Metro di Roma: la corsa degli impuniti

Chi chiede continuamente, a gran voce, “più regole” sarebbe bene fosse il primo a rispettarle, le regole. Invece così non è: perlomeno in Italia.

 

È il caso di quanto sta succedendo al trasporto pubblico di Roma. Da giorni, i macchinisti della rete metropolitana stanno interrompendo il servizio pubblico di trasporto senza aver indetto uno sciopero formale, ma semplicemente incrociando le braccia.

Romani e turisti si sono trovati ad aspettare la metropolitana anche per un’ora, senza alcun preavviso, nemmeno un biglietto ai tornelli.

Sul sito Atac, si legge che i rallentamenti sembrano dovuti a iniziative individuali «dovute all’applicazione anche al personale operativo del sistema automatico di rilevazione delle presenze». In soldoni, alcuni (quanti?) dipendenti non vogliono sottostare al controllo dei tornelli per la presa e l’uscita dal servizio. Perché il messaggio arrivi chiaro e tondo, semplicemente si rifiutano di lavorare. 

Si tratta di legittimo esercizio del diritto di sciopero per protestare contro una nuova condizione lavorativa, peraltro di evidente buon senso? A noi sembra più interruzione di pubblico servizio.

La differenza è chiara, norme alle mano. La legislazione, già in vigore, impone determinate formalità perché l’astensione dal lavoro sia legittimo esercizio di un diritto. Formalità che, a Roma, sono state bellamente ignorate: nessuno ha dato preavviso, nessuno ha apertamente indetto uno sciopero, la Commissione nazionale per gli scioperi non ha certificato un servizio minimo garantito. 

Cosa diremmo di un’azienda privata che, ricevuta in appalto la fornitura di un servizio essenziale, decidesse unilateralmente di smettere di occuparsene, per spuntare un contratto migliore? 

Nessuno “assolverebbe” il proprietario o il manager dell’impresa.

In questo caso, abbiamo davanti dei dipendenti di una società pubblica che scelgono di non lavorare, per protesta contro il controllo del rispetto dell’orario di lavoro. Nonostante un articolo del codice penale che qualifica tale comportamento come reato, nonostante una legge che prevede quali sono le forme di contestazione legittime, nonostante un’autorità indipendente chiamata a sorvegliare sul rispetto di tale legge. 

Non sono “regole” anche queste? Perché non fa nemmeno notizia, che vengano bellamente ignorate?

L’amara risposta sta nel fatto che le relazioni sociali e industriali nel nostro paese sono stabilite a prescindere dalle “regole”. I sindacati le invocano per gli altri: ma quelle che riguardano loro non sono che un accidente passeggero.

Non bastano le leggi e le autorità di controllo perché si risponda delle proprie responsabilità. Occorre che il circuito venga attivato. Occorrerebbe, nel caso romano, la immediata risposta dell’azienda pubblica, e se questa non dovesse avvenire, l’immediata risposta del Comune di Roma e del suo sindaco, al quale i vertici dell’azienda pubblica rispondono. L’afonia dell’una e dell’altro ne certifica non solo l’indifferenza nei confronti del cittadini: ma anche, quel che è peggio, la debolezza verso i prepotenti.

Nel frattempo, gli utenti del monopolistico servizio pubblico, al di là di tentare la disperata via di denuncia di interruzione di pubblico servizio, non hanno alternative. 

Sono sudditi impotenti: privi della libertà di scegliere una concorrenza che non c’è, umiliati dalla prepotenza di chi si sottrae, indisturbato, al più banale dei controlli.

Grecia. Gestire il fallimento sovrano

Tre anni sono passati dal secondo salvataggio greco, sei mesi da quando è apparso più che probabile che il problema si sarebbe riproposto. Poche ore da quando la probabilità è diventata certezza (per quanto rimanga da stabilire la forma e l’autore del salvataggio). Eppure in questo lasso di tempo le istituzioni europee non hanno ritenuto di porre all’attenzione dei cittadini e dei governi dei paesi membri il tema delle situazioni di insostenibilità del debito sovrano e delle loro modalità di risoluzione. Si obbietterà che, così facendo, si sarebbe riconosciuto formalmente la possibilità di un evento – il fallimento di uno Stato sovrano – che non si voleva e non si vuole riconoscere (anche se la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti) per evitare conseguenze per la moneta unica. Ma sarebbe facile rispondere che, discutendo apertamente delle regole dei fallimenti degli Stati sovrani e della loro contestuale permanenza all’interno dell’Unione monetaria, si sarebbe, invece, fatto l’interesse di tutti gli europei ed in particolare dei greci.

Gli europei sarebbero stati forzati a ricordare che, come ci insegna la storia, il fallimento di uno Stato sovrano è possibile e tende spesso a derivare più dalla mancanza di volontà dello Stato stesso che non dall’incapacità di ripagare il debito accumulato. Ed è bene sapere in anticipo come fronteggiarlo. I greci, a loro volta, avrebbero potuto valutare con chiarezza le alternative in campo, senza cullarsi nell’illusione che un voto nella sola Grecia potesse decidere per l’Europa intera e senza sperare che il fallimento potesse sostituire dolorosi e prolungati interventi a carattere fiscale (tanto più dolorosi in quanto rimanendo all’interno dell’Unione monetaria non si disporrebbe dell’arma della svalutazione).

Per quanto i trattati europei prevedano esplicitamente una clausola di “no bailout”, la realtà si è incaricata di aggirarla. Del resto, la strada scelta dagli europei – che ci piaccia o meno – non è la strada statunitense in cui non c’è bisogno di scrivere una clausola di “no bailout”: in quel caso, una forte disciplina di mercato si combina con un’ampia autonomia fiscale a livello degli Stati membri e, di conseguenza, con un grado elevato di autodisciplina a livello sub-federale. Al contrario, noi europei abbiamo preferito, e da tempo, la soluzione opposta: un coordinamento crescente delle politiche di bilancio e, di conseguenza, vincoli crescenti all’autonomia dei singoli Stati membri. In questo quadro, come dimostra ampiamente la vicenda greca del 2010-2012, la ristrutturazione del debito (se proprio non si vuole usare l’espressione “salvataggio”) finisce per essere l’unica soluzione possibile. Ma proprio per questo motivo si sarebbe dovuto cogliere l’occasione greca per definirne regole e procedure.

L’epilogo della vicenda greca, dopo l’esito referendario, è molto probabilmente ancora tutto da scrivere. Ma l’estate che arriva sarebbe utilizzata bene se la si usasse per definire anche queste regole del gioco. Le ipotesi su cui lavorare non mancano e sono da anni sul tavolo delle istituzioni europee ed internazionali. Per lo più prevedono un avvio formale della procedura di ristrutturazione del debito da parte del paese insolvente nonché una gestione legale ed economica della procedura fino alla piena ristrutturazione del debito da parte di organismi terzi (presumibilmente, la Corte di giustizia dell’Unione per gli aspetti legali e la Commissione europea, per gli aspetti economici). Non manca una modalità per canalizzare la necessaria liquidità verso il paese insolvente nel periodo di svolgimento della procedura di risoluzione. A questi elementi si potrebbe (e si dovrebbe) affiancare un controllo in una fase successiva alla ristrutturazione del debito. Controllo che potrebbe, per esempio, prendere la forma di un diritto di veto sui contenuti della legge di bilancio del paese in procedura. Anticipando così quello che potrebbe essere uno degli esiti del necessario rafforzamento del coordinamento delle politiche di bilancio nell’Eurozona. 

È opportuno mettere il tema in agenda immediatamente. Perché i meccanismi di risoluzione delle situazioni di insostenibilità del debito sovrano limitano i margini di incertezza. Segnalando che il default è un evento indesiderabile ma possibile, rafforzano le pressioni esercitate dai mercati e riducono lo spazio per comportamenti opportunistici. E perché, rendendo esplicite le conseguenze del fallimento di uno Stato sovrano che voglia rimanere all’interno di una Unione monetaria, aprono gli occhi ai cittadini di quello Stato sovrano. “Non accetteremo condizioni umilianti”, ha ripetutamente dichiarato negli ultimi mesi il premier greco Alexis Tsipras ed evidentemente i cittadini greci non hanno considerato o non hanno voluto considerare umiliante vedere l’economia greca sopravvivere settimana dopo settimana grazie alle razioni di ossigeno somministrate dalla Banca Centrale Europea attraverso l’Emergency Liquidity Assistance. È probabile però che possano considerare umiliante passare per una procedura di ristrutturazione del debito come quella delineata. Stabilire oggi una procedura di risoluzione del debito sovrano serve anche ad evitare inutili illusioni.

L'Europa di oggi? Un inferno fiscale

Da tempo l'Europa è in declino e sul tema il consenso degli studiosi è ampio. Il semplice fatto che il ventesimo secolo sia stato definito il «secolo americano» attesta come quello che per molti secoli è stato il centro del mondo ora non lo è più. E dopo la grande espansione degli Stati Uniti adesso si sta assistendo a un nuovo protagonismo dell'Asia, in generale, e dei Paesi di cultura cinese, in modo particolare. Negli ultimi anni, per giunta, la crisi dei debiti pubblici sta rendendo ancora più evidente la marginalizzazione di quell'Europa che in passato aveva la forza di conquistare il mondo intero: con gli eserciti, ma anche e soprattutto con l'economia e la cultura.
Sulle ragioni di questo rapido declino le opinioni sono però divergenti. La prospettiva liberale riconduce tale crisi a un dato macroscopico e al tempo stesso troppo ignorato: al fatto, cioè, che dopo la dissoluzione dell'impero sovietico il Vecchio Continente è l'area a più alto intervento pubblico e, di conseguenza, con la tassazione più pesante. In un'economia globalizzata che vede imprese e capitali muoversi alla ricerca delle condizioni più favorevoli, essere un universo istituzionale dominato da «inferni fiscali» rappresenta un gravissimo handicap che, molto velocemente, sta minando la capacità degli europei di competere a livello internazionale. Va pure ricordato che lo Stato moderno e il socialismo sono invenzioni europee, poi esportate con successo un po' ovunque. Innamorati delle elaborazioni concettuali di Jean Bodin e Jean-Jacques Rousseau, di Thomas Hobbes e Karl Marx, gli intellettuali francesi e tedeschi hanno costruito un orizzonte ideale che ha progressivamente favorito l'imporsi di azioni lobbistiche in grado di usare i poteri pubblici per soddisfare ogni bisogno e desiderio. In tale quadro, i produttori sono stati sempre più gravati da oneri insopportabili, così che oggi si vedono sottrarre dall'apparato politico-burocratico più della metà di quanto realizzano. Ovviamente la situazione europea, al suo interno, include casi abbastanza diversi. Anche sulla scorta della lezione di Milton Friedman e altri, negli scorsi anni vari Paesi post-comunisti hanno adottato politiche più liberali e in ambito fiscale non hanno esitato a introdurre una tassazione moderata, non progressiva (la fiat tax), relativamente semplice sul piano degli adempimenti. Oltre a ciò persistono Paesi che manifestano una qualche resistenza di fronte allo statalismo più estremo (si pensi alla Svizzera o anche al Regno Unito), ma questo non toglie che nel suo insieme la strada intrapresa dall'Europa sia chiara. Per giunta è ormai forte la volontà di considerare illegittima ogni politica nazionale volta ad attrarre capitali e investimenti riducendo il prelievo. La tendenza prevalente è quella di considerare ogni tassazione limitata alla stregua di un aiuto di Stato, dal momento che è considerata normale un'ipertassazione ed eccezionale una sottrazione contenuta della ricchezza. In questo modo il processo di unificazione politica potrebbe accompagnarsi a una crescente armonizzazione dei sistemi fiscali: naturalmente verso l'alto. Chi parla di uniformare il fisco non pensa certo di estendere a tutta l'Europa il modello del Lussemburgo, ma semmai di proteggere Paesi come l'Italia e la Francia da ogni fuga di capitali, lavoratori e imprese.
La possibilità che l'Europa torni a essere dinamica e vivace, nuovamente creativa e capace di aprire strade inedite, passa allora dalla fine dell'innamoramento per lo Stato che la caratterizza da tempo e, di conseguenza, da una massiccia riduzione delle risorse sottratte con l'imposizione tributaria. Ma solo un'Europa plurale e caratterizzata da un'ampia competizione tra sistemi può provare a invertire la rotta.

Da Il Giornale, 5 luglio 2015

La rivoluzione delle rose

Quando cadde il muro di Berlino, i Paesi dell'ex blocco di Varsavia erano ansiosi di andare a scuola di "capitalismo". I Paesi della Nato avrebbero dovuto esserne i maestri. Ma in Occidente il "capitalismo" era il frutto di una evoluzione secolare e se c'è qualcosa che gli Stati hanno fatto con metodo, negli ultimi cento anni, è ridurne gli spazi. L'89 portava con sé un bisogno radicalmente diverso: quello di "creare" dal nulla mercato e istituzioni che potessero sorreggerlo, con l'abbandono dell'economia di piano.
Anders Aslund, uno dei più noti studiosi delle "transizioni", e Simeon Djankov, ex ministro delle Finanze bulgaro e prima ancora fra gli ideatori di Doing Business alla Banca Mondiale, in The Great Rebirth hanno cercato di cogliere «le lezioni della vittoria del capitalismo sul comunismo». Per metà, il libro raccoglie le analisi di importanti economisti, da Charles Wyplosz a Daniel Gros. Ma per l'altra metà sono i riformatori di allora a parlare: alcuni erano economisti essi stessi come Leszek Balcerowicz e Vaclav Klaus, trovatisi rispettivamente ministro delle Finanze in Polonia e Cecoslovacchia. Il risultato è un quadro d'insieme accurato, coinvolgente ma anche deprimente per il lettore occidentale.
Vaclav Klaus suggerisce che i processi di privatizzazione a Est e a Ovest non sono neppure comparabili. Nei Paesi ad economia di mercato, secondo Klaus, è legittimo che il governo cerchi di massimizzare gli introiti da privatizzazione. Nelle ex economie pianificate, al contrario, deve semplicemente porsi il problema di minimizzare i costi del processo di de-statalizzazione. «Neppure i migliori metodi di privatizzazione immaginabili avrebbero potuto salvare tutte le imprese statali che avevamo ereditato. Infatti il mercato trovò che la gran parte di queste imprese era inefficiente e insostenibile. Inoltre, in assenza delle informazioni prodotte dal mercato stesso, era tecnicamente impossibile determinare il vero valore di tali aziende». La recessione e l'inflazione che i cechi conobbero, nei primissimi anni di post-comunismo, non avrebbero potuto essere evitati. Se ciò che caratterizza le "bolle" è un mal funzionamento del sistema dei prezzi, un'economia nella quale lo Stato rende impossibile che i prezzi facciano il loro mestiere (il socialismo reale) è tutta una bolla. Il processo di aggiustamento non può essere indolore. Questo, nel breve termine: nel lungo periodo, gli straordinari tassi di crescita di questi Paesi confermano che i riformatori non hanno avuto torto.
Di qui, lo scorno del lettore occidentale: noi oggi non riusciamo a fare riforme infinitamente più modeste di quelle messe in atto allora.
Leszek Balcerowicz, figura la più eminente in Polonia, ricorda come la transizione si reggesse su due pilastri: «macrostabilizzazione e trasformazione delle istituzioni». Per Balcerowicz, la velocità del processo di cambiamento è un fattore cruciale. Tanto più grave è la crisi, tanto più radicali debbono essere le riforme, tanto più si deve agire con decisione. Se non si riesce a essere incisivi fin da subito, quando le scelte da farsi sono più drammatiche, si dà tempo ai gruppi d'interesse di attrezzarsi per proteggersi.
Sotto alcuni aspetti, la più sorprendente delle storie della transizione è quella georgiana, dove la "rivoluzione delle rose" nel 2003 portò al potere il giovane Saakashvili. Nel saggio scritto con Kakha Bendukidze, un uomo straordinario purtroppo mancato l'anno scorso, Saakashvili ricorda come nella repubblica caucasica la prima ragione per liberalizzare l'economia fosse il bisogno di ridurre la corruzione.
Questo richiese un coraggio politico inimmaginabile altrove. Per esempio, ricordano, «la polizia stradale georgiana non si curava affatto del rispetto del codice della strada e non produceva alcun bene pubblico: il suo unico scopo consisteva nell'estorsione di "mazzette". Per venire alle prese con questo problema, nel 2005 licenziammo tutti gli agenti della polizia stradale della Georgia, eliminando da un giorno all'altro 3omila poliziotti (...) Il fatto che il traffico stradale non diventò più caotico, né meno sicuro, rappresentò una prova che il sistema non era stato ideato per mantenere la sicurezza stradale, bensì per estorcere denaro dagli automobilisti».
Bendukidze annunciò: «Venderemo tutto, tranne í nostri principi morali». E lo fece. Dichiarò unilateralmente un regime di libero scambio, abolendo dazi e visti. Ridusse le tasse e spalancò il welfare alla concorrenza.
Ci sono alcune lezioni comuni, in queste esperienze. Una è la necessità di aprire agli scambi internazionali non appena si liberalizzano i prezzi. L'altra è l'importanza di una finanza pubblica rigorosa. La Polonia oggi ha un tetto massimo all'indebitamento del 55% del Pil, oltre al quale scattano misure fiscali automatiche. In Georgia è legge che la spesa pubblica non superi del 30% del Pii. L'Estonia si è talmente abituata a una politica fiscale assennata che ha risposto alla crisi del 2008-09 riportando il bilancio in pareggio (nel 2011 entrava nell'euro e cresceva del 9,6 per cento).
Sono scelte che in Occidente avrebbero avuto poca fortuna, ma che nell'Europa dell'Est hanno garantito crescita e benessere. Gli allievi hanno umiliato i vecchi maestri.

Anders Aslund & Simeon Diankov, The Great Rebírth. Lessons from the Victory of Capitalism over Communism, Peterson Institute for International Economics, Washington DC, pagg. 320, $ 21,95.

Da Il Sole 24 Ore, 5 luglio 2015

Prendere sul serio il programma quinquennale di Slow Food e farlo a pezzetti

Dalle colonne di Repubblica, Carlin Petrini, fondatore di Slow Food (e insieme a Prodi, Veltroni e altri 43 fortunati, membro del fu Comitato promotore nazionale per il Partito Democratico), reitera l’invito a traguardare la dimensione spettacolare dell’Expo, per concentrare l’attenzione sui suoi profili “più politici”. E – in un’epoca che, oltre all’epica della terra, avrebbe scordato anche la sacralità dei documenti ufficiali – muove proprio da quella Carta di Milano che, della manifestazione meneghina, intende condensare l’eredità. Vasto programma.

Prima di tutto, per le lacune del documento: un discreto punto di partenza che, tuttavia, trascura elementi fondamentali per la sostenibilità del sistema alimentare globale: l’acqua come bene comune; l’inappropriabilità delle sementi; la critica – naturalmente “serena” – al profitto e al libero mercato che evidentemente nessun ruolo hanno avuto, secondo Petrini, non diciamo nella sconfitta della fame nel mondo, ma certo nella sua imponente riduzione. Alla Carta, però, manca qualcosa di più: un’assunzione di responsabilità delle istituzioni per giungere a una sua traduzione tangibile, “almeno a livello nazionale”. Se la carta è un ideale programma di governo, ciò che serve è un governo illuminato che si faccia carico di darle applicazione. L’agricoltura famigliare al potere.

Vediamo allora cosa succede, quando un’amministrazione si conforma alla poetica Slow Food. Nei giorni scorsi il governatore della Toscana Enrico Rossi ha incontrato il commissario europeo alle Politiche Agricole, Phil Hogan, per caldeggiare l’attribuzione della denominazione d’origine protetta al pane toscano – prodotto con grano tenero, lievitato con pasta acida e, naturalmente, privo di sale. Fin qui, nulla di sorprendente: una meritoria tradizione che domanda tutela, colpo da manuale del cibo come una volta. Ciò che colpisce è il candore con cui il governatore Rossi ha condiviso l’ispirazione, tutta economica, della richiesta.

Il prezzo di mercato del grano tenero si aggira intorno ai 160 euro a tonnellata; ma il suo costo di produzione può raggiungere i 180 euro a tonnellata, rendendone la coltivazione anti-economica. Per la verità, questi dati sembrano contraddetti dalla constatazione che la produzione di grano tenero in Toscana è raddoppiata tra il 2010 e il 2014; ma prendiamoli per buoni. Che fare per colmare il divario? Elementare: riconoscere una denominazione d’origine protetta al pane toscano per garantire ai coltivatori di frumento una rendita. Rossi ha fatto i conti: il prezzo della materia prima potrebbe salire fino a 250 euro a tonnellata, gli agricoltori ne produrrebbero 75.000 tonnellate, la filiera genererebbe 3.000 ulteriori posti di lavoro.

Suggestione politicamente redditizia: i produttori votano in Toscana, i consumatori chissà. Poco male se strumenti come i marchi d’origine, principalmente pensati come garanzie a presidio dei secondi, vengono usati (e propagandati!) come misure protezionistiche a favore dei primi. Dietro al ritornello dei prodotti tipici, si nasconde il solito spregio del mercato, con cui comunque occorrerà confrontarsi: Rossi scommette sul fatto che basta un bollino per evitare l’aumento dei prezzi deprima la domanda; e dà per scontato che, una volta sconfitto il sedicente pane toscano, la panificazione secondo disciplinare possa assorbire la maggiore offerta di materia prima – presupposti la cui tenuta è tutt’altro che scontata. Che il nanismo produttivo, l’aumento dei prezzi, il tradizionalismo ostentato – in breve: un approccio elitista al cibo – siano le chiavi per un’alimentazione sostenibile è la contraddizione ineludibile dell’ideologia petriniana. E di una parte dei Pd, pare. Ma diventa complicato nutrire il pianeta, con i piani quinquennali del pane sciapo.

Da Il Foglio, 3 luglio 2015

Bye bye Tsipras?

La Grecia si trova ad un bivio storico. Il referendum che il premier greco Alexis Tsipras ha indetto per domenica 5 luglio potrebbe cambiare la storia dell'Europa e dell'euro. Ma potrebbe anche essere l'ultimo atto di una follia o di un sogno durato qualche mese per il popolo greco. In gennaio, l'elezione di Tsipras aveva illuso i greci che fosse possibile smettere di fare sacrifici e ricominciare con una vita da cicale che aveva contraddistinto gli ultimi anni della storia recente greca. Tuttavia il conto si è presentato a giugno, quando il governo, incapace di ripagare il proprio debito, si è ritrovato costretto a nuove misure di tagli della spesa pubblica richiesti dalla troika (Bce, Fmi e Ue), tanto odiata dal leader greco.

Per l'ennesima volta il Paese ellenico si trova sull'orlo del default con Tsipras che fino all'ultimo ha cercato di respingere il piano proposto dalla Commissione europea. Bisogna ricordare quali sono le condizioni attuali della Grecia: il debito pubblico, che da tempo ha sfondato la barriera dei 300 miliardi, è ormai pari 180 per cento del prodotto interno lordo. Il debito si è creato a causa delle sempre maggiori spese pubbliche rispetto alle entrate. Come se una famiglia continuasse a spendere molto di più di quello che introita ogni mese ed è costretta a fare debiti. Una scelta suicida.

L'Italia, così come gli altri soci europei, si ritrova esposta per circa 36 miliardi: nei due precedenti piani di salvataggio, quello del 2010 e quello del 2012, sono stati proprio i diversi Paesi europei a prendersi carico del debito greco. Germania, Francia e Spagna si ritrovano nella stessa situazione dell'Italia. Ogni contribuente italiano ha un credito di oltre mille euro nei confronti dello Stato ellenico e il rischio che questo debito non venga ripagato è molto elevato se dovesse vincere il «no» al referendum.

Per adesso la Grecia è mantenuta in vita artificialmente dall'azione decisa di Mario Draghi e la sua Banca centrale europea, grazie all'erogazione di liquidità che continua a pompare soldi nelle banche greche. Ma il deflusso di capitali dalle banche greche è sempre più veloce e il panico si è diffuso nel Paese. Le code agli sportelli bancari sono state lunghissime nell'ultima settimana e il governo ha deciso di porre per i prelievi dai bancomat un limite giornaliero di 60 euro. Anche il bancomat del Parlamento greco è andato in sofferenza e gli stessi parlamentari di Syriza hanno dovuto subire una lunga attesa nel ritiro del denaro contante. La borsa rimarrà chiusa fino a dopo il referendum e in Grecia il clima è diventato irrespirabile.

Il referendum arriva dopo l'incapacità del governo di Tsipras di arrivare nei tempi previsti a un accordo per il finanziamento di nuove risorse. È bene ricordare che la famosa Troika sta già aiutando il popolo greco. Il costo del debito greco, dopo i due salvataggi, vede un tasso medio d'interesse inferiore al 2,5 per cento, un valore molto più basso rispetto a quello italiano, che ha una spesa per interessi sul debito pari al 4 per cento. Il risultato è che i greci non stanno già pagando gli interessi a tasso di mercato, che sarebbero superiori ormai al 20 per cento, visto l'approssimarsi del default, ma ad un prezzo di enorme favore vicino al 2 per cento. È come se ad una famiglia italiana, pagasse il proprio mutuo allo 0,5 per cento annuo, invece del 5 per cento. Un regalo enorme in cambio delle riforme che sono state chieste in passato.

Le riforme greche, attuate dal governo di centro-destra di Antonis Samaras, avevano cominciato a dare i primi risultati. Il prodotto interno lordo era cresciuto per la prima volta nel 2014 dello 0,8 per cento (mentre l'Italia di Matteo Renzi rimaneva in recessione). La stessa bilancia delle partite correnti, che tra il 1995 e il 2010 era stata storicamente negativa per quasi il 10 per cento annuo, era arrivata nel 2014 a solo meno 2 per cento, un valore simile a quello francese, grazie alla spinta dell'export e alla buona stagione turistica.

Nel 2012, durante l'ultimo programma di salvataggio, c'era stata inoltre una riforma delle pensioni. L'età di pensionamento è salita a 67 anni, in linea con la Germania e l'età media di pensionamento è ormai superiore a 60 anni, non troppo distante dai valori dei principali soci europei. La Grecia era sulla via del recupero, anche se i risultati delle riforme non potevano vedersi immediatamente a livello della popolazione. La disoccupazione continua ad essere una vera tragedia nazionale con tassi superiori al 25 per cento. Ma ancora tanti problemi sarebbero stati da risolvere dal governo Tsipras. Le pensioni pesano per oltre 17 per cento del Pil e il sistema è tarato sui diritti acquisiti: anzi, sarebbe meglio chiamarli «regali».

Storicamente i regali del sistema pensionistico greco sono stati anche superiori a quelli italiani. In Grecia centinaia di categorie protette hanno beneficiato di pensioni anticipate. L'esempio dei parrucchieri è forse il più famoso: andavano in pensione poco dopo i 50 anni dato che maneggiavano sostanze pericolose (shampoo e tinte).

Si porta spesso l'esempio del taglio del 25 per cento delle pensioni negli ultimi anni come fonte di enormi sacrifici, senza ricordare che tra i1 2005 e il 2009, la spesa pensionistica del settore pubblico è aumentata del 57 per cento. Le baby pensioni erano la normalità in Grecia e per questo motivo il sistema pensionistico è insostenibile per le finanze pubbliche. La Commissione Europea chiede una nuova piccola revisione del sistema pensionistico, per renderlo più sostenibile, ma questa nuova manovra d'austerity non è stata accettata dal governo greco. Tsipras ha provato con la mossa a sorpresa del referendum di lavarsi le mani da ogni responsabilità. Per poi gestire in modo caotico le offerte «last minute» dei creditori con la richiesta di aiuti biennali dell'Esm, il meccanismo permanente europeo salva-stati, e di una ristrutturazione del debito...

Continua a leggere su Panorama, 8 luglio 2015 

Toghe sfasciste

La vicenda di Monfalcone, dove la Fincantieri è stata costretta a fermare le attività a seguito del sequestro di alcune aree deciso dalla magistratura, è emblematica del modo in cui in Italia si guarda all'imprenditore. Perché in questa vicenda non abbiamo persone costrette a lavorare contro la loro volontà, attività inquinanti che compromettono l'aria o l'acqua, progetti truffaldini che ledono altri soggetti nei loro diritti. L'iniziativa dei magistrati di Gorizia, che comporterà costi altissimi per la Fincantieri, è connessa al comportamento di imprese subappaltatrici prive di taluni requisiti di legge per gestire gli scarti dei lavori. Si tratta, insomma, di irregolarità non significative e che quindi non dovrebbero giustificare un'azione tanto pesante. E, invece, in questo come in altri casi, ci si trova dinanzi a inchieste che prefigurano rilievi penali. Il che obbliga a fare due distinte considerazioni.

In primo luogo, quando comportamenti come quelli tenuti a Monfalcone vengono considerati «reati» è chiaro che i responsabili si trovano a rischiare pene pesanti. Anche se il principio di proporzionalità è cruciale in ogni ordine di diritto, in troppe circostanze non vi è rapporto tra le irregolarità commesse e le condanne inflitte.   

In secondo luogo la dimensione penalistica è connessa alla crescente politicizzazione della società, dal momento che il penale è parte del diritto pubblico e mira a proteggere i principi basilari della collettività organizzata. Se nel civile ci si cura delle interazioni tra privati, nel penale il focus è sullo Stato, sulla società, sugli interessi generali. E questo aiuta a comprendere come sia in atto un conflitto tra individui che provano a fare impresa, nonostante una legislazione asfissiante e spesso del tutto irrazionale, e un apparato politico-burocratico che in varie circostanze mira soprattutto a tutelare se stesso. Quella che ne discende è una crescente criminalizzazione dell'imprenditore, che da larga parte del mondo politico e intellettuale è considerato un soggetto pericoloso e potenzialmente distruttivo dell'armonia sociale. Per giunta l'ordinamento e la prassi giudiziaria riflettono in buona parte la cultura prevalente, ed è chiaro che agli occhi dei più basta leggere qualche romanzo o vedere alcuni film degli ultimi anni chi fa impresa va guardato con sospetto. Per molti, se qualcuno si arricchisce è chiaro che deve esserci qualcun altro che diventa più povero e viene leso nei suoi diritti.

Per i moralisti che dominano il dibattito pubblico le aziende inquinano, sfruttano, consumano risorse, minacciano il futuro di tutti. Certamente vi sono imprenditori più corretti e altri meno: è una semplice verità che vale per ogni categoria. Al giorno d'oggi sono però in pochi a comprendere che solitamente quanti gestiscono aziende hanno successo se sanno mettersi davvero al servizio degli altri e soddisfarne le attese. Entro un ordine giuridico e in un mercato aperto e competitivo, il capitalista fa soldi se sa incontrare i gusti dei consumatori e dà loro quanto essi desiderano. Nella mentalità prevalente, però, l'imprenditore è uno squalo senza principi morali e il mercato è una giungla feroce, così che solo l'azione di legislatori e giudici può migliorare il quadro d'assieme. Un simile accanimento contro le imprese è poi accompagnato dal trionfo del formalismo: una lettera che uccide lo spirito e ignora la realtà. Taluni giudici e burocrati si pongono dinanzi alle leggi come i fondamentalisti di fronte al Corano o alla Bibbia. E la conseguenza è che le nostre libertà si rattrappiscono sempre di più.

Da Il Giornale, 2 luglio 2015

Trasparenza nella PA: serve un vero Freedom Of Information Act italiano

Vorreste sapere a che punto sono gli investimenti promessi per contrastare la violenza domestica o i piani per gli asili nido del vostro comune? Impossibile, in Italia, a meno che dimostriate di avere un interesse “diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale e` chiesto l’accesso”, richiesto dalla Legge 241/90 vigente in materia. In oltre cento Paesi del mondo, al contrario, ciò è reso possibile dal cosiddetto Freedom Of Information Act (FOIA). Nei prossimi mesi, tuttavia, lo scenario potrebbe mutare, grazie a un emendamento al d.d.l. di delega al Governo per la riforma della pubblica amministrazione votato all’unanimità dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, che dovrebbe costituire il presupposto per l’adozione di un “FOIA italiano”.

Nel nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “Un FOIA per l’Italia” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL, spiega che il FOIA “e` uno degli strumenti più importanti di cui i cittadini di moltissimi Paesi del mondo dispongono per esigere trasparenza dal proprio governo, in quanto obbliga quest’ultimo a rendere pubblico, su richiesta anche non motivata, qualsiasi documento, atto e informazione a sua disposizione, salvo specifiche eccezioni, oltre a garantire il diritto di cronaca e la liberta` di stampa dei giornalisti”. “Negli Stati Uniti, e in tutti gli altri paesi in cui sia presente un documento legislativo equiparabile al FOIA”, prosegue l’autore, “chiunque può richiedere di visionare ed estrarre copia di qualsiasi atto pubblico senza dover fornire alcuna spiegazione. Se l’amministrazione ritiene di dover negare l’accesso, e` quest’ultima a doverne motivare il rigetto. L’onere di provare l’impossibilita` di dare seguito alla richiesta di accesso, pertanto, spetta all’ente pubblico”.

Le recenti misure legislative in materia di trasparenza amministrativa, in conclusione, intervengono solo marginalmente sul nocciolo della questione, che è l’inversione dell’onere di provare la riservatezza dei documenti richiesti. L’adozione di un FOIA in Italia, secondo il modello presentato da un gruppo di associazioni e organizzazioni denominato FOIA4Italy, sarebbe pertanto un passo fondamentale nella direzione di una più piena e responsabile trasparenza della pubblica amministrazione, purché non si concreti in un ulteriore aggravio dell’apparato burocratico.
Il Focus “Un FOIA per l’Italia”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Ora Renzi anticipi la manovra

L’Italia non è la Grecia e non c’è «alcun rischio di contagio». Ci fidiamo del ministro Pier Carlo Padoan.

I saggi però si preparano al peggio anche quando sperano per il meglio.

Oggi le circostanze dovrebbero spingere il governo a fare sfoggio di una prudenza audace. Può rassicurare i mercati e gli italiani non solo a parole. Renzi e Padoan anticipino la Legge di Stabilità: la presentino prima di agosto, mese nel quale il diapason dei mercati finanziari è particolarmente sensibile. Non serve promettere riforme su riforme, meglio dare pochi segnali forti.

L’obiettivo a medio termine dev’essere una riduzione della pressione fiscale, con target chiari di qui a fine legislatura. Altrimenti, il Paese non riparte.

Le ragioni del ritorno alla crescita vanno a braccetto con quelle del rigore. Perché la promessa di abbassare le tasse sia credibile, infatti, servono almeno due impegni concreti.

In primo luogo, è tempo di avviare un piano di dismissioni chiaro e ben definito. Il buon padre di famiglia, se deve sistemare il bilancio di casa, penserà a cedere quei beni che magari ha acquistato, in passato, in qualche momento di esuberanza. Lo Stato italiano, nei momenti di esuberanza, ha notevolmente ampliato la sua presenza nell’economia. E’ vero che in passato (soprattutto, per la verità, nella legislatura del centrosinistra, 1996-2001) abbiamo privatizzato molto. Ma poi abbiamo smesso e nelle scorse settimane s’è sentito parlare addirittura del «rientro» dello Stato, come azionista, in imprese quotate.

Leggi il resto su La Stampa, 30 giugno 2015
Twitter: @amingardi

Servono 55 anni per raggiungere l`Europa

Raggiungere l`Europa è sempre un miraggio: le riforme del governo Renzi per ora non hanno lasciato segni rimarcabili nei parametri che contano quando si fa il check up alla salute finanziaria ed economica del Paese. Di questo passo, per centrare l`obiettivo, servirebbero 55 anni. Una mezza vita, insomma.

Il verdetto del Superindice economico creato dall`Istituto Bruno Leoni che monitora la distanza tra l`Italia e la media dei Paesi euro non offre risultati consolanti all`epoca del suo nuovo aggiornamento, fatto con i dati pubblicati il 5 maggio dalla Commissione europea affari economici e finanziari.

«Nonostante le note di crescente ottimismo che hanno accompagnato la definizione delle` strategie e l`approvazione del bilancio per il quinquennio 2015-2019, l`impatto dello sforzo riformatore è pressoché impercettibile», spiega l`economista Nicola Rossi, che firma insieme a Paolo Belardinelli, di Ibl, questa sorta di termometro che consente di fare paragoni anche con la situazione di altri Paesi.

L`avvicinamento dell`Italia alla media dell`eurozona c`è, ma è trascurabile (passa da -0,0166 a -0,0179), mentre se si considera la distanza rispetto al gruppo più ampio dei 28 Paesi dell`Unione si nota addirittura un peggioramento.

Che cosa è successo? O meglio che cosa non è successo? Secondo Rossi è possibile che l`entrata in circolo delle riforme abbia bisogno di tempi tecnici di attuazione e che quindi l`impatto di quanto è stato fatto finora sia visibile e rilevabile solo fra qualche tempo. Ma esiste anche la possibilità che l`agenda delle riforme non sia efficace, dice ancora l`economista. Per esempio, evitando di affrontare in prima battuta tutti i nodi legati al tema della Pubblica amministrazione, che invece sono finiti in fondo alla lista.

Alzando lo sguardo su altri Paesi per vedere quanto dista la casa d`altri dalla comune media europea, si vede un peggioramento della Spagna, mentre il Portogallo conferma il ritmo dì marcia positivo già visibile. Prendendo invece due Stati che sono lungo un cammino di allontanamento e non di avvicinamento dalla media macro dell`euro, Rossi fa notare che la Grecia, al centro di una trattativa estenuante per uscire dal nuovo stallo, mostra in realtà «un`apprezzabile riduzione della divergenza». E lo stesso si può dire (anche se ì numeri sono meno evidenti) della Fran- cia. Trovare Parigi nella lista dei «divergenti» può suonare strano: eppure è così. E il destino di questo Paese è certamente più cruciale per tutta l`area.

Ma come viene costruito il Superindice? Nell`indicatore troviamo il tasso di crescita del Pil in termini reali, il tasso di disoccupazione e tre indicatori dello stato delle finanze pubbliche a cui fanno sempre riferimento le regole fiscali europee: il rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo e il rapporto tra debito e Pil, oltre al rapporto tra la bilancia dei conti correnti e il Pii Un paniere di numeri e un meccanismo non difficile da capire anche per i non addetti ai lavori quando si guardano i grafici: se l`Italia fosse la fotocopia della media dell`Unione o dell`euro il valore del Superindice sarebbe zero.

Dal Corriere della sera, 29 giugno 2015

Dai luddisti ai No-Uber, perché l`innovazione è un campo di battaglia

Nessuno sa con certezza se Ned Ludd fosse una persona reale o soltanto il prodotto di una leggenda. Ma sta di fatto che in suo nome, duecento anni fa, in Inghilterra, i framework knitters, ossia i lavoratori di calze e maglie al telaio, organizzarono la prima insurrezione violenta contro le macchine della storia dell`umanità, conosciuta appunto come la rivolta luddista. "Ned Ludd ci ordina di farlo!", gridavano nel 1811 i framework knitters, mentre distruggevano i telai di Nottingham e delle altre città della contea di Sherwood.

Oggi, se si dà uno sguardo a ciò che sta accadendo soprattutto in Francia e in Italia tra i tassisti e Uber, sembra di assistere a una nuova rivolta luddista, con i tassisti al posto degli operai tessili dell`Inghilterra durante la Rivoluzione industriale, e Uber nel ruolo dell`alieno, del macchinario distruttivo, del mostro freddo che ruba il lavoro.

Tuttavia, come spiega al Foglio Alberto Mingardi, direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni, l`analogia tra le due sedizioni è meno evidente di quanto possa sembrare. "Il luddismo era un fenomeno localizzato, che non ha mai attecchito a livello nazionale, e vi era la percezione che ci fosse una sostituzione tra macchine e lavoro umano. Nella vicenda di Uber non c`è sostituzione tra macchine e lavoro umano. C`è l`apertura della concorrenza a un numero più ampio di lavoratori", dice Mingardi. "Più che con il luddismo, l`analogia è con il sistema degli apprendistati in quell`epoca. Una delle grandi innovazioni che si hanno all`inizio del Diciannovesimo secolo è la progressiva apertura del sistema dell`apprendistato a un numero maggiore di apprendisti, quindi la creazione di più concorrenza per una serie di mansioni, operai specializzati sostanzialmente. Ed è quello che abbiamo con Uber. Il tassista non ce l`ha con l`app, e neppure con il telefono cellulare, tant`è che poi gli stessi tassisti, pur con un po` di ritardo, sviluppano delle applicazioni per gli smartphone. Ciò che non piace al tassista, e questo è comprensibile, è che ci siano più persone che possano fargli concorrenza nella fornitura dello stesso servizio".

Il lato comprensibile della ribellione, e qui funziona ancora l`analogia con le vecchie corporazioni, sottolinea Mingardi, è che al tassista era stato promesso che questa apertura non sarebbe avvenuta. "Il tassista ha pagato fior di quattrini per una licenza di taxi sulla base di quest`idea: io compro questa cosa a tanto perché so che tu, governo locale, mi garantirai che nessuno verrà a farmi concorrenza e che saranno praticati solo determinati prezzi che decidi tu, ma sui quali io e la corporazione di cui faccio parte abbiamo un minimo d`influenza. Se il patto salta è normale che ci sia una rivolta".

Su questi ultimi due punti le posizioni del direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni e del filosofo Massimo Cacciari collimano. Non c`è tecnofobia, rifiuto dell`innovazione tecnologica, smania di spaccare simbolicamente o realmente lo smartphone, anche perché gli stessi tassisti ne fanno uso quotidiano e traggono beneficio da altre tecnologie. C`è una rivolta scatenata da un grande tradimento, da un patto tra tassisti e legislatore che è venuto meno: "I tassisti non vogliono avere concorrenza, punto. Non gliene importa niente dell`aspetto tecnico. Lavorano con gli stessi strumenti dei loro concorrenti. Si tratta di una protesta contro l`aumento di quelli che fanno i tassisti. I tassisti vogliono semplicemente essere di meno, perché così lavorano di più", dice Cacciari al Foglio. "Queste forme di protesta sono in gran parte legittime, perché non è che sí può liberalizzare dalla mattina alla sera senza tener conto dei diritti pregressi. Se il tassista paga duecento, trecentomila euro una licenza, non si può stabilire di punto in bianco che questo sacrificio è stato completamente vano. Bisogna pensare a delle forme di compensazione, ogni innovazione deve essere regolata, governata, non può avvenire così a caso come avviene da noi. Esiste una politica, e i primi grandi economisti classici lo sapevano benissimo, proprio per cercare di regolare, di governare, questi processi che in sé sarebbero semianarchici, perché la semplice logica dell`innovazione tecnicoeconomica non riesce a intervenire sugli effetti sociali, umani, psicologici della rivoluzione permanente del capitalismo. Il nostro cervello non è stato creato dalla tecnica, non si adatta automaticamente all`innovazione tecnica. C`è bisogno di una politica, non per contraddire l`innovazione e il carattere rivoluzionario del capitalismo e del mercato, bensì per cercare di governarlo, di non renderlo traumatico per l`essere umano".

Sulla necessità di governare le innovazioni tecnologiche, Mingardi è di tutt`altro parere: "Le innovazioni arrivano precisamente o nel vuoto della politica o nella sua grande opposizione. La politica rappresenta interessi che sono già consolidati. Al detentore del potere viene chiesto che questi siano tutelati. In questo la storia di Uber è esemplare. Uber ha messo assieme intelligentemente delle innovazioni che ci sono già state. Ha unito l`innovazione distruttiva dello smartphone e l`integrazione del Gps al telefono cellulare, creando un`applicazione che da una parte è a disposizione delle persone che desiderano avere trasporto, e dall`altra, e questo è il dato estremamente rilevante, a tutta una serie di persone che sarebbero disponibili a fornire un passaggio a pagamento. A differenza dei tassisti, gli autisti di UberPop rappresentano però un gruppo disorganizzato e non si presentano quindi al decisore politico come un pacchetto di voti scambiabile. E` come se non esistessero, insomma. Un`interpretazione alta del ruolo del politico dovrebbe portare a smarcarsi dalle questioni simboliche, dai pacchetti di voti già esistenti, trovando invece soluzioni ai problemi pratici, per esempio come bilanciare la perdita del valore della licenza provocata dall`arrivo di Uber. Ma al politico nel senso comune del termine queste cose non interessano, gli interessa il bacino elettorale".

Da Il Foglio, 27 giugno 2015

Basta scorciatoie: tagliare lo Stato

La serie di sentenze che negli ultimi mesi hanno dichiarato l’illegittimità di maggiori entrate  - Robin Tax - e minori spese - blocco degli stipendi pubblici e tetto alle pensioni - segnala come in passato si sia intervenuti in modo avventato e superficiale sul problema principale dell’Italia: la spesa pubblica. Una spesa che va ridotta non solo e non tanto in omaggio al Fiscal Compact ma, ancor prima, per una questione di responsabilità dello Stato verso i suoi contribuenti, attuali e futuri.

La giurisprudenza costituzionale e il ruolo della Corte non sono mai stati tanto invadenti rispetto alle decisioni di bilancio pubblico. La stessa scelta, in due dei tre casi menzionati, di dichiarare l’incostituzionalità sopravvenuta (come se il carattere di incostituzionalità possa essere una caratteristica recente, maturata col tempo)  è politica. Si pone alla stregua di una scelta abrogativa discrezionale. Sembra che sia venuto meno il compito originario della Corte, la funzione di annullare le norme in quanto affette da un vizio originario di illegittimità.

Dovremmo però chiederci se questa Corte che si intromette con metodi poco ortodossi e temerari non rappresenti altro che le terga di uno struzzo con la testa sotto la sabbia. 

La situazione finanziaria italiana è chiara da tempo. Come ha detto pochi giorni fa la Corte dei conti, il livello di pressione fiscale è intollerabile. Inventare nuove tasse per i “ricchi”, o per le imprese “ricche” come nel caso della Robin Tax, è un modo di pestare l’acqua col mortaio populista. Lo stesso suggerimento della Corte dei conti di differenziare le tariffe per i servizi pubblici a seconda della capacità contributiva è fortemente criticabile, dal momento che contraddice il concetto stesso di tariffa. Più di così, con le clausole di salvaguardia che rischiano seriamente di scattare a breve, non possiamo davvero pagare. D’altro canto, ridurre la spesa pubblica cercando di tagliare i costi necessari per l’adempimento delle funzioni senza che siano queste ad essere ridotte rischia di portare a decisioni inique, scelte arbitrarie e tagli che retrospettivamente mettono in discussione posizioni acquisite. Un invito a ricorrere alla Corte costituzionale.

Se qualcosa di costruttivo dobbiamo ricavare dalla dichiarazione di incostituzionalità del taglio delle pensioni più alte o del blocco temporaneo della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico è proprio questo. Chi governa può nascondere la testa sotto la sabbia, ma arriva il momento in cui si rende evidente che il problema della spesa pubblica non è il problema di fare economia sulle funzioni correnti, ma di ridurle. 

E’ ingiusto quanto si vuole, un passato politico che ha odiosamente creato una situazione di iniquità intergenerazionale. Ma cercare di raddrizzarlo guardando indietro, magari con livore, alle pensioni o ai contratti maturati è solo un modo di ritardare la presa di consapevolezza che è al futuro che i governi e i contribuenti devono mirare, chiedendosi cosa vogliono che lo Stato faccia e quali funzioni sia possibile dismettere, e con ciò ridurre la spesa pubblica.

Il fisco ci spia in banca

Quando si è saputo che le banche dovranno comunicare dal 30 giugno la giacenza media dei nostri conti correnti all`Anagrafe tributaria, l`Agenzia delle entrate si è affrettata a fugare le preoccupazioni dovute all`ennesima incursione nella nostra privacy: niente paura, hanno spiegato i suoi funzionari, si tratta anzitutto di un modo per contrastare la falsificazione dell`Isee, l`indicatore della situazione economica familiare in base al quale si ottiene il diritto alle prestazioni sociali agevolate (tasse universitarie ridotte, mense scolastiche gratuite, sconti sulle bollette e così via). La maggior parte degli osservatori si è accontentata di questo chiarimento, ma non sembra che le cose stiano proprio così.

La fine della protezione sulla giacenza media dei nostri conti correnti deriva da un articolo dell`ultima legge di Stabilità che integra, con una formulazione non proprio univoca, il famoso decreto Salva Italia del governo Monti (dicembre 2011) proprio nell`articolo dove c`è scritto che le informazioni sono utilizzate per elaborare «specifiche liste di contribuenti a maggior rischio di evasione». Insomma, ammesso pure che sia utile per contrastare gli abusi nelle prestazioni agevolate (cosa su cui è lecito qualche dubbio, come vedremo), per il resto la novità è esattamente quella che sembra: una nuova e più potente arma da usare nella caccia agli evasori, naturalmente scrutando liberamente anche nei conti di chi non ha mai evaso neppure un euro.

L`unica consolazione, se tale si può definire, è che il contribuente italiano non può più ricevere altre cattive notizie in fatto di privacy economica. Negli ultimi anni l`Amministrazione ha ottenuto il diritto di conoscere i saldi annuali dei conti, la somma dei movimenti finanziari, le spese personali e naturalmente i nostri redditi, utilizzati costantemente per individuare eventuali anomalie. Che cos`altro resta da scoprire? Nulla. Siamo ormai completamente nudi di fronte alla lente di ingrandimento del Fisco, anche se la maggior parte degli italiani non sembra rendersene ben conto.

«Gridiamo al Grande Fratello per i cookies con cui i siti internet acquisiscono informazioni sui nostri gusti a fini commerciali» osserva l`avvocato Serena Sileoni, vicedirettore dell`Istituto Bruno Leoni (Ibl) «e poi accettiamo senza fiatare che un funzionario pubblico venga a sapere quanto abbiamo sul conto o quanto spendiamo ogni mese. E assurdo». Proprio il caso della giacenza media dei conti è emblematico di questo strabismo. Per corroborare la necessità di un controllo sui presunti «furbetti del`Isee» si è subito diffusa la notizia che da quando la comunicazione della giacenza media è stata resa obbligatoria, a gennaio, le domande di prestazioni agevolate sarebbero crollate improvvisamente del 20 per cento. E già qui sarebbe logica una domanda: ma se per l`Isee la giacenza media dei conti è già obbligatoria (i diretti interessati devono farsela dare dalla banca per poi girarla all`Inps), a che pro acquisire anche quella di tutti gli altri contribuenti? Che cosa significa, poi, che il dato della giacenza media serve «anzitutto» alla verifica dei dati Isee? Sarà usato per stilare liste di contribuenti a rischio di evasione fiscale oppure no? Su questo manca una parola chiara e c'è da scommettere che non arriverà tanto facilmente: ancora non si sa, né si comprende, in cosa consista l`«analisi del rischio evasione» prevista dalla legge di Stabilità.

«La verità» prosegue Sileoni «è che un fenomeno di cessione dei diritti dei cittadini come quello in corso meriterebbe un grande dibattito pubblico. Ma non ce ne sono neppure le avvisaglie». Il processo è iniziato negli anni Settanta del secolo scorso, con il decreto presidenziale che ha istituito l`Anagrafe tributaria, ma molte delle sue prescrizioni sono rimaste per decenni sulla carta. L`escalation vera e propria è partita nel 2007, con l`inaugurazione dell`Archivio dei rapporti finanziari e con l`utilizzo sistematico delle nuove tecnologie della comunicazione a fini di indagine fiscale, associato sempre più allo strapotere dell`Agenzia delle entrate nei confronti dei cittadini.

Attenzione: qui non si parla solo, e neppure principalmente, del rischio che un dipendente infedele dell`Amministrazione possa divulgare informazioni che ci riguardano (sebbene qualcosa del genere sia accaduto a personaggi pubblici in passato). «La cessione di privacy in corso» osserva Vittorio Carlomagno, presidente dell`associazione Contribuenti.it, in prima linea contro l`invadenza del Fisco «può avere conseguenze economiche di rilievo per chiunque, visto il modo in cui l`Amministrazione usa le informazioni». Sotto accusa è l`accanimento con cui si cerca di ottenere gettito a tutti i costi, non disdegnando neppure lo strumento degli incentivi economici ai dipendenti. «In Italia» prosegue Carlomagno «oltre il 90 delle indagini si conclude con una sanzione. Un dato che non ha riscontro in quasi nessun altro Paese al mondo».

Un esempio dei rischi a cui ci espone l`onniveggenza del fisco lo fornisce l`avvocato tributarista Manuel Seri, che nel 2012 ha scritto un capitolo nel libro Sudditi curato dall`economista Nicola Rossi: intitolato II Grande Fratello, non è un reality. «Non molti lo sanno» spiega «ma c`è una norma secondo cui i prelievi che il contribuente imprenditore non sa giustificare sono tassabili. Sono considerati reddito aggiuntivo, sul presupposto che siano serviti per acquistare in nero beni di tipo professionale». La stessa regola, del tutto irragionevolmente, è stata in vigore per anni anche per i professionisti, che per definizione non vendono beni ma servizi, e solo a ottobre 2014 una-sentenza della Corte costituzionale ha rimesso le cose a posto. Vista da questa angolatura l`idea che l`Agenzia delle entrate conosca esattamente tutte i movimenti dei nostri conti fa venire i brividi. È l`inversione dell`onere della prova, con la trasformazione di tutti i contribuenti in sospetti evasori, a rendere davvero esplosiva la violazione della privacy.

Da Panorama, 25 giugno 2015

Non sarà una vittoria per tutti

Tutto bene quel che sta finendo bene? La speranza di un accordo in extremis con la Grecia ha strappato un sospiro di sollievo alle Borse. Ci sono almeno due buone ragioni per essere contenti.

In primo luogo, un default e un cambio di valuta avrebbero, nel breve, l`effetto di uno tsunami per la popolazione greca.

In seconda battuta, la «Grexit» ci porterebbe in acque inesplorate. L`Unione Europea è un club dove ci sono regole per tutto, tranne che per uscirne. L`assenza di procedure nutre l`incertezza, che a sua volta atterrisce i leader politici, nessuno dei quali vuole legare il suo nome a un disastro epocale.

Tuttavia l`esperienza insegna che a un sollievo a breve termine può seguire un peggioramento della malattia.

Il patto che il governo Tsipras siglerà con Bruxelles si basa sulla promessa di risanare il bilancio inasprendo la pressione fiscale. Delle misure di consolidamento proposte, il 93% passa per aumenti dí tasse e contributi, il 7% per tagli di spesa. L`Unione Europea guarda ai saldi e pertanto non ha nulla da eccepire. Ma è difficile che lo strangolamento fiscale della Grecia possa servirle a tornare a crescere. Tsipras e Varoufakis hanno in antipatia i tagli di spesa, per rispettabili ragioni ideologiche. Però aumentando l`Iva, inventandosi nuove tasse sui beni di lusso, tassando ulteriormente i profitti d`impresa è improbabile che il Pil faccia altro che contrarsi. Se i greci hanno problemi a pagare i loro debiti oggi, figurarsi cosa accadrà quando saranno ancora più poveri. Quindi, se le cose restano come stanno ora, il problema non è risolto: al massimo è rimandato.

C`è di peggio. Immaginiamo che si arrivi a un accordo. Quale lezione ne trarrebbero, classi dirigenti ed elettori degli altri Paesi? Molto probabilmente, penserebbero che il ricatto greco ha funzionato.

Ciò è vero per i politici: se a Tsipras è concesso di avere come obiettivo l`1% di avanzo primario (cioè di avere entrate maggiori delle uscite, al netto degli interessi, per l`1% del Pil), perché Renzi dovrebbe impe- gnarsi a fare il 3%? Perché dovrebbe essere preclusa ad altri governi la possibilità di costruire un po` di consenso con aumenti di spesa?

Ancor più, però, saranno gli elettori a rifiutare ogni logica dí lungo periodo. La credibilità dei governi dí quei Paesi che hanno fatto riforme impopolari andrà in fumo. E` improbabile che gli spagnoli possano farsi tanti scrupoli a votare per Podemos, o i portoghesi a svoltare a sinistra. A che pro accettare i sacrifici, quando vince chi urla di più?

Eppure neanche quello di una vittoria del fronte anti-austerità è uno scenario stabile. Nel momento in cui l`orientamento diventa «salvare tutti», l`incentivo a fare le riforme diminuisce. Ma chi prende l`obolo del re canta la canzone del re. E` improbabile si possa andare avanti senza un «coordinamento» centralizzato della politica fiscale. L`Ue non potrebbe più limitarsi a guardare ai saldi: dovrebbe anche decidere a che età si va in pensione e quali farmaci passa la mutua e quali no. Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottiglierebbero enormemente. Con tutta probabilità, per reazione i movimenti populisti si irrobustirebbero ancora di più.

Aspettiamoci molti festeggiamenti e poche certezze. L`accordo sulla Grecia sarà una vittoria di tutti. Una vittoria di Tsipras e di Juncker, di quelli che vogliono mani libere per spendere e di quelli che vogliono più Europa. C`è evidentemente qualcosa che non va.

Da La Stampa, 24 giugno 2015
Twìtter@amingardi

Tornare a crescere: basta volerlo

Si avverte come sempre più urgente la necessità che la nostra economia torni a crescere. Nonostante le numerose previsioni ottimistiche, le promesse e i diversi tentativi da parte dei politici che si sono succeduti in questi anni di crisi, nel nostro paese non è ancora riuscito a riaffermarsi un trend di crescita economica significativa e, meno che mai, duratura.

Nel documento “Tornare a crescere: basta volerlo” (PDF), redatto congiuntamente dall’Istituto Bruno Leoni e da Prioritalia, si ripercorrono le decisioni politiche degli ultimi Governi in merito alla gestione delle risorse pubbliche, mostrando come in virtù di queste decisioni sia ben poco sorprendente che il nostro Paese abbia continuato a rimanere in questa dannosa stagnazione. “Ci si è limitati a una gestione difensiva del declino, con politiche che sicuramente non sono state adeguate a consentire una reazione efficace contro la crisi. Piuttosto che a contrastarla, si ha l’impressione che esse abbiano contribuito a perpetuarla.” Non è aumentando ancora le tasse e portando avanti una revisione della spesa sempre e solo di facciata che possono liberarsi le forze produttive del nostro Paese, già soffocate da una stretta morsa fiscale.

Sulla base di questa analisi vengono avanzate alcune proposte per uscire dall’impasse, sulla base di una convinzione: “per tornare a crescere bisogna liberare e valorizzare le forze vive di questo Paese... Non si tratta di un libro dei sogni, ma di mettere mano a una serie di interventi radicali per tanto tempo al centro del dibattito pubblico, economico, politico e istituzionale, e pure mai veramente attuati”. Liberalizzazioni, privatizzazioni e revisione della spesa sono i canali percorribili fin da subito e attraverso cui poter rimuovere il principale ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo della crescita: la pressione fiscale. 

Ciò che è necessario per tornare a crescere è chiaro: basta avere la volontà politica di farlo. Questo è quanto emerge dal documento “Tornare a crescere: basta volerlo”, liberamente disponibile qui (PDF).

Dai luddisti ai No-Uber, perché l`innovazione è un campo di battaglia

Nessuno sa con certezza se Ned Ludd fosse una persona reale o soltanto il prodotto di una leggenda. Ma sta di fatto che in suo nome, duecento anni fa, in Inghilterra, i framework knitters, ossia i lavoratori di calze e maglie al telaio, organizzarono la prima insurrezione violenta contro le macchine della storia dell`umanità, conosciuta appunto come la rivolta luddista. "Ned Ludd ci ordina di farlo!", gridavano nel 1811 i framework knitters, mentre distruggevano i telai di Nottingham e delle altre città della contea di Sherwood.

Oggi, se si dà uno sguardo a ciò che sta accadendo soprattutto in Francia e in Italia tra i tassisti e Uber, sembra di assistere a una nuova rivolta luddista, con i tassisti al posto degli operai tessili dell`Inghilterra durante la Rivoluzione industriale, e Uber nel ruolo dell`alieno, del macchinario distruttivo, del mostro freddo che ruba il lavoro.

Tuttavia, come spiega al Foglio Alberto Mingardi, direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni, l`analogia tra le due sedizioni è meno evidente di quanto possa sembrare. "Il luddismo era un fenomeno localizzato, che non ha mai attecchito a livello nazionale, e vi era la percezione che ci fosse una sostituzione tra macchine e lavoro umano. Nella vicenda di Uber non c`è sostituzione tra macchine e lavoro umano. C`è l`apertura della concorrenza a un numero più ampio di lavoratori", dice Mingardi. "Più che con il luddismo, l`analogia è con il sistema degli apprendistati in quell`epoca. Una delle grandi innovazioni che si hanno all`inizio del Diciannovesimo secolo è la progressiva apertura del sistema dell`apprendistato a un numero maggiore di apprendisti, quindi la creazione di più concorrenza per una serie di mansioni, operai specializzati sostanzialmente. Ed è quello che abbiamo con Uber. Il tassista non ce l`ha con l`app, e neppure con il telefono cellulare, tant`è che poi gli stessi tassisti, pur con un po` di ritardo, sviluppano delle applicazioni per gli smartphone. Ciò che non piace al tassista, e questo è comprensibile, è che ci siano più persone che possano fargli concorrenza nella fornitura dello stesso servizio".

Il lato comprensibile della ribellione, e qui funziona ancora l`analogia con le vecchie corporazioni, sottolinea Mingardi, è che al tassista era stato promesso che questa apertura non sarebbe avvenuta. "Il tassista ha pagato fior di quattrini per una licenza di taxi sulla base di quest`idea: io compro questa cosa a tanto perché so che tu, governo locale, mi garantirai che nessuno verrà a farmi concorrenza e che saranno praticati solo determinati prezzi che decidi tu, ma sui quali io e la corporazione di cui faccio parte abbiamo un minimo d`influenza. Se il patto salta è normale che ci sia una rivolta".

Su questi ultimi due punti le posizioni del direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni e del filosofo Massimo Cacciari collimano. Non c`è tecnofobia, rifiuto dell`innovazione tecnologica, smania di spaccare simbolicamente o realmente lo smartphone, anche perché gli stessi tassisti ne fanno uso quotidiano e traggono beneficio da altre tecnologie. C`è una rivolta scatenata da un grande tradimento, da un patto tra tassisti e legislatore che è venuto meno: "I tassisti non vogliono avere concorrenza, punto. Non gliene importa niente dell`aspetto tecnico. Lavorano con gli stessi strumenti dei loro concorrenti. Si tratta di una protesta contro l`aumento di quelli che fanno i tassisti. I tassisti vogliono semplicemente essere di meno, perché così lavorano di più", dice Cacciari al Foglio. "Queste forme di protesta sono in gran parte legittime, perché non è che sí può liberalizzare dalla mattina alla sera senza tener conto dei diritti pregressi. Se il tassista paga duecento, trecentomila euro una licenza, non si può stabilire di punto in bianco che questo sacrificio è stato completamente vano. Bisogna pensare a delle forme di compensazione, ogni innovazione deve essere regolata, governata, non può avvenire così a caso come avviene da noi. Esiste una politica, e i primi grandi economisti classici lo sapevano benissimo, proprio per cercare di regolare, di governare, questi processi che in sé sarebbero semianarchici, perché la semplice logica dell`innovazione tecnicoeconomica non riesce a intervenire sugli effetti sociali, umani, psicologici della rivoluzione permanente del capitalismo. Il nostro cervello non è stato creato dalla tecnica, non si adatta automaticamente all`innovazione tecnica. C`è bisogno di una politica, non per contraddire l`innovazione e il carattere rivoluzionario del capitalismo e del mercato, bensì per cercare di governarlo, di non renderlo traumatico per l`essere umano".

Sulla necessità di governare le innovazioni tecnologiche, Mingardi è di tutt`altro parere: "Le innovazioni arrivano precisamente o nel vuoto della politica o nella sua grande opposizione. La politica rappresenta interessi che sono già consolidati. Al detentore del potere viene chiesto che questi siano tutelati. In questo la storia di Uber è esemplare. Uber ha messo assieme intelligentemente delle innovazioni che ci sono già state. Ha unito l`innovazione distruttiva dello smartphone e l`integrazione del Gps al telefono cellulare, creando un`applicazione che da una parte è a disposizione delle persone che desiderano avere trasporto, e dall`altra, e questo è il dato estremamente rilevante, a tutta una serie di persone che sarebbero disponibili a fornire un passaggio a pagamento. A differenza dei tassisti, gli autisti di UberPop rappresentano però un gruppo disorganizzato e non si presentano quindi al decisore politico come un pacchetto di voti scambiabile. E` come se non esistessero, insomma. Un`interpretazione alta del ruolo del politico dovrebbe portare a smarcarsi dalle questioni simboliche, dai pacchetti di voti già esistenti, trovando invece soluzioni ai problemi pratici, per esempio come bilanciare la perdita del valore della licenza provocata dall`arrivo di Uber. Ma al politico nel senso comune del termine queste cose non interessano, gli interessa il bacino elettorale".

Da Il Foglio, 27 giugno 2015

UberPop, monopoli e interessi dei cittadini

In Italia il documento inviato al Parlamento e al Governo da parte dell’Autorità dei Trasporti ha rimesso sui binari corretti la questione UberPop, dopo il “700” del Tribunale di Milano, l’ordinanza che, rispondendo a una richiesta di un gruppo di tassisti, ne aveva bloccato l’attività. Ricordo che UberBlack è il servizio di limousine “nere” degli Ncc (noleggio con conducente), mentre UberPop è il servizio (ieri al centro di scontri tra i tassisti e la polizia in Francia) che consente a chiunque di utilizzare la propria auto per lavorare come autista quando crede.

E Uber, che non è ancora in Borsa, ha finora raccolto finanziamenti per io miliardi di dollari, più di d Google e Facebook prima della quotazione; gli ultimi aumenti di capitale dànno una valutazione implicita di 5o miliardi. In 3u città, in 58 paesi, per centinaia di migliaia di “autisti-partner”, UberPop è l’occasione di usare la propria autovettura per lavorare part-time. Per milioni e milioni di utenti è sovente meno costoso e più comodo del taxi tradizionale, in certi casi una buona alternativa a usare la propria macchina. Forse proprio perché è un successo strepitoso, Uber è anche oggetto di attacchi (oltre che di imitazioni, Lyft and Sidecar). I taxi sono da tempo all’origine di rumorose proteste: prima di quelle per Uber ci sono state quelle per l’agenda Giavazzi, per le lenzuolate Bersani, per i compromessi di Rutelli e colleghi sindaci. Cos’ha di speciale il trasporto individuale con auto? Un servizio taxi per esistere doveva essere regolamentato: le vetture devono essere riconoscibili, reperibili in appositi spazi pubblici, il costo della prestazione determinato e non lasciato alla negoziazione volta per volta. Qualcuno (di solito l’autorità locale) doveva stabilire qualità e quantità offerte: così, in sostanza, il servizio taxi tradizionale funziona come un’economia pianificata.

Ma anche nelle economie pianificate il mercato riesce sempre a ritagliarsi un piccolo spazio. Qui è il mercato secondario delle licenze che assegna un valore alla rendita del monopolio privato: le centinaia di migliaia di euro che si pagano per una licenza, sono il maggior valore che viene attribuito allo sfruttamento del privato monopolio. È questo valore che i tassisti difendono, all’epoca di Bersani bloccandole città, all’epoca di Uber andando in tribunale.

Queste le origini. Ma ora? È ancora necessario che il trasporto individuale urbano sia fornito in esclusiva da un reliquato dell’economia di piano? L’origine delle proteste non sarà proprio in questa contraddizione, tra pianificazione del servizio e regole funzionanti normalmente nel mondo in cui viene offerto? Reperibilità: oggi con lo smartphone lo siamo tutti costantemente, con Uber è il tassista che ti cerca. Riconoscibilità: con Facebook facciamo di tutto per esserlo…

Leggi il resto su Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2015

Non sarà una vittoria per tutti

Tutto bene quel che sta finendo bene? La speranza di un accordo in extremis con la Grecia ha strappato un sospiro di sollievo alle Borse. Ci sono almeno due buone ragioni per essere contenti.

In primo luogo, un default e un cambio di valuta avrebbero, nel breve, l`effetto di uno tsunami per la popolazione greca.

In seconda battuta, la «Grexit» ci porterebbe in acque inesplorate. L`Unione Europea è un club dove ci sono regole per tutto, tranne che per uscirne. L`assenza di procedure nutre l`incertezza, che a sua volta atterrisce i leader politici, nessuno dei quali vuole legare il suo nome a un disastro epocale.

Tuttavia l`esperienza insegna che a un sollievo a breve termine può seguire un peggioramento della malattia.

Il patto che il governo Tsipras siglerà con Bruxelles si basa sulla promessa di risanare il bilancio inasprendo la pressione fiscale. Delle misure di consolidamento proposte, il 93% passa per aumenti dí tasse e contributi, il 7% per tagli di spesa. L`Unione Europea guarda ai saldi e pertanto non ha nulla da eccepire. Ma è difficile che lo strangolamento fiscale della Grecia possa servirle a tornare a crescere. Tsipras e Varoufakis hanno in antipatia i tagli di spesa, per rispettabili ragioni ideologiche. Però aumentando l`Iva, inventandosi nuove tasse sui beni di lusso, tassando ulteriormente i profitti d`impresa è improbabile che il Pil faccia altro che contrarsi. Se i greci hanno problemi a pagare i loro debiti oggi, figurarsi cosa accadrà quando saranno ancora più poveri. Quindi, se le cose restano come stanno ora, il problema non è risolto: al massimo è rimandato.

C`è di peggio. Immaginiamo che si arrivi a un accordo. Quale lezione ne trarrebbero, classi dirigenti ed elettori degli altri Paesi? Molto probabilmente, penserebbero che il ricatto greco ha funzionato.

Ciò è vero per i politici: se a Tsipras è concesso di avere come obiettivo l`1% di avanzo primario (cioè di avere entrate maggiori delle uscite, al netto degli interessi, per l`1% del Pil), perché Renzi dovrebbe impe- gnarsi a fare il 3%? Perché dovrebbe essere preclusa ad altri governi la possibilità di costruire un po` di consenso con aumenti di spesa?

Ancor più, però, saranno gli elettori a rifiutare ogni logica dí lungo periodo. La credibilità dei governi dí quei Paesi che hanno fatto riforme impopolari andrà in fumo. E` improbabile che gli spagnoli possano farsi tanti scrupoli a votare per Podemos, o i portoghesi a svoltare a sinistra. A che pro accettare i sacrifici, quando vince chi urla di più?

Eppure neanche quello di una vittoria del fronte anti-austerità è uno scenario stabile. Nel momento in cui l`orientamento diventa «salvare tutti», l`incentivo a fare le riforme diminuisce. Ma chi prende l`obolo del re canta la canzone del re. E` improbabile si possa andare avanti senza un «coordinamento» centralizzato della politica fiscale. L`Ue non potrebbe più limitarsi a guardare ai saldi: dovrebbe anche decidere a che età si va in pensione e quali farmaci passa la mutua e quali no. Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottiglierebbero enormemente. Con tutta probabilità, per reazione i movimenti populisti si irrobustirebbero ancora di più.

Aspettiamoci molti festeggiamenti e poche certezze. L`accordo sulla Grecia sarà una vittoria di tutti. Una vittoria di Tsipras e di Juncker, di quelli che vogliono mani libere per spendere e di quelli che vogliono più Europa. C`è evidentemente qualcosa che non va.

Da La Stampa, 24 giugno 2015
Twìtter@amingardi

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

«Sbagliato rinunciare al benessere» L`economista difende lo sviluppo

È possibile la decrescita in alcune parti del mondo per creare risorse perché altre possano crescere in modo sano? Serena Sileoni, 34 anni, numero due dell`Istituto Bruno Leoni, tenta un distinguo sull`enciclica `Laudato sì`: «Il Papa si rivolge alle anime. Ma io dubito che le persone vogliano tornare indietro rispetto agli standard di vita ai quali si sono abituati. Certo se c`è la forza della fede...».

Consentirebbe il miglioramento della vita nelle aree più povere?
«Io ne dubito. Lo stile di vita è dovuto all`intelletto e alla capacità creativa delle persone. Ma ha ostacolato lo sviluppo delle altre zone del pianeta?»

Ci sono dati diversi?
«La Banca Mondiale ci dice che la percentuale di popolazione del pianeta che vive in condizioni di povertà estrema, meno di 1,25 dollari al giorno, dal 36,4 per cento del 1990 è crollata al 14,5 per cento del 2011, un miliardo di persone in meno».

Il Pontefice è critico anche sul diffondersi dei cereali transgenici.
«Nelle parti più tecniche è chiaro che quella dell`enciclica è una delle visioni possibili. Nello stesso documento si legge che è un tema complesso e che hanno contribuito a risolvere problemi in alcune parti del mondo. Però, sostenendo il principio di precauzione, si prende posizione, perché non c`è ancora alcuna dimostrazione del fatto che provochino danni. Sull`agricoltura nelle zone più povere del mondo c`è anche un`altra considerazione da fare».

Quale?
«Per esempio senza ricorrere ai pesticidi potrebbero produrre molto di più sostituendo il bue con il trattore. Poi c`è la questione dello spreco alimentare».

Ha statistiche?
«Secondo la Fao nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone. La popolazione del pianeta è di 7 miliardi di individui e 842 milioni soffrono la fame. Se una famiglia non ha il frigorifero, deve consumare tutta la sua produzione
giornaliera di pomodori. Il 46 per cento dello spreco è nella filiera della distribuzione».

Il Papa scrive che sono state salvate ad ogni costo le banche «facendo pagare il prezzo alla popolazione».
«Detengono i risparmi delle persone che sperano che gli istituti di credito siano salvati quando sono in difficoltà».

C`è un passaggio sul controllo progressivo dell`acqua da parte di pochi grandi gruppi. Potrebbe addirittura scatenare guerre si legge nella `Laudafo sì`.
«La tendenza a privatizzare l`acqua non c`è. Esiste quella ad affidare a privati la gestione e non ìl bene. Ho alcuni studi dai quali risulta che è più cara quando è gestita dal pubblico».

Infine le emissioni dei gas serra.

«Da Kyoto in poi si è cercato di contenerle. Soprattutto perché i Paesi più inquinanti, la Cina e l`India per esempio, non sono tenute a ridurre l`anidride carbonica. Più dei certificati verdi hanno funzionato le auto ibride o il fatto che le persone riescono a lavorare e a parlarsi da remoto».

Da QN, 19 giugno 2015

Cdp e dirigismo renziano

Decidere di cambiare i vertici di una delle più grosse istituzioni finanziarie del paese (la Cdp ha un attivo di 400 mld) con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale è un fatto clamoroso.

Tempestività di informazione e trasparenza su ragioni e obiettivi erano dovute all`opinione pubblica, ai civil servant che vi hanno lavorato senza demeritare; era dovuta al mercato: Cdp non è quotata in Borsa, ma investe e potrebbe investire in aziende anche quotate. (Dell"` atteggiamento anguillesco" di Banca, banche, e fondazioni ha scritto Il Foglio di ieri). Ma arriveremo a scusare l`opacità se alla fine avremo chiarezza.

Già la Corte dei Conti si poneva "qualche interrogativo sulla reale configurazione giuridica da attribuire oggi a Cassa depositi e prestiti un soggetto che oggi spazia dal pubblico al privato, essendo allo stesso tempo soggetto alla vigilanza dello stato e longa manus di molte delle sue operazioni finanziarie". E allora basta fondazioni e uffici postali insieme sul "territorio", basta social housing, basta fondi che son privati ma che vengono lanciati dal ministero del Tesoro. Basta trattamenti di riguardo alle fondazioni: ormai è chiaro che metter le mani sui loro patrimoni non si può, si paghi quel tanto che basta per convincere Eurostat, e chiudiamola lì.

Le cartelle di risparmio postale sono un altro tipo di buoni del Tesoro (e quindi bene se, come pare, nel consiglio ci sarà la Cannata), più o meno longa ma sempre del governo è la manus che firma le sue operazioni. E` tricolore la bandierina piantata sulle partecipazioni che assicurano che nessuno ruberà il rame dell`alta tensione e i tubi del metano. Cdp è lo strumento del governo per operazioni di politica industriale. Se gli aiuti saranno considerati di stato, il governo se la vedrà con la Commissione europea per la Concorrenza. Ma se gli interventi nelle aziende saranno considerati ri-nazionalizzazioni (o peggio espropri) e le scelte delle tecnologie vincenti il ritorno allo stato imprenditore, se la vedrà con i mercati dei capitali e con la fiducia degli investitori. Non è più come ai tempi dell`Iri per l`Iri 2.0 è un po` più complicato.

Da Il Foglio, 17 giugno 2015
Twitter: @FDebenedetti

Il mercato ha vinto la fame e batterà anche gli sprechi

Nelle scorse settimane la nuova retorica anti-sprechi ha trovato una prima celebrazione nelle parole del presidente Sergio Mattarella, che all'Expo di Milano ha parlato del cibo non utilizzato e che finisce nella spazzatura come di «un insulto alla società, al bene comune, all'economia del nostro come di ogni altro Paese».

E ora il governo stesso, su iniziativa del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, è sceso in campo con un progetto denominato «Spreco zero» che si muove sulla stessa lunghezza d'onda. Complice l'Expo, siamo insomma sommersi da prediche che si muovono con l'obiettivo di rafforzare quel civismo statalista che mette assieme mito della legalità (quale essa sia), ecologismo, multiculturalismo, egualitarismo e ora, appunto, anche questa etica del rispetto delle risorse alimentari. E in tale quadro non è sorprendente che si tenda a processare in primo luogo il comportamento delle aziende, mentre allo Stato sia demandato il compito di correggere e porre rimedio.

Nessuno nega che sia da auspicare un migliore utilizzo delle risorse, comprese quelle alimentari. I mezzi che si vogliono adottare per raggiungere tale obiettivo, però, non sono di poco conto. In questo senso colpisce che molti discorsi si muovano per moltiplicare regole, controlli, obblighi e imposizioni, ignorando come ogni riflessione contro la scarsità e sul migliore utilizzo dei beni debba prendere sul serio la tesi che questi risultati li si possa raggiungere più facilmente tutelando la proprietà privata e il libero scambio.

Invece sembra proprio fare scuola la Francia, dove i principi della libertà individuale e della proprietà sono stati sacrificati sull'altare del nuovo conformismo con la recente introduzione del «reato di spreco»: una normativa che sottende una visione collettivistica, nel momento in cui un mio comportamento in merito a beni che sono in mio possesso diventa addirittura un reato.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 giugno 2015

Addio mercato, a Berlino rispunta l`equo canone

I primi a muoversi sono stati gli amministratori di Berlino, ma è probabile che altri Laender ne seguano presto le orme. Introdotta dal governo tedesco di GrosseKoalition, la possibilità di limitare la contrattazione tra proprietario e locatario ha trovato dunque una prima applicazione nella capitale tedesca.

Le nuove norme fanno sì che a Berlino non sia possibile affittare a più del 10% al di sopra dei prezzi di quell`area. I canoni potranno dunque alzarsi, ma solo in maniera limitata. Il motivo addotto è che i prezzi degli alloggi avrebbero conosciuto una crescita abnorme che metterebbe in difficoltà soprattutto i giovani e le famiglie a basso reddito. Comunque non è detto, come ha rilevato criticamente anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che le buone intenzioni possano bastare.

Le regole introdotte non solo ledono il fondamento stesso della libertà individuale (la proprietà privata), ma aprono pure a conseguenze tanto non volute quanto spiacevoli.

È chiaro che a Berlino c'è una crescita della richiesta di alloggi a cui non corrisponde un analogo aumento dell'offerta. In qualche caso, si pensi al centro, è anche difficile che si possa ampliare più di tanto il numero delle case: e per questo gli aumenti sono fisiologici. Sbarrare la strada a prezzi più alti significa allora operare una redistribuzione di ricchezza dai proprietari agli affittuari, impedendo altresì una migliore allocazione degli immobili. Quanti sarebbero disposti a pagare di più, perché sono molto motivati, non possono accedere a beni che sono stati assegnati ad altri e a un prezzo «politico». Questo ostacolerà lo sviluppo economico e l` ammodernamento di Berlino, invece che agevolarli. E in una città meno ricca le opportunità - anche e soprattutto per i più poveri - sono minori. Va pure aggiunto che simili misure non hanno nulla di originale.

In America, ad esempio, la cosiddetta rent-regulation ha una storia lunghissima, sui cui risultati sono ormai in molti (e non solo all`interno della scuola di Chicago) a esprimere serie perplessità. Come tanti italiani - proprietari e inquilini - sanno bene, le molteplici forme di «equo canone» escogitate dai legislatori disincentivano a investire nel mattone e alla fine, per questo motivo, peggiorano la situazione invece che migliorarla. Oltre a ciò è facile prevedere che quanti comunque vogliano destinare il loro risparmio alle abitazioni o ne siano già in possesso, di fronte a regole come queste troveranno vantaggioso mettere sul mercato i loro beni in altra forma.

In Italia la crescita del numero delle case ammobiliate date in locazione è in larga misura un più che comprensibile tentativo di sottrarsi agli espropri surrettizi del «rent control», ma in tal modo le abitazioni a disposizione di chi cerca un affitto ordinario si fanno ancora meno numero se.Violare le regole del mercato si è fatto e si farà. Non si pensi, però, che ciò avvenga impunemente.

Da Il Giornale, 9 giugno 2015

Quella lunga battaglia tra UberPop e i tassisti italiani

L’applicazione-del diritto, anche nel caso di UberPop, segue una logica sillogistica. Uber Pop è un’attività analoga al servizio di trasporto pubblico non di linea, consentito dietro autorizzazione o licenza. La mancanza dell’una o dell’altra può configurare quest’attività come concorrenza sleale, in quanto esercitata senza rispettare norme pubblicistiche (in questo caso, quelle sulle licenze) rispetto a chi obbedisce a quelle disposizioni. Nell’ordinanza che ha inibito l’uso di Uber Pop ci sono passaggi poco chiari e interpretazioni che potevano essere sostituite da altre possibili, specie sul fatto che Uber Pop sia un servizio non analogo a quello dei taxi ma di car sharing. Tuttavia la parte centrale dell’ordinanza è che un’attività assimilabile al trasporto non di linea di persone richiede procedure amministrative che Uber Pop non rispetta, una forma di concorrenza sleale ai tassisti. Che sia un’attività illecita secondo un’interpretazione della legislazione vigente non vuol dire che non risponda a un interesse lecito dei clienti.

Rivoluzione «app»
Il giudice stesso riconosce che l’applicazione informatica di Uber Pop «ha di fatto consentito la nascita o comunque un improvviso ed esteso ampliamento di comportamenti non consentiti dalla legislazione nazionale» di cui il giudice ammette «il crescente successo e la eccezionale capacità di diffusione», nonché «l’intento e l’effetto [...] di offrire un’alternativa economica al servizio taxi, e cioè di esaudire ad un prezzo minore la medesima esigenza di spostamento». Sono considerazioni che non guardano al rispetto delle regole di diritto, e per questo sono ininfluenti per il giudice, ma possono e anzi dovrebbero diventare le ragioni essenziali perché governo o Parlamento si chiedano se la normativa attuale sia adeguata alla realtà.

In un’epoca in cui telefonini e smartphone non esistevano, la disciplina dei taxi poteva avere una ragion d’essere nella necessità di garantire l’accesso al trasporto pubblico non di linea anche per esigenze non programmabili e a qualsiasi ora del giorno.

(…)

Leggi il resto su CorrierEconomia, 1 giugno 2015

Cina: Addio ai dazi, occasione per il tessile

La decisione cinese di aprire le frontiere ai prodotti stranieri del tessile e del lusso può avere implicazioni rilevanti sull’economia lombarda.

Quello della Cina è un mercato popolato da “nuovi ricchi” e per le nostre imprese la possibilità di rivolgersi con facilità a quei consumatori è da sfruttare in tutti i modi. È anche interessante rilevare come e perché questo è avvenuto.

Solitamente l’apertura dei mercati è guardata positivamente, ma solo quando è bilaterale. In altre parole, gli europei sono disposti a togliere ogni barriera dinanzi ai prodotti Usa, ma solo se gli americani fanno lo stesso. Permane il pregiudizio che esportare sia bene e che importare sia male, insieme alla resistenza dei produttori nazionali, ben contenti di poter lasciare i competitori al di là delle frontiere.

In Cina, invece, dal prossimo I giugno si avrà una riduzione unilaterale dei dazi. Perché? In primo luogo, perché oggi pare che circa tre quarti dei consumi di lusso dei cinesi abbia luogo all’estero.

Se in Cina uno stivale è gravato da un dazio al 20%, ne discende che il consumatore cinese lo acquista non appena esce dai confini. È insomma la mobilità a rendere autolesionistiche per le stesse casse pubbliche tariffe doganali troppo alte. Ma c’è pure altro.

Un poco alla volta i cinesi stiano davvero prendendo sul serio l’economia liberale e quindi comprendono che un Paese non cresce se la regolamentazione intralcia le scelte dei consumatori. Il cinese che compra scarpe italiane lo fa perché in tal modo migliora la propria condizione: accede a una più alta qualità della vita. Con quale giustificazione, allora, si dovrebbe impedirgli di usare i suoi soldi come meglio vuole? Sul mercato le interazioni sono vantaggiose su entrambi i lati: chi accetta una transazione pensa di ricavarne un vantaggio. Di conseguenza, chiudere i mercati significa aggredire i diritti dei consumatori, da un lato, e minare il buon funzionamento dell’economia, dall’altro. Non solo si sottraggono le imprese locali alla salutare concorrenza di quelle straniere, ma s’intralcia anche l’iniziativa di chi vuole fare affari con soggetti posti al di là delle dogane.

Già nel 1886 il maggiore economista italiano di sempre, Vilfredo Pareto, attaccava quanti accettano un mercato aperto ai prodotti stranieri “purché lo pratichino tutti; la quale è di singolare virtù per conciliare la libertà degli scambi in astratto con la protezione doganale in concreto”. Una simile logica vige tuttora in Occidente dall’Europa agli Usa mentre inizia a perdere quota nel resto del mondo.

Forse non è un caso se altrove (in Cina e non solo) si cresce, mentre noi stiamo perdendo posizioni anno dopo anno.

È insomma un messaggio per l’Europa quello che ci arriva da Pechino. Perché è chiaro che oggi le nostre imprese hanno di fronte a sé importanti occasioni da cogliere, ma avranno sempre meno capacità competitiva se ci apriremo e in tutti i mercati alle merci prodotte da altri. Il Paese che ha costruito una grande muraglia per proteggere i suoi prodotti, e che anche a seguito di quel fallimento ha appreso la lezione, si apre al mondo senza contropartita. Facciamo lo stesso e al più presto.

Da La Provincia, 30 maggio 2015

“Danneggiati consumatori e autisti”

Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, condivide il blocco di Uber Pop per concorrenza sleale?
«Quando si dice concorrenza sleale l’aggettivo di solito è pleonastico: chiamiamo sleale la concorrenza che non ci piace, che ci dà fastidio».

È anche questo il caso?
«Si, anche se qui c’è un problema oggettivo: il servizio di trasporto pubblico di persone è assegnato a una categoria che compra licenze in virtù dell’esclusività del servizio. È umano che i tassisti chiedano allo Stato di rispettare il patto sottoscritto. Però ci dobbiamo rendere conto che quelle ci regolano sono norme obsolete».

Di chi è la responsabilità di questo?
«Della politica, che pur di non mettere le mani in un terreno spinoso si è sepolta in un letargo furbo. Quello che fa Uber è mettere assieme nuove tecnologie come lo smartphone e la geolocalizzazione nel settore dei trasporti. E si ha bisogno che questo aspetto venga normato. È questa la lezione che dovrebbe trarne oggi la politica: sopravvenuta obsolescenza normativa».

Chi è danneggiato?
«Gli aspiranti autisti di Uber Pop o quelli attuali che avevano trovato una nuova forma di reddito per arrotondare, ma anche il consumatore che perde un pezzo della sua libertà di scelta. In più, come tutte le imprese dalla sharing economy, Uber consente di risvegliare capitali altrimenti immobilizzati. Faccio fruttare la mia auto quando non porto in giro solo me, come con Airbnb in cui traggo un guadagno dalla mia casa quando non la uso. In un Paese dove la disoccupazione giovanile è considerevole, ciò non è secondario. Questa ordinanza non migliora poi la nostra percezione internazionale specie durante Expo perché toglie un servizio che i visitatori non avranno più».

Cosa deve fare ora Uber?
«Uber ha in corso problemi simili anche in Germania e in Spagna. Una delle reazioni intelligenti che sta mettendo in campo è quella di portare in giro cose e non persone, il mondo del food delivery: qui può crescere».

Da La Repubblica, 28 maggio 2015

"Banda larga, il governo dà troppo peso alla fibra"

«Una delle questioni per me più interessanti riguarda i motivi che portano molte persone a non sottoscrivere i servizi di banda larga attualmente disponibili. Meno del 10% non accede per assenza del servizio, un altro 10% è frenato dei costi. Ma due terzi di chi fa a meno della Rete lo fa perché nessuno in famiglia ne sente il bisogno». Secondo J. Scott Marcus, «guru» della Rete di Wik Consulte già nella Task Force per l`Agenda Digitale - ieri a Milano per un convegno all`Istituto Bruno Leoni - questo è uno dei limiti del piano governativo sulla banda ultra larga, «troppo sbilanciato sul lato dell`offerta».

Cosa servirebbe?
«Una proposizione di valore, finora assente nella strategia
governativa: occorre un`educazione al digitale, fornire motivi di utilizzo. Non servono 100 Megabit al secondo per rinnovare online la patente. Una risposta, invece, sarebbe rivedere un sistema televisivo che resta confinato in un sistema Rai-Mediaset, più Sky, e che lascia poco spazio alla diffusione di contenuti video di alta qualità da distribuire tramite la banda ultra larga. Il rischio è che in Rete ci saranno migliaia di canali ma niente da guardare. Forse l`arrivo di Netflix potrà aiutare...».

Il piano per la banda larga non la convince?
«Ho due preoccupazioni. Mi sembra che nelle aree urbane ci sia troppa enfasi nel forzare la tecnologia che porta la fibra fin dentro le abitazioni, l`Ftth. La "neutralità tecnologica" declamata per le aree a fallimento di mercato non viene praticata nelle aree più interessanti per gli operatori. Il secondo problema è legato agli aiuti di Stato a sostegno dell`Ftth. Arrivano nel momento sbagliato - visto che operatori privati, come Telecom, cominciano a fare le cose -, introducono incertezza nei piani industriali, disincentivano gli investimenti».

Ma il governo punta a dotare il Paese della migliore infrastruttura possibile. Sbaglia?
«Non c`è alcun dubbio che l`Ftth sia la tecnologia migliore. Ma c`è ancora molto dibattito su quanto velocemente la si debba adottare. Per la maggior parte degli italiani una velocità di 30 Mega - facilmente raggiungibile con la tecnologia Fttc, che negli ultimi metri dall`armadio stradale a casa utilizza il rame - è probabilmente più che adeguata. Con le ultime tecnologie l`Fttc può raggiungere già oggi i 60 Mega, arriverà presto a 80. Rispetto ai 100 Mega dell`Ftth, per l`utente cambia poco. A cambiare moltissimo sono gli investimenti».

Non serve il salto ai 100 Mega?
Alla fine servirà, ma quando? Tra 5 come tra 15-20 anni, dipende dall`andamento dell`utilizzo della Rete da parte degli italiani. Perciò ha senso rimandare gli investimenti che, con l`avanzare della tec- nologia, un domani richiederanno di sicuro meno soldi».

Eppure nel governo c`è chi vorrebbe spegnere il rame...
«Non è il momento. La decisione, poi, dovrebbe spettare all`operatore, a Telecom. Anche se, forse, l`ex monopolista potrebbe voler tenere in vita la rete in rame oltre quanto sarebbe desiderabile. Ma spegnerla ora comporterebbe molti costi non necessari».

Cosa pensa di una società unica di Rete?
«Non mi piacciono le soluzioni a capitale pubblico, sarebbe come tornare indietro nel tempo: io sono per la concorrenza. Diverso il caso in cui più operatori condividano l`infrastruttura di Rete. Lo scambio di informazioni che la cosa comporta crea anche qui problemi di concorrenza, ma si possono superare».

Consigli al governo?
«Essere pragmatico e agire anche sulla domanda. Non servono interventi col bulldozer: nel Giappone superveloce usano la banda meno che in Inghilterra, dove c'è il rame ma anche un`offerta video più ricca».

Da La Stampa, 26 maggio 2015

Il deal Verizon-Aol. Nell'Eldorado delle Tlc c'è zero Stato interventista

"Ben scavato, vecchia talpa!", dicevano una volta i compagni. Adesso il comunismo è morto, e neanche la talpa si sente più tanto bene. Viene in mente leggendo che Enel, municipalizzate, Terna, alla notizia che Matteo Renzi è disposto a mettere soldi pubblici per dare a tutti gli italiani la banda larghissima, si son fatti avanti per dare una mano al premier per vincere la cocciutaggine di Telecom Italia. Tutti telefonisti? Manco per sogno, tutte talpe, tutti scavatori di cunicoli per i loro cavi dell`energia elettrica. Farci passare anche la fibra non costa molto, e con un po` di soldi dal governo, un po` da Telecom che dovrà connetterla alla sua rete, ci si può cavare la giornata: e far contentò il governo.

Mentre da noi si pensa a scavare per trovare le monete di Pinocchio, negli Stati Uniti Verizon annuncia di avere speso 4,4 miliardi di dollari per comprare Aol. Negli anni 90, Aol era leader delle connessioni col modem, Aol mail ha ancora una buona base clienti, anche da noi. Al culmine della bolla internet, Aol era stata comprata per una somma folle da Time Warner. Adesso ha 4.000 dipendenti, quello che resta del business di connettività, Huffington Post che aveva comprato dalla fondatrice. Ma soprattutto ha una piattaforma digitale con cui è il quarto operatore negli Stati Uniti nella pubblicità online su video, con vendite aumentate dell`80 per cento in un anno. E` questo che interessa a Verizon, che già lo scorso anno aveva comprato da Intel una piattaforma per il nuovo business dei video digitali. Questa è la terra promessa, il mercato dell`advertising sul mobile. Questo è l`obiettivo verso cui corrono Google e Facebook (quest`ultima con maggiore efficacia). Verizon, che serve circa un terzo degli utenti di telefonia mobile negli Stati Uniti, pensa di potersela giocare bene: rispetto a Google e Facebook parte con un grosso vantaggio, conosce i suoi clienti uno per uno. Dato che sono abbonati al mobile, gli spedisce le fatture, ha quindi informazioni dettagliate su di loro, sa chi sono, dove abitano. Informazioni preziose per chi vende pubblicità, e di cui non dispongono gli operatori come Google e Facebook.

E`iniziata la battaglia per attirare e indirizzare l`attenzione di chi naviga su internet in mobilità. I video costituiscono già il 55 per cento del traffico mobile, e diventeranno il 72 per cento nel 2019. Quali saranno le armi decisive, chi uscirà vincitore, come si divideranno i profitti? Anche le nostre aziende sono interessate a sapere come si orienterà il mercato, quali saranno le scelte dei clienti. Nel 2019 la percentuale di chi si connette via smartphone raggiungerà quella di chi usa internet (70 per cento della popolazione adulta); oggi, gli utenti online sono 3 miliardi contro 2 su smartphone, nel 2020 saranno pari, 4 e 4. Per Facebook la pubblicità sul mobile è quasi 4 volte quella su computer, e quindi nello stesso rapporto sono gli utenti. Se queste sono le previsioni negli Stati Uniti, figurarsi da noi dove gli utenti in mobilità e quelli su linea fissa sono già quasi alla pari: come è noto l`Italia è da anni uno dei paesi a maggiore penetrazione di telefoni cellulari, mentre siamo (o meglio eravamo nel 2011) i fanalini di coda quanto a computer domestici, con il 67 per cento, ovvero dieci punti in meno rispetto alla media dell`Unione europea a 27. Pochi computer perché poche connessioni a banda larga, o poche connessioni perché pochi computer?

Verizon è (quasi) solo nel mobile, mentre in Europa ci sono operatori integrati fisso/mobile, come Telecom Italia: per loro ha senso un mix tecnologico. Logico quindi investire sulla connettività fissa, potenziando le prestazioni e aumentando la copertura, logico darsi obiettivi precisi; ben vengano anche l`enfasi e l`insistenza che hanno fatto diventare questo un argomento caldo di discussione, se sono servite a smuovere le acque e a mobilitare risorse. Ma la notizia dell`integrazione tra il leader americano del mobile e l`ex campione del fisso ci dà due lezioni: la prima è che la pubblicità sul mobile è "the name of the game", lì è il grande valore aggiunto, e se oggi lo "mangiano" solo Google e Facebook, potrebbe esserci un ruolo per i carrier di rete ambiziosi. La seconda è di carattere generale: quanto a capacità di vedere lontano, di scoprire soluzioni, tra mercato e stato pianificatore non c`è partita`. Se si lascia funzionare il mercato, senza preclusioni ideologiche né preferenze nazionalistiche, senza quote di proprietà dello stato scritte nella pietra degli statuti come le leggi dei Medi e dei Persiani, si risolvono anche i problemi del finanziamento. Se un progetto rende, non c`è bisogno di complicati piani europei per realizzarlo.

Il mercato vede lontano, la talpa non è particolarmente famosa per la sua vista.

Da Il Foglio, 19 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Usura: gli effetti delle leggi antiusura sul credit crunch

Nonostante le buone condizioni di liquidità sui mercati finanziari garantite dalle decisioni dei banchieri centrali, il credito continua a raggiungere poco e male l'economia reale, mentre nel nostro Paese si moltiplicano pronunce giurisprudenziali sull'usura non risolutive e tra loro contradditorie.

L'Istituto Bruno Leoni avvia una riflessione sulle conseguenze avverse della normativa antiusura in tempi di credit crunch, con un paper del fellow Lucio Scudiero, dal titolo "La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" (PDF).

Una grande parte della liquidità immessa sul mercato - si legge nel paper - "è stata drenata dai titoli di Stato, assistiti da incentivi distorsivi, appositamente congegnati per premiarne il piazzamento a discapito di impieghi diversi del credito e del risparmio privato". Ma andrebbe anche valutato se, dall'altro lato, l'impossibilità di prezzare il rischio di credito innalzando i tassi di interesse oltre il limite fissato dalla legge non abbia peggiorato la condizione di consumatori e produttori bisognosi di credito, contemporaneamente depauperati da un’altissima pressione fiscale. 

Come tutti i prezzi politici imposti dal decisore pubblico  a un bene o un servizio, anche il tasso soglia usurario provoca una serie di distorsioni nell’allocazione della merce a cui è imposto – cioè il danaro. 

In un simile contesto, l’azione combinata della crisi economica, che ha deteriorato la qualità dei debitori, dei costi fissi del credito e delle norme anti usura, ha condotto all’inevitabile espulsione dal mercato legale dei prestiti di soggetti inclusi nelle fasce di richiedenti più deboli e rischiosi (ad es. famiglie, artigiani, piccole imprese, nuovi imprenditori) che sono proprio quelle che la disciplina antiusura intenderebbe tutelare.

Una ulteriore iniqua conseguenza delle leggi antiusura è che esse - ragiona Scudiero seguendo Bentham - negando a un individuo che non sia in possesso di sufficienti garanzie di prendere denaro a prestito a un interesse più alto, non fanno altro che discriminarlo in ragione del suo maggiore bisogno. 

Il Briefing Paper “La lezione di Bentham, in difesa dell’usura, contro il credit crunch" di Lucio Scudiero è liberamente disponibile qui (PDF).

Vecchi spauracchi, e nuovi interventismi sulla fibra. Renzi criptostatalista

Piazzetta Cuccia si chiamava Via Filo-drammatici, Antonio Fazio in Banca d`Italia amministrava il suo piano regolatore, le Fondazioni erano al massimo della loro ricchezza: era il capitalismo relazionale, e noi gli si scriveva contro. Non è certo perché in disaccordo col principio che si è rimasti più che perplessi quando Matteo Renzi, parlando a banchieri e imprenditori venuti ad ascoltarlo a Palazzo Mezzanotte, ha accusato "quel sistema che poneva la relazione come elemento chiave di un paese in cui giornali, banche, imprese, fondazioni bancarie, partiti politici hanno pensato che si potesse andare avanti tutti insieme dialogando e discutendo". Se, come ha detto, "è morto", perché maramaldeggiare?

Se oggi a Trieste nessuno pensa più a operazioni di sistema, se Intesa e Unicredit hanno il loro da fare a quadrare i conti con gli interessi a zero e la stagnazione secolare, e le fondazioni bancarie, quelle che restano, ad adeguarsi alle richieste del Sistema di vigilanza europeo, se Pirelli è cinese e Fca americana, è per il cda del Corriere che schierano missili e tank?

Alla stessa stregua, era parsa un po` una guasconata il vantarsi in anticipo di riuscire là dove avevano fallito Romano Prodi e Massimo D`Alema, a varare cioè una legge sul conflitto di interessi. Perché una cosa è farla, quella legge, con un Berlusconi alle calcagna pronto a usarla e vincere alla successiva tornata elettorale accusando i "comunisti" di essere contro gli industriali, contro chi si è fatto da solo, chi costruisce imprese ecc. ecc., chi dà lavoro ecc. ecc. Altra è farlo per menar vanto di avere sbarrato la strada alla "discesa in campo" a eredi che magari non l`hanno neppure nei loro piani. L`idea di levarsi dai piedi il padrone di Mediaset con la legge sui bagnini aveva un suo fascino romantico.

Ma quali saranno mai i vantaggi di limitare il diritto all`elettorato passivo alla categoria degli imprenditori? Si era pensato che si trattasse di segnali di fumo per allentare le tensioni prodottesi nell`approvazione dell`Italicum, e per levare un po` di vento dalle vele populiste sparse un po` dovunque. Ma quando poi si è letto, nel suo intervento sul progetto della banda ultralarga, che intenderebbe riaffermare il ruolo statale nelle autostrade telematiche strategiche, conservare il controllo da parte dello stato del sistema infrastrutturale strategico; quando si è letto che anche per le torri televisive, dopo avere confermato che il 50 per cento di Rai Way resterà pubblico, così deludendo quanti hanno comprato il titolo scommettendo che egli avrebbe "rottamato" una clausola così arcaica, la linea di fondo è di non perdere il controllo pubblico: allora dietro il fumo è parso di cogliere la sagoma di qualcosa di più solido.

Solido è il 65 per cento della capitalizzazione di Borsa delle aziende di servizi controllate dal pubblico: capitalismo statale o municipale, ma sempre relazionale. E lo stesso si suppone di quello che si annida nelle migliaia di aziende municipali non quotate. "Dovete avere il coraggio di aprire le vostre aziende" ha detto: e lui perché non ha il "coraggio" di vendere la residua partecipazione in Enel, un`azienda che non ha nessuna ragione di essere a controllo pubblico dato che opera in un settore ormai largamente concorrenziale e con eccesso di offerta? Così non ci saranno relazioni strane se Enel vorrà entrare nel business regolato della vendita della capacità trasmissiva, e nella competizione per i sussidi statali per realizzarla. A quel punto, benvenuta Enel. Anzi, meglio tardi che mai: magari un giorno capiremo se è arrivata tardi perché era pubblica, o se si è svegliata oggi perché è pubblica. Solida (per fortuna) è la Cassa depositi e prestiti (Cdp) e le finanziarie che possiede o che controlla: sono loro al centro di importanti relazioni capitalistiche. Ad esempio, controllano Metroweb. Dicono che Renzi non abbia gradito le resistenze di Telecom Italia a entrarci in posizione subalterna: preferirebbe che ci sia la Cdp a dirigere le "relazioni" tra concorrenti? Solidi sono gli interessi. C`è quello in capo a chi, possedendo attività economiche, vuole incrementarle e proteggerle usando il potere politico; e c`è quello in capo a chi, avendo il potere politico, vuole estenderlo e rafforzarlo controllando attività economiche. Renzi chiede che l`imprenditore venda le partecipazioni sue. Noi chiediamo che il politico venda le partecipazioni dello stato.

Da Il Foglio, 13 maggio 2015
Twitter: @FDebenedetti

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Il mercato ha vinto la fame e batterà anche gli sprechi

Nelle scorse settimane la nuova retorica anti-sprechi ha trovato una prima celebrazione nelle parole del presidente Sergio Mattarella, che all'Expo di Milano ha parlato del cibo non utilizzato e che finisce nella spazzatura come di «un insulto alla società, al bene comune, all'economia del nostro come di ogni altro Paese».

E ora il governo stesso, su iniziativa del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, è sceso in campo con un progetto denominato «Spreco zero» che si muove sulla stessa lunghezza d'onda. Complice l'Expo, siamo insomma sommersi da prediche che si muovono con l'obiettivo di rafforzare quel civismo statalista che mette assieme mito della legalità (quale essa sia), ecologismo, multiculturalismo, egualitarismo e ora, appunto, anche questa etica del rispetto delle risorse alimentari. E in tale quadro non è sorprendente che si tenda a processare in primo luogo il comportamento delle aziende, mentre allo Stato sia demandato il compito di correggere e porre rimedio.

Nessuno nega che sia da auspicare un migliore utilizzo delle risorse, comprese quelle alimentari. I mezzi che si vogliono adottare per raggiungere tale obiettivo, però, non sono di poco conto. In questo senso colpisce che molti discorsi si muovano per moltiplicare regole, controlli, obblighi e imposizioni, ignorando come ogni riflessione contro la scarsità e sul migliore utilizzo dei beni debba prendere sul serio la tesi che questi risultati li si possa raggiungere più facilmente tutelando la proprietà privata e il libero scambio.

Invece sembra proprio fare scuola la Francia, dove i principi della libertà individuale e della proprietà sono stati sacrificati sull'altare del nuovo conformismo con la recente introduzione del «reato di spreco»: una normativa che sottende una visione collettivistica, nel momento in cui un mio comportamento in merito a beni che sono in mio possesso diventa addirittura un reato.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 giugno 2015

Pensioni fra Stato e privato

La recente sentenza della Corte costituzionale, che ha ripristinato gli aumenti per le pensioni superiori ai 1.400 euro, ha riportato la questione previdenziale al centro dell`attenzione e sta di nuovo obbligando a porre mano all`intero sistema delle pensioni: troppo costoso e basato su logiche difficilmente giustificabili sulla base di criteri di giustizia.

Nell`immediato, il governo sarà costretto a trovare risorse che permettano di soddisfare (almeno in parte) le richieste della Consulta. Questo però non basta. Più in generale è bene comprendere che il passaggio che ebbe luogo una ventina di anni fa dal sistema detto "retributivo" a quello "contributivo" non è in grado di garantirci un futuro, dal momento che non si è usciti da quello schema che vede i lavoratori attuali pagare la pensione dei lavoratori del passato, ormai anziani. Per giunta la demografia ci condanna, dato che l`età della vita si è allungata proprio mentre crollava l`indice di fertilità. Lo scenario futuro vede pochi giovani che dovranno mantenere tantissimi anziani.

La gestione pubblica delle pensioni è stata costruita operando una collettivizzazione dei risparmi destinati a sorreggere la nostra terza età. I lavoratori sono stati costretti a destinare le loro risorse all`Inps e a istituti simili, che non hanno accantonato e investito tali capitali, ma li hanno usati per soddisfare le esigenze dei pensionati presenti e anche per altre esigenze "sociali". Ora però i conti della previdenza non tornano e sono necessarie misure drastiche, che si aggiungano alle varie riforme degli ultimi anni.

Al tempo stesso, se l`economia non si mette in moto è impossibile che vi siano risorse per garantire una vita decente alla popolazione anziana, ma con questi prelievi fiscali e previdenziali è difficile che si possa avere una qualche ripresa.

Entro tale quadro molti si rendono conto dell`esigenza di passare da un sistema previdenziale "politicizzato" (pubblico, statale) a uno basato sulla responsabilità di singoli in grado di controllare direttamente i loro accantonamenti. È questo in particolare il tema dei fondi privati e della previdenza complementare.

Non è un caso, però, che oggi soltanto una minoranza dei lavoratori (meno di un terzo) stia costruendo una pensione complementare: un po` perché l`insieme del prelievo fiscale e contributivo è già molto alto, e quindi i giovani non hanno risorse da destinare a una pensione ulteriore, ma anche perché c`è poca fiducia. Il modo in cui negli scorsi anni il legislatore è intervenuto a modificare le regole fiscali in materia di previdenza privata oppure ha annullato autonomia delle varie mutue professionali ha insegnato che in questo ambito regna un arbitrio che non promette molto di buono.

Pure in tema di pensioni, insomma, c`è bisogno di più diritto e meno politica. In altri termini è necessario che vi siano regole precise, semplici, di lunga durata, sottratte alla volubilità di governi e legislatori. Questo è importante non soltanto per aiutare l`economia a rimettersi in moto, ma anche per favorire quella fiducia che è necessaria a far crescere una previdenza nuova e direttamente nelle mani dei lavoratori.

Da La Provincia, 7 maggio 2015

Gli effetti collaterali della politica farmaceutica

La proposta della Conferenza delle regioni di introdurre una forma di responsabilità patrimoniale per i medici del Servizio Sanitario Nazionale che prescrivano cure ritenute non necessarie - o comunque “inappropriate” - da parte delle regioni stesse e delle ASL è solo l’ultimo esempio di un pericoloso trend che, da diversi anni, mette a repentaglio l’autonomia dei medici e la libertà dei pazienti nel tentativo di limitare la spesa farmaceutica.

Nel paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, si chiede appunto “se le recenti politiche farmaceutiche nazionali e regionali con cui comprensibilmente si cerca di limitare i costi della sanità pubblica non rischino di compromettere l’adeguata attuazione del principio universalistico del diritto alle cure” oppure siano in realtà funzionali a determinare esclusivamente una riduzione della spesa farmaceutica.

“Indubbiamente – prosegue l’autore – il bilanciamento tra i suddetti interessi non è di facile realizzazione. Bisogna tenere in considerazione, in questo senso, che maggiori risorse risparmiate dalle regioni sul costo sanitario non corrispondono necessariamente a maggiori risorse in capo ai cittadini, ma rischiano invece di concretarsi in somme di denaro pubblico riutilizzato dalle regioni per scopi la cui opportunità andrebbe perlomeno valutata previamente, in un’ottica di costi-benefici, rispetto alla spesa farmaceutica.

In linea generale, però, l’orientamento che il legislatore (nazionale e regionale) dovrebbe adottare nei confronti della politica farmaceutica dovrebbe essere il più possibile distaccato rispetto alle scelte di merito dei cittadini. A parità di costo per le casse pubbliche, l’utilizzo di farmaci branded o generici, così come la scelta di medici del SSN o convenzionati, dovrebbe pertanto corrispondere alle diverse e specifiche casistiche e sensibilità dei singoli pazienti. E ciò a maggior ragione in quanto, come si è avuto modo di constatare, le politiche di favore verso ad esempio i farmaci generici rischiano in molti casi di deresponsabilizzare gli operatori sanitari, con rischi legati alla sicurezza delle terapie e alla salute dei cittadini.”

Il paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Meno stato, meno assistenzialismo. L`immigrazione oggi è ostaggio di opposti estremismi

Quando si discute di immigrazione l`Italia appare prigioniera di opposti populismi: divisa tra chi vorrebbe uno stato che assista chiunque arrivi sulle nostre coste e chi, all`opposto, sarebbe felice di allontanare tutti, consapevole che si tratti d`una proposta elettoralmente assai pagante. In pochi si rendono conto che è necessario valorizzare un`immigrazione utile a chi viene in Italia e anche a noi stessi.

La questione va dunque al più presto "depoliticizzata". In altre parole, è necessario che si delineino poche e ragionevoli regole che descrivano in che modo è possibile venire qui a vivere e lavorare, evitando una volta per sempre di caricare i costi dell`immigrazione su chi paga le imposte. Abbiamo bisogno di norme semplici (meglio se definite localmente) che vanno fatte rispettare, ben sapendo che la nostra società ha bisogno in molti casi del contributo dei lavoratori stranieri e al tempo stesso si deve prestare la massima attenzione a non caricare i costi di tutto questo sulle spalle dei contribuenti. In ambito liberale le discussioni teoriche degli ultimi decenni hanno spesso visto contrapporsi visioni che aiutano a cogliere come il dibattito attuale radicalizzi esigenze pure sensate. Taluni (un nome per tutti, Milton Friedman) hanno difeso l`idea di frontiere aperte, nella persuasione che non si possa sbarrare la strada a chi è in cerca di una vita migliore. Tanto più che l`economia trae beneficio dal contributo di nuovi arrivati. Altri hanno però sostenuto - è questo il caso di Hans-Hermann Hoppe - che tutto ciò sarebbe vero in assenza della redistribuzione statale. Nella situazione odierna muoversi dall`Africa all`Europa significa accedere ai benefici del welfare: e quindi un`immigrazione senza limiti proveniente dalle aree più povere del pianeta può generare un parassitismo destinato a suscitare notevoli resistenze. Entrambe queste tesi vanno prese in seria considerazione, poiché un`Italia chiusa su se stessa sarebbe destinata a declinare velocemente, ma al con- tempo ogni apertura dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dell`intervento pubblico. Le spese assistenziali collegate all`arrivo dei migranti sono benzina sul fuoco delle tensioni etniche. Da questo discende che gli oneri dell`immigrazione devono essere sostenuti il più possibile dagli stessi immigrati, dalle imprese che ne hanno bisogno e dalle associazioni di volontariato frutto dell`altruismo di tanti connazionali. 

Già ora è così in vari casi. E` interessante sottolineare che per venire in Italia i migranti sono disposti a pagare cifre piuttosto alte. Oltre a ciò, spesso costi significativi gravano sulle imprese interessate a dare lavoro a quanti vengono da lontano: basti considerare il rapporto esistente tra le aziende agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche alle famiglie che ospitano le donne filippine o ucraine che si prendono cura dei nostri anziani. 

Togliere spazio ai centri di accoglienza pubblici e rafforzare il ruolo dei soggetti profit e no-profit permetterebbe di avere una migliore immigrazione e abbassare le tensioni che oppongono quanti militano a favore del solidarismo e quanti, al contrario, vorrebbero un`Italia integralmente chiusa su se stessa. 

Un recente studio della London City University - realizzato da Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol - ha avanzato la proposta di "vendere" i permessi d`ingresso. L`idea di fondo è che "il traffico di esseri umani costituisce un rischio enorme per i migranti, permette alle organizzazioni criminali di guadagnare denaro e ostacola i governi nelle attività di regolamentazione dei flussi di persone che attraversano le loro frontiere. Se lo scopo è controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, un`idea migliore è quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti". Se esistono immigrati africani o asiatici disposti a versare somme significative per venire in Europa, ha senso fare in modo che questo flusso sia legale e che quel denaro sia utilizzato per individuare un canale regolare, oltre che per acquistare un normale biglietto aereo, trovarsi una casa sul mercato e poter cercare un lavoro. 

Non c`è dubbio che attualmente l`immigrazione sollevi anche a problemi di ordine pubblico, ma proprio per questo è bene portare alla luce il fenomeno, sottraendolo ai criminali che gestiscono un business in crescita e reperiscono in tal modo risorse poi impiegate pure in altri settori. L`ipotesi della vendita dei visti d`ingressi si basa su logiche privatistiche. Nasce dalla presa d`atto che gli italiani hanno investito risorse nel costruire quelle strutture (scuole, ospedali, strade ecc.) da cui gli immigrati trarranno beneficio. La vendita dei visti interpreta la logica del club: non totalmente chiuso, ma nemmeno aperto a tutti. Si può entrare, ma conoscendo le regole, rispettandole e pagando una quota d`accesso. D`altra parte, la maggior parte degli immigrati non arriva in Italia a bordo di barche alla deriva, ma giunge dalle nostre stazioni e dai nostri aeroporti. Senza che molti se ne accorgano, ogni giorno tantissimi stranieri vengono in Italia con visti turistici e poi diventano clandestini. Questo dovrebbe farci comprendere che l`immigrazione illegale non può essere sconfitta con la semplice militarizzazione delle coste. 

Eliminare ogni politica assistenziale a favore degli immigrati è cruciale, ma non basta. Bisogna infatti avere presente che ogni abitazione pubblica assegnata a uno straniero, per esempio, è un assist ai fautori delle logiche più ostili all`arrivo degli stranieri. Si deve allora restringere l`ambito dell`intervento pubblico nel suo insieme, poiché a dispetto delle logiche universalistiche tanto proclamate il welfare State rafforza la distanza tra cittadini e non cittadini, tra insider e outsider. Una società non può essere aperta all`arrivo di immigrati se condivide quasi ogni cosa: dalle case alle imprese, dalle pensioni alla sanità. Solo una società più liberale, a limitato intervento statale, può essere davvero disposta ad aprirsi.

Da Il Foglio, 22 aprile 2015

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

I costi sociali dei disturbi alimentari

Il successo dei "talent" di cucina, dove si premia una dimensione con la quale il telespettatore non potrà mai entrare in contatto diretto, quella della bontà al palato, rivela quanto grande sia la domanda di informazione e curiosità alimentari. Forse ci siamo semplicemente accorti che il cibo è cultura, al pari di un romanzo o di uno spettacolo teatrale.

Anche la dimensione del "sano", oltre a quella del "buono", è oggetto di crescente interesse. Si tratta di un'ottima notizia: i disturbi alimentari, di diverso tipo, hanno un impatto sull'economia complessiva dei sistemi sanitari. L'educazione e la buona informazione possono avere un loro ruolo. Due considerazioni, però, s'impongono. In prima battuta, l'educazione non è "coercizione".
Avrebbe senso penalizzare fiscalmente alcuni cibi, o alcune bevande, in ragione del contenuto di zuccheri o grassi?

Ci ha provato la Danimarca, tassando con un'aliquota di circa due curo al chilo gli alimenti contenenti almeno il 2,3% di grassi saturi. Il bel risultato è stato quello di alimentare (è il caso di dirlo!) un fiorente commercio transfrontaliero, con le ovvie ripercussioni su commercio al dettaglio ed erario. L'esperienza si è rivelata a tal punto deludente, che dopo un anno appena il governo ha dovuto fare macchina indietro. In altri Paesi si è ragionato di imposte sulle bibite gassate (per esempio in Francia). È sempre difficile, in questi casi, comprendere fino a che punto arriva l'aspirazione di migliorare la dieta del popolo, e dove comincia invece la disperata fame di tributi di Stati in crisi fiscale permanente.

Ma anche immaginando che dietro questi provvedimenti non stiano che le migliori intenzioni, è impossibile non porsi un problema di libertà. La dieta di ciascuno di noi è quanto di più privato. Siamo pronti a riconoscere all'attore pubblico il diritto di decidere ciò che possiamo e ciò che non possiamo mangiare? I più cinici risponderanno che, dopotutto, lo Stato già lo fa. Eppure è difficile mettere sullo stesso piano norme che dovrebbero impedire la circolazione dí alimenti fallati e nocivi, con una regolamentazione improntata a criteri dietologici.

È difficile anche sostenere che gli aggravi per il servizio sanitario nazionale la giustifichino (anche il diverso corredo genetico comporta costi diversi da persona a persona: pensiamo a una discriminazione fiscale su base genetica?). Si tratta di un'aritmetica sociale molto complicata, nella quale di un eccesso di determinismo può fare le spese proprio la legittima aspirazione delle persone di mangiare ciò che aggrada loro. Del resto, sappiamo bene che, nelle società occidentali, i disturbi alimentari sono più il sintomo, che la fonte, del disagio.

L'Expo dovrebbe allora essere un'occasione per dare più informazione, andando incontro a una domanda diffusa e legittima. Non per immaginare altre soluzioni "collettive" a problemi eminentemente individuali.
In seconda battuta, è importante non confondere il "sano" col "locale", col "tradizionale".
Ricordiamoci che nell'Italia del 1922 era sottonutrito un italiano su cinque. Non si stava meglio quando si stava peggio, quando la carne era per pochissimi e il pesce era rigorosamente "a chilometro zero", nel senso che lontano dal mare non ci arrivava proprio. È stato il progresso economico a migliorare tavola e salute.

Da Mondo Salute, 9 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Un sud drogato da politica e spesa pubblica produce questa classe dirigente

Cosa c'è dietro il caso di Ischia? Cosa c'è dietro una classe dirigente meridionale spesso alle prese con inchieste di carattere penale? Cosa non va in questo mondo ingessato, che non offre ai giovani quelle opportunità che invece essi sanno spesso cogliere con facilità quando si spostano in Germania, in America o anche soltanto al Nord?

Sul Corriere del Mezzogiorno Nicola Rossi riespone una tesi difficile da confutare, e cioè che le difficoltà del Sud sono in primo luogo da ricondurre a una spesa pubblica abnorme e alla politicizzazione che ne discende. Cose simili, con Piercamillo Falasca, avevo sostenuto otto anni fa in un volume (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, edito da Rubbettino) in cui tra le altre cose si affermava che il Mezzogiorno può cambiare se è costretto a fare da sé e quindi ad allargare gli spazi del privato. Perché oggi la spesa pubblica meridionale è abnorme in quanto è in larga misura finanziata da altri.

Secondo le ricerche di Gian Angelo Bellati dell'Unioncamere veneta vi sono realtà come la Lombardia, l'Emilia e il Veneto che danno molto più di quanto non ricevano in servizi pubblici locali e nazionali. Nel quinquennio 2008-2013 la Lombardia ha perso circa 6.200 euro pro capite ogni anno, mentre emiliani e veneti circa 4.200 e 3.800 a testa. Questo significa che, in media, in un solo lustro una famiglia lombarda di cinque persone avrebbe visto scomparire 155 mila euro. In compenso ogni siciliano ha potuto contare su una spesa aggiuntiva dì circa 2.900 euro all'anno, ogni molisano di circa 2.500 e ogni siciliano di circa 2.000. Questa redistribuzione toglie ricchezza al Nord (regioni autonome a parte), ma soprattutto devasta il Sud, che dipende dalle decisioni di amministratori e burocrati. La spesa diventa a tal punto importante che ogni apparato pubblico si orienta sempre più a servire gli addetti e sempre meno il pubblico. Basti pensare al paradosso di costi per ospedali e servizi medici alle stelle, accompagnati da un massiccio "turismo sanitario" che obbliga tante famiglie del Sud a farsi curare altrove.

La crescita della spesa produce una progressiva centralità degli interessi di dipendenti e fornitori, e una marginalizzazione di utenti e pazienti. Non si spiegherebbero i dati abnormi sui lavoratori pubblici (la Sicilia ha cinque volte gli addetti della Lombardia) e anche quelle disparità degli oneri sopportati dalle amministrazioni. Il fatto che in Sicilia una siringa costi 10 centesimi in più che in Veneto non fa sì che la sanità siciliana sia migliore: è anzi vero il contrario. Il risultato è che dieci anni fa (ma è difficile che siano molto mutati) un euro di spesa pubblica in Calabria costava alla popolazione locale 0,27 euro e in Lombardia 2,45 euro.

Da tempo si propongono costi standard, ma è una soluzione dirigista, essenzialmente tecnocratica. E' invece necessario avviare un processo di responsabilizzazione che obblighi ognuno a fare da sé. Le diverse comunità, specie al Sud, devono vivere dei soldi che i loro cittadini versano, mentre gli amministratori devono rispondere ai propri contribuenti dell'uso che fanno delle risorse tolte. Un Sud drogato dai trasferimenti e da una ricchezza prodotta altrove è un Sud che continuerà a selezionare una pessima classe dirigente, ma una vera autonomia (anche fiscale) di ogni città e regione comporta pure concorrenza tra sistemi e governi locali costretti a operare al meglio.

Capitali e imprese devono poter scegliere: devono sapere che stare in Basilicata può costare meno e magari anche offrire servizi migliori di quelli della Calabria, che Salerno non ha le medesime imposte di Napoli. Solo questa concorrenza tra amministrazioni che vivono del loro, e spendono solo quanto ottengono con tasse locali, può permettere di entrare in un circolo virtuoso. Le cifre che descrivono il presente sono spietate e banali. La verità è che sono il frutto di un assistenzialismo che non si ha il coraggio di abbandonare. Quando questo avverrà sarà sempre troppo tardi.

Da Il Foglio, 9 aprile 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Quella lunga battaglia tra UberPop e i tassisti italiani

L’applicazione-del diritto, anche nel caso di UberPop, segue una logica sillogistica. Uber Pop è un’attività analoga al servizio di trasporto pubblico non di linea, consentito dietro autorizzazione o licenza. La mancanza dell’una o dell’altra può configurare quest’attività come concorrenza sleale, in quanto esercitata senza rispettare norme pubblicistiche (in questo caso, quelle sulle licenze) rispetto a chi obbedisce a quelle disposizioni. Nell’ordinanza che ha inibito l’uso di Uber Pop ci sono passaggi poco chiari e interpretazioni che potevano essere sostituite da altre possibili, specie sul fatto che Uber Pop sia un servizio non analogo a quello dei taxi ma di car sharing. Tuttavia la parte centrale dell’ordinanza è che un’attività assimilabile al trasporto non di linea di persone richiede procedure amministrative che Uber Pop non rispetta, una forma di concorrenza sleale ai tassisti. Che sia un’attività illecita secondo un’interpretazione della legislazione vigente non vuol dire che non risponda a un interesse lecito dei clienti.

Rivoluzione «app»
Il giudice stesso riconosce che l’applicazione informatica di Uber Pop «ha di fatto consentito la nascita o comunque un improvviso ed esteso ampliamento di comportamenti non consentiti dalla legislazione nazionale» di cui il giudice ammette «il crescente successo e la eccezionale capacità di diffusione», nonché «l’intento e l’effetto [...] di offrire un’alternativa economica al servizio taxi, e cioè di esaudire ad un prezzo minore la medesima esigenza di spostamento». Sono considerazioni che non guardano al rispetto delle regole di diritto, e per questo sono ininfluenti per il giudice, ma possono e anzi dovrebbero diventare le ragioni essenziali perché governo o Parlamento si chiedano se la normativa attuale sia adeguata alla realtà.

In un’epoca in cui telefonini e smartphone non esistevano, la disciplina dei taxi poteva avere una ragion d’essere nella necessità di garantire l’accesso al trasporto pubblico non di linea anche per esigenze non programmabili e a qualsiasi ora del giorno.

(…)

Leggi il resto su CorrierEconomia, 1 giugno 2015

Deficit & debito? L`Europa è sempre più lontana

Il ciclo delle riforme avviate dal governo Renzi ci sta avvicinando all`Europa oppure no? La politica sta riuscendo nel compito di utilizzare al massimo le condizioni macro-economiche favorevoli di oggi per risanare l`economia e le malattie d`un tempo?

Per rispondere a queste due domande, abbastanza cruciali nell`anno di grazia 2015, l`Istituto Bruno Leoni ha deciso dí creare un Superindice economico che possa servire via via a monitorare la distanza tra l`Italia e la media dei Paesi Ue e, ancora, tra l`Italia e la media dei membri dell`Eurozona. Spiega l`economista Nicola Rossi che ha messo a punto, con la collaborazione di Paolo Belardinelli, il meccanismo: «Il nostro intento è di rendere a Cesare quel che gli spetta ovvero distinguere i meriti e le responsabilità del governo. E la maniera più diretta e comprensibile per farlo è quella di misurare la distanza tra noi e i partner europei. In teoria se noi avessimo fatto tutte le riforme necessarie questa distanza avrebbe dovuto essere colmata da tempo. Non è così e i risultati dei nostro calcoli ci dicono che non ci sono i segni evidenti di un`inversione di tendenza». Ma facciamo un passo indietro e vediamo come si è arrivati a confezionare il Superindice. «Fa riferimento esclusivo alla dimensione macro-economica e in particolare ad aspetti essenziali che sono presumibilmente influenzati dalle riforme strutturali» spiega Rossi.

Composizione
A comporre il Superindice concorrono quindi il tasso di crescita del PIL in termini reali, il tasso di disoccupazione e di due indicatori dello stato delle finanze pubbliche cui fanno esplicito riferimento le regole fiscali europee ovvero il rapporto tra deficit e PIL e il rapporto tra debito e PIL. Chiude il cerchio il rapporto tra bilancia dei conti correnti e PIL. “In definitiva abbiamo seguito una procedura statistica che porta a condensare le diverse dimensioni in un solo numero, come misura sintetica e di facile computo, costruita a partire da dati ufficiali”. Se l’Italia fosse la fotocopia della media della UE o dell’eurozona il Superindice avrebbe valore zero. Il numero che misura la distanza Italia – media eurozona è nel 2015 pari a 0,699 e quello che traccia la distanza Italia – UE è 1,018. Più dei valori assoluti merita attenzione l’andamento del Superindice.

Confronti
Nei due grafici riportati in alto nella pagina si può vedere l’oscillazione di questo indicatore: nel 2003 la differenza Italia – eurozona era scesa a 0,396 e nel 2008 a 0,441, la distanza Italia – UE nel 2002 era arrivata al minimo di 0,347 per poi risalire. In sostanza a fronte di anni virtuosi in cui le policy adottate a Roma ci avevano avvicinato a Bruxelles e Francoforte abbiamo, invece, periodi più lunghi in cui ci siamo fatti trascinare in direzione opposta. “Il che vuol dire – commenta Rossi – che al ritmo sperimentato nell’ultimo quindicennio ci vorrebbero decine d’anni per vedere l’Italia attestarsi sui livelli medi dell’Eurozona. E non è detto che l’Eurozona possa aspettare”.

Se dall’analisi di medio periodo passiamo a quella di breve i motivi di preoccupazione aumentano. Prendendo infatti la linea di tendenza per il 2015 e 2016 disegnata sulla base dei dati ufficiali UE non si notano significative inversioni di tendenza (anzi il Superindice ci segnala un netto peggioramento del 2015 sull’anno prima) e ciò nonostante il ciclo di riforme approvate e/o implementate dal governo Renzi. “Perché la distanza aumenta? La prima risposta è che l’impatto delle riforme può essere differito nel tempo e quindi oltre il 2016. La seconda, più negativa, ci porta a dire che non si sono fatte le riforme giuste o le più urgenti. Ad esempio si potrebbe sostenere che la priorità numero uno andava assegnata alla riforma della pubblica amministrazione e all’interno di essa alla revisione dei meccanismi di spesa”.

Su questo terreno il governo ha fatto poco o niente e ha privilegiato quelle che chiama “piccole e inutili operazioni di sostegno della domanda interna” come gli 80 euro. Il rischio a questo punto è che un’azione incoerente della politica vanifichi le condizioni macro-economiche di contesto largamente favorevoli (azioni BCE, prezzo petrolio e svalutazione dell’euro). Sotto questo profilo, il Documento di Economia e Finanza, secondo l’Istituto Bruno Leoni, sembra rinviare al 2017 molti impegni e non utilizzare il contesto favorevole per realizzare l’aggiustamento. “Ho letto che il consigliere economico di Palazzo Chigi, Tommaso Nannicini, sostiene che il +0,3 del primo trimestre 2015 del PIL è uguale per Italia e per la UE e quindi abbiamo ripreso l’Europa. In realtà i due numeri non si possono comparare – sottolinea Rossi – bisogna invece allungare lo spettro di analisi e prendere in esame i tassi di crescita tendenziali sull’anno. Così si vede che la nostra crescita è stata in questo arco di tempo pari allo zero e l’Europa invece ha fatto segnare +1”. E il Superindice lo sottolinea.

Dal Corriere della sera, 25 maggio 2015

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Trasparenza nella PA: serve un vero Freedom Of Information Act italiano

Vorreste sapere a che punto sono gli investimenti promessi per contrastare la violenza domestica o i piani per gli asili nido del vostro comune? Impossibile, in Italia, a meno che dimostriate di avere un interesse “diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale e` chiesto l’accesso”, richiesto dalla Legge 241/90 vigente in materia. In oltre cento Paesi del mondo, al contrario, ciò è reso possibile dal cosiddetto Freedom Of Information Act (FOIA). Nei prossimi mesi, tuttavia, lo scenario potrebbe mutare, grazie a un emendamento al d.d.l. di delega al Governo per la riforma della pubblica amministrazione votato all’unanimità dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, che dovrebbe costituire il presupposto per l’adozione di un “FOIA italiano”.

Nel nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “Un FOIA per l’Italia” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL, spiega che il FOIA “e` uno degli strumenti più importanti di cui i cittadini di moltissimi Paesi del mondo dispongono per esigere trasparenza dal proprio governo, in quanto obbliga quest’ultimo a rendere pubblico, su richiesta anche non motivata, qualsiasi documento, atto e informazione a sua disposizione, salvo specifiche eccezioni, oltre a garantire il diritto di cronaca e la liberta` di stampa dei giornalisti”. “Negli Stati Uniti, e in tutti gli altri paesi in cui sia presente un documento legislativo equiparabile al FOIA”, prosegue l’autore, “chiunque può richiedere di visionare ed estrarre copia di qualsiasi atto pubblico senza dover fornire alcuna spiegazione. Se l’amministrazione ritiene di dover negare l’accesso, e` quest’ultima a doverne motivare il rigetto. L’onere di provare l’impossibilita` di dare seguito alla richiesta di accesso, pertanto, spetta all’ente pubblico”.

Le recenti misure legislative in materia di trasparenza amministrativa, in conclusione, intervengono solo marginalmente sul nocciolo della questione, che è l’inversione dell’onere di provare la riservatezza dei documenti richiesti. L’adozione di un FOIA in Italia, secondo il modello presentato da un gruppo di associazioni e organizzazioni denominato FOIA4Italy, sarebbe pertanto un passo fondamentale nella direzione di una più piena e responsabile trasparenza della pubblica amministrazione, purché non si concreti in un ulteriore aggravio dell’apparato burocratico.
Il Focus “Un FOIA per l’Italia”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Tornare a crescere: basta volerlo

Si avverte come sempre più urgente la necessità che la nostra economia torni a crescere. Nonostante le numerose previsioni ottimistiche, le promesse e i diversi tentativi da parte dei politici che si sono succeduti in questi anni di crisi, nel nostro paese non è ancora riuscito a riaffermarsi un trend di crescita economica significativa e, meno che mai, duratura.

Nel documento “Tornare a crescere: basta volerlo” (PDF), redatto congiuntamente dall’Istituto Bruno Leoni e da Prioritalia, si ripercorrono le decisioni politiche degli ultimi Governi in merito alla gestione delle risorse pubbliche, mostrando come in virtù di queste decisioni sia ben poco sorprendente che il nostro Paese abbia continuato a rimanere in questa dannosa stagnazione. “Ci si è limitati a una gestione difensiva del declino, con politiche che sicuramente non sono state adeguate a consentire una reazione efficace contro la crisi. Piuttosto che a contrastarla, si ha l’impressione che esse abbiano contribuito a perpetuarla.” Non è aumentando ancora le tasse e portando avanti una revisione della spesa sempre e solo di facciata che possono liberarsi le forze produttive del nostro Paese, già soffocate da una stretta morsa fiscale.

Sulla base di questa analisi vengono avanzate alcune proposte per uscire dall’impasse, sulla base di una convinzione: “per tornare a crescere bisogna liberare e valorizzare le forze vive di questo Paese... Non si tratta di un libro dei sogni, ma di mettere mano a una serie di interventi radicali per tanto tempo al centro del dibattito pubblico, economico, politico e istituzionale, e pure mai veramente attuati”. Liberalizzazioni, privatizzazioni e revisione della spesa sono i canali percorribili fin da subito e attraverso cui poter rimuovere il principale ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo della crescita: la pressione fiscale. 

Ciò che è necessario per tornare a crescere è chiaro: basta avere la volontà politica di farlo. Questo è quanto emerge dal documento “Tornare a crescere: basta volerlo”, liberamente disponibile qui (PDF).

La Grande carestia cinese (1958-1962). Cronaca di un’economia pianificata

Durante la Grande carestia cinese del 1958-1962, morirono di decessi innaturali 36 milioni di persone, senza che vi fossero condizioni ambientali e climatiche sfavorevoli. Yang Jisheng, autore di Tombstone, indaga nell’Occasional Paper “La Grande carestia cinese (1958-1962). Cronaca di un’economia pianificata” (PDF) le circostanze e le cause politiche che portarono a un eccidio dalle proporzioni spaventose, e troppo poco conosciuto ancora oggi. 

«A causare la Grande carestia - scrive Yang Jisheng - sono stati il sistema altamente centralizzato che aveva come perno l’economia pianificata e il sistema totalitario in cui si sommavano caratteristiche della tradizionale monarchia cinese e del dispotismo staliniano. […] Al tempo di Mao Zedong, grazie alle armi moderne, ai mezzi di trasporto moderni, alle moderne tecnologie della comunicazione e ai pervasivi metodi organizzativi, il potere dello Stato arrivava a toccare ogni villaggio di campagna lontano dal centro e ogni angolo tra le montagne e i campi. Esso penetrava in ogni unità di lavoro e scuola, permeava ogni aspetto della vita di tutte le famiglie ed entrava nella testa e nelle viscere di ogni individuo. L’espansione del potere amministrativo aveva già raggiunto il picco, aveva già raggiunto il limite, aveva già raggiunto il punto di non ritorno. Questo sistema altamente centralizzato e monopolizzato si realizzava per mezzo dell’economia pianificata.» «L’aver trasformato la fede nel comunismo in fede collettiva in cui tutto il popolo credeva - conclude Yang Jisheng - e mettere in pratica questa fede collettiva usando il potere politico come mezzo di coercizione e attingendo alle risorse nazionali, avrebbe senza dubbio generato un’enorme catastrofe.» La Grande carestia cinese ne è un tragico esempio.

L’Occasional Paper “La Grande carestia cinese (1958-1962). Cronaca di un’economia pianificata” è liberamente disponibile qui (PDF)

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Metro di Roma: la corsa degli impuniti

Chi chiede continuamente, a gran voce, “più regole” sarebbe bene fosse il primo a rispettarle, le regole. Invece così non è: perlomeno in Italia.

 

È il caso di quanto sta succedendo al trasporto pubblico di Roma. Da giorni, i macchinisti della rete metropolitana stanno interrompendo il servizio pubblico di trasporto senza aver indetto uno sciopero formale, ma semplicemente incrociando le braccia.

Romani e turisti si sono trovati ad aspettare la metropolitana anche per un’ora, senza alcun preavviso, nemmeno un biglietto ai tornelli.

Sul sito Atac, si legge che i rallentamenti sembrano dovuti a iniziative individuali «dovute all’applicazione anche al personale operativo del sistema automatico di rilevazione delle presenze». In soldoni, alcuni (quanti?) dipendenti non vogliono sottostare al controllo dei tornelli per la presa e l’uscita dal servizio. Perché il messaggio arrivi chiaro e tondo, semplicemente si rifiutano di lavorare. 

Si tratta di legittimo esercizio del diritto di sciopero per protestare contro una nuova condizione lavorativa, peraltro di evidente buon senso? A noi sembra più interruzione di pubblico servizio.

La differenza è chiara, norme alle mano. La legislazione, già in vigore, impone determinate formalità perché l’astensione dal lavoro sia legittimo esercizio di un diritto. Formalità che, a Roma, sono state bellamente ignorate: nessuno ha dato preavviso, nessuno ha apertamente indetto uno sciopero, la Commissione nazionale per gli scioperi non ha certificato un servizio minimo garantito. 

Cosa diremmo di un’azienda privata che, ricevuta in appalto la fornitura di un servizio essenziale, decidesse unilateralmente di smettere di occuparsene, per spuntare un contratto migliore? 

Nessuno “assolverebbe” il proprietario o il manager dell’impresa.

In questo caso, abbiamo davanti dei dipendenti di una società pubblica che scelgono di non lavorare, per protesta contro il controllo del rispetto dell’orario di lavoro. Nonostante un articolo del codice penale che qualifica tale comportamento come reato, nonostante una legge che prevede quali sono le forme di contestazione legittime, nonostante un’autorità indipendente chiamata a sorvegliare sul rispetto di tale legge. 

Non sono “regole” anche queste? Perché non fa nemmeno notizia, che vengano bellamente ignorate?

L’amara risposta sta nel fatto che le relazioni sociali e industriali nel nostro paese sono stabilite a prescindere dalle “regole”. I sindacati le invocano per gli altri: ma quelle che riguardano loro non sono che un accidente passeggero.

Non bastano le leggi e le autorità di controllo perché si risponda delle proprie responsabilità. Occorre che il circuito venga attivato. Occorrerebbe, nel caso romano, la immediata risposta dell’azienda pubblica, e se questa non dovesse avvenire, l’immediata risposta del Comune di Roma e del suo sindaco, al quale i vertici dell’azienda pubblica rispondono. L’afonia dell’una e dell’altro ne certifica non solo l’indifferenza nei confronti del cittadini: ma anche, quel che è peggio, la debolezza verso i prepotenti.

Nel frattempo, gli utenti del monopolistico servizio pubblico, al di là di tentare la disperata via di denuncia di interruzione di pubblico servizio, non hanno alternative. 

Sono sudditi impotenti: privi della libertà di scegliere una concorrenza che non c’è, umiliati dalla prepotenza di chi si sottrae, indisturbato, al più banale dei controlli.

Grecia. Gestire il fallimento sovrano

Tre anni sono passati dal secondo salvataggio greco, sei mesi da quando è apparso più che probabile che il problema si sarebbe riproposto. Poche ore da quando la probabilità è diventata certezza (per quanto rimanga da stabilire la forma e l’autore del salvataggio). Eppure in questo lasso di tempo le istituzioni europee non hanno ritenuto di porre all’attenzione dei cittadini e dei governi dei paesi membri il tema delle situazioni di insostenibilità del debito sovrano e delle loro modalità di risoluzione. Si obbietterà che, così facendo, si sarebbe riconosciuto formalmente la possibilità di un evento – il fallimento di uno Stato sovrano – che non si voleva e non si vuole riconoscere (anche se la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti) per evitare conseguenze per la moneta unica. Ma sarebbe facile rispondere che, discutendo apertamente delle regole dei fallimenti degli Stati sovrani e della loro contestuale permanenza all’interno dell’Unione monetaria, si sarebbe, invece, fatto l’interesse di tutti gli europei ed in particolare dei greci.

Gli europei sarebbero stati forzati a ricordare che, come ci insegna la storia, il fallimento di uno Stato sovrano è possibile e tende spesso a derivare più dalla mancanza di volontà dello Stato stesso che non dall’incapacità di ripagare il debito accumulato. Ed è bene sapere in anticipo come fronteggiarlo. I greci, a loro volta, avrebbero potuto valutare con chiarezza le alternative in campo, senza cullarsi nell’illusione che un voto nella sola Grecia potesse decidere per l’Europa intera e senza sperare che il fallimento potesse sostituire dolorosi e prolungati interventi a carattere fiscale (tanto più dolorosi in quanto rimanendo all’interno dell’Unione monetaria non si disporrebbe dell’arma della svalutazione).

Per quanto i trattati europei prevedano esplicitamente una clausola di “no bailout”, la realtà si è incaricata di aggirarla. Del resto, la strada scelta dagli europei – che ci piaccia o meno – non è la strada statunitense in cui non c’è bisogno di scrivere una clausola di “no bailout”: in quel caso, una forte disciplina di mercato si combina con un’ampia autonomia fiscale a livello degli Stati membri e, di conseguenza, con un grado elevato di autodisciplina a livello sub-federale. Al contrario, noi europei abbiamo preferito, e da tempo, la soluzione opposta: un coordinamento crescente delle politiche di bilancio e, di conseguenza, vincoli crescenti all’autonomia dei singoli Stati membri. In questo quadro, come dimostra ampiamente la vicenda greca del 2010-2012, la ristrutturazione del debito (se proprio non si vuole usare l’espressione “salvataggio”) finisce per essere l’unica soluzione possibile. Ma proprio per questo motivo si sarebbe dovuto cogliere l’occasione greca per definirne regole e procedure.

L’epilogo della vicenda greca, dopo l’esito referendario, è molto probabilmente ancora tutto da scrivere. Ma l’estate che arriva sarebbe utilizzata bene se la si usasse per definire anche queste regole del gioco. Le ipotesi su cui lavorare non mancano e sono da anni sul tavolo delle istituzioni europee ed internazionali. Per lo più prevedono un avvio formale della procedura di ristrutturazione del debito da parte del paese insolvente nonché una gestione legale ed economica della procedura fino alla piena ristrutturazione del debito da parte di organismi terzi (presumibilmente, la Corte di giustizia dell’Unione per gli aspetti legali e la Commissione europea, per gli aspetti economici). Non manca una modalità per canalizzare la necessaria liquidità verso il paese insolvente nel periodo di svolgimento della procedura di risoluzione. A questi elementi si potrebbe (e si dovrebbe) affiancare un controllo in una fase successiva alla ristrutturazione del debito. Controllo che potrebbe, per esempio, prendere la forma di un diritto di veto sui contenuti della legge di bilancio del paese in procedura. Anticipando così quello che potrebbe essere uno degli esiti del necessario rafforzamento del coordinamento delle politiche di bilancio nell’Eurozona. 

È opportuno mettere il tema in agenda immediatamente. Perché i meccanismi di risoluzione delle situazioni di insostenibilità del debito sovrano limitano i margini di incertezza. Segnalando che il default è un evento indesiderabile ma possibile, rafforzano le pressioni esercitate dai mercati e riducono lo spazio per comportamenti opportunistici. E perché, rendendo esplicite le conseguenze del fallimento di uno Stato sovrano che voglia rimanere all’interno di una Unione monetaria, aprono gli occhi ai cittadini di quello Stato sovrano. “Non accetteremo condizioni umilianti”, ha ripetutamente dichiarato negli ultimi mesi il premier greco Alexis Tsipras ed evidentemente i cittadini greci non hanno considerato o non hanno voluto considerare umiliante vedere l’economia greca sopravvivere settimana dopo settimana grazie alle razioni di ossigeno somministrate dalla Banca Centrale Europea attraverso l’Emergency Liquidity Assistance. È probabile però che possano considerare umiliante passare per una procedura di ristrutturazione del debito come quella delineata. Stabilire oggi una procedura di risoluzione del debito sovrano serve anche ad evitare inutili illusioni.

L'Europa di oggi? Un inferno fiscale

Da tempo l'Europa è in declino e sul tema il consenso degli studiosi è ampio. Il semplice fatto che il ventesimo secolo sia stato definito il «secolo americano» attesta come quello che per molti secoli è stato il centro del mondo ora non lo è più. E dopo la grande espansione degli Stati Uniti adesso si sta assistendo a un nuovo protagonismo dell'Asia, in generale, e dei Paesi di cultura cinese, in modo particolare. Negli ultimi anni, per giunta, la crisi dei debiti pubblici sta rendendo ancora più evidente la marginalizzazione di quell'Europa che in passato aveva la forza di conquistare il mondo intero: con gli eserciti, ma anche e soprattutto con l'economia e la cultura.
Sulle ragioni di questo rapido declino le opinioni sono però divergenti. La prospettiva liberale riconduce tale crisi a un dato macroscopico e al tempo stesso troppo ignorato: al fatto, cioè, che dopo la dissoluzione dell'impero sovietico il Vecchio Continente è l'area a più alto intervento pubblico e, di conseguenza, con la tassazione più pesante. In un'economia globalizzata che vede imprese e capitali muoversi alla ricerca delle condizioni più favorevoli, essere un universo istituzionale dominato da «inferni fiscali» rappresenta un gravissimo handicap che, molto velocemente, sta minando la capacità degli europei di competere a livello internazionale. Va pure ricordato che lo Stato moderno e il socialismo sono invenzioni europee, poi esportate con successo un po' ovunque. Innamorati delle elaborazioni concettuali di Jean Bodin e Jean-Jacques Rousseau, di Thomas Hobbes e Karl Marx, gli intellettuali francesi e tedeschi hanno costruito un orizzonte ideale che ha progressivamente favorito l'imporsi di azioni lobbistiche in grado di usare i poteri pubblici per soddisfare ogni bisogno e desiderio. In tale quadro, i produttori sono stati sempre più gravati da oneri insopportabili, così che oggi si vedono sottrarre dall'apparato politico-burocratico più della metà di quanto realizzano. Ovviamente la situazione europea, al suo interno, include casi abbastanza diversi. Anche sulla scorta della lezione di Milton Friedman e altri, negli scorsi anni vari Paesi post-comunisti hanno adottato politiche più liberali e in ambito fiscale non hanno esitato a introdurre una tassazione moderata, non progressiva (la fiat tax), relativamente semplice sul piano degli adempimenti. Oltre a ciò persistono Paesi che manifestano una qualche resistenza di fronte allo statalismo più estremo (si pensi alla Svizzera o anche al Regno Unito), ma questo non toglie che nel suo insieme la strada intrapresa dall'Europa sia chiara. Per giunta è ormai forte la volontà di considerare illegittima ogni politica nazionale volta ad attrarre capitali e investimenti riducendo il prelievo. La tendenza prevalente è quella di considerare ogni tassazione limitata alla stregua di un aiuto di Stato, dal momento che è considerata normale un'ipertassazione ed eccezionale una sottrazione contenuta della ricchezza. In questo modo il processo di unificazione politica potrebbe accompagnarsi a una crescente armonizzazione dei sistemi fiscali: naturalmente verso l'alto. Chi parla di uniformare il fisco non pensa certo di estendere a tutta l'Europa il modello del Lussemburgo, ma semmai di proteggere Paesi come l'Italia e la Francia da ogni fuga di capitali, lavoratori e imprese.
La possibilità che l'Europa torni a essere dinamica e vivace, nuovamente creativa e capace di aprire strade inedite, passa allora dalla fine dell'innamoramento per lo Stato che la caratterizza da tempo e, di conseguenza, da una massiccia riduzione delle risorse sottratte con l'imposizione tributaria. Ma solo un'Europa plurale e caratterizzata da un'ampia competizione tra sistemi può provare a invertire la rotta.

Da Il Giornale, 5 luglio 2015