo presente. Allora, è impossibile una riduzione delle tasse? No. A condizione che la si finanzi attraverso una riduzione delle spese. Realizzabile solo attraverso una riorganizzazione complessiva del modo nel quale le amministrazioni pubbliche producono i propri beni e servizi, e attraverso una rideterminazione dei confini stessi dell'intervento pubblico.

Operazioni entrambe dagli effetti non immediati. Ecco perché con Alberto Mingardi ci affanniamo da un po' a suggerire una riduzione immediata ma transitoria, diciamo per tre anni, delle imposte, finanziata con un programma straordinario di privatizzazioni di imprese e immobili pubblici; anche senza eccessiva fiducia nella curva di Laffer, è certo che in questi tre anni la riduzione delle imposte favorirà una espansione del prodotto, e quindi almeno in parte si autofinanzierà; quel che rimarrà da coprire potrà essere finanziato con gli esiti di una spending review intesa come si è detto, che nel frattempo avrà trovato il tempo per produrre i propri effetti. Per non rinunciare alla necessaria riduzione immediata delle tasse, ma per non trovarsi di nuovo fra qualche anno a fare una manovra correttiva di finanza pubblica nelle condizioni peggiori.

Da Il Foglio, 23 luglio 2015

Crisi e riforma della PA: un Focus IBL

Meno di un mese è passato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi del settore pubblico, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, ma non per il passato1. 

Con essa, si è riaperto, per l’ennesima volta, il dibattito sulla spesa pubblica italiana e sul suo processo di revisione nonché sulle tante mancate riforme con particolare riferimento alle riforme della pubblica amministrazione. 

Nel focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi”, (PDF) Giovanni Caccavello analizza i tentativi di ristrutturazione e efficientemento della spesa nel settore della pubblica amministrazione in tre paesi molto diversi tra loro dell’Europa - Regno Unito, Spagna e Estonia - accomunati tuttavia da un serio ripensamento delle risorse della pubblica amministrazione diversamente da quanto accaduto finora in Italia.

Il Focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi” è liberamente disponibile qui (PDF).

L’ideologia benecomunista è socialismo municipale

È così sprezzante e superficiale ribattezzare con evidente spirito polemico «benecomunismo» la teoria, i riti, l’ideologia dei «beni comuni» da difendere contro i biechi sopraffattori del mercato e del capitale? Non sembrerebbe, dopo aver letto il manifesto degli anti-benecomunisti ispirato e pubblicato da quel covo di impenitenti liberisti e difensori del libero mercato e degli spiriti animali del capitalismo rivoluzionario dell’Istituto Bruno Leoni. Si intitola, a cura di Eugenio Somaini, I beni comuni oltre i luoghi comuni ed è una requisitoria a più voci contro il «tentativo di dare una veste seducentemente nuova a idee vecchie e a modelli assai poco originali di intervento pubblico».

«Modelli assai poco originali di intervento pubblico» è un modo elegante per dire che l’ideologia dei beni comuni è la solita minestra statalista e dirigista che ha nutrito per oltre un secolo, in misura diversa e con esiti storici altrettanto diversi, sia la sinistra socialdemocratica che quella comunista.

L’ideologia dei beni comuni, semmai, è debitrice più di Proudhon che di Marx. Anzi, «la proprietà è un furto» sarebbe il suo slogan, se non lo avesse inventato già Proudhon quasi due secoli fa oramai.

La cultura che ne è alla base diffida di tutto ciò che non è «comune», che è «proprietà», che è «privato», che non ha una titolarità pubblica. Rispetto alle esperienze socialdemocratiche e comuniste, il benecomunismo è più anarchico e generosamente roussoiano, lo spiega bene il libro dell’Istituto Bruno Leoni, impostato com’è su un’idea ingenua di democrazia diretta e assembleare. È nelle assemblee che si prendono le decisioni a nome dell’intera comunità, essendo le elezioni della democrazia delegata qualcosa di screditato.

Quando il benecomunismo occupa e si impossessa di un teatro, nel nome della cultura bene comune, è la minoranza militante che parla a nome di tutto il popolo. Ma la storia ha dimostrato quanto sia manipolabile l’idea della volontà generale incarnata in un’assemblea che pretende di parlare a nome di tutti. Non democrazia diretta, ma democrazia militante: chi non c’è, chi è affaccendato nel suo particulare, chi è separato dalla comunità degli attivisti permanenti, chi semplicemente non ha tempo di stare in assemblea permanente perché lavora o studia non conta nulla, peggio per lui. I totalitarismi moderni, in fondo, sono sempre nati così, da un’illusione che è anche una mistificazione.
Veste «seducente», dicono gli intellettuali che partecipano a questo manifesto di chi si oppone all’ideologia dei «beni comuni».

Talmente «seducente» che nel referendum del 2011 passò l’idea che l’acqua, bene comune per eccellenza, stava passando nelle mani dei biechi privati che avrebbero assetato la popolazione.

Manipolazione pura della realtà. L’acqua non veniva privatizzata.

Si voleva semplicemente evitare l’immenso spreco di risorse pubbliche per un servizio scandalosamente inefficiente e fonte di clientelismi diffusi secondo gli imperativi di quel «socialismo municipale» che è il portato di uno statalismo pervasivo e soffocante.

Ma quel seducente slogan, «l’acqua è di tutti», non fu contrastato.
E l’ideologia dei «beni comuni» segnò clamorosamente un punto a suo favore.
Stravinse lo statalismo. Gli acquedotti versano in una condizione vergognosa e le amministrazioni comunali continuano a usufruire di bollette che i cittadini sono costretti a pagare.

L’ideologia dei beni comuni si trasforma in un male comune, il male dello Stato onnipotente ed esoso.

Il manifesto dell’Istituto Bruno Leoni è un primo atto di ribellione intellettuale. La politica seguirà?

Da Corriere della sera, 23 luglio 2015

Il sogno del Veneto libero. Una lunga ricerca d'indipendenza perduta

Una storia di più mille anni non può dissolversi senza lasciare tracce: e questo è ancor più vero se a quella vicenda plurimillenaria appartengono figure come Marco Polo e Paolo Sarpi, Tiziano Vecellio e Antonio Vivaldi. La Repubblica di Venezia muore a Campoformio, per volontà di Napoleone, ma da quel 1797 in poi numerosi episodi hanno visto i veneti sognarne la rinascita. E non ci si riferisce solo alla Repubblica di San Marco guidata da Daniele Manin (un'esperienza istituzionale che durò quasi un anno e mezzo, dal marzo del 1848 all'agosto del 1849), poiché spinte ribelli si sono avute in varie circostanze.
L'ultimo lavoro di Ettore Beggiato (Questione veneta. Protagonisti, documenti e testimonianze, edito da Raixe Venete e in vendita a 15 euro) accende i riflettori su questa costante aspirazione all'indipendenza. L'obiettivo dell'autore è aiutare a comprendere il profondo malcontento di un Veneto che continua a non sentirsi a proprio agio all'interno delle istituzioni italiane, così come era analogamente riottoso quando a governarlo erano i francesi o gli austriaci. Dalla documentazione raccolta nel volume emerge una storia in parte sorprendente, se si considera che perfino il 12 giugno del 1945, poco dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, un telegramma del ministro dell'Interno si rivolgeva al prefetto di Venezia per avere informazioni sule spinte separatiste.
Il motivo di quella richiesta stava nel fatto che su L'Avanti!, organo del partito socialista, un'intervista al professor Ugo Morin (presidente del Cnl del Veneto) aveva richiamato l'attenzione su un gruppo volto a ottenere «una autonomia integrale del Veneto e alla costituzione di una Repubblica di San Marco». Ma spinte centripete di questo tipo si incontrano di continuo, come un fiume carsico che periodicamente viene alla luce.
La prima importante manifestazione di questo spirito si ebbe ne11809. Contro i francesi e in sintonia con altre rivolte in varie parti d'Europa, in Veneto hanno luogo ribellioni popolari che il 10 luglio portano addirittura alla nascita di un governo provvisorio con sede a Schio, nel Vicentino. In quegli anni le «insorgenze» anti-napoleoniche sono molte, dal Tirolo di Andreas Hofer alla Spagna della guerra d'indipendenza, ma ciò che colpisce della vicenda veneta è il silenzio successivo: il quasi totale oblio di quelle iniziative politiche che tentarono di riportare invita la Serenissima.
La tesi di Beggiato è che studiare il passato aiuta a comprendere come il disagio del Veneto contemporaneo affondi in un'identità lungamente negata e in una serie di soprusi causati da un potere statale sempre più oppressivo. Da oltre due secoli il Veneto soffre una grave mancanza di libertà ed è vittima di malgoverni di ogni genere. Con determinazione esso ha manifestato a più riprese questa sua voglia di autogoverno in molteplici modi e, soprattutto, ha sempre coltivato un forte sentimento di ostilità verso le istituzioni. Il volume sottolinea come taluni scrittori abbiano bene compreso questa difficoltà veneta a sentirsi a proprio agio in Italia. Nel 1982 sul Corriere della Sera Goffredo Parise scrisse un articolo memorabile che iniziava in questo modo: «Il Veneto è la mia patria». E qualche anno dopo Indro Montanelli parlò senza mezzi termini della Repubblica Veneta come di «una civiltà non italiana, ma europea e cristiana».
Quello che questi e altri autori colgono in forma intuitiva una volontà indipendentista che, sul piano politico, ritraduce in un susseguirsi ininterrotto di iniziative e movimenti: più o meno spontanei, più o meno organizzati. Quanti pensano che parole come indipendenza o auto determinazione siano apparse nel dibattito pubblico veneto solo a partire dalla nascita della Liga Veneta, nel 1980, forse non sanno che all'indomani della Grande Guerra l'onorevole Luigi Luzzatti, già presidente del Consiglio dei ministri, mise in guardia Vittorio Emanuele Orlando in merito alla possibilità di «un'Irlanda Veneta», e cioè di una rivolta separatista. Non erano timori infondati, se si considera che ne11921 alle elezioni politiche si presentò una lista «Leone di San Marco» che in provincia di Treviso ottenne i16,1% dei voti. Parallelamente operava un socialista anomalo come il deputato Guido Bergamo, il quale arrivò ad affermare: «Ora basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti, tratteniamo l'ammontare delle imposte dirette nel Veneto».
Come Beggiato sottolinea, è sempre un intreccio di motivi anche diversi a tenere in vita il desiderio dei veneti di essere «padroni a casa loro». Ci sono ragioni culturali e perfino linguistiche (se si considera l'attaccamento dei veneti alla lingua di Carlo Goldoni e Giacomo Casanova), motivazioni storiche e simboliche, frustrazioni economiche, aspirazioni libertarie. Se la Repubblica di Venezia era stata uno dei centri economici della prima globalizzazione, con la perdita dell'autogoverno questo territorio è entrato in un declino causato dalle tasse, dalla devastazione delle guerre, dalla coscrizione obbligatoria.
In tal senso a più riprese il leone di San Marco ha finito per incarnare un passato glorioso che fa sfigurare il presente, ma al tempo stesso è pure divenuto il simbolo di una battaglia ideale volta a restituire ai veneti la libertà di governarsi da sé. Non è un caso se qualche settimana fa il sistema politico italiano, su richiesta del governo Renzi, ha dovuto scomodare la Corte costituzionale affinché annullasse una legge regionale veneta che istituiva un referendum consultivo sull'indipendenza. A Venezia si era pensato che se un plebiscito (truffaldino) nel 1866 aveva decretato il passaggio del Veneto all'Italia, un altro voto popolare potesse restituire ai veneti la facoltà di costruire proprie istituzioni. La repubblica italiana ha negato ai veneti la facoltà di votare, ma è forte la sensazione che oggi come ieri sotto la cenere vi siano braci che continuino ad ardere.

Da Il Giornale, 22 luglio 2015

Perche è lecito farsi due domande su conti pubblici, tasse e rivoluzione renziana

Così, ci siamo. Il governo italiano rilancia. E alla grande. Sarebbero infatti 45 i miliardi di euro di minori imposte che gli italiani – famiglie ed imprese, proprietari di casa e non – si vedrebbero arrivare fra il 2016 ed il 2018. Più o meno, tre punti di prodotto interno lordo. Un taglio secco e senza precedenti della pressione fiscale: via le imposte sulla prima casa (Imu e Tasi) dal 2016, via “buona parte” dell’Ires nel 2017, e dal 2018 via alla riforma dell’Irpef. Pochi obiettivi e molto chiari.
Per quanto riguarda le coperture, bisogna invece, per il momento, accontentarsi di qualcosa di appena meno preciso. Pare, infatti, che l’intero programma di riduzione della pressione fiscale sia allo studio da sei mesi e che sia «evidente» la possibilità di farcela, «continuando ad abbassare il debito» e a condizione che «il parlamento continui a lavorare con intensità». Certo, non è chiaro in che senso le riforme costituzionali o, per fare un secondo esempio, le unioni civili possano contribuire alla copertura del piano di riduzione delle imposte, né è facile intuire come questo compito possa essere svolto da una riforma della pubblica amministrazione dichiaratamente a impatto zero sui conti pubblici. Certo, il riferimento ricorrente è alla necessità di «essere decisi» in sede di Unione Europea per ottenere quei margini di flessibilità che «è assolutamente possibile» vengano concessi (si suppone, a fronte di un deciso programma di riforme), ma come combinare questa ipotesi con la volontà di «continuare ad abbassare il debito» (che, per la verità, in rapporto al prodotto si prevede decrescere dal 2016, ma in presenza di una pressione fiscale sostanzialmente stabile a partire dallo stesso anno)? E come conciliare un intervento di portata molto significativa e permanente sul lato delle entrate con la necessità di impedire che dal 1° gennaio 2016 scattino le clausole di salvaguardia e con esse gli aumenti di Iva e accise per oltre 10 miliardi di Euro e rimangano senza copertura gli interventi in tema di indicizzazione delle pensioni e di rinnovo dei contratti egli statali (per, più o meno, altri 4 miliardi di euro) per non parlare della decontribuzione legata ai nuovi contratti di lavoro?
Certo «c’è ancora lo spazio per fare la revisione della spesa». È inutile dire che ne siamo profondamente convinti, ma non altrettanto convinto è sembrato essere fino ad oggi il governo e, per fare solo un esempio, interventi sulla pubblica amministrazione simili a quelli realizzati altrove non sembrano all’ordine del giorno. E allora, applausi a scena aperta per l’eliminazione dei «carrozzoni pubblici» ma, di grazia, quanti bisognerà eliminare (beninteso, con personale incluso) da settembre per alleggerire di 3 punti percentuali la pressione fiscale? O ci attaccheremo di nuovo alle così dette tax expenditures, finendo – ironia della sorte – ad aumentare la pressione fiscale? O, infine, faremo fare alla revisione della spesa la fine di tutti i precedenti governi e ci limiteremo ad una operazione di tax shifting (dalle dirette alle indirette) in un gioco a somma zero per i contribuenti?
Vedremo. Allo stato e fino a quando non conosceremo i dettagli del piano governativo, è doveroso evitare ogni entusiasmo. Negli ultimi vent’anni di riduzione delle tasse ne abbiamo sentite tante, senza mai vederne una. E la credibilità della politica non ne ha tratto grande giovamento. E poi, il governo italiano è un grande debitore – il più grande in Europa, dopo la Grecia – e come tutti i grandi debitori va trattato con molta cautela. Salutando con soddisfazione ogni sforzo nella giusta direzione (e la riduzione del carico fiscale va certamente nella giusta direzione) ma scoraggiando la tendenza propria dei grandi debitori: sperare di ridurre il proprio debito accumulandone altro e altro ancora. Molti in Europa lo hanno capito e la netta sensazione è che, a questo punto, si aspettino che dovremmo averlo capito anche noi italiani. Prima e più di altri. Anche perché a debito non si cresce. Ciò detto, l’aspetto più interessante del dibattito suscitato dal governo sta altrove. Contrariamente a quello che molti pensano, sta nel fatto che – se ci trovassimo a schieramenti politici degli di questo nome – questa sarebbe una straordinaria occasione per definire con chiarezza il campo programmatico delle prossime politiche. Le tasse, certo, ma soprattutto il rapporto fra lo Stato ed il cittadino. A destra, avremmo la flat tax, l’aliquota unica (chissà, forse associata al cosiddetto minimo vitale e quindi ad un intervento di contrasto alla povertà anche degli incapienti) con tutte le sue dirompenti implicazioni sul rapporto fra fisco e contribuente. A sinistra avremmo invece le otto aliquote Irpef del progetto di riforma dell’imposta personale dovuto al think-tank Nens di Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco e il connesso «nuovo» assegno familiare selettivo. Una netta contrapposizione di culture politiche. Per gli Italiani una scelta finalmente chiara. Ma forse è chiedere troppo. Bisognerà accontentarsi e brindare se, in un caso e nell’altro, i conti pubblici riusciranno a reggere alla prova. E noi con loro.

Da Il Foglio, 21 luglio 2015

Meno tasse. Ma anche debito da ridurre

La volontà di Matteo Renzi d'intervenire a difesa della casa, riducendo la pressione fiscale che pesa sulle famiglie, è più che giustificata. La situazione economica italiana è difficilissima proprio a causa di un prelievo tributario che allontana imprese, capitali e giovani intraprendenti, scoraggiando gli investimenti. Ridimensionare le imposte sugli immobili è giusto e necessario. È pure molto opportuna la scelta di compensare le mancate entrate fiscali con una cessione di imprese statali e una cancellazione di enti inutili.
È ovvio che un taglio delle imposte è qualcosa di permanente, mentre le entrate delle privatizzazioni sono solo "una tantum", ma è anche vero (come hanno sottolineato Alberto Mingardi e Nicola D'Amico in un intervento a quattro mani) che il taglio delle imposte potrebbe nascere come temporaneo - per quattro anni, ad esempio - per poi essere confermato successivamente, grazie alle migliori condizioni di un'economia con meno imposte e baracconi di Stato.
Nelle parole di Renzi c'è però un'ambiguità, anzi due. In primo luogo, non è chiaro dove egli voglia intervenire con i tagli e le cessioni di "pezzi" di Stato. Da tempo si parla di eliminare gli sprechi, egli enti detto inutili sono uno spreco per definizione, ma poi è difficile tradurre i proclami in fatti. Anche le privatizzazioni sono più semplici da annunciare che da realizzare: per le forti opposizioni ideologiche e per l'insieme di interessi che gravitano attorno al parastato.
L'altra ambiguità è perfino più grave, dato che il governo sembra aver l'intenzione di ridiscutere, a Bruxelles, i vincoli alla nostra finanza pubblica. C'è insomma la volontà di ridurre le imposte anche senza copertura, ampliando il deficit. Ma questa sarebbe una scelta sciagurata. La tragedia greca è lì a dimostrare come di debiti si possa morire. Dobbiamo comprendere che è necessario ridurre il debito non per conformità ai dettati dell'Unione, ma perché abbiamo bisogno di non destinare più tante nostre risorse per coprire il costo del debito.
A tal fine è importante tornare a crescere, perché l'aumento del Pil comporta una diretta diminuzione del debito in termini percentuali. Migliorare la produttività e aggredire il debito sono obiettivi da perseguire congiuntamente e a questo fine è appunto cruciale abbassare le imposte. Per questa ragione il progetto politicamente pagante di alleggerire il prelievo sulla casa (ricordando che il 90% degli italiani ha un'abitazione di proprietà) non può convincere se non è accompagnato da chiare indicazioni sulle industrie di Stato che si vogliono cedere: poste, ferrovie o altro.
Privatizzando sarebbe anche più facile aprire al mercato settori oggi chiusi e inefficienti. E tutto questo finirebbe per stimolare un dinamismo imprenditoriale in troppi casi bloccato dall'ipertrofia di un settore statale tanto esteso quanto inadeguato. L'occasione del taglio all'Imu non va dunque sprecata. Partendo da qui si può invece iniziare a riformulare in maniera più competitiva la struttura economica del Paese, lasciandosi alle spalle l'età dei boiardi di Stato e delle troppe connessioni tra soldi pubblici e interessi privati.

Da La Provincia, 21 luglio 2015

Se l'utente è favorito da app creative

Metti insieme Big Data e geolocalizzazione, e le possibilità che scaturiscono son davvero infinite: perfino sapere le idee politiche di chi hai intorno. È la "app-politica": la scarichi, rispondi a un paio di domande, e il tuo profilo politico viene definito. Raccogliendo i dati di tutti quelli che hanno la app, consente a ciascuno di sapere la "temperatura politica" in un determinato luogo. Estendi la ricerca a tutto l'edificio, a tutto il quartiere, a tutta la città: la "app-politica" ti dice come e dove sono distribuite le preferenze politiche. Rendendo obsoleti gli istituti di indagine demoscopica. Nessun timore: è la fanta-tecnologia di un artista, Douglas Coupland. Ma non è fant-app che il mio smartphone sappia dove sono; ha il calendario e quindi sa dove devo andare tra mezz'ora; ha i dati del Fitbit e sa che stamattina mi sono stancato a ginnastica, e che quindi non andrò a piedi, anche se non piove; cerca i mezzi disponibili e mi mostra le alternative con tempi e costi: tram, car sharing, taxi. Niente Uber, perché sono a Milano, dove adesso i magistrati hanno proibito anche Uber con le berline NCC.

Il bello è che Uber avvantaggia gli utenti anche quando è proibito. Da gennaio, mi ha detto un tassista trionfante, a Milano il servizio di radio taxi avrà un unico numero: da quanti anni si provava a mettere d'accordo le sigle? Pare che si potrà perfmo addebitare l'importo sulla carta di credito, come con Uber: e in tutte le città europee MyTaxi (questo il nome della app) è stata comprata da Daimler che già possiede Car2Go (Moovel in USA), Ridescout, Flixbus, Blacklane: da gruppo automobilistico vuol diventare gruppo di mobilità. Il principio è lo stesso, ma Uber è (in alcuni posti) combattuta, le aziende "tipo Daimler" no. Non certo per la differenza nel modo di selezionare gli autisti, ma per una ragione di fondo.

La differenza è che le aziende tipo Daimler applicano la tecnologia a business esistenti (il taxi, l'auto affittata), quelle "tipo Uber" la usano per inventare un nuovo tipo di business. I business esistenti sono stati definiti da accordi con il regolatore: nel caso dei taxi, è il comune che vende la licenza, dà e certifica il tassametro, fissa il numero dei taxi e stabilisce le tariffe. Sono limitati i vantaggi che la tecnologia può dare ai consumatori quando è applicata a business esistenti. Per avere grossi vantaggi bisogna disintermediare il regolatore o l'incumbent. Cosi è stato per le linee aeree low cost e gli aeroporti: liti infinite su qualità di piloti e aerei, su condizioni di favore fatte dagli aeroporti minori. Oggi i "campioni nazionali" hanno tutti una propria linea low cost, anche gli aeroporti maggiori cercano di attrarle. La rottura del cartello che imponeva l'unicità del prezzo ha consentito la rivoluzione grazie alla quale milioni di persone possono fare viaggi prima impensabili.

La disintermediazione ha dato un valore, come sconto sulla tariffa base, a una cosa che avevo e che non sfruttavo: prevedere i miei spostamenti futuri. Già c'è chi lo applica all'autobus sulle medie e grandi distanze. È proprio la questione del prezzo al centro della disputa Uber/taxi: nei taxi è una tariffa fissa, che varia solo per fasce orarie, in Uber, è sempre noto al cliente in anticipo, ma è variabile. Normalmente è inferiore a quello dei taxi,ma se c'è grande richiesta, i prezzi aumentano. Gli autisti occasionali di solito si guadagnano il pane, in certe circostanze intascano somme considerevoli (ci sono stati anche casi scandalosi). In alcune città si è sperimentato di concedere ai taxi di fare degli sconti, ma la cosa è contestata, macchinosa, e scarsamente efficace per aumentare l'uso del mezzo pubblico.

Morale: i vantaggi per i consumatori sono modesti finché le tecnologie vengono applicate conservando gli stessi modelli di business. Ce ne vogliono di nuovi, nuovi in confronto a quelli esistenti, quelli che sono stati stabiliti dalle autorità con il potere di dare concessioni: ai taxi come alle autostrade: agli aerei come agli aeroporti.

Da Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2015

Dai luddisti ai No-Uber, perché l`innovazione è un campo di battaglia

Nessuno sa con certezza se Ned Ludd fosse una persona reale o soltanto il prodotto di una leggenda. Ma sta di fatto che in suo nome, duecento anni fa, in Inghilterra, i framework knitters, ossia i lavoratori di calze e maglie al telaio, organizzarono la prima insurrezione violenta contro le macchine della storia dell`umanità, conosciuta appunto come la rivolta luddista. "Ned Ludd ci ordina di farlo!", gridavano nel 1811 i framework knitters, mentre distruggevano i telai di Nottingham e delle altre città della contea di Sherwood.

Oggi, se si dà uno sguardo a ciò che sta accadendo soprattutto in Francia e in Italia tra i tassisti e Uber, sembra di assistere a una nuova rivolta luddista, con i tassisti al posto degli operai tessili dell`Inghilterra durante la Rivoluzione industriale, e Uber nel ruolo dell`alieno, del macchinario distruttivo, del mostro freddo che ruba il lavoro.

Tuttavia, come spiega al Foglio Alberto Mingardi, direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni, l`analogia tra le due sedizioni è meno evidente di quanto possa sembrare. "Il luddismo era un fenomeno localizzato, che non ha mai attecchito a livello nazionale, e vi era la percezione che ci fosse una sostituzione tra macchine e lavoro umano. Nella vicenda di Uber non c`è sostituzione tra macchine e lavoro umano. C`è l`apertura della concorrenza a un numero più ampio di lavoratori", dice Mingardi. "Più che con il luddismo, l`analogia è con il sistema degli apprendistati in quell`epoca. Una delle grandi innovazioni che si hanno all`inizio del Diciannovesimo secolo è la progressiva apertura del sistema dell`apprendistato a un numero maggiore di apprendisti, quindi la creazione di più concorrenza per una serie di mansioni, operai specializzati sostanzialmente. Ed è quello che abbiamo con Uber. Il tassista non ce l`ha con l`app, e neppure con il telefono cellulare, tant`è che poi gli stessi tassisti, pur con un po` di ritardo, sviluppano delle applicazioni per gli smartphone. Ciò che non piace al tassista, e questo è comprensibile, è che ci siano più persone che possano fargli concorrenza nella fornitura dello stesso servizio".

Il lato comprensibile della ribellione, e qui funziona ancora l`analogia con le vecchie corporazioni, sottolinea Mingardi, è che al tassista era stato promesso che questa apertura non sarebbe avvenuta. "Il tassista ha pagato fior di quattrini per una licenza di taxi sulla base di quest`idea: io compro questa cosa a tanto perché so che tu, governo locale, mi garantirai che nessuno verrà a farmi concorrenza e che saranno praticati solo determinati prezzi che decidi tu, ma sui quali io e la corporazione di cui faccio parte abbiamo un minimo d`influenza. Se il patto salta è normale che ci sia una rivolta".

Su questi ultimi due punti le posizioni del direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni e del filosofo Massimo Cacciari collimano. Non c`è tecnofobia, rifiuto dell`innovazione tecnologica, smania di spaccare simbolicamente o realmente lo smartphone, anche perché gli stessi tassisti ne fanno uso quotidiano e traggono beneficio da altre tecnologie. C`è una rivolta scatenata da un grande tradimento, da un patto tra tassisti e legislatore che è venuto meno: "I tassisti non vogliono avere concorrenza, punto. Non gliene importa niente dell`aspetto tecnico. Lavorano con gli stessi strumenti dei loro concorrenti. Si tratta di una protesta contro l`aumento di quelli che fanno i tassisti. I tassisti vogliono semplicemente essere di meno, perché così lavorano di più", dice Cacciari al Foglio. "Queste forme di protesta sono in gran parte legittime, perché non è che sí può liberalizzare dalla mattina alla sera senza tener conto dei diritti pregressi. Se il tassista paga duecento, trecentomila euro una licenza, non si può stabilire di punto in bianco che questo sacrificio è stato completamente vano. Bisogna pensare a delle forme di compensazione, ogni innovazione deve essere regolata, governata, non può avvenire così a caso come avviene da noi. Esiste una politica, e i primi grandi economisti classici lo sapevano benissimo, proprio per cercare di regolare, di governare, questi processi che in sé sarebbero semianarchici, perché la semplice logica dell`innovazione tecnicoeconomica non riesce a intervenire sugli effetti sociali, umani, psicologici della rivoluzione permanente del capitalismo. Il nostro cervello non è stato creato dalla tecnica, non si adatta automaticamente all`innovazione tecnica. C`è bisogno di una politica, non per contraddire l`innovazione e il carattere rivoluzionario del capitalismo e del mercato, bensì per cercare di governarlo, di non renderlo traumatico per l`essere umano".

Sulla necessità di governare le innovazioni tecnologiche, Mingardi è di tutt`altro parere: "Le innovazioni arrivano precisamente o nel vuoto della politica o nella sua grande opposizione. La politica rappresenta interessi che sono già consolidati. Al detentore del potere viene chiesto che questi siano tutelati. In questo la storia di Uber è esemplare. Uber ha messo assieme intelligentemente delle innovazioni che ci sono già state. Ha unito l`innovazione distruttiva dello smartphone e l`integrazione del Gps al telefono cellulare, creando un`applicazione che da una parte è a disposizione delle persone che desiderano avere trasporto, e dall`altra, e questo è il dato estremamente rilevante, a tutta una serie di persone che sarebbero disponibili a fornire un passaggio a pagamento. A differenza dei tassisti, gli autisti di UberPop rappresentano però un gruppo disorganizzato e non si presentano quindi al decisore politico come un pacchetto di voti scambiabile. E` come se non esistessero, insomma. Un`interpretazione alta del ruolo del politico dovrebbe portare a smarcarsi dalle questioni simboliche, dai pacchetti di voti già esistenti, trovando invece soluzioni ai problemi pratici, per esempio come bilanciare la perdita del valore della licenza provocata dall`arrivo di Uber. Ma al politico nel senso comune del termine queste cose non interessano, gli interessa il bacino elettorale".

Da Il Foglio, 27 giugno 2015

UberPop, monopoli e interessi dei cittadini

In Italia il documento inviato al Parlamento e al Governo da parte dell’Autorità dei Trasporti ha rimesso sui binari corretti la questione UberPop, dopo il “700” del Tribunale di Milano, l’ordinanza che, rispondendo a una richiesta di un gruppo di tassisti, ne aveva bloccato l’attività. Ricordo che UberBlack è il servizio di limousine “nere” degli Ncc (noleggio con conducente), mentre UberPop è il servizio (ieri al centro di scontri tra i tassisti e la polizia in Francia) che consente a chiunque di utilizzare la propria auto per lavorare come autista quando crede.

E Uber, che non è ancora in Borsa, ha finora raccolto finanziamenti per io miliardi di dollari, più di d Google e Facebook prima della quotazione; gli ultimi aumenti di capitale dànno una valutazione implicita di 5o miliardi. In 3u città, in 58 paesi, per centinaia di migliaia di “autisti-partner”, UberPop è l’occasione di usare la propria autovettura per lavorare part-time. Per milioni e milioni di utenti è sovente meno costoso e più comodo del taxi tradizionale, in certi casi una buona alternativa a usare la propria macchina. Forse proprio perché è un successo strepitoso, Uber è anche oggetto di attacchi (oltre che di imitazioni, Lyft and Sidecar). I taxi sono da tempo all’origine di rumorose proteste: prima di quelle per Uber ci sono state quelle per l’agenda Giavazzi, per le lenzuolate Bersani, per i compromessi di Rutelli e colleghi sindaci. Cos’ha di speciale il trasporto individuale con auto? Un servizio taxi per esistere doveva essere regolamentato: le vetture devono essere riconoscibili, reperibili in appositi spazi pubblici, il costo della prestazione determinato e non lasciato alla negoziazione volta per volta. Qualcuno (di solito l’autorità locale) doveva stabilire qualità e quantità offerte: così, in sostanza, il servizio taxi tradizionale funziona come un’economia pianificata.

Ma anche nelle economie pianificate il mercato riesce sempre a ritagliarsi un piccolo spazio. Qui è il mercato secondario delle licenze che assegna un valore alla rendita del monopolio privato: le centinaia di migliaia di euro che si pagano per una licenza, sono il maggior valore che viene attribuito allo sfruttamento del privato monopolio. È questo valore che i tassisti difendono, all’epoca di Bersani bloccandole città, all’epoca di Uber andando in tribunale.

Queste le origini. Ma ora? È ancora necessario che il trasporto individuale urbano sia fornito in esclusiva da un reliquato dell’economia di piano? L’origine delle proteste non sarà proprio in questa contraddizione, tra pianificazione del servizio e regole funzionanti normalmente nel mondo in cui viene offerto? Reperibilità: oggi con lo smartphone lo siamo tutti costantemente, con Uber è il tassista che ti cerca. Riconoscibilità: con Facebook facciamo di tutto per esserlo…

Leggi il resto su Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2015

Non sarà una vittoria per tutti

Tutto bene quel che sta finendo bene? La speranza di un accordo in extremis con la Grecia ha strappato un sospiro di sollievo alle Borse. Ci sono almeno due buone ragioni per essere contenti.

In primo luogo, un default e un cambio di valuta avrebbero, nel breve, l`effetto di uno tsunami per la popolazione greca.

In seconda battuta, la «Grexit» ci porterebbe in acque inesplorate. L`Unione Europea è un club dove ci sono regole per tutto, tranne che per uscirne. L`assenza di procedure nutre l`incertezza, che a sua volta atterrisce i leader politici, nessuno dei quali vuole legare il suo nome a un disastro epocale.

Tuttavia l`esperienza insegna che a un sollievo a breve termine può seguire un peggioramento della malattia.

Il patto che il governo Tsipras siglerà con Bruxelles si basa sulla promessa di risanare il bilancio inasprendo la pressione fiscale. Delle misure di consolidamento proposte, il 93% passa per aumenti dí tasse e contributi, il 7% per tagli di spesa. L`Unione Europea guarda ai saldi e pertanto non ha nulla da eccepire. Ma è difficile che lo strangolamento fiscale della Grecia possa servirle a tornare a crescere. Tsipras e Varoufakis hanno in antipatia i tagli di spesa, per rispettabili ragioni ideologiche. Però aumentando l`Iva, inventandosi nuove tasse sui beni di lusso, tassando ulteriormente i profitti d`impresa è improbabile che il Pil faccia altro che contrarsi. Se i greci hanno problemi a pagare i loro debiti oggi, figurarsi cosa accadrà quando saranno ancora più poveri. Quindi, se le cose restano come stanno ora, il problema non è risolto: al massimo è rimandato.

C`è di peggio. Immaginiamo che si arrivi a un accordo. Quale lezione ne trarrebbero, classi dirigenti ed elettori degli altri Paesi? Molto probabilmente, penserebbero che il ricatto greco ha funzionato.

Ciò è vero per i politici: se a Tsipras è concesso di avere come obiettivo l`1% di avanzo primario (cioè di avere entrate maggiori delle uscite, al netto degli interessi, per l`1% del Pil), perché Renzi dovrebbe impe- gnarsi a fare il 3%? Perché dovrebbe essere preclusa ad altri governi la possibilità di costruire un po` di consenso con aumenti di spesa?

Ancor più, però, saranno gli elettori a rifiutare ogni logica dí lungo periodo. La credibilità dei governi dí quei Paesi che hanno fatto riforme impopolari andrà in fumo. E` improbabile che gli spagnoli possano farsi tanti scrupoli a votare per Podemos, o i portoghesi a svoltare a sinistra. A che pro accettare i sacrifici, quando vince chi urla di più?

Eppure neanche quello di una vittoria del fronte anti-austerità è uno scenario stabile. Nel momento in cui l`orientamento diventa «salvare tutti», l`incentivo a fare le riforme diminuisce. Ma chi prende l`obolo del re canta la canzone del re. E` improbabile si possa andare avanti senza un «coordinamento» centralizzato della politica fiscale. L`Ue non potrebbe più limitarsi a guardare ai saldi: dovrebbe anche decidere a che età si va in pensione e quali farmaci passa la mutua e quali no. Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottiglierebbero enormemente. Con tutta probabilità, per reazione i movimenti populisti si irrobustirebbero ancora di più.

Aspettiamoci molti festeggiamenti e poche certezze. L`accordo sulla Grecia sarà una vittoria di tutti. Una vittoria di Tsipras e di Juncker, di quelli che vogliono mani libere per spendere e di quelli che vogliono più Europa. C`è evidentemente qualcosa che non va.

Da La Stampa, 24 giugno 2015
Twìtter@amingardi

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

«Sbagliato rinunciare al benessere» L`economista difende lo sviluppo

È possibile la decrescita in alcune parti del mondo per creare risorse perché altre possano crescere in modo sano? Serena Sileoni, 34 anni, numero due dell`Istituto Bruno Leoni, tenta un distinguo sull`enciclica `Laudato sì`: «Il Papa si rivolge alle anime. Ma io dubito che le persone vogliano tornare indietro rispetto agli standard di vita ai quali si sono abituati. Certo se c`è la forza della fede...».

Consentirebbe il miglioramento della vita nelle aree più povere?
«Io ne dubito. Lo stile di vita è dovuto all`intelletto e alla capacità creativa delle persone. Ma ha ostacolato lo sviluppo delle altre zone del pianeta?»

Ci sono dati diversi?
«La Banca Mondiale ci dice che la percentuale di popolazione del pianeta che vive in condizioni di povertà estrema, meno di 1,25 dollari al giorno, dal 36,4 per cento del 1990 è crollata al 14,5 per cento del 2011, un miliardo di persone in meno».

Il Pontefice è critico anche sul diffondersi dei cereali transgenici.
«Nelle parti più tecniche è chiaro che quella dell`enciclica è una delle visioni possibili. Nello stesso documento si legge che è un tema complesso e che hanno contribuito a risolvere problemi in alcune parti del mondo. Però, sostenendo il principio di precauzione, si prende posizione, perché non c`è ancora alcuna dimostrazione del fatto che provochino danni. Sull`agricoltura nelle zone più povere del mondo c`è anche un`altra considerazione da fare».

Quale?
«Per esempio senza ricorrere ai pesticidi potrebbero produrre molto di più sostituendo il bue con il trattore. Poi c`è la questione dello spreco alimentare».

Ha statistiche?
«Secondo la Fao nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone. La popolazione del pianeta è di 7 miliardi di individui e 842 milioni soffrono la fame. Se una famiglia non ha il frigorifero, deve consumare tutta la sua produzione
giornaliera di pomodori. Il 46 per cento dello spreco è nella filiera della distribuzione».

Il Papa scrive che sono state salvate ad ogni costo le banche «facendo pagare il prezzo alla popolazione».
«Detengono i risparmi delle persone che sperano che gli istituti di credito siano salvati quando sono in difficoltà».

C`è un passaggio sul controllo progressivo dell`acqua da parte di pochi grandi gruppi. Potrebbe addirittura scatenare guerre si legge nella `Laudafo sì`.
«La tendenza a privatizzare l`acqua non c`è. Esiste quella ad affidare a privati la gestione e non ìl bene. Ho alcuni studi dai quali risulta che è più cara quando è gestita dal pubblico».

Infine le emissioni dei gas serra.

«Da Kyoto in poi si è cercato di contenerle. Soprattutto perché i Paesi più inquinanti, la Cina e l`India per esempio, non sono tenute a ridurre l`anidride carbonica. Più dei certificati verdi hanno funzionato le auto ibride o il fatto che le persone riescono a lavorare e a parlarsi da remoto».

Da QN, 19 giugno 2015

Cdp e dirigismo renziano

Decidere di cambiare i vertici di una delle più grosse istituzioni finanziarie del paese (la Cdp ha un attivo di 400 mld) con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale è un fatto clamoroso.

Tempestività di informazione e trasparenza su ragioni e obiettivi erano dovute all`opinione pubblica, ai civil servant che vi hanno lavorato senza demeritare; era dovuta al mercato: Cdp non è quotata in Borsa, ma investe e potrebbe investire in aziende anche quotate. (Dell"` atteggiamento anguillesco" di Banca, banche, e fondazioni ha scritto Il Foglio di ieri). Ma arriveremo a scusare l`opacità se alla fine avremo chiarezza.

Già la Corte dei Conti si poneva "qualche interrogativo sulla reale configurazione giuridica da attribuire oggi a Cassa depositi e prestiti un soggetto che oggi spazia dal pubblico al privato, essendo allo stesso tempo soggetto alla vigilanza dello stato e longa manus di molte delle sue operazioni finanziarie". E allora basta fondazioni e uffici postali insieme sul "territorio", basta social housing, basta fondi che son privati ma che vengono lanciati dal ministero del Tesoro. Basta trattamenti di riguardo alle fondazioni: ormai è chiaro che metter le mani sui loro patrimoni non si può, si paghi quel tanto che basta per convincere Eurostat, e chiudiamola lì.

Le cartelle di risparmio postale sono un altro tipo di buoni del Tesoro (e quindi bene se, come pare, nel consiglio ci sarà la Cannata), più o meno longa ma sempre del governo è la manus che firma le sue operazioni. E` tricolore la bandierina piantata sulle partecipazioni che assicurano che nessuno ruberà il rame dell`alta tensione e i tubi del metano. Cdp è lo strumento del governo per operazioni di politica industriale. Se gli aiuti saranno considerati di stato, il governo se la vedrà con la Commissione europea per la Concorrenza. Ma se gli interventi nelle aziende saranno considerati ri-nazionalizzazioni (o peggio espropri) e le scelte delle tecnologie vincenti il ritorno allo stato imprenditore, se la vedrà con i mercati dei capitali e con la fiducia degli investitori. Non è più come ai tempi dell`Iri per l`Iri 2.0 è un po` più complicato.

Da Il Foglio, 17 giugno 2015
Twitter: @FDebenedetti

Il mercato ha vinto la fame e batterà anche gli sprechi

Nelle scorse settimane la nuova retorica anti-sprechi ha trovato una prima celebrazione nelle parole del presidente Sergio Mattarella, che all'Expo di Milano ha parlato del cibo non utilizzato e che finisce nella spazzatura come di «un insulto alla società, al bene comune, all'economia del nostro come di ogni altro Paese».

E ora il governo stesso, su iniziativa del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, è sceso in campo con un progetto denominato «Spreco zero» che si muove sulla stessa lunghezza d'onda. Complice l'Expo, siamo insomma sommersi da prediche che si muovono con l'obiettivo di rafforzare quel civismo statalista che mette assieme mito della legalità (quale essa sia), ecologismo, multiculturalismo, egualitarismo e ora, appunto, anche questa etica del rispetto delle risorse alimentari. E in tale quadro non è sorprendente che si tenda a processare in primo luogo il comportamento delle aziende, mentre allo Stato sia demandato il compito di correggere e porre rimedio.

Nessuno nega che sia da auspicare un migliore utilizzo delle risorse, comprese quelle alimentari. I mezzi che si vogliono adottare per raggiungere tale obiettivo, però, non sono di poco conto. In questo senso colpisce che molti discorsi si muovano per moltiplicare regole, controlli, obblighi e imposizioni, ignorando come ogni riflessione contro la scarsità e sul migliore utilizzo dei beni debba prendere sul serio la tesi che questi risultati li si possa raggiungere più facilmente tutelando la proprietà privata e il libero scambio.

Invece sembra proprio fare scuola la Francia, dove i principi della libertà individuale e della proprietà sono stati sacrificati sull'altare del nuovo conformismo con la recente introduzione del «reato di spreco»: una normativa che sottende una visione collettivistica, nel momento in cui un mio comportamento in merito a beni che sono in mio possesso diventa addirittura un reato.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 giugno 2015

Addio mercato, a Berlino rispunta l`equo canone

I primi a muoversi sono stati gli amministratori di Berlino, ma è probabile che altri Laender ne seguano presto le orme. Introdotta dal governo tedesco di GrosseKoalition, la possibilità di limitare la contrattazione tra proprietario e locatario ha trovato dunque una prima applicazione nella capitale tedesca.

Le nuove norme fanno sì che a Berlino non sia possibile affittare a più del 10% al di sopra dei prezzi di quell`area. I canoni potranno dunque alzarsi, ma solo in maniera limitata. Il motivo addotto è che i prezzi degli alloggi avrebbero conosciuto una crescita abnorme che metterebbe in difficoltà soprattutto i giovani e le famiglie a basso reddito. Comunque non è detto, come ha rilevato criticamente anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che le buone intenzioni possano bastare.

Le regole introdotte non solo ledono il fondamento stesso della libertà individuale (la proprietà privata), ma aprono pure a conseguenze tanto non volute quanto spiacevoli.

È chiaro che a Berlino c'è una crescita della richiesta di alloggi a cui non corrisponde un analogo aumento dell'offerta. In qualche caso, si pensi al centro, è anche difficile che si possa ampliare più di tanto il numero delle case: e per questo gli aumenti sono fisiologici. Sbarrare la strada a prezzi più alti significa allora operare una redistribuzione di ricchezza dai proprietari agli affittuari, impedendo altresì una migliore allocazione degli immobili. Quanti sarebbero disposti a pagare di più, perché sono molto motivati, non possono accedere a beni che sono stati assegnati ad altri e a un prezzo «politico». Questo ostacolerà lo sviluppo economico e l` ammodernamento di Berlino, invece che agevolarli. E in una città meno ricca le opportunità - anche e soprattutto per i più poveri - sono minori. Va pure aggiunto che simili misure non hanno nulla di originale.

In America, ad esempio, la cosiddetta rent-regulation ha una storia lunghissima, sui cui risultati sono ormai in molti (e non solo all`interno della scuola di Chicago) a esprimere serie perplessità. Come tanti italiani - proprietari e inquilini - sanno bene, le molteplici forme di «equo canone» escogitate dai legislatori disincentivano a investire nel mattone e alla fine, per questo motivo, peggiorano la situazione invece che migliorarla. Oltre a ciò è facile prevedere che quanti comunque vogliano destinare il loro risparmio alle abitazioni o ne siano già in possesso, di fronte a regole come queste troveranno vantaggioso mettere sul mercato i loro beni in altra forma.

In Italia la crescita del numero delle case ammobiliate date in locazione è in larga misura un più che comprensibile tentativo di sottrarsi agli espropri surrettizi del «rent control», ma in tal modo le abitazioni a disposizione di chi cerca un affitto ordinario si fanno ancora meno numero se.Violare le regole del mercato si è fatto e si farà. Non si pensi, però, che ciò avvenga impunemente.

Da Il Giornale, 9 giugno 2015

Quella lunga battaglia tra UberPop e i tassisti italiani

L’applicazione-del diritto, anche nel caso di UberPop, segue una logica sillogistica. Uber Pop è un’attività analoga al servizio di trasporto pubblico non di linea, consentito dietro autorizzazione o licenza. La mancanza dell’una o dell’altra può configurare quest’attività come concorrenza sleale, in quanto esercitata senza rispettare norme pubblicistiche (in questo caso, quelle sulle licenze) rispetto a chi obbedisce a quelle disposizioni. Nell’ordinanza che ha inibito l’uso di Uber Pop ci sono passaggi poco chiari e interpretazioni che potevano essere sostituite da altre possibili, specie sul fatto che Uber Pop sia un servizio non analogo a quello dei taxi ma di car sharing. Tuttavia la parte centrale dell’ordinanza è che un’attività assimilabile al trasporto non di linea di persone richiede procedure amministrative che Uber Pop non rispetta, una forma di concorrenza sleale ai tassisti. Che sia un’attività illecita secondo un’interpretazione della legislazione vigente non vuol dire che non risponda a un interesse lecito dei clienti.

Rivoluzione «app»
Il giudice stesso riconosce che l’applicazione informatica di Uber Pop «ha di fatto consentito la nascita o comunque un improvviso ed esteso ampliamento di comportamenti non consentiti dalla legislazione nazionale» di cui il giudice ammette «il crescente successo e la eccezionale capacità di diffusione», nonché «l’intento e l’effetto [...] di offrire un’alternativa economica al servizio taxi, e cioè di esaudire ad un prezzo minore la medesima esigenza di spostamento». Sono considerazioni che non guardano al rispetto delle regole di diritto, e per questo sono ininfluenti per il giudice, ma possono e anzi dovrebbero diventare le ragioni essenziali perché governo o Parlamento si chiedano se la normativa attuale sia adeguata alla realtà.

In un’epoca in cui telefonini e smartphone non esistevano, la disciplina dei taxi poteva avere una ragion d’essere nella necessità di garantire l’accesso al trasporto pubblico non di linea anche per esigenze non programmabili e a qualsiasi ora del giorno.

(…)

Leggi il resto su CorrierEconomia, 1 giugno 2015

Cina: Addio ai dazi, occasione per il tessile

La decisione cinese di aprire le frontiere ai prodotti stranieri del tessile e del lusso può avere implicazioni rilevanti sull’economia lombarda.

Quello della Cina è un mercato popolato da “nuovi ricchi” e per le nostre imprese la possibilità di rivolgersi con facilità a quei consumatori è da sfruttare in tutti i modi. È anche interessante rilevare come e perché questo è avvenuto.

Solitamente l’apertura dei mercati è guardata positivamente, ma solo quando è bilaterale. In altre parole, gli europei sono disposti a togliere ogni barriera dinanzi ai prodotti Usa, ma solo se gli americani fanno lo stesso. Permane il pregiudizio che esportare sia bene e che importare sia male, insieme alla resistenza dei produttori nazionali, ben contenti di poter lasciare i competitori al di là delle frontiere.

In Cina, invece, dal prossimo I giugno si avrà una riduzione unilaterale dei dazi. Perché? In primo luogo, perché oggi pare che circa tre quarti dei consumi di lusso dei cinesi abbia luogo all’estero.

Se in Cina uno stivale è gravato da un dazio al 20%, ne discende che il consumatore cinese lo acquista non appena esce dai confini. È insomma la mobilità a rendere autolesionistiche per le stesse casse pubbliche tariffe doganali troppo alte. Ma c’è pure altro.

Un poco alla volta i cinesi stiano davvero prendendo sul serio l’economia liberale e quindi comprendono che un Paese non cresce se la regolamentazione intralcia le scelte dei consumatori. Il cinese che compra scarpe italiane lo fa perché in tal modo migliora la propria condizione: accede a una più alta qualità della vita. Con quale giustificazione, allora, si dovrebbe impedirgli di usare i suoi soldi come meglio vuole? Sul mercato le interazioni sono vantaggiose su entrambi i lati: chi accetta una transazione pensa di ricavarne un vantaggio. Di conseguenza, chiudere i mercati significa aggredire i diritti dei consumatori, da un lato, e minare il buon funzionamento dell’economia, dall’altro. Non solo si sottraggono le imprese locali alla salutare concorrenza di quelle straniere, ma s’intralcia anche l’iniziativa di chi vuole fare affari con soggetti posti al di là delle dogane.

Già nel 1886 il maggiore economista italiano di sempre, Vilfredo Pareto, attaccava quanti accettano un mercato aperto ai prodotti stranieri “purché lo pratichino tutti; la quale è di singolare virtù per conciliare la libertà degli scambi in astratto con la protezione doganale in concreto”. Una simile logica vige tuttora in Occidente dall’Europa agli Usa mentre inizia a perdere quota nel resto del mondo.

Forse non è un caso se altrove (in Cina e non solo) si cresce, mentre noi stiamo perdendo posizioni anno dopo anno.

È insomma un messaggio per l’Europa quello che ci arriva da Pechino. Perché è chiaro che oggi le nostre imprese hanno di fronte a sé importanti occasioni da cogliere, ma avranno sempre meno capacità competitiva se ci apriremo e in tutti i mercati alle merci prodotte da altri. Il Paese che ha costruito una grande muraglia per proteggere i suoi prodotti, e che anche a seguito di quel fallimento ha appreso la lezione, si apre al mondo senza contropartita. Facciamo lo stesso e al più presto.

Da La Provincia, 30 maggio 2015

“Danneggiati consumatori e autisti”

Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, condivide il blocco di Uber Pop per concorrenza sleale?
«Quando si dice concorrenza sleale l’aggettivo di solito è pleonastico: chiamiamo sleale la concorrenza che non ci piace, che ci dà fastidio».

È anche questo il caso?
«Si, anche se qui c’è un problema oggettivo: il servizio di trasporto pubblico di persone è assegnato a una categoria che compra licenze in virtù dell’esclusività del servizio. È umano che i tassisti chiedano allo Stato di rispettare il patto sottoscritto. Però ci dobbiamo rendere conto che quelle ci regolano sono norme obsolete».

Di chi è la responsabilità di questo?
«Della politica, che pur di non mettere le mani in un terreno spinoso si è sepolta in un letargo furbo. Quello che fa Uber è mettere assieme nuove tecnologie come lo smartphone e la geolocalizzazione nel settore dei trasporti. E si ha bisogno che questo aspetto venga normato. È questa la lezione che dovrebbe trarne oggi la politica: sopravvenuta obsolescenza normativa».

Chi è danneggiato?
«Gli aspiranti autisti di Uber Pop o quelli attuali che avevano trovato una nuova forma di reddito per arrotondare, ma anche il consumatore che perde un pezzo della sua libertà di scelta. In più, come tutte le imprese dalla sharing economy, Uber consente di risvegliare capitali altrimenti immobilizzati. Faccio fruttare la mia auto quando non porto in giro solo me, come con Airbnb in cui traggo un guadagno dalla mia casa quando non la uso. In un Paese dove la disoccupazione giovanile è considerevole, ciò non è secondario. Questa ordinanza non migliora poi la nostra percezione internazionale specie durante Expo perché toglie un servizio che i visitatori non avranno più».

Cosa deve fare ora Uber?
«Uber ha in corso problemi simili anche in Germania e in Spagna. Una delle reazioni intelligenti che sta mettendo in campo è quella di portare in giro cose e non persone, il mondo del food delivery: qui può crescere».

Da La Repubblica, 28 maggio 2015

"Banda larga, il governo dà troppo peso alla fibra"

«Una delle questioni per me più interessanti riguarda i motivi che portano molte persone a non sottoscrivere i servizi di banda larga attualmente disponibili. Meno del 10% non accede per assenza del servizio, un altro 10% è frenato dei costi. Ma due terzi di chi fa a meno della Rete lo fa perché nessuno in famiglia ne sente il bisogno». Secondo J. Scott Marcus, «guru» della Rete di Wik Consulte già nella Task Force per l`Agenda Digitale - ieri a Milano per un convegno all`Istituto Bruno Leoni - questo è uno dei limiti del piano governativo sulla banda ultra larga, «troppo sbilanciato sul lato dell`offerta».

Cosa servirebbe?
«Una proposizione di valore, finora assente nella strategia
governativa: occorre un`educazione al digitale, fornire motivi di utilizzo. Non servono 100 Megabit al secondo per rinnovare online la patente. Una risposta, invece, sarebbe rivedere un sistema televisivo che resta confinato in un sistema Rai-Mediaset, più Sky, e che lascia poco spazio alla diffusione di contenuti video di alta qualità da distribuire tramite la banda ultra larga. Il rischio è che in Rete ci saranno migliaia di canali ma niente da guardare. Forse l`arrivo di Netflix potrà aiutare...».

Il piano per la banda larga non la convince?
«Ho due preoccupazioni. Mi sembra che nelle aree urbane ci sia troppa enfasi nel forzare la tecnologia che porta la fibra fin dentro le abitazioni, l`Ftth. La "neutralità tecnologica" declamata per le aree a fallimento di mercato non viene praticata nelle aree più interessanti per gli operatori. Il secondo problema è legato agli aiuti di Stato a sostegno dell`Ftth. Arrivano nel momento sbagliato - visto che operatori privati, come Telecom, cominciano a fare le cose -, introducono incertezza nei piani industriali, disincentivano gli investimenti».

Ma il governo punta a dotare il Paese della migliore infrastruttura possibile. Sbaglia?
«Non c`è alcun dubbio che l`Ftth sia la tecnologia migliore. Ma c`è ancora molto dibattito su quanto velocemente la si debba adottare. Per la maggior parte degli italiani una velocità di 30 Mega - facilmente raggiungibile con la tecnologia Fttc, che negli ultimi metri dall`armadio stradale a casa utilizza il rame - è probabilmente più che adeguata. Con le ultime tecnologie l`Fttc può raggiungere già oggi i 60 Mega, arriverà presto a 80. Rispetto ai 100 Mega dell`Ftth, per l`utente cambia poco. A cambiare moltissimo sono gli investimenti».

Non serve il salto ai 100 Mega?
Alla fine servirà, ma quando? Tra 5 come tra 15-20 anni, dipende dall`andamento dell`utilizzo della Rete da parte degli italiani. Perciò ha senso rimandare gli investimenti che, con l`avanzare della tec- nologia, un domani richiederanno di sicuro meno soldi».

Eppure nel governo c`è chi vorrebbe spegnere il rame...
«Non è il momento. La decisione, poi, dovrebbe spettare all`operatore, a Telecom. Anche se, forse, l`ex monopolista potrebbe voler tenere in vita la rete in rame oltre quanto sarebbe desiderabile. Ma spegnerla ora comporterebbe molti costi non necessari».

Cosa pensa di una società unica di Rete?
«Non mi piacciono le soluzioni a capitale pubblico, sarebbe come tornare indietro nel tempo: io sono per la concorrenza. Diverso il caso in cui più operatori condividano l`infrastruttura di Rete. Lo scambio di informazioni che la cosa comporta crea anche qui problemi di concorrenza, ma si possono superare».

Consigli al governo?
«Essere pragmatico e agire anche sulla domanda. Non servono interventi col bulldozer: nel Giappone superveloce usano la banda meno che in Inghilterra, dove c'è il rame ma anche un`offerta video più ricca».

Da La Stampa, 26 maggio 2015

Il deal Verizon-Aol. Nell'Eldorado delle Tlc c'è zero Stato interventista

"Ben scavato, vecchia talpa!", dicevano una volta i compagni. Adesso il comunismo è morto, e neanche la talpa si sente più tanto bene. Viene in mente leggendo che Enel, municipalizzate, Terna, alla notizia che Matteo Renzi è disposto a mettere soldi pubblici per dare a tutti gli italiani la banda larghissima, si son fatti avanti per dare una mano al premier per vincere la cocciutaggine di Telecom Italia. Tutti telefonisti? Manco per sogno, tutte talpe, tutti scavatori di cunicoli per i loro cavi dell`energia elettrica. Farci passare anche la fibra non costa molto, e con un po` di soldi dal governo, un po` da Telecom che dovrà connetterla alla sua rete, ci si può cavare la giornata: e far contentò il governo.

Mentre da noi si pensa a scavare per trovare le monete di Pinocchio, negli Stati Uniti Verizon annuncia di avere speso 4,4 miliardi di dollari per comprare Aol. Negli anni 90, Aol era leader delle connessioni col modem, Aol mail ha ancora una buona base clienti, anche da noi. Al culmine della bolla internet, Aol era stata comprata per una somma folle da Time Warner. Adesso ha 4.000 dipendenti, quello che resta del business di connettività, Huffington Post che aveva comprato dalla fondatrice. Ma soprattutto ha una piattaforma digitale con cui è il quarto operatore negli Stati Uniti nella pubblicità online su video, con vendite aumentate dell`80 per cento in un anno. E` questo che interessa a Verizon, che già lo scorso anno aveva comprato da Intel una piattaforma per il nuovo business dei video digitali. Questa è la terra promessa, il mercato dell`advertising sul mobile. Questo è l`obiettivo verso cui corrono Google e Facebook (quest`ultima con maggiore efficacia). Verizon, che serve circa un terzo degli utenti di telefonia mobile negli Stati Uniti, pensa di potersela giocare bene: rispetto a Google e Facebook parte con un grosso vantaggio, conosce i suoi clienti uno per uno. Dato che sono abbonati al mobile, gli spedisce le fatture, ha quindi informazioni dettagliate su di loro, sa chi sono, dove abitano. Informazioni preziose per chi vende pubblicità, e di cui non dispongono gli operatori come Google e Facebook.

E`iniziata la battaglia per attirare e indirizzare l`attenzione di chi naviga su internet in mobilità. I video costituiscono già il 55 per cento del traffico mobile, e diventeranno il 72 per cento nel 2019. Quali saranno le armi decisive, chi uscirà vincitore, come si divideranno i profitti? Anche le nostre aziende sono interessate a sapere come si orienterà il mercato, quali saranno le scelte dei clienti. Nel 2019 la percentuale di chi si connette via smartphone raggiungerà quella di chi usa internet (70 per cento della popolazione adulta); oggi, gli utenti online sono 3 miliardi contro 2 su smartphone, nel 2020 saranno pari, 4 e 4. Per Facebook la pubblicità sul mobile è quasi 4 volte quella su computer, e quindi nello stesso rapporto sono gli utenti. Se queste sono le previsioni negli Stati Uniti, figurarsi da noi dove gli utenti in mobilità e quelli su linea fissa sono già quasi alla pari: come è noto l`Italia è da anni uno dei paesi a maggiore penetrazione di telefoni cellulari, mentre siamo (o meglio eravamo nel 2011) i fanalini di coda quanto a computer domestici, con il 67 per cento, ovvero dieci punti in meno rispetto alla media dell`Unione europea a 27. Pochi computer perché poche connessioni a banda larga, o poche connessioni perché pochi computer?

Verizon è (quasi) solo nel mobile, mentre in Europa ci sono operatori integrati fisso/mobile, come Telecom Italia: per loro ha senso un mix tecnologico. Logico quindi investire sulla connettività fissa, potenziando le prestazioni e aumentando la copertura, logico darsi obiettivi precisi; ben vengano anche l`enfasi e l`insistenza che hanno fatto diventare questo un argomento caldo di discussione, se sono servite a smuovere le acque e a mobilitare risorse. Ma la notizia dell`integrazione tra il leader americano del mobile e l`ex campione del fisso ci dà due lezioni: la prima è che la pubblicità sul mobile è "the name of the game", lì è il grande valore aggiunto, e se oggi lo "mangiano" solo Google e Facebook, potrebbe esserci un ruolo per i carrier di rete ambiziosi. La seconda è di carattere generale: quanto a capacità di vedere lontano, di scoprire soluzioni, tra mercato e stato pianificatore non c`è partita`. Se si lascia funzionare il mercato, senza preclusioni ideologiche né preferenze nazionalistiche, senza quote di proprietà dello stato scritte nella pietra degli statuti come le leggi dei Medi e dei Persiani, si risolvono anche i problemi del finanziamento. Se un progetto rende, non c`è bisogno di complicati piani europei per realizzarlo.

Il mercato vede lontano, la talpa non è particolarmente famosa per la sua vista.

Da Il Foglio, 19 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Usura: gli effetti delle leggi antiusura sul credit crunch

Nonostante le buone condizioni di liquidità sui mercati finanziari garantite dalle decisioni dei banchieri centrali, il credito continua a raggiungere poco e male l'economia reale, mentre nel nostro Paese si moltiplicano pronunce giurisprudenziali sull'usura non risolutive e tra loro contradditorie.

L'Istituto Bruno Leoni avvia una riflessione sulle conseguenze avverse della normativa antiusura in tempi di credit crunch, con un paper del fellow Lucio Scudiero, dal titolo "La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" (PDF).

Una grande parte della liquidità immessa sul mercato - si legge nel paper - "è stata drenata dai titoli di Stato, assistiti da incentivi distorsivi, appositamente congegnati per premiarne il piazzamento a discapito di impieghi diversi del credito e del risparmio privato". Ma andrebbe anche valutato se, dall'altro lato, l'impossibilità di prezzare il rischio di credito innalzando i tassi di interesse oltre il limite fissato dalla legge non abbia peggiorato la condizione di consumatori e produttori bisognosi di credito, contemporaneamente depauperati da un’altissima pressione fiscale. 

Come tutti i prezzi politici imposti dal decisore pubblico  a un bene o un servizio, anche il tasso soglia usurario provoca una serie di distorsioni nell’allocazione della merce a cui è imposto – cioè il danaro. 

In un simile contesto, l’azione combinata della crisi economica, che ha deteriorato la qualità dei debitori, dei costi fissi del credito e delle norme anti usura, ha condotto all’inevitabile espulsione dal mercato legale dei prestiti di soggetti inclusi nelle fasce di richiedenti più deboli e rischiosi (ad es. famiglie, artigiani, piccole imprese, nuovi imprenditori) che sono proprio quelle che la disciplina antiusura intenderebbe tutelare.

Una ulteriore iniqua conseguenza delle leggi antiusura è che esse - ragiona Scudiero seguendo Bentham - negando a un individuo che non sia in possesso di sufficienti garanzie di prendere denaro a prestito a un interesse più alto, non fanno altro che discriminarlo in ragione del suo maggiore bisogno. 

Il Briefing Paper “La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" di Lucio Scudiero è liberamente disponibile qui (PDF).

Aiutati che il mercato elettrico t’aiuta

Chi protegge il consumatore elettrico? Il disegno di legge sulla concorrenza, in discussione alla Camera, delinea la strada per il superamento dell’attuale regime “transitorio” di maggior tutela. La maggior tutela copre le famiglie e le piccole e medie imprese (connesse in bassa tensione, con meno di 50 dipendenti e un fatturato inferiore a 10 milioni l’anno) che non hanno un contratto sul mercato libero. Sono rifornite a condizioni fissate trimestralmente dall’Autorità per l’energia (Aeegsi) sulla base dei costi di approvvigionamento di “acquirente unico” (un aggregatore di domanda a capitale interamente pubblico). Secondo il monitoraggio Aeegsi tra il 2012 e il 2013, il numero di famiglie sul mercato libero è cresciuto dal 21 al 25 per cento (al netto di quanti hanno seguito il percorso inverso), mentre le Pmi sono passate dal 37 al 40 per cento. Se si guarda invece ai consumi energetici, tale quota è cresciuta, rispettivamente, dal 24 al 29 per cento e dal 66 al 68 per cento: segno che si sono mossi principalmente i consumatori con una domanda più elevata e, quindi, più motivati a cercare offerte maggiormente convenienti.

La migrazione dei consumatori dalla maggior tutela al mercato libero sembra incoerente con una diffusa “leggenda metropolitana”, secondo la quale i prezzi sul mercato libero sarebbero nettamente superiori a quelli di tutela. La credenza deriva forse da una lettura frettolosa del rapporto Aeegsi. Tuttavia è chiaro, da una lettura più attenta, che il gap di prezzo è riconducibile interamente alla scelta (sottolineo: scelta) di molti consumatori di sottoscrivere offerte a prezzo bloccato. Il confronto coi prezzi di tutela, in questo caso, è metodologicamente scorretto, in quanto si tratta di due prodotti diversi. Chi preferisce il prezzo bloccato “compra” certezza, più che risparmio. D’altra parte, non è sorprendente che in un periodo di calo dei prezzi all’ingrosso il prezzo variabile sia, in termini monetari, conveniente; non è detto che, in un contesto differente, questo sia ancora vero. In tutti i casi, le potenzialità di risparmio restano significative. Un consumatore domestico tipo (3 kW di potenza e consumo pari a 2.700 kWh/anno, secondo la definizione Aeegsi) può spendere fino a 53,5 euro all’anno in meno (10,7 per cento) se sceglie un’offerta a prezzo variabile, fino a 34,5 euro l’anno (6,9 per cento) se preferisce il prezzo bloccato. Delle sette offerte a prezzo variabile disponibili, sei battono la tutela in termini monetari; delle diciannove a prezzo bloccato, otto lo fanno (fonte: estrazione dal Trova offerte Aeegsi effettuata il 19 giugno 2015).

Proprio quest’ultima considerazione introduce un tema centrale nell’ambito della liberalizzazione dei mercati retail dell’energia elettrica. Oltre al risparmio, sono infatti due le ragioni di fondo. In primo luogo, la presenza di un’offerta di riferimento “pubblica” favorisce nei consumatori una presunzione di protezione, che può “ridurre la propensione a switchare verso offerte migliori”, come scrive l’Acer (l’Agenzia che coordina i regolatori europei, inclusa Aeegsi). In altre parole, la tutela non tutela, ma ingessa, il consumatore. Per proteggerlo dagli abusi esistono altri e più appropriati strumenti, a partire dalla regolamentazione di settore e dal normale esercizio dei poteri dell’Antitrust (che infatti sollecita l’eliminazione della maggior tutela). In secondo luogo, l’ingessamento della domanda non è privo di effetti dal lato dell’offerta. Rallenta infatti l’innovazione commerciale, impedendo quel processo di sofisticazione del servizio che, invece, ha segnato la telefonia negli ultimi vent’anni. Non vale l’argomento che le telecomunicazioni hanno potuto godere di un progresso tecnologico che non c’è nell’elettrico. L’evidenza dimostra che le nuove tecnologie si impongono proprio attraverso le pressioni concorrenziali: per esempio, sebbene ciò fosse tecnicamente possibile da molto tempo, i taxi hanno iniziato a modernizzarsi solo dopo l’arrivo di piattaforme alternative. Nel caso in questione, innovazione significa far evolvere gli operatori da puri venditori di una commodity in fornitori di un servizio complesso. Questo processo di differenziazione dell’offerta è in parte già in atto: ne sono esempi le citate offerte a prezzo bloccato, quelle dual fuel, quelle green, e molte altre. Ma la vera rivoluzione...

Continua a leggere su lavoce.info, 28 luglio 2015

Consumer inertia in energy markets: a sobering lesson from Italy

The Competition & Markets Authority has recently released its provisional findings and a notice on possible remedies following up a specific request from Ofgem. The inquiry finds that energy markets are plagued by several problems, the most important ones being over-regulation and low consumer engagement. In order to address the former, it reasonably suggests to reshape those regulation (such as the so-called “simple choices” package) that are least effective, by either deregulating or turning to smarter regulations. As far as the latter is concerned, though, the CMA proposes that Britain – the first EU member state to liberalise energy far before Brussels introduced its directives – goes back to the mother of all regulations: price control, or, to be fair, a softer version thereof.

The CMA explains that, according to an extensive survey it has performed, 34% of the British consumers have never even considered switching supplier. The number of those with sticky habits is higher among the poor and the less educated. Consumers’ inertia may have boosted energy suppliers’ profits by as much as £1.2bn in 2009-13.

Promoting greater engagement through more transparent information, or by removing harmful regulations that prevent suppliers to better customise their commercial offers, is not enough, says the CMA: a “transitional safeguard regulated tariff” should be introduced, in order to “provide direct protection to disengaged customers”. This may seem both reasonable and simple, but it is neither. As the CMA itself admits, “if [the price] is set tightly, it will have a damaging effect on competition, undermining incentives for customers to engage in the markets. On the other hand, if set at too high a level, then at best it will provide no protection to customers, and at worst potentially provide a higher focal point for default prices to settle”.

Even if one buys the argument that disengaged consumers must absolutely be woken up, one should be careful of the unintended consequences of the proposed policies. Despite a relatively high proportion of “sleepy customers”, the UK still displays switching rates well above the EU average (slightly above 12% in 2013, vs an EU average of 4%).

Luckily enough, the British do not need to implement such a complex reform to check whether the supposed protection of the inert is worth the potential cost of disengaging the most dynamic customers: they just need to look at what happens in Italy.

Italy opened up its retail electricity market in 2007. Ever since, though, a programme has been in place to protect disengaged customers by making available what might be described as a “transitional safeguard regulated tariff”. The so-called “maggior tutela” (“higher protection”) applies to all households or SMEs who have not chosen a supplier on the market. The price they pay, which is set on a quarterly basis by the regulator, is formally being defined as a “market price”, rather than a regulated price, insofar as it reflects a) the procurement costs incurred by a public entity (Acquirente Unico, or Single Buyer) in charge of purchasing power on behalf of the “clienti tutelati” (protected customers); b) a commercialisation fee which is set by the regulator at a level which is supposed to match the cost of entry of a new entrant into the market.

If the CMA is right, one would expect to find in Italy a) higher switching rates and b) fewer disengaged customers. The data do not seem to support that theory. Switching rates in Italy – while not negligible – were well below the British benchmark (7% in 2013, up from a 4% average in 2008-12). What should ring an alarm bell at the British antitrust authority, though, is the figure of those who stand still under the “transitory” umbrella of the “maggior tutela”: In 2014, 7 years after the liberalisation, 22.2m out of 29.6m of households (72%) and 4.2m out of 7.4m of SMEs (57%) did not choose their supplier. (The actual figure is slightly lower because there is a small flow of people moving back from the free market into the maggior tutela). A survey performed by the national regulatory authority found that 73% of the respondents have never changed their supplier.

The main reason why the Italians are this “disengaged” is certainly not because of prices. Those seeking to save money can find very good offers on the free market – up to 10-12% less than the reference price. Neither is it the lack of variety on the supply side: a growing number of offers is available that allow consumers to best meet their preferences with regard, for example, to green energy, fixed versus variable prices, or more complex services such as energy efficiency devices or various insurance policies which are bundled in the price they pay for the kWh.

There are, of course, several explanations for the widespread disengagement. But one can hardy ignore the elephant in the room: a state-backed tariff which is supposed to grant “higher protection”. This has at least two consequences. On the supply side, a standard offer that covers a large share of the relevant market may work as a focal point – at the very least it works as a benchmark, as the CMA itself recognised. On the demand side, it may still generate a sort of “feel safer” effect, so that customers’ propensity to switch is reduced accordingly. Ironically, the Italian government has just proposed a roadmap to overcoming this problem.

The CMA might consider visiting Italy to examine the unintended consequences of “transitory” attempts to control the outcomes of the market or to change consumers’ preferences.

Da Institute of Economic Affairs, 20 luglio 2015

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

A scuola di Imu

La recente decisione della Cassazione, secondo cui anche le scuole cattoliche devono pagare l'Imu, riapre fatalmente l'intera questione del rapporto tra educazione libera e istruzione di stato, oltre che tra chiesa e istituzioni. E' comprensibile come alcuni tra i primi commenti abbiano sottolineato che il sistema scolastico italiano nel suo insieme difficilmente potrà reggere in assenza del contributo degli istituti di ispirazione religiosa. In certe aree, si pensi al Veneto, la loro presenza è significativa e se il versamento del tributo sugli immobili dovesse rendere impossibile la sopravvivenza di tali scuole, a risentirne sarebbe l'istruzione tutta.

Per giunta, le nuove entrate dello stato potrebbero essere annullate dai nuovi oneri a carico dello stato, poiché il settore privato garantisce anche al netto di quanto viene destinato agli istituti privati notevoli economie che a questo punto, in qualche modo, sono a rischio. Al di là di queste fondate preoccupazioni sembra opportuno evidenziare come vi sia più bisogno (e non meno) di concorrenza, pluralismo, varietà. E' difficile immaginare che la qualità dell'offerta educativa possa eccellere in un quadro monopolizzato dai dipendenti statali.

Uno dei maggiori economisti del secolo scorso, Milton Friedman, suggerì l'introduzione di "voucher" che garantissero a tutti la libertà di scegliere una scuola, pubblica o privata, proprio a partire dall'idea che la competizione induce a porsi al servizio dei clienti: in questo caso, degli studenti e delle famiglie. La libertà, insomma, va apprezzata in sé e produce pure buoni frutti. In tal senso va aggiunto che la chiesa per secoli ha saputo trarre beneficio da un ordine sociale che le garantiva ampia facoltà d'azione, lasciandola agire quale luogo di educazione delle giovani generazioni: basti pensare aì gesuiti e a molti altri ordini religiosi. In seguito, con il pieno trionfo dello stato moderno, lo spazio di un'istruzione indipendente si è ridotto sempre di più, poiché i poteri sovrani hanno avuto bisogno di dotarsi di formidabili strumenti di costruzione del consenso.

Dopo l'unificazione di metà Ottocento, in particolare, da noi si è proceduto con determinazione a una progressiva statizzazione del sistema di insegnamento non tanto al fine di estendere e universalizzare la conoscenza (come talvolta si legge ancora), ma perché nella classe dirigente risorgimentale era forte la consapevolezza che, se si doveva "fare gli italiani", era cruciale controllare le agenzie incaricate di formare le coscienze delle nuove generazioni. La scuola pubblica sorge al fine di operare una sostituzione: bisogna che i valori della società cattolica lascino il posto ai nuovi principi della Patria e della comunità nazionale.

E' stata proprio l'esigenza di marginalizzare la fede cristiana a soffocare ogni possibilità di un mercato educativo nella Penisola. Per questo la difesa del diritto a esistere delle scuole confessionali coincide con la difesa della libertà di tutti ed è anche necessario rilevare come gli istituti a ispirazione religiosa e la stessa funzione educativa della chiesa abbiano potuto esprimersi al meglio entro un quadro che lasciava spazio alla voglia di fare e al desiderio di mettersi al servizio degli altri.

Nell'età della compiuta affermazione dello stato nazionale, invece, questa modalità di evangelizzazione è stata subito messa in un angolo. Bisogna allora prendere atto che, anche se l'ultima enciclica papale celebra il potere pubblico (fino al punto che quasi non pare esserci più spazio per le libere realtà di mercato: comprese quelle ispirate dall'insegnamento del Vangelo), le mille iniziative condotte dai cristiani di buona volontà rappresentano "de facto" una costante messa in discussione di un progetto istituzionale e culturale che, monopolizzando l'istruzione, prospetta una società del tutto omogeneizzata, senza spirito d'iniziativa, piegata alle ragioni del conformismo dominante.

Da Il Foglio, 28 luglio 2015

Per la sinistra, se uno Stato "funziona" è neoliberista

La propaganda è un modo come un altro di raccontare una storia. In questi giorni, va per la maggiore la favola dell'Europa divisa. Da una parte Paesi che si sentono «solidali» gli uni con gli altri, fedeli allo spirito dei «padri fondatori». Dall'altra, Stati che hanno dimenticato il disegno originario dell'Unione europea e sono regrediti verso l'egoismo nazionale facendosi ipnotizzare dall'ormai egemone potenza tedesca. In gioco ci sarebbe nientemeno che la sopravvivenza del «modello sociale europeo»: Stati ad elevata tassazione, elevata spesa pubblica, elevata regolamentazione.
E' una favola appassionante, del genere in cui i buoni sono veramente buoni e i cattivi sono veramente cattivi. Appassionante, ma poco verosimile. Prendiamo il capofila della cospirazione neoliberista che più vuole minare il modello sociale europeo: la Germania. La Repubblica federale tedesca è talmente ostile al modello sociale europeo che lo incarna alla perfezione. In Germania l'aliquota più alta dell'imposta sul reddito delle persone fisiche è al 47,5%. Adam Smith non avrebbe approvato, Ronald Reagan neppure. La spesa pubblica è il 45% del Pil. Meno che in Grecia (51%), meno che in Italia (49%), meno che in Francia (56%), ma pur sempre 45 euro ogni 100 di reddito nazionale. E' vero che il reddito pro capite dei tedeschi negli ultimi anni è cresciuto di più del nostro.
Per la stessa ragione per cui una persona più ricca può permettersi di spendere una quota maggiore del proprio reddito in viaggi, vacanze o spettacoli teatrali senza tirare la cinghia, così un Paese più ricco può permettersi una spesa pubblica maggiore. E tuttavia persino per il socialista più incallito è complicato sostenere che il livello ottimo di spesa pubblica sia «il più alto possibile», indipendentemente da quel che si compra con quella spesa pubblica.
Guardiamo alla spesa «sociale»: pensioni, sanità e altre forme di «welfare». La spesa «sociale» tedesca è più di un quarto del Pil: più di quanto non sia in Grecia. In Finlandia e Danimarca, entrambi Paesi fiancheggiatori dei tedeschi, la spesa sociale supera il 30% del Pil. Pur essendo un welfare state con tutti i crismi, la Germania è arrivata al pareggio di bilancio lo scorso anno. Era la prima volta in mezzo secolo, ma si è trattato di un passaggio necessario: dal 2016, vi saranno obbligati dalla Costituzione. «Costituzionalizzare» buone regole serve a creare certezza, anche per gli operatori economici.
La regola del bilancio in pareggio non elimina gli spazi della politica. Ci sarà sempre chi vuole che lo Stato faccia di più (aumenti le spese) e chi vuole che lo Stato faccia di meno (riduca le spese). Però, in questo modo, le spese di oggi devono essere finanziate dalle tasse di oggi. Senza obbligo del pareggio, gli Stati tendono ad aumentare le spese di oggi finanziandosi a debito, cioè aumentando le tasse di domani.
La ridistribuzione è sempre togliere agli uni per dare ad altri. Che gli uni e gli altri almeno si vedano in faccia. Secondo alcuni è meglio se questo non accade per niente: lasciare i conti da pagare ai nostri figli, meglio ancora ai figli dei cittadini di altri Paesi. I debiti delle socialdemocrazie più indebitate dovrebbero essere ripianati dai contribuenti delle socialdemocrazie meno indebitate. E' un'idea talmente curiosa che alla fine si riesce a giustificarla soltanto agitando la minaccia di un crac finanziario di dimensioni globali (paga somaro tedesco, che ti conviene) o per l'appunto ricorrendo alle favole.
Il torto della terribile Germania è dimostrare (per un liberista, è un'ammissione dolorosa) che si può essere socialdemocratici anche senza scassare i bilanci pubblici. Molti socialdemocratici di casa nostra non sono convinti. A chi non scassa il bilancio pubblico rifiutano d'istinto un posto nell'Internazionale.

Da La Stampa, 20 luglio 2015

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Il mercato ha vinto la fame e batterà anche gli sprechi

Nelle scorse settimane la nuova retorica anti-sprechi ha trovato una prima celebrazione nelle parole del presidente Sergio Mattarella, che all'Expo di Milano ha parlato del cibo non utilizzato e che finisce nella spazzatura come di «un insulto alla società, al bene comune, all'economia del nostro come di ogni altro Paese».

E ora il governo stesso, su iniziativa del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, è sceso in campo con un progetto denominato «Spreco zero» che si muove sulla stessa lunghezza d'onda. Complice l'Expo, siamo insomma sommersi da prediche che si muovono con l'obiettivo di rafforzare quel civismo statalista che mette assieme mito della legalità (quale essa sia), ecologismo, multiculturalismo, egualitarismo e ora, appunto, anche questa etica del rispetto delle risorse alimentari. E in tale quadro non è sorprendente che si tenda a processare in primo luogo il comportamento delle aziende, mentre allo Stato sia demandato il compito di correggere e porre rimedio.

Nessuno nega che sia da auspicare un migliore utilizzo delle risorse, comprese quelle alimentari. I mezzi che si vogliono adottare per raggiungere tale obiettivo, però, non sono di poco conto. In questo senso colpisce che molti discorsi si muovano per moltiplicare regole, controlli, obblighi e imposizioni, ignorando come ogni riflessione contro la scarsità e sul migliore utilizzo dei beni debba prendere sul serio la tesi che questi risultati li si possa raggiungere più facilmente tutelando la proprietà privata e il libero scambio.

Invece sembra proprio fare scuola la Francia, dove i principi della libertà individuale e della proprietà sono stati sacrificati sull'altare del nuovo conformismo con la recente introduzione del «reato di spreco»: una normativa che sottende una visione collettivistica, nel momento in cui un mio comportamento in merito a beni che sono in mio possesso diventa addirittura un reato.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 giugno 2015

Pensioni fra Stato e privato

La recente sentenza della Corte costituzionale, che ha ripristinato gli aumenti per le pensioni superiori ai 1.400 euro, ha riportato la questione previdenziale al centro dell`attenzione e sta di nuovo obbligando a porre mano all`intero sistema delle pensioni: troppo costoso e basato su logiche difficilmente giustificabili sulla base di criteri di giustizia.

Nell`immediato, il governo sarà costretto a trovare risorse che permettano di soddisfare (almeno in parte) le richieste della Consulta. Questo però non basta. Più in generale è bene comprendere che il passaggio che ebbe luogo una ventina di anni fa dal sistema detto "retributivo" a quello "contributivo" non è in grado di garantirci un futuro, dal momento che non si è usciti da quello schema che vede i lavoratori attuali pagare la pensione dei lavoratori del passato, ormai anziani. Per giunta la demografia ci condanna, dato che l`età della vita si è allungata proprio mentre crollava l`indice di fertilità. Lo scenario futuro vede pochi giovani che dovranno mantenere tantissimi anziani.

La gestione pubblica delle pensioni è stata costruita operando una collettivizzazione dei risparmi destinati a sorreggere la nostra terza età. I lavoratori sono stati costretti a destinare le loro risorse all`Inps e a istituti simili, che non hanno accantonato e investito tali capitali, ma li hanno usati per soddisfare le esigenze dei pensionati presenti e anche per altre esigenze "sociali". Ora però i conti della previdenza non tornano e sono necessarie misure drastiche, che si aggiungano alle varie riforme degli ultimi anni.

Al tempo stesso, se l`economia non si mette in moto è impossibile che vi siano risorse per garantire una vita decente alla popolazione anziana, ma con questi prelievi fiscali e previdenziali è difficile che si possa avere una qualche ripresa.

Entro tale quadro molti si rendono conto dell`esigenza di passare da un sistema previdenziale "politicizzato" (pubblico, statale) a uno basato sulla responsabilità di singoli in grado di controllare direttamente i loro accantonamenti. È questo in particolare il tema dei fondi privati e della previdenza complementare.

Non è un caso, però, che oggi soltanto una minoranza dei lavoratori (meno di un terzo) stia costruendo una pensione complementare: un po` perché l`insieme del prelievo fiscale e contributivo è già molto alto, e quindi i giovani non hanno risorse da destinare a una pensione ulteriore, ma anche perché c`è poca fiducia. Il modo in cui negli scorsi anni il legislatore è intervenuto a modificare le regole fiscali in materia di previdenza privata oppure ha annullato autonomia delle varie mutue professionali ha insegnato che in questo ambito regna un arbitrio che non promette molto di buono.

Pure in tema di pensioni, insomma, c`è bisogno di più diritto e meno politica. In altri termini è necessario che vi siano regole precise, semplici, di lunga durata, sottratte alla volubilità di governi e legislatori. Questo è importante non soltanto per aiutare l`economia a rimettersi in moto, ma anche per favorire quella fiducia che è necessaria a far crescere una previdenza nuova e direttamente nelle mani dei lavoratori.

Da La Provincia, 7 maggio 2015

Gli effetti collaterali della politica farmaceutica

La proposta della Conferenza delle regioni di introdurre una forma di responsabilità patrimoniale per i medici del Servizio Sanitario Nazionale che prescrivano cure ritenute non necessarie - o comunque “inappropriate” - da parte delle regioni stesse e delle ASL è solo l’ultimo esempio di un pericoloso trend che, da diversi anni, mette a repentaglio l’autonomia dei medici e la libertà dei pazienti nel tentativo di limitare la spesa farmaceutica.

Nel paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, si chiede appunto “se le recenti politiche farmaceutiche nazionali e regionali con cui comprensibilmente si cerca di limitare i costi della sanità pubblica non rischino di compromettere l’adeguata attuazione del principio universalistico del diritto alle cure” oppure siano in realtà funzionali a determinare esclusivamente una riduzione della spesa farmaceutica.

“Indubbiamente – prosegue l’autore – il bilanciamento tra i suddetti interessi non è di facile realizzazione. Bisogna tenere in considerazione, in questo senso, che maggiori risorse risparmiate dalle regioni sul costo sanitario non corrispondono necessariamente a maggiori risorse in capo ai cittadini, ma rischiano invece di concretarsi in somme di denaro pubblico riutilizzato dalle regioni per scopi la cui opportunità andrebbe perlomeno valutata previamente, in un’ottica di costi-benefici, rispetto alla spesa farmaceutica.

In linea generale, però, l’orientamento che il legislatore (nazionale e regionale) dovrebbe adottare nei confronti della politica farmaceutica dovrebbe essere il più possibile distaccato rispetto alle scelte di merito dei cittadini. A parità di costo per le casse pubbliche, l’utilizzo di farmaci branded o generici, così come la scelta di medici del SSN o convenzionati, dovrebbe pertanto corrispondere alle diverse e specifiche casistiche e sensibilità dei singoli pazienti. E ciò a maggior ragione in quanto, come si è avuto modo di constatare, le politiche di favore verso ad esempio i farmaci generici rischiano in molti casi di deresponsabilizzare gli operatori sanitari, con rischi legati alla sicurezza delle terapie e alla salute dei cittadini.”

Il paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Meno stato, meno assistenzialismo. L`immigrazione oggi è ostaggio di opposti estremismi

Quando si discute di immigrazione l`Italia appare prigioniera di opposti populismi: divisa tra chi vorrebbe uno stato che assista chiunque arrivi sulle nostre coste e chi, all`opposto, sarebbe felice di allontanare tutti, consapevole che si tratti d`una proposta elettoralmente assai pagante. In pochi si rendono conto che è necessario valorizzare un`immigrazione utile a chi viene in Italia e anche a noi stessi.

La questione va dunque al più presto "depoliticizzata". In altre parole, è necessario che si delineino poche e ragionevoli regole che descrivano in che modo è possibile venire qui a vivere e lavorare, evitando una volta per sempre di caricare i costi dell`immigrazione su chi paga le imposte. Abbiamo bisogno di norme semplici (meglio se definite localmente) che vanno fatte rispettare, ben sapendo che la nostra società ha bisogno in molti casi del contributo dei lavoratori stranieri e al tempo stesso si deve prestare la massima attenzione a non caricare i costi di tutto questo sulle spalle dei contribuenti. In ambito liberale le discussioni teoriche degli ultimi decenni hanno spesso visto contrapporsi visioni che aiutano a cogliere come il dibattito attuale radicalizzi esigenze pure sensate. Taluni (un nome per tutti, Milton Friedman) hanno difeso l`idea di frontiere aperte, nella persuasione che non si possa sbarrare la strada a chi è in cerca di una vita migliore. Tanto più che l`economia trae beneficio dal contributo di nuovi arrivati. Altri hanno però sostenuto - è questo il caso di Hans-Hermann Hoppe - che tutto ciò sarebbe vero in assenza della redistribuzione statale. Nella situazione odierna muoversi dall`Africa all`Europa significa accedere ai benefici del welfare: e quindi un`immigrazione senza limiti proveniente dalle aree più povere del pianeta può generare un parassitismo destinato a suscitare notevoli resistenze. Entrambe queste tesi vanno prese in seria considerazione, poiché un`Italia chiusa su se stessa sarebbe destinata a declinare velocemente, ma al con- tempo ogni apertura dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dell`intervento pubblico. Le spese assistenziali collegate all`arrivo dei migranti sono benzina sul fuoco delle tensioni etniche. Da questo discende che gli oneri dell`immigrazione devono essere sostenuti il più possibile dagli stessi immigrati, dalle imprese che ne hanno bisogno e dalle associazioni di volontariato frutto dell`altruismo di tanti connazionali. 

Già ora è così in vari casi. E` interessante sottolineare che per venire in Italia i migranti sono disposti a pagare cifre piuttosto alte. Oltre a ciò, spesso costi significativi gravano sulle imprese interessate a dare lavoro a quanti vengono da lontano: basti considerare il rapporto esistente tra le aziende agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche alle famiglie che ospitano le donne filippine o ucraine che si prendono cura dei nostri anziani. 

Togliere spazio ai centri di accoglienza pubblici e rafforzare il ruolo dei soggetti profit e no-profit permetterebbe di avere una migliore immigrazione e abbassare le tensioni che oppongono quanti militano a favore del solidarismo e quanti, al contrario, vorrebbero un`Italia integralmente chiusa su se stessa. 

Un recente studio della London City University - realizzato da Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol - ha avanzato la proposta di "vendere" i permessi d`ingresso. L`idea di fondo è che "il traffico di esseri umani costituisce un rischio enorme per i migranti, permette alle organizzazioni criminali di guadagnare denaro e ostacola i governi nelle attività di regolamentazione dei flussi di persone che attraversano le loro frontiere. Se lo scopo è controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, un`idea migliore è quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti". Se esistono immigrati africani o asiatici disposti a versare somme significative per venire in Europa, ha senso fare in modo che questo flusso sia legale e che quel denaro sia utilizzato per individuare un canale regolare, oltre che per acquistare un normale biglietto aereo, trovarsi una casa sul mercato e poter cercare un lavoro. 

Non c`è dubbio che attualmente l`immigrazione sollevi anche a problemi di ordine pubblico, ma proprio per questo è bene portare alla luce il fenomeno, sottraendolo ai criminali che gestiscono un business in crescita e reperiscono in tal modo risorse poi impiegate pure in altri settori. L`ipotesi della vendita dei visti d`ingressi si basa su logiche privatistiche. Nasce dalla presa d`atto che gli italiani hanno investito risorse nel costruire quelle strutture (scuole, ospedali, strade ecc.) da cui gli immigrati trarranno beneficio. La vendita dei visti interpreta la logica del club: non totalmente chiuso, ma nemmeno aperto a tutti. Si può entrare, ma conoscendo le regole, rispettandole e pagando una quota d`accesso. D`altra parte, la maggior parte degli immigrati non arriva in Italia a bordo di barche alla deriva, ma giunge dalle nostre stazioni e dai nostri aeroporti. Senza che molti se ne accorgano, ogni giorno tantissimi stranieri vengono in Italia con visti turistici e poi diventano clandestini. Questo dovrebbe farci comprendere che l`immigrazione illegale non può essere sconfitta con la semplice militarizzazione delle coste. 

Eliminare ogni politica assistenziale a favore degli immigrati è cruciale, ma non basta. Bisogna infatti avere presente che ogni abitazione pubblica assegnata a uno straniero, per esempio, è un assist ai fautori delle logiche più ostili all`arrivo degli stranieri. Si deve allora restringere l`ambito dell`intervento pubblico nel suo insieme, poiché a dispetto delle logiche universalistiche tanto proclamate il welfare State rafforza la distanza tra cittadini e non cittadini, tra insider e outsider. Una società non può essere aperta all`arrivo di immigrati se condivide quasi ogni cosa: dalle case alle imprese, dalle pensioni alla sanità. Solo una società più liberale, a limitato intervento statale, può essere davvero disposta ad aprirsi.

Da Il Foglio, 22 aprile 2015

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

I costi sociali dei disturbi alimentari

Il successo dei "talent" di cucina, dove si premia una dimensione con la quale il telespettatore non potrà mai entrare in contatto diretto, quella della bontà al palato, rivela quanto grande sia la domanda di informazione e curiosità alimentari. Forse ci siamo semplicemente accorti che il cibo è cultura, al pari di un romanzo o di uno spettacolo teatrale.

Anche la dimensione del "sano", oltre a quella del "buono", è oggetto di crescente interesse. Si tratta di un'ottima notizia: i disturbi alimentari, di diverso tipo, hanno un impatto sull'economia complessiva dei sistemi sanitari. L'educazione e la buona informazione possono avere un loro ruolo. Due considerazioni, però, s'impongono. In prima battuta, l'educazione non è "coercizione".
Avrebbe senso penalizzare fiscalmente alcuni cibi, o alcune bevande, in ragione del contenuto di zuccheri o grassi?

Ci ha provato la Danimarca, tassando con un'aliquota di circa due curo al chilo gli alimenti contenenti almeno il 2,3% di grassi saturi. Il bel risultato è stato quello di alimentare (è il caso di dirlo!) un fiorente commercio transfrontaliero, con le ovvie ripercussioni su commercio al dettaglio ed erario. L'esperienza si è rivelata a tal punto deludente, che dopo un anno appena il governo ha dovuto fare macchina indietro. In altri Paesi si è ragionato di imposte sulle bibite gassate (per esempio in Francia). È sempre difficile, in questi casi, comprendere fino a che punto arriva l'aspirazione di migliorare la dieta del popolo, e dove comincia invece la disperata fame di tributi di Stati in crisi fiscale permanente.

Ma anche immaginando che dietro questi provvedimenti non stiano che le migliori intenzioni, è impossibile non porsi un problema di libertà. La dieta di ciascuno di noi è quanto di più privato. Siamo pronti a riconoscere all'attore pubblico il diritto di decidere ciò che possiamo e ciò che non possiamo mangiare? I più cinici risponderanno che, dopotutto, lo Stato già lo fa. Eppure è difficile mettere sullo stesso piano norme che dovrebbero impedire la circolazione dí alimenti fallati e nocivi, con una regolamentazione improntata a criteri dietologici.

È difficile anche sostenere che gli aggravi per il servizio sanitario nazionale la giustifichino (anche il diverso corredo genetico comporta costi diversi da persona a persona: pensiamo a una discriminazione fiscale su base genetica?). Si tratta di un'aritmetica sociale molto complicata, nella quale di un eccesso di determinismo può fare le spese proprio la legittima aspirazione delle persone di mangiare ciò che aggrada loro. Del resto, sappiamo bene che, nelle società occidentali, i disturbi alimentari sono più il sintomo, che la fonte, del disagio.

L'Expo dovrebbe allora essere un'occasione per dare più informazione, andando incontro a una domanda diffusa e legittima. Non per immaginare altre soluzioni "collettive" a problemi eminentemente individuali.
In seconda battuta, è importante non confondere il "sano" col "locale", col "tradizionale".
Ricordiamoci che nell'Italia del 1922 era sottonutrito un italiano su cinque. Non si stava meglio quando si stava peggio, quando la carne era per pochissimi e il pesce era rigorosamente "a chilometro zero", nel senso che lontano dal mare non ci arrivava proprio. È stato il progresso economico a migliorare tavola e salute.

Da Mondo Salute, 9 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Un sud drogato da politica e spesa pubblica produce questa classe dirigente

Cosa c'è dietro il caso di Ischia? Cosa c'è dietro una classe dirigente meridionale spesso alle prese con inchieste di carattere penale? Cosa non va in questo mondo ingessato, che non offre ai giovani quelle opportunità che invece essi sanno spesso cogliere con facilità quando si spostano in Germania, in America o anche soltanto al Nord?

Sul Corriere del Mezzogiorno Nicola Rossi riespone una tesi difficile da confutare, e cioè che le difficoltà del Sud sono in primo luogo da ricondurre a una spesa pubblica abnorme e alla politicizzazione che ne discende. Cose simili, con Piercamillo Falasca, avevo sostenuto otto anni fa in un volume (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, edito da Rubbettino) in cui tra le altre cose si affermava che il Mezzogiorno può cambiare se è costretto a fare da sé e quindi ad allargare gli spazi del privato. Perché oggi la spesa pubblica meridionale è abnorme in quanto è in larga misura finanziata da altri.

Secondo le ricerche di Gian Angelo Bellati dell'Unioncamere veneta vi sono realtà come la Lombardia, l'Emilia e il Veneto che danno molto più di quanto non ricevano in servizi pubblici locali e nazionali. Nel quinquennio 2008-2013 la Lombardia ha perso circa 6.200 euro pro capite ogni anno, mentre emiliani e veneti circa 4.200 e 3.800 a testa. Questo significa che, in media, in un solo lustro una famiglia lombarda di cinque persone avrebbe visto scomparire 155 mila euro. In compenso ogni siciliano ha potuto contare su una spesa aggiuntiva dì circa 2.900 euro all'anno, ogni molisano di circa 2.500 e ogni siciliano di circa 2.000. Questa redistribuzione toglie ricchezza al Nord (regioni autonome a parte), ma soprattutto devasta il Sud, che dipende dalle decisioni di amministratori e burocrati. La spesa diventa a tal punto importante che ogni apparato pubblico si orienta sempre più a servire gli addetti e sempre meno il pubblico. Basti pensare al paradosso di costi per ospedali e servizi medici alle stelle, accompagnati da un massiccio "turismo sanitario" che obbliga tante famiglie del Sud a farsi curare altrove.

La crescita della spesa produce una progressiva centralità degli interessi di dipendenti e fornitori, e una marginalizzazione di utenti e pazienti. Non si spiegherebbero i dati abnormi sui lavoratori pubblici (la Sicilia ha cinque volte gli addetti della Lombardia) e anche quelle disparità degli oneri sopportati dalle amministrazioni. Il fatto che in Sicilia una siringa costi 10 centesimi in più che in Veneto non fa sì che la sanità siciliana sia migliore: è anzi vero il contrario. Il risultato è che dieci anni fa (ma è difficile che siano molto mutati) un euro di spesa pubblica in Calabria costava alla popolazione locale 0,27 euro e in Lombardia 2,45 euro.

Da tempo si propongono costi standard, ma è una soluzione dirigista, essenzialmente tecnocratica. E' invece necessario avviare un processo di responsabilizzazione che obblighi ognuno a fare da sé. Le diverse comunità, specie al Sud, devono vivere dei soldi che i loro cittadini versano, mentre gli amministratori devono rispondere ai propri contribuenti dell'uso che fanno delle risorse tolte. Un Sud drogato dai trasferimenti e da una ricchezza prodotta altrove è un Sud che continuerà a selezionare una pessima classe dirigente, ma una vera autonomia (anche fiscale) di ogni città e regione comporta pure concorrenza tra sistemi e governi locali costretti a operare al meglio.

Capitali e imprese devono poter scegliere: devono sapere che stare in Basilicata può costare meno e magari anche offrire servizi migliori di quelli della Calabria, che Salerno non ha le medesime imposte di Napoli. Solo questa concorrenza tra amministrazioni che vivono del loro, e spendono solo quanto ottengono con tasse locali, può permettere di entrare in un circolo virtuoso. Le cifre che descrivono il presente sono spietate e banali. La verità è che sono il frutto di un assistenzialismo che non si ha il coraggio di abbandonare. Quando questo avverrà sarà sempre troppo tardi.

Da Il Foglio, 9 aprile 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

L’ideologia benecomunista è socialismo municipale

È così sprezzante e superficiale ribattezzare con evidente spirito polemico «benecomunismo» la teoria, i riti, l’ideologia dei «beni comuni» da difendere contro i biechi sopraffattori del mercato e del capitale? Non sembrerebbe, dopo aver letto il manifesto degli anti-benecomunisti ispirato e pubblicato da quel covo di impenitenti liberisti e difensori del libero mercato e degli spiriti animali del capitalismo rivoluzionario dell’Istituto Bruno Leoni. Si intitola, a cura di Eugenio Somaini, I beni comuni oltre i luoghi comuni ed è una requisitoria a più voci contro il «tentativo di dare una veste seducentemente nuova a idee vecchie e a modelli assai poco originali di intervento pubblico».

«Modelli assai poco originali di intervento pubblico» è un modo elegante per dire che l’ideologia dei beni comuni è la solita minestra statalista e dirigista che ha nutrito per oltre un secolo, in misura diversa e con esiti storici altrettanto diversi, sia la sinistra socialdemocratica che quella comunista.

L’ideologia dei beni comuni, semmai, è debitrice più di Proudhon che di Marx. Anzi, «la proprietà è un furto» sarebbe il suo slogan, se non lo avesse inventato già Proudhon quasi due secoli fa oramai.

La cultura che ne è alla base diffida di tutto ciò che non è «comune», che è «proprietà», che è «privato», che non ha una titolarità pubblica. Rispetto alle esperienze socialdemocratiche e comuniste, il benecomunismo è più anarchico e generosamente roussoiano, lo spiega bene il libro dell’Istituto Bruno Leoni, impostato com’è su un’idea ingenua di democrazia diretta e assembleare. È nelle assemblee che si prendono le decisioni a nome dell’intera comunità, essendo le elezioni della democrazia delegata qualcosa di screditato.

Quando il benecomunismo occupa e si impossessa di un teatro, nel nome della cultura bene comune, è la minoranza militante che parla a nome di tutto il popolo. Ma la storia ha dimostrato quanto sia manipolabile l’idea della volontà generale incarnata in un’assemblea che pretende di parlare a nome di tutti. Non democrazia diretta, ma democrazia militante: chi non c’è, chi è affaccendato nel suo particulare, chi è separato dalla comunità degli attivisti permanenti, chi semplicemente non ha tempo di stare in assemblea permanente perché lavora o studia non conta nulla, peggio per lui. I totalitarismi moderni, in fondo, sono sempre nati così, da un’illusione che è anche una mistificazione.
Veste «seducente», dicono gli intellettuali che partecipano a questo manifesto di chi si oppone all’ideologia dei «beni comuni».

Talmente «seducente» che nel referendum del 2011 passò l’idea che l’acqua, bene comune per eccellenza, stava passando nelle mani dei biechi privati che avrebbero assetato la popolazione.

Manipolazione pura della realtà. L’acqua non veniva privatizzata.

Si voleva semplicemente evitare l’immenso spreco di risorse pubbliche per un servizio scandalosamente inefficiente e fonte di clientelismi diffusi secondo gli imperativi di quel «socialismo municipale» che è il portato di uno statalismo pervasivo e soffocante.

Ma quel seducente slogan, «l’acqua è di tutti», non fu contrastato.
E l’ideologia dei «beni comuni» segnò clamorosamente un punto a suo favore.
Stravinse lo statalismo. Gli acquedotti versano in una condizione vergognosa e le amministrazioni comunali continuano a usufruire di bollette che i cittadini sono costretti a pagare.

L’ideologia dei beni comuni si trasforma in un male comune, il male dello Stato onnipotente ed esoso.

Il manifesto dell’Istituto Bruno Leoni è un primo atto di ribellione intellettuale. La politica seguirà?

Da Corriere della sera, 23 luglio 2015

Per la sinistra, se uno Stato "funziona" è neoliberista

La propaganda è un modo come un altro di raccontare una storia. In questi giorni, va per la maggiore la favola dell'Europa divisa. Da una parte Paesi che si sentono «solidali» gli uni con gli altri, fedeli allo spirito dei «padri fondatori». Dall'altra, Stati che hanno dimenticato il disegno originario dell'Unione europea e sono regrediti verso l'egoismo nazionale facendosi ipnotizzare dall'ormai egemone potenza tedesca. In gioco ci sarebbe nientemeno che la sopravvivenza del «modello sociale europeo»: Stati ad elevata tassazione, elevata spesa pubblica, elevata regolamentazione.
E' una favola appassionante, del genere in cui i buoni sono veramente buoni e i cattivi sono veramente cattivi. Appassionante, ma poco verosimile. Prendiamo il capofila della cospirazione neoliberista che più vuole minare il modello sociale europeo: la Germania. La Repubblica federale tedesca è talmente ostile al modello sociale europeo che lo incarna alla perfezione. In Germania l'aliquota più alta dell'imposta sul reddito delle persone fisiche è al 47,5%. Adam Smith non avrebbe approvato, Ronald Reagan neppure. La spesa pubblica è il 45% del Pil. Meno che in Grecia (51%), meno che in Italia (49%), meno che in Francia (56%), ma pur sempre 45 euro ogni 100 di reddito nazionale. E' vero che il reddito pro capite dei tedeschi negli ultimi anni è cresciuto di più del nostro.
Per la stessa ragione per cui una persona più ricca può permettersi di spendere una quota maggiore del proprio reddito in viaggi, vacanze o spettacoli teatrali senza tirare la cinghia, così un Paese più ricco può permettersi una spesa pubblica maggiore. E tuttavia persino per il socialista più incallito è complicato sostenere che il livello ottimo di spesa pubblica sia «il più alto possibile», indipendentemente da quel che si compra con quella spesa pubblica.
Guardiamo alla spesa «sociale»: pensioni, sanità e altre forme di «welfare». La spesa «sociale» tedesca è più di un quarto del Pil: più di quanto non sia in Grecia. In Finlandia e Danimarca, entrambi Paesi fiancheggiatori dei tedeschi, la spesa sociale supera il 30% del Pil. Pur essendo un welfare state con tutti i crismi, la Germania è arrivata al pareggio di bilancio lo scorso anno. Era la prima volta in mezzo secolo, ma si è trattato di un passaggio necessario: dal 2016, vi saranno obbligati dalla Costituzione. «Costituzionalizzare» buone regole serve a creare certezza, anche per gli operatori economici.
La regola del bilancio in pareggio non elimina gli spazi della politica. Ci sarà sempre chi vuole che lo Stato faccia di più (aumenti le spese) e chi vuole che lo Stato faccia di meno (riduca le spese). Però, in questo modo, le spese di oggi devono essere finanziate dalle tasse di oggi. Senza obbligo del pareggio, gli Stati tendono ad aumentare le spese di oggi finanziandosi a debito, cioè aumentando le tasse di domani.
La ridistribuzione è sempre togliere agli uni per dare ad altri. Che gli uni e gli altri almeno si vedano in faccia. Secondo alcuni è meglio se questo non accade per niente: lasciare i conti da pagare ai nostri figli, meglio ancora ai figli dei cittadini di altri Paesi. I debiti delle socialdemocrazie più indebitate dovrebbero essere ripianati dai contribuenti delle socialdemocrazie meno indebitate. E' un'idea talmente curiosa che alla fine si riesce a giustificarla soltanto agitando la minaccia di un crac finanziario di dimensioni globali (paga somaro tedesco, che ti conviene) o per l'appunto ricorrendo alle favole.
Il torto della terribile Germania è dimostrare (per un liberista, è un'ammissione dolorosa) che si può essere socialdemocratici anche senza scassare i bilanci pubblici. Molti socialdemocratici di casa nostra non sono convinti. A chi non scassa il bilancio pubblico rifiutano d'istinto un posto nell'Internazionale.

Da La Stampa, 20 luglio 2015

Troppi «ricchi di Stato». E la classe media soffoca

Dall'inizio dell'Ottocento a oggi, nei Paesi occidentali il reddito pro capite è aumentato da circa tre a circa 100 dollari al giorno. Due secoli fa 1'85% di noi doveva per forza lavorare la terra, per procurarsi di che vivere. Oggi l'agricoltura pesa raramente per più del 5% degli occupati (il 2% negli Stati Uniti e in Svizzera, il 4% in Italia). Eppure non abbiamo mai mangiato tanto e tanto bene. Secondo Deirdre McCloskey, oggi l'americano medio consuma 66 volte più «cose» di quante ne consumasse a inizio Ottocento. Senza considerare i miglioramenti sotto il profilo della qualità: dalle giacche a vento che non lasciano passare una goccia d'acqua alla sicurezza antisismica. Con il Pil è cresciuta anche la popolazione. Nel secolo scorso, la mortalità infantile si è ridotta del 90%: le morti di parto del 99%.
Altrove, questo processo è più recente. È stato chiamato «globalizzazione» e fra le contraddizioni e gli abusi che inevitabilmente segnano tutte le vicende umane ha allargato la torta. Nel 1981 più della metà degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 era il 21%. Negli ultimi vent'anni il numero totale di quanti soffrono la fame è sceso dal 18,6% al 12,5% della popolazione mondiale. Il dibattito sulle disuguaglianze potrebbe chiudersi così: allargando lo sguardo.
È una discussione in buona parte paradossale. Il capitalismo, come tutte le cose, lo si apprezza quando non lo si ha. Siamo ormai assuefatti al continuo miglioramento delle condizioni di vita. Gli effetti speciali non ci stupiscono più. È normale che anno dopo anno la speranza di vita aumenti. È normale avere sempre «cose» migliori (più efficienti, meno costose, di minor impatto sull'ambiente) di prima.
Peccato che non ci sia niente di normale. Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l'intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri. A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»: uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone.
È cresciuta pure la domanda di «parole», grazie agli alti tassi di alfabetizzazione. Ma se la nostra è una società in cui tutti sanno leggere, non tutti leggono «le cose giuste». Il capitalismo ha messo anche le persone meno abbienti in condizione di avere una «dieta» culturale fatta di libri tascabili e film in streaming su internet. Poco, però, poteva fare per elevarne il gusto. Naturale che gli intellettuali lo disprezzino. Dal momento che sarebbe patentemente assurdo processare il cameriere per le ordinazioni dei clienti, si cercano capi d'imputazione differenti.
Le diseguaglianze servono allo scopo. Eccitano gli animi, costruiscono l'impressione che la crisi che stiamo attraversando non abbia cause specifiche (governi che hanno scialato i risparmi di due generazioni, per dire), ma sia l'inevitabile esito delle forze della storia. Chiamano in causa i nostri pregiudizi più profondi. Com'è possibile che la torta sia divisa tanto male? Perché non tagliare meglio le fette? La risposta «liberale» è che la torta non esiste in natura e il modo in cui le fette vengono fatte influisce sulla solerzia del pasticcere.
Questo non significa affatto, come ha ben spiegato Danilo Taino su «la Lettura» del 5 luglio, che i liberali considerino accettabile qualsiasi disuguaglianza. Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali. Bisogna constatare che alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia, in Europa, grosso modo la metà del Pil. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza. Nell'«1 per cento» dei più ricchi, c'è chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale». Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie.
È giusto chiedersi, come fa Taino, perché oggi parliamo tanto di disuguaglianze. È una moda culturale, un riflesso della crisi? Credo sia anche perché oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un'impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori non solo grazie all'istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti. Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine».
L'età capitalistica ha visto la più grande creazione di ricchezza della storia umana. Il tanto esecrato libero mercato continua a produrre «cose» che ci migliorano la vita. Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto. L'obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano. Sono cinquant'anni che la «passion predominante» dei governi occidentali è ridistribuire il reddito. Chi sostiene che oggi esista un problema di distribuzione della ricchezza dovrebbe ricordarsene.

Da Corriere della Sera (la Lettura), 12 luglio 2015

Crisi e riforma della PA: un Focus IBL

Meno di un mese è passato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi del settore pubblico, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, ma non per il passato1. 

Con essa, si è riaperto, per l’ennesima volta, il dibattito sulla spesa pubblica italiana e sul suo processo di revisione nonché sulle tante mancate riforme con particolare riferimento alle riforme della pubblica amministrazione. 

Nel focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi”, (PDF) Giovanni Caccavello analizza i tentativi di ristrutturazione e efficientemento della spesa nel settore della pubblica amministrazione in tre paesi molto diversi tra loro dell’Europa - Regno Unito, Spagna e Estonia - accomunati tuttavia da un serio ripensamento delle risorse della pubblica amministrazione diversamente da quanto accaduto finora in Italia.

Il Focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi” è liberamente disponibile qui (PDF).

Hayek e il concetto di giustizia sociale: un’interpretazione cattolica

Negli ultimi tempi, anche a seguito della pubblicazione della recente enciclica sociale di papa Francesco (“Laudato si’”), il dibattito sul rapporto tra cristianesimo e libero mercato si è riacceso. In un Occasional Paper pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni (Il vero significato della “giustizia sociale”. Un’interpretazione cattolica di Hayek – PDF), Martin Rhonheimer – professore di Etica e Filosofia politica presso la Pontificia Università della Santa Croce – prende in esame la critica al concetto di “giustizia sociale” sviluppata da Hayek in Law, Legislation, and Liberty, evidenziando il notevole interesse di quell’analisi per gli studiosi di cultura cattolica.

Pur condividendo fondamentalmente le tesi hayekiane, Rhonheimer sostiene che non dovremmo totalmente rigettare la nozione di giustizia sociale, nonostante sia spesso presa in considerazione in modo approssimativo ed emotivo. Attingendo alla tradizione del liberalismo classico e alla dottrina sociale della Chiesa, egli suggerisce di ripensare questa nozione, riferendola essenzialmente alla cornice legale e istituzionale di una società piuttosto che alla distribuzione dei risultati derivanti dai processi di mercato.

In questo senso, per Rhonheimer l’atteggiamento prevalente tra gli intellettuali cattolici del nostro tempo si rivela assai errato e pericoloso nel momento in cui “non apprezza in maniera adeguata quello che è precisamente l’ordine spontaneo di mercato, il quale favorisce il bene comune e la giustizia sociale molto meglio di ogni tentativo attuato dallo Stato e dalla sua burocrazia di progettare la società”.

L’Occasional Paper “Il vero significato della ‘giustizia sociale’. Un’interpretazione cattolica di Hayek” di Martin Rhonheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Trasparenza nella PA: serve un vero Freedom Of Information Act italiano

Vorreste sapere a che punto sono gli investimenti promessi per contrastare la violenza domestica o i piani per gli asili nido del vostro comune? Impossibile, in Italia, a meno che dimostriate di avere un interesse “diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale e` chiesto l’accesso”, richiesto dalla Legge 241/90 vigente in materia. In oltre cento Paesi del mondo, al contrario, ciò è reso possibile dal cosiddetto Freedom Of Information Act (FOIA). Nei prossimi mesi, tuttavia, lo scenario potrebbe mutare, grazie a un emendamento al d.d.l. di delega al Governo per la riforma della pubblica amministrazione votato all’unanimità dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, che dovrebbe costituire il presupposto per l’adozione di un “FOIA italiano”.

Nel nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “Un FOIA per l’Italia” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL, spiega che il FOIA “e` uno degli strumenti più importanti di cui i cittadini di moltissimi Paesi del mondo dispongono per esigere trasparenza dal proprio governo, in quanto obbliga quest’ultimo a rendere pubblico, su richiesta anche non motivata, qualsiasi documento, atto e informazione a sua disposizione, salvo specifiche eccezioni, oltre a garantire il diritto di cronaca e la liberta` di stampa dei giornalisti”. “Negli Stati Uniti, e in tutti gli altri paesi in cui sia presente un documento legislativo equiparabile al FOIA”, prosegue l’autore, “chiunque può richiedere di visionare ed estrarre copia di qualsiasi atto pubblico senza dover fornire alcuna spiegazione. Se l’amministrazione ritiene di dover negare l’accesso, e` quest’ultima a doverne motivare il rigetto. L’onere di provare l’impossibilita` di dare seguito alla richiesta di accesso, pertanto, spetta all’ente pubblico”.

Le recenti misure legislative in materia di trasparenza amministrativa, in conclusione, intervengono solo marginalmente sul nocciolo della questione, che è l’inversione dell’onere di provare la riservatezza dei documenti richiesti. L’adozione di un FOIA in Italia, secondo il modello presentato da un gruppo di associazioni e organizzazioni denominato FOIA4Italy, sarebbe pertanto un passo fondamentale nella direzione di una più piena e responsabile trasparenza della pubblica amministrazione, purché non si concreti in un ulteriore aggravio dell’apparato burocratico.
Il Focus “Un FOIA per l’Italia”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

In Italia rivoluzione rinviata: c’è lo sciopero

Spirito corrosivo e profetico, il geniale Ennio Flaiano (1910-1972) un giorno superò se stesso. «La rivoluzione è sospesa, c’è lo sciopero», osservò il grande scrittore, regalando ai contemporanei e ai posteri una delle sue più strepitose battute, tra le quali ci piace ricordare, per la sua carica predittiva, la celebre perla «Tra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione». Flaiano aveva capito tutto della sua gente.

Lo sciopero è così importante in Italia da poter bloccare per sempre anche un conato rivoluzionario. Lo sciopero è così frequente nella vita di ogni giorno che gli italiani non ci fanno più caso, essendosi ormai mitridatizzati all’evento. Ci fanno caso, invece, gli stranieri che ancora amano la Firenze di Leonardo e Michelangelo, la Roma di Bernini e Borromini e la Pompei consegnataci dal Vesuvio. Infatti, solo quando uno sciopero danneggia o sconcerta i visitatori stranieri, la politica e l’informazione italica riprendono di petto la questione che, ovviamente, non giova all’immagine dello Stivale nel mondo, alle casse degli italiani e forse alla stessa causa dei manifestanti. Trascorsa l’estate, consumate le vacanze, la pratica «scioperi» viene immancabilmente archiviata in attesa di essere riaperta l’anno successivo a ferie iniziate.

Anche i sindacati ammettono che così non va, non può continuare. Indire un’assemblea a Pompei, negando ai turisti l’opportunità di visitare il sito archeologico più importante del pianeta, è un’azione da kamikaze. Significa riempire di spot ostili i tg di mezzo mondo. Significa spostare, per reazione, folle di turisti dal Belpaese verso altre nazioni meno ingestibili. Significa sferrare un colpo micidiale all’unica industria (le vacanze) che rappresenta un bene inimitabile pure per cinesi e giapponesi. Fino a quando, per parafrasare la celebre sortita di Nanni Moretti, continueremo a farci del male?

E pensare che la Costituzione italiana è fondata sul lavoro, non sull’astensione dal lavoro. Oddio. Nessuna intenzione di mettere in discussione il diritto di sciopero, ci mancherebbe. Ma gli stessi Costituenti si resero conto che il diritto di sciopero non poteva essere esercitato ad libitum, senza cioè i paletti della legge. Infatti...

Continua a leggere su La Gazzetta del Mezzogiorno, 28 luglio 2015

Aiutati che il mercato elettrico t’aiuta

Chi protegge il consumatore elettrico? Il disegno di legge sulla concorrenza, in discussione alla Camera, delinea la strada per il superamento dell’attuale regime “transitorio” di maggior tutela. La maggior tutela copre le famiglie e le piccole e medie imprese (connesse in bassa tensione, con meno di 50 dipendenti e un fatturato inferiore a 10 milioni l’anno) che non hanno un contratto sul mercato libero. Sono rifornite a condizioni fissate trimestralmente dall’Autorità per l’energia (Aeegsi) sulla base dei costi di approvvigionamento di “acquirente unico” (un aggregatore di domanda a capitale interamente pubblico). Secondo il monitoraggio Aeegsi tra il 2012 e il 2013, il numero di famiglie sul mercato libero è cresciuto dal 21 al 25 per cento (al netto di quanti hanno seguito il percorso inverso), mentre le Pmi sono passate dal 37 al 40 per cento. Se si guarda invece ai consumi energetici, tale quota è cresciuta, rispettivamente, dal 24 al 29 per cento e dal 66 al 68 per cento: segno che si sono mossi principalmente i consumatori con una domanda più elevata e, quindi, più motivati a cercare offerte maggiormente convenienti.

La migrazione dei consumatori dalla maggior tutela al mercato libero sembra incoerente con una diffusa “leggenda metropolitana”, secondo la quale i prezzi sul mercato libero sarebbero nettamente superiori a quelli di tutela. La credenza deriva forse da una lettura frettolosa del rapporto Aeegsi. Tuttavia è chiaro, da una lettura più attenta, che il gap di prezzo è riconducibile interamente alla scelta (sottolineo: scelta) di molti consumatori di sottoscrivere offerte a prezzo bloccato. Il confronto coi prezzi di tutela, in questo caso, è metodologicamente scorretto, in quanto si tratta di due prodotti diversi. Chi preferisce il prezzo bloccato “compra” certezza, più che risparmio. D’altra parte, non è sorprendente che in un periodo di calo dei prezzi all’ingrosso il prezzo variabile sia, in termini monetari, conveniente; non è detto che, in un contesto differente, questo sia ancora vero. In tutti i casi, le potenzialità di risparmio restano significative. Un consumatore domestico tipo (3 kW di potenza e consumo pari a 2.700 kWh/anno, secondo la definizione Aeegsi) può spendere fino a 53,5 euro all’anno in meno (10,7 per cento) se sceglie un’offerta a prezzo variabile, fino a 34,5 euro l’anno (6,9 per cento) se preferisce il prezzo bloccato. Delle sette offerte a prezzo variabile disponibili, sei battono la tutela in termini monetari; delle diciannove a prezzo bloccato, otto lo fanno (fonte: estrazione dal Trova offerte Aeegsi effettuata il 19 giugno 2015).

Proprio quest’ultima considerazione introduce un tema centrale nell’ambito della liberalizzazione dei mercati retail dell’energia elettrica. Oltre al risparmio, sono infatti due le ragioni di fondo. In primo luogo, la presenza di un’offerta di riferimento “pubblica” favorisce nei consumatori una presunzione di protezione, che può “ridurre la propensione a switchare verso offerte migliori”, come scrive l’Acer (l’Agenzia che coordina i regolatori europei, inclusa Aeegsi). In altre parole, la tutela non tutela, ma ingessa, il consumatore. Per proteggerlo dagli abusi esistono altri e più appropriati strumenti, a partire dalla regolamentazione di settore e dal normale esercizio dei poteri dell’Antitrust (che infatti sollecita l’eliminazione della maggior tutela). In secondo luogo, l’ingessamento della domanda non è privo di effetti dal lato dell’offerta. Rallenta infatti l’innovazione commerciale, impedendo quel processo di sofisticazione del servizio che, invece, ha segnato la telefonia negli ultimi vent’anni. Non vale l’argomento che le telecomunicazioni hanno potuto godere di un progresso tecnologico che non c’è nell’elettrico. L’evidenza dimostra che le nuove tecnologie si impongono proprio attraverso le pressioni concorrenziali: per esempio, sebbene ciò fosse tecnicamente possibile da molto tempo, i taxi hanno iniziato a modernizzarsi solo dopo l’arrivo di piattaforme alternative. Nel caso in questione, innovazione significa far evolvere gli operatori da puri venditori di una commodity in fornitori di un servizio complesso. Questo processo di differenziazione dell’offerta è in parte già in atto: ne sono esempi le citate offerte a prezzo bloccato, quelle dual fuel, quelle green, e molte altre. Ma la vera rivoluzione...

Continua a leggere su lavoce.info, 28 luglio 2015

A scuola di Imu

La recente decisione della Cassazione, secondo cui anche le scuole cattoliche devono pagare l'Imu, riapre fatalmente l'intera questione del rapporto tra educazione libera e istruzione di stato, oltre che tra chiesa e istituzioni. E' comprensibile come alcuni tra i primi commenti abbiano sottolineato che il sistema scolastico italiano nel suo insieme difficilmente potrà reggere in assenza del contributo degli istituti di ispirazione religiosa. In certe aree, si pensi al Veneto, la loro presenza è significativa e se il versamento del tributo sugli immobili dovesse rendere impossibile la sopravvivenza di tali scuole, a risentirne sarebbe l'istruzione tutta.

Per giunta, le nuove entrate dello stato potrebbero essere annullate dai nuovi oneri a carico dello stato, poiché il settore privato garantisce anche al netto di quanto viene destinato agli istituti privati notevoli economie che a questo punto, in qualche modo, sono a rischio. Al di là di queste fondate preoccupazioni sembra opportuno evidenziare come vi sia più bisogno (e non meno) di concorrenza, pluralismo, varietà. E' difficile immaginare che la qualità dell'offerta educativa possa eccellere in un quadro monopolizzato dai dipendenti statali.

Uno dei maggiori economisti del secolo scorso, Milton Friedman, suggerì l'introduzione di "voucher" che garantissero a tutti la libertà di scegliere una scuola, pubblica o privata, proprio a partire dall'idea che la competizione induce a porsi al servizio dei clienti: in questo caso, degli studenti e delle famiglie. La libertà, insomma, va apprezzata in sé e produce pure buoni frutti. In tal senso va aggiunto che la chiesa per secoli ha saputo trarre beneficio da un ordine sociale che le garantiva ampia facoltà d'azione, lasciandola agire quale luogo di educazione delle giovani generazioni: basti pensare aì gesuiti e a molti altri ordini religiosi. In seguito, con il pieno trionfo dello stato moderno, lo spazio di un'istruzione indipendente si è ridotto sempre di più, poiché i poteri sovrani hanno avuto bisogno di dotarsi di formidabili strumenti di costruzione del consenso.

Dopo l'unificazione di metà Ottocento, in particolare, da noi si è proceduto con determinazione a una progressiva statizzazione del sistema di insegnamento non tanto al fine di estendere e universalizzare la conoscenza (come talvolta si legge ancora), ma perché nella classe dirigente risorgimentale era forte la consapevolezza che, se si doveva "fare gli italiani", era cruciale controllare le agenzie incaricate di formare le coscienze delle nuove generazioni. La scuola pubblica sorge al fine di operare una sostituzione: bisogna che i valori della società cattolica lascino il posto ai nuovi principi della Patria e della comunità nazionale.

E' stata proprio l'esigenza di marginalizzare la fede cristiana a soffocare ogni possibilità di un mercato educativo nella Penisola. Per questo la difesa del diritto a esistere delle scuole confessionali coincide con la difesa della libertà di tutti ed è anche necessario rilevare come gli istituti a ispirazione religiosa e la stessa funzione educativa della chiesa abbiano potuto esprimersi al meglio entro un quadro che lasciava spazio alla voglia di fare e al desiderio di mettersi al servizio degli altri.

Nell'età della compiuta affermazione dello stato nazionale, invece, questa modalità di evangelizzazione è stata subito messa in un angolo. Bisogna allora prendere atto che, anche se l'ultima enciclica papale celebra il potere pubblico (fino al punto che quasi non pare esserci più spazio per le libere realtà di mercato: comprese quelle ispirate dall'insegnamento del Vangelo), le mille iniziative condotte dai cristiani di buona volontà rappresentano "de facto" una costante messa in discussione di un progetto istituzionale e culturale che, monopolizzando l'istruzione, prospetta una società del tutto omogeneizzata, senza spirito d'iniziativa, piegata alle ragioni del conformismo dominante.

Da Il Foglio, 28 luglio 2015