Cari economisti, studiate i “Promessi sposi”

L’Italia non è Paese che brilli per la cultura economica diffusa. Eppure al liceo siamo obbligati a leggere «uno dei migliori trattati di economia politica che siano mai stati scritti». Questo pensava Luigi Einaudi dei Promessi sposi. L’opera di Manzoni festeggia i 189 anni. Fa parte della nostra tappezzeria intellettuale: quante fosse abbiamo riempito col senno di poi. Parliamo ancora l’italiano di Manzoni. È inevitabile, in un Paese pieno di azzeccagarbugli, che si divide in bande «per poter odiare ed esser odiati senza conoscersi», e dove, nei posti di potere soprattutto, chi il coraggio non ce l’ha fatica a darselo.

Per quanto i Promessi sposi abbiano avuto tutte le fortune del classico, dall’adattamento teatrale alla versione con Paperino, a leggerli come un trattato d’economia politica sono stati Einaudi e una manciata di studiosi.

Il gran cuneese pensa soprattutto alle prime pagine del capitolo dodicesimo, che al liceo si sfogliano velocemente («ho l’impressione che sia saltato di piè pari dagli scolari»). Quelle dedicate al tumulto di San Martino sono «pagine stupende sui pregiudizi popolari intorno alla scarsità ed alla abbondanza del frumento e della farina, agli incettatori e ai fornai». Einaudi le cita più d’una volta, sia in saggi di tenore scientifico, sia nei suoi articoli di giornale. In parte, ciò avviene proprio per la grande passione divulgativa di Luigi Einaudi: ma non gli serviva soltanto una storia da usare a mo’ di parabola.

La ricerca dell’untore
Manzoni era un cultore della scienza economica, se n’era appassionato. Da ragazzo, a Parigi, aveva frequentato gli Ideologi: il cui principale esponente era Destutt de Tracy, autore di un trattato d’economia politica che Thomas Jefferson volle tradurre in inglese e amatissimo da Francesco Ferrara, vero padre dell’economia in Italia.

Cosa c’è di tanto importante, nel dodicesimo capitolo dei Promessi sposi, da metterlo idealmente fianco a fianco con La ricchezza delle nazioni di Adam Smith? Manzoni descrive l’atteggiamento dei milanesi innanzi alla penuria del pane a Milano e spiega come faccia a nascere «un’opinione ne’ molti, che non ne sia cagione la scarsezza». Comprendere i fenomeni sociali è sempre difficile: le cause sono remote, difficilmente riconducibili a singoli eventi, e men che meno a singole persone.

Eppure, anche per il pane che manca, scatta lo stesso meccanismo psicologico entrato in gioco per la peste. Si cerca l’untore.

I danni del calmiere
«Si suppone tutt’a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza».

La folla chiede a gran voce provvedimenti, pronta a tutto fuorché ad accettare un rincaro che, spiega Manzoni, sarebbe «doloroso ma salutevole». La soluzione alla crisi, scrive altrove nel romanzo, sarebbe proprio un’importazione sufficiente di granaglie estere, ostacolata dalle «leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso». Il calmiere abbassa il prezzo del pane oggi, per garantirci che non se ne sforni domani.

Non è un caso se Einaudi rammenta la lezione del Manzoni nel 1919 («La lotta contro il caro viveri») e poi in articoli successivi, alla fine degli Anni Trenta, quando si va dispiegando la piena «fascistizzazione» dell’economia. Momenti straordinari portano a invocare sforzi straordinari. Peccato che «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione».

Fissare i prezzi frena la «speculazione». Se può apparirci poco commendevole che chi ha acquistato grano in tempi di vacche grasse lo rivenda a caro prezzo durante una carestia, così facendo egli svolge una funzione doppiamente utile. Da una parte, è meglio aver pane a caro prezzo che non averne. Dall’altra, cercando di praticare il prezzo più alto che può, attrarrà altri (per esempio: importatori di grani), la cui presenza ha l’effetto di abbassarlo di nuovo, il prezzo. In tal modo, ricorda Einaudi, «i prezzi, senza calmieri, senza processi, senza comizi, senza adunanze in prefettura (...) capitomboleranno e la vita tornerà a buon mercato».

Grazie agli speculatori
Lo speculatore cerca di traguardare il futuro, fa profitto in misura delle sue diottrie: ma, così facendo, aiuta anche noi a vederci meglio.

Non si pensi che Manzoni, e Einaudi con lui, biasimassero l’ignoranza economica del popolino che, tutto preso dalle sue vicende, la mano invisibile proprio non riesce a immaginarla. Sono i potenti quelli che più s’illudono circa il proprio potere. Il guaio del cancelliere Antonio Ferrer non sta nell’aver capito che «l’essere il pane a un prezzo giusto è per sé una cosa molto desiderabile» ma nell’aver pensato «che un suo ordine potesse bastare a produrla».

«Ministri, direttori generali, commissari, prefetti», ingiunge Einaudi, dovrebbero comprare una copia dei Promessi sposi e tenerla sul comodino. Così dovrebbero fare i parlamentari che, in questi giorni, votano su una legge «della concorrenza». Meglio sarebbe leggessero, magari sotto il titolo di «Elementi di politica» (capitolo sulla peste e sugli untori) «e di economia» (capitolo sulla carestia), Manzoni, «invece dei male avventurati elementi di scienza economica che si propinano oggi da insegnanti svogliati a scolari disattenti». Esortazione finita in nulla. Sarà che con le idee i potenti si regolano come Donna Prassede, «che ne aveva poche ma a quelle poche era molto affezionata» e alle «storte» in particolare.

Il Manzoni economista non tradisce mai il Manzoni romanziere. E a ben vedere i Promessi sposi, dalla prima all’ultima pagina, sono un antidoto formidabile alla mania dei complotti, all’idea che non ci sia sventura che non abbia un colpevole con nome e ca gnome, e alla simmetrica ambizione di risolvere ogni male «facendo una legge» («dove va a ficcarsi il diritto!»). Come se una cosa tanto complicata quale la realtà sociale, esito delle interazioni di milioni di individui, fosse un pezzo di pongo nelle mani di chi ci governa.

Al Manzoni non sarebbe spiaciuta la morale che dal suo capolavoro trasse Luigi Einaudi, ma ahinoi non le migliaia di professori di liceo che l’hanno insegnato. I politici «si decidano a levarsi fuori dei piedi per quanto si riferisce al commercio privato. Faccia il governo il suo mestiere ed i cittadini faranno il loro».

Da La Stampa, 9 febbraio 2016

La politica senza infingimenti

Forse la vera cifra del discorso politico è l'imprecisione. Lettere maiuscole, aggettivi scintillanti, i verbi sempre alla prima persona plurale. Le parole della politica sono fatte per non farsi capire. Con il libro a più voci Idee di libertà. Economia, diritto, società, Lorenzo Infantino e Nicola Iannello hanno scelto di levare trucco e belletto ad alcune formule oggi assai popolari.

Così Enrico Colombatto insegna a «capire la deflazione» prima di imputarle tutti i nostri guai, José Antonio de Aguirre offre un distillato di economia monetaria, Stefano Moroni prende di petto l'idea che la fornitura di servizi pubblici richieda un'organizzazione verticistica. Particolarmente utili sono i contributi di Nicola Iannello e Guglielmo Piombini, dedicati alla «decrescita felice» e al neomalthusianesimo.

In una società che sforna novità a getto continuo quale è la nostra, pare incredibile che un pensatore di rango possa proporre «una moratoria sull'innovazione tecnologica», farmaci salvavita inclusi. Ma all'osteria dell'avvenire, Serge Latouche serve pane e acqua. I decrescisti, spiega Iannello, sono accomunati dalla «totale assenza del riconoscimento che solo i miglioramenti introdotti dalla società aperta e dal mercato hanno permesso l'allungamento dell'aspettativa di vita, il crollo della mortalità infantile, la scomparsa di carestie ed epidemie, la diffusione di condizioni igieniche accettabili, di cure mediche prima inimmaginabili».

Paiono convinti che la scarsità sia una sorta di disordine della personalità, una percezione falsata della cose, frutto di quel processo di «economicizzazione» della vita sociale che caratterizzerebbe tutta l'età moderna. Alcuni arrivano a negare che la speranza di vita sia cresciuta, per altri è un gioco che non vale la candela.

Paghiamo il miglioramento delle condizioni materiali con la dittatura del denaro, l'immiserirsi dei rapporti sociali, le mezze stagioni che non ci sono più. In filigrana, riappare il caro vecchio protezionismo: la società libera è quella in cui ognuno vive scambiando, ovvero diventa in certa misura mercante. Tanto più è articolata la divisione del lavoro, tanti più sono beni e servizi a nostra disposizione.

Il capitalismo è una rivolta contro la nostra condizione "naturale", spiegano i decrescisti. Ma siccome la nostra condizione "naturale" è la miseria, continuiamo a ribellarci, per favore.

Da La Domenica del Sole 24 Ore, 7 febbraio 2016

I terroristi? Per i PM sono i «serenissimi»

I nuovi «serenissimi» saranno processati e l'accusa è quella di terrorismo. La procura di Brescia ha chiesto infatti il rinvio a giudizio per 48 autonomisti e indipendentisti di Lombardia e Veneto, accusati di predisporre attività violente e progettare una seconda occupazione della piazza san Marco, a Venezia, pure stavolta utilizzando - come già era avvenuto nel 1997 - un rudimentale «tanko». La notizia può solo lasciare perplessi.

Tutto era iniziato nell'aprile 2014, quando furono arrestate 24 persone, tra cui l'ex deputato Roberto Bernardelli e Franco Rocchetta, che fu sottosegretario agli Esteri nel primo governo Berlusconi. Presto, però, il tribunale per il Riesame ne predispose la scarcerazione, sostenendo che - anche nell'ipotesi in cui fosse stato possibile provare che i nuovi «serenissimi» stavano effettivamente predisponendo le attività di cui erano accusati - in alcun modo quelle iniziative potevano essere ricondotte a un'accusa tanto grave.

Quei comportamenti non mettevano in discussione l'ordine costituzionale, essendo soprattutto nell'impossibilità materiale di farlo. Parlare di terrorismo appariva allora fuori luogo. Non bastasse questo, quando la procura di Brescia presentò un ricorso, la Cassazione lo dichiarò inammissibile.

Dopo questi due smacchi, la vicenda sembrava chiusa e invece la medesima procura bresciana ha ora chiesto il rinvio a giudizio. Tra i processati vi sarà Gianluca Marchi, che fu alla guida della Padania e de L'Opinione, mentre oggi dirige il quotidiano on-line il Miglio verde. Interpellato sullo sviluppo della vicenda, il giornalista ha dichiarato che adesso sarà possibile divertirsi «davanti a questa farsa tragica dove si processano le idee più che fatti veri».

E questo è davvero un punto cruciale, specie se si considera che qualche anno fa il codice Rocco (risalente al fascismo) è stato modificato in taluni articoli cruciali, così che non più reato formulare tesi a favore della dissoluzione dello Stato italiano. Qualche motivo di riflessione viene poi da Rocchetta, che ha detto di essersi limitato a tenere «lezioni di lingua e civiltà veneta a un gruppo di appassionati il cui unico intento era di organizzare delle manifestazioni dall'alto valore simbolico, non certo delle azioni terroristiche»: una rappresentazione che appare convincente e in linea con quanto già detto dal tribunale del Riesame e dalla Cassazione.

A questo punto c'è da chiedersi quale uso venga fatto, in Italia, delle risorse (certamente non infinite) di cui i tribunali dispongono. Mesi e mesi di intercettazioni, indagini e trascrizioni sono già costate un'enormità al povero contribuente. Ed emerge con chiarezza come in questo quadro spesso la giustizia non sia un servizio a favore dei cittadini, che non temono affatto il presunto terrorismo dei «serenissimi», ma invece finisca per operare a protezione di un sistema politico e burocratico che avversa la libera espressione di visioni politiche alternative rispetto a quelle dominanti.

Oltre a ciò, bisogna domandarsi se nei tribunali italiani non sia meglio puntare l'obiettivo con chi intende issare la bandiera dell'Isis nelle nostre città, invece che portare a giudizio quanti volevano arrivare a san Marco su un finto carro armato. Convivere con una magistratura che non è mai chiamata a rispondere delle proprie azioni è sempre più difficile e questa vicenda sembra offrirne l'ennesima conferma.

Da Il Giornale, 8 febbraio 2016

Li soprani der monno vecchio

Tra il 2008 e il 2012, i fallimenti delle imprese per mancato pagamento dei committenti pubblici e privati erano più che raddoppiati rispetto agli anni precedenti. Si è fatta strada da allora l’ennesima emergenza di Stato, che non era in sé tale, ma che veniva dall’inerzia delle inerzie della pubblica amministrazione: non onorare i propri debiti.

Nel 2013, il governo Letta - con un sistema di garanzie delle banche e di Cassa depositi e prestiti - metteva a disposizione 56,3 miliardi perché gli enti pubblici, in particolare quelli territoriali, emettessero le fatture dovute, la maggior parte delle quali da imputarsi a spesa corrente.

Ulteriori risorse per gli enti periferici sono state messe a disposizione anche dal governo di Renzi, il quale nel 2014 fece agli italiani la promessa che entro il 21 settembre di quell’anno tutti i debiti della PA sarebbero stati pagati.

Le promesse dei politici sono più solide di quelle dei marinai: si reggono sulle gambe della scarsa memoria e dell’acquiescenza delle persone. Ma sono anche più dannose. Le imprese e i professionisti non possono accontentarsi di crediti esigibili ma non pagati, come delle promesse non mantenute.

Secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero dell’economia (agosto 2015), di 7.000 milioni di euro stanziati lo Stato ne ha effettivamente pagati 5780; di 33.189 delle regioni, ne sono stati pagati 23.312; di 16.100 degli enti locali, 9.593. In totale, 38.685 milioni su 56.289.

Nel tempo, passata la furia mediatica, il ritmo di pagamento è rallentato, e resta ancora da saldare il 31% delle risorse stanziate da più di due anni, mentre, c’è da immaginare, nuovi debiti vengono contratti.

Promesse a parte, era tutto, in fin dei conti, prevedibile: la questione dei pagamenti dei debiti non dipende solo dallo Stato, anzi. I principali imputati sono gli enti periferici, che hanno faticato persino a censire i debiti pendenti. A questa frammentarietà, che sfuggirebbe a qualsiasi governo centrale, si aggiunge il problema della contabilizzazione: farli emergere significa imputarli a debito pubblico, cioè al principale problema che ha il nostro paese, anche non ci fossero i vincoli europei. Molto più comodo lasciarli al debito privato e magari, come hanno fatto le regioni, usare i soldi messi a disposizione per pagare i creditori per affrontare nuove spese o coprire il pregresso disavanzo di amministrazione.

Le imprese falliscono, di norma, perché non riescono a pagare i propri debiti. Meno normale è che falliscano perché non riescono a riscuotere i propri crediti: il sistema giuridico ha gli strumenti necessari per provare ad affrontare questa evenienza. Se però il debitore è la PA, le cose cambiano. Non è, purtroppo, solo una faccenda di fallimenti, crescita economica e percentuali di Pil. E’ una vera e propria questione morale di non aver superato le pesanti eredità da Ancien Régime: uno Stato, direbbe Belli, che tutto può perché è «lo soprano», e un suddito che nulla può perché è un «sor vassallo bbuggiarone».

Le giuste riforme e la libertà di spesa

Tutto è cominciato con il fallimento delle 4 banche: la bocciatura del piano governativo di salvataggio, applicazione per la prima volta, del meccanismo del bail in, vana ricerca di un colpevole su cui scaricare le proteste dei risparmiatori colpiti, primo scontro sulla "L'Europa a trazione tedesca" alla pre-riunione del Consiglio d'Europa. È quello l'innesco del brusco cambiamento di rotta del Governo Renzi nella politica verso l'Europa; da lì hanno origine í due temi del conflitto, uno sugli aiuti di Stato, l'altro sulla flessibilità di bilancio. Quanto al primo tema, sulla bad bank le cose a Bruxelles non erano andate male. La Commissione porta a casa che il principio del divieto di aiuti di Stato è rispettato, il Tesoro che il suo piano è accettato. Che poi il compromesso non possa funzionare lo scrivono economisti e giornalisti (Isabella Bufacchi sul Sole di mercoledì li riassume in una raffica di interrogativi), e lo sanciscono impietosamente i mercati. Ma intanto i principii sono salvi.

Non altrettanto può dirsi per il bail in. Esso è stato voluto proprio per evitare che il salvataggio di una banca si traduca in un aiuto di Stato. Il no bail out è uno dei principii costituenti, dell'Unione e dell'euro. E invece, a sorpresa, il Governatore di Bankitalia al Forex ne ha messo in dubbio l'applicabilità da subito per l'Italia. Chissà come l'avranno presa a Francoforte.

Quanto all'altro tema di Renzi, quello della flessibilità, la richiesta non è nuova. Nuovo, oltre alle rivendicazioni di prestigio nazionalistico, è reclamarlo come un diritto, da difendere se necessario, anche rischiando lo scontro. Non approvare la nostra quota di aiuto alla Turchia perché blocchi le migrazioni che la attraversano, è un attacco velenoso alla Cancelliera Merkel proprio sul tema dove è in difficoltà: nel suo Paese, dopo i fatti di Colonia, in Europa, dopo le chiusure di frontiere messe in atto qua e là. Ed è stato preso come un ricatto.

Il pericolo è che ci piglino sul serio: cioè che le due polemiche, quella contro il vincolo del no bail out e quella contro il limite all'indebitamento, vengano lette come preludio a un rifiuto del vincolo esterno e non come strumenti retorici, destinati più all'Italia che all'Europa. Due assurdità: è grazie all'euro che i risparmi degli italiani non sono falcidiati da inflazioni tipo Argentina, è grazie al Qe della Bce di Draghi che il servizio del nostro debito pubblico non ci costa due ordini di grandezza di più dei decimali per cui mercanteggiamo a Bruxelles. Ma sono due assurdità dannose: perché polemizzare contro le regole del bail in non induce le banche a una migliore gestione, i risparmiatori a più prudenti investimenti, i magistrati a più rapida escussione delle garanzie. Perché concentrare l'attenzione sulla libertà di spendere di più distoglie dall'applicarla al dovere di costare di meno. Se si potessero licenziare un paio di commissari europei con la stessa facilità con cui si mandano a casa quattro commissari alla spending review, chissà dove saremmo.

Spending review è quasi sinonimo di riforma della Pa, e io ho molte attese dalla riforma in corso. Nell'attesa che cosa può esibire Renzi quanto a enti inutili chiusi (ne aveva individuato 8000, se non sbaglio)? Quanto per la legge sulla concorrenza? Quali saranno i contenuti del Programma Nazionale di Riforma che deve presentare a Bruxelles entro Aprile?E poi, è proprio la logica dello scambio riforme-libertà di spesa che è sbagliata. Se una riforma aumenta l'efficienza del sistema "paga se stessa"; se invece aumenta la spesa, si creano rivoli di scambio politico, che poi bisogna riformare per eliminare.

Da Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2016

Un programma liberale dedicato ai nuovi sindaci

In questi mesi, che vedranno le più importanti città al centro di accesi confronti pubblici in vista delle prossime elezioni amministrative (a Roma e Milano, in primo luogo), sarebbe opportuno riflettere su cosa può realmente favorire il pieno dispiegarsi delle potenzialità dei nostri centri. E a tal fine un testo assai utile è l'ultimo lavoro di Stefano Moroni (Libertà e innovazione nella città sostenibile. Ridurre lo spreco di energie umane, Carocci, pagg. 168, euro 17), in cui si esaminano le condizioni istituzionali che possono permettere una migliore convivenza e un rilancio della dimensione urbana.

Studioso di scuola liberale che da anni si occupa di pianificazione territoriale e società, in questa sua ricerca Stefano Moroni esamina il rapporto tra la città e il sistema regolatorio per evidenziare come sia necessario rifiutare quella visione semplicistica secondo cui ogni problema può essere risolto da una norma. Le regole sono cruciali ed è importante averne di buone, ma esse sono soltanto la premessa per quelle intraprese umane che possono davvero garantire a una città di essere dinamica, bella, attraente, ospitale, vivace. Le regole vanno allora pensate come una cornice istituzionale, la quale non risolve direttamente i problemi né può farlo, ma ci aiuta a convivere e affrontare il futuro.

In questo senso quella a cui pensa Moroni per ricordare un suo precedente testo è una «città intraprendente», nella quale le regole siano primariamente vincoli ad azioni invasive dei diritti altrui e strumenti posti a protezione di quei medesimi diritti. Una notevole enfasi è posta allora sul nesso tra proprietà e libertà, oltre che sulla necessità di ampliare gli spazi di libera iniziativa di individui, imprese, associazioni.

A quanti hanno ruoli di governo e amministrazione, Moroni suggerisce non già di lanciarsi in grandi opere costose e invasive, spesso all'origine di sprechi e corruzione, bensì di operare una reale semplificazione normativa radicale, che elimini discrezionalità e regole di dettaglio, favorendo la creatività in ogni ambito. In un capitolo del libro viene pure espressa una netta preferenza per quelle piccole iniziative che, in moltissimi contesti, a costi limitati sono in grado di produrre rilevanti ricadute.

L'autore non manca di scagliarsi contro vari luoghi comuni che dominano il dibattito politico, la riflessione urbanistica, le logiche dell'amministrazione. Assai convincente, ad esempio, è quanto egli scrive sul ruolo che la pianificazione del territorio ha avuto negli Stati Uniti nel causare la recente crisi finanziaria, legata ai mutui sulle case e in larga misura correlata a scelte normative che hanno distorto i comportamenti di costruttori, risparmiatori, banche e altri soggetti. Egualmente controcorrente e interessanti sono le pagine sulla (reale o presunta) bomba demografica, sul mito della carenze di risorse naturali, sul consumo del territorio e via dicendo.

Lo studio di Moroni ha molti meriti e uno tra gli altri: quello di riutilizzare il linguaggio corrente nella pubblicistica dominante sapendo piegarlo, però, a evidenziare ciò che i più non sanno vedere. Un termine come «sostenibilità», ad esempio, solitamente è usato per suggerire soluzioni variamente autoritarie di taglio ecologista, ma in questo caso la logica è ben diversa: basti pensare ai passi in cui si sottolinea la necessità di riconoscere il ruolo che il trasporto privato sta svolgendo e svolgerà anche in futuro nelle nostre città. Mentre è un luogo comune ormai stantio quello che esalta i mezzi pubblici, qui si sottolinea come sia importante nel Ventunesimo secolo favorire al meglio una molteplicità di sistemi di trasporto e tra questi, senza dubbio, anche l'automobile.

Pure un altro termine che compare nel titolo, «spreco», è spesso al centro delle solite lagne contro il nostro essere asociali, irresponsabili, incivili e individualisti. E invece Moroni punta il dito piuttosto contro un sistema regolatorio asfissiante e arbitrario che ogni giorno ci impedisce d'interagire al meglio e ci condanna, di conseguenza, a sprecare tempo, risorse ed entusiasmo.

Il libro di Moroni, allora, aiuta a capire come una città giusta non sia una società pianificata e controllata, in cui il ceto politico-burocratico distribuisce risorse e fissa obiettivi che tutti noi, insieme, dobbiamo passivamente perseguire. Semmai è giusta una società in cui regole semplici e chiare sono finalizzate a tutelare i diritti, favorendo convivenza e creatività. Una società che ci aiuta a essere più liberi, innovativi, responsabili.

Da Il Giornale, 5 febbraio 2016

Debito enorme ma non si fa nulla

Le definizioni variano, i sinonimi abbondano. Il debito pubblico è un peso, un limite, una palla al piede, un macigno, un ostacolo. Tuttavia, quando i vertici del governo se ne debbono proprio occupare, sbuffando agiscono come se ci fosse polvere da mettere sotto il proverbiale tappeto. Riducono la questione o all'insignificanza o a un chiarimento che senz'altro avverrà nei fatti. Fiduciosamente fidano nel futuro, sempre in ogni modo rinviando la soluzione non all'anno successivo, ma a quello ancora dopo: beninteso, per soluzione indicano semplicemente l'avvio della diminuzione del debito.

Per avere un palpabile e costante aggiornamento della situazione c'è un mezzo semplicissimo: collegarsi al sito dell'Istituto Bruno Leoni, ove campeggia il contadebito, che impietosamente gira (con più esattezza: cresce) secondo dopo secondo. Le prime cifre sono di 2.272 miliardi di euro; seguono gli spiccioli, cioè le centinaia di milioni di euro. Mentre il visitatore del sito scorre le notizie, il contadebito è già salito di alcune decine di migliaia di euro.

Su queste pagine si è da anni insistito (si veda da ultimo la sintesi in Orsi & Tori del 23 gennaio) sulla necessità di procedere con una manovra definita tagliadebito. Un'impresa ciclopica, certo: ma ciclopico, ahinoi, è il debito pubblico italiano, svettante oltre il 130% del pil. Le soluzioni italiche che, non da oggi, giungono dal governo parlano di decrementi infimi. Nel frattempo, la spesa pubblica non scema e il carico fiscale non patisce quel taglio deciso e netto che (solo) permetterebbe all'economia di riprendersi. Si vuol curare la peste con i sali inglesi: anzi, la vera cura è di fatto lasciata allo stellone, fidando nel destino, scommettendo nella stabilità finanziaria del continente. Già: e se qualcuno avviasse un nuovo assalto all'essenza stessa del debito nazionale, cioè i titoli di Stato?

Un fatto è certo. Fin quando il carico debitorio italiano non scemerà corposamente, non vi sarà alcuna sicurezza nei rapporti con l'Europa. Quale fiducia può essere espressa dal mondo finanziario, economico, politico di tanti altri paesi, verso uno Stato indebitato sopra i capelli che non agisce in alcuna maniera per portare il debito almeno sotto le labbra?

Da Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2016

Il libero mercato sconfigge la povertà

Come già in passato, Oxfam (una nota Ong impegnata in campagne contro la povertà) ha diffuso i propri dati sullo "stato delle diseguaglianze", derivandone conclusioni sconfortanti. L'umanità, infatti, sarebbe sempre più divisa tra ricchi e poveri. Tutta la ricerca è però viziata da discutibili scelte metodologiche e, soprattutto, da un'incomprensione di fondo su quanto sta avvenendo a livello globale, oltre che da valutazioni etiche assai contestabili.

Innanzi tutto, come ha sottolineato Luciano Capone sul "Foglio", non si capisce per quale motivo si debba concentrare l'attenzione sulla ricchezza complessiva e non sul reddito, con la conseguenza di mettere a fondo classifica quanti magari hanno un capitale negativo (poiché pieni di debiti), ma si trovano entro un contesto sociale ed economico molto avanzato. I contadini del Terzo Mondo che faticano a sopravvivere non sono indebitati, mentre spesso lo sono gli imprenditori o i liberi professionisti dei Paesi occidentali, che hanno ricevuto risorse per avviare le loro attività. Sarebbe stato molto meglio, allora, focalizzarsi su redditi e tenore di vita.

Al riguardo sono ormai numerosi gli studi che evidenziano come nell'ultimo quarto di secolo l'allargamento dei mercati abbia favorito la sconfitta della miseria in buona parte del mondo. Il numero di quanti sono al di sotto della soglia della povertà è diminuito in termini percentuali e anche in valore assoluto, e questo nonostante la crescita demografica. Nel maggio scorso la stessa Fao ha ammesso che dal 1990 sono ben 216 milioni le persone che hanno smesso di patire la fame. Nei Paesi più poveri la percentuale dei denutriti si è dimezzata in quindici anni, passando dal 23,3% a 112,9%. Stesse considerazioni vengono dalla Banca mondiale, che ha parlato di un dimezzamento di quanti vivono sotto la soglia della povertà. Perfino in una realtà tanto difficile quale è l'Africa nel 2008, per la prima volta, metà della popolazione si è collocata al di sopra del reddito minimo vitale.

Ma chi ha aiutato i più poveri a stare meglio? È evidente come questo si debba allo sviluppo del libero mercato, che ha sprigionato energie a lungo imprigionate da sistemi basati su pianificazione e dirigismo. In tal senso il caso più clamoroso è quello della Cina, dove in questi anni è emersa una borghesia degli affari e dove si è registrato un formidabile miglioramento delle condizioni lavorative e dei redditi.

Nonostante quello che pensano i dirigenti di Oxfam, allora, la sconfitta della povertà non coincide con la guerra alle diseguaglianze. In linea di massima, l'economia liberale è in grado di far migliorare le condizioni di tutti: ricchi inclusi. E d'altra parte è fuori discussione come tutta una serie di iniziative imprenditoriali siano impossibili e perfino inimmaginabili senza concentrazioni di ricchezza. L'accumulo di capitali importanti è condizione indispensabile all'avvio di intraprese ambiziose.

La lotta alla povertà non coincide necessariamente con la lotta alle diseguaglianze, e la storia del Novecento ha mostrato che le società egualitarie hanno moltiplicato la povertà. È questa una lezione da non dimenticare.

Da La Provincia, 4 febbraio 2016

Sanders piace ai giovani perché ormai a scuola a dar lezione è la sinistra

Un articolo apparso ieri sul Financial Times utilizzava una ricerca di Jonathan Haidt per richiamare l'attenzione su un tratto caratteristico dell'America di oggi: la quasi totale egemonia della sinistra nella cultura e specialmente nelle università. Se quello studio nel 1989 si collocava a sinistra circa il 40% dei docenti statunitensi, mentre oggi la percentuale è salita fino al 60%. In qualche ambito, poi, il prevalere dei liberal è impressionante, se si considera che l'89% degli psicologi si colloca nel centro-sinistra e meno del 3% nel centro-destra. Non stupisce allora che nel 2012 il 95% degli accademici abbia votato Barack Obama e solo l'1% gli abbia preferito il moderato Mitt Romney.

È allora opportuno prendere atto che siamo forse al punto finale di un lungo processo storico che ha visto radicalizzarsi - nelle università degli Usa - tutta una serie di concezioni in vario modo avverse ai valori della tradizione libertaria americana: dal socialismo allo strutturalismo, dal keynesismo al postmoderno, dall'egualitarismo all'ambientalismo, solo per citarne alcune. Il presente è figlio di un passato ben noto e oggi molti nodi vengono al pettine.

Quanti amano la cultura liberale ricordano spesso come uno dei maggiori economisti del Novecento, Ludwig von Mises, quando approdò in America dopo essere stato costretto a lasciare l'Europa non ebbe alcuna possibilità di avere una cattedra. Anche uno dei suoi allievi migliori, Murray N. Rothbard, che più di ogni altro ha contribuito a elaborare il libertarismo di secondo Novecento, per molti anni ha insegnato in un centro tutt'altro che prestigioso (il Brooklyn Polytechnic Institute). Se questo fu il destino del liberale Mises e dei suoi allievi, una diversa accoglienza avevano trovato quei marxisti che negli anni Trenta e Quaranta avevano traversato l'Atlantico. È sufficiente ricordare il francofortese Herbert Marcuse, destinato a diventare un guru della New Left e che passò da un'università prestigiosa all'altra: prima alla Columbia, poi a Harvard, quindi alla Brandeis e infine all'University of California di San Diego. Le università del nostro tempo in cui studenti e docenti si appassionano per il socialista Bernie Sanders sono quindi eredi di una vecchia storia. Per giunta, il «politicamente corretto» di oggi è erede di un autentico rigetto della propria tradizione, come ammise pure un progressista a tutto tondo come Arthur M. Schlesinger Jr ne La disunione dell'America. In molti college si presenta come un peccato originale il fatto che i Padri Fondatori fossero tutti bianchi, maschi, proprietari, indifferenti alle questioni ambientali, padroni di schiavi, dominati da credenze religiose e morali. Quando si moltiplicano i corsi sulla questioni di genere e sulle colpe del passato, non c'è poi da sorprendersi se l'élite culturale statunitense è sempre più distante dal resto del Paese.

Fuori dai campus, in effetti, la società americana non è così ostile alle ragioni della libertà. E non a caso da decenni è viva un'interessante riflessione sui motivi dell'anticapitalismo universitario. Alcune ragioni del declino di quella cultura americana che tra Sette e Ottocento considerava fondamentale l'autonomia dei singoli sono comunque riconducibili alla trasformazione del mondo intellettuale occidentale nel suo insieme. La marginalizzazione del liberalismo classico che ha contraddistinto l'evoluzione dell'Europa non ha lasciato indenne l'altro lato dell'Atlantico. Quando la riflessione filosofica ad esempio è stata progressivamente dominata da figure come Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger o Jacques Derrida, non ci si poteva attendere che in America non succedesse nulla.

Oltre a ciò, negli ultimi decenni gli Usa hanno visto crescere sempre più il ruolo dello Stato e il legame tra potere e cultura. Se - come diceva Lord Acton - il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente, non sorprende che la classe intellettuale spesso sia funzionale agli interessi di un ceto politico che chiede solo più potere, tasse, spesa, regolazione. Gli statalisti hanno seminato a lungo e ora raccolgono i frutti di quel lavoro.

Da Il Giornale, 4 febbraio 2016

L’austerity funziona, ma non fa audience. Caro Renzi, è l’ora della verità

Non è una novità: a volte bisogna mentire per rendere più digeribile una verità in sé sgradevole. Per ultimo, si veda il caso del presidente del Consiglio italiano che, nella conferenza stampa che ha seguito l’incontro con la cancelliera tedesca, ha testualmente affermato che “le politiche di austerità da sole non funzionano. Le politiche di austerità da sole portano alla sconfitta dei governi”. La prima affermazione è semplicemente falsa. Nei quattro paesi che fra il 2010 e il 2011 hanno usufruito di un programma di assistenza finanziaria da parte dell’Unione europea e che di conseguenza sono stati sottoposti alla sorveglianza congiunta di Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, non solo le politiche di austerità hanno posto termine a tendenze evidentemente insostenibili ma si è registrato un fenomeno piuttosto evidente di convergenza strutturale rispetto alla configurazione macroeconomica media dei paesi membri dell’Eurozona. Dal momento che in presenza di un’unione bancaria ancora incompleta, di un’unione fiscale di là da venire e di un’unione politica più lontana che mai una qualche convergenza strutturale è necessaria se si vuole che l’euro abbia un futuro, è francamente difficile se non impossibile sostenere che “le politiche di austerità non hanno funzionato”. L’esempio più evidente è offerto dall’Irlanda, ma Portogallo e Spagna non sono poi così da meno e, sia pure molto parzialmente, non lo è anche la stessa Grecia. Quel che è ancora più interessante è che, anche dopo l’uscita dalla fase di sorveglianza della cosiddetta troika, Irlanda, Portogallo e Spagna hanno proseguito sulla strada della progressiva convergenza rispetto alla media dell’Eurozona (la Grecia, come si sa, è ancora sotto osservazione). Chi ne volesse una prova può utilmente consultare l’Indice dell’Istituto Bruno Leoni sulla distanza macroeconomica fra i paesi membri dell’Eurozona recentemente presentato a Bruxelles nella sede del Parlamento europeo.

La seconda affermazione è probabilmente vera. I partiti che hanno gestito i programmi di assistenza finanziaria in Portogallo e Spagna non hanno perso, ma non hanno nemmeno vinto le recenti elezioni politiche e, se in Portogallo hanno già dovuto cedere il passo ad un governo composito tenuto insieme pressoché esclusivamente dalle critiche nei confronti delle politiche di austerità, in Spagna potrebbero doverlo fare presto. E quel che è accaduto in Grecia è troppo noto per doverlo ripetere. Potrebbe quindi non essere sbagliato osservare che “le politiche di austerità portano alla sconfitta dei governi”.

Ora, è perfettamente comprensibile che il presidente del Consiglio italiano, come è accaduto a molti prima di lui e come accadrà a molti dopo di lui, non voglia perdere i prossimi appuntamenti elettorali (cosa che diverrebbe, dal suo punto di vista, forse un po’ più probabile se dovesse davvero comportarsi nei prossimi mesi in maniera finanziariamente responsabile). Ed è umano che, per rendere digeribile questa sua comprensibile aspirazione, travisi la realtà: se le politiche di austerità non avessero funzionato, sarebbe certamente più accettabile farne a meno. Ma così non è andata e pertanto è bene essere espliciti: abbandonare il binomio riforme strutturali-disciplina finanziaria significa fare forse solo l’interesse del governo di turno ma certamente non quello del paese che quello stesso governo dovrebbe governare. In fondo noi semplici cittadini non chiediamo poi troppo. Visto che per il momento non si può fare molto altro, chiediamo che, almeno, ci si risparmi un giorno sì e uno no il solito ritornello: “Noi pensiamo al paese”. Così non è. Non gridiamo allo scandalo, perché sappiamo com’è fatta la politica (anche quella che vorrebbe essere nuova) ma segnaliamo rispettosamente che ancora non abbiamo l’encefalogramma piatto.

Da Il Foglio, 2 febbraio 2016

Lombardia, Emilia e Veneto mantengono tutto il Paese

Nelle scorse ore la Ragioneria dello Stato ha reso pubblici alcuni dati che anticipano il quadro della distribuzione geografica delle risorse erogate nel 2014 dal settore pubblico. Le cifre permettono di osservare lo Stato nel suo atteggiarsi dinanzi ai vari territori e quello che emerge è un quadro desolante, ma a ben guardare piuttosto edulcorato. Benché tutti abbiano riportato in modo acritico i dati della Ragioneria e abbiano evidenziato quanto sia bassa la spesa pubblica in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (in relazione ad altre aree), il trattamento subito da queste tre regioni è molto più vergognoso di quanto quelle stesse cifre non dicano.

Esaminare la spesa senza informare sui prelievi, come la Ragioneria ha fatto, significa in effetti raccontare solo una mezza verità. È un’omissione grave, che emerge con chiarezza anche dal modo in cui tutti i media hanno presentato la notizia.

In cima alla classifica, tra i reprobi ultraprivilegiati inondati di spesa pubblica, si collocano tre minuscole realtà dell’estremo Nord (Trentino, Tirolo meridionale e Valle d’Aosta), mentre le quattro maggiori regioni settentrionali (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte) sono certo in fondo alla classifica, ma a una distanza non poi abissale da quelle del Centro-Sud. Il «trucco», appunto, sta nel dare i dati della spesa ignorando quelli dell’imposizione fiscale.

Per studiosi liberi da condizionamenti e curiosi di capire la realtà, non è comunque difficile trovare i dati corretti: basta elaborare la gran massa delle informazioni che la stessa Ragioneria fornisce. Ma è chiaro come questo doppio disastro lo sfruttamento di alcuni che serve a difendere politiche assistenziali (e distruttive) a favore di altri cerchi di essere nascosto dall’apparato politico e burocratico nazionale. Se l’occhio non vede e il cuore non duole, la ridistribuzione territoriale può proseguire senza intoppi.

Quando però nei prossimi mesi lo Stato italiano ci renderà edotti in merito alla bilancia tra le risorse ricevute e quelle spese nei vari territori, la fotografia che emergerà (tenendo presente quanto è avvenuto negli anni passati) sarà quella di un’Italia divisa in tre fasce: con pochissime regioni che danno tantissimo ricevendo molto meno; talune realtà che grosso modo danno quanto ricevono; e, infine, un Sud che invece contribuisce in maniera molto limitata e riceve una gran quantità di denaro.

Negli anni scorsi questa rappresentazione era facilmente riconoscibile in alcuni studi di Gian Angelo Bellati dell’Unioncamere del Veneto, ma in seguito a risultati assai simili è arrivato anche il sociologo Luca Ricolfi in un volume di successo significativamente intitolato Il sacco del Nord. Sul sito «Noise from Amerika» ha più volte trattato questo tema pure Lodovico Pizzati, che a proposito dei dati del 2007 rilevava, ad esempio, come ogni veneto perdesse 3.900 euro e ogni lombardo addirittura 6.000.

In sostanza in questi anni è successo che di media un lombardo abbia dato allo Stato tra 5 e 6mila euro all’anno più di quanto non abbia ricevuto in servizi nazionali e locali. Il che significa che una famiglia lombarda standard composta da quattro persone ha perso più di 20mila euro ogni anno in opere di solidarietà a favore della spesa pubblica concentrata nel Sud. In un decennio si è vista sottrarre l’equivalente di un appartamento di proprietà.

La spesa pubblica è alta al Nord e abnorme nel resto del Paese, generando una tassazione e un debito che ci stanno uccidendo. Provare a negarlo mettendo la polvere sotto il tappeto, però, non ci aiuta in nessun modo.

Da Il Giornale, 2 febbraio 2016

Quel piccolo esercito di carta che ha stanato un po’ di liberalismo in Italia

Stralci tratti da “Il carattere della libertà. Saggi in onore di Aldo Canovari”, a cura di Serena Sileoni per IBL libri

Se il “pensiero unico” è davvero così unico, com’è che fatico tanto a trovare un libro, uno solo, che ne difenda le ragioni? Me lo chiesi una prima volta e non avrei smesso più all’alba degli anni Novanta, quando ero un diciottenne pallido e occhialuto che passava i pomeriggi a far la spola in autobus tra una libreria e l’altra del centro di Roma. I banchi delle novità schieravano saggi, pamphlet, opere ponderose di economisti e di sociologi, tutti armati fino ai denti con diagrammi tabelle statistiche per contrastare l’egemonia del 
“pensiero unico” e ricacciare oltre confine il nuovo invasore liberale, neoliberale o neoliberista. Vedevo scintillare sugli scaffali i dorsi lucidi di quel corrusco esercito di resistenti, ma per quanto affinassi lo sguardo proprio non riuscivo a scorgere all’orizzonte l’invincibile armata contro cui giuravano di battersi. Dove si era rintanato, il “pensiero unico”? Era forse un invisibile esercito di spettri, come quelli di certe saghe leggendarie? Oppure era asserragliato in qualche bunker nei sotterranei della libreria, in qualche casamatta editoriale? Esisteva o non esisteva l’“arma segreta” che avrebbe messo fine alla battaglia delle idee? Vedete bene che alternavo paranoie ora grandiose ora catastrofiche da ultimi giorni del Terzo Reich. La verità era tutto sommato più semplice.

Dovetti presto constatare che il liberalismo, più che pensiero unico, era in Italia un pensiero solitario; e che i libri pronti a difenderlo non erano neppure nascosti tra le montagne come una formazione partigiana, erano disseminati qua e là, alla spicciolata, a formare la più improbabile, la più velleitaria, la più allegra, la più melanconica, la più litigiosa delle brigate. Cercai così, negli anni, di mettere insieme un piccolo kit di autodifesa o di sopravvivenza che potesse spiegarmi perché eravamo ridotti in quella condizione, quali forze ci mantenevano in quel deplorevole stato di minorità. La mentalità anticapitalistica di Ludwig von Mises, L’oppio degli intellettuali di Raymond Aron, i Puzzle socratici di Robert Nozick, La grande parade di Jean-Francois Revel, Perché gli intellettuali non amano il liberalismo? di Raymond Boudon... Li sistemavo l’uno accanto all’altro come soldatini di piombo, e diligentemente li spolveravo. Poi un giorno scoprii che un piccolo esercito già c’era, di stanza a Macerata ed era il catalogo Liberilibri. Eccola, finalmente, la sezione italiana della grande armata del “pensiero unico” sotto il cui tallone gemeva il mondo oppresso! Eccola, la centrale del totalitarismo liberista, il quartier generale della nuova psicopolizia! C’era da ridere e da piangere e poi da ridere ancora. Che fossimo spacciati, lo sapevo già; almeno, però, potevamo sentirci meno soli e non è poco.

Se avvertite una nota di compiacimento, è perché negli anni ho contratto tutti i malanni tipici del liberale italiano; se non la avvertite, è perché li avete contratti anche voi: la solitudine assunta come vezzo signorile, come simbolo araldico, come strumento di distinzione più o meno aristocratica; il circolo vizioso tra marginalità e stravaganza, che è così comune tra le minoranze di ogni tipo, dove l’una genera incessantemente l’altra, e l’ostentazione di letture eccentriche, abiti eccentrici, hobby eccentrici, abitudini eccentriche diventa il modo per ribaltare il mancato riconoscimento in orgoglio; il bovarismo e il donchisciottismo politico come attitudini fondamentali, così radicate da non esser neppure più percepite, come l’evangelica trave nell’occhio; e infine quel conflitto sottile, che in tanti amici avrei ritrovato per primo nell’amabile condottiero del piccolo esercito editoriale -, tra spirito guerresco e riserbo, tra passione polemica e misantropia, tra la vocazione a scendere lancia in resta nell’arena e la tentazione di nascondersi, di acquattarsi nell’ombra, di rendersi invisibili. Per parte mia non ho mai sciolto il dilemma. Che cosa facevo, o che cosa credevo di fare, quando raccoglievo, leggevo e in piccola irrilevante misura aiutavo a scrivere libri liberali, sapendo che sarebbero caduti più o meno nel vuoto? Era una battaglia o una testimonianza? Un tentativo di incidere sul mondo o, al contrario, di impedire al mondo di incidere troppo su di me, un modo di trovare conferma di non esser pazzo?

Me lo chiedo tuttora quando penso alla battaglia liberale che mi è più cara, quella sulla giustizia, sull’argine da mettere allo strapotere dei pubblici ministeri, sulla malapianta inquisitoria da estirpare. Negli anni ho radunato pazientemente in uno scaffale i battaglioni di quello che dovrebbe essere, dicono, il pensiero dominante garantista per l’esattezza garantista e peloso, come un’orda barbarica. Alcuni erano pubblicati da editori così piccoli da sfiorare la soglia della copisteria. Altri esibivano con fierezza il marchio Liberilibri, a partire da un volumetto essenziale di cui molti, in Italia, hanno letto per intero il titolo, Il circo mediatico-giudiziario di Daniel Soulez Larivière. Mi piace pensare, con un po’ di superbia, che in quel mio scaffale e in scaffali simili al mio che altri solitari avranno messo insieme ci sia tutto l’occorrente per capire cos’è accaduto alla giustizia italiana negli ultimi trent’anni, e anche per sapere cosa si sarebbe dovuto fare per impedire che accadesse. Magra consolazione, e inutile civetteria! In fin dei conti il meglio che posso fare è mettere a disposizione quella collezione di libri strani o rari; senza più fortuna del conte Monaldo, che pose l’insegna filiis amicis civibus, quasi che ai contadini di Recanati potesse importar qualcosa della sua biblioteca di autori classici. Eppure preferisco ricordare un altro contadino, il contadino cinese che nel 1974, scavando un pozzo, scoprì per avventura l’Esercito di terracotta del Mausoleo di Qin a Xi’an, magnifiche statue di soldati con carri e cavalli, uno dei grandi ritrovamenti archeologici del secolo scorso. Un’armata destinata a servire nell’Aldilà il primo imperatore cinese. Forse le nostre battaglie intellettuali sono perdute, forse lo saranno ancora per molto; ma vale la pena combatterle ancora tenendo a mente l’immagine l’ennesima chimera bovaristica, chissà di un nuovo diciottenne pallido e occhialuto che un giorno, calandosi per caso nei sotterranei della libreria, vedrà schierato il piccolo esercito Liberilibri, perfettamente intatto e pronto a servirlo. E pazienza se non sarà il prossimo imperatore, a me va bene così.

Da Il Foglio, 2 febbraio 2016

Trent’anni di Liberilibri

Non occorre che si sia letta nemmeno la metà dei libri delle Oche del Campidoglio, è sufficiente aver sfogliato il catalogo, letto di fila i titoli, aperto le bandelle per capire che dalla metà degli anni Ottanta la casa editrice Liberilibri, di cui ricorrono quest’anno i trent’anni di attività, ha offerto un punto di vista ulteriore rispetto alla dicotomia dominante dal secondo dopoguerra della morale cattolica e della politica socialdemocratica.

Non è - purtroppo - un’impresa commerciale quella dell’editore Aldo Canovari, perché i lettori non sono mai abbastanza per renderla profittevole; non è nemmeno un progetto editoriale. E’, più ampiamente, un progetto culturale attraverso il libro. Un mezzo antico, forse pure arcaico, dalle copertine fragili e porose, dalle centinaia di pagine di saggistica che ormai in pochi fanno finta di leggere, eppure un mezzo che, in trenta anni di infaticabile lavoro, ha raggiunto un obiettivo: ampliare gli argomenti e le argomentazioni del dibattito sociale, politico, economico, filosofico e giuridico del nostro paese.

Dopo sei lustri di tenace attività, ad alcuni osservatori della cultura politica italiana è venuto naturale chiedersi quali siano i contorni del Residuo che fa da interlocutore alla Liberilibri e quali siano stati gli obiettivi raggiunti o disattesi della casa editrice. Lo hanno fatto, ognuno secondo il suo mestiere e il suo angolo di visuale del mondo, in un libro che ci è parso giusto pubblicare come IBL Libri: come ringraziamento, o tributo, alla Liberilibri, il cui lavoro è stato tanto importante, anche per noi, per maturare uno sguardo diverso sul mondo. Come il profeta Isaia ricordato da Albert J. Nock, il cui saggio “Il mestiere di Isaia” è stato tradotto in apertura della raccolta, Liberilibri continua infatti a seminare profezie per un Residuo sconosciuto nel numero e nelle fattezze, ma nella consolante certezza di aver fatto ciò che intimamente credeva opportuno fare.

Questo lavoro di semina è un po’ anche il nostro: libri, seminari, conferenze sono tasselli del tentativo di rendere nuovamente vive e vitali, anche in Italia, le idee di libertà. Basta aprire i giornali per accorgersi che siamo ben lontani dal tempo del raccolto. Un po’ ci rincuoriamo pensando, con Guglielmo il taciturno, che non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare. E un po’ restiamo convinti, guardando al mondo che ci sta attorno e ad altre esperienze internazionali. che il tempo di raccogliere verrà. Un piccolo istituto come il nostro, un piccolo grande editore come Liberilibri, hanno poche risorse ma un grande alleato: la realtà.

I libri liberi (e liberali) contro il conformismo

Pubblichiamo l’intervento dell’editore Florindo Rubbettino contenuto in Il carattere della libertà. Saggi in onore di Aldo Canovari (IBL libri, pagg. 184, euro 16). Il libro, curato da Serena Sileoni, vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni, include saggi, tra gli altri, di Antonio Martino, Giancristiano Desiderio, Carlo Lottieri. Si celebrano i trent’anni di attività dell’editore Aldo Canovari e della sua Liberilibri, casa editrice fondamentale per la diffusione del pensiero liberale in Italia. Come quella di Rubbettino, che qui omaggia il collega. E non solo.

“Ti moi sun douloisin?” è il motto greco che Piero Gobetti, che fu anche editore, imprimeva sulle copertine dei propri libri. “Che cosa ho a che fare io con gli schiavi”? È forse la domanda che ogni editore dovrebbe porsi e che sicuramente Aldo Canovari si pone quotidianamente. Il suo catalogo è un esempio di come si possano iniettare in un Paese come l’Italia anticorpi liberali e libertari attraverso la pubblicazione di giganti del pensiero e di idee libere, anticonformiste, eccentriche, irregolari che liberano dalla schiavitù più pericolosa: quella culturale.

Compito davvero arduo in uno strano mondo come quello dell’editoria italiana che di liberale ha davvero poco. Il dibattito che occupa in questa stagione gli addetti ai lavori, ma più in generale il mondo intellettuale italiano, riguarda il presunto pericolo che deriverebbe dal rafforzamento dei grandi editori attraverso il processo di acquisizioni e concentrazione in atto, che minerebbe il pluralismo e la concorrenza. Parola utile, concorrenza, da usare al bisogno. Peccato, però, che quegli stessi attori che si lamentano (editori, librai, critici) siano gli stessi che hanno voluto e continuano a difendere la legge illiberale e contro la concorrenza che vieta nel mercato editoriale gli sconti liberi. Peccato che siano gli stessi che nell’additare come pericolosi i grandi editori a loro dire sempre più appiattiti sui best-seller e su prodotti di bassa qualità da cui deriverebbe anche l’omologazione culturale, sono gli stessi che ricordano con nostalgia la lunga e gloriosa stagione degli editori impegnati, con una forte impronta intellettuale ed ideologica che a partire dagli anni Sessanta contribuirono alla diffusione di libri di cultura o comunque di libri di “buone letture”.

La domanda che verrebbe da porre a questi nostalgici dei tempi gloriosi è se non sia stata proprio quella stagione a produrre omologazione culturale.

È un fatto incontestabile che nel catalogo di molte di quelle case editrici, i cui meriti culturali non sono in discussione, non c’era tuttavia spazio per titoli che fuoriuscissero da precise ortodossie.

La storia editoriale italiana del dopoguerra è fin troppo nota per essere ricordata. Un’élite culturale ha presidiato il campo decidendo cosa pubblicare e cosa non pubblicare e dettando i canoni per porre una linea di demarcazione netta tra ciò che era politicamente ed editorialmente corretto e ciò che non lo era. Intellettuali del calibro di Bruno Leoni, Karl Popper, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, per restare al campo delle scienze sociali, ma ovviamente il discorso può essere esteso ad altri generi o discipline, sono stati sistematicamente ignorati ed ostracizzati e, solo grazie alla perseveranza ed al coraggio di un manipolo di intellettuali e di qualche editore, sono alla fine riusciti a penetrare, con decenni di ritardo rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale, nel dibattito scientifico.

Bisogna chiedersi quanto quell’editoria in gran parte militante abbia contribuito alla circolazione delle idee e quanto, al contrario, abbia impedito, con l’ideologia e la censura, la circolazione delle idee altre. La sensazione è che i cataloghi di quegli editori non rilucessero apertura, confronti, più visioni del mondo, ma sovente chiusura, ostracismo e ortodossia.

Per pubblicare Nietzsche ci fu bisogno di fondare l’Adelphi. Leggendo ad esempio i verbali delle “riunioni del mercoledì” dell’Einaudi, la casa editrice che ne rifiutò l’edizione, si comprende come l’obiettivo primario fosse quello di fidelizzare i lettori, laddove la fedeltà si intendeva ideologica, per non dire politica o partitica. Delle vere e proprie “Chiese editrici”, più che case editrici, editori che appagavano il bisogno di appartenenza e di ortodossia. La storiografia, ad esempio, era lo strumento analitico su cui costruire la cultura di governo della sinistra italiana. Era anche l’epoca in cui le agenzie rateali sparse sul territorio fidelizzavano il cliente e lo invitavano a costruire la biblioteca ideale per i propri figli. Nulla doveva essere lasciato al caso. Se non è omologazione questa. Certo non sono mancati gli editori che davano spazio a voci plurali, che difendevano la “battaglia delle idee”. Basti pensare a Bompiani, a Longanesi, a Rusconi, agli stessi grandi editori tanto bistrattati che hanno dato spazio ad autori altrimenti non pubblicati e che alla fine hanno acquisito, e salvato, ciò che restava di quelle gloriose case editrici con i bilanci dissestati.

E qui si innesta un secondo tema: il mercato. La scarsa simpatia per il mercato degli editori, ma anche degli intellettuali, è un dato di fatto. Il mercato è il male. L’editoria si è trasformata in industria, il “neoliberismo” e il “turbocapitalismo” hanno ucciso anche la produzione libraria. L’editore autentico è colui che non si cura di marketing, di vendite e del conto economico, ma chi promuove la cultura vera. Quando un romanzo o un saggio hanno successo, a spiegare il fenomeno vengono mobilitate molte ragioni e tutte ignobili. Il mercato è responsabile della scarsa qualità delle opere in commercio e gli editori (soprattutto i grandi) speculano sull’ignoranza dei più. Questi giudizi, oltre a denotare una totale ignoranza delle leggi che muovono la società e lo scambio, sono una ennesima conferma dell’elitismo di gran parte del mondo intellettuale ed editoriale che si compiace dell’appartenere a una ristretta cerchia di illuminati assediata dalla barbarie incombente. Una sorta di hayekiana “presunzione fatale” trasposta nel mondo editoriale.

Sempre leggendo i verbali einaudiani del mercoledì si scopre che non un numero, una tiratura o una percentuale di resa verrà mai a funestare l’ovattata discussione intorno a titoli e autori.

Se il mercato è responsabile della bassa qualità dei titoli bisogna dunque fare pulizia, salvaguardando chi fa qualità ed eliminando tutti i libri spazzatura. Sembra una battuta, ma così non è. Nel 2011 ha fatto molto discutere il manifesto della Generazione TQ, scrittori, editor, giornalisti, editori, critici e cineasti trenta-quarantenni che, proclamando di volersi riappropriare della definizione di “intellettuali”, sono arrivati a teorizzare la decrescita anche in campo editoriale.

Qualche passaggio illuminante:

«In un tempo in cui l’editoria non si distingue ormai più da qualsiasi altro settore dell’economia [...], TQ ritiene che l’editoria, pur essendo un mercato, non possa tuttavia essere solo un mercato senza rinunciare a essere anche uno dei luoghi elettivi in cui si forma la coscienza dei cittadini; e vuole che il libro sia sottratto allo statuto di merce e restituito a quello di un bene alla cui preservazione dev’essere interessato anche chi non legge [...] Dovendo dunque contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura, TQ si impegna ad agire secondo quelli che possono essere definiti come criteri di “ecologia culturale” [...] constatando come la quantità di libri pubblicata ogni anno sia ormai ampiamente oltre la soglia della sostenibilità non solo culturale ma addirittura commerciale, si fa promotore di una proposta di riequilibrio nella produzione dei libri che impegni gli editori a privilegiare la qualità rispetto alla quantità

Come dire: basta con tutti questi libri, con tutta questa libertà di scelta, con tutti questi editori, con questo pluralismo inutile. Scegliamo noi i titoli utili, i testi fondamentali, il resto è inquinamento, facciamo un po’ di “sana ecologia culturale”. Avrei voluto chiedere agli intellettuali TQ (che però nel frattempo hanno chiuso blog e battenti) se il catalogo di Liberilibri poteva aspirare a essere salvato dalla loro campagna ecologica. Temo però di conoscere già la risposta.

Marshall McLuhan ci ha spiegato ne La Galassia Gutenberg come la moltiplicazione dei libri indotta dalla nascita della tipografia in quanto industria abbia affrancato l’uomo da molte catene, abbia innescato una serie di rivoluzioni come l’umanesimo, la nascita della scienza moderna, delle lingue nazionali e la libertà di leggere e interpretare a proprio modo i libri. Un tempo il progresso era la moltiplicazione dei libri e delle occasioni di lettura. Oggi, invece, l’obiettivo degli impegnati sembrerebbe quello di non far scrivere, non far leggere. Un’idea tribale, di chi per conservare la propria purezza è disposto a chiudersi in una fortezza inespugnabile.

Anche le librerie non si sottraggono a questi tic. Qualche anno fa un libraio milanese annunciò con un cartello posto in vetrina che era indisponibile a vendere il libro appena uscito di Bruno Vespa. Le pagine di un libro che diventano qualcosa di infetto. Stesso destino tocca purtroppo ancora oggi a molti classici del liberalismo confinati in scaffali secondari o addirittura senza diritto di asilo in alcune librerie dove non aggradano agli attenti e impegnati librai.

Piero Gobetti, che in soli due anni di attività editoriale pubblicò 84 titoli, traducendo maestri del pensiero liberale come John Stuart Mill, pubblicando i primi scritti di Luigi Einaudi e la prima edizione di Ossi di seppia di Montale, di censura ne sapeva qualcosa. In molti casi i suoi libri furono dati alle fiamme o comunque distrutti sotto il fascismo e per questo sono in molti casi introvabili.

Nel suo libretto L’editore ideale, oltre a tracciare il profilo di questa figura e a raccontarne la passione e le difficoltà, la tenacia e lo spirito creativo, mostra di aver trovato il giusto equilibrio per non rinunciare alla qualità tenendo conto delle leggi del mercato. E soprattutto dei propri principî.

«Ho in mente una mia figura ideale di editore. Mi ci consolo, la sera dei giorni più tumultuosi, 5, 6 per ogni settimana, dopo aver scritto 10 lettere e 20 cartoline, rivedute le terze bozze del libro di Tilgher o di Nitti, preparati gli annunci editoriali per il libraio, la circolare per il pubblico, le inserzioni per le riviste, litigato col proto che mi ha messo un errore nuovo dopo 3 correzioni, mandato via rassegnato dopo 40 minuti di discussione il tipografo che chiedeva un aumento di 10 lire per foglio, senza concederglielo; aiutato il facchino a scaricare le casse di libri arrivate troppo tardi quando ci sono solo più io ad aspettarlo, schiodata io stesso la prima cassa per vedere i primi esemplari e soffrire io solo del foglio che è sbiancato in una copia, e consolarmi che tutto il resto va bene [...]; arrivato con 30 soli secondi di ritardo alla stazione dove tra un treno e l’altro devo combinare un contratto con un editore straniero, ricevute 20 telefonate, 10 facce nuove che vengono con le proposte più bislacche e bisogna sentire, per vedere l’idea che vi portano, scrutarle, scegliere il giovane da aiutare e il presuntuoso da metter subito alla porta. Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca (perché l’editore dev’essere fondamentalmente uomo di biblioteca e di tipografia, artista e commerciante) non sono troppe anche per il mio editore ideale. L’importante è ch’egli non debba aver la condanna del nostro pauperismo, non debba vivere di ripieghi tra le persecuzioni del prefetto, il ricatto della politica attraverso il commercio. Penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria: il giro degli affari che garantisce la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante. Il mio editore ideale [...] non ha bisogno di essere un Rockfeller [...] Basta che egli sia stato logico; non abbia fatto transazioni coi suoi principî di uomo colto, che pubblico e scrittori siano sicuri di lui.» (Piero Gobetti, L’editore ideale, Manduria, Lacaita, 2006.)

Ecco perché Aldo Canovari è un editore ideale.

Da Il Giornale, 31 gennaio 2016

Aldo, libero per i libri

Prima del primo numero del «Foglio» incontrai Aldo Canovari, che in seguito per vent’anni e più ci ha mostrato affetto e attenzione (mi dicono che nel suo ufficio campeggiano le lastre dei numeri zero del giornale).

Non sono un libertario, tutt’altro. Di formazione comunista e poi anticomunista, sono un individualista naturale che s’intruppa, che milita, che da qualche parte coltiva il vizio privato unico detestato da Aldo, l’idea dello Stato come astrazione concreta. Di fronte al prevalere del “sociale”, variante della prevalenza frutterolucentiniana del “cretino”, non nascondo di aver goduto all’asserzione thatcheriana: “Non conosco la società, conosco soltanto individui”. E da tempi non sospetti, da quando ero ancora nei postumi dell’eurocomunismo, figuriamoci.

Se penso alle oligarchie senza significato, volgarmente predatorie, sono tentato anch’io di rinnegare la lettura dei Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel e lo storicismo di Croce, in favore di una crociata laica per l’indipendenza dallo Stato, ma nel mio animo la libertà è la disciplina orchestrale dei Berliner Philarmoniker quando eseguono la prima e la seconda scuola di Vienna, non la dissonanza caciarona dell’antipotere e dell’antipolitica. E siamo sempre nel Brandeburgo.

Però sono abbastanza elastico, e abbastanza erudito dall’esperienza, per aver capito in tempo che Aldo Canovari è un uomo, un cittadino, un philosophe e un editore di qualità e di razza superiore, con un gusto dell’individualismo e una vena di cultura e coscienza che sa affascinare anche un sosia del bue muto come me, tanto è vero che attribuisce una certa primogenitura nel pensiero liberista se non libertario alla scolastica spagnola del Cinquecento, il che non è da tutti. Solo un italiano di Macerata, cioè un civis romanus di schietta fattura provinciale e cosmopolita, poteva assumere su di sé una tale inaudita e verosimile civetteria. Gli anglosassoni sono liberali di natura, gli italiani lo sono per scelta contro natura, e in questo sono più rari e addirittura più preziosi.

Canovari ha una sua idea del bene privato come liberazione dalle costrizioni del pubblico, del dominante, alla quale le persone di spirito volterriano, anche grossolano come il mio, non possono non rendere reverente omaggio. La sua impresa è di una solida e sconcertante solitudine morale, tanto più lodevole nella fiera delle vanità e delle inutilità cartacee che affligge la libreria italiana, almeno mediamente. Fissa l’obiettivo, definisce i suoi contorni, mette a fuoco e, procuratesi le migliori munizioni sul mercato, senza timore spara. E colpisce nel segno. Non talvolta. Non quasi sempre. Sempre. Le sue scelte sono di minoranza, di eleganza, di intransigenza, e hanno il dono di aprire la mente al solo compulsare copertine, titoli, risvolti, per non parlare dei testi. Non ha bisogno di dirsi esclusivo, lo è. Esclude l’ovvio, compagno di disavventura della corrente tendenza alla ripetizione del già noto e alla rimodulazione di un sonoro affollato di note false.

Nel difendere l’indifendibile è credibile, il che ammetterete non è da tutti. È credibile come lo fu il reverendo Swift nei suoi viaggi, nei suoi saggi. È una candida e ingenua Alice nel trionfo dell’intelligenza. È un John Locke involtolato nelle Facezie del seigneur du village de Ferney. Il suo appello al cielo, la resistenza alle pretese del pubblico sul privato, è un grido che nessun intellettuale italiano, e in genere la categoria è il contrario dei philosophes e dei philosophers specie quando si dice illuminista, ha mai saputo emettere dalla sua debole gola profonda. In lui non ci sono marinismi, barocchismi, prevalenze del segno sul volume: è un architetto classicheggiante dei suoi libri, un traspositore di culture, un artigiano di Macerata che vira verso ogni possibile longitudine e latitudine come fosse seigneur di un village ginevrino. Chiamano ammirazione la sua assenza di vanità, la sua pertinacia, l’insieme delle sue ossessioni lucide sulla giustizia, sul diritto, sull’economia, sulle istituzioni e i costituzionalismi civili liberali. La sua stessa alleanza con il cattolicesimo liberale, forgiata in un’amicizia e in una reciprocità societaria, uno dei segreti della sua maison, segue linee classiche e insieme ci fa scoprire una dimensione possibile del libertarismo italiano. Aspetto un suo pamphlet di critica al francescanesimo della Chiesa d’oggi, ma forse è già uscito, forse tutti i suoi liberilibri sono la confutazione vivente e vivace delle platitudes della teologia del popolo, con tutta la sua omologante tenerezza e con tutta la sua meravigliosa, incantevole, risonante ma flebile idea di misericordia. Dopo il sorteggio dei magistrati, idea geniale e possibile, mi aspetto il sorteggio dei sommi pontefici.

Che cosa serve alla cultura italiana? Qualcuno libero di parlare dei limiti della legge e del suo enforcement statuale, e in Aldo lo si è trovato. Qualcuno deciso nel denunciare la somma ingiustizia di una giustizia politicizzata e mediatizzata, e lo si è trovato nell’editore del cirque mediatico-giudiziario di Daniel Soulez Larivière. Un provocatore capace di far capire il perché del garantismo estremo come difesa del male assoluto, e abbiamo avuto i libri liberi firmati da Jacques Vergès. Ci voleva un costituzionalista senza trucchi, uno che non invocasse il costituzionalismo come compromesso culturale e strategico tra diverse varianti del totalitarismo novecentesco, e in cento buoni libri di costituzionalismo liberale uno Zagrebelsky ha trovato la sua nemesi. Ci voleva un difensore dei Jean Calas e dei Sirven di oggi, sottoposti alla gogna quando non al supplizio, e c’era Aldo Canovari pronto alla bisogna con Roberto Racinaro e altri. Ci voleva qualcuno che avesse in dispetto sovrano, e con la giusta dose di intolleranza psicologica e teorica, gli articoli liberticidi sopravvissuti nel codice penale, l’assistenzialismo come programma di protezione e di eviscerazione dell’individuo libero, e Aldo si è presentato all’appello. Ci volevano soprattutto un tatto, e una mancanza di tatto, un garbo, e una capacità di essere sgarbato, un tono, e una musica di ritmo duro e fecondo, e tutto questo Canovari editore ce lo ha dato. Era essenziale il gusto non futile del paradosso, la critica della stupidità e dell’infamità etica, la rivendicazione dell’autonomia del soggetto pensante e operante nella società aperta, e Canovari si è immerso in questa popperiana unended quest, pronto in ogni momento a farsi falsificare e contraddire.

Sono anche temi della multipredicazione, della minuscola capacità di analisi di un piccolissimo giornale come «il Foglio» o di un istituto di ricerca e battaglie come il Bruno Leoni, sempre contraddetti dalle loro scelte politiche o di cultura, dalle loro illusioni, dai loro errori e dal loro errare, ma mai in forma chiusa e antiliberale. In questo senso Canovari è un fratello. Non vuole mettersi troppo sottocosta ad altre imprese che non siano le sue, e lascia agli altri la libertà di sbagliare, come la concede virtualmente anche a se stesso, e di tacere, di omettere, di peccare. Ma è un virtuoso. Non amerà come me la devozione, che non è la caricatura della pietà religiosa ma un concetto di virtù eroico, complesso, antico, derivato dalla grande lezione greco-romana e dalla tradizione giudaico-cristiana. Aldo non è un temperamento omerico, ma il suo lavoro di decrittazione dei falsi d’autore della politica moderna e dell’ideologia moderna ha tuttavia qualcosa di epico, e allude alla manliness, concetto straussiano mutuato dalle capitali del pensiero classico, Atene e Gerusalemme. In questo Canovari è unico e Dio lo deve benedire anche a nome di chi non crede in lui o lo trascura.

Da Il Foglio, 31 gennaio 2016

“Too Big Mac?”. McDonald’s e l’abuso della normativa Antitrust

Le accuse lanciate a Mc Donald’s dalle associazioni dei consumatori Codacons, Cittadinanzattiva e Movimento Difesa del Cittadino, per asserite violazioni della normativa europea Antitrust, hanno fatto il giro del mondo.

Muovendo dall’analisi della fragilità della normativa Antitrust in tema di abuso di posizione dominante, il Focus “Mc Donald’s e Antitrust: qualche riflessione in attesa della Commissione” (PDF) di Paolo Belardinelli e Francesco Bruno indaga la questione per capire se le accuse mosse alla multinazionale possano ritenersi fondate. La risposta che se ne ricava è negativa, infatti “guadagnare tanto, tantissimo, e massimizzare i profitti scegliendo un certo modello di business (proprietà anziché panini) non significa nulla in termini di Antitrust. La maggior parte delle accuse mosse a Mc Donald’s riguarda il suo rapporto con gli affiliati e la penalizzazione che questi ultimi subirebbero dal suo abuso di posizione dominante. Va ricordato che nulla impone agli affiliati di affiliarsi. Questo è quello che spesso ci si dimentica nel pensare ai rapporti di scambio: se lo scambio avviene, è perché entrambe le parti ne traggono vantaggio. Il franchising è anch’esso, per quanto particolare, uno scambio: un marchio e molta conoscenza in cambio di alcune garanzie e denaro”.

Il Focus “Mc Donald’s e Antitrust: qualche riflessione in attesa della Commissione” è liberamente disponibile qui (PDF).

La sfida di Uber a Renzi

Con il disegno di legge sulla concorrenza in discussione al Senato, “il Partito democratico e Matteo Renzi sono a un bivio”: devono scegliere se stare dalla parte del futuro e degli innovatori oppure, come accade in Francia con il governo di François Hollande, dalla parte di “chi appicca il fuoco alle auto” per proteggere privilegi di un'era passata. Parola di Mark MacGann, il principale lobbista di Uber in Europa (è il capo della public policy della app californiana), che si dice “stufo del mantra della crescita e dei posti di lavoro”. Troppa retorica e poche (o nessuna) scelte politiche per favorire davvero l'attività economica e la concorrenza. “L'Unione europea è il continente più protezionista al mondo”, secondo MacGann, citando gli esempi di Spagna, Italia e Francia, dove le decisioni di alcuni tribunali hanno costretto Uber a cancellare il servizio UberPop. Uber è “giovane” e ha “imparato dagli errori del passato”, ha detto MacGann per spiegare le ragioni del cambio di politica aziendale. Meno iniziative clamorose per rompere il monopolio dei tassisti con la forza della tecnologia libertaria, più dialogo con i governi per trovare soluzioni condivise. Ma, per MacGann, “è difficile distinguere tra sindacati di taxi e mafia violenta”.

Quello del lobbista di Uber è l'ultimo avvertimento a Renzi. MacGann è sul punto di lasciare Uber (a novembre del 2015 era stata annunciata la sua partenza per fine gennaio), ma non ha perso lo spirito battagliero. In un convegno organizzato dall'Istituto Bruno Leoni a Bruxelles mercoledì 27 gennaio per presentare il SuperIndice e l'Indice delle Liberalizzazioni, MacGann ha sottolineato che la battaglia di Uber non è solo a vantaggio dell'azienda e dei consumatori. E' anche per i giovani “con meno di 35 anni”, i senza lavoro o i lavoratori con bassi salari che possono “integrare il loro reddito facendo gli autisti nel tempo libero”. I driver di Uber a livello globale dovrebbero passare da 1,5 milioni oggi a 20 milioni nei prossimi due anni. In alcuni paesi europei, il motore dell'occupazione di Uber è inceppato a causa della resistenza di governi e tribunali. Ma “a Parigi Uber ha creato 12 mila posti di lavoro, a Londra 30 mila jobs”, ha spiegato MacGann.

Le resistenze alle liberalizzazioni, alle riforme e al risanamento fiscale hanno un alto prezzo in termini di crescita, come dimostrano gli indici dell'Istituto Bruno Leoni. L'economista Nicola Rossi ha sottolineato come i paesi sotto programma di assistenza finanziaria – Irlanda, Spagna, Portogallo, perfino la Grecia fino all'arrivo di Alexis Tsipras – stiano convergendo verso il resto della zona euro con una certa rapidità in termini di dati macroeconomici. Significa che le politiche della Troika funzionano. La Francia, per contro, diverge sempre più dai partner. Con alti e bassi, l'Italia converge a un ritmo molto più lento e con il rischio di un'inversione di rotta. Per Renzi e il suo Pd “non ci sono più scuse per fingere di non sapere” quanto vale l'innovazione in termini di crescita e qual è la posta in gioco, avverte il lobbista capo di Uber. L'augurio di MacGann è che “il ministro (Federica) Guidi abbia successo”. Altrimenti saranno le autorità di concorrenza a livello Ue a permettere a tutti gli europei di avere più libertà economica, come accaduto in passato, imponendo agli stati nazionali il rispetto delle regole europee.

Da Il Foglio, 28 Gennaio 2016

L’Antitrust contro Google: un intervento superfluo e sconsigliabile

Il mercato digitale rappresenta un’enorme opportunità per le imprese e i cittadini. Ne è consapevole anche la Commissione europea, che ha dichiarato tale settore una delle principali priorità del mercato comune. Al tempo stesso, tuttavia, due recenti iniziative della Commissione, in qualità di autorità europea per l’antitrust, mostrano un atteggiamento meno aperto a cogliere l’innovazione e la dinamicità del mercato digitale.
I due casi, relativi ai servizi di acquisti comparativi di Google e al sistema operativo Android, sono analizzati approfonditamente da Andrea Varsori, PhD Candidate al King’s College, e Diego Zuluaga, research fellow dell’Institute of Economic Affairs, nel Briefing Paper, in lingua inglese, “EU Antitrust Vs. Google” (PDF).

Secondo gli autori, «[è] il pericolo di intervento nel mercato digitale che rappresenta la maggiore preoccupazione. A oltre trent’anni dall’inizio della rivoluzione informatica, questo settore di attività economica globale è ancora fiorente. Ogni anno entrano nel mercato nuovi soggetti, provenienti tanto dai paesi tecnologicamente avanzati quanto da economie emergenti. Vengono scoperte sempre nuove applicazioni delle tecnologie attuali. Le vecchie distinzioni tra mercati si fanno più sfumate. In questo contesto, l’intervento delle autorità antitrust può essere considerato superfluo e sconsigliabile. Non solo l’esperienza del passato ha dimostrato che, mentre l’innovazione è in grado di minacciare rapidamente qualsiasi posizione dominante, il costo potenziale dell’intervento pubblico può essere considerevolmente elevato. Sappiamo ben poco dei fattori che producono gli esiti economic nel settore digitale, ma le evidenze disponibili indicano che tale settore è uno dei mercati più concorrenziali, più stimolanti e più fiorenti del mondo. Un intervento di natura regolatoria potrebbe soffocarlo, anziché stimolarne la vitalità.»

Il Briefing Paper “EU Antitrust Vs. Google” di Andrea Varsori e Diego Zuluaga è liberamente disponibile qui (PDF).

I saldi debbono essere liberi

Periodo di saldi, questo, con norme diverse da regione a regione. Come sempre, da decenni. Permane il mistero inspiegabile del perché, in un'economia di libero mercato, debbano essere disposizioni dall'alto a prevedere, zona per zona, quando i commercianti possano mettere in vendita prodotti attuando sconti.

Come ha rilevato l'Istituto Bruno Leoni, la disciplina (che trova origine in disposizioni del periodo corporativo) è concepita formalmente per tutelare la concorrenza, mentre di fatto vieta «a qualcuno di essere troppo concorrente rispetto ad altri» Concorrenza sì, ma fino a un certo punto: fin quando ai regolatori fa piacere.

Si tratta di obblighi dirigistici che, sotto la parvenza di impedire il sorgere di monopoli e col pretesto di proteggere (infatti è in certa misura una forma di protezionismo) esercenti reputati deboli, recano danno ai consumatori e inibiscono ai commercianti di collocare sul mercato i beni che ritengono, quando ritengono, con gli sconti che ritengono.

È la stessa perversa volontà che vorrebbe reintrodurre obblighi di chiusure festive, vietando a chi voglia lavorare di poterlo fare (ma a un professionista non si fa divieto di lavorare la notte o la domenica).

È la stessa negazione, di fatto, del libero mercato che ha fissato minuziosi limiti, divieti, interferenze, contingentamenti, per gli sconti praticabili sui libri. Sono, in buona sostanza, regole che lungi dal favorire la concorrenza la danneggiano, all'evidenza finendo con il frapporre ostacoli all'unico vero decisore del mercato, cioè il consumatore, cui dovrebbe spettare la decisione di acquistare dove ritiene quando ritiene al prezzo che ritiene di pagare.

Col passare degli anni si è riusciti a superare vincoli che oggi paiono assurdi. Sempre l'Istituto Bruno Leoni ricorda il divieto di panificare la domenica.

Non soltanto si fanno talvolta passi indietro, come nel caso degli sconti librari praticabili a capriccio del legislatore, ma non si riescono a compiere altre avanzate verso una più estesa libertà di mercato, come per la vendita di farmaci.

L'obiettivo cui la legislazione dovrebbe tendere è di eliminare il maggior numero possibile di obblighi, limiti, divieti che non abbiano fondamento in un'utile (epperò minima) regolazione del mercato. Il fine sarebbe favorire la completa libertà di vendita, da un lato, e di acquisto, dall'altro. Che importa a un comune o a una regione o allo Stato se un negoziante vuole aprire il mattino di Natale? Che cosa ne ricava la mano pubblica dalla limitazione di vendita secondo settori merceologici?

Quali vantaggi riceve un acquirente dai limiti posti agli sconti, con percentuali e date, come nel caso dei saldi di fine stagione?

La concorrenza viene limitata, mentre elementi rilevanti come i tempi sono scelti dall'autorità politica, che può così intromettersi nello scambio facendosi valere e rimarcando il proprio potere.

Da Italia Oggi, 7 gennaio 2016

Veto sui farmaci di fascia C: liberalizzazione ferma al palo

Con il ddl sulla concorrenza, ora all'esame del Senato, sta prendendo forma il puzzle sulle liberalizzazioni. Si tratta della prima legge annuale in materia dal 2009, cioè da quando è stato previsto di approvare una norma che elimini gli ostacoli alla competizione economica, accogliendo le segnalazioni dell'Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust).

In questo pacchetto, già licenziato in prima lettura dalla Camera, sono previste una serie di riforme che intervengono nei più svariati settori: energia, assicurazioni, telefonia, professioni e farmacie. Proprio in quest'ultimo campo il provvedimento introduce alcune innovazioni: liberalizza definitivamente l'orario di apertura delle farmacie, permette l'ingresso nel settore delle società di capitali rimuovendo l'obbligo della presenza di una farmacista nell'assetto proprietario ed elimina il limite di 4 licenze in mano allo stesso soggetto.
Tra le novità nel ddl è però assente la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, sebbene nella bozza iniziale fosse presente: ovvero, la possibilità che anche questi farmaci con l'obbligo di prescrizione, a totale carico del paziente, possano essere venduti nelle parafarmacie e nelle parafarmacie dei supermercati della Grande distribuzione organizzata (Gdo).
Una bocciatura che fa rumore perché, alla stregua dell'articolo 18 sul lavoro, la liberalizzazione dei farmaci di fascia C rappresenta per il nostro Paese una sorta di totem. Come si evince chiaramente dall'ultimo report redatto dall'Istituto Bruno Leoni (PDF) che sull'argomento è ritornato mettendo a nudo la poca utilità di questa battaglia da parte della lobby dei farmacisti che, paradossalmente, difendono lo status quo sui farmaci di fascia C ma nello stesso tempo assecondano l'ingresso delle multinazionali nello loro compagini societarie.
Nel contempo, il report mette chiaramente in luce quanto sia importante la liberalizzazione di mercati più piccoli come quello dei farmaci di fascia C per dare un contributo significativo alla crescita economica e al miglioramento della vita quotidiana delle persone. Per quanto riguarda il peso economico, sottolinea il report, i farmaci di fascia A con circa 12,1 miliardi di euro di valore per le vendite al pubblico rappresentano circa il 70% del mercato, i farmaci di fascia C con obbligo di prescrizione (quelli interessati dalla potenziale liberalizzazione) con 2,9 miliardi valgono circa il 16% e i farmaci senza obbligo di ricetta (Sop e Otc già liberalizzati) con 2,4 miliardi il 14%.
Quindi, secondo il report, attualmente il mercato farmaceutico è per l'86% monopolio o esclusiva delle farmacie (fascia A e fascia C) e solo per il restante 14% aperto alla concorrenza di parafarmacie e parafarmacie della Gdo (anche se, come vedremo in seguito, pure questa fetta è quasi totalmente in mano alle farmacie). Con l'eventuale liberalizzazione della fascia C, il mercato del farmaco sarebbe aperto alla concorrenza solo per il 30%, meno di un terzo, mentre il restante 70% resterebbe comunque esclusiva delle farmacie.
Quali sono gli argomenti di chi si oppone alla liberalizzazione dei farmaci di fascia C? «Sono all'incirca gli stessi usati contro la liberalizzazione dei farmaci da banco - rileva il report - oggetto della prima liberalizzazione, e sono essenzialmente di due tipi: di sicurezza ed economici. Quindi questa volta, a differenza che in passato, per poter valutare le conseguenze positive o negative della liberalizzazione della fascia C si può guardare a quali sono stati gli effetti del "decreto Bersani"».
Eccoli: il mercato dei farmaci senza obbligo di prescrizione, quelli interessati dalla liberalizzazione, è in costante calo per il numero di confezioni vendute, circa 10% dal 2007 al 2013. Il pericolo di maggiori rischi per la salute dei cittadini, osserva il report, è pertanto scongiurato e le previsioni più allarmanti smentite. Mentre nel campo delle critiche economiche, una di quelle che viene spesso rilanciata è che con la liberalizzazione c'è stata sì una riduzione dei consumi, ma a causa di un aumento dei prezzi. «L'affermazione è sbalorditiva - conclude il report - perché sarebbe l'esatto opposto dello scenario ipotizzato da chi criticava la liberalizzazione (si abbassano i prezzi e aumentano i consumi)».
Da Affari&Finanza – La Repubblica, 14 dicembre 2015

L'incompiuta liberalizzazione dei farmaci di fascia C e i falsi allarmi per la salute delle persone

La vendita dei farmaci di fascia C è una delle tante liberalizzazioni incompiute in Italia e nemmeno l’attuale disegno di legge annuale sulla concorrenza, nonostante la previsione iniziale, sembra riuscire a portarla a conclusione.

Dal 2006, i farmaci di fascia C senza obbligo di prescrizione medica possono essere venduti fuori dalle farmacie, mentre sono ancora di loro esclusiva vendita, paradossalmente dal punto di vista della sicurezza terapeutica, quelli con obbligo di ricetta.

«La liberalizzazione dei farmaci di fascia C con obbligo di ricetta non sarebbe altro che la ovvia prosecuzione e naturale conclusione di un percorso che ha dato buoni risultati» - dichiara Luciano Capone nel Briefing Paper “La liberalizzazione dei farmaci di fascia C non nuoce alla salute” (PDF) - «Grazie all’iniezione di maggiore concorrenza, i cittadini hanno potuto beneficiare di un’offerta più ampia e di prezzi più bassi per i farmaci da banco. Nessuno degli scenari catastrofici, sia dal punto di vista economico che della sicurezza, si è verificato. [….] Logica vorrebbe che quegli stessi argomenti non vengano utilizzati ora per impedire la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Innanzitutto perché c’è motivo di credere che anche in questo caso si verifichi ciò che è accaduto per i farmaci Sop e Otc, ossia che una maggiore concorrenza e una possibile riduzione dei prezzi non provochino consumi eccessivi e pericolosi. Ma soprattutto perché in questo caso c’è un altro elemento che può farci stare tranquilli sulle garanzie per la salute: questa categoria di medicinali può essere distribuita solo dietro prescrizione medica. Ciò vuol dire che la vendita potrà avvenire solo se un medico prescrive il farmaco e solo se c’è un farmacista al banco, le stesse garanzie che esistono nell’attuale sistema, con l’unica differenza che il banco potrà essere anche quello di una parafarmacia.»

Il Briefing Paper “La liberalizzazione dei farmaci di fascia C non nuoce alla salute” di Luciano Capone è liberamente disponibile qui (PDF).

Ibl: liberalizzazioni, Italia a metà classifica nella Ue

L'Italia si colloca a metà classifica nell'Indice delle liberalizzazioni 2015 dell'Istituto Bruno Leoni.

Il punteggio del 67% evidenzia il miglioramento di un punto rispetto all'anno scorso, spinto da Tlc, trasporto aereo, ferroviario e assicurazioni. Il divario con il 95% totalizzato dal primo classificato, il Regno Unito, è però ancora sostanzioso.

Sul fronte energia va registrato un peggioramento nei carburanti, dovuto però solo all'aumentato peso percentuale delle accise, mentre la componente price risulta in miglioramento. Elettricità e gas scontano ancora l'eccessivo peso del settore pubblico e la presenza dei meccanismi di maggior tutela nel retail (di cui peraltro il Ddl Concorrenza prevede il superamento dal 2018).

Nel confrontare i dati con quelli 2014, bisogna poi considerare due variazioni nella metodologia: innanzitutto l'allargamento dei Paesi considerati da 15 a 27 (ossia tutti quelli della Ue) e poi l'analisi del modello di unbundling per i segmenti trasmissione e distribuzione elettricità/gas.

Nel settore carburanti, l'Italia figura ultima con un punteggio del 40% (57% nel 2014). Il nostro Paese, rimarca Ibl, "si distingue per una performance molto bassa sul fronte fiscale, e pessima sulla modernizzazione della rete distributiva". Si colloca invece attorno alla metà della classifica per quanto attiene l'indicatore price. Il fatto che i prezzi medi (al netto delle imposte) non si discostino in misura eccessiva da quelli europei, prosegue il rapporto, "suggerisce che le dinamiche competitive siano efficaci per quanto attiene il confronto tra i diversi operatori, sia per quanto riguarda la pompe colorate sia per quelle bianche".

Il "pessimo risultato sull'efficienza della rete" è invece principalmente riconducibile ai costi di aggiustamento e "in particolare alle norme in materia di terzo carburante". Su questo fronte, "la prima versione del disegno di legge sulla concorrenza adottata dal governo prevedeva misure per impedire l'introduzione di tali barriere, ma essa sembra perdere parzialmente efficacia alla luce di alcune modifiche introdotte a livello parlamentare".

Passando al mercato elettrico, l'Italia occupa il decimo posto (7° nel 2014, con un punteggio che passa dall'81% al 79%). Nella generazione, Ibl rimarca "un livello di partecipazione pubblica, nel principale operatore del segmento, superiore rispetto a quella osservata per i nove Paesi che la precedono nell'Indice, a eccezione di Finlandia e Slovacchia".

Poi c'è il peso del capacity payment, non adottato dalla maggioranza degli Stati membri esaminati. Sul fronte capacity market, il rapporto sottolinea poi i rischi derivanti dall'attuazione di meccanismi eterogenei nei vari Paesi.

Passando alla fornitura retail si osserva in primo luogo che a eccezione di Finlandia, Slovacchia e Romania, l'Italia si caratterizza per un grado di partecipazione pubblica nel capitale sociale del principale operatore superiore a quello degli altri Paesi che la precedono nell'Indice. C'è poi il perdurare dei meccanismi di regolazione dei prezzi (la tutela), circostanza che penalizza anche il gas.

In questo settore il nostro Paese passa dall'8° al 14° posto (dal 60% al 58% il punteggio). A spiegarne la perfomance, sottolinea Ibl, è in primo luogo "il mancato completamento del processo di privatizzazione nel segmento della produzione e importazione di gas naturale". Visto che "la quota di partecipazione pubblica nel principale operatore attivo in questo segmento è superiore a quella registrata per tutti gli altri Paesi che precedono l'Italia nell'Indice 2015, con la sola eccezione della Romania".

Anche il grado di concentrazione contribuisce a spiegare il posizionamento dell'Italia: il principale operatore attivo nella produzione e importazione detiene una quota di mercato compresa tra il 50 e il 90%.

Da segnalare infine che mentre nei settori gas/elettricità è il Regno Unito a primeggiare con un punteggio del 100%, nei carburanti il primo posto è occupato dal Lussemburgo (sempre con il 100%).

"Per quanto riguarda l'Italia - ha commentato Serena Sileoni, vicedirettore generale di Ibl - sono positivi alcuni timidi miglioramenti, e anche i tentativi in corso col Ddl Concorrenza, ma per ora si tratta ancora di iniziative troppo poco sistematiche e non sempre abbastanza coraggiose. Le liberalizzazioni sono l'unico vero strumento di cui il Governo dispone per rilanciare l'economia e contemporaneamente alleviare le condizioni delle fasce sociali più basse: è incomprensibile che non siano in testa all'agenda dell'esecutivo e che, anzi, per ogni passo avanti se ne compiano due indietro su altri fronti".

Da Quotidiano Energia, 30 novembre 2015

Indice delle liberalizzazioni 2015: il Regno Unito il paese UE più liberalizzato (95%). Italia 67%

L'economia più liberalizzata nell'Unione europea è quella del Regno Unito, che ottiene un punteggio del 95%, seguita dai Paesi Bassi (79%) e da Spagna e Svezia, entrambe al 77%. I paesi meno aperti sono Cipro (49%), Lettonia e Croazia (entrambe al 56%) e Grecia (57%). L'Italia, col 67%, si colloca a metà classifica, a pari merito con Repubblica Ceca e Romania.

Sono i risultati dell'edizione 2015 dell'Indice delle liberalizzazioni, il rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sul grado di apertura del mercato che, da quest'anno, copre tutti i 28 Stati membri dell'Unione europea. I settori analizzati sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione, mercato del gas, mercato elettrico, mercato del lavoro, poste, telecomunicazioni, servizi audiovisivi, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. Per ciascun settore vengono identificati una serie di criteri, qualitativi e quantitativi, che consentono di misurare la libertà di ingresso sul mercato, la libertà di esercizio dell'attività imprenditoriale, e la libertà di uscita: in sostanza, una stima di quanto sia pervasivo l'intervento pubblico e quanto invece domanda e offerta siano libere di interagire nei settori citati. In ciascun settore, il paese più liberalizzato ottiene convenzionalmente un punteggio pari a 100. L'indice di liberalizzazione complessivo di ogni paese deriva dalla media dei punteggi ottenuti in ciascun settore. 

L'Italia ottiene un punteggio pari al 67%, in crescita di un punto rispetto all'anno precedente. Tale marginale miglioramento riflette alcune variazioni in diversi settori. In particolare, cresce in misura sensibile il grado di liberalizzazione nei settori delle telecomunicazioni (grazie al sempre crescente dinamismo nella telefonia mobile e alle più efficaci regole di accesso alla rete fissa), nel trasporto aereo (per la privatizzazione di Alitalia e il continuo miglioramento delle condizioni competitive), nel trasporto ferroviario (principalmente per la competizione nell'alta velocità) e nelle assicurazioni (grazie alla maggiore mobilità della domanda). Si riscontra un peggioramento sensibile invece nella distribuzione in rete dei carburanti, che però oltre agli aumenti delle accise nel 2014 sconta un adeguamento metodologico e quindi non è perfettamente confrontabile col dato dell'anno precedente.

Commenta Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni: "L'Indice delle liberalizzazioni vuole essere uno strumento anzitutto di monitoraggio delle riforme che vengono effettuate. Da quest'anno, con l'allargamento dei paesi analizzati all'intera Unione europea, l'Indice si candida a svolgere questa funzione non solo a livello nazionale ma anche a livello di tutti gli Stati membri e, naturalmente, dell'Unione. Per quanto riguarda l'Italia, sono positivi alcuni timidi miglioramenti, e anche i tentativi in corso col Ddl Concorrenza, ma per ora si tratta ancora di iniziative troppo poco sistematiche e non sempre abbastanza coraggiose. Le liberalizzazioni sono l'unico vero strumento di cui il Governo dispone per rilanciare l'economia e contemporaneamente alleviare le condizioni delle fasce sociali più basse: è incomprensibile che non siano in testa all'agenda dell'esecutivo e che, anzi, per ogni passo avanti se ne compiano due indietro su altri fronti".

Una politica di liberalizzazione è funzionale non solo a livello nazionale ma anche a livello europeo. Questo spiega la scelta dell'Istituto di allargare la copertura ai 28 Stati membri dell'Ue. Come scrive nell'Introduzione Carlo Stagnaro, curatore del rapporto, "L’Europa stessa può trarre grande giovamento da una diffusione della cultura della concorrenza, e dalla conseguente adozione di provvedimenti di liberalizzazione dell’economia. Questo beneficio non si misura, in ottica europea, solo secondo la metrica della crescita economica, ma anche sotto quella della crescente integrazione: l’apertura alla concorrenza può produrre un processo bottom up di unificazione dei mercati europei più efficace, rapido e condiviso che non l’imposizione top down di standard regolatori. L’Indice delle liberalizzazioni indica a ciascuno Stato membro su quali leve intervenire, e a quale esempio guardare. L’Europa non deve inventare nuovi assetti normativi o regolatori: deve solo esportare al suo interno le best practice già esistenti e sperimentate con successo."

L'Indice delle liberalizzazioni è realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Massimiliano Trovato. L'edizione 2015 è aperta da un saggio di Rosamaria Bitetti sulle riforme strutturali nei paesi della "periferia" Ue.

L'Indice delle liberalizzazioni 2015 è liberamente disponibile sul sito dell’Istituto Bruno leoni, nei formati PDF, EPUB e MOBI.

Le edizioni precedenti sono liberamente disponibili su questa pagina.

Un'anticipazione dell'Indice delel liberalizzazioni 2015 è uscita su Corriere Economia.

Uber prima di Uber era italiana

Ci piace pensare all’eterno confronto tra innovazione e regolamentazione come a una continua riedizione della sfida tra Achille e la tartaruga – o, con un paragone più grafico e calzante, di quella tra Wile E. Coyote e Beep Beep. C’è del vero: se ci soffermiamo sulle tendenze generali, possiamo constatare che immancabilmente il progresso supera il conservatorismo delle regole: ed è un pensiero consolante. Victor Hugo scrisse che «niente al mondo è così potente come un'idea il cui tempo sia giunto» e, con buona pace dei nostalgici, la storia si ostina a marciare in direzione del futuro. Questo legittimo sollievo, però, ci distoglie da un supplemento d’analisi: le tendenze generali sono la giustapposizione d’innumerevoli vicende particolari. Uno sguardo più granulare disvela le tribolazioni dei singoli innovatori: quelli che ce l’hanno fatta, quando ormai era troppo tardi; quelli che contro le regole si sono infranti, ma hanno sfrondato una traccia per chi li seguiva; quelli talmente in anticipo sui tempi che ne possiamo apprezzare il sacrificio visionario solo a decenni di distanza.

Pensiamo a Peppo Sacchi, l’ex regista Rai che, all’inizio degli anni ’70, si mise in testa di sgretolare il monopolio della tv di stato, armato solo di un videoregistratore portatile giapponese e di una gran voglia di raccontare la provincia italiana. I biellesi rispondono all’appello: chi ha i quattrini e l’inclinazione per farlo – e non sono pochi in un’area a spiccata vocazione industriale e di sentimenti piuttosto liberali – mette mano al portafogli; gli altri si accalcano alle prime proiezioni sperimentali nei locali cittadini e si prestano come materiale narrativo, dando forma allo stilema oggi ubiquo delle dichiarazioni dei passanti. Occorre sempre fare i conti con il monopolio; ma il codice postale del 1936 si occupa esclusivamente delle trasmissioni via etere: e se diffondessimo il segnale via cavo? Più costoso, certo, ma legale. Pronti, via: Sacchi registra la testata per il suo «giornale periodico a mezzo video» e il 6 aprile 1972 Telebiella inaugura la programmazione.

La reazione non si fa attendere: il Testo unico del 1973 introduce la categoria onnicomprensiva delle telecomunicazioni e mette in sicurezza l’esclusiva della Rai; e poche settimane dopo arrivano l’ordine di disattivazione e il taglio dei cavi. Sacchi non si ferma, insegna televisione – così, nello spazio di un giorno, nasce e muore VideoBologna – e sfodera un altro dei suoi arzigogoli: si fa denunciare da un amico per la violazione dell’articolo 195 del nuovo Testo unico: dalla pretura alla Corte costituzionale il passo è breve. La Consulta si schiera dalla sua parte: alla televisione via cavo non si applica il principio della limitatezza delle risorse frequenziali, che aveva sin lì giustificato il monopolio pubblico. Telebiella torna in onda, ma i ricorsi continuano: dopo le emittenti via cavo, la Corte legittima quelle straniere e quelle locali, anche via etere. Nel 1978, si contano in Italia oltre 500 stazioni televisive e agli artigiani del video cominciano ad affiancarsi i network dei grandi editori.

Per Sacchi, paradossalmente, è l’inizio del declino: la sua battaglia per cambiare le regole operando entro le regole ha raggiunto un faticoso successo, ma non sarai lui a beneficiarne. La stagione delle emittenti locali è un’epopea eroica, ma in un senso profondo chiusa in sé stessa. Sacchi ne è il formidabile iniziatore, ma nemmeno lui riesce a traguardare il punto d’arrivo della pista che per primo ha battuto. E, del resto, non si poteva esigere che un uomo solo – affiancato al più da qualche centinaio di spettatori – lanciasse l’assalto al Moloch di viale Mazzini e alla sua congerie d’interessi. Telebiella si normalizza; abdica al cavo – scelta simbolica, anche per il futuro sviluppo del sistema delle comunicazioni in Italia – e smarrisce la propria energia vitale, procedendo verso l’inevitabile fallimento.

Quello che poteva apparire come l’esordio di una stagione rivoluzionaria è, in realtà, un ulteriore passaggio intermedio. Le tv libere sono ricche d’idee, di talenti, d’entusiasmo, ma s’inseriscono negl’interstizî del monopolio: il mercato pubblicitario richiede platee ben più ampie e la compravendita delle frequenze non è un modello sostenibile di monetizzazione. Anche gli sparuti operatori dotati del physique du rôle – i Rusconi, i Rizzoli, i Mondadori – si rassegnano all’immutabilità dello status quo e cercano, dopo pochi anni, una via d’uscita; la trovano nella follia illuminata di un imprenditore edile pressoché vergine d’esperienza nel campo dei media.

Quando la traiettoria di Berlusconi incontra quella di un Sacchi, le idee prendono corpo e tutto diventa possibile. Anche Canale 5 nasce come emittente locale via cavo, a Milano 2; ma la visione e la determinazione del patron dell’Edilnord puntano altrove. C’è un’industria da svecchiare e c’è un mercato da colonizzare. Ci sono, però, anche fortissime resistenze da demolire: e la strategia va rimodulata di conseguenza. Sacchi aveva individuato una lacuna normativa e vi si era insinuato, tanto che per stopparlo era stato necessario un apposito intervento legislativo – intervento illegittimo, come abbiamo visto: ma è una magra consolazione, se il tempo gioca a favore dell’esistente. Berlusconi sceglie la strada più diretta, sfida i regolatori, scardina il rapporto tra la lettera della legge e il suo spirito. La normativa ammette l’emittenza locale, ma non pone vincoli ai palinsesti: e se una rete di stazioni in giro per l’Italia trasmettesse ad orari coordinati gli stessi programmi, pre-registrati ed efficacemente dispacciati ai quattro angoli del paese? Con l’interconnessione funzionale, la televisione privata eleva il livello dello scontro competitivo: si affranca dalle limitazioni geografiche e affronta di petto il monopolio della Rai.

Berlusconi capisce per primo che un conto è levare a poche centinaia di biellesi gli aggiornamenti sulla cronaca cittadina; ben altro è derubare centinaia di migliaia d’italiani dei quiz di Mike, degli intrighi di Dallas, persino del mediocre spettacolo del Mundialito. La sola speranza di resistere al ritorno degli interessi costituiti passa per l’erezione di un interesse contrario altrettanto forte. La televisione privata era una bella suggestione, ma non poteva sperare di conquistare un seguito senza un posto fisso sul telecomando: è solo entrando nel quotidiano delle persone che comincia a lottare per la propria sopravvivenza. Le battaglie per l’innovazione si giocano sulla concretezza delle alternative: una lezione al cuore del successo odierno della cosiddetta sharing economy. Argomentare che un modo diverso di organizzare il trasporto locale è possibile conquisterà, forse, qualche ascoltatore ben disposto; ma anche l’osservatore più scettico apprezzerà la comodità di trovare un passaggio alle tre del mattino con un tap sullo smartphone o di ammortizzare le rate dell’auto guidando nel tempo libero.

A ben vedere, i punti di contatto tra l’avvento della televisione commerciale e quello di un’azienda come Uber sono impressionanti. L’ambizione: rivoluzionare il modo in cui un servizio (le auto pubbliche o la televisione) è stato tradizionalmente garantito. La missione: non già ricavarsi una nicchia negli spazi lasciati liberi dagl’incumbent, bensì ridefinire i confini del mercato. L’espediente tecnico: allora la cassettizzazione, oggi la piattaforma software. Il congegno economico: la lubrificazione dei costi di transazione per far incontrare i due versanti del mercato. La strategia immediata: perseguire una crescita tumultuosa e repentina per diventare too big to regulate. Il sistema di legittimazione: un’utenza ampia e motivata nel più breve tempo possibile.

I tentativi di riservare al Biscione lo stesso trattamento già sperimentato da Sacchi non mancano: nell’ottobre 1984, i pretori di Torino, Roma e Pescara dispongono la sospensione dell’interconnessione. Dire che quelle iniziative giudiziarie si siano infrante contro i decreti craxiani è riduttivo: evidentemente, la consuetudine di Berlusconi con il mondo socialista non ha guastato, ma in quella fase storica le televisioni Fininvest erano già divenute un fattore ineliminabile dell’immaginario collettivo del paese. Too big to regulate, appunto. Da trent’anni ci chiediamo cosa sarebbe successo senza l’intervento salvifico del governo; forse dovremmo chiederci perché quell’intervento abbia avuto luogo.

Senza contare, poi, che un’altra e ancor più cruciale domanda viene elusa ogniqualvolta assistiamo all’attacco allo status quo a opera di un operatore innovativo. L’assetto monopolistico della televisione italiana era difendibile sul piano tecnico, sul piano economico, sul piano sociale? Lo è oggi la regolamentazione del servizio taxi? Il dilemma, apparentemente irrisolvibile, si può riformulare così: la cristallizzazione degl’interessi in gioco impedisce l’adeguamento di discipline obsolete e solo l’audacia d’innovatori pronti a operare nelle zone d’ombra della legalità può aggregare il consenso necessario alle riforme: la temporanea fase di rottura è un prezzo che siamo disposti a pagare per assicurare che all’innovazione dei prodotti e dei servizi corrisponda l’innovazione delle regole? Un positivista giuridico, custode della primazia della norma, risponderebbe con un “no” secco. E quale ruolo hanno i giudici nell’accompagnare o nell’ostacolare queste trasformazioni? Stiamo con il pretore di Biella o con quelli di Torino, Roma, Pescara (e, oggi, con il tribunale di Milano)?

Mi pare che, a prescindere dal valore specifico dei prodotti o dei servizi, il significato più autentico e più ampio della vera innovazione stia proprio nella manutenzione delle regole e nell’apertura di spazi di libertà. Non occorre essere nostalgici di “Drive in” per riconoscere che l’abbattimento del monopolio della Rai ha contribuito enormemente alla modernizzazione di questo paese. Allo stesso modo, non occorre rinnegare le comodità degli alberghi per ammettere che la sharing economy erode incrostazioni corporative che danneggiano i consumatori e la crescita. Fortunatamente, aziende come Uber hanno preferito il metodo Berlusconi al metodo Sacchi: oggi la tensione tra conservatori e innovatori è inequivocamente sul tavolo; il disegno di legge sulla Concorrenza in discussione in Parlamento non contempla nemmeno Uber; dovremo aspettare un nuovo Craxi per venirne a capo?

Da Il Foglio, 24 novembre 2015

Il divieto di rate parity non tutela la concorrenza

Nel disegno di legge annuale sulla concorrenza, attualmente in esame al Senato, è stato inserito un emendamento che sancisce la nullità delle clausole di “rate parity”. Tali clausole, spesso contenute nei contratti standard delle cosiddette online travel agencies (OTA), stabiliscono che, per poter usufruire dei loro servizi, gli albergatori non possano praticare prezzi inferiori a quelli da loro offerti sui rispettivi siti internet.

Tale misura, nel perseguire l’obiettivo di ridurre il potere contrattuale dei big player del settore delle OTA (Booking ed Expedia), presenta tuttavia diversi profili che, per ragioni economiche e giuridiche, dovrebbero condurre a una riflessione più approfondita. Nel nuovo Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni, “Le conseguenze inintenzionali del divieto di rate parity” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer analizza tali criticità, le quali, rischiando di ridurre la concorrenzialità e la dinamicità di quello stesso settore di cui la si vorrebbe promuovere, dovrebbero - secondo l’autore - rendere più cauto il Parlamento.

A causa del divieto di rate parity, infatti, non solo “gli investimenti delle agenzie già sul mercato dovranno essere ridotti, mentre l’ingresso di nuovi concorrenti potrà essere scoraggiato, favorendo, paradossalmente, gli incumbent”, ma ad essere penalizzate sarebbero soprattutto “le strutture ricettive medio/piccole, impossibilitate a condurre gli investimenti necessari a fornire un servizio simile  a quello offerto dalle OTA”. Inoltre, il divieto assoluto di rate parity determinerebbe l’emersione di alcune criticità anche in relazione alla sua compatibilità con il diritto euro-unitario, come peraltro recentemente segnalato anche dall’Agcm.

“Una volta concordato che l’obiettivo della norma sia quello di impedire comportamenti anti-concorrenziali e abusi da parte dei soggetti che detengono quote rilevanti del mercato delle OTA” - conclude Mannheimer - “si potrebbero valutare alcune alternative che risultassero meno invadenti, ma non per questo meno incisive di quella proposta dall’emendamento in discussione al Senato”, come ad esempio attenersi a quanto concordato dalle Autorità antitrust di tre Paesi europei in seguito a un’indagine congiunta condotta solo qualche mese fa, o richiedere il parere della Commissione europea per adottare una strategia condivisa a livello UE.

Il Briefing Paper “Le conseguenze inintenzionali del divieto di rate parity”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

ANAS e reti stradali: dall’IBL un vademecum per una riforma di mercato

Nella prossima legge di stabilità, uno dei punti che potrebbe essere in discussione è la modalità di finanziamento degli investimenti della rete stradale.

Nel Briefing Paper “Una riforma di mercato per la rete stradale” (PDF) Diego Menegon - fellow dell’Istituto Bruno Leoni, prende spunto dall’idea di superare l’attuale modello di finanziamento e analizza, anche in prospettiva comparata, le diverse possibilità di finanziamento utili a superare  la via dei trasferimenti pubblici e dei sovrapprezzi sui pedaggi autostradali.

Pagare la rete stradale non con le tasse, ma in base al loro uso e alla qualità del servizio offerto è l’obiettivo, secondo Menegon, per una migliore gestione delle strade italiane e una migliore politica aziendale di investimenti.

Secondo Diego Menegon, una buona regolamentazione del settore dovrebbe prevedere “forme di remunerazione capaci di responsabilizzare il gestore di rete nei confronti dei consumatori, informate a criteri di mercato che incentivino l’efficienza negli impieghi e che rendano il gestore partecipe al rischio di mercato”.

Il modello proposto da Menegon prevede un risparmio di spesa pubblica, ma anche una traslazione del costo del servizio sul consumatore, in ragione dell’utilizzo del servizio di rete.

Secondo Diego Menegon, dovrà inoltre essere “immediata e chiara la correlazione tra l’introduzione di una tariffa stradale e la contemporanea e pari riduzione di un’imposta che grava sul settore”.

Il Briefing Paper “Una riforma di mercato per la rete stradale” di Diego Menegon è liberamente disponibile qui (PDF).

Una legge anti-Booking è indice della scarsa cultura della concorrenza in Italia

Prenotare una camera di albergo è, rispetto solo a qualche anno fa, decisamente più semplice e spesso più conveniente. Merito dello sviluppo delle agenzie on line come Booking e Expedia, che hanno consentito un immediato e facile incontro di domanda e offerta, specie per gli alberghi di più piccole dimensioni.

Da un po’ di tempo, si discute la proposta di vietare che nei contratti le agenzie on line e gli albergatori vi sia la clausola che impegna i secondi a non praticare prezzi inferiori rispetto a quelli che compaiono nei siti dei primi. Si tratta della cd. clausola del rate parity, che garantisce ai siti di non essere semplici vetrine pubblicitarie, ma di poter concludere a buon fine la vendita delle stanze, su cui hanno una commissione che rappresenta il loro guadagno. Un emendamento in tal senso è anche stato presentato sul disegno di legge annuale della concorrenza.

«Al di là delle sue specificità, la vicenda del rate parity è paradigmatica della scarsa propensione del pensiero italiano, di cui il Parlamento è rappresentativo forse più di quanto non si voglia credere, su cosa siano la libertà contrattuale e la libera concorrenza», sostiene Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni, nel focus “Il divieto di rate parity e la strana idea di concorrenza” (PDF).

«Il fatto che ora in Parlamento rischi di riaprirsi il dibattito, dopo che era stato accantonato l’anno scorso ma soprattutto dopo che l’Autorità garante della concorrenza è già intervenuta - conclude Sileoni - può solo considerarsi come sintomo di una scarsa consapevolezza del concetto di concorrenza, che non abbandona il legislatore nemmeno nel momento in cui è chiamato a promuoverla.»

Il Focus “Il divieto di rate parity e la strana idea di concorrenza” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Se ora i governi decidono la “potenza” del motore

La sola cosa buona che ha fatto la VW negli ultimi giorni è di avere riconosciuto immediatamente di avere commesso una gigantesca frode, e di avere cambiato il capoazienda. (Strapagandolo? Si vedrà, fossi in lui quei soldi li terrei liquidi). Il problema che ora dovrà affrontare è un danno economico e reputazionale gigantesco, una piramide rovesciata che poggia su un punto: perché fare quella frode? Cos'è che non funziona in quei motori e che ha indotto VW a escogitare quel trucco? Questo è il dato materiale che è alla base del problema della casa di Wolfsburg.

Da quello che si sa, un programma che controlla l'alimentazione del diesel riconosceva quando la vettura Era in prova su rulli. In tal caso si metteva in posizione "prova" e l'alimentazione veniva regolata in modo che le emissioni stessero dentro i limiti della legge USA. Quando la vettura era su strada, il programma se ne accorgeva, si poneva nella posizione "strada" e modificava la regolazione dell'alimentazione. Domanda ingenua: perché non poteva stare sempre nella posizione prova, conforme alla regole? Risposta presunta: perché in tal modo le prestazioni sarebbero state inferiori: meno cavalli, meno coppia, più secondi per accelerare da o amo. Se uno usa tutti i cavalli di cui dispone, se brucia ai semafori arrivando a 100 km/h in un batter di secondi, è chiaro che consuma di più. Ma il suo comportamento interessa semmai la polizia della strada, non chi misura le emissioni in condizioni di laboratorio, in un test standardizzato. Siamo sinceri, se comperiamo una macchina con 200 CV non è che l'emissione di NOX in ciclo urbano sia la nostra prima preoccupazione. E neanche l'ultima quando ci facciamo l'esame di coscienza prima di coricarci: quelli che pensano di lanciare una class action dovranno inventarsi qualcosa di più convincente. La ragione per cui VW ha truccato i controlli sull'inquinamento è dare ai suoi clienti la possibilità di inquinare di più. Un paradosso? Allora diciamolo in altro modo: il problema della VW non è fare dei motori che passino i test, ma che abbiano le prestazioni per passare il confronto con la concorrenza. Infatti finora non risulta che i diesel di BMW e Mercedes abbiano problemi. Per un marchio come la VW il problema è grave, e ha conseguenze gravi per la società VW. Se il problema fossero le emissioni, si può forse pensare che ad essere coinvolti fossero solo i responsabili dei rapporti con gli enti omologatori; se invece il problema è la prestazione Dei motori, il cuore e il vanto di una casa automobilistica, è impossibile credere che i vertici aziendali ne fossero all'oscuro.

Ancora più impossibile crederlo se il problema fosse di costo. Cioè sei risicati margini non consentissero a VW" di montare quei sistemi di riduzione delle emissioni che possono invece permettersi le vetture di fascia di prezzo più elevata. Questo infatti chiamerebbe in causa la speciale forma di governance stabilita dalla "legge VW", che dà poteri speciali non solo al governo della Bassa Sassonia (ha i113,5% delle azione il 20% dei diritti di voto) ma anche al sindacato IG Metall.

Nel consiglio di sorveglianza esso ha il potere di veto su quali stabilimenti aprire o chiudere. L'effetto negativo su mobilità e costo del personale potrebbe essere ciò che ha indotto VW ad adottare una soluzione "non convenzionale": poche righe in un programma di software.

Avere posto limiti alle emissioni ha ridotto l'inquinamento nelle città, ha spinto le aziende a fare propulsori sempre più efficienti: tra l'Euro o e l'Euro 6 c'è un abisso, le ibride sono una realtà, forse il tutto elettrico lo diventerà. Ma anche queste politiche sono soggette alla legge dei rendimenti decrescenti: quanto costa e quanto vantaggio porta ogni ulteriore riduzione? Deve essere il mercato o il governo a scegliere il tipo di propulsore? Sulle decisioni dei governi incombe anche la legge delle conseguenze non intenzionali dei loro atti: il motore Diesel era stato spinto proprio perché produce molto meno CO2 di quello a benzina, dei NOX ci si è accorti più tardi.

Della contraddizione tra il porre limiti sempre più bassi e fabbricare vetture sempre più potenti non parla nessuno: non i costruttori che le vendono, non i clienti che le comprano, non i governi a cui conviene l'ipocrisia di consentirti di acquistare una macchina che fa 200 all'ora e di multarti se superi i so, che inquina se sgommi e schiacci forte ma passa i limiti della prova in laboratorio.

E poi, se posso tenermi in armadio un fucile d'assalto, potrò bene avere in garage una macchina da 200 CV. O, per restare in casa VW, una Lamborghini da 500.

Da Il Sole 24 Ore, 2 ottobre 2015

Le clausole di salvaguardia: un circolo vizioso da interrompere

Una delle questioni più dibattute negli ultimi mesi è stata come evitare che scattino le clausole di salvaguardia, che, se non disinnescate, potrebbero far aumentare le tasse (Iva e accise) per quasi 20 miliardi nel 2016 e più di 25 dal 2017. Ma cosa sono queste clausole? E qual è la loro funzione?

Come illustra Giacomo Lev Mannheimer nel Focus “Le clausole di Damocle e la salvaguardia dell'equilibrio finanziario” (PDF), esse sono nate con l’obiettivo di garantire l’equilibrio finanziario delle leggi, qualora spese ad esse correlate fossero risultate in eccesso rispetto alle stime previste al momento della loro emanazione.

Tuttavia, “nell’utilizzarle il legislatore ha spesso tradito, o comunque frainteso, le ragioni di fondo per cui tali strumenti sono stati creati, finendo per scaricare sul domani - e magari su un altro governo -l'onere dei tagli di spesa o la responsabilità degli aumenti di tasse ivi previsti." "La conseguenza - commenta Mannheimer - è il totale scollamento temporale, e quindi anche psicologico/elettorale, tra il momento in cui viene assunta una determinata decisione di politica economica e quello in cui tale decisione spiega i propri effetti; il che incide non solo sulla finanza pubblica, ma anche e soprattutto sul corretto funzionamento del sistema democratico.”

Il Focus “Le clausole di Damocle e la salvaguardia dell'equilibrio finanziario” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Tornare indietro è sbagliato:si sostituisce una libertà con un obbligo

«È una questione di principio: sei giorni l'anno bastano a ribaltare tutto».

Serena Sileoni, ricercatrice dell'Istituto Bruno Leoni, parla così dell'eterno dibattito sugli orari dei negozi. Con pochi dubbi: retrocedere sulle liberalizzazioni fatte sarebbe un brutto segno.

Ma le aperture extra stanno portando maggiori consumi?

«Ci sono studi che parlano di benefici notevoli, altri che dicono il contrario. Di certo le abitudini d'acquisto sono cambiate. È cambiato il modo di lavorare, non si torna più a casa per pranzo e si fanno molti più acquisti in momenti meno convenzionali: tra le 20 e le 21 e nei festivi. Ma non è questo il punto. Non importa se le aperture generano Pil o meno. Tra lasciare una libertà e introdurre un obbligo, va scelta la prima».

Commessi e lavoratori non sembrano della stessa idea.

«Sono la parte debole, ma avrebbero strumenti contrattuali per difendersi. Ci sono norme che regolano il lavoro festivo. Il lato nascosto, semmai, è il lavoro in nero. Su quel fronte più si sta aperti e più il rischio sale. Ma è un problema che richiede altre soluzioni, non certo vincoli agli orari».

Gli altri scontenti sono i piccoli negozi, che si sentono soffocati dai grandi centri commerciali.

«È un fraintendimento. La loro sopravvivenza non dipende dalle leggi in più o in meno, o dalle aperture festive. La sfida che viene loro da strutture di vendita più organizzate va raccolta con altre strategie. Puntando a fidelizzare i clienti, innanzi tutto. Perché poi c'è anche la sfida del commercio elettronico. Che non ha orari, e aumenta di anno in anno. Dimostrando quanto siano anacronistiche certe battaglie».

Insomma, anche mettere vincoli minimi sarebbe sbagliato?

«Sono piccole regole che valgono un principio. Non importa se i giorni di chiusura obbligatoria siano 6, 12, 24 l'anno. Quello che conta è il messaggio che verrebbe dato. Non ci dobbiamo appiattire su norme uguali per tutti. Ogni esercizio ha le proprie esigenze, a seconda che sia in centro o in periferia, in una città d'arte o in un paesino, che venda scarpe oppure frutta e verdura».

Da La Stampa, 17 Settembre 2015

Smog mediatico

Ancora ieri, per tutta la giornata, in Italia ha imperversato l’“allarme smog”. Titoli a caratteri cubitali su ogni sito web d’informazione che si rispetti, interventi a raffica delle associazioni dei consumatori (che per un attimo hanno accantonato la battaglia campale sui risparmiatori truffati e le stime certosine sui regali natalizi riciclati), dichiarazioni programmatiche dagli esponenti di tutti i partiti. Non ha bucato lo schermo, invece, Bruno Simini, il presidente di Arpa Lombardia (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente), che pure ieri annunciava la “buona notizia” di una ventilazione che in Pianura padana dovrebbe avere già oggi “effetti apprezzabili sui livelli di concentrazione del particolato (PM10)”.

Né sono state reputate degne di un titolo di agenzia alcune precise parole del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, che in conferenza stampa ha detto tra l’altro: “In termini di emissioni, sia di CO2 sia di particolato, la situazione è molto migliorata negli ultimi decenni”. La situazione è molto migliorata? Da non credere alle proprie orecchie. Scusi ministro, lo ha detto veramente? “Certo che l’ho detto – dice Galletti interpellato dal Foglio – E forse l’avremmo dovuto ripetere più spesso in questi giorni”. Si parva licet, su queste colonne l’analista Francesco Ramella ha steccato nel coro allarmista, ricordando che oggi ci stracciamo le vesti non appena la concentrazione di polveri sottili (PM10) supera i 40-50 milligrammi/m3, ma solo negli anni Ottanta la concentrazione delle stesse polveri raggiungeva i 150-200 milligrammi/m3 in nord Italia. “Effettivamente è così – dice Galletti – In Italia però tutto diventa oggetto di scontro politico. Oggi l’aria, nel nostro paese, è più pulita di trent’anni fa, ma purtroppo in queste ore prevalgono ideologia, emotività e anche esigenze mediatiche. I dati sul particolato che cala da anni li ho detti e ridetti, anche alla Conferenza sul clima di Parigi, tuttavia passano inosservati. Non sarà un caso che come ministro io riceva una grande attenzione mediatica in occasione di eventi calamitosi e mai nei giorni di lavoro normale. Sarebbe salutare una via di mezzo. Forse lo dico perché sono Dc”, sorride il ministro centrista. Che poi aggiunge: “Il miglioramento, nel medio termine, è dovuto all’avanzamento della tecnologia. E negli ultimi anni anche alla crisi economica”.

Fa più il mercato o lo stato per l’aria pulita? “La politica deve essere attenta a cogliere gli strumenti offerti dalla tecnologia e dal mercato”. Il ministro predica “calma” ma intanto annuncia, con i rappresentanti degli enti locali, un “protocollo” per coordinare misure choc come la riduzione della velocità delle auto di 20 km/h, l’abbassamento di 2° centigradi del riscaldamento nei palazzi, il blocco alla combustione delle biomasse. “Abbiamo stilato un decalogo per le emergenze, da applicare dopo sette giorni di sforamento dei valori massimi”. Le targhe alterne non funzionano: “Le scelte spettano sempre ai comuni”. Fa di nuovo il democristiano? “In verità tutte queste misure possono solo frenare l’accumulo di smog – conclude Galletti – Finché non c’è vento o non piove, le polveri restano”.

Da Il Foglio, 30 dicembre 2015

Per tutelare l'ambiente cominciamo a difendere la proprietà

Gli alti livelli d'inquinamento delle città italiane nei giorni scorsi hanno riproposto con forza la questione ambientale e, alle solite, hanno rilanciato le solite ricette variamente interventiste e pianificatorie. È infatti un'idea condivisa che l'aria, l'acqua e i suoli siano minacciati essenzialmente dallo sviluppo industriale e che, di conseguenza, si debba limitare la crescita e più in generale il dinamismo della società. È però più che lecito essere scettici di fronte a tali luoghi comuni, soprattutto se si considera la storia del diritto.

Anche se abbiamo la tendenza a credere che i problemi delle nostre metropoli siano del tutto inediti, la realtà è diversa. La necessità di limitare i comportamenti invasivi si era posta fin dalle epoche più lontane e lo stesso diritto romano progressivamente introdusse un istituto (l'immissio) che si proponeva di impedire azioni destinate a causare fumi, rumori o cattivi odori che potevano danneggiare qualcun altro. Secondo Ulpiano, ad esempio, "in suo hactenus facere licet quatenus nihil in alienum immetta" (nella propria proprietà è lecito fare tutto fino al punto in cui non si introduca qualcosa nella proprietà altrui). La chiave di volta della protezione dei beni ambientali era insomma la proprietà. Di fronte a comportamenti scorretti era possibile rivolgersi a un pretore, ottenendo che una data attività fosse interrotta e anche per avere un risarcimento dell'eventuale danno subito.

L'antica tradizione giuridica inglese, in sostanza, non si discostò molto da quel paradigma concettuale. Per la law of nuisance dell'antico common law ogni attività inquinante era illegittima e spettava di conseguenza al giudice tutelarci di fronte a ogni comportamento che limitava il nostro diritto a stare in pace.

Quando le cose cambiarono? Soprattutto nel corso del Diciannovesimo secolo, la svolta fu collegata all'incrocio di due logiche: di una concezione tecnocratica, la quale intendeva favorire lo sviluppo dei nuovi processi produttivi a qualunque costo; e di una visione del diritto e della politica che progressivamente svuotò l'istituto della proprietà. Nell'America ottocentesca che assisteva al prodigioso delinearsi di una rete ferroviaria che collegava il nord e il sud, l'est e l'ovest, in numerosi processi che opponevano le società ferroviarie e gli agricoltori danneggiati dalle scintille dei treni che incendiavano i raccolti, i giudici smisero di dare ragione ai coltivatori proprietari. Si smise di considerare inviolabile la proprietà, anteponendole altre esigenze.

Oggi tutto questo sembra remoto, poiché siamo abituati a ritenere che la nostra tutela debba venire più dalla politica che dal diritto, più dai regolatori che dai giudici.

E certamente è vero che in un ordinamento come quello italiano (dove il magistrato è un funzionario di stato inamovibile e irresponsabile, selezionato giovanissimo e inesperto dopo a un concorso nazionale) potrebbe essere rischioso immaginare sic et simpliciter di tornare a una tutela giudiziale dei nostri diritti sull'ambiente.

Il punto fondamentale, però, è un altro. Al cuore della visione romanistica e inglese c'era la consapevolezza che non esista un diritto in quanto tale a non essere inquinato, ma invece che ognuno di noi sia titolare di diritti sull'ambiente che non possono (e non devono) venire lesi. La concezione tradizionale faceva sì che ognuno di noi fosse attivamente impegnato a proteggere se stesso, i propri cari, la propria comunità e il proprio territorio, perché in definitiva solo la proprietà è l'istituto che ci aiuta a comprendere ciò che possiamo fare (ciò che è nostro) e ciò che non possiamo fare (ciò che non è nostro).

L'ambiente si trova in una situazione difficile e precaria perché, a ben pensarci, nell'epoca del trionfo della politica è il diritto in quanto tale a essere in crisi.

Da Il Foglio, 6 gennaio 2016

Smog, chi?

"Il problema smog e' destinato a peggiorare se non interveniamo stabilmente". E' necessario "iniziare a ragionare su interventi di area vasta, area metropolitana, regionale e interregionale" con "grandi investimenti". "L'inversione di tendenza del governo c'è". Così, ieri, sull'Unità il Ministro Galletti che ci rassicurava(?): "le risorse ci sono", più soldi per mezzi elettrici, piste ciclabili e nuove politiche dei trasporti. La domanda sorge davvero spontanea: ma di cosa stiamo parlando?

E' falso che lo smog sia destinato a peggiorare o che sia necessaria una inversione di tendenza. Quella della qualità dell'aria è probabilmente la storia di maggior successo in campo ambientale degli ultimi decenni. Da più di trent'anni l'inquinamento atmosferico nelle città europee e in quelle dell'America del Nord (dove il trasporto pubblico soddisfa quote di domanda ancor più modeste che in Europa) è in graduale miglioramento: la concentrazione delle famigerate polveri sottili, quel PM10 che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice essere il parametro più significativo per valutare gli effetti sulla salute, si è ridotta nell'Italia del nord da 150-200 microgrami/m3 agli attuali 40-50. Avevamo la febbre a quaranta, ora solo più qualche linea. A livelli record non è, come sentiamo costantemente ripetere, l'inquinamento ma la speranza di vita superiore a quella di Francia, Germania e Regno Unito.

E' poi da evidenziare come questo straordinario risultato sia stato conseguito non perché abbiano avuto successo ma nonostante il sostanziale fallimento di quelle politiche di riequilibrio modale - meno auto, più autobus e metropolitane - che il Ministro propone, non diversamente da tutti i suoi predecessori, come elemento cardine della sostenibilità. Il merito è quasi esclusivamente da attribuire alla innovazione tecnologica in tutti i settori da quello automobilistico, alla produzione industriale, alle centrali elettriche ed al riscaldamento. Miglioramento tecnologico che non ha ancora dispiegato per intero i suoi effetti: il naturale ricambio del parco veicolare con l'adeguamento ai più recenti standard normativi determinerà nei prossimi anni un'ulteriore significativa riduzione delle emissioni veicolari. L'impatto delle politiche della mobilità diverrà via via più irrilevante: per ottenere lo stesso risultato in termini di contenimento delle emissioni che vent'anni fa poteva essere raggiunto eliminando dalla circolazione una sola auto, sarà necessario moltiplicare lo sforzo per venti. Un "grande investimento" quale la realizzazione di una nuova linea di metropolitana può oggi ridurre la concentrazione di polveri in una grande area urbana di qualche decimo di microgrammo. E, come insegna il caso della Svizzera, non vi è alcuna realistica possibilità di ridurre in misura significativa l'uso dell'auto a scala regionale grazie ad una migliore dotazione di trasporti collettivi.

L'aria è assai migliorata, viviamo molto più a lungo ma a livelli senza precedenti sono anche la spesa ed il debito. Qualcuno potrebbe sospettare che questa sia la vera emergenza: non sembra essere di questa idea il Ministro e con lui sindaci e governatori di Regione. La ricetta che ci propongono prevede infatti invariabilmente più spesa e, nel caso specifico dei trasporti, la riduzione delle entrate fiscali come conseguenza dell'auspicata riduzione della mobilità individuale. Forse, accanto a quella ambientale, non sarebbe male iniziare seriamente ad occuparsi della sostenibilità economica delle politiche dei trasporti.

Figura 1
?
Da Il Foglio, 30 dicembre 2015

Ma troppa regolazione fa male

Livelli ottimali di inquinamento
Nel suo commento sulla vicenda Volkswagen, Fabiano Schiavardi sottolinea l’opportunità di rimettere mano, senza fini punitivi, alla regolamentazione delle emissioni inquinanti precisando che “per determinare i livelli ottimali di limiti, bisogna utilizzare l’evidenza scientifica più recente sui danni alla salute e all’ambiente e valutare i costi che le case automobilistiche devono sopportare per ridurle (che si traducono in prezzi più alti per i consumatori)”.

Federico Pontoni e Antonio Sileo evidenziano il ruolo della regolamentazione della UE nello spingere il mercato dell’auto verso il diesel, strettamente correlato alla imposizione di limiti sempre più restrittivi per le emissioni di CO2 (il diesel, a parità di prestazioni, ne produce in quantità minore). Ma questa politica è nell’interesse generale? Vi sono molte ragioni per dubitarne.

Chi inquina paga

Dove tecnicamente fattibile, l’approccio regolatorio ottimale è quello che prevede l’applicazione di un’imposizione fiscale tale da compensare il costo ambientale o di altro tipo generato da una data attività e che ricade sulla collettività. Ora, nel caso del trasporto su strada, in Europa, il prelievo fiscale sui carburanti è, al contrario di quanto accade in altri settori, di molto superiore all’impatto che questi producono sull’ambiente e, secondo una recente ricerca del Fondo monetario internazionale, copre, in media, anche effetti di altro genere (in particolare, l’incidentalità e la congestione).

In particolare, per l’anidride carbonica, si può poi osservare che la quantità di emissioni provocata dalla combustione di un litro di benzina è pari a 2,35 chili. Lo stesso litro di benzina in Italia è soggetto a circa 90 centesimi di tasse specifiche. Per ogni litro di benzina non consumato grazie all’imposizione di vincoli normativi, lo Stato perde un ammontare equivalente di risorse. Soldi con i quali oggi potrebbe teoricamente acquistare all’interno del sistema europeo di scambio di quote una riduzione di CO2 pari a 110 chili (e a 25 chili in corrispondenza della quotazione massima registrata nel 2008) ossia una quantità quasi cinquanta volte superiore a quella evitata.

Auto fuori dai limiti ma comunque poco inquinanti
Per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico, anche volendo prescindere dalla valutazione economica dei suoi effetti, vi sono più elementi che dovrebbero indurre a chiederci se l’Europa non abbia pigiato troppo sul pedale della regolamentazione. Consideriamo, ad esempio, il caso degli ossidi di azoto (NOx), l’inquinante al centro dello scandalo di questi giorni. Nella ricerca dell’International Council for Clean Transportation che ha originato il polverone, si è accertato che, in media, le emissioni sono più alte di sette volte rispetto a quanto previsto dallo standard Euro VI. A prima vista, un’enormità. In una prospettiva di lungo periodo, il dato è però assai meno allarmante. Come evidenziato nel grafico, un’auto che rispetti i parametri entrati in vigore nel 2014 ha emissioni di NOx inferiori del 98 per cento rispetto a una che circolava sulle nostre strade prima del 1989. In media, i gas di scarico del campione oggetto della ricerca risultano invece “solo” dell’87 per cento più bassi.
?
A rassicurarci non è peraltro solo il confronto fra veicoli di oggi e quelli di ieri, ma lo sono ancor più i dati relativi alla evoluzione della qualità dell’aria. Negli Stati Uniti, per tutti i principali inquinanti, si registra un radicale miglioramento negli ultimi decenni: in particolare, la concentrazione media annuale di biossido d’azoto (NO2) – generato dai gas “incriminati” – si è ridotta del 43 per cento dopo il 2000 e del 60 per cento dal 1980. A Milano negli ultimi vent’anni l’NO2 è passato da 95 a 50 microgrammi per metro cubo di aria, meno di un decimo della concentrazione in corrispondenza della quale, stando alla Organizzazione mondiale della sanità, è stato identificato il minimo effetto osservato sulla salute di questo inquinante. I rischi relativi correlati all’inquinamento atmosferico sono oggi molto piccoli e, se si paragonano le diverse regioni europee, la speranza di vita non appare correlata ai livelli di inquinamento (mentre lo è al consumo di alcol e tabacco).

La prudenza, a volte, può essere troppa
Chiederci se i costi di una regolamentazione più severa non superino i benefici è essenziale. Un eccesso di regolazione di un settore può infatti generare rischi superiori a quelli che si intendono evitare: ad esempio, è quanto può accadere con la procrastinazione dell’acquisto di un’auto meno inquinante e per questo più costosa e che proteggerebbe meglio il potenziale acquirente in caso di incidente. Un caso eclatante di misura volta a proteggere la salute delle persone e che invece ha avuto effetti complessivamente negativi è l’evacuazione delle aree vicine alla centrale di Fukushima.

Da lavoce.info, 9 ottobre 2015

Trasparenza sugli incentivi alle rinnovabili, finalmente

Se la luce del sole è il miglior disinfettante, allora bisogna dare atto al Gse – il soggetto che intermedia gli incentivi alle fonti rinnovabili – di aver fatto un grande sforzo di igiene. Pochi giorni fa, il gruppo guidato da Francesco Sperandini ha iniziato il rilascio dei suoi “open data”: una mole impressionante di informazioni vengono finalmente messe a disposizione di cittadini, studiosi ed esperti indipendenti. Per ora si può accedere a tutte le informazioni relative agli incentivi erogati e ai beneficiari del Cip6 – l’infernale meccanismo introdotto nel 1992 per sussidiare le fonti rinnovabili e “assimilate” – e del conto termico (che finanzia gli investimenti in efficienza energetica e nella produzione di calore da fonti rinnovabili). Nelle prossime settimane, si legge sul sito, “saranno pubblicati, in formato aperto, tutti i dati gestiti dal Gse, categorizzati per argomento, che potranno essere consultati e utilizzati da operatori pubblici e privati”. Si possono inoltre visualizzare i risultati delle verifiche sugli impianti che godono dei generosi sussidi, e che nel solo 2014 hanno portato a un ricupero di oltre 70 milioni di euro su base annua a favore dei consumatori.

Quella del Gse è un’iniziativa importante, che si aggiunge a tutti i dati sugli esiti del mercato elettrico già oggi scaricabili dal sito del Gme (la società del medesimo gruppo presieduta da Massimo Ricci) . E’ importante per almeno due ragioni distinte: una di accountability, l’altra di efficienza di lungo termine. Dal punto di vista dell’accountability, anche se ai fini statistici non sono contabilizzati come spesa pubblica, nella sostanza gli incentivi vengono prelevati dalle bollette della luce sotto forma di oneri tariffari. I consumatori di energia, dunque, hanno diritto di sapere come (e a favore di chi) vengono spesi i loro soldi, e hanno diritto di vedere che i controlli sono puntuali ed efficaci. Infatti gli oneri generali di sistema rappresentano un quarto dell’intera bolletta per la famiglia tipo: si tratta di una “torta” che, nel 2014, valeva oltre 12 miliardi di euro, quasi un punto di Pil.

Non solo. Rendere pubblici questi dati significa anche semplificare il lavoro di chi, dentro e fuori il governo, intende “misurare” l’efficacia della spesa pubblica. In precedenza, ricostruire l’impiego dei sussidi era pressoché impossibile, a causa della patologica opacità sui flussi finanziari sottostanti. Questa opacità, se per un verso impedisce di arrivare a conclusioni oggettive (si pensi alla retorica, ormai in declino, sui “green jobs”), per l’altro verso rendeva assai più oneroso lo sforzo di individuare, e correggere, le storture inevitabilmente insite in ogni policy. Da parte del Governo, la scommessa sulla trasparenza espone più facilmente a critiche anche urticanti. Ma nel lungo termine ha indubbi effetti benefici perché consente di moltiplicare le analisi e gli studi e, quindi, il numero di quanti contribuiscono, direttamente o indirettamente, al miglioramento della qualità della regolazione – una questione di cui si è discusso anche recentemente all’interessante convegno di Glocus.

Dopo l’apertura della ricchissima banca dati del Siope (che raccoglie tutte le spese delle pubbliche amministrazioni), adesso il Gse si allinea alle migliori pratiche e fornisce, in formato fruibile e accessibile, informazioni preziose e granulari.  Federica Guidi, che sul Gse esercita attività di vigilanza, si era soffermata sul punto proprio nella sua prima intervista da ministro dello Sviluppo economico: “presso il ministero c’è un patrimonio di banche dati e analisi sconfinato, che in qualche modo potremmo mettere a disposizione”. L’iniziativa del Gse rappresenta un elemento di concretezza nella discussione, spesso troppo modaiola, sugli open data.

La trasparenza è un elemento indispensabile per garantire che anche l’attività di “policy making” sia investita da quel processo di verifica e miglioramento che è possibile solo quando anche le terze parti hanno facile accesso ai dati. Forse, l’epoca in cui l’informazione era custodita gelosamente nelle oscure stanze dei ministeri sta finalmente sfumando nell’idea che essa è l’unico, vero bene comune.

Da Il Foglio, 9 novembre 2015

Bio è con noi: la crociata contro gli OGM

L’Italia ha inviato alla Commissione europea  la richiesta di escludere dall'intero territorio nazionale la coltivazione di tutti gli OGM, anche se autorizzati a livello europeo.

Non è la preoccupazione per la salute dei cittadini, a motivare il governo italiano. La paura del "cibo di Frankenstein", per quanto radicata nell’opinione pubblica, è in realtà già stata superata dagli stessi governi europei, che non possono negare le risultanze della ricerca scientifica. Né davvero il governo italiano potrebbe sostenere che gli OGM sono di per sé un fattore pericoloso, quando consente l’importazione di tonnellate di mais e soia geneticamente modificati.

La scelta dell'Italia guarda invece, ha dichiarato il ministro Martina, «alle caratteristiche del modello agricolo italiano, che vince e si rafforza puntando sempre di più sulla qualità e sulla distintività». 

Per carità, viva la qualità del prodotto. E se i consumatori sono felici di pagare un prezzo più alto per frutta e verdura con tanto di bollino “bio”, benissimo: per chi li compra e per chi li fa.

Ma è possibile sostenere, senza sorridere, che l'innovazione sia nemica della qualità? Che l'agricoltura "buona" sia l'agricoltura dei nostri bisnonni, buona parte dei quali soffriva la fame? Che non esista la necessità di incrementare la produttività, e che comunque non c'è incremento di produttività che non vada a scapito della bontà dei prodotti?

Proprio ieri la Banca Mondiale ha diffuso stime incoraggianti circa la diminuzione della povertà estrema nel mondo. Il numero di persone che vive in povertà estrema dovrebbe scendere sotto il 10% della popolazione mondiale nel 2015.  

E’ un risultato straordinario, inimmaginabile senza la globalizzazione dei mercati e la capacità d’innovazione e crescita dell’agricoltura globale. Del resto, quello che chiamiamo “progresso” è precisamente questo: la capacità di sfamare finalmente meglio, un numero crescente di bocche.

Ma è sempre più diffusa l’idea che proprio dal mondo del cibo il “progresso” dovrebbe essere interdetto.  Il divieto di coltivazione di OGM si basa sull'idea che il mondo si divida in piccoli e buoni produttori di qualità e grandi e cattive multinazionali dello sfruttamento. Non c’entra nulla con la tutela della salute, con la lotta alla malnutrizione, con il progresso e la prosperità del settore agroalimentare. Rendere più difficile gli incrementi di produttività in agricoltura non renderà più facile "nutrire il pianeta": semmai l'esatto contrario.

Il Ministro Martina non vuole «permettere alle multinazionali di strafare». Se "strafare" significa produrre più cibo a costi più contenuti, perché andrebbe impedito, alle multinazionali o ad altri?

Mai come in questa caccia alle streghe si avverte quanto inconciliabili siano le necessità delle persone, da una parte, e i nuovi travestimenti dell'ideologia dall'altra.

La fine della maggior tutela nel settore gas e energia: non è mai troppo presto

Attorno all’energia elettrica e al gas circola una “leggenda nera”: senza il controllo sui prezzi al consumo, gli utenti si troverebbero a spendere di più, anche in presenza di un clamoroso eccesso di offerta.

Eppure, già oggi i consumatori che scelgono di sottoscrivere offerte sul mercato libero risparmiano rispetto al regime di cosiddetta maggior tutela, e non poco. Quanti, fra loro, spendono di più, lo fanno perché liberamente scelgono offerte che contengono componenti di servizio diverse e aggiuntive: siano esse un’assicurazione contro il rischio di incrementi delle tariffe (sotto forma di prezzi bloccati), particolari caratteristiche della fornitura elettrica (come nel caso delle offerte green) oppure servizi ulteriori quali quelli legati all’efficienza energetica o altro ancora.

Perché, allora, sono in molti – a partire dai sindacati e dalle associazioni dei consumatori – a opporsi a quelle norme del Ddl Concorrenza che prevedono la fine della maggior tutela a partire dal 2018?

L’argomento che l’acquisto di energia elettrica e gas ha una tale complessità che il consumatore deve essere “protetto” non regge. Per quanto complessa, una bolletta della luce o del gas è paragonabile a molte altre offerte commerciali con cui tutti noi consumatori ci confrontiamo quotidianamente. Se le famiglie sono ritenute sufficientemente mature per decidere in autonomia il 95% delle loro spese, non c’è ragione di ritenerle incapaci di decidere come spendere il residuo 5% che appunto, in media, viene assorbito da corrente e riscaldamento delle abitazioni.

A questo argomento si accompagna quello secondo cui gas e energia sono beni di cui non possiamo fare a meno: restare al freddo e al buio in casa sono indubbiamente condizioni impensabili, ma che la liberalizzazione dei prezzi al consumo comporti una simile condizione, anche solo parzialmente, è un corollario tutto da dimostrare. Si veda alla voce telefonia.

Oltre tutto, la presenza di un’offerta pubblica non è neutrale rispetto alle scelte delle famiglie: sebbene esse siano già oggi teoricamente libere di orientarsi verso il mercato, nei fatti la promessa della cosiddetta “maggior tutela” spinge molti a restare all'ombra di Mamma Stato. Se Mamma Stato ci protegge e se si chiama “maggior tutela”, un motivo ci sarà: anche se non capiamo bene quale.

Di conseguenza, i consumatori tendono a essere relativamente poco attivi, cioè a non cambiare operatore e a non dare segno di quella vivacità che mostrano in tanti mercati (pensate all'agilità con cui il consumatore medio si muove fra le offerte per la telefonia mobile). E' dunque vero precisamente il contrario di quanto sostengono coloro che vedono nella “pigrizia” dei consumatori la spia del loro essere impreparati.

La difesa dello status quo non coincide con la difesa dei consumatori - quanto piuttosto delle rendite di posizione di tutti quei soggetti e quegli organismi che all’ombra della maggior tutela hanno costruito uno status e un’occasione di visibilità e di “mercato”.

E’ il classico caso in cui l’organo fa la funzione: chiudere la stagione “transitoria” (così dice la legge) della maggior tutela è anche un’occasione per fare pulizie tra enti e agenzie, focalizzando meglio l’attività delle istituzioni che invece hanno un ruolo anche al di là della regolamentazione dei prezzi retail.

Se bisogna fare una critica al governo, allora, non è tanto che abbia posto fine al regime di maggior tutela, ma che il "funerale della maggior tutela", per parafrase il Presidente del Consiglio Renzi, sia fissato solo al 2018. Non è mai troppo presto, per restituire ai consumatori libertà: e, certamente, quella responsabilità che alla libertà si accompagna.

Aiutati che il mercato elettrico t’aiuta

Chi protegge il consumatore elettrico? Il disegno di legge sulla concorrenza, in discussione alla Camera, delinea la strada per il superamento dell’attuale regime “transitorio” di maggior tutela. La maggior tutela copre le famiglie e le piccole e medie imprese (connesse in bassa tensione, con meno di 50 dipendenti e un fatturato inferiore a 10 milioni l’anno) che non hanno un contratto sul mercato libero. Sono rifornite a condizioni fissate trimestralmente dall’Autorità per l’energia (Aeegsi) sulla base dei costi di approvvigionamento di “acquirente unico” (un aggregatore di domanda a capitale interamente pubblico). Secondo il monitoraggio Aeegsi tra il 2012 e il 2013, il numero di famiglie sul mercato libero è cresciuto dal 21 al 25 per cento (al netto di quanti hanno seguito il percorso inverso), mentre le Pmi sono passate dal 37 al 40 per cento. Se si guarda invece ai consumi energetici, tale quota è cresciuta, rispettivamente, dal 24 al 29 per cento e dal 66 al 68 per cento: segno che si sono mossi principalmente i consumatori con una domanda più elevata e, quindi, più motivati a cercare offerte maggiormente convenienti.

La migrazione dei consumatori dalla maggior tutela al mercato libero sembra incoerente con una diffusa “leggenda metropolitana”, secondo la quale i prezzi sul mercato libero sarebbero nettamente superiori a quelli di tutela. La credenza deriva forse da una lettura frettolosa del rapporto Aeegsi. Tuttavia è chiaro, da una lettura più attenta, che il gap di prezzo è riconducibile interamente alla scelta (sottolineo: scelta) di molti consumatori di sottoscrivere offerte a prezzo bloccato. Il confronto coi prezzi di tutela, in questo caso, è metodologicamente scorretto, in quanto si tratta di due prodotti diversi. Chi preferisce il prezzo bloccato “compra” certezza, più che risparmio. D’altra parte, non è sorprendente che in un periodo di calo dei prezzi all’ingrosso il prezzo variabile sia, in termini monetari, conveniente; non è detto che, in un contesto differente, questo sia ancora vero. In tutti i casi, le potenzialità di risparmio restano significative. Un consumatore domestico tipo (3 kW di potenza e consumo pari a 2.700 kWh/anno, secondo la definizione Aeegsi) può spendere fino a 53,5 euro all’anno in meno (10,7 per cento) se sceglie un’offerta a prezzo variabile, fino a 34,5 euro l’anno (6,9 per cento) se preferisce il prezzo bloccato. Delle sette offerte a prezzo variabile disponibili, sei battono la tutela in termini monetari; delle diciannove a prezzo bloccato, otto lo fanno (fonte: estrazione dal Trova offerte Aeegsi effettuata il 19 giugno 2015).

Proprio quest’ultima considerazione introduce un tema centrale nell’ambito della liberalizzazione dei mercati retail dell’energia elettrica. Oltre al risparmio, sono infatti due le ragioni di fondo. In primo luogo, la presenza di un’offerta di riferimento “pubblica” favorisce nei consumatori una presunzione di protezione, che può “ridurre la propensione a switchare verso offerte migliori”, come scrive l’Acer (l’Agenzia che coordina i regolatori europei, inclusa Aeegsi). In altre parole, la tutela non tutela, ma ingessa, il consumatore. Per proteggerlo dagli abusi esistono altri e più appropriati strumenti, a partire dalla regolamentazione di settore e dal normale esercizio dei poteri dell’Antitrust (che infatti sollecita l’eliminazione della maggior tutela). In secondo luogo, l’ingessamento della domanda non è privo di effetti dal lato dell’offerta. Rallenta infatti l’innovazione commerciale, impedendo quel processo di sofisticazione del servizio che, invece, ha segnato la telefonia negli ultimi vent’anni. Non vale l’argomento che le telecomunicazioni hanno potuto godere di un progresso tecnologico che non c’è nell’elettrico. L’evidenza dimostra che le nuove tecnologie si impongono proprio attraverso le pressioni concorrenziali: per esempio, sebbene ciò fosse tecnicamente possibile da molto tempo, i taxi hanno iniziato a modernizzarsi solo dopo l’arrivo di piattaforme alternative. Nel caso in questione, innovazione significa far evolvere gli operatori da puri venditori di una commodity in fornitori di un servizio complesso. Questo processo di differenziazione dell’offerta è in parte già in atto: ne sono esempi le citate offerte a prezzo bloccato, quelle dual fuel, quelle green, e molte altre. Ma la vera rivoluzione...

Continua a leggere su lavoce.info, 28 luglio 2015

Consumer inertia in energy markets: a sobering lesson from Italy

The Competition & Markets Authority has recently released its provisional findings and a notice on possible remedies following up a specific request from Ofgem. The inquiry finds that energy markets are plagued by several problems, the most important ones being over-regulation and low consumer engagement. In order to address the former, it reasonably suggests to reshape those regulation (such as the so-called “simple choices” package) that are least effective, by either deregulating or turning to smarter regulations. As far as the latter is concerned, though, the CMA proposes that Britain – the first EU member state to liberalise energy far before Brussels introduced its directives – goes back to the mother of all regulations: price control, or, to be fair, a softer version thereof.

The CMA explains that, according to an extensive survey it has performed, 34% of the British consumers have never even considered switching supplier. The number of those with sticky habits is higher among the poor and the less educated. Consumers’ inertia may have boosted energy suppliers’ profits by as much as £1.2bn in 2009-13.

Promoting greater engagement through more transparent information, or by removing harmful regulations that prevent suppliers to better customise their commercial offers, is not enough, says the CMA: a “transitional safeguard regulated tariff” should be introduced, in order to “provide direct protection to disengaged customers”. This may seem both reasonable and simple, but it is neither. As the CMA itself admits, “if [the price] is set tightly, it will have a damaging effect on competition, undermining incentives for customers to engage in the markets. On the other hand, if set at too high a level, then at best it will provide no protection to customers, and at worst potentially provide a higher focal point for default prices to settle”.

Even if one buys the argument that disengaged consumers must absolutely be woken up, one should be careful of the unintended consequences of the proposed policies. Despite a relatively high proportion of “sleepy customers”, the UK still displays switching rates well above the EU average (slightly above 12% in 2013, vs an EU average of 4%).

Luckily enough, the British do not need to implement such a complex reform to check whether the supposed protection of the inert is worth the potential cost of disengaging the most dynamic customers: they just need to look at what happens in Italy.

Italy opened up its retail electricity market in 2007. Ever since, though, a programme has been in place to protect disengaged customers by making available what might be described as a “transitional safeguard regulated tariff”. The so-called “maggior tutela” (“higher protection”) applies to all households or SMEs who have not chosen a supplier on the market. The price they pay, which is set on a quarterly basis by the regulator, is formally being defined as a “market price”, rather than a regulated price, insofar as it reflects a) the procurement costs incurred by a public entity (Acquirente Unico, or Single Buyer) in charge of purchasing power on behalf of the “clienti tutelati” (protected customers); b) a commercialisation fee which is set by the regulator at a level which is supposed to match the cost of entry of a new entrant into the market.

If the CMA is right, one would expect to find in Italy a) higher switching rates and b) fewer disengaged customers. The data do not seem to support that theory. Switching rates in Italy – while not negligible – were well below the British benchmark (7% in 2013, up from a 4% average in 2008-12). What should ring an alarm bell at the British antitrust authority, though, is the figure of those who stand still under the “transitory” umbrella of the “maggior tutela”: In 2014, 7 years after the liberalisation, 22.2m out of 29.6m of households (72%) and 4.2m out of 7.4m of SMEs (57%) did not choose their supplier. (The actual figure is slightly lower because there is a small flow of people moving back from the free market into the maggior tutela). A survey performed by the national regulatory authority found that 73% of the respondents have never changed their supplier.

The main reason why the Italians are this “disengaged” is certainly not because of prices. Those seeking to save money can find very good offers on the free market – up to 10-12% less than the reference price. Neither is it the lack of variety on the supply side: a growing number of offers is available that allow consumers to best meet their preferences with regard, for example, to green energy, fixed versus variable prices, or more complex services such as energy efficiency devices or various insurance policies which are bundled in the price they pay for the kWh.

There are, of course, several explanations for the widespread disengagement. But one can hardy ignore the elephant in the room: a state-backed tariff which is supposed to grant “higher protection”. This has at least two consequences. On the supply side, a standard offer that covers a large share of the relevant market may work as a focal point – at the very least it works as a benchmark, as the CMA itself recognised. On the demand side, it may still generate a sort of “feel safer” effect, so that customers’ propensity to switch is reduced accordingly. Ironically, the Italian government has just proposed a roadmap to overcoming this problem.

The CMA might consider visiting Italy to examine the unintended consequences of “transitory” attempts to control the outcomes of the market or to change consumers’ preferences.

Da Institute of Economic Affairs, 20 luglio 2015

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Come garantire un reddito per tutti

La città di Utrecht e altri diciannove comuni, in Olanda, hanno deciso di fare qualche esperimento con il reddito di cittadinanza. Si metterà in pratica una sorta di «somministrazione controllata».

Si comincerà con una limitata platea di beneficiari, in piccoli gruppi, per verificare l'effetto che fa.

Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere un assegno percepito da tutti per il solo fatto di essere «cittadini» di un certo Paese. Non, cioè, un sostegno «condizionato» a situazioni ben precise (per esempio la disponibilità alla ricerca di un posto di lavoro) e nemmeno una «garanzia» offerta a particolari categorie di persone (i pensionati che non raggiungono un certo reddito, quanti hanno problemi di invalidità, eccetera).

Si sente spesso dire che l'Italia è l'unico Paese europeo a non disporre di uno strumento simile. In realtà, come ha spiegato Giovanni Boggero («Reddito di cittadinanza. Un'alternativa non un obbligo», www.brunoleoni.it), nessun Paese in Europa prevede un reddito di base incondizionato. Quello olandese è per l'appunto un esperimento. Curiosamente, è un esperimento senza nome: gli stessi promotori dell'iniziativa hanno spiegato al Guardian di non aver usato la locuzione «basic income», perché «la gente pensa che sia solo una mancia e che le persone se ne staranno a casa e guarderanno la tv». Gli olandesi vorrebbero appunto dimostrare che non è questo il caso: che, cioè, la possibilità di percepire un reddito quali che siano le proprie attività non svuota fabbriche e uffici.

Le risultanze dello studio andranno lette con attenzione, anche se è improbabile siano risolutive. Le dimensioni dei gruppi di percettori del reddito di cittadinanza, le loro caratteristiche professionali, la cultura in essi prevalente sono tutti fattori che avranno un peso.

Più in generale, è curioso come l'idea di un reddito per tutti faccia fatica ad attecchire: al punto da aver bisogno di un travestimento, anche in società così affezionate all'idea di una pesante redistribuzione.

La questione è che il reddito di cittadinanza fa a pugni con una intuizione morale che ha radici profonde: «chi non vuol lavorare, neppure mangi».

La più parte di noi vorrebbe un mondo in cui i salari raccontassero i «meriti e gli aiuti i bisogni».

Accettiamo, eccome, eccezioni al principio. Siamo convinti che determinate «garanzie» e «diritti» (cioè: certi servizi) vadano offerti a tutti, a spese dei contribuenti. Ma siamo altrettanto persuasi che questi «diritti» debbano essere alcuni e non altri. Lo Stato sociale ha un'anima paternalista. Bisognava costringere i bambini ad andare a scuola, perché da soli i loro genitori non ce li avrebbero mandati. Bisognava costringere la gente a risparmiare per la vecchiaia, perché tutti tendono a sottostimare le proprie necessità future.

Sommare «reddito di cittadinanza» e Stato sociale è impossibile: equivarrebbe alla desertificazione fiscale della nostra società.

Altra cosa sarebbe se il reddito di cittadinanza sostituisse lo Stato sociale. Se i salari debbono corrispondere ai «meriti» e gli aiuti ai «bisogni», dev'esserci qualcuno che definisca gli uni e gli altri. È una funzione che la classe politica reclama per sé. Così, le intenzioni benevole dei paternalisti si trasformano in uno straordinario meccanismo per costruire consenso.

Le categorie scambiano i «diritti» loro attribuiti col sostegno a questo o quel partito. Non c'è socialdemocrazia nella quale la redistribuzione delle risorse avvenga senza coinvolgere grandi apparati burocratici, che ne incamerano parte. La solidarietà diventa il regime dei favori.

Un reddito di cittadinanza avrebbe il vantaggio di limitare drasticamente gli spazi dello «scambio politico»: un assegno per tutti, e ognuno ci faccia quel che vuole.

Aiutare chi ha bisogno e solo chi ha bisogno ci appare istintivamente più ragionevole. Ma se la classe politica allarga la categoria di «bisogno» a seconda delle convenienze, forse un «reddito per tutti» è il naturale punto d'approdo delle socialdemocrazie: nel senso che, di aiutino in aiutino, davvero tutti rischiamo di abituarci a vivere alle spalle degli altri. Trasformando i servizi in aiuti in denaro, risparmieremmo almeno sui professionisti della redistribuzione.

Da La Stampa, 30 dicembre 2015

Cure a lungo termine: cosa imparare dalle esperienze straniere

La sfera definita come “long term care” (LTC) assorbe mediamente l’1,6% del PIL tra i paesi dell’Unione Europea e comprende un insieme di attività rivolte a individui con handicap fisici o psicologici, a persone anziane e a persone che per poter svolgere la loro routine quotidiana hanno necessità particolari.

Il Briefing Paper "Aspettative di vita e servizi LTC. Come impedire che una buona notizia diventi un problema" (PDF) di Paolo Belardinelli analizza la gestione del fenomeno LTC in Italia comparandola a quella di altri Paesi europei: Germania, Olanda, Spagna, Francia e Regno Unito. Alla luce di questo confronto internazionale è possibile individuare alcune best practices da seguire per poter migliorare l’efficienza e la qualità del nostro sistema di LTC. Innanzitutto, i trasferimenti in cash sono uno strumento piuttosto comune nelle esperienze analizzate e, quando viene data la possibilità di scegliere tra questa modalità e i servizi in kind, gli utenti manifestano una forte preferenza verso la prima. Un aspetto su cui da noi sarebbe opportuno intervenire è la qualità dei controlli che vengono fatti su chi richiede il trasferimento e la previsione di qualche forma di differenziazione nell’importo assegnato a seconda del disagio del beneficiario. In secondo luogo, rispetto agli altri Paesi in Italia si evidenzia una scarsa offerta di posti letto nelle residenze assistenziali (RSA e RA). Ciò non significa che sia auspicabile un intervento pubblico diretto a colmare questa lacuna; in quasi tutti i Paesi infatti è il privato a gestire la maggior parte dell’offerta di questo servizio. Ciò che invece sarebbe auspicabile è una semplificazione normativa delle procedure di accreditamento, oggi confuse e disordinate. Infine, dal punto di vista del finanziamento, nelle migliori esperienze analizzate sono previsti schemi assicurativi destinati a coprire le spese per i servizi LTC uniti a meccanismi di co-payment, che se ben disegnati potrebbero essere efficaci nel costruire un sistema sostenibile, dando coscienza alle persone del costo e dei benefici dei servizi di cui hanno bisogno.

Il Briefing Paper "Aspettative di vita e servizi LTC. Come impedire che una buona notizia diventi un problema" di Paolo Belardinelli è liberamente disponibile qui (PDF).

No al canone RAI in bolletta

Secondo l’Istituto Bruno Leoni la proposta di inserire il canone Rai nella bolletta elettrica non risolve i problemi della Rai e rischia di crearne di nuovi. Lo sostiene Serena Sileoni, vice direttore generale dell'istituto, nel Focus “Canone in bolletta: (pagare) di tutto di più” (PDF).

Per l'Istituto, la presunzione che chiunque sia titolare di un contratto elettrico debba anche essere assoggettato al pagamento del canone è del tutto priva di fondamento. Inoltre la proposta pone numerosi problemi pratici. Scrive Sileoni: "Non vi è infatti alcun plausibile nesso tra la fruizione del servizio elettrico e il supporto al servizio radiotelevisivo pubblico, se non la banale coincidenza per cui la televisione richiede la corrente per accendersi". Inoltre "l'introduzione del canone in bolletta va contro il principio di eliminare dalla bolletta tutti gli oneri impropri, e può persino sortire effetti anticoncorrenziali in quanto appesantisce la bolletta e la rende meno trasparente. Dal punto di vista pratico, restano aperti numero problemi legati alla morosità e all'attuazione della misura, che inevitabilmente determinerà costi per gli operatori e potenzialmente un aumento dei prezzi complessivi per i consumatori". Infine l'operazione porterà a un aumento del gettito del canone e, dunque, a un aumento della pressione fiscale complessiva. 

Conclude Sileoni: "Piuttosto che pensare a come farla pagare a tutti - e probabilmente a più di quelli che la devono - i problemi collegati alla riscossione di un’imposta che ormai si giustifica solo per ragioni di cassa e non per ragioni di servizio dovrebbero indurre il governo ad abolirla e a ripensare, questa volta sì in una prospettiva davvero di riforma, la natura giuridica della Rai, una volta per tutte. Anche volendolo mantenere, tuttavia, l'evasione può essere contrastata senza necessariamente danneggiare altri mercati".

Il Focus “Canone in bolletta: (pagare) di tutto di più” è liberamente disponibile qui (PDF).

Tanti passi in avanti, ma la ricerca ha bisogno dei privati

Per buona parte della storia dell'umanità la medicina è stata un mestiere quasi "artigianale". Dalla rivoluzione industriale ad oggi le cose sono rapidamente cambiate. A partire dall'ultimo quarto dell'Ottocento, in Occidente si registra uno straordinario declino delle malattie infettive. Negli anni successivi, crolla la mortalità infantile. Conosciamo il resto della storia.

E' un processo che si spiega in ragione di diversi fenomeni. Uno è la crescita dei redditi. Man mano che le persone si arricchiscono, aumenta il consumo di beni che hanno un effetto positivo sulla salute: tanto per cominciare si mangiano più frutta e verdura ed alimenti ad alto contenuto proteico. In seconda battuta, una certa quota del reddito può essere investita per pagare il riscaldamento domestico, l'acqua calda, prodotti detergenti e via dicendo.

Ci sono poi state politiche volte a migliorare l'igiene delle città. Il miglioramento delle condizioni igieniche è un successo di cui la politica può legittimamente menar vanto: ci furono avanzamenti nella qualità dell'acqua potabile, nella raccolta dei rifiuti, nella protezione contro insetti ed animali. Ma un ruolo importante lo ha giocato anche l'evoluzione tecnologica. L'affinamento delle conoscenze scientifiche ha aperto la strada ad applicazioni tecniche sempre più raffinate. La medicina è diventata un'industria. Oggi siamo abituati all'arrivo "sul mercato", di anno in anno, di nuovi trattamenti e nuovi farmaci.

I miglioramenti nella sfera domestica, quelli nella sfera pubblica egli avanzamenti della ricerca sono tutti, in diverso grado, conseguenza della crescita delle nostre conoscenze. Abbiamo capito meglio come funziona il corpo umano: ed è migliorata la medicina predittiva. Abbiamo sviluppato tecniche nuove, che ci hanno consentito di "bonificare" l'ambiente in cui viviamo.

Abbiamo avuto uno straordinario progresso in tutto quel che riguarda la nostra alimentazione. Progresso nella produzione agricola (fertilizzanti), nel trattamento dei cibi (a partire dalla pastorizzazione del latte e dalla diffusione di ingredienti a basso contenuto di grassi), nella conservazione degli alimenti. Le innovazioni nella tecnologia medica sono strabilianti. Che miracolo, quando una certa patologia può essere affrontata con un trattamento in day hospital anziché con una lunga degenza, o addirittura tenuta sotto controllo con un farmaco che si assume per via orale. Il modo in cui vivono oggi i nostri anziani e i nostri malati, la facilità con cui governiamo le cronicità, erano inimmaginabili soltanto una generazione fa.

Se ci guardiamo alle spalle, dobbiamo essere contenti. In due secoli ne abbiamo fatta di strada. li problema è non interrompere il cammino. L'innovazione ha bisogno di libertà. Libertà di fare ricerca. Libertà di cercare investitori per trasformare ricerche promettenti, in "prodotti"a disposizione delle persone.

Oggi quella libertà è messa a rischio in parte da una applicazione molto rigida del principio di precauzione. E' chiaro che i rischi vanno affrontati con intelligenza: ma non riusciremo mal a vivere, figurarsi a fare ricerca, senza incorrere in qualche rischio.

Si parla troppo di finanziamento pubblico della ricerca, e troppo poco di finanziamento privato. Ma la ricerca ha bisogno dei privati, perché leserve qualcuno che intuisca non il valore scientifico, ma le potenzialità di andare incontro a una domanda reale. Per le grandi scoperte c'è il Premio Nobel, sono però le piccole a migliorarci la vita. Il fatto che i pazienti con una certa patologia siano un"mercato" non è una volgare mercificazione. E' la miglior tutela possibile per il loro interesse:che è quello di essere messi nelle condizioni migliori per provare a guarire.

Da Mondo Salute Lombardia, settembre 2015

Il reddito minimo? Non significhi più tasse

Il Movimento 5 stelle sembra prepararsi per tempo alle elezioni, insistendo sull'introduzione di un reddito minimo garantito. Una proposta altamente controversa, tra chi la rigetta per non voler assistere a una società in cui una minoranza di forza lavoro mantiene una maggioranza di indolenti e chi come Grillo vi vede la liberazione dall'incubo della disoccupazione, la moltiplicazione della ricchezza e l'affrancamento da una vita appiattita sull'assillo di dover portare i soldi a casa.

Se non sarà l'uno, il reddito minimo non sarà nemmeno l'altro. In realtà l'introduzione di una simile misura si tradurrà in maggiore spesa sociale. Il resto sarà secondario rispetto a un effetto sulla spesa pubblica che è quanto di più lontano da ciò che possiamo permetterci. Curare la disoccupazione con un assegno mensile è come prendere un antinfiammatorio quando il dente duole. Il dolore passa, la carie resta.

Credere che dare assegni alla fascia economicamente più debole della popolazione faccia diventare più ricchi vuole dire confondere redistribuzione e creazione della ricchezza. L'unico fenomeno che potrà accadere è che quello che verrà dato ad alcuni verrà tolto ad altri. Si può pensare che sia giusto, ma non che sia redditizio, a meno di non voler ancora ritenere che il sovrano sia un dio miracoloso.

Quanto al giusto, gli argomenti sono due: uno di filosofia di vita e uno di giustizia sociale. Non si vive di lavoro e non si dovrebbe vivere solo per lavorare. L'ozio annoia, ma certo lavorare stanca, però il riposo di Tizio, per essere retribuito col reddito minimo, deve essere il lavoro di Caio. Una bella filosofia di vita, ma a proposito di giustizia poco corretta. 

Resta la giustizia sociale, l'unica ragione che forse potrebbe giustificare l'introduzione di una simile prestazione. Al prezzo, però, di tutte le altre forme e provvidenze di giustizia sociale.

Quando si sente e si legge che l'Italia è tra i pochi paesi europei a non avere il reddito minimo garantito, si dice una mezza bugia e si omette una verità. Tutti gli stati europei hanno strumenti di solidarietà sociale, in un mix di sussidi e aiuti economici talora mirati e talora generalizzati ma sottoposti a rigide condizioni come l'obbligo di reinserimento nel mondo del lavoro e di prestazioni in servizi sociali. Non tutti hanno il reddito minimo garantito su base nazionale.

L'Italia non è da meno. Non ha, è vero, un reddito minimo generalizzato, ma ha tante, e quindi confuse, forme di assistenza e aiuto all'indigenza e a situazioni di bisogno. Dall'esenzione per le prestazioni sanitarie, la scuola e l'università, ai trasporti pubblici gratuiti, a prestazioni in denaro come l'indennità di disoccupazione, gli assegni sociali, di invalidità e accompagnamento, sempre per restare alle più note.

Dare soldi o dare servizi sono due modi diversi per un obiettivo identico e unico: aiutare chi non ce la fa, malgrado la sua volontà. Solo in questo senso il reddito minimo garantito può essere preso sul serio e può superare tutte le obiezioni, etiche e economiche, alla sua introduzione. Sarebbe una sorta di voucher unico, che avrebbe il vantaggio non secondario di disinnescare l'intermediazione politica e burocratica nella scelta del come, quando e a chi distribuire le risorse e che dovrebbe, di conseguenza, essere finanziato con i soldi che attualmente finanziano la medesima spesa sociale.

Ma c'è da scommetterci quello di cui si discuterà nel prossimo autunno sarà al più una proposta di legge finanziata con nuove tasse e risicati risparmi sui costi della politica, e non un modo completamente diverso dello Stato di porsi davanti ai contribuenti e di adempiere ai compiti che si è voluto assegnare.

Da CorrierEconomia, 28 Settembre 2015

Intervista a Massimiliano Trovato : "Niente tasse per Google & Co."

“In Italia il governo non deve trovare meccanismi di tassazione per Google & co, dovrebbe piuttosto impegnarsi a rendere più conveniente investire in Italia”. Massimiliano Trovato, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, ribalta la prospettiva del dibattito sulla digital tax.

Trovato dice che il governo sta perdendo tempo a lavorare alla digital tax in un momento in cui anche altri Paesi Ue si stanno muovendo su questo fronte? Penso alla misura che George Osborne ha preso in Gran Bretagna, ad esempio, proprio per porre fine al fenomeno dell’elusione fiscale…

Onestamente io faccio fatica a vedere questo problema di elusione fiscale. Quello che rilevo – e sul quale bisognerebbe lavorare – è una evidente obsolescenza delle regole: c’è un sistema fiscale non adeguato all’economia digitale. Ad oggi il paradigma fiscale dominante impone di pagare le tasse laddove si produce oppure dove sono i dipendenti non tenendo conto che un prodotto digitale – tanto per fare un esempio - viene sviluppato negli Usa, venduto in Lussemburgo e acquistato in Italia. E' evidente che le norme attuali non sono al passo coi tempi.

Quindi niente tasse per le web company?

Niente tasse sul modello di un mondo che non c’è più, ma soprattutto più impegno per disegnare un contesto che metta le aziende in condizioni di investire nel nostro Paese.

C’è un modo?

C’è e si chiama concorrenza fiscale. Gli stati più grandi, tendenzialmente più propensi a tassare in maniera massiccia, dovrebbero tenere le aliquote più basse per attrarre le aziende straniere, prime fra tutte quelle del digitale. Inoltre si rispetterebbe appieno il principio secondo cui un’azienda deve decidere liberamente stabilire la propria sede laddove si rilevino condizioni, fiscali e non, adeguate alle sue esigenze.

Però anche in Gran Bretagna, dove c’è storicamente molta attenzione a non opprimere fiscalmente le imprese, si è adottata una misura di tassazione per le web company. Perché l'Italia non dovrebbe farlo?

A Londra si tassano i profitti, non i ricavi come sembra voler fare il governo italiano.

Cosa non la convince del digital tax a cui sta lavorando il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti?

La proposta Zanetti prende di mira i ricavi, ma i ricavi non sono espressione della capacità contributiva di un’azienda. Ecco perché un'imposizione sui ricavi non si è mai sentita in nessun paese. Facciamo un esempio: consideriamo, ipoteticamente, che per un'impresa digitale il 50% dei ricavi siano profitto, ma un'aliquota del 25% sui ricavi equivarrebbe al 50% tassazione sui profitti. Cosa molto più simile a un meccanismo estorsivo piuttosto che a una misura di giustizia fiscale , come sento dire da più parti nel governo.

Addirittura una misura estorsiva? Perché?

Perché equivale a dire alle web company: o insediate in Italia una "stabile" oppure noi i soldi li prendiamo comunque.

Ma anche l’Ocse chiede di far pagare le tasse nei luoghi dove vengono generate…

Anche su questo ho forti perplessità. Detto ciò, la misura rischia anche di essere protagonista di un contenzioso dato che verrebbe a scontrarsi con gli accordi bilaterali tra gli stati sulla doppia imposizione fiscale. Va ricordato che i trattati internazionali prevalgono sulle leggi nazionali.

Da CORRIERECOMUNICAZIONI.IT, 22 Settembre 2015

I vincoli sul lavoro creano povertà

MILANO. «I governi europei dovrebbero togliere le leggi che imbrigliano il lavoro e dare l'opportunità a migranti e rifugiati di realizzare i loro obiettivi di migliorarsi. Così sprigionerebbero energie per l'economia: le stesse che si libereranno quando le borghesie di India e Cina riusciranno a far studiare i figli, con innovazioni che ci arricchiranno tutti». E' un pensiero liberista secco quello dell'economista Deirdre McCloskey, affinato in una vita di studi, analisi dati e docenze tra l'università di Chicago  e tante altre. Si definisce «cristiana libertaria, non come papa Francesco che è cattolico socialista». E a Milano discute all'Istituto Bruno Leoni di Just a Great Free Lunch ( Un grande pasto gratis), dibattito sul capitalismo, «l'unico modo per accrescere le condizioni di vita di poveri e lavoratori. Lo dicono i numeri».

Quali?

«Nel 1800 il reddito pro capite mondiale a valori costanti era 3 dollari al giorno. Oggi è 33 dollari. In Italia vi lamentate ma siete ricchi: da 3 dollari siete ora a 90, vicino ai 120 degli Usa. Nel complesso il mondo ha decuplicato il reddito. Un grande arricchimento collettivo reso possibile non certo dalle riforme e misure dei governi».

Perchè tra gli europei prevalgono invece le paure?

«La gente stima ormai il valore della sicurezza sopra a quello della libertà, che sembra pronta a sacrificarle. Nel libro Bourgeois Equality (esce ad aprile, ndr) lo chiamo Bismarckian deal: fu il cancelliere tedesco a inventare il welfare che dava agli individui protezione totale. Ma può trasformarsi in estorsione se un governo protegge troppo e male. Dovremmo insegnare alle persone a preferire la libertà alla sicurezza: malgrado i rischi che comporta, nel lungo termine conviene. Prendiamo i migranti: persone straordinariamente coraggiose venute da luoghi ostili solo per lavorare e avere una vita migliore. Ma molti governi glielo vietano, e gli imprenditori non li assumono perché poi è difficile licenziarli. Queste leggi contro il lavoro, e altre che lo ingabbiano come quella sul salario minimo, sono un grave problema, che può in ultima analisi agevolare i populismi».

Ma i governi, oltre a levarsi di mezzo, non possono far niente di buono?

«Se dicessi che il luogo dove decidere che tipo di innovazione avere in Italia è il Parlamento mi dareste della pazza: ma è quanto avviene. Il governo italiano, come tutti gli altri, dovrebbe limitare al minimo la sua azione: evitare di individuare i ''vincitori" della gara competitiva, eliminare ogni sussidio iniziando da agricoltura e rinnovabili, tassare l'uso del carbone».

La domanda di governo però è crescente: Tsipras rivince le elezioni, a Londra il radicale Corbyn guida il Labour...

«Dalla Grecia alla California la politica è simile. La gente è molto ansiosa e vota i populisti o i radicali perché la ripresa dalla recessione è lenta. Non credo comunque Corbyn durerà, perché propone ricette che non possono funzionare. Come ha fatto Tsipras prima di cambiare rotta».

Da la Repubblica, 23 Settembre 2015

Il Capitalismo ci ha offerto "un grande pasto gratis", dice McCloskey

Lucca. "Il principale problema di Piketty? Confonde l'uguaglianza con la povertà, e si preoccupa solamente della prima. A me non interessa l'uguaglianza economica, ma la lotta alla povertà", dice al Foglio Deirdre MeCloskey, economista di fama mondiale della University of Illinois a Chicago, in questi giorni in Italia per due conferenze su temi economici. McCloskey è stata ieri all'Imt di Lucca e sarà oggi a Milano per intervenire presso la Residenza Vignale con la collaborazione dell'Istituto Bruno Leoni. McCloskey difende il capitalismo che ci ha garantito "un abbondante pasto gratis", dice parafrasando Adam Smith, e critica il collega francese, autore de "Il Capitale nel Ventunesimo secolo", sostenendo che "Piketty e gli economisti socialisti sono ossessionati dalla redistribuzione, mentre il problema vero è come migliorare la condizione dei più poveri aumentandone il reddito". Ancora: "Se si guardano con attenzione i dati possiamo notare come la diseguaglianza negli ultimi settant'anni non è aumentata. Ciò che è aumentato proporzionalmente, semmai, è il reddito pro capite. Le differenze economiche si sono ridotte in modo impressionante negli ultimi duecento anni, cioè dall'avvento della rivoluzione industriale". McCloskey non manca di argomentare con esempi: "Prendete un operaio italiano di una grande azienda dei primi del novecento e confrontate il suo stile di vita con quello di un operaio di oggi. Si noterà che le differenze del tenore di vita tra quest'ultimo e il proprio datore di lavoro sono notevolmente diminuite rispetto a quelle tra il suo antenato e il rispettivo datore di lavoro. Gli strati sociali più bassi oggi possono condurre una vita migliore rispetto a quella di due o tre generazioni fa se comparata a quella dei ricchi. Il gap nei consumi si è radicalmente ridotto". Tuttavia Piketty e la sua scuola non lo ammetteranno mai perché "scrivono libri in cui argomentano ciò che la sinistra mondiale vuole sentirsi dire".

L'economista non risparmia le critiche al settore pubblico e ai difensori del suo status quo: "Non si rendono conto che in molti casi è lo Stato a creare la diseguaglianza. Basti pensare alle politiche di sussidio indirizzate verso alcune imprese a discapito di altre oppure ai dipendenti pubblici che godono di stipendi equiparati a quelli dei privati, cui si aggiunge un posto fisso garantito dal quale non potranno essere mai licenziati. Non c'è forse diseguaglianza tra impiego pubblico e privato?". Così, sottolinea McCloskey, la politica sotto l'influenza del "socialismo economico" finisce per creare privilegi, i quali generano a loro volta diseguaglianza. "I privilegi sono propri del feudalesimo e non del capitalismo", dato che quest'ultimo "è il più grande marchingegno per la lotta alla povertà che sia mai stato creato. Perciò dobbiamo essere contro la retorica dell'eguaglianza e dalla parte della concorrenza".

A Milano invece McCloskey parlerà di "food economy": "Dobbiamo lasciar lavorare il capitalismo nel settore alimentare. Questo significa combattere il localismo che spesso alberga nel settore del food" e ciò vuol dire prima di tutto promuovere il libero scambio e combattere dazi, dogane e bolli contrari alla libera circolazione delle merci alimentari. Sugli organismi geneticamente modificati l'accademico ha le idee chiare: "Sono assolutamente favorevole agli Ogm. Questi possono aiutare i paesi in via di sviluppo. Si pensi a certe culture che naturalmente non crescerebbero a certe latitudini, grazie alla genetica queste potrebbero essere coltivate ovunque. Ciò permetterebbe ai paesi in via di sviluppo e meno attrezzati tecnologicamente sia di sfamare meglio la propria popolazione sia di lavorare sulle esportazioni". Meglio poi opporsi alla combo "protezionismo più sussidi": "Stati Uniti e Unione europea finanziano copiosamente le aziende agricole cercando di metterle al riparo dalla concorrenza mondiale. Se ciò non avvenisse e si lasciasse libero il mercato, l'Africa decuplicherebbe le proprie esportazioni di cibo. Ancora una volta, abbattere le barriere e le protezioni significa sedersi dalla parte dei più poveri oltre che garantire una maggiore varietà di cibi, qualità e prezzi su scala globale. Allo stesso tempo con la crescita economica africana derivante dall'esportazione alimentare si avrebbe una consistente riduzione dell'emigrazione verso i paesi occidentali".

Da ultimo, McCloskey espone le proprie idee sulla crescita: "Greci, Italiani del sud, Portoghesi e Spagnoli riescono a costruire carriere straordinarie negli Stati Uniti o in Gran Bretagna mentre nel loro paese d'origine sarebbero disoccupati o sottopagati. L'occupazione dipende in gran parte dalle regole del mercato del lavoro: più queste sono flessibili e garantiscono mobilità, maggiori sono il dinamismo e le opportunità". E le tasse? "Non c'è una formula magica nella distribuzione del carico fiscale, ma ritengo particolarmente dannosa un'elevata tassazione sugli utili aziendali. Così le aziende si spostano altrove, gli investimenti si strozzano e le persone perdono il lavoro. I costi di un'elevata tassazione sulle imprese li pagano i lavoratori, non gli imprenditori perché quest'ultimi possono quasi sempre produrre altrove".

Da Il Foglio, 23 Settembre 2015

Poca economia, troppi politicismi. Perciò Renzi opta per una manovra espansiva

Al direttore. Un anno fa, in occasione della presentazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Del), il governo prese atto che il tasso di crescita del prodotto interno lordo sarebbe stato nel 2014 per oltre un punto percentuale inferiore a quello previsto nella primavera dello stesso anno. Comprensibilmente decise di allentare i cordoni della borsa aumentando di poco più di un punto percentuale il livello di indebitamento netto (e sfruttando appieno i margini concessi dal positivo andamento dello spread). A distanza di un anno, l'allentamento c'è stato e si è tradotto, in larga misura, in un aumento non marginale della spesa pubblica rispetto agli obiettivi iniziali.

A distanza di un anno, nella stessa occasione, il governo rivede questa volta in senso positivo (e per due decimi di punto) le previsioni di crescita del prodotto per il 2015 ma in maniera, questa volta, assai poco comprensibile (e per convincersene
si legga la premessa alla Nota di aggiornamento) non cambia linea rispetto all'anno scorso e si prepara, nuovamente, ad allentare i cordoni della borsa (per quattro decimi di punto, se si fa riferimento ai livelli di indebitamento netto). Il tutto in presenza di un debito pubblico salito, nel frattempo, dal 132,1 per cento del prodotto di fine 2014 al 132,8 previsto per la fine del 2015.

Leggere la scelta del governo in termini esclusivamente economici è pressoché impossibile. Ora che le cose vanno meglio e anzi, per fortuna, vanno anche meglio del previsto ci si attenderebbe che si mettesse un po' di fieno in cascina (che è
poi quel che ci consiglia la Banca centrale europea). Invece no: si lascia lievitare il disavanzo nel 2016 dal previsto 1,8 per cento del pil al 2,2 per cento e un po' meno negli anni successivi e, ovviamente, si rinvia ancora una volta il pareggio di bilancio
di un anno (ormai non se ne parlerà prima del 2018). E' una mossa al tempo stesso inutile e pericolosa. Inutile perché un esame delle proprietà del modello in base al quale, presumibilmente, il ministero dell'Economia prende le sue decisioni, porta immediatamente a concludere che una quota parte molto significativa dello stimolo alla domanda interna prodotto dal disavanzo aggiuntivo si trasformerà semplicemente in un accresciuto volume di importazioni (da cui consegue un contributo alla crescita che sarebbe generoso definire marginale). Che l'Italia debba aggiungere debito a debito per sostenere le esportazioni tedesche è, prima ancora che sbagliato, umoristico. Ma è una mossa anche pericolosa e non solo per le tante incertezze che ancora caratterizzano il quadro economico globale, ma anche perché le previsioni di inizio e di fine anno per il biennio 2014 e 2015 lasciano pensare che il governo stia avendo serie difficoltà a tenere sotto controllo tanto l'andamento delle entrate quanto (e soprattutto) l'andamento delle spese. Non è difficile immaginare che nel corso del 2016 l'evoluzione della spesa possa fare nuovamente la parte del leone la discussione sulle pensioni è, da questo punto di vista, indicativa vanificando ogni sforzo sul versante delle entrate. In questo contesto, sarebbe veramente sorprendente se la Commissione europea condividesse la proposta italiana e non la limasse come c'è da augurarsi tanto da neutralizzarla in tutto o in parte. Non è dunque ai manuali di economia che bisogna fare riferimento per capire quel che accade nella politica economica italiana, bensì ai manuali di public choice. L'attuale governo rivendica con orgoglio la sua natura schiettamente politica. Non è un pregio e non è un difetto. E' un dato di fatto. Ma è proprio dei politici a tutto tondo non rispondere necessariamente ad un generico interesse generale quanto piuttosto perseguire obiettivi più specifici, utilizzando, per esempio, il bilancio pubblico a fini di costruzione del consenso e di massimizzazione delle probabilità di rielezione. Non era e non è una novità, ma proprio perché era ben consapevole di questo aspetto, Luigi Einaudi provò a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione. A tutela degli interessi dei contribuenti e dei cittadini, spesso e volentieri non coincidenti con gli interessi del politico di turno. Per lo stesso motivo, nel 2011 e su impulso dell'Unione europea, si cercò di ribadire quel concetto riformando l'articolo 81 della Costituzione. Non a caso, per gli oltre cinquant'anni successivi alla Costituzione del '47 e poi nuovamente in occasione della riforma costituzionale del 2011 la politica italiana si è sforzata e, indubbiamente, con grande successo di svuotare il precetto einaudiano fino a fare dell'articolo 81, con la riforma del 2011, un vuoto simulacro. In questo senso, l'ennesimo crescente ricorso al disavanzo e l'ennesimo rinvio del pareggio di bilancio non hanno nulla a che fare né con il rigore né con la crescita: è semplicemente la politica che si riappropria di spazi indebiti (per di più inutilmente, nella situazione data) a spese di noi tutti che saremo chiamati se non oggi, domani a risponderne. Basta saperlo.

Da Il Foglio, 22 Settembre 2015

Non c'è controllore o legge speciale che rottami la corruzione

Secondo la Guardia di finanza, il danno erariale prodotto da funzionari pubblici corrotti o anche solo incautamente negligenti è valso, tra il 2014 e i primi sei mesi del 2015, 5.700 miliardi. Un po' più dell'Imu e della Fasi messi insieme. Per avere un altro termine di paragone, la spending review per il 2016 dovrebbe valere, secondo le ultime voci dal ministero dell'Economia, tra i 6,5 e gli 8 miliardi. Il rapporto della Guardia di finanza anticipato ieri dal Corriere della Sera racconta non solo di corruzione, concussione, truffa, turbativa d'asta, appropriazione indebita o abuso di ufficio, ma anche di disservizi, lassismi, sprechi. Fotografa insomma quella irritante mala gestio delle risorse pubbliche che è la fonte principale di un senso di insofferenza e sconforto destinato a protrarsi fino a quando l'Italia sarà percepita come terra di corruzione e impunità. Ma quando è il "fino a quando"? Perché quella fine resta sempre una linea di un lontanissimo orizzonte? Sebbene il chiodo dell'ultimo scandalo di corruzione e malaffare scacci nella nostra memoria i precedenti, sappiamo che Mafia Capitale, ad esempio, non è un fenomeno isolato. Anche alle memorie più corte risaliranno alla mente almeno il Mose di Venezia o l'Expo di Milano, per citare i casi più eclatanti. Vicende che sintetizzano reati molto diversi ma accomunati da un elemento: l'esistenza di spazi di intervento e discrezionalità pubblici che alimentano le occasioni di illecito, o anche solo di cattiva gestione di risorse non proprie.

La corruzione, l'abuso di ufficio, le consulenze inutili, l'accaparramento di soldi pubblici non potrebbero esistere se non esistessero servizi da gestire o affidare, concessioni da confermare, autorizzazioni da rendere, consulenze da richiedere: se non esistessero, in altri termini, zone franche di discrezionalità amministrativa e politica. E più sono le attività di cui l'amministrazione viene caricata, più le occasioni, naturalmente, aumentano. Un mondo in cui la Pubblica amministrazione fa meno cose non sarebbe un mondo di probi. Esisterebbero naturalmente altri reati, esisterebbe la disonestà, ma sarebbe una disonestà non adagiata nella pancia del potere pubblico e arricchita coi soldi di tutti. Gli immigrati - ha detto Carminati - sono un investimento più sicuro della droga, perché per i primi non c'è mercato quand'anche illegale ma la sottana di un'amministrazione aggiudicatrice. Che fare, dunque, per avvicinarci alla linea d'orizzonte del buon andamento della Pubblica amministrazione? Per lo più, si odono i ritornelli delle leggi speciali, dei maggiori controlli, di maggiori strumenti per un intervento più deciso dello stato per bonificare le amministrazioni. E così, via con una autorità anticorruzione, via con la riforma della prescrizione, Via con gli obblighi di trasparenza, ai codici etici, le incompatibilità e tutto l'ambaradan fatti per moralizzare la funzione pubblica. Eppure, l'accatastarsi di norme e controllori non rischia di essere solo inutile, ma persino dannoso.

La corrispondenza di due indicatori, relativi uno alla corruzione e l'altro alla qualità della regolazione, intrinsecamente connessa anche alla quantità, parla da sola: più l'ambiente normativo è incerto, farraginoso, stratificato, oscuro, più si annida il malaffare e l'opacità dei comportamenti.

Non è con nuovi reati, maggiori controlli, leggi speciali o nuovi giudici che si potrà iniziare a tagliare le radici della cattiva gestione delle risorse erariali.

"Nessun uomo di governo chiosava Gogol anche se fosse il più saggio di tutti i legislatori e i governanti, è in grado di rimediare al male, per quanto limiti nelle azioni i cattivi funzionari, facendoli controllare da altri".Ogni sforzo sarà pressoché inutile, fino a quando non verranno ridotti i luoghi e gli spazi di clientelismo e corruzione e quindi moltiplicati quelli sottratti al placet burocratico. Ossia fino a quando non verranno disidratati i rami del potere amministrativo su cui si innesta l'affarismo e bivacca l'incuria.

Da Il Foglio, 22 Settembre 2015

Chi pagherà il rinvio del pareggio

La Costituzione richiede che il bilancio dello Stato sia in equilibrio. Ma la cosa non deve avere molta importanza: il governo ha rimandato di nuovo il pareggio, al 2018. Il Presidente del Consiglio dice che abbiamo un “tesoretto”, frutto della “flessibilità”. Attenzione, però. Il “tesoretto” di Padoa Schioppa consisteva in entrate superiori alle attese. Tipo quando trovate una banconota da dieci euro dimenticata nei pantaloni. Il “tesoretto” di Matteo Renzi consiste nella possibilità di fare più debito.

Tipo quando la banca vi estende il fido. Indebitandosi, ci si mette in condizione di dipendere dai creditori. Se ho bisogno che qualcun altro mi presti dei quattrini per sostenere una certa spesa, e poi altri, e poi altri ancora, dovrò convincerlo di essere in grado di ripagarlo. Quando la fiducia dei creditori nei debitori si spezza, son dolori.

Dovremmo ricordarcelo: sono passati appena quattro anni da quell’ estate del 2011. Il nostro Paese sembrava a un passo
dall’andare a carte e quarantotto. I creditori internazionali dell’Italia temevano non saremmo stati in grado di restituire i nostri debiti. Anche per ritrovare fiducia sui mercati, l’allora ministro dell’economia, Giulio Tremonti, aveva avviato l’iter per inserire il pareggio di bilancio in Costituzione. La trafila venne conclusa dal governo Monti.

E’ chiaro che pareggiare entrate e uscite non elimina i debiti che abbiamo ereditato. Ma evita di aggiungere problema a problema, contraendone altri. Già il vecchio articolo 81 della Costituzione, prima della riforma, prevedeva che ad ogni nuova uscita corrispondesse una nuova entrata. Diciamo che i governo l'interpretarono con grande libertà. Il debito, che era all’incirca il 40% del PIL alla fine degli anni Sessanta, superava il 120% del PIL trent’anni dopo. Oggi siamo di nuovo al 132,1%.

E’ così, a suon di debiti, che si fa “la crescita”? Ovviamente gli studiosi hanno opinioni diverse. Ma anche l’icona votiva dei “deficitari”, John Maynard Keynes, sosteneva che lo Stato dovrebbe indebitarsi, sì, però quando l’economia morde il freno, per sostenerla. Invece andrebbe messo fieno in cascina, nelle fasi “buone” del ciclo economico.

In questo schema, il momento buono per l’aggiustamento fiscale, cioè per rassettare i conti pubblici, sarebbe proprio l’avvio della ripresa. Il governo ha deciso invece di “spingerla”, facendo spese in sovrappiù rispetto alle entrate fiscali.

I mercati internazionali gli daranno credito? Probabilmente sì. Le politiche della Banca Centrale europea rendono più facile indebitarsi: i tassi d’interesse sono bassi, gli operatori economici sono convinti che la BCE abbia dimostrato la sua disponibilità a sostenere il debito degli stati membri.

Aver abbandonato (pardon, rimandato) il principio del pareggio di bilancio non è un problema, nel breve termine. Ma lo è nel medio periodo. E’ nella natura del politico fare più promesse di quante non può mantenere. La libertà d’indebitarsi agevola questo tratto naturale. In questi anni di crisi, abbiamo imparato che i debiti non sono tanto diversi dalle tasse: sono semplicemente imposte che pagheremo non oggi ma domani, o che lasceremo da pagare ai nostri figli.

In pareggio di bilancio, quanti vogliono che lo Stato faccia qualcosa in più, dovranno anche proporre che esso tassi di più determinate attività o persone. Allo stesso modo, quanti desiderano abbassare le tasse, devono indicare quali funzioni attualmente pubbliche sono disponibili a dismettere. Insomma, le loro promesse devono, almeno in parte, tenere conto del principio di realtà.

In Italia dovremmo prendere la questione molto sul serio. Per leggere questo articolo vi ci saranno voluti all'incirca 3 minuti. Da quando avete cominciato a leggere, il debito pubblico italiano è cresciuto di circa 350 mila euro.

Da La Stampa, 21 Settembre 2015

L' illusione di costruire la società

I recenti tentativi di "state building" hanno fallito, e «dal Belgio alla Grecia,dall'Iraq alla Siria, a tanta parte dell'Africa, vanno in crisi anche gli Stati inventati nell'epoca d'oro di quella costruzione sociale». È possibile che non siamo più capaci "a fare gli Stati"?

La notizia della morte dello Stato è stata fortemente esagerata: il Leviatano presunto agonizzante continua a ingurgitare metà del prodotto interno lordo dei Paesi occidentali. Ma se serra la presa sui redditi dei suoi sudditi come non mai, non è detto che quest'istituzione non stia attraversando una crisi profonda. Siamo anzi forse circondati da dibattiti e precise scelte di policy che rappresentano il tentativo di rispondere con un ritocco di superficie, a quello che invece è un problema di struttura.

Caricandosi sulle spalle la lezione di Niklas Luhmann, col suo nuovo libro Luca Diotallevi prova a sciogliere il trucco. L'ordine imperfetto è un sentiero tutto in salita per il non specialista, ma conduce a un panorama notevole. Per Diotallevi, la fabbrica del moderno produce «differenziazione sociale». Questa crescente differenziazione è ciò che ci dà la complessità in cui viviamo: l'articolazione delle società è sempre più ramificata, le domande a cui dare risposta diventano, di conseguenza, sempre più varie. Per soddisfarle, servono «organizzazioni», realtà istituzionali ben definite e orientate al raggiungimento di un particolare fine. Peccato che «nessun sottosistema sociale, e dunque meno che mai il sistema della società,può essere organizzato». Una singola«organizzazione», per quanto ben congegnata, non può bastare: proprio perché plurali, e continuamente cangianti, sono bisogni e preferenze.

La società è un gigantesco puzzle restio a farsi comporre sulla base di un disegno predeterminato. Per questo non possiamo più leggere la modernità come una piramide al vertice della quale sta lo Stato. Il "primato della politica" coincide con quel «progetto prima e altrimenti letteralmente impensabile di organizzare l'intera società» che coincide conio Stato moderno.

Il destino dello Stato sembrava essere il livellamento del territorio sul quale rivendicava il monopolio della violenza. Nel mondo degli Stati, quello che giunge al proprio massimo, si fa per dire, "splendore" con le due guerre mondiali, la differenza saliente è quella che sta scritta sul passaporto. Ma quando capitali e persone riacquistano, sia pure con tutti i limiti del caso, la loro libertà di movimento, ecco che sono altre ad apparire come le differenze più salienti. La globalizzazione segnala «rivincita dei luoghi». Ritrovano centralità le città. In parte, ciò avviene perché non sta scritto nella pietra che dimensioni e forma organizzativa dello Stato nazionale siano quelle ottimali, per rispondere alle diverse domande di cui si fa carico. In parte, è il riaccendersi di una antica conflittualità, «fra principio statuale e principio civico». Paradossalmente, i grandi Stati nazionali sono esclusivi, fondati su un noi-contro-di-loro. Al contrario, le città sono inclusive: da sempre punto di passaggio e piazza pero scambio e per il confronto.

Lo Stato moderno d è entrato talmente nelle viscere, che di fatto non riusciamo nemmeno a pensare un mondo "dopo" di esso. La sua vittoria più straordinaria è forse aver chiuso gli occhi su quelle che non sono sfumature né variazioni sul tema della statualità. Diotallevi invita a guardare all'Inghilterra come altri, prima di lui, suggerivano di avvicinarsi alle esperienze della Svizzera, delle Province Unite, della Lega Anseatica. C'è un'«altra metà del cielo» nella modernità, suggeriva Gianfranco
Miglio. Con questo libro, Luca Diotallevi calibra il telescopio per osservarla.

Da Il Sole 24 ORE, 20 settembre 2015

Ragioni per auspicare che la politica industriale resti "chiacchiera da bar"

Oggi, ha scritto Stefano Firpo sul Foglio in "Come evitare che la politica industriale rimanga chiacchiera da bar", "è possibile disegnare un'azione di politica industriale senza che questo comporti un maggiore intervento dello stato nell'economia".
La "politica industriale" consisteva nello scegliere chi doveva giocare e vincere nella gara competitiva. Il governo era come l'allenatore della squadra di calcio, decideva lui chi giocava e chi no, e, dato che aveva buone relazioni con gli arbitri, chi vinceva
e chi perdeva. Solo che in Champions si perdeva secco, e pure ci multavano. Adesso oltretutto avere una squadra è diventato troppo caro: invece che avere una squadra, il governo fa lo sponsor, vorrebbe finanziare un po' tutti. O magari solo la domenica andare in tribuna a fare il tifo, e per tutta la settimana discutere con gli amici sulle scelte dell'allenatore: al bar.

Firpo elenca iniziative e interventi che dovrebbero essere attuati: da parte di chi? Son i privati che dovrebbero "scongelare gli investimenti" in settori prescelti dal governo; accordare "credito di imposta alla R&S e al patent box", far sì che la legge di stabilità possa "muoversi lungo il solco dello stimolo agli investimenti e all'innovazione"? Sono loro che dovrebbero "disegnare una strategia complessiva" e "attivare un canale di intermediazione fra il risparmio di cui il nostro Paese ancora dispone e gli investimento in economia reale"? Firpo questi interrogativi non se li pone. Non si chiede perché l'Italia non si è ancora dotata di un modello di export banca forte. Non si chiede perché meno dell'i per cento dei nostri risparmi in una cifra davvero imponente finanzi imprese non italiane: lo stato dovrebbe insegnare ai risparmiatori a fare meglio i loro interessi? Stesso discorso per gli imprenditori. Il governo ha dotato il paese di una "legislazione di avanguardia per sostenere e diffondere imprenditorialità innovativa": ma bisogna proprio insegnargli tutto a questi imprenditori? La si sentiva arrivare, e alla fine ecco la parola magica: "filiere". Dalla componentistica auto all'agroalimentare, dall'aerospazio alla distribuzione smart dell'energia, non lo ferma più nessuno: azienda pivot, Industry 4.0, "efficientamento incrementale", per gestire intercettare anticipare integrare.

Ma non vorrei essere anch'io come i critici del bar, quindi mi permetto dì dare un suggerimento al Direttore generale del ministero dello Sviluppo: legga l'editoriale del Foglio poco sotto il suo articolo, dove si parla della sentenza che ha decretato legittima Uber a New York. Quella dei taxi è una questione ad alto valore simbolico, da quando faceva parte delle lenzuolate di Bersani. Il Parlamento ha un parere dell'Autorità dei Trasporti che invita a prendere posizione in favore di una liberalizzazione dei servizi: prenda l'iniziativa, sarebbe un'occasione per dimostrare nei fatti che il governo è disposto a sopportare le proteste pur di dare un esempio di apertura all'imprenditorialità innovativa". Per azzardare un discorso più generale, piacerebbe leggerlo indicare gli ostacoli per cui i risparmiatori non investono, le filiere non si consolidano, i produttori non si muovono nei solchi. Perché a noi rimane un dubbio: che quei crediti di imposta, quegli stimoli, quelle "legislazioni per
sostenere e diffondere", abbiano effetti distorsivi sulle allocazioni delle risorse, inducano a muoversi per avere vantaggi dal regolatore più che per guadagnarsi successi sul mercato. Appartengano cioè ai problemi più che alle soluzioni. E che siano la prosecuzione della "politica industriale" con meno mezzi. Ragion per cui, io, ad ogni buon conto, "politica industriale" continuo a scriverlo tra virgolette.



Da Il Foglio, 18 Settembre 2015

Perché la digital tax non è altro che una bluff tax

Roma. Le autorità governative italiane hanno fornito, attraverso interviste e leak pubblicati dai media, un aggiornamento sugli sviluppi previsti nella modalità di tassazione delle grandi multinazionali di Internet, la cosiddetta "Digital tax".

Il Corriere della Sera ha pubblicato la bozza di un disegno di legge a firma dei deputati di Scelta civica Stefano Quintarelli e Giulio Cesare Sottanelli, e concordato con il sottosegretario all' Economia, Enrico Zanetti. Il rapporto suggerisce che l'Italia dovrebbe continuare a proporre nelle sedi internazionali di tassare il valore che le multinazionali estraggono da alcuni beni intangibili legati all'economia digitale. Il rapporto discute il fatto che le multinazionali possono eludere la tassazione da parte degli stati visto che i loro modelli di business sono diversi da quelli delle aziende tradizionali. Il rapporto suggerisce che queste compagnie dovrebbero essere sottoposte a un regime fiscale speciale, così come viene appunto suggerito anche dall' Ocse ai suoi 32 paesi membri.

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aveva rivelato l'intenzione di tassare le multinazionali dell'economia digitale durante un'intervista alla trasmissione Otto e Mezzo di La7. Il giorno successivo il Corriere della Sera ha pubblicato la bozza del testo sopracitata. Renzi è stato subito criticato da una parte della stampa perché nel dicembre 2013 aveva deriso la cosiddetta Web Tax – una misura simile in principio ma per nulla comparabile a quella avanzata ora dal governo – dicendo dall'assemblea nazionale del Partito democratico "siamo passati dalla nuvola digitale alla nuvola di Fantozzi, la Web Tax va cancellata". Renzi ha fatto la figura del "volta gabbana", a torto. In realtà quando il governo si era appena insediato aveva effettivamente disinnescato la possibilità di una tassazione sulle vendite prodotte in Italia dalle società digitali con sede fiscale all'estero attraverso l'imposizione del regime Iva, ovvero la Web Tax proposta dal deputato Francesco Boccia (Pd) che comunque avrebbe, secondo molti osservatori, sollevato obiezioni severe da parte della Commissione europea perché avrebbe rappresentato una violazione della libertà di circolazione e di prestazione dei servizi. Ma l'incomprensione generale della differenza tra quella proposta e quella odierna ha generato confusione e relative critiche dei media verso il governo, in ogni caso caduto in un errore di comunicazione. Dietro all'annuncio di Renzi s'intravede tuttavia una logica politica interessante da sottolineare.

Avanzando l'idea di una tassa sull'economia digitale, da segretario del partito di sinistra più rappresentato a Bruxelles, Renzi vorrebbe dimostrare di essere un politico d'avanguardia in Europa in fatto di modifica delle regole fiscali internazionali che interessano società come Google, Amazon, Facebook. "Stiamo aspettando da due anni che ci sia una legge europea", ha detto, come a sottolineare che se l'Europa è immobile allora l'Italia si attiva per scuoterla dal torpore. Il nuovo regime d'imposizone partirà dal 2017, dice Renzi che ritiene di poterne ricavare 3 miliardi di gettito annuo per l'erario. La mossa mediatica del premier, però, non è né originale né rivelatrice di un'iniziativa squisitamente italiana.

L'agenzia governativa francese, France Strategie, l'11 agosto scorso aveva infatti cominciato a fare circolare un rapporto sulla tassazione della digital economy con suggerimenti simili a quello italiano; ma ha fatto meno rumore. È poi notorio che l'Ocse, che suggerisce le politiche fiscali transnazionali, ha quasi concluso il lavoro in merito e a inizio ottobre dovrebbero essere pubblicate le linee guida definitive mentre poche settimane dopo, a novembre, sarà il G20 a doverle discutere affinché ogni paese partecipante inizi ad applicare le nuove misure nel 2016. Messa così, insomma, quella del governo è una mossa dettata dal marketing politico a uso interno. E' stata offerta al pubblico come misura di "giustizia fiscale" riuscendo invero a esercitare un certo appeal verso la sinistra del Partito democratico particolarmente accanita nel volere estrarre valore dalle multinazionali americane del web (che perlatro Renzi da sempre considera dei "miti"; il suo consigliere più fidato, Marco Carrai, ambisce a ricevere udienza dal capo economista di Google Hal Varian nella sua prossima visita nella Silicon Valley prevista il 21 settembre).

Di cosa si parla, dunque? La "diverted profit tax" in chiave italiana, impianto della cosiddetta Digital tax, vuole individuare una “stabile organizzazione virtuale” di una multinazionale, magari con sede fiscale negli Stati Uniti o in Irlanda, che ha un regime fiscale più lasco in Europa, che viene identificata e valutata attraverso il monitoraggio del circuito dei pagamenti telematici e quando viene superata la soglia di cinque milioni di euro in un semestre di attività scatta una ritenuta alla fonte del 25 per cento sui ricavi ricoscendo un credito d'imposta all'azienda per evitare di incorrere in doppie imposizioni.

E' favorevole Massimo Mucchetti, presidente della Commissione industria del Senato, tendenza sinistra Pd, che sul suo blog scrive: "Finalmente, dopo due anni, il governo italiano si prepara a far pagare qualche imposta alle multinazionali del web che, finora, le hanno elegantemente aggirate registrando nei paradisi fiscali, molto spesso in Irlanda, i ricavi effettuati nei grandi Paesi europei. […] Palazzo Chigi giustifica la benevolenza mostrata finora verso gli elusori di lusso (Google, Apple, Amazon, Facebook, ma anche Ryanair e così via) con l’attesa di una norma europea. E ancora intende pazientare per i primi sei mesi del 2016. Altri, come il conservatore Cameron, si sono già mossi. In effetti, l’Unione europea ha affrontato gli abusi di posizione dominante dei Google & C. in chiave Antitrust. Assai meno efficace è stata finora l’elaborazione comunitaria sul piano fiscale, ancorché l’elusione consenta all’elusore di offrire servizi a prezzi inferiori rispetto a quelli
praticabili da parte di chi le imposte le paga per intero. L’emendamento alla legge di stabilità, che avevo presentato un anno fa, per introdurre una norma all’inglese non ebbe il sostegno del governo, preoccupato di trovarsi spiazzato rispetto alla retorica del Nuovo Che Avanza. Poi il sottosegretario Zanetti l’ha riproposto in un suo ddl. Adesso, con Google che è ormai da due anni il secondo operatore pubblicitario italiano dopo Mediaset, arriva la svolta di Renzi. Vedremo il merito. Ma intanto gli va tributato il giusto omaggio: meglio tardi che mai".

E' contrario Carlo Alberto Carnevale Maffé, economista dell'Università Bocconi, intervistato dalla Stampa: "La verità è che cosa sia la digital tax non l’ha capito nessuno. L’affermazione di Renzi è sgangherata in termini economici. Non dico che si è rimangiato la parola sulla Web Tax di Boccia, che era aberrante e non aveva senso. Ma su internet l’ignoranza dei politici si conferma davvero grande. Quella di Stefano Quintarelli non è né digital né tax. E' una pistola puntata sull’azienda: o fai la sede in Italia o io ti tasso, forza ad aprire una stabile organizzazione, è un prelievo forzoso, e un ostacolo alla libera scelta di stabilimento, che è un pilastro della Unione europea. È comprensibile e razionale, ma io dissento, va contro lo stile europeo". Al Foglio aggiunge che per uscire dalla logica Web Tax (o similia) sì, Web Tax no "non devi tassare il digitale ma l'analogico. Se tassi l'analogico di conseguenza incentivi il digitale e introduci due effetti importanti: aumenti la produttività e incentivi gli investimenti nel digitale che non abbiamo in assoluto e in particolare in un settore che sta spargendo benessere per tutti; questa è equità. Userei la leva fiscale ma all'esatto contrario di quanto proposto in quanto si vuole disincentivare fiscalmente l'economia legata a internet in vario modo, per sussidiare l'analogico. E poi ci stupiamo se l'e-commerce in Italia è indietro, se continuiamo così resterà tale per un pezzo. Per i benefici che producono gli attori economici del digitale per l'umanità intera bisognerebbe piuttosto lambiccarsi il cervello per detassarlo. Il dibattito dovrebbe dunque essere dirottato su come alziamo le tasse sull'analogico, ovvero su tutti quei processi labour intensive che hanno costi inefficienti. Io paragono l'analogico all'energia fossile e il digitale a quella rinnovabile. E allora perché se sussidiamo l'energia verde, con risultati discutibili, penalizziamo senza posa il digitale?"

E' contrario Massimiliano Trovato, analista dell'Istituto Bruno Leoni, secondo il quale l'approccio britannico è stato più onesto. "Ha dei punti di contatto con la misura che ha preso George Osborne in Gran Bretagna ma è diversa. La proposta Zanetti prende di mira i ricavi mentre Londra tassa i profitti. Un'imposizione sui ricavi non si è mai sentita in nessun paese, vuol dire che tutte le spese di produzione di quel reddito non possono essere dedotte. Mettiamo (molto generosamente) che per un'impresa digitale "x" il 50 per cento dei ricavi siano profitto, ma un'aliquota del 25 per cento sui ricavi equivarrebbe al 50 per cento di tassazione sui profitti. Questo allora è molto più simile a un ricatto, e penso sia parola appropriata, perché equivale a dire a queste imprese o fate la "stabile organizzazione" in Italia, che adesso non avete, oppure noi i soldi li prendiamo comunque e in ogni caso. Renzi ha detto che è una misura di giustizia fiscale, questo però somiglia a un abuso fiscale. Mi rendo conto che la direzione di tutti i paesi sotto la guida dell'Ocse sia fare pagare le tasse nei luoghi dove vengono generate – cosa su cui ho comunque grosse perplessità – se questa è la direzione acclarata e concordata l'Italia la sta seguendo in maniera vampiresca. La differenza rispetto alla Web Tax è che in quel caso l'illegittimità era talmente palese che il giorno dopo la Commissione avrebbe piazzato una procedura d'infrazione, quella di adesso è comunque illegittima, ma più sfumata. Sarebbe semmai una delle aziende colpite a dovere risolvere questa misura in un lungo contenzioso".

E' contrario, e molto perplesso, Dario Stevanato, avvocato tributarista su www.giustiziafiscale.it: "Se dunque i 'giganti dell'economia digitale' non possiedono, già oggi, una stabile organizzazione in Italia (se la possedessero già dovrebbero pagare in Italia le imposte relative agli affari conclusi mediante tale stabile organizzazione), non vedo come si possa pretendere di applicare loro una ritenuta alla fonte sui pagamenti effettuati da banche e intermediari. In mancanza di un radicamento sul territorio italiano, e atteso che i contratti di vendita vengono stipulati all'estero, le società con sede all'estero non producono redditi nello stato della fonte (l'Italia), come del resto accade per ogni impresa che vende i propri prodotti all'estero senza ivi avere "basi fisse". Certo l'Italia potrebbe modificare le proprie norme interne allargando il concetto di stabile organizzazione, ma la modifica resterebbe senza effetti vista la prevalenza dei trattati sulle norme "interne" (principio di specialità). L'idea poi di collegare la nascita di una "stabile"virtuale al superamento di un certo volume di transazioni mi sembra ancor meno gestibile, denotando peraltro la debolezza intrinseca del nuovo concetto di stabile organizzazione, che non può essere fatto dipendere dal numero di transazioni o dal fatturato, bensì dal modus operandi e dal radicamento sul territorio. Come pure incomprensibile è la proposta di riconoscere un credito di imposta al fine di evitare doppie imposizioni: il credito di imposta è infatti riconosciuto dallo stato della residenza, e non certo da quello della fonte. a proposta, nei termini sopra descritti, di intervenire unilateralmente con l'applicazione di una ritenuta sui proventi di società estera non aventi una stabile organizzazione in Italia, mi sembra in definitiva velleitaria e inattuabile".

Da Il foglio, 16 Settembre 2015

Reddito di cittadinanza: alternativa al lavoro o al welfare?

Cos'è il reddito di cittadinanza, e in cosa si distingue dal reddito minimo e da altre espressioni come reddito universale di base, reddito minimo garantito o reddito di inserimento?

Secondo Grillo, il reddito di cittadinanza sarebbe un moltiplicatore di ricchezza, come ha dichiarato ieri in una conferenza stampa al Senato in cui ha manifestato l'intenzione del Movimento 5 Stelle di farlo inserire nella legge di stabilità.

Piuttosto che moltiplicatore di ricchezza, esso è invece una forma di sostegno alle fasce più povere della popolazione.

Da questa prospettiva, a dispetto di quel che spesso si sente dire, non è corretto sostenere che l’Italia è maglia nera in Europa, poiché esistono già nel nostro paese forme assistenziali e previdenziali che necessariamente debbono essere considerate come alternative al reddito minimo garantito.

Giovanni Boggero, dottore di ricerca in diritto costituzionale, illustra chiarisce nel Briefing Paper “«Reddito di cittadinanza»: un’alternativa, non un obbligo” (PDF) le diverse forme di assegni presenti in Europa, le principali proposte di legge giacenti in Parlamento e la natura di tali forme assistenziali.

Boggero conclude "che i due metodi - assegnazione di un reddito minimo garantito o erogazione di servizi sociali e forme di assistenza specifica - debbono essere considerati alternativi, dal momento che si tratta solo di forme diverse nel modo ma univoche nel risultato di attuare gli impegni che uno Stato sociale ha deciso di assumere su di sé. 

È proprio quest’alternatività che rende inattendibile la facile comparazione da cui l’Italia risulterebbe inadempiente, ed è proprio da quest’alternatività che bisognerebbe avviare la scelta se mantenere forme diverse, settoriali e specifiche di assistenza, compreso l’accesso gratuito ai servizi, o se introdurre un reddito minimo garantito che in via universale si sostituisca a queste.

Il Briefing Paper “«Reddito di cittadinanza»: un’alternativa, non un obbligo” di Giovanni Boggero è liberamente disponibile qui (PDF).

Il bencomunismo e i suoi derivati

L’ideologia e la retorica dei beni comuni è entrata a far parte con una certa prepotenza, negli ultimi anni, del dibattito pubblico e scientifico italiano. È diventata arma politica non irrilevante, con la pretesa fra l'altro di avere una solida “base scientifica” alle spalle. Una sorta di ideologia perfetta, capace da una parte di suscitare emozioni e suggestioni in una larga parte del inondo dei cittadini impegnati, dall'altra, di essere razionalmente studiata e argomentata grazie allo sforzo di noti intellettuali e alla pronta ricezione a livello accademico (cattedre, programmi di ricerca, saggi, volumi). Non solo: per la sua stessa natura, essa ha la possibilità di essere estesa in più ambiti del reale, fino a diventare una sorta di concezione del mondo generale e non settoriale.

A quei pochi che avevano visto le contraddizioni della dottrina e avevano intuito la sua infondatezza scientifica era finora mancato uno strumento di lavoro che puntualmente - settore per settore, e poi in generale - smontasse in modo compiuto ed esaustivo quella che nel frattempo era diventata, come spesso accade in Italia, una moda o un vezzo intellettuale. Bisogna quindi essere grati a Eugenio Somaini, che più di un anno fa, nel settembre 2014, pubblicò su questa rivista, col titolo “I Grundrisse di Rodotà”, un saggio che doveva letteralmente muovere le acque.

Poi, grazie soprattutto all'Istituto Bruno Leoni (e in particolare al suo direttore Alberto Mingardi) l'articolo è stato ripubblicato come Occasionai Paper col titolo “Proprietà e beni comuni: una critica delle tesi di Rodotà” (PDF). Discusso in quell'affascinante cenacolo intellettuale che è la sede milanese dell'Istituto, il saggio doveva mettere in moto un processo che ha portato nel giro di pochi mesi alla pubblicazione di un volume collettaneo. In esso, in modo rigoroso e scientifico, ma anche molto comprensibile, viene smontata la nuova dottrina.[1]

In primo luogo, possiamo dire che il tema dei beni comuni è entrato nel vivo della discussione nel 2008 con la pubblicazione del rapporto finale della Commissione per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici. La “Commissione Rodotà”, come è altrimenti nota dal nome del suo presidente, che aveva il compito prioritario di distinguere ciò che era privatizzatile da parte dello Stato da ciò che non lo era, ha ritenuto di dover introdurre una terza categoria che andasse oltre la dicotomia tradizionale pubblico/privato. Secondo la Commissione ci sarebbero beni, definiti appunto comuni, che vanno oltre la logica proprietaria (che si sottraggono cioè alla logica della titolarità) in quanto sono nostri, cioè di tutti, e appartengono alla comunità, prima ancora che si costituiscano gli individui e gli Stati.

Mentre Ugo Mattei, vicepresidente della citata Commissione, qualifica come “comuni” beni che hanno oggettivamente determinate (seppur mai definite) caratteristiche, Stefano Rodotà dà dei beni comuni una definizione spostata completamente sul lato del soggetto: per lui si definiscono tali quei beni che soddisfano bisogni essenziali (e quindi diritti) di ogni individuo in quanto tale. Quali siano questi diritti e quali i beni corrispondenti non è mai precisato in modo definitivo, tanto da dare l'impressione che l'elenco sia estensibile ad libitum. Essi sono per Rodotà quelli che in modo vago si richiamo ad altrettanti vaghi principi generali costituzionali: la “dignità umana”, lo “sviluppo della personalità”, l'uguaglianza, la partecipazione democratica o democrazia partecipativa (anche e soprattutto nelle forme della democrazia diretta).

In tal modo da una parte viene saldato un ponte con la “Costituzione più bella del mondo”, facendo persino ritornare in auge la mitologia comunista della “Costituzione non (ancora) realizzata” o “da realizzare” (quasi a ricordo del connesso e vetusto concetto di “democrazia progressiva”); dall'altra, soprattutto con il richiamo alla partecipazione, si pongono le basi per una mobilitazione di individui e gruppi facilmente organizzabili e mobilitabili in difesa di interessi determinati (che spesso più che a bisogni e diritti sembrano rispondere alla logica della conservazione di privilegi e posizioni di rendita). Una prova concreta di questa non latente potenzialità della dottrina dei beni comuni la si ebbe nel giugno 2011, quando con un referendum ventisette milioni di italiani votarono per l'abrogazione delle norme che consentivano la gestione privata delle risorse idriche, cioè dell'acqua.

Più interessante è però notare che la dottrina finisce per fungere, in maniera più o meno intenzionale, come un derivato o surrogato adatto ai nostri tempi dell'ideologia comunista: o comunque dell' idea della nazionalizzazione delle attività produttive ed economiche e del forte interventismo statale. Piuttosto che individuare una terza possibilità fra pubblico e privato, si cerca di restituire al primo buona parte delle funzioni che col tempo era andato perdendo. La pretesa di affiancare i beni comuni a quelli pubblici e privati si riduce pertanto ad una riproposizione di politiche fallimentari.

D'altronde, a riprova di questa evidente asimmetria nella dottrina fra pubblico e privato, si può dire che se un tratto comune è nelle diverse e spesso contrastanti elaborazioni dei bencomunisti (termine usato ultimamente in senso avalutativo dallo stesso Mattei), esso è senza dubbio nella diffidenza
e molto più spesso avversione per il capitalismo, il libero mercato, la proprietà privata. Tanto che si può dire che la dottrina dei beni comuni sia una delle ultime vesti assunte dalla mai morta o sopita ideologia dell'anticapitalismo. Sembra quasi che tatto il bailamme teorico e pratico messo in atto non sia che un modo per manifestare questo straordinario e spesso irrazionale impulso che accompagna i tempi moderni, che pur sono quelli in cui il capitalismo ha trionfato (quante volte esso è stato dato in crisi o addirittura per morto a causa di contraddizioni ritenute ogni volta insormontabili?).

“La prospettiva di fondo -scrive significativamente Somaini nell'introduzione al volume è una sorta di comunismo à la carte da realizzare attraverso la mobilitazione di pretese avanguardie, di forme di democrazia diretta ad uso esclusivo delle stesse, e di pronunciamenti giudiziari”. In effetti, se da una parte è un modo per riproporre in modo riverniciato (e nemmeno tanto) vecchie dottrine, dall'altra il bencomunismo è al passo coi tempi nell'affidare alle (e nel confidare nelle) Corti di giustizia il compito di che della politica imponendo alla stessa norme sostanziali e leggi positive, anche grazie all'azione di magistrati e uomini di giustizia fortemente ideologizzati (questo processo di giuridicizzazione della politica e di politicizzazione del diritto è studiato fra gli altri, nella prospettiva della crisi dello Stato nazionale, da Biagio de Giovanni nel suo ultimo libro[2]).

Come si vede, i temi che si intrecciano a quello principale sono veramente tanti. E il pregio del volume è di tenerne conto, pur nella diversità dei singoli contributi, con un'attenzione al dibattito scientifico non solo italiano, ma in un linguaggio tutto sommato semplice ed accessibile. Come i buoni testi di una volta, l'ampia materia è organizzata in una parte “teorica” ed in una “pratica”. Ove per quest'ultima è da intendere la declinazione in ambiti particolari e specifici della teoria generale affrontata nei quattro saggi “teorici” iniziali. Di chiara impostazione analitica (nel senso specifico, dirci, della “filosofia analitica”) è il primo saggio. In esso Somaini, servendosi di una tassonomia economica basata sull'esistenza di beni accessibili e/o rivali, mette in luce tutti gli intrecci fra pubblico e privato che smontano a monte ogni tentativo di considerare la dicotomia in modo semplicistico o da ritenerla insufficiente a descrivere tutta la complessità del mondo reale economico.

Più attento alla dimensione giuridica è il saggio di Claudio Martinetti, che fra l'altro ha il merito di dimostrare la velleità e infondatezza dell'ancoraggio costituzionale preteso per la teoria. Un altro preteso ancoraggio è quello che legherebbe i beni comuni nell'interpretazione italiana ad un'autorevole letteratura scientifica internazionale. Anche in questo caso si tratta di un ancoraggio esile o addirittura inesistente, frutto di forzature o equivoci interpretativi.

A dimostrarlo è il terzo saggio, uno dei più interessanti e ben fatti del libro, a firma di Gustavo Cevolani e Roberto Festa. In esso si discute fra l'altro il lavoro del premio Nobel 2009 per l'economia Elinor Ostrom, che più di ogni altro ha lavorato sul tema. Gli autori dimostrano come l'assunto di questi studi, che spesso fanno uso della cosiddetta “teoria dei giochi”, è che gli agenti seguano sempre e comunque un comportamento razionale. Ma la teoria della scelta razionale si fonda su un “modello olimpico” di razionalità (per dirla con Herbert Simon) “per cui la società è popolata da individui dotati di capacità cognitive sovrumane e, per di più, totalmente egoisti” (p.82). Da qui l'incapacità di concepire un regime di solidarietà nella gestione dei beni comuni, la quale, secondo costoro, qualora non intervenisse il potere coercitivo e redistributivo dello Stato, finirebbe in “tragedia” (per dirla con Hardin).

Cevolani e Festa, in qualche modo sulla scia di Ostrom (che perciò è completamente frainteso dai bencomunisti nostrani), mostrano come le logiche di mercato, essendo individualistiche, non escludono forme di reciprocità, condivisione e solidarietà. Non solo non le escludono, ma le poggiano su basi più solide, perché fondate sulla fiducia e la reputazione personale, liberamente scelte e non imposte dallo Stato: e d'altronde, giusto per fare un esempio adatto alla sede in cui compare questa recensione, non era forse il socialismo umanitario e mutualistico del secondo Ottocento una sorta di solidarismo su base volontaria?

Lo Stato è sì necessario, ma più come ente ultimo di garanzia e controllo che non come diretto gestore L'ultimo saggio della parte teorica, a firma di Sergio Belardinelli, sposta l'attenzione sui bencomunisti. Chi sono? Cosa vogliono? Cosa rappresentano? L'autore dimostra come le loro idee rappresentano una sorta di ritorno ad un comunitarismo pre e antimoderno, a concezioni olistiche che entrano di necessità in frizione con “i canoni dello Stato di diritto liberale e democratico” (p.114).

Con la seconda parte del libro, entriamo ancora più nel vivo del dibattito politico, italiano e non. Particolarmente interessante è il primo contributo, quello sull'acqua di Serena Sileoni. L'autrice, fra l'altro, mette bene in evidenza come volutamente (in modo demagogico) i promotori del referendum italiano tendevano a non distinguere l'acqua, che è effettivamente da un punto di vista giuridico un bene comune, dalla sua gestione, che può essere tranquillamente affidata, sotto norme e tutele, a privati: e che anzi lo deve, se costoro garantiscono livelli di efficienza e di non spreco che lo Stato di per sé non può garantire.

Un piccolo gioiello è poi il capitolo sul cibo di Luigi Mariani: andrebbe veramente diffuso e fatto conoscere a tutti i livelli per dimostrare i progressi che l'industrialismo e il capitalismo hanno fatto vivere all'umanità negli ultimi anni combattendo come mai prima di oggi la povertà (costantemente ridotta in percentuale e spesso anche in numeri assoluti) e la denutrizione: facendo fra l'altro alzare in maniera esponenziale la durata media e la qualità della vita individuale. Il XX secolo, proprio mentre sembravano essersi creati i presupposti per una catastrofe malthusiana dell'umanità, grazie alla tecnologia ha creato i presupposti di quella “rivoluzione verde” che riesce oggi a sfamare in modo quantitativamente e qualitativamente migliore la gran parte dell'umanità. Mentre con un inspiegabile stravolgimento di ciò che la realtà mostra in modo indubitabile, Carlo Petrini, il leader di Slow Food appassionato fautore dell'ideologia bencomunista, è arrivato ad affermare che “il nervo scoperto che oggi sta mettendo in ginocchio milioni di contadini ha un nome chiaro: si chiama libero mercato, che applicato al cibo sta generando uno sconquasso di proporzioni bibliche”.[3]

Disposto a concedere al suolo lo statuto di “bene comune” è Stefano Moroni. Si tratta infatti di un bene fondamentale: necessario, potremmo aggiungere, per esplicare quel diritto alla vita o alla libertà che in un'ottica liberale, sempre secondo me, è il solo diritto residuale. Nel contributo di Moroni viene però messo in evidenza come ciò non significhi che esso non possa essere gestito privatamente o seguendo la logica di mercato. In ogni caso, hayekianamente, lo Stato è sì necessario, ma più come ente ultimo di garanzia e controllo che non come diretto gestore o legislatore (nota è la distinzione hayekiana fra la legge, il cui carattere è formale e universale, e la legislazione, che interviene invece direttamente nei processi decisionali concreti favorendo o discriminando gruppi o interessi).

La parte dedicata alla città è affidata a Marco Romano, che in un'ottica storica prima ancora che politica mette in luce come essa sia stata da sempre il luogo in cui la libertà delle comunità umane si è manifestata in modo più semplice e diretto, oltre che più compiuto (”l'aria della città rende liberi”, è proprio il caso di dire). Pur se interessante, il saggio di Romano ci sembra alquanto fuori tema in questo libro. Più pregnante sicuramente è invece quello successivo di Giampiero di Plinio sui temi dell'ambiente. Esso unisce ad una stroncatura generale dell'intera dottrina, giudicata inconsistente da un punto di vista scientifico (senza posizioni preconcette o ideologiche, senza fondamentalismi), l'invito a considerare nello specifico ogni singola situazione in cui si creano tendenziali attriti fra il valore della tutela e preservazione dell'ambiente e altri più specificamente legati allo sviluppo economico e produttivo: “Il mix tra intento ideologico 'precostituito' e 'caccia alle rassomiglianze' destituisce di fondamento scientifico la teoria giuridica dei beni comuni, tutta intera: non solo il filone per così dire 'indignato-antagonista', ma anche la versione `dottrinaria' che qualcuno ritiene più 'ragionevole' “ (p.194).

Ben strutturato e logicamente coerente è il saggio di Carlo Lottieri su idee e conoscenza. Nella prima parte, dimostrando la vaghezza delle tesi bencomuniste e inoltrandosi anche in un discorso con ampie suggestioni filosofiche, Lottieri contesta alla radice l'assunto di Rodotà e compagni, mostrando come l'istruzione, anche quando è fornita da un ente pubblico o dallo Stato, è sempre individuale, un bene privato. Il fatto è che le idee o non sono comuni, o non sono un bene. Non possono essere infatti considerate alla stregua di beni quelle idee che si vorrebbe tutelare con registrazioni e brevetti. Da questo punto di vista altrettanto suggestiva è la discussione, nella seconda parte del capitolo, del tema della cosiddetta “proprietà intellettuale”, la quale per Lottieri (come per Hayek) non ha ragione di esistere. Le idee non sono beni, appartengono a chiunque: il pensiero non può avere confini. Se si mettono briglie alla sua utilizzabilità, si creano monopoli artificiali e si limita la creazione e l'inventiva umane. L'unico modo per tutelare un'idea è conservare il segreto su di essa.

Filippo Cavazzoni interviene in modo molto convincente, nel saggio successivo, sulla vaghezza e sulla esagerata estensibilità (ad esempio anche a rituali, costumi, tradizioni) del temine di “beni culturali”, prima ancora di discutere della loro inclusione fra i beni comuni. Molto specialistico è l'ultimo saggio del libro, quello di Massimiliano Trovato su Internet. L'autore mette da una parte in evidenza, con ampio riferimento a testi e normative (fra cui la fumosa Carta dei diritti di Internet presentata recentemente dalla presidente della Camera Laura Boldrini), come Rodotà abbia una visione “romantica” della rete (che per lui, che non si preoccupa minimamente delle condizioni di possibilità, dovrebbe essere una palestra di libero accesso e di democrazia).

Al contrario Mattei ha una visione più “realistica” di Internet come non solo veicolo di interessi economici ma anche come risultato dell'azione prettamente economica, e quindi interessata, di individui e agenti di diverso tipo. Solo che in lui questi interessi economici assumono una venatura caricaturale, da vetero e astratto antagonista: Internet sarebbe l'espressione di un “nuovo capitalismo cognitivo [...]basato sullo sfruttamento del precariato intellettuale e sulla trasformazione dei cittadini in consumatori”. E da qui via con un cahier dei “mali del mondo” legati ad Internet, che Trovato elenca compiutamente: “finanziarizzazione dell'economia, sostituzione della manodopera (a danno dei posti di lavoro), utilizzo della spedizione a lunga distanza (a danno dell'ambiente), dipendenza dalla tecnologia e dalle compagnie telefoniche, consumismo insostenibile, narcisismo e indebolimento del senso di comunità, carenza di contatto fisico”( pagina 273). In sostanza si auspica il ritorno ad un mondo comunitario premoderno, ove Internet come altri “frutti perversi”, diciamo così, della tecnologia e del progresso nemmeno ci sarebbero.

Ed è davvero significativo, e da valutare con attenzione, questo intreccio, nella teoria bencomunista, di postmoderno e premoderno. Il bene comune è, in linea di principio, oltre lo Stato moderno, anche se poi finisce per rafforzarlo nel momento in cui deve prendere atto che le logiche cooperativistiche non possono essere imposte per decreto legge. Da osservare è poi come nemmeno le logiche di condivisione che vengono prospettate dallo sviluppo della cosiddetta sharing economy, (ma più corretto, scrive Trovato, sarebbe parlare di peer to peer economy) sembrano scalfire la logica (solo moderna?) pubblico/privato. In sostanza, per dare in un'espressione compiuta il senso che gli autori danno a questo libro, si può dire, riprendendo ed estendendo le conclusioni a cui giunge l'ultimo saggio, che nella dottrina dei beni comuni “quel che c'è di nuovo non sia particolarmente utile e quel che c'è di utile non sia affatto nuovo” (pag. 278).

Una pecca di questo libro denso - come (ahimé) di altri libri che si pubblicano recentemente in Italia - la mancanza di un indice dei nomi: sarebbe stato utile per ritrovare autori e personaggi citati. Un'ultima osservazione, fatta da Somaini nell'introduzione: la raccolta non parla dell'Enciclica Laudato si' che usciva proprio mentre essa andava in stampa. Eppure è indubitabile che, per vari aspetti (compreso quello che io chiamerei l'anticapitalismo irriflessivo), papa Francesco si richiami in essa (e non solo) al bencomunismo. In che senso lo faccia, e con quali limiti e differenze rispetto agli altri, sarebbe un bel tema dì analisi. Volenti o nolenti, di questa ideologia dovremo continuare a parlare.

  1. I beni comuni oltre i luoghi comuni, a cura di E. Somaini, IBL libri, 2015, pagine 280, curo 18.
  2. B. De Giovanni, Elogio della sovranità politica, Editoriale scientifica, 2015.
  3. Mariani cita testualmente, a p 159, da un intervento di Pettini sul Corriere della sera dell'8 febbraio 2015.

Da Mondoperaio, n. 1/2016

Euro: Italia meno divergente, ma non basta

Piccoli effetti, ma si vedono. Anche se non bastano. Le riforme del governo italiano hanno rallentato la divergenza del nostro Paese rispetto alla media dell'euro considerando un paniere dove entrano i principali parametri economici e finanziari.

Un miglioramento che non cambia la tendenza di fondo ancora negativa ma che il Superindice dell'Istituto Bruno Leoni rileva nell'ultima foto di gruppo del 2015. «Emerge una tendenza alla convergenza da parte dei Paesi membri mediterranei», spiega l'economista Nicola Rossi che firma insieme a Paolo Belardinelli di Ibl questa specie di barometro che consente di fare paragoni con la situazione degli altri Stati del Vecchio Continente. Le distanze vengono monitorate sia rispetto alla media dell'Unione monetaria, sia rispetto al campione più vasto della comunità a 28 Paesi. Nel secondo caso il miglioramento è meno netto.

«Una convergenza – aggiungono – che vede il Portogallo e l'Italia in testa per quanto riguarda la velocità del movimento». Come qualificarla? Nel 2016-2017 l'Italia potrebbe accelerare un po' per merito dei provvedimenti anti-crisi messi in campo dal governo con una sorta di scambio: minore convergenza sul piano della finanza pubblica a fronte di un maggior avvicinamento sul versante della crescita indotta dalle riforme», dice l'analisi. Uno scambio che, per ora, ha ancora un saldo negativo chiariscono Rossi e Belardinelli «ma meno di quanto è accaduto nei mesi passati».

La nota positiva viene subito corredata da un avvertimento: se l'effetto misurabile si limiterà a quello che vediamo oggi, l'agenda del governo dovrà essere in futuro giudicata insufficiente.

Ci fanno compagnia nella mini-accelerazione il Portogallo e, anche se la sua situazione resta molto critica, la Grecia. Atene manda «segnali timidi ma non inesistenti di avvio di un processo di convergenza da parte dell'economia».

Frenano invece l'Irlanda e la Spagna, mentre la Francia prosegue sulla peculiare tendenza innescata in tempi precedenti alle emergenze attuali. Parigi è su un sentiero di divergenza e rischia di vanificare gli sforzi fatti nei primi dieci anni del secolo.

Ma come viene costruito il Superindice? Nell'indicatore troviamo il tasso di crescita del Pil in termini reali, il tasso di disoccupazione e tre indicatori dello stato delle finanze pubbliche a cui fanno sempre riferimento le regole fiscali europee: il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo e il rapporto tra debito e Pil, oltre al rapporto tra la bilancia dei conti correnti e il Pil.

Un paniere di numeri e un meccanismo non difficile da capire anche per i non addetti ai lavori quando si guardano i grafici: se l'Italia fosse la fotocopia della media dell'Unione o dell'euro il valore del Superindice sarebbe zero.

Da CorrierEconomia – Corriere della Sera, 14 dicembre 2015

Liberalizzazioni: tutti i voti dell'Indice IBL 2015

Sale a un 7 scarso (67 su 100) il voto dell'Italia sull'apertura al mercato, ma il Paese resta ancora a metà strada nel confronto con l'Europa. Lo dice l'Indice delle liberalizzazioni 2015 dell'Istituto Bruno Leoni, che il Corriere Economia pubblica in anteprima. Scende la concorrenza nei carburanti e nell'energia, sale nel trasporto aereo, nelle telecomunicazioni e nei treni. E Camanzi, presidente dell'Autorità dei trasporti, annuncia: «Con le nuove regole vantaggi ai pendolari e rete ferroviaria più autonoma». all'apertura al mercato l'Italia allunga il passo, ma confrontata con gli altri Paesi dell'Unione europea (a 28 membri) resta a metà classifica con un voto di 67 su 100. È un punto in più rispetto all'anno precedente (66), piccola crescita che ci pone alla pari con la Repubblica Ceca e la Romania. Ma davanti sono in 12 con in testa il Regno Unito (95), i Paesi Bassi (79), la Spagna e la Svezia (77) e poi l'Irlanda, l'Austria, la Germania, persino la Polonia. In compenso il mercato è più aperto di Danimarca e Francia, ferme a 66. La pagella è nell'Indice delle liberalizzazioni 2015 dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), che per la prima volta copre tutta l'Europa. Per ogni settore gli indicatori considerati sono diversi. Per i Servizi postali, per esempio, sono l'evoluzione delle normative, la facilità d'accesso e la quota pubblica delle società. I dati di quest'Indice sono riferiti al 2014 e non comprendono, dunque, né la parziale privatizzazione di Poste né il Jobs Act, i due eventi rilevanti di quest'anno. Per l'anno prossimo, quindi, è lecito aspettarsi un passo avanti dell'Italia nell'Indice Ibl, anche per via della Legge annuale sulla concorrenza che, per la prima volta e dopo le numerose sollecitazioni dell'Antitrust, è stata quest'anno avviata. La Commissione Industria del Senato dovrebbe votarla la prossima settimana e il varo definitivo è atteso a fine gennaio, emendamenti permettendo.

I1 caso Polonia

«Ci sono Paesi più indietro di noi nell'Indice - commenta Alberto Mingardi, direttore generale ,dell'Istituto Bruno Leoni -, ma vengono da una tale chiusura del mercato che sono premiati dal grande progresso, penso alla Polonia ( voto 69, come la Germania, ndr). Il governo italiano ora ha avviato la Legge annuale sulla concorrenza, la parziale privatizzazione di Poste, il decreto per quotare le Ferrovie. Ma non si capisce bene che cosa pensi sul ruolo dello Stato e del mercato». Di certo, a fianco delle aperture con le privatizzazioni, va registrata la presenza più marcata della pubblica Cassa depositi e prestiti, il cui ultimo intervento, deciso la settimana scorsa, è quello di garante d'emergenza nel rimborso alle banche che partecipano con il Fondo di risoluzione al salvataggio di CariFerrara, Banca Marche, Banca Etruria e CariChieti. Ma vediamo i dieci settori economici analizzati dall'Indice Ibl 2015.

Rispetto all'anno scorso, i voti crescono nella metà dei casi. Salgono infatti in cinque: le Telecomunicazioni (da 87 a 96), dove si registra una riduzione delle quote di mercato dell'ex monopolista; le Assicurazioni (da 60 a 65), per la maggiore facilità del cliente a cambiare compagnia (anche via web); il Trasporto ferroviario (da 43 a 53) per l'evoluzione positiva della concorrenza sull'Alta velocità; il Trasporto aereo per la definizione dell'annosa vicenda Alitalia con l'ingresso del socio Etihad; e la Televisione (da 75 a 79).

Sono in discesa, invece sempre su dati 2014 i voti ai Carburanti per autotrazione (in picchiata da 57 a 40), il Mercato elettrico (da 81 a 79) e del gas naturale (da 60 a 58) e i due settori che non registrano le ultime riforme, cioè Mercato del lavoro (da 72 a 70) e Poste (da
59 a 58). Un valore, quest'ultimo, poco significativo. «Se la privatizzazione parziale di quest'anno (il 40% di Poste è stato quotato in Borsa il 27 ottobre, ndr.) fosse proiettata, a bocce ferme, nello scenario dell'anno scorso, il voto di Poste salirebbe a 64 dice Carlo Stagnaro, il ricercatore di Ibl che coordina il Rapporto -.Vedremo gli effetti dei cambiamenti l'anno prossimo».

La classifica

Con queste premesse, il settore più aperto al mercato, in Italia, restano le Telecomunicazioni, segue l'Elettricità che ora è a pari merito con la Tv. In coda, i Carburanti, «dove l'anno scorso c'è stato l'ennesimo incremento delle accise», nota Stagnaro. Ora, con la Legge sulla concorrenza pur ammorbidita rispetto alla versione iniziale, anche se ancora non è detta l'ultima parola ci può essere un impatto positivo sugli Indici dei prossimi anni per diversi settori: oltre alle Poste, anche le Assicurazioni dove il contrasto alle frodi può attrarre concorrenti; le Tv e le telecomunicazioni, con la prevista semplificazione della procedura di migrazione da un operatore all'altro e gli attesi interventi sull'equo recesso dalla pay tv; e l'Elettricità «dove si aspetta per il 2018 il superamento di ogni forma di regolamentazione dei prezzi al dettaglio», nota Stagnaro.

L'allargamento dell'Indice a 28 Paesi (l'anno scorso erano 17) è visto come un passo verso la politica economica comune. «L'Ue è nata per diventare un mercato unico -dice Serena Sileoni, vicedirettore generale di Ibl -.Confrontare l'apertura dei settori più sensibili alla regolamentazione permette di vedere se l'obiettivo è raggiunto».

Da Corriere Economia, 30 Novembre 2015

“Too Big Mac?”. McDonald’s e l’abuso della normativa Antitrust

Le accuse lanciate a Mc Donald’s dalle associazioni dei consumatori Codacons, Cittadinanzattiva e Movimento Difesa del Cittadino, per asserite violazioni della normativa europea Antitrust, hanno fatto il giro del mondo.

Muovendo dall’analisi della fragilità della normativa Antitrust in tema di abuso di posizione dominante, il Focus “Mc Donald’s e Antitrust: qualche riflessione in attesa della Commissione” (PDF) di Paolo Belardinelli e Francesco Bruno indaga la questione per capire se le accuse mosse alla multinazionale possano ritenersi fondate. La risposta che se ne ricava è negativa, infatti “guadagnare tanto, tantissimo, e massimizzare i profitti scegliendo un certo modello di business (proprietà anziché panini) non significa nulla in termini di Antitrust. La maggior parte delle accuse mosse a Mc Donald’s riguarda il suo rapporto con gli affiliati e la penalizzazione che questi ultimi subirebbero dal suo abuso di posizione dominante. Va ricordato che nulla impone agli affiliati di affiliarsi. Questo è quello che spesso ci si dimentica nel pensare ai rapporti di scambio: se lo scambio avviene, è perché entrambe le parti ne traggono vantaggio. Il franchising è anch’esso, per quanto particolare, uno scambio: un marchio e molta conoscenza in cambio di alcune garanzie e denaro”.

Il Focus “Mc Donald’s e Antitrust: qualche riflessione in attesa della Commissione” è liberamente disponibile qui (PDF).

La Scuola austriaca e la Prima Guerra Mondiale: un Occasional Paper di Beniamino Di Martino

Un secolo fa il mondo era immerso nella guerra più ampia e sanguinosa che l'umanità avesse mai sperimentato sino a quel momento. Come scrisse nel 1919 Ludwig von Mises: "con la guerra mondiale l’umanità entrò in una crisi per cui niente di ciò che era accaduto precedentemente nella storia poteva essere confrontato".

Cosa aggiungere rispetto a quanto è già stato scritto su quel tragico avvenimento? Nel suo Occasional Paper dal titolo "La Prima Guerra Mondiale quale tracollo della civiltà: L’interpretazione della Scuola austriaca di economia" (PDF), Beniamino Di Martino (Direttore della rivista "StoriaLibera") analizza la lettura che del primo conflitto mondiale ha dato la Scuola austriaca, quella corrente della tradizione liberale che, muovendo le proprie origini dalla prospettiva del marginalismo economico di Carl Menger, fu in grado di offrire contributi preziosi in molti campi delle scienze sociali.
Per l'autore, infatti, "il contributo della Scuola austriaca non è insostituibile solo nei campi direttamente collegati alle discipline propriamente economiche, ma è prezioso anche negli ambiti delle scienze sociali. Il segreto di questa poliedricità è nell’aver identificato il metodo per rileggere anche i fenomeni più complessi. [...] La correttezza del cosiddetto 'individualismo metodologico' si rivela nell’adeguatezza con cui esso si applica ai vari aspetti delle scienze sociali. L’interpretazione della Guerra Mondiale, quindi, non è altro che l’applicazione coerente del rifiuto di adottare gli enti collettivi per leggere la realtà: gli 'austriaci' non hanno fatto altro che osservare la guerra attraverso le lenti dell’individualismo metodologico. [...] L’impostazione metodologica della Scuola Austriaca - prosegue Di Martino - ha avuto e mantiene l’ineguagliato pregio sia di identificare il veleno dell’ideologia che si annida in ogni tentativo di sostituire l’individuo con la collettività sia di saper ricondurre a questo errore le terribili catastrofi della storia e, tra le più grandi di queste, quella della Grande Guerra".

L'Occasional paper "La Prima Guerra Mondiale quale tracollo della civiltà: L’interpretazione della Scuola austriaca di economia" di Beniamino Di Martino è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Antitrust contro Google: un intervento superfluo e sconsigliabile

Il mercato digitale rappresenta un’enorme opportunità per le imprese e i cittadini. Ne è consapevole anche la Commissione europea, che ha dichiarato tale settore una delle principali priorità del mercato comune. Al tempo stesso, tuttavia, due recenti iniziative della Commissione, in qualità di autorità europea per l’antitrust, mostrano un atteggiamento meno aperto a cogliere l’innovazione e la dinamicità del mercato digitale.
I due casi, relativi ai servizi di acquisti comparativi di Google e al sistema operativo Android, sono analizzati approfonditamente da Andrea Varsori, PhD Candidate al King’s College, e Diego Zuluaga, research fellow dell’Institute of Economic Affairs, nel Briefing Paper, in lingua inglese, “EU Antitrust Vs. Google” (PDF).

Secondo gli autori, «[è] il pericolo di intervento nel mercato digitale che rappresenta la maggiore preoccupazione. A oltre trent’anni dall’inizio della rivoluzione informatica, questo settore di attività economica globale è ancora fiorente. Ogni anno entrano nel mercato nuovi soggetti, provenienti tanto dai paesi tecnologicamente avanzati quanto da economie emergenti. Vengono scoperte sempre nuove applicazioni delle tecnologie attuali. Le vecchie distinzioni tra mercati si fanno più sfumate. In questo contesto, l’intervento delle autorità antitrust può essere considerato superfluo e sconsigliabile. Non solo l’esperienza del passato ha dimostrato che, mentre l’innovazione è in grado di minacciare rapidamente qualsiasi posizione dominante, il costo potenziale dell’intervento pubblico può essere considerevolmente elevato. Sappiamo ben poco dei fattori che producono gli esiti economic nel settore digitale, ma le evidenze disponibili indicano che tale settore è uno dei mercati più concorrenziali, più stimolanti e più fiorenti del mondo. Un intervento di natura regolatoria potrebbe soffocarlo, anziché stimolarne la vitalità.»

Il Briefing Paper “EU Antitrust Vs. Google” di Andrea Varsori e Diego Zuluaga è liberamente disponibile qui (PDF).

Vota e fai votare per IBL su ilmiodono.it

Care amiche, cari amici, 
UniCredit ha deciso di rinnovare la sua tradizionale iniziativa “natalizia” a sostegno del Non Profit. Esprimendo la vostra preferenza per una delle organizzazioni non profit aderenti al servizio www.ilMioDono.it, contribuirete a determinare la distribuzione dei 200.000 euro di donazioni in palio.

Anche quest’anno, votando per l'Istituto Bruno Leoni potete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. 

Abbiamo pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra La ricchezza delle nazioni in pillole, La scuola austriaca di economia e I fallimenti dello Stato: un'introduzione alla public choice.

Sono letture sintetiche ma preziose, che potete anche decidere di regalare, a vostra volta, a un amico. 

Potrete votare (e far votare) fino al 1​8​ gennaio 2016.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI, poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, via social o via email

Se al voto aggiungerete una vostra donazione personale di importo pari o superiore a 10 (dieci) euro, il vostro voto varrà quattro volte tanto! E tanto maggiore, va da sé, sarà la nostra gratitudine. A tutti quelli che decideranno di fare una donazione, piccola o grande, all'IBL verrà inviato un secondo eBook: Letteratura e libertà: Borges, Paz e Vargas Llosa.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it  l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it  è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2015: il Regno Unito il paese UE più liberalizzato (95%). Italia 67%

L'economia più liberalizzata nell'Unione europea è quella del Regno Unito, che ottiene un punteggio del 95%, seguita dai Paesi Bassi (79%) e da Spagna e Svezia, entrambe al 77%. I paesi meno aperti sono Cipro (49%), Lettonia e Croazia (entrambe al 56%) e Grecia (57%). L'Italia, col 67%, si colloca a metà classifica, a pari merito con Repubblica Ceca e Romania.

Sono i risultati dell'edizione 2015 dell'Indice delle liberalizzazioni, il rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sul grado di apertura del mercato che, da quest'anno, copre tutti i 28 Stati membri dell'Unione europea. I settori analizzati sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione, mercato del gas, mercato elettrico, mercato del lavoro, poste, telecomunicazioni, servizi audiovisivi, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. Per ciascun settore vengono identificati una serie di criteri, qualitativi e quantitativi, che consentono di misurare la libertà di ingresso sul mercato, la libertà di esercizio dell'attività imprenditoriale, e la libertà di uscita: in sostanza, una stima di quanto sia pervasivo l'intervento pubblico e quanto invece domanda e offerta siano libere di interagire nei settori citati. In ciascun settore, il paese più liberalizzato ottiene convenzionalmente un punteggio pari a 100. L'indice di liberalizzazione complessivo di ogni paese deriva dalla media dei punteggi ottenuti in ciascun settore. 

L'Italia ottiene un punteggio pari al 67%, in crescita di un punto rispetto all'anno precedente. Tale marginale miglioramento riflette alcune variazioni in diversi settori. In particolare, cresce in misura sensibile il grado di liberalizzazione nei settori delle telecomunicazioni (grazie al sempre crescente dinamismo nella telefonia mobile e alle più efficaci regole di accesso alla rete fissa), nel trasporto aereo (per la privatizzazione di Alitalia e il continuo miglioramento delle condizioni competitive), nel trasporto ferroviario (principalmente per la competizione nell'alta velocità) e nelle assicurazioni (grazie alla maggiore mobilità della domanda). Si riscontra un peggioramento sensibile invece nella distribuzione in rete dei carburanti, che però oltre agli aumenti delle accise nel 2014 sconta un adeguamento metodologico e quindi non è perfettamente confrontabile col dato dell'anno precedente.

Commenta Serena Sileoni, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni: "L'Indice delle liberalizzazioni vuole essere uno strumento anzitutto di monitoraggio delle riforme che vengono effettuate. Da quest'anno, con l'allargamento dei paesi analizzati all'intera Unione europea, l'Indice si candida a svolgere questa funzione non solo a livello nazionale ma anche a livello di tutti gli Stati membri e, naturalmente, dell'Unione. Per quanto riguarda l'Italia, sono positivi alcuni timidi miglioramenti, e anche i tentativi in corso col Ddl Concorrenza, ma per ora si tratta ancora di iniziative troppo poco sistematiche e non sempre abbastanza coraggiose. Le liberalizzazioni sono l'unico vero strumento di cui il Governo dispone per rilanciare l'economia e contemporaneamente alleviare le condizioni delle fasce sociali più basse: è incomprensibile che non siano in testa all'agenda dell'esecutivo e che, anzi, per ogni passo avanti se ne compiano due indietro su altri fronti".

Una politica di liberalizzazione è funzionale non solo a livello nazionale ma anche a livello europeo. Questo spiega la scelta dell'Istituto di allargare la copertura ai 28 Stati membri dell'Ue. Come scrive nell'Introduzione Carlo Stagnaro, curatore del rapporto, "L’Europa stessa può trarre grande giovamento da una diffusione della cultura della concorrenza, e dalla conseguente adozione di provvedimenti di liberalizzazione dell’economia. Questo beneficio non si misura, in ottica europea, solo secondo la metrica della crescita economica, ma anche sotto quella della crescente integrazione: l’apertura alla concorrenza può produrre un processo bottom up di unificazione dei mercati europei più efficace, rapido e condiviso che non l’imposizione top down di standard regolatori. L’Indice delle liberalizzazioni indica a ciascuno Stato membro su quali leve intervenire, e a quale esempio guardare. L’Europa non deve inventare nuovi assetti normativi o regolatori: deve solo esportare al suo interno le best practice già esistenti e sperimentate con successo."

L'Indice delle liberalizzazioni è realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Massimiliano Trovato. L'edizione 2015 è aperta da un saggio di Rosamaria Bitetti sulle riforme strutturali nei paesi della "periferia" Ue.

L'Indice delle liberalizzazioni 2015 è liberamente disponibile sul sito dell’Istituto Bruno leoni, nei formati PDF, EPUB e MOBI.

Le edizioni precedenti sono liberamente disponibili su questa pagina.

Un'anticipazione dell'Indice delel liberalizzazioni 2015 è uscita su Corriere Economia.

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Cari economisti, studiate i “Promessi sposi”

L’Italia non è Paese che brilli per la cultura economica diffusa. Eppure al liceo siamo obbligati a leggere «uno dei migliori trattati di economia politica che siano mai stati scritti». Questo pensava Luigi Einaudi dei Promessi sposi. L’opera di Manzoni festeggia i 189 anni. Fa parte della nostra tappezzeria intellettuale: quante fosse abbiamo riempito col senno di poi. Parliamo ancora l’italiano di Manzoni. È inevitabile, in un Paese pieno di azzeccagarbugli, che si divide in bande «per poter odiare ed esser odiati senza conoscersi», e dove, nei posti di potere soprattutto, chi il coraggio non ce l’ha fatica a darselo.

Per quanto i Promessi sposi abbiano avuto tutte le fortune del classico, dall’adattamento teatrale alla versione con Paperino, a leggerli come un trattato d’economia politica sono stati Einaudi e una manciata di studiosi.

Il gran cuneese pensa soprattutto alle prime pagine del capitolo dodicesimo, che al liceo si sfogliano velocemente («ho l’impressione che sia saltato di piè pari dagli scolari»). Quelle dedicate al tumulto di San Martino sono «pagine stupende sui pregiudizi popolari intorno alla scarsità ed alla abbondanza del frumento e della farina, agli incettatori e ai fornai». Einaudi le cita più d’una volta, sia in saggi di tenore scientifico, sia nei suoi articoli di giornale. In parte, ciò avviene proprio per la grande passione divulgativa di Luigi Einaudi: ma non gli serviva soltanto una storia da usare a mo’ di parabola.

La ricerca dell’untore
Manzoni era un cultore della scienza economica, se n’era appassionato. Da ragazzo, a Parigi, aveva frequentato gli Ideologi: il cui principale esponente era Destutt de Tracy, autore di un trattato d’economia politica che Thomas Jefferson volle tradurre in inglese e amatissimo da Francesco Ferrara, vero padre dell’economia in Italia.

Cosa c’è di tanto importante, nel dodicesimo capitolo dei Promessi sposi, da metterlo idealmente fianco a fianco con La ricchezza delle nazioni di Adam Smith? Manzoni descrive l’atteggiamento dei milanesi innanzi alla penuria del pane a Milano e spiega come faccia a nascere «un’opinione ne’ molti, che non ne sia cagione la scarsezza». Comprendere i fenomeni sociali è sempre difficile: le cause sono remote, difficilmente riconducibili a singoli eventi, e men che meno a singole persone.

Eppure, anche per il pane che manca, scatta lo stesso meccanismo psicologico entrato in gioco per la peste. Si cerca l’untore.

I danni del calmiere
«Si suppone tutt’a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza».

La folla chiede a gran voce provvedimenti, pronta a tutto fuorché ad accettare un rincaro che, spiega Manzoni, sarebbe «doloroso ma salutevole». La soluzione alla crisi, scrive altrove nel romanzo, sarebbe proprio un’importazione sufficiente di granaglie estere, ostacolata dalle «leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso». Il calmiere abbassa il prezzo del pane oggi, per garantirci che non se ne sforni domani.

Non è un caso se Einaudi rammenta la lezione del Manzoni nel 1919 («La lotta contro il caro viveri») e poi in articoli successivi, alla fine degli Anni Trenta, quando si va dispiegando la piena «fascistizzazione» dell’economia. Momenti straordinari portano a invocare sforzi straordinari. Peccato che «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione».

Fissare i prezzi frena la «speculazione». Se può apparirci poco commendevole che chi ha acquistato grano in tempi di vacche grasse lo rivenda a caro prezzo durante una carestia, così facendo egli svolge una funzione doppiamente utile. Da una parte, è meglio aver pane a caro prezzo che non averne. Dall’altra, cercando di praticare il prezzo più alto che può, attrarrà altri (per esempio: importatori di grani), la cui presenza ha l’effetto di abbassarlo di nuovo, il prezzo. In tal modo, ricorda Einaudi, «i prezzi, senza calmieri, senza processi, senza comizi, senza adunanze in prefettura (...) capitomboleranno e la vita tornerà a buon mercato».

Grazie agli speculatori
Lo speculatore cerca di traguardare il futuro, fa profitto in misura delle sue diottrie: ma, così facendo, aiuta anche noi a vederci meglio.

Non si pensi che Manzoni, e Einaudi con lui, biasimassero l’ignoranza economica del popolino che, tutto preso dalle sue vicende, la mano invisibile proprio non riesce a immaginarla. Sono i potenti quelli che più s’illudono circa il proprio potere. Il guaio del cancelliere Antonio Ferrer non sta nell’aver capito che «l’essere il pane a un prezzo giusto è per sé una cosa molto desiderabile» ma nell’aver pensato «che un suo ordine potesse bastare a produrla».

«Ministri, direttori generali, commissari, prefetti», ingiunge Einaudi, dovrebbero comprare una copia dei Promessi sposi e tenerla sul comodino. Così dovrebbero fare i parlamentari che, in questi giorni, votano su una legge «della concorrenza». Meglio sarebbe leggessero, magari sotto il titolo di «Elementi di politica» (capitolo sulla peste e sugli untori) «e di economia» (capitolo sulla carestia), Manzoni, «invece dei male avventurati elementi di scienza economica che si propinano oggi da insegnanti svogliati a scolari disattenti». Esortazione finita in nulla. Sarà che con le idee i potenti si regolano come Donna Prassede, «che ne aveva poche ma a quelle poche era molto affezionata» e alle «storte» in particolare.

Il Manzoni economista non tradisce mai il Manzoni romanziere. E a ben vedere i Promessi sposi, dalla prima all’ultima pagina, sono un antidoto formidabile alla mania dei complotti, all’idea che non ci sia sventura che non abbia un colpevole con nome e ca gnome, e alla simmetrica ambizione di risolvere ogni male «facendo una legge» («dove va a ficcarsi il diritto!»). Come se una cosa tanto complicata quale la realtà sociale, esito delle interazioni di milioni di individui, fosse un pezzo di pongo nelle mani di chi ci governa.

Al Manzoni non sarebbe spiaciuta la morale che dal suo capolavoro trasse Luigi Einaudi, ma ahinoi non le migliaia di professori di liceo che l’hanno insegnato. I politici «si decidano a levarsi fuori dei piedi per quanto si riferisce al commercio privato. Faccia il governo il suo mestiere ed i cittadini faranno il loro».

Da La Stampa, 9 febbraio 2016

La politica senza infingimenti

Forse la vera cifra del discorso politico è l'imprecisione. Lettere maiuscole, aggettivi scintillanti, i verbi sempre alla prima persona plurale. Le parole della politica sono fatte per non farsi capire. Con il libro a più voci Idee di libertà. Economia, diritto, società, Lorenzo Infantino e Nicola Iannello hanno scelto di levare trucco e belletto ad alcune formule oggi assai popolari.

Così Enrico Colombatto insegna a «capire la deflazione» prima di imputarle tutti i nostri guai, José Antonio de Aguirre offre un distillato di economia monetaria, Stefano Moroni prende di petto l'idea che la fornitura di servizi pubblici richieda un'organizzazione verticistica. Particolarmente utili sono i contributi di Nicola Iannello e Guglielmo Piombini, dedicati alla «decrescita felice» e al neomalthusianesimo.

In una società che sforna novità a getto continuo quale è la nostra, pare incredibile che un pensatore di rango possa proporre «una moratoria sull'innovazione tecnologica», farmaci salvavita inclusi. Ma all'osteria dell'avvenire, Serge Latouche serve pane e acqua. I decrescisti, spiega Iannello, sono accomunati dalla «totale assenza del riconoscimento che solo i miglioramenti introdotti dalla società aperta e dal mercato hanno permesso l'allungamento dell'aspettativa di vita, il crollo della mortalità infantile, la scomparsa di carestie ed epidemie, la diffusione di condizioni igieniche accettabili, di cure mediche prima inimmaginabili».

Paiono convinti che la scarsità sia una sorta di disordine della personalità, una percezione falsata della cose, frutto di quel processo di «economicizzazione» della vita sociale che caratterizzerebbe tutta l'età moderna. Alcuni arrivano a negare che la speranza di vita sia cresciuta, per altri è un gioco che non vale la candela.

Paghiamo il miglioramento delle condizioni materiali con la dittatura del denaro, l'immiserirsi dei rapporti sociali, le mezze stagioni che non ci sono più. In filigrana, riappare il caro vecchio protezionismo: la società libera è quella in cui ognuno vive scambiando, ovvero diventa in certa misura mercante. Tanto più è articolata la divisione del lavoro, tanti più sono beni e servizi a nostra disposizione.

Il capitalismo è una rivolta contro la nostra condizione "naturale", spiegano i decrescisti. Ma siccome la nostra condizione "naturale" è la miseria, continuiamo a ribellarci, per favore.

Da La Domenica del Sole 24 Ore, 7 febbraio 2016

I terroristi? Per i PM sono i «serenissimi»

I nuovi «serenissimi» saranno processati e l'accusa è quella di terrorismo. La procura di Brescia ha chiesto infatti il rinvio a giudizio per 48 autonomisti e indipendentisti di Lombardia e Veneto, accusati di predisporre attività violente e progettare una seconda occupazione della piazza san Marco, a Venezia, pure stavolta utilizzando - come già era avvenuto nel 1997 - un rudimentale «tanko». La notizia può solo lasciare perplessi.

Tutto era iniziato nell'aprile 2014, quando furono arrestate 24 persone, tra cui l'ex deputato Roberto Bernardelli e Franco Rocchetta, che fu sottosegretario agli Esteri nel primo governo Berlusconi. Presto, però, il tribunale per il Riesame ne predispose la scarcerazione, sostenendo che - anche nell'ipotesi in cui fosse stato possibile provare che i nuovi «serenissimi» stavano effettivamente predisponendo le attività di cui erano accusati - in alcun modo quelle iniziative potevano essere ricondotte a un'accusa tanto grave.

Quei comportamenti non mettevano in discussione l'ordine costituzionale, essendo soprattutto nell'impossibilità materiale di farlo. Parlare di terrorismo appariva allora fuori luogo. Non bastasse questo, quando la procura di Brescia presentò un ricorso, la Cassazione lo dichiarò inammissibile.

Dopo questi due smacchi, la vicenda sembrava chiusa e invece la medesima procura bresciana ha ora chiesto il rinvio a giudizio. Tra i processati vi sarà Gianluca Marchi, che fu alla guida della Padania e de L'Opinione, mentre oggi dirige il quotidiano on-line il Miglio verde. Interpellato sullo sviluppo della vicenda, il giornalista ha dichiarato che adesso sarà possibile divertirsi «davanti a questa farsa tragica dove si processano le idee più che fatti veri».

E questo è davvero un punto cruciale, specie se si considera che qualche anno fa il codice Rocco (risalente al fascismo) è stato modificato in taluni articoli cruciali, così che non più reato formulare tesi a favore della dissoluzione dello Stato italiano. Qualche motivo di riflessione viene poi da Rocchetta, che ha detto di essersi limitato a tenere «lezioni di lingua e civiltà veneta a un gruppo di appassionati il cui unico intento era di organizzare delle manifestazioni dall'alto valore simbolico, non certo delle azioni terroristiche»: una rappresentazione che appare convincente e in linea con quanto già detto dal tribunale del Riesame e dalla Cassazione.

A questo punto c'è da chiedersi quale uso venga fatto, in Italia, delle risorse (certamente non infinite) di cui i tribunali dispongono. Mesi e mesi di intercettazioni, indagini e trascrizioni sono già costate un'enormità al povero contribuente. Ed emerge con chiarezza come in questo quadro spesso la giustizia non sia un servizio a favore dei cittadini, che non temono affatto il presunto terrorismo dei «serenissimi», ma invece finisca per operare a protezione di un sistema politico e burocratico che avversa la libera espressione di visioni politiche alternative rispetto a quelle dominanti.

Oltre a ciò, bisogna domandarsi se nei tribunali italiani non sia meglio puntare l'obiettivo con chi intende issare la bandiera dell'Isis nelle nostre città, invece che portare a giudizio quanti volevano arrivare a san Marco su un finto carro armato. Convivere con una magistratura che non è mai chiamata a rispondere delle proprie azioni è sempre più difficile e questa vicenda sembra offrirne l'ennesima conferma.

Da Il Giornale, 8 febbraio 2016