Partecipata addio?

Decidere cosa tagliare e come farlo è una scelta politica, ha detto ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in un’intervista al Corriere della Sera. Uno dei “terreni propizi per un’opera di razionalizzazione disse a inizio agosto alla presentazione del decreto sblocca Italia è quello delle partecipate”. Opera d’impatto sui potentati locali che in questi anni hanno contribuito al dissesto di almeno un terzo delle municipalizzate italiane.

Secondo gli annunci del governo, in attesa del Cdm di venerdì che darà allo sblocca Italia i crismi dell’ufficialità, le municipalizzate volgono a una riforma drastica e complessiva scaturita dalle indagini del commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli. Nell’architettura del disboscamento, secondo indiscrezioni, ci sarebbero elementi di novità significativi. Il più rilevante è la possibilità di prevedere il fallimento delle società in perdita. Sono almeno 1.250 su 8.000 censite (un numero certo non esiste, alcune non hanno registrato i bilanci 2012). Secondo Cottarelli, anche attraverso altre chiusure, cessioni e privatizzazioni, nei prossimi tre anni si potrà arrivare ad averne solo un migliaio, come in Francia, con un ritorno per lo stato di 2-3 miliardi. Risorse provvidenziali a coprire i costi per il rilancio dei progetti infrastrutturali rimasti fermi, il fulcro del maxi-provvedimento sblocca Italia. La chiusura di aziende inefficienti è spesso obbligata, visti i bilanci malandati: in cinquemila organismi privati e partecipati dagli enti locali l’indebitamento complessivo è di 34 miliardi, dice la Corte dei Conti. Per quelle in attivo la privatizzazione o la vendita di quote in Borsa invece è possibile. Per incentivare i comuni a vendere è allo studio del governo l’eventualità di non conteggiare i proventi della vendita ai fini del patto di stabilità interno. Mentre verranno prorogate le concessioni (fino a 22 anni, dice il Corriere) in caso di sbarco a Piazza Affari.

Le intenzioni pragmatiche del governo hanno già riscosso consensi dagli economisti più liberisti, sebbene con qualche avvertenza.

“Se il governo riuscisse davvero a confermare le proposte annunciate e a renderle operative, sarebbe un segnale di concretezza nella svolta per un sistema più efficiente delle risorse pubbliche e più aperto ai benefici della concorrenza”, dice al Foglio Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni. Anche i compromessi cui si potrebbe giungere in corso d’opera per arrivare all’obiettivo di riportare all’efficienza aziende di pubblica utilità sono in parte indice di pragmatismo, dice Sileoni. Ad esempio, la mancanza di un’esplicita scelta di aprire alla concorrenza i servizi pubblici e quindi lasciare la gestione diretta solo come ipotesi eccezionale deriva probabilmente dalla volontà di non contraddire il risultato referendario del 2011, quello sull’acqua pubblica.

Oppure l’intenzione di mantenere la concessione anche in caso di fusione o acquisizione societaria. “Specie nel periodo transitorio, i compromessi sono una costante di ogni piccola o grande riforma, ma se le proroghe e le deroghe dovessero essere sproporzionate rispetto alle necessità della transizione, e si spera in particolare che sia smentita la possibilità di allungare la concessione per le società quotate, non faranno altro che smentire gli obiettivi governativi”, aggiunge Sileoni. Per ora le aspettative sono alte. Finora si è intervenuti in modo “astratto e inefficace”, per usare le parole del presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Piero Fassino, attraverso la richiesta ai comuni di liquidare società in perdita a una certa data di scadenza.

Il riferimento è alla legge di stabilità del 2010 che imponeva ai comuni con 30 mila abitanti di liquidare o cedere entro il settembre 2013 le loro partecipazioni. Finora delle 1.472 società interessate solo un quinto risulta in liquidazione, dice il Cerved. Il motivo di fondo è che attorno alle municipalizzate ruotano interessi politici che si esplicitano attraverso l’assegnazione di incarichi nei cda, un numero di cariche che spesso supera quello dei dipendenti.

L’affollamento è una degenerazione: con le privatizzazioni degli anni Novanta è stato tolto il pane di bocca alla politica che si è rifatta su scala locale. La possibilità di incidere e sfrondare è autoevidente soprattutto in quelle società che si dedicano a servizi collaterali (consulenza gestionale, pubbliche relazioni, organizzazione eventi) con attivi scarsi e che sono di discutibile utilità.

Da Il Foglio, 28 agosto 2014

L’altro rigore

Il governo a vocazione bum bum, inteso come un esecutivo guidato da un presidente del Consiglio abile nel trasformare con costanza promesse, intenzioni, propositi e tweet in accecanti e mirabolanti fuochi di artificio, una volta archiviata la settimana dei grandi impegni e dei grandi annunci (domani c’è il famoso Cdm in cui il premier illustrerà il programma dei mille giorni) entro la metà del prossimo mese, ovvero entro il 15 settembre, termine per la presentazione della legge di stabilità, sarà costretto a indicare quali saranno i punti chiave di quello che in Europa, insieme con la riforma del lavoro, viene considerato un provvedimento chiave per misurare il tasso del riformismo del governo Leopolda: il taglio della spesa pubblica.

I giornali di ieri, dopo un’estate in cui l’unico taglio messo in cantiere dal governo riguarda quello del commissario alla Spending Review, il tenebroso Carlo Cottarelli, hanno annunciato un altro bum bum del governo che questa volta riguarderebbe il settore delle municipalizzate. A dire il vero, gli obiettivi posti da Renzi sulla spending review sono ambiziosi (32 miliardi di euro da tagliare in modo strutturale entro il 2016 non sono pochi, sono circa il 2 per cento della spesa corrente) così come è ambiziosa l’idea di destinare gran parte degli introiti ricavati dai tagli alla riduzione delle tasse. I numeri sono importanti e centrali ma per capire se, su questo punto, il governo Renzi avrà il coraggio di agire senza paura di essere impopolare ci sono anche altri criteri importanti che andranno tenuti sotto osservazione.

“La spending review – dice al Foglio Nicola Rossi, economista, ex parlamentare Pd, autore di un recente e dettagliato paper (PDF) sul taglio alla spesa pubblica pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, di cui Rossi è stato presidente fino al 2013 – diventa fattore di cambiamento del paese se è strategica e cioè se parte dalla domanda ‘è utile e/o opportuno che l’operatore pubblico produca questo bene o questo servizio?’. Detto in altri termini, la spending review strategica non si limita a `riqualificare e riallocare’ la spesa ma conduce a un ripensamento sul ruolo dell’operatore pubblico e sulla ampiezza delle sue attività. Un esempio su tutti: le municipalizzate”.

Da questo punto di vista, è il ragionamento di Rossi, il mondo delle municipalizzate è un buon terreno su cui sarà utile osservare il coraggio del governo e la sua capacità di rottamare il socialismo municipale. “La chiusura delle partecipate in perdita è una misura di igiene elementare, ovvio. Ma da un leader che si auto descrive come uno straordinario riformista ci si aspetta qualcosa di più. Ci si aspetta, per esempio, che inviti gli enti locali azionisti di queste partecipate a portare avanti azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori che non hanno tutelato gli interessi degli investitori a meno che non preferisca che siano i magistrati della Corte dei conti a fare quello che invece dovrebbe fare la politica, ovvero vigilare sul dolo che si nasconde dietro gli sprechi. Spending review significa questo. Significa rottamare quella politica benecomunista che si è diffusa in Italia dopo il referendum sull’acqua e che ha imposto un modello neo statalista nel nostro paese che mi sembra che neanche Renzi ma spero di sbagliarmi sia intenzionato a rottamare fino in fondo”.

Rossi, sempre a proposito di municipalizzate, ricorda che sono quasi 2 mila su 7 mila le società partecipate dai comuni che oggi si trovano in rosso (secondo la Corte dei conti, nei 5 mila organismi privati e partecipati da enti locali, l’indebitamento è pari a circa 34 miliardi di euro). Ricorda che (dati Confcommercio 2013) gli sprechi delle municipalizzate sono la ragione principale della quintuplicazione delle tasse locali negli ultimi vent’anni. E ricorda che, da ex sindaco, Renzi ha in qualche modo il dovere morale di dimostrare coraggio nel rendere efficiente un settore che, da ex sindaco, non può non essersi accorto che non funzionava come avrebbe dovuto (”Il settore delle municipalizzate come certificato nel 2013 dalla Corte dei Conti è il cancro degli enti locali con incarichi e consulenze dai compensi fuori mercato che non hanno prodotto niente”).

“Conosco il ministro Padoan da molto tempo continua Rossi, che con il ministro dell’Economia ha lavorato fianco fianco a Palazzo Chigi ai tempi del governo D’Alema, nel 1998, quando entrambi erano consiglieri dell’ex premier e credo sia culturalmente disposto e disponibile ad agire con coraggio sulla spesa. I 32 miliardi promessi dal governo costituiscono un obiettivo importante ma mi permetto di fare il gufo e di dubitare che Renzi avrà gli attributi per fare una qualche mossa impopolare”. In che senso? “Renzi è drogato di consenso e non c’è nulla di più pericoloso che un’eccessiva attenzione al consenso per mettere mano alla spesa pubblica. In più, lo dico sempre travestito da gufo, mi chiedo se questa maggioranza abbia la forza di dare un’impopolare frustata alla spesa pubblica. Francamente non credo. E non lo credo per una ragione semplice. Con buona pace degli esponenti del centrodestra che ne fanno parte dice con perfidia Rossi quello attuale è un esecutivo abbastanza chiaramente socialdemocratico. Come appare da gran parte delle sue scelte. Che a volte possono anche essere condivisibili o ‘non dannose’ ma che certo non incidono sulla cultura della sinistra italiana”. Rossi concorda sul fatto che fino a che l’Italia non presenterà un programma serio e competitivo sui temi del lavoro e della spesa pubblica in Europa continueranno per molto tempo a esserci scene simili a quelle osservate ieri. Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, in un’intervista al quotidiano Passauer Neue Presse ha detto, con tono severo, che le recenti dichiarazioni di Draghi sulla necessità di un allentamento delle politiche di rigore “sono state interpretate troppo in una direzione”.

E che in Europa “abbiamo bisogno di riforme strutturali per assicurare la nostra competitività”. Il messaggio implicito è ancora una volta molto chiaro: fino a che i paesi che chiedono una mano all’Europa, e alla Bce, non dimostreranno a chi comanda in Europa di aver imboccato la giusta via delle riforme la direzione dell’Europa non sarà molto distante e differente da quella imboccata finora. Semplice, no? “L’Italia dice Rossi sa da circa vent’anni cosa dovrebbe fare per mettersi in condizione di affrontare i mercati e giocare un ruolo nelle istituzioni che hanno preso forma negli ultimi decenni. La lettera della Bce del 2011 ne è certamente una buona sintesi, e Renzi farebbe bene a tenere quel testo sulla sua scrivania di Palazzo Chigi. Il problema è che il passaggio del tempo non è indifferente e questo è particolarmente vero in una situazione complessiva caratterizzata da molte criticità che possono, anche improvvisamente, far risaltare la estrema vulnerabilità italiana (di cui il debito pubblico è l’espressione più evidente). Spiace dirlo, ma continuiamo a perder tempo. Spesso in questi mesi ho avuto l’impressione che sono stati rottamati gli uomini ma non ancora le vecchie idee. E questo, solitamente, non ha molto a che fare con il cambiamento”.

Da Il Foglio, 28 agosto 2014

L’illuminazione pubblica ci costa il doppio della Germania

L’Italia spende troppo per l’illuminazione pubblica con differenze rispetto all’Europa molto alte visto che l’illuminazione comunale costa circa 1 miliardo di euro l’anno, 18,7 euro a cittadino, il doppio del conto pagato dai cittadini tedeschi.

L’illuminazione stradale, la principale fonte del consumo, costa circa 2 miliardi di euro e grava prevalentemente proprio sulle finanze dei comuni.

Ma non solo. Negli ultimi 15 anni il flusso totale di luce dell’illuminazione pubblica nel nostro Paese è raddoppiato. È l’analisi di wikispesa.costodellostato.it e Ibl, che cita anche osservazioni del Commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli, che sul suo blog sottolinea come si possano raggiungere risparmi immediati non trascurabili, dell’ordine di 100-200 milioni l’anno, ottenuti nel breve periodo attraverso “lo spegnimento di luci non necessarie”.

L’Italia, riferisce l’analisi, appare evidentemente più luminosa del resto dell’Europa nelle immagini del satellite Suomi Npp che sorvola la penisola nella notte, e gran parte delle fonti luminose notturne visibili da satellite sono di illuminazione pubblica.

Da Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2014

Non tutte le infrastrutture sono buone

La realizzazione di nuove infrastrutture non è necessariamente un viatico per la crescita economica: alla vigilia del decreto Sblocca Italia, che proprio di rilancio infrastrutturale dovrebbe occuparsi, è bene che il governo si muova con cautela su questo fronte per evitare l'ennesimo sperpero di risorse pubbliche. Lo sostiene Francesco Ramella, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper "Infrastrutture e crescita economica: adelante con juicio" (PDF).

Scrive Ramella: "Negli ultimi decenni, si è andata sempre più diffondendo fra i decisori politici la convinzione che una maggior dotazione di infrastrutture ed in particolare di linee ferroviarie ad altà velocità e di metropolitane in ambito urbano sia un elemento imprescindibile ai fini della crescita economica e della sostenibilità ambientale per cui una valutazione specifica delle singole opere appare quasi superflua. Tale ‘visione’ non sembra però trovare riscontro empirico." In altre parole, non tutte le infrastrutture sono necessariamente buone, ma solo quelle realmente utili, ossia quelle in grado di ripagarsi. Prosegue Ramella: "Al fine di limitare gli incentivi perversi che sono alla base delle previsioni non realistiche di cui sopra si propone una ‘terapia’ articolata su due linee di azione". 

Tali nuove linee sono:
a) una revisione delle modalità di finanziamento delle infrastrutture che preveda il passaggio da una responsabilità prevalente del governo centrale a quella degli enti locali e  dai soggetti pubblici a quelli privati;
b) il ripensamento di una strategia di investimento incardinata sugli investimenti pubblici ed i sussidi all'esercizio a favore dei trasporti collettivi ad una che punti prevalentemente sugli investimenti stradali e sull'adozione di pedaggi/prelievi fiscali corrispondenti ai costi diretti ed esterni correlati a ciascun modo di trasporto.

Il Briefing Paper "Infrastrutture e crescita economica: adelante con juicio" di Francesco Ramella è liberamente disponibile qui (PDF).

Yellen e Draghi virano sul micro

C’è una deriva macro, in Italia e dintorni. (Sarà perché i fattori “macro” non richiedono riforme strutturali?). L’idea che questa sia una crisi da domanda, che a provocarla siano l’austerità e l’idolatria del pareggio di bilancio; che queste abbiano prodotto anche la sopravvalutazione dell’euro, mentre solo la sua svalutazione varrebbe ad annullare lo svantaggio competitivo accumulato; che per far ripartire la crescita basterebbe che la Bce comperasse senza sterilizzarli i debiti emessi superando il 3%; che un taglio secco del debito ci permetterebbe di trovare nei bilanci pubblici le risorse per politiche espansive. In vista di Jackson Hole, interventi in questo senso si erano moltiplicati quasi ad avanzare suggerimenti e anticipare sostegno a quello che i banchieri centrali avrebbero potuto dire. È successo che invece Janet Yellen e Mario Draghi mettessero al centro dei loro interventi un tema tipicamente “micro”, la disoccupazione strutturale: come misurarne l’entità, comprenderne la cause, combatterne gli effetti.

Chi sperava di sentire la replica del «whatever it takes» sotto forma di impegno ad acquistare grandi quantità di titoli dei paesi più indebitati, ha sentito ribadire la fiducia nell’efficacia dei prestiti alle banche condizionati al finanziamento di imprese. Chi sperava di trovare inviti a interpretazioni elastiche dei vincoli di bilancio, si è visto ricordare che «i livelli di spesa e di tassazione nell’area dell’euro sono, in proporzione al Pil, trai più alti del mondo» e che questo costituisce un limite endogeno a quello che la politica fiscale può fare accanto alla politica monetaria. Chi voleva flessibilità di bilancio ha trovato una lezione sulla flessibilità dei salari, corredata di confronti tra come sono stati diversamente implementati in Irlanda e in Spagna, e col rituale riconoscimento all’insieme di misure adottate dalla Germania.

Chi si aspettava misure per la crescita si è visto ricordare i «positivi effetti anche nel breve termine se le tasse sono ridotte in quelle aree dove il moltiplicatore fiscale di breve termine è più alto, e le spese tagliate nelle aree improduttive in cui il moltiplicatore è più basso» (ed è stato invitato a leggersi il paper di Alesina, Favero e Giavazzi).

Un discorso, quello di Draghi, tecnicamente raffinato e politicamente equilibrato.

Si leggano le conclusioni. Al primo posto dichiara che «la flessibilità già prevista dalle regole esistenti potrebbe essere usata per meglio sostenere la debole ripresa e per fare spazio al costo per le necessarie riforme strutturali»; al terzo che «in parallelo potrebbe essere utile una discussione sulla complessiva politica fiscale dell’area curo». Al secondo posto i benefici di tagli di tasse finanziati con l’eliminazione degli sprechi; al quarto quelli di «un grande programma di investimenti pubblici, coerente con la proposta del nuovo presidente della Commissione». Se i giorni precedenti Jackson Hole avevano stimolato gli economisti a suggerire a Draghi quello che avrebbero voluto, il day after ha visto gli uffici stampa, soprattutto di Renzi e Hollande, cercare di appropriarsi di quanto potesse tornare utile. Col risultato di suscitare preoccupate reazioni in Germania. Forzati i primi, esagerate le seconde. Quando Draghi dice che «bisogna agire sui due lati dell’economia, le politiche di domanda aggregata devono essere accompagnate da politiche strutturali nazionali», non ha molto costrutto fare il tiro alla fune su come interpretarne le parole.

Quanto all’auspicio che si possa discutere la complessiva politica dell’area euro, è arbitrario sia dire che Draghi appoggia la richiesta di flessibilità sia che di fronte ad essa “tentenna” (come titola la Frankfurter Allgemeine Zeitung). E quanto ai 300 miliardi di investimenti promessi da Junker poteva forse sollevare obbiezioni? Dopotutto non si tratta di politica monetaria, non riguardano la Bce i criteri con cui gli stati si accolleranno le garanzie, sceglieranno e ripartiranno gli investimenti e quanto essi renderanno.

E poi, partissero oggi, va già bene se entro il 12016 si vede il primo euro.

Non è certo colpa di Draghi se, come teme la Faz, «l’eurozona è minacciata da un’orgia di debito». Quanto a noi, la minaccia che incombe è che, tornando (metaforicamente) da Jackson Hole, si sia sommersi da un’orgia di discorsi macro. Come antidoto, sia consentito ricordare una realtà davvero micro: quella delle nostre Micro Pmi, strangolate da una pressione burocratica e fiscale che non accenna a diminuire, da parte di uno Stato efficiente solo nel chiedere. Le Micro Pmi dànno impiego per l’81% dell’occupazione totale, producono il 71,3% del valore aggiunto, contribuiscono al 54% delle esportazioni: ma il credit crunch, unito ai requisiti di vigilanza, le sta soffocando.

Quanto dei pagamenti arretrati della Pa è effettivamente andato a finire nella loro disponibilità e non a ridurre altri debiti? Speriamo che funzioni davvero con i mille miliardi che Draghi ha confermato di voler prestare alle banche condizionati all’erogazione di credito alle imprese: è probabile che sappiano molto meglio delle commissioni governative dove investire.

Da Il Sole-24 Ore, 27 agosto 2014

Una casta di sacerdoti e di burocrati al servizio dell’egualitarismo

Esce nelle edizioni dell’Istituto Bruno Leoni la Breve introduzione alla politica di Kenneth Minogue (IBL Libri 2014, pp. 200, 18,00 euro).

Australiano, filosofo della politica, professore alla London School of Economics e presidente della Mont Pelerin Society, l’associazione internazionale di studi liberali fondata da Friedrich A. von Hayek, Minogue è scomparso nel giugno dell’anno scorso a ottantadue anni.

Rimangono i suoi studi sulla politica, sulla sua genesi e il suo sviluppo, sull’eterno conflitto tra politica e dispotismo, sull’identità di propositi che accomuna idealisti e despoti, leader votati all’eguaglianza e tiranni. Rimane, in particolare, il suo libro più noto, La mente servile, IBL Libri 2012, pp. 404, 24,00 euro, ebook 7,99 euro, nel quale Minogue riflette sulle psicosi della moderna intellighenzia occidentale. In questa Breve introduzione alla politica, seguita da altri scritti più occasionali sulla presunzione dell’eguaglianza e sui pericoli dell’idealismo politico, Minogue esplora le origini della politica nel mondo greco-romano, ne mostra l’evoluzione in epoche più recenti, il medioevo, l’illuminismo, la rivoluzione inglese e quella francese fino al XX secolo e ai nostri tempi, nei quali il software della politica mostra d’essere, come sempre, infettato da virus, in primis dal virus egualitarista.

Spiega Minogue che ogni «progetto egualitario oscilla pericolosamente tra il concentrarsi sui bisogni dei poveri e il concentrarsi sul lusso dei ricchi. Un aspetto della sua instabilità di fondo emerge dal contrasto tra livellamento verso il basso . e livellamento verso l’alto.

Molti egualitaristi, come i loro antenati del XVII secolo, sono puritani con una passione per l’austerità».

Ma soprattutto «l’egualitarismo» è per sua natura elitario, come ogni idea di salvezza affidata a una casta di sacerdoti o di burocrati. «Non sarà lo Stato», infatti, «ma saranno una pletora di funzionari che usano il loro potere a condurci verso una società più egualitaria. Sono gli amministratori, gli ispettori, gli assistenti sociali, gli insegnanti e tutte le altre persone la cui autorità dà loro la possibilità di influenzare gli atteggiamenti e le pratiche dei loro concittadini. A cui s’aggiunge, soprattutto in questi ultimi decenni, una magistratura politicamente orientata che estende i diritti economici e sociali con modalità assai gravose per le finanze pubbliche, senza il fastidio di dover giustificare le nuove misure all’elettorato.

Il bello è che queste persone non si metteranno affatto sullo stesso piano dei concittadini di cui vogliono influenzare gli atteggiamenti e le pratiche. Useranno la superiorità della pedagogia o l’autorità conferita loro dalla legislazione sovrana. Nel senso più vasto della parola, l’egualitarismo si può considerare una dottrina funzionale agli interessi di una classe specifica di funzionari intellettuali». finanziariamente autosufficiente. I suoi membri si consideravano agenti morali in grado d’autogestirsi e non chiedevano prebende, ma libertà».

A dispetto degli scacchi subiti nel XX secolo, nonostante le catastrofi provocate da nazifascismo e comunismo, che agli dei dell’idealismo politico hanno sacrificato vite umana milioni, l’egualitarismo non ha ancora mollato l’osso: era e rimane l’ombra a lato dello sguardo delle società aperte.

Ma non basta, attenzione, essere poveri per apparire degni di soccorso agli occhi dei boia chi molla dell’eguaglianza. Bisogna anche essere intellettualmente inermi e accettare senza discutere l’idea che per salvare il mondo non ci sia che una ricetta: lo stato forte, un fisco spietato, la stampa giustizialista, demagoghi avidi di consenso, oggi anche pasdaran armati di machete e devoti alla parola di Dio. Per quanto l’egualitarismo sia «impossibile persino da concepire», scrive Minogue, «possiamo specificarne senza esitazione il costo: si chiama «dispotismo». E poiché gl’idealisti dovrebbero costituire una classe dominante dotata d’un potere assoluto sui sottoposti, l’egualitarismo come principio universale confuta se stesso. Crea una realtà peggiore di quella che si propone di abolire: una società divisa in caste».

Da Italia Oggi, 26 agosto 2014

Ludwig von Mises: Inspiring Think Tanks Across The Globe

The free enterprise system within a rule of law is the best engine for prosperity. Ludwig von Mises (1881-1973) is recognized by many as its greatest advocate. His name was largely ignored for decades, today, however, more than 20 think tanks around the world are named after him. No other famous economist comes close.

Those who started these “Mises Institutes” were inspired mostly by the theoretical work of this Austrian scholar, books such as “Socialism,” “Theory of Money and Credit,” and “Human Action.” When I studied economics at Grove City College under Dr. Hans F. Sennholz (1922-2007), one of Mises’ disciples, these three books were required reading.

(…)

New efforts of “Austrian” inspired public policy research will likely emerge from the Austrian Economics Research Conference (planned for March 2015) which offers opportunities for going beyond theory, or from research focusing just on studying each other or from focusing on “what other Austrians wrote.” At least two of the Mises Institutes recently started journals: the Revista Mises in Brazil, an Inter-disciplinary Journal of Philosophy, Law and Economics; and the Journal of Prices and Markets in Canada. The latter already included a few public-policy papers. Other centers with leaders inspired by Mises, such as the Juan de Mariana Institute in Spain, or the Istituto Bruno Leoni (IBL), in Italy, frequently publish “Austrian” inspired policy research. IBL conducts a yearly Mises Seminar, already in its tenth year, where young scholars present policy as well as theoretical papers.

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Da Forbes, 20 agosto 2014

Negozi, la liberalizzazione è una facoltà di scegliere e non un obbligo

Anche quest’anno, nella settimana di Ferragosto, la polemica sulla liberalizzazione degli orari dei negozi ha occupato le pagine di alcuni quotidiani. In un articolo apparso sul Corriere della sera il 13 agosto, è stata criticata la proposta di legge ora alla Camera che intende ripristinare le chiusure obbligatorie in alcuni giorni di festa. Confcommercio Veneto, nel replicare sulle pagine del Gazzettino del 19 agosto, sembra aver reiterato il fraintendimento per cui la liberalizzazione degli orari obbliga tutti ad essere sempre aperti. Al contrario, il suo effetto è proprio la rimozione di ogni obbligo (di chiusura) e il riconoscimento della libertà dei negozianti di decidere, in piena autonomia, quando tenere aperti, sulla base della considerazione che nessuno nemmeno un sedicente illuminato legislatore conosca meglio di loro le abitudini, le esigenze, le preferenze della propria clientela.

Chiuse le saracinesche in città, gli esercizi di vicinato dei centri a vocazione turistica hanno forse rappresentato, in questo agosto dal clima bizzarro, un’alternativa di svago per le persone in vacanza. Chi ha voluto, ha potuto tenere aperti i negozi negli orari e nei giorni in cui ha immaginato di incontrare il flusso di turisti, talora in fuga da una spiaggia sotto la pioggia, talora durante la passeggiata serale.

La liberalizzazione degli orari dei negozi è semplicemente questo: una questione di libertà di scelta del negoziante che riflette in maniera imperfetta ma autonoma le scelte dei consumatori.

Forse, nessuna settimana più di quella di Ferragosto in i gli esercizi di vicinato delle località turistiche fatturano cifre pari agli sforzi di settimane intere durante l’anno mentre i negozi delle zone più urbanizzate vanno anch’essi in ferie rende chiaro cosa significhi la liberalizzazione degli orari: non un obbligo, ma una facoltà di essere aperti a seconda di quelle che si intuiscono essere, a torto o a ragione, le preferenze dei clienti.

Può anche darsi che le liberalizzazioni non aiutino a vendere di più. Nessuno può saperlo, perché in ogni caso occorrerebbe un dato controfattuale. Quel che è certo è che esse non fanno vendere di meno, dal momento che danno una possibilità, e non un diniego, di acquisto. Non sono loro, come ha scritto sul Gazzettino Edi Sommariva, consigliere delegato di Confcommercio Veneto, che “fanno male a tutti i negozi senza riuscire ad “entusiasmare” i consumatori”. A questo, ci hanno pensato e ci pensano altre iniziative del Parlamento e del Governo.

Le liberalizzazioni, al peggio, non portano a un aumento immediato dei consumi, ma di sicuro ripristinano la libertà di incontro tra domanda e offerta in quella che è una delle componenti della vendita di un bene: quando fare acquisti. Confcommercio Veneto sostiene che più che di liberalizzazione degli orari c’è bisogno di personalizzare i servizi alla clientela. Cos’altro è, se non personalizzazione del servizio alla clientela, la possibilità di capire in quali orari essa è più disposta e orientata agli acquisti?

Da Il Gazzettino, 23 agosto 2014

Carcerazione preventiva: dal governo solo un cerotto

Un limite al ricorso alla custodia cautelare in carcere è entrato definitivamente in vigore la settimana scorsa - così come le disposizioni del decreto legge sulle carceri.

Modificando il codice di procedura penale, il legislatore ha vietato al giudice di utilizzare l’arresto preventivo se dovesse ritenere che, all’esito del giudizio, non possa irrogare una pena che superi i tre anni di detenzione, salvo il caso di reati di particolare allarme sociale.

La discrezionalità del giudice era già stata limitata nel 1995, quando le misure cautelari del carcere e degli arresti domiciliari erano stata proibite nel caso in cui il condannato avesse potuto usufruire della sospensione condizionale della pena.

È una buona notizia. Ma solo in parte.

L’abuso della carcerazione preventiva è notoriamente una delle pietre dello scandalo del sistema penale italiano: al 31 luglio 2014, su 54.414 detenuti, 8.665 sono in attesa di primo giudizio (fonte Min. giustizia). In percentuale, il 16% della popolazione carceraria è lì non perché giudicato - nemmeno provvisoriamente - colpevole di un reato, ma semplicemente in quanto sospettato di reità, benché la Costituzione riconosca il generale principio di non colpevolezza sino a condanna definitiva.

Proprio in virtù di tale principio, il codice penale prevede la possibilità di ricorrere alla custodia cautelare in carcere come estrema ratio, anche rispetto alle altre misure cautelari, e in ipotesi-limite e tassativamente indicate. Di quella tassatività, tuttavia, il giudici fanno carta straccia, interpretando in maniera lasca e disinvolta le ipotesi previste dal codice.  

Le modifiche al codice penale, se pure serviranno a limitare il ricorso alla carcerazione preventiva, raggiungono quell’effetto non per osservanza della ratio originale della legge. Questa, infatti, prevede che la custodia cautelare sia utilizzata in casi limite come pericolo di fuga o reiterazione del reato o inquinamento delle prove. Le nuove disposizioni, invece, hanno previsto un divieto di ricorso in ipotesi che non hanno nulla a che vedere con i motivi per cui il giudice possa utilizzarla, ma semplicemente ne legano le mani in caso di reati puniti con pene carcerarie di minore entità.

Il fatto è che per ricondurre alle intenzioni iniziali la carcerazione preventiva c’è solo un modo: responsabilizzare, anche e soprattutto attraverso la riforma del CSM, la magistratura. 

Solo il magistrato, caso per caso, può conoscere in concreto la predisposizione del soggetto a ripetere il reato, il pericolo che esso fugga o la possibilità che inquini le prove. 

Se si è abusato della carcerazione preventiva non è perché essa potesse applicarsi anche per reati minori, quanto perché il giudice, in ogni caso, non è chiamato a rispondere dell’uso che di essa ne fa, al punto da potervi ricorrere per fini diversi da quelli originari, e legati chissà a una sorta anticipazione della pena o a un modo di facilitare le indagini anche facendo pressione sull’indagato.

Solo la piena responsabilizzazione, in primo luogo disciplinare, dell’attività del giudice potrà costituire quell’unico, vero vincolo al corretto uso dei suoi poteri di cui l’intero sistema giudiziario ha un forte bisogno.

Fisco e lavoro, la chiarezza che non c’è

Renzi, se vuole, è capace di parlar chiaro. Lo ha dimostrato con le riforme istituzionali (Senato e legge elettorale): erano chiari gli obbiettivi, i tempi, le alleanze politiche, e il metodo, almeno per ora, sembra averlo premiato. Invece quando dice che «in nessun caso noi sforeremo il 3%» nel rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo (Pil), non riusciamo a capire se questa è una buona o una cattiva notizia. Cioè se significa che ha scelto la strategia di «tagli marginali e qualche aumento nascosto della pressione fiscale» che, secondo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Corriere della Sera, 17 agosto), «ci regalerebbe un altro anno di crescita negativa», oppure se vuol dire che questo per lui è solo un traguardo di tappa, e che non ha rinunciato alla «strategia coraggiosa» che gli consigliano.

Che la politica sia fatta di narrative, Renzi lo sa come pochi: politica è muovere gli animi, orientare decisioni, suscitare aspettative. Ma viene il momento in cui bisogna parlar chiaro. Incominciando magari proprio da quel 3%: che è «stupido», come diceva Prodi, solo se induce alla stupidità di fissarsi sul saldo senza guardare come è composto.

Ad esempio: che c'entrano con quel 3% le riforme del mercato del lavoro e della giustizia civile? Avrebbero dovuto essere fatte, quelle riforme, da alcuni lustri, fanno parte del programma del suo governo, non incidono (se non, e ancora, in modo indiretto) sul deficit. Non sono le poste di un gioco per cui, se le facciamo, magari possiamo essere trattati meglio: sono la condizione minima per sedersi al tavolo senza arrossire.

Prendiamo gli 80 euro di bonus Irpef: è legittimo vantarli come una riduzione di imposte? Tecnicamente sì: ma se sono finanziati, poniamo il caso, con un taglio alle pensioni sopra i 3.500 euro, in realtà sono una redistribuzione da una categoria di cittadini a un'altra. E se a finanziare l'abbassamento delle imposte fosse una sforbiciata dei costi della politica, degli stipendi milionari ai boiardi di Stato, dei tanti consulenti? Ci vuole chiarezza assoluta: ridurre gli sprechi consente di disporre di più risorse: ma se produrranno più crescita dipende solo da come esse vengono impiegate. Non è la stessa cosa se finanziano un aumento della spesa pubblica o invece un taglio delle tasse (e quale spesa pubblica e quali tasse). C'è una riforma che paga due volte, è quella che riduce l'impronta della Pubblica amministrazione (P.A.): per lo Stato riduce i costi di ciò che fornisce, per i cittadini aumenta la qualità di ciò che ricevono. Ma siccome neanche al tavolo delle riforme si servono pasti gratis, di tutte questa è la più difficile. Il che non giustifica che oggi non se ne sappia assolutamente nulla. Anzi.

Nei bilanci, non conta solo «l'ultima cifra in basso a destra»: contano le poste attive e quelle passive che formano il saldo. È giunto il momento in cui la narrativa non basta più. Quello che Renzi ha fatto per le riforme istituzionali deve farlo per quelle strutturali e per la spending review, o come ora si chiama. Deve spiegare, e impegnarsi, sulle poste attive e su quelle passive: quali e quanti tagli delle spese, quali e quanti da modifiche strutturali della P.A.; quali e quante riduzioni delle tasse; quali e quanti investimenti pubblici. E quando.

Deve anche dire con chi si coalizzerà per realizzarle. Per le riforme istituzionali si trattava di alleanze politiche; per le riforme strutturali sono alleanze sociali. Se una riforma non viene fatta è perché c'è un interesse che vi si oppone: riformare vuol dire ammainare il vessillo intorno a cui quell'interesse si è organizzato. Per il lavoro, è il principio della job property, quello che identifica il diritto al lavoro con il diritto a un particolare posto di lavoro; per la giustizia è il principio dell'indipendenza assoluta del magistrato; per il Fisco, il principio per cui la lotta all'evasione consente qualunque intrusione dell'amministrazione nella vita privata, e quella all'elusione qualunque estensione dell'intenzione del legislatore. Tacendo sul tema delle alleanze, Renzi rischia di alienarsi chi queste riforme le teme e di deludere chi, invece, vi spera.

Da Corriere della sera, 21 agosto 2014

Chi cerca un posto nella storia entra in politica

Può non essere l’uomo dei miracoli, può essere anche un po’ sbruffone, forse promette più di quanto possa mantenere, ma la verità è che Matteo Renzi è la sola novità politica che si sia vista in Italia negli ultimi decenni, da quando Berlusconi, nascosto dietro una cabina elettorale, ha fatto «bu!» agl’italiani.

Niente di male, e nulla di buono, ma naturalmente Papi e Renzi sono la stessa novità, non due novità diverse. Stessi contenuti, stessi propositi e spropositi, oggi virati a mancina per appagare l’occhio dell’Italia progressista.

«Chiunque cerchi una sorta di immortalità nella storia entra in politica. I possibili Cromwell non si accontentano più di essere “non mai del sangue della Patria infetto” e di finire nel silenzio di un cimitero di campagna. Si mettono in politica. La Rivoluzione francese diede appunto la fama a personaggi altrimenti sconosciuti come Robespierre, Danton, Marat, Charlotte Corday, Saint-Just e altri. I rivoluzionari sono i graffitari della storia» (Kenneth Minogue, Breve introduzione alla politica, IBL Libri 2014).

Dopo Berlusconi che per vent’anni, travestito da statista, ha occupato il proscenio negando per tutto il tempo a gran voce di recitare in un teatrino, anche se intanto cantava, ballava, agitava il cappello nell’aria e praticava il burlesque c’era bisogno di cambiare musica. Ma è cambiato solo l’arrangiamento, perché la melodia è rimasta la stessa: opere pubbliche, l’Europa non ci merita ma noi siamo europeisti après tout, basta lacci e lacciuoli, guerra alla burocrazia, meno tasse, taglio della spesa pubblica. Insomma le solite cose di centrodestra. Per le solite cose di sinistra, cioè per i tradizionali discorsi progressisti all’antica italiana, per la giustizia sociale e la speranza che anche í ricchi piangano, non c’è più spazio, e tra breve non ci sarà nemmeno più nostalgia.

Ma intanto ci ritroviamo, unici al mondo, con una destra indistinguibile dalla sinistra e viceversa.

Indistinguibili, e per di più alleate. Non è per mancanza di principi o perché sono ardimentosi né per una loro particolare spregiudicatezza che Renzi e Berlusconi stanno modellando e rimodellando insieme la repubblica. Berlusconi e Renzi agiscono insieme perché la pensano nello stesso modo: sono entrambi riformisti a modo loro, e soprattutto sono entrambi degli esibizionisti (in langue de bois giornalistica sono dei «grandi comunicatori»).

Vogliono lasciare un’impronta.

Sarà un’impronta comune, anche se nessuno dei due, potendo decidere, accetterebbe di dividere la gloria con chicchessìa. Ma la divisione della gloria (per chiamarla così) è nei fatti.

«Tutte le culture sono improntate alla convinzione che le loro idee siano le sole giuste, ma oggi, in misura senza precedenti, le persone istruite sono quasi sempre condizionate dai pregiudizi del presente. La dottrina del progresso, per esempio, ha indotto molti a credere che le nostre convinzioni siano più nobili delle idee del passato.

La moda intellettuale contemporanea rifiuta l’idea di progresso e sottolinea il fortissimo condizionamento esercitato su di noi dal luogo e dal tempo ín cui viviamo; afferma che una cultura è uguale all’altra. È una forma di scetticismo che ci libera dall’arroganza dei nostri predecessori, perché dà l’impressione dí ridurre le nostre opinioni allo stesso livello di quelle di chiunque altro. Ma è un’illusione.

La scetticismo contemporaneo è una finta umiltà, che maschera la convinzione dogmatica secondo cui la nostra apertura mentale renderebbe il nostro umanesimo relativista superiore sia al dogmatismo del passato che all’intolleranza di altre culture
» (Kenneth Minogue, Breve introduzione alla politica, IBL Libri 2014).

Sono tanto più simili, e tanto più devoti l’uno all’altro, quanto più si danno a vicenda del «destro» oppure del «sinistro». Ciascuno afferma la propria identità attribuendone una all’altro, che subito ricambia il favore. Per un po’ Repubblica e il Fatto quotidiano hanno sperato che tra i due s’infiltrasse un terzo incomodo: il Comico nei voti del Fatto, Bersani in quelli di Scalfari. Ma il ménage tra la destra berlusconiana e la sinistra renziana è inossidabile, come tutti i matrimoni d’interesse. Durerà fino a quando le opposizioni resteranno quelle che sono: vecchi arnesi e fenomeni da baraccone.

Da Italia Oggi, 15 agosto 2014

Brasile 2014, un mese dopo: chi ride e chi piange

Ridono i brand globali, in primis Visa e Adidas che vedono crescere il loro business durante e dopo la manifestazione. Sorride la Fifa, che impermeabile a ogni scandalo assiste a un’impennata dei suoi ricavi (e del suo potere d’influenza). Digrigna i denti la Nike, che ha puntato sui campioni sbagliati, a partire dalla nazionale di casa. Piangono gli organizzatori, che avevano sottostimato i costi e sovrastimato le ricadute, e con loro buona parte degli sponsor locali.

A quasi un mese dalla conclusione dei mondiali di calcio brasiliani, è tempo di bilanci: e non tutto è andato come previsto per chi ha deciso di convogliare investimenti su Rio2014. Sul risultato dell’eterno derby fra Adidas e Nike, risoltosi nettamente a favore del brand tedesco, abbiamo già scritto qualche settimana fa. Interessanti appaiono anche le rilevazioni di Visa, che ha appena pubblicato le statistiche relative alla spesa effettuata in Brasile con le sue carte di credito durante l’evento: 279 milioni di euro , con un incremento medio del 143 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013 e punte di crescita del 600 per cento in alcune città. L’ammontare di transato su carte Visa in Brasile tra il 12 giugno e il 13 luglio supera la spesa del 2010 in Sudafrica, che ammontava a 190 milioni di euro. Di più, molto di più, ha speso il comitato organizzatore, in quella che si è rivelata I’ edizione più cara di tutti i tempi. E che, come aveva anticipato anche Panorama.it, non ha prodotto né produrrà analoghi ritorni economici su popolazione, infrastrutture e aziende locali.

A confermarlo è uno studio del’ Istituto Bruno Leoni (qui è possibile scaricare il documento completo) che mette in fila le criticità che, ormai da anni, gli economisti denunciano con riguardo alla gestione di Olimpiadi e Mondiali: “esborsi fuori controllo, impianti carissimi e senza alcuna possibilità di utilizzo duraturo, scarse sinergie tra le esigenze della manifestazione e quelle del paese ospitante.

Da Panorama.it, 8 agosto 2014

La necessità dei ricchi per ridurre I poveri

È opinione diffusa che la distribuzione della ricchezza sia sempre più diseguale: che i ricchi siano sempre più ricchi, e i poveri siano sempre più poveri. Se ne discute persino in un Paese come il nostro, che ha altri problemi: non riesce ad uscire dalle secche della crisi economica. Ciò che serve all’Italia sono idee su come aumentare la velocità di crociera della sua economia, prossima allo zero. Eppure, anche da noi, il dibattito sulle diseguaglianze negli scorsi mesi ha fagocitato pagine intere dei quotidiani. Merito anche della traduzione inglese di un libro dell’economista francese Thomas Piketty, che ha fatto del suo autore una celebrità a livello mondiale.

In “Capital in the 21st century” (Harvard University Press, pp. 696, $ 24), Piketty sfinisce il lettore seppellendolo di dati sull’andamento della distribuzione della ricchezza negli scorsi due secoli. La sua tesi è che il rendimento del capitale a meno che non venga artificialmente calmierato supera il tasso di crescita di un Paese. Pertanto, egli conclude che «un’economia di mercato fondata sulla proprietà privata, se lasciata a se stessa, contiene potenti forze che vanno nella direzione della convergenza, associate in particolari modo alla diffusione della conoscenza e delle competenze, ma pure potenti forze che vanno nella direzione della divergenza, che rappresentano una potenziale minaccia per le società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali essi si basano».

Il rapporto fra capitale e reddito seguirebbe una curva a “U”: la ricchezza era molto concentrata alla fine del diciottesimo secolo, si è presentata più “dispersa” nel periodo che va dagli anni trenta agli anni settanta, dopo di che ha cominciato via via a concentrarsi sempre di più.

Dati preziosi ed errori
Tutti i recensori hanno riconosciuto a Piketty uno sforzo virtualmente senza precedenti, nella collazione ed analisi di dati storici preziosi: gli stessi dati sono peraltro ora a disposizione degli studiosi, che potranno a loro volta arricchire il dibattito. Chris Giles, giornalista del Financial Times, ha individuato una serie di errori nella lettura che Piketty fornisce, di quei dati. Lo stesso ha fatto, sul suo blog, lo storico americano Phillip Magness. Magness sottolinea come Piketty adotti diverse fonti (sia dati fiscali, sia stime basate su sondaggi) per stimare il rapporto fra ricchezza e redditi negli Stati Uniti. Sempre Magness ha identificato una serie di errori proprio sul piano della raccolta dei dati, che potrebbero inficiare la validità della tesi del libro. Ladiscussione è oltremodo complessa, e giustamente accesa. Piketty propone nientemeno che una nuova legge del divenire storico: il minimo che si po ssa fare, è sottoporla a un rigoroso scrutinio.

Si potrebbe sostenere, però, che la fortuna di Piketty è indipendente dalla reale forza dei suoi argomenti. Il suo libro ha acquisito rilevanza mondiale grazie al sostanziale endorsement da parte di Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia e, soprattutto, editorialista del NewYork Times che oggi è forse il più ascoltato opinion-maker della sinistra.

Le aliquote e l’elusione
Il punto di caduta, sul piano politico, è il ritorno ad aliquote marginali estremamente elevate. Negli stessi Stati Uniti, fra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Sessanta, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito veleggiava attorno al 90%. Fu John Kennedy a ridurla. Aliquote così elevate stimolavano l’elusione, producevano poco gettito, avevano un effetto negativo sugli investimenti e la crescita.

Tutto ciò ha un interesse modesto per Piketty, perché la missione che egli assegna al sistema fiscale è quella di ridurre le diseguaglianze di per sé, indipendentemente dai “danni collaterali” che una redistribuzione così aggressiva può causare.

La distribuzione egualitaria
Immaginiamo di essere tutti favorevoli a una distribuzione delle risorse più egualitaria. Perché nessuno, oggi, propone più di seguire la vecchia strada socialista, collettivizzare le risorse e fare dello Stato l’unico grande datore di lavoro? Perché anche i più interventisti fra i pensatori politici riconoscono che c’è un problema di incentivi. Se vogliamo avere un’economia che cresce, le persone devono impegnarsi, lavorare di più, porre in essere sempre nuove attività economiche. Non si cresce semplicemente perché qualcuno, a Roma come a Washington, decide che le energie rinnovabili, la banda larga, le autostrade o le lavanderie a gettone sono i “settori su cui puntare”. Si cresce se aumentano gli scambi, se si moltiplicano le iniziative delle persone per dare gli uni agli altri beni e servizi considerati utili e di valore.

Perché la gente decida di lavorare di più, di aprire un nuovo negozio, d’impiantare un altro capannone, deve averne la convenienza, e un sistema fiscale che sottrae una quota sproporzionatamente grande dei propri redditi alle persone con maggior spirito imprenditoriale le invita a smorzare quello spirito. Distribuzione e creazione della ricchezza non abitano su due pianeti diversi: l’una influenza profondamente l’altra. La vogliamo, una torta più grande, o ci accontentiamo di fette uniformemente più piccoline?

Gli argomenti più profondi di Piketty sono di carattere quasi “filosofico”. Egli ritiene estremamente difficile giustificare il semplice fatto delle diseguaglianze. Fra il 1990 e il 2010, stando alla rivista Forbes, il patrimonio di Bill Gates (”il fondatore della Microsoft, impresa leader globale nei sistemi operativi, e pertanto la più genuina incarnazione della ricchezza imprenditoriale”) “è aumentato da 4 a 50 miliardi di dollari”. Nello stesso tempo, la fortuna di Liliane Bettencourt, l’ereditiera de L’Oreal che “non ha mai lavorato un giorno in tutta la sua vita”, è cresciuta da 2 a 25 miliardi di dollari. «Entrambi i patrimoni dunque sono cresciuti ad un tasso annuale di più del 13%, equivalente aun rendimento reale sul capitale del 10 011 % corretto all’inflazione».

Il capitale rende se impiegato
Solo che il capitale non rende per magia: ma se ha trovato impieghi produttivi, ha finanziato progetti, ha sostenuto imprese che hanno realizzato innovazioni di successo. La signora Bettencourt può essersi dedicata solo ai ricevimenti, ma la sua ricchezza non è rimasta con le mani in mano. Se viene remunerata, è anche in ragione del rischio che è inevitabilmente connesso a tali impieghi. Per una Microsoft, quanti sono i tentativi falliti, le imprese che non decollano, e di conseguenza il capitale che viene bruciato? 

Piketty sorvola, nel suo pur mastodontico libro, su un altro tema di importanza cruciale: la diseguaglianza rispetto ai consumi. Nessuno desidera avere un reddito per il gusto di averlo, ma in ragione di quanto con quel reddito potrà comprare: cioè per riuscire a”finanziare” le proprie necessità, i propri desideri, le proprie abitudini.

Il confronto con l’Ottocento
La condizione di coloro che hanno un reddito basso, oggi, è davvero paragonabile a quella di metà Ottocento? Con quel reddito, comprano più o meno cose, hanno una vita più o meno facile? È enormemente diverso andare a piedi, quando pochissimi possono permettersi un cavallo, e disporre comunque di un’automobile, anche se non è una Ferrari.

Non troppo diversamente, quale che sia la dinamica della concentrazione della ricchezza all’interno dei confini dei Paesi “occidentali”, oggi la distribuzione del reddito è assai meno diseguale che vent’anni fa. Milioni di persone sono uscite dalla povertà più estrema. Grazie anche a quegli investimenti che hanno determinato grandi rendimenti a vantaggio dei “ricchi” occidentali. Come la mettiamo?

Da La Provincia, 18 agosto 2014

Più tasse, meno entrate

In un celebre aforisma, Winston Churchill sottolineò che «molte persone vedono l’impresa come una tigre feroce, da uccidere subito; altri come una mucca da mungere; pochissime la vedono com’ è in realtà: un robusto cavallo che, in silenzio, trascina un pesante carro». La prima immagine alludeva ai nemici ideologici del capitalismo, ai rivoluzionari di professione proiettati verso il paradiso del socialismo, ma oggi è chiaro che l’impresa può morire anche per altre mani, quando la mungitura si fa troppo intensa e quando il carro diventa troppo pesante.

In Italia sta succedendo proprio questo. Un crescente aumento della pressione fiscale sta un po’ alla volta distruggendo l’economia e, di conseguenza, sta riducendo l’ammontare delle entrate. Chi non va in Ticino o in Carinzia, ragiona su come tirare i remi in barca. E in tal modo espropriatore si manifesta assai poco saggio: sottraendo risorse contale intensità sta infatti andando anche contro i propri interessi, un po’ come uno schiavista che uccida gli uomini di sua proprietà a colpi di frusta.

Nel gergo economico tutto questo è rubricato alla voce «legge di Laffer», dal nome di un economista che fu anche consigliere del presidente Ronald Reagan e che tracciò un semplice diagramma a indicare che, oltre una determinata soglia, l’aumento della percentuale di ricchezza tolta all’economia privata non si converte in entrate crescenti. In un ragionamento al limite, dove la tassazione fosse pari al 100% ben pochi lavorerebbero e lo Stato avrebbe entrate al lumicino.

Questo è noto da tempo e ben prima di Laffer. È un concetto che si trova in Luigi Einaudi, ma pure in molti economisti classici. Quando la tassazione rimane modesta, un incremento delle aliquote è accompagnato da maggiori entrate, ma se si arriva a livelli assai elevati è evidente che l’effetto depressivo ha effetto perfino sui conti pubblici.

Sembrano confermarlo taluni dati delle ultime ore, che indicano un calo del 7,7 per cento delle entrate tributarie pubbliche a giugno. Non è detto che questo dato relativo a un solo mese sia di semplice lettura, ma è fuori discussione che l’Italia stia morendo di Stato, di troppo Stato, e non ci sarà nulla di sorprendente nel fatto che alla fine anche l’apparato pubblico finirà per restare a secco. Per giunta, i dati forniti dalla Banca d’Italia misurano ameno 1,3 miliardi di euro le entrate del primo semestre del 2014: e questo è un dato davvero significativo.

Per questo non può stupire l’ escalation di notizie drammatiche di questi ultimi giorni, dalla nuova recessione, all’allarme di Moody’s, fino all’incontro dell’altro ieri, che doveva rimanere segreto, tra il premier Matteo Renzi e Mario Draghi, il presidente della Bce che la scorsa settimana aveva ventilato il commissariamento di un’Italia che non riesce a fare riforme. Un faccia a faccia avvenuto a breve distanza da un colloquio Renzi-Napolitano, in un clima economico sempre più simile a quello, da tregenda, dell’estate de12011.

Quindi, invece che immaginare nuove opere pubbliche, altre assunzioni, mance da80 euro e chissà quali piani di sviluppo, il governo dovrebbe partire da qui. Dalle tasse che stanno strozzando il Paese. Avendo presente che la pressione tributaria non conosce la sola forma delle imposte, delle tasse e di ogni altra sottrazione forzo sa di denaro. Imprese e famiglie vengono private della loro ricchezza anche dalla regolamentazione, ossia dal dilatarsi dileggi che impediscono ai proprietari di un bene di esserlo davvero. Da anni l’Istituto Bruno Leoni mette in evidenza, con l’«Indice delle liberalizzazioni», come sulla nostra economia gravi non solo una tassazione da esproprio, ma anche una regolamentazione intrusiva e illiberale oltre ogni ragionevolezza. Ci tolgono ricchezza tassandoci, ma anche impedendoci di disporre di casa nostra.

A questo punto è urgente una svolta liberale, che riduca gli organici dello Stato, che tagli aiuti e sovvenzioni, che sfoltisca le norme e i regolamenti. È necessario che la retorica che ha dominato il dibattito pubblico negli ultimi anni si traduca in fatti. In tale situazione non c’è più da fare appello all’intelligenza o al senso di giustizia dell’apparato politico-burocratico: c’è da invitare questi signori a considerare i loro stessi interessi.

Se quello che fu un robusto cavallo non viene sgravato da imposte e se non si comprende che la sola strada per sperare di sopravvivere consiste nel rovesciare il rapporto tra settore pubblico e settore privato, anche peri frequentatori della buvette di Montecitorio e i grandi commis di Stato non si annunciano tempi molto felici.

Da Il Giornale, 14 agosto 2014

Le grandi opere che soffocano l'Italia

Ci sono due tipi di corruzione: «la corruzione per infrazione delle regole e la corruzione delle regole stesse»: La prima è materia per la magistratura. La seconda invece non determina alcun illecito, perché «sono le leggi stesse a essere state corrotte», cioè sono state scritte perché alcuni ne traggano vantaggio a spese di tutti. Il legislatore fabbrica privilegi a vantaggio di interessi particolari: l'interesse generale ne è solo un utile mascheramento.

Nel loro brillante e documentatissimo Corruzione a norma di legge. La lobby delle grandi opere che affonda l'Italia, Francesco Giavazzi (professore di economia politica alla Bocconi e fra i principali editorialisti del «Corriere della sera») e il giornalista Giorgio Barbieri costringono il lettore a immergersi nel processo legislativo per come è, e non come le anime belle vorrebbero fosse. Il Mose è un utile caso-studio. La sua era per certi versi una storia già scritta. Nel 1982 nasce il «Consorzio Venezia Nuova», al quale sin da quell'anno il Magistrato delle acque (il "braccio operativo" del ministero dei Lavori pubblici in laguna) dà in concessione i primi lavori. La Corte dei conti protesta: gli studi, le sperimentazioni e i controlli non andrebbero affidati a chi poi deve realizzare i lavori. Per tacitare le critiche, Governo e Parlamento danno forza di legge alla possibilità di «affidare a un soggetto unico gli studi, la progettazione e le opere per la salvaguardia lagunare in deroga alla legislazione sui lavori pubblici». Tutto quanto è seguito, inclusi gli episodi che hanno riempito le cronache delle scorse settimane, discende logicamente da questa "fabbricazione" di un monopolio. È come se si fosse staccato un assegno in bianco al Consorzio.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 10 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Con la sharing economy ci scopriamo tutti un po’ capitalisti

L’espressione “sharing economy” è ingannevole.

Sottolinea l’elemento della “condivisione”, quasi ci trovassimo in una zona di frontiera, fra dono e compravendita. Ma né Airbnb né Uber sono fondazioni benefiche. L’uno e l’altro servono a congiungere domanda e offerta, consentendo così scambi che altrimenti non avrebbero luogo.

Prima di UberPop o BlaBlaCar, non potevo sapere che un’altra persona, che non conosco, proprio in quel momento lì, potrebbe avere interesse a trasportarmi da qualche parte, per una certa somma di denaro. Potevo immaginare fossero disponibili solo alcune persone: quelle che guidavano un’auto bianca con la scritta “taxi”. La “sharing economy” ci dimostra che gli incrementi di produttività possono venire dai luoghi più impensati. L’automobile o la casa di proprietà sono “capitale”: ma sono sottoutilizzati. L’utilizzo “produttivo” dell’auto è portarmi al lavoro, quello della casa è viverci anziché pagare ad altri l’affitto, Ora però io posso vivere a casa mia e trovare un inquilino temporaneo per i mesi estivi, andare al lavoro e dare un passaggio a qualcuno che è disponibile a pagarmi la benzina.

La “sharing economy” migliora l’utilizzo dei beni capitali. Una volta i miglioramenti tecnologici facevano crescere la produttività degli stabilimenti: ora tocca alla casa in montagna che uso ad agosto e non a luglio, o all’auto che pensavo potesse generare quattrini solo al momento della vendita.

Non è un cambiamento da poco, e avrà conseguenze che ancora non riusciamo a mettere a fuoco. In un paese di automobilisti accaniti e proprietari di case, potremmo scoprirci tutti un po’ “capitalisti”.

Da Wired, 27 agosto 2014

Amazon ed ebook: Franceschini sciolga il nodo dell’IVA

Il valore di un libro è stabilito da tanti fattori, tra cui il risultato delle negoziazioni su costo e compensi tra i soggetti che danno vita a un libro, da chi lo scrive a chi lo vende. Negoziazioni a volte pacate a volte più aspre, come quella in corso tra Amazon e Hachette. L’una vorrebbe vendere ebooks a un prezzo inferiore a quello medio attuale aumentando il proprio margine di profitto, l’altra accusa Amazon di ostruzionismo e teme il giorno in cui gli autori, attirati dall’editoria elettronica, potranno fare a meno degli editori.

La polemica arriva in Italia attraverso l’eco del ministro Franceschini il quale, intervistato da un sito, invoca il consueto esorcismo di «regole non soltanto europee, ma globali, per rispondere ai cosiddetti giganti della rete». Come il cane di Pavlov, al primo grido di soccorso della politica sollevato da uno specifico e isolato gruppo di interesse (quello di alcuni editori tradizionali e scrittori), i governi reagiscono con la consueta risposta: servono regole, purché nuove e globali, come si addice a una politica post-modema.

Nel caso dell’editoria, la “nuova regola” sembra dover essere la determinazione per legge del prezzo dei libri. In Italia come in Francia (luogo d’origine della polemica anti-Amazon), i libri hanno già un prezzo parzialmente imposto, anche se i lettori non se ne accorgono. La legge sugli sconti al prezzo di copertina limita la libera fissazione del prezzo di vendita. In Francia una legge fa sì che i prezzi praticati da Amazon non possono mai essere superiori a quelli praticati in libreria. La tappa successiva è che lo Stato o, chissà, il legislatore globale ci dica quanto vale ogni singolo libro, magari celando la determinazione del prezzo nella imposizione di specifiche percentuali di royalties tra autori, editori e distributori, o nella previsione di clausole contrattuali inderogabili che ingessino la fissazione del prezzo, specie peri libri venduti on line, come accade in Francia.

Questioni di principio e pratiche suggeriscono che questa sia la via meno indicata per diffondere la lettura. Intervenire per proteggere un gruppo di interesse senza tener conto degli effetti generali sui lettori e la lettura non risponde alle ragioni d’essere della politica culturale, ammesso che questa debba esistere. Se il ministro sente l’urgenza di intervenire, c’è da augurarsi che si limiti alla rimozione di un ostacolo alla concorrenza, già da lui annunciato: 1’ equiparazione dell’Iva sui libri cartacei ed elettronici, residuo di una disparità fiscale tra prodotti identici che pregiudica il mercato degli ebook rispetto a quello dei libri tradizionali.

Da Il Giornale, 23 agosto 2014

Viaggi e vacanze: a chi nuoce lo sviluppo dei servizi di prenotazione turistica on line

Lo scorso 21 maggio, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia che accerti l’eventuale violazione da parte di queste società delle regole sulla concorrenza, in merito alle clausole contrattuali della Most Favoured Nation e del miglior prezzo garantito.

Nel Focus “Booking ed Expedia: un caso da manuale del paradosso dell’Antitrust” (PDF), Ennio Emanuele Piano esamina l’istruttoria alla luce della principale dottrina sull’antitrust, concludendo che “il provvedimento dell’AGCM appare dominato da una comprensione fondamentalmente semplicistica e persino erronea del funzionamento della concorrenza.” Il mercato del turismo si è non casualmente aperto a una fascia di popolazione molto più ampia che mai contestualmente allo sviluppo degli intermediari on line, grazie sia alle condizioni tariffarie che ai servizi aggiuntivi, primi tra tutti quelli informativi, che hanno reso più semplice programmare un viaggio, di qualsiasi natura. “La speranza - conclude Piano - è che con l’istruttoria l’Autorità rimedi all’errore, giungendo finalmente a riconoscere quei limiti dell’antitrust che in dottrina sono stati già avanzati quasi mezzo secolo fa, e, allo stesso tempo, a distinguere la tutela dell’interesse dei consumatori da quello specifico di una categoria di operatori economici.”

Il Focus “Booking ed Expedia: un caso da manuale del paradosso dell’Antitrust” di Ennio Emanuele Piano è liberamente disponibile qui (PDF).

Meglio gli arabi in casa che un’azienda morta

La conclusione della vicenda Alitalia, con l’ingresso di un socio «straniero» (gli arabi di Etihad) e la definitiva uscita di scena di ogni logica da compagnia di bandiera, non è certo da avversare o condannare. Per varie ragioni. Intanto l’alternativa non è mai stata tra cessione o italianità, ma tra cessione o morte. Quello che rimane diAlitalia sconta una lunga vicenda di errori, in larga misura connessi al fatto che l’azienda che per decenni ha dominato il mercato italiano del trasporto aereo l’ha fatto in virtù del suo essere di proprietà statale. Come è facile comprendere, le imprese protette sono più facilmente orientate a commettere errori e a non cercare il miglior rapporto tra qualità e prezzo. Chi vive nell’orbita dei centri di potere governativo investe più nei rapporti politici che nella capacità di soddisfare il pubblico.

Oltre a ciò, per le imprese e le famiglie italiane è utile che gli operatori attivi nei nostri aeroporti siano posti tutti sullo stesso piano: che insomma non vi siano favori né privilegi. È la concorrenza che più di ogni altra cosa è dalla parte dei consumatori (come ha dimostrato l’avvento delle compagnie low cost, che ha fatto drasticamente abbassare i costi dei biglietti) e una vera competizione si ha quando le imprese sul mercato sono lontane dalla stanza dei bottoni. Nulla assicura che quanti ora gestiranno Alitalia non provino anche loro a ottenere sostegni, ma tutto questo è più facile per imprenditori italiani, specie se possiedono l’azienda grazie a decisioni politiche assunte al momento della privatizzazione.

In generale, ed è questo l’ultimo punto, è bene chiarirsi le idee sull’imbroglio del nazionalismo economico. Chi oggi parla di «italianità» in riferimento a questa o quell’azienda usa un linguaggio inadatto a interpretare i tempi. Sotto vari aspetti, l’ economia contemporanea conosce meno barriere e di conseguenza ogni impresa è orientata ad aprirsi al mondo, cogliendo ovunque opportunità di affari.

Quando nella discussione pubblica si parla di aziende «multinazionali»non ci si riferisce più, ormai, a un numero limitato di colossi. E questo perché sono tantissime le imprese (anche di limitate dimensioni) che hanno soci oppure dipendenti, clienti oppure fornitori, collocati in Paesi diversi. In un’economia globale parlare di «italianità» è usare un linguaggio fuori posto.

Pur lontani da vari punti di vista, i teorici liberali e quelli marxisti hanno egualmente compreso che il capitale non ha patria. Le risorse finanziarie e no sono mobili e si sforzano di sfruttare questa loro capacità di spostamento. Ma il senso più autentico delle logiche di mercato è in qualche modo chiaro pure a tutti quei nostri concittadini che hanno sempre comprato autovetture con marchio giapponese o tedesco, anche quando alla testa della Fiat c’era l’italianissimo Gianni Agnelli. Tornando al mercato aereo, la speranza per il domani- è che non vi siano più imprese in grado di ottenere aiuti (a danno dei contribuenti) e trattamenti di favore (a danno di consumatori e concorrenti).

Quindi c’è da augurarsi che l’uscita di scena della vecchia Alitalia sia l’opportunità per la cancellazione di quegli intralci dall’assegnazione delle rotte alla proprietà pubblica degli aeroporti- che impediscono lo sviluppo del mercato libero in tale settore.

Da Il Giornale, 8 agosto 2014

La lotta di classe ha un nuovo nemico: i giganti del web

Da giorni è in atto un duro scontro tra due colossi dell'imprenditoria: Amazon (la più grande libreria on-line) e Hachette, un gruppo che possiede numerosi marchi editoriali e ha sotto contratto gli autori di maggiore successo.

Lo scontro è interessante perché è stato venduto come una lotta tra il Bene, l'editore, e il Male, interpretato dalla società egemone nel commercio librario in rete.

In sostanza Amazon vuole che gli e-book abbiano prezzi inferiori e ambisce a tenere per sé una quota più alta di profitto. Hachette e gli autori schierati dalla sua parte (tra cui nomi come Stephen King e Scott Turow) vogliono che il libro digitale non sia «svenduto» e temono che tale politica apra il mercato, permettendo a ogni indipendente di accedere al pubblico saltando gli editori. Non a caso al «manifesto» dei 900 autori di Hachette ne ha fatto seguito un altro, Basta combattere i prezzi bassi, con 7600 firme e tra le altre quella di Hugh Howley, l'autore di Wool: uno scrittore partito dall'editoria indipendente per poi approdare alle grandi case.

Leggi il resto su Il Giornale, 13 agosto 2014

Dall'Irak all'Ucraina, le guerre ci rubano i cieli

Le guerre ci stanno rubando i cieli. Non bastava lo stop allo spazio aereo ucraino dopo l'abbattimento del volo malese MH17: oltre alle minacce di Vladimir Putin che, in risposta alle sanzioni occidentali, potrebbe chiudere lo spazio aereo in Siberia, ecco anche i bombardamenti americani in Iraq a rappresentare un terzo potenziale fronte di non volo.

Con una serie di riverberi per tutte le compagnie aeree europee che subirebbero cambi di strategie e anche costi aggiuntivi, dal momento che le destinazioni verso i paesi Brics sono di fatto in cima ai pensieri anche della nuova Alitalia in versione emiratina.

A pagare il prezzo più alto sarebbe in Europa la compagnia tedesca Lufthansa, che assicura più di dieci collegamenti quotidiani dalla Germania per Giappone e Cina, voli che fino a ieri transitavano sullo spazio aereo in questione. Relativamente alle rotte verso il sud est asiatico, osserva Andrea Giuricin, esperto di economia e trasporti, docente all'Università Bicocca di Milano e fellow dell'Istituto Bruno Leoni, «un po' tutte le compagnie aeree subirebbero dei costi aggiuntivi anche del 5% sul carburante in quanto dovrebbero passare sotto l'Ucraina, a nord della Siria ed evitando le zone irachene interessate dagli attacchi». Una sorta di percorso ad ostacoli, con cambiamenti repentini di programmi e di orari.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 agosto 2014

Alitalia, la sfida è intercettare quindici milioni di turisti

Nonostante i sacrifici, i soci, le banche e Poste si mostrano soddisfatti. I sindacati anche. Il governo, dopo aver temuto il peggio, tira un sospiro di sollievo. Forse Alitalia ha trovato nell’ex rugbista James Hogan il suo esorcista? La metafora demoniaca - il copyright è dell’ex amministratore delegato Maurizio Prato - rende bene la storia della compagnia. A distanza di cinque anni dall’ultimo salvataggio, dopo quattro matrimoni falliti (uno con Klm, tre con Air France) e perdite plurimiliardarie, un socio arabo compra il 49 per cento di Alitalia, promette investimenti nell’aeroporto più grande del Paese (Fiumicino) e di far tornare all’utile nel 2017 un’azienda che non vede un bilancio in attivo da vent’anni. È davvero possibile? Che Alitalia nascerà dalle nozze con Etihad? Ci saranno più turisti dall’estero? Cosa cambia per chi vola?

Per riassumere tutte queste domande in Alitalia raccontano un numero: il «coefficiente di riempimento» del nuovo volo Abu Dhabi-Roma inaugurato meno di un mese fa, ovvero la media dei posti occupati su ciascun aereo, sfiorerebbe il 90 per cento di qui all’autunno. La gran parte di quei posti non sarebbe stata prenotata da ricchi arabi in cerca di vacanze in terra italiana, ma soprattutto da turisti e uomini d’affari in transito da una delle tante destinazioni orientali servite da Abu Dhabi: Pechino, Shanghai, Seul, Bangkok, Sidney, Delhi fra le tante.

Ecco la prima novità: l’acquisto del 49 per cento di Alitalia servirà ad Hogan per aumentare l’offerta dall’Oriente all’Europa (e viceversa) attraverso l’hub di Etihad. La stessa operazione - pienamente riuscita - con l’acquisizione in Germania di Air Berlin. Ma se nel caso tedesco quella mossa danneggia il grande vettore domestico (Lufthansa) nel caso dell’Italia si tratta di intercettare viaggitori che finora hanno comprato biglietti di concorrenti stranieri. Secondo Ugo Arrigo dell’Università Bicocca e Andrea Giuricin dell’Istituto Bruno Leoni ci sono almeno quindici milioni di turisti e non solo da soddisfare con voli intercontinentali, da o verso l’Italia: il doppio di quelli serviti oggi.

Facciamo l’esempio di un turista italiano che desideri raggiungere Pechino o di un cinese che voglia raggiungere Roma. Alitalia non ha un volo diretto. L’unica destinazione senza scali è di Air China, da Fiumicino. Ciò significa che un qualunque imprenditore o turista del nord che voglia raggiungere la capitale cinese, oggi lo fa dall’aeroporto più vicino (Venezia, Bologna, Milano) con uno dei tre grandi vettori europei via Londra, Parigi, Amsterdam, Francoforte o Monaco. Il piano di Etihad promette per la prima volta un’alternativa, con collegamenti diretti da quelle città verso Abu Dhabi.

Il futuro delle compagnie tradizionali schiacciate dalla concorrenza della low cost passa di qui: meno voli domestici ed europei (il nuovo socio arabo conta di tagliare quelli di Alitalia del 13 per cento) più voli a lungo raggio, gli unici in grado di garantire margini sufficienti a generare utili. Chi desidera volare da Roma a Milano o da Genova a Bari si dovrà rassegnare a comprare biglietti Rynair o Vueling. Viceversa, l’offerta dall’Italia verso il mondo sarà più ricca.
Se però la mappa dei collegamenti verso oriente è chiara, non lo è altrettanto quella che ci unisce alle Americhe. La ragione è nel rapporto - ancora tutto da chiarire - con Air France-Klm e Delta. La prima è tuttora socia di Alitalia al 7 per cento, legata da ben due contratti per la condivisione di servizi e utili, i quali garantiscono sinergie per oltre 200 milioni di euro l’anno.

Delta è legata a entrambe da un accordo per condividere gli utili sui voli transatlantici. Non è un caso se nelle slide presentate venerdì in conferenza stampa si conferma l’alleanza che le raggruppa tutte e tre, Sky Team: per il momento Etihad non ha intenzione di pestare i piedi ad un altro grande concorrente dopo Lufthansa.

Ma cosa accadrà quando Alitalia inizierà a volare di nuovo da Roma verso San Francisco, Città del Messico o Santiago del Cile come promette il piano degli arabi? Che ne sarà degli accordi con i franco-olandesi che per ora continueranno a garantire quei collegamenti via Parigi o Amsterdam? La risposta la avremo presto, quando scadranno i termini per comunicare la partecipazione dei vecchi soci Alitalia alla ricapitalizzazione targata Etihad: c’è chi scommette su un sì dei francesi per una quota pari a quella che già possiede. Sarà il primo dossier del nuovo capoazienda: in pole c’è Silvano Cassano.

Da La Stampa, 10 agosto 2014

Alitalia vola con Etihad, ma c’è ancora molta zavorra

Dopo quattordici anni di tentativi falliti, da ieri Alitalia ha un partner straniero, Etihad, convinto di potere rilanciare la compagnia italiana. Il ceo di Etihad, James Hogan, e l’ad di Alitalia, Gabriele Del Torchio, hanno celebrato la firma dell’intesa a Roma, a circa un anno dall’inizio delle trattative. La compagnia di Abu Dhabi sarà azionista al 49 per cento della nuova Alitalia, alla compagine dei vecchi soci andrà il 51 per cento. L’integrazione richiederà investimenti per 1,7 miliardi. Il patto verrà ora sottoposto al vaglio dell’Antitrust europea.

E’ stata una giornata storica per Alitalia: dopo una gestione pubblica dissipatoria, cinque anni fa è passata nelle mani incerte di una cordata di imprenditori italiani e ha sfiorato il tracollo. Ora può tornare competitiva assieme alla compagnia emiratina. “Gli investimenti stranieri, a volte, arrivano e insieme anche le competenze – dice Andrea Giuricin, economista dell’Istituto Bruno Leoni – Il piano industriale Etihad-Alitalia è credibile seppure non eccessivamente ambizioso, sopra tutto si concentra sul lungo raggio. Hogan sembra essere riuscito a trasformare Alitalia in un’azienda privata per il modo in cui sarà guidata”. Avere scongiurato il fallimento non significa essere già pronti per il decollo. “Ora ci sarà da lavorare di più, per tutti”, dice Hogan. Governo e soci compresi.

Leggi il resto su Il Foglio, 9 agosto 2014

Meglio gli arabi in casa che un'azienda morta

La conclusione della vicenda Alitalia, con l'ingresso di un socio «straniero» (gli arabi di Etihad) e la definitiva uscita di scena di ogni logica da compagnia di bandiera, non è certo da avversare o condannare. Per varie ragioni. Intanto l'alternativa non è mai stata tra cessione o italianità, ma tra cessione o morte.

Quello che rimane di Alitalia sconta una lunga vicenda di errori, in larga misura connessi al fatto che l'azienda che per decenni ha dominato il mercato italiano del trasporto aereo l'ha fatto in virtù del suo essere di proprietà statale. Come è facile comprendere, le imprese protette sono più facilmente orientate a commettere errori e a non cercare il miglior rapporto tra qualità e prezzo. Chi vive nell'orbita dei centri di potere governativo investe più nei rapporti politici che nella capacità di soddisfare il pubblico.

Leggi il resto su Il Giornale, 8 agosto 2014

Macché egoista e avido Il mercato ha un'anima

Da più parti si guarda al mercato come a un meccanismo impersonale: un sistema che è tanto più efficace quanto più ignora ogni riferimento di ordine etico. Tale rappresentazione è il risultato di vari fattori: in particolare, essa nasce dall'incontro tra il prevalere della prospettiva utilitaristica in economia e l'identificazione (erronea) di egoismo assoluto e comportamento imprenditoriale.

Nel '700 vi fu anche chi, come Bernard de Mandeville nella sua Favola delle api , arrivò a sostenere che una certa tenuta sociale può derivare solo da comportamenti immorali, poiché solo i «vizi privati» si convertono in «pubbliche virtù». È l'egoismo dei singoli a produrre l'armonia sociale, mentre la generosità genera disordine e inefficienze.

Leggi il resto su Il Giornale, 7 agosto 2014

Un mondo che all'incontrario va

Non è soltanto una battaglia, quella sull'equo compenso: in qualche misura è la fotografia dell'Italia. Un Paese strano, contradditorio, legato più a ideologie e pregiudizi anziché ai tempi moderni che sta attraversando. L'Italia, insomma è un mondo che va all'incontrario. La vicenda ogni giorno si fa più pesante e scottante.

L'ultima iniziativa della Siae lascia sconcertati. Ma come, il governo può aumentare degli oneri (se li chiamiamo tasse i signori della Siae se la prendono) e un'azienda privata non può aumentare i prezzi dei propri prodotti sui quali è andato a gravare l'onere suddetto? Ma che mercato libero è mai questo? Di più: un'azienda privata nel momento in cui adotta una strategia commerciale si presenta davanti ai suoi consumatori. Che la possono premiare o bocciare. Fine. La Siae e il governo invece, si sentono provvisti (unici) della patente per decidere unilateralmente di applicare nuove gabelle o compensi. E poi, oltre a pretendere che tutti debbano accettare con il sorriso tali provvedimenti, si sentono nella condizione di mettere becco sulle iniziative altrui? Ma in che film siamo? Qual è il problema? Forse lorsignori sono infastiditi dal fatto che, nella fattispecie, Apple abbia giustificato l'aumento dei prezzi dei prodotti con l'incredibile aumento dei compensi per copia privata? Scusate, ma era inevitabile. Logico. Per giunta, la motivazione addotta ci sta tutta e non solo formalmente. Solo il ministro Dario Franceschini si era messo in mente di vivere evidentemente nell'ultima landa del 'socialismo reale,' dove i prezzi "restano fissi'.
C'è poi un tema squisitamente politico. Che ha un duplice risvolto.

Il primo. La questione dell'equo compenso coinvolge la Siae, che ne trae indubbi benefici. Qui non è in discussione la tutela del diritto degli autori e delle loro opere di ingegno. Ci mancherebbe.
Ma su questo ente che in tanti si sono affrettati a definire il solito carrozzone di Stato da tempo, troppo tempo, gravano ombre e problematiche di bilancio. E' la collecting society che agisce in un regime di monopolio tra le più costose d'Europa, come aveva evidenziato uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (analisi curata da Diego Menegon, nel Briefing Paper intitolato "L'intermediazione dei diritti d'autore. Perché il monopolio è costoso e inefficiente", ndr). E nell'ultimo periodo la gestione economica e finanziaria ha lasciato a desiderare. Così da 'costringere' l'ente a suonare alla porta del governo. E a battere cassa per ripianare i propri conti.

Il secondo. Chi siede nei palazzi della politica non perde occasione per dirsele e darsele, pur appartenendo allo stesso schieramento. L'ultimo esempio è in casa del Partito democratico. Da una parte c'è il deputato Ernesto Carbone che presenta una dura interrogazione parlamentare a risposta scritta dalla quale emerge un'accusa senza mezzi termini della Siae.

Dall'altra, l'onorevole Francesco Boccia sempre del Pd che invece invoca forza e coraggio per sostenere questa battaglia culturale che vede la Siae in prima linea.

La solita cosa all'italiana. Dove si ha la pretesa di far valere tutto e il contrario di tutto. Dove la mano destra non sa cosa stia facendo la sinistra. Dove tutto avviene sulla testa (e anche sulla pelle) dei cittadini. Dove anche le associazioni dei consumatori (leggi il derby tra Altroconsumo e Federconsumatori) si siedono dalle parti opposte del tavolo.
Insomma, un mondo che all'incontrarlo va.

Da Hitech, 6 agosto 2014

La rivoluzione nel trasporto urbano

Se non è una rivoluzione, poco ci manca. E come tutti i cambiamenti radicali, porta con sé una resistenza da parte delle categorie che fino a quel momento erano state protette. Stiamo parlando del car sharing e, in particolare, dello sviluppo delle application nel settore del trasporto pubblico locale: una tendenza recente che potrebbe risultare interessante anche per i travel e mobility manager, sempre più spesso alla ricerca di nuove soluzioni per agevolare gli spostamenti dei propri dipendenti (anche quelli "casa-lavoro"), riducendo i costi e l'impatto sull'ambiente.
Ma in che cosa consiste questa nuova tipologia di servizio? Fino ad oggi le esigenze di chi doveva muoversi in città erano sostanzialmente suddivise tra mezzi privati (a cui ricorreva una larga parte di utilizzatori) e trasporto pubblico prevalentemente tram e autobus e, in misura più modesta, i taxi - a cuí si aggiungeva una percentuale di spostamenti compiuti a piedi e in bicicletta. Le forme alternative di trasporto collettivo occupavano una quota decisamente inferiore. Di recente, però, in molte aree urbane europee e americane sono cresciuti servizi alternativi per il noleggio temporaneo o la condivisione di autoveicoli. Si tratta di offerte molto apprezzate dai cittadini e facilmente fruibili, grazie alla possibilità di prenotare il veicolo accedendo a un'app sul proprio smartphone.

In Italia, questi servizi sono fortemente contestati dai taxi, che si ritrovano per la prima volta ad affrontare una concorrenza in un settore che ha sempre vissuto in un regime di monopolio. I taxi sono fortemente dipendenti dalle regole comunali che hanno la possibilità di fissare le tariffe e il numero di licenze in un settore "chiuso". Quando le tariffe sono elevate e il numero di licenze è basso, il servizio peggiora, ma aumentano i proventi per i taxi. All'opposto, un aumento del numero di licenze e una riduzione dei prezzi permette un miglioramento della qualità, ma meno ricavi per i tassisti. Di fatto, il Comune è il decisore, e spesso subisce le pressioni di questa categoria. Il blocco del servizio dei taxi, infatti, è capace di mettere in ginocchio il trasporto nelle città e paralizzarlo.

Un servizio efficiente
II car sharing, sviluppato da alcuni produttori di automobili puntando sulla prenotazione tramite app e la geolocalizzazione, permette un uso efficiente dei veicoli in città.
Bisogna infatti ricordare che il tempo di utilizzo di un'auto privata è pari a circa il 4 o 5% della giornata, mentre per la restante parte il veicolo rimane fermo in sosta, occupando suolo pubblico o privato. La condivisione dell'auto permette un incremento dell'efficienza del trasporto cittadino e, quindi, una diminuzione della congestione e dell'inquinamento nelle aree urbane. Alcuni studi hanno indicato che ogni vettura offerta dal car sharing tende a sostituire circa 11 vetture private. La naturale evoluzione del servizio è la condivisione dell'auto di proprietà, come dimostra la nascita e il successo di app quali Uberpop.
Ciò è possibile solo grazie al fatto che si sta sviluppando l'uso degli smartphone su scala globale e nascono ogni giorno nuovi servizi che puntano all'aumento della soddisfazione dei viaggiatori, anche nell'ambito della mobilità urbana. Nel mondo, infatti, quasi un miliardo di persone ha comprato un "telefonino intelligente" nel corso del 2013, in crescita di oltre il 40% rispetto al 2012, e anche i tablet hanno registrato nel 2013 un utilizzo sempre maggiore. Le vendite nel corso dello scorso anno hanno quasi raggiunto quota 200 milioni di dispositivi.

I punti forti del servizio
Mentre in Europa è presente ormai da alcuni anni, in Italia il car sharing si è diffuso solo nel 2013. In precedenza vi erano stati alcuni esperimenti da parte delle aziende municipalizzate, ma il modello proposto era troppo rigido e non adatto alla flessibilità richiesta dai viaggiatori. Oggi siamo di fronte all'avvento di un business totalmente privato, che di fatto non costa nulla alle casse pubbliche, e anzi genera introiti. Secondo le prime stime, nel 2014 solamente nel Comune di Milano le licenze porteranno nelle casse pubbliche oltre 1,4 milioni di euro che, a regime, potrebbero superare i 2 milioni di euro l'anno.

Ma quali sono le caratteristiche vincenti di questo servizio? Innanzitutto è capillare e permette il libero parcheggio e utilizzo dei veicoli all'interno di un'area prestabilita. Ogni auto paga oltre 1000 euro per poter liberamente parcheggiare e per utilizzare le aree a traffico limi:ato. Inoltre, ha il vantaggio di es;ere sviluppato da alcuni importanti produttori dell'automotive, che latino l'interesse che gli utilizzatori del car sharing provino le loro uno e mettono in circolazione un suon numero di vetture della pro)ria marca. Ad esempio, il servizio milanese Car2Go incide per il 7% sulle vendite annuali della Srnart in un periodo nel quale il mercato è sofferente.
I numeri di un successo Come accennato, il nostro Paese si è affacciato leggermente in ritardo su quello che sta diventando il mercato del trasporto regolato di autovetture private, nonostante la leadership nel mercato degli smartphone. Tuttavia l'arrivo del car sharing è stato un grande successo perché il numero di noleggi è stato elevato, superiore a tutte le attese.

Ad esempio, il Comune di Milano si aspettava di registrare circa 50mila iscritti, ma nel corso di soli tre trimestri ne ha contati 110mila. Ormai quasi il 10% della popolazione milanese possiede una tessera di uno dei fornitori del servizio di car sharing, e questo dimostra che è in atto una vera e propria rivoluzione. È elevata anche la capillarità del servizio: il numero di auto in car sharing per chilometro quadrato, infatti, è di 10,4. Nel complesso i due primi fornitori di car sharing a Milano offrono oltre 1200 vetture per un'area coperta dal contratto di servizio con il Comune di 120 chilometri quadrati. Car2Go, leader ìn Europa, sembra raggiungere un maggior numero di clienti, mentre Enjoy è il follower. A Roma il servizio si sta sviluppando nel corso del 2014, ma è probabile che registrerà un successo simile a quello milanese, A fine aprile il numero di auto era molto più limitato rispetto al capoluogo lombardo (300, su un'area di circa 100 chilometri quadrati), ma le flotte stanno crescendo in maniera importante e si prevede che per l'inizio del 2015 si possa raggiungere un valore di 10 auto per chilometro quadrato, contro le attuali 3. Nella capitale, tra l'altro, ogni auto è utilizzata ín media per 4,8 noleggi al giorno, contro i 4,7 di Milano.

Questi dati permettono di stimare altri parametri che evidenziano come il business diventi presto profittevole, nonostante sia presente da meno dí un anno nelle due principali città italiane. Ogni auto percorre in media tra 31 e 40 chilometri in funzione dell'operatore e della città, ma i dati sono in costante aumento. Il ricavo medio per ogni singola tratta è di circa 6 euro, mentre il ricavo giornaliero per autovettura ha già raggiunto i 35 euro nei casi di maggiore efficienza. È possibile immaginare che l'utilizzo venga incrementato nei prossimi mesi e il ricavo per auto al giorno possa facilmente superare i 50 euro. La clientela inoltre è molto giovane, dato che il 45% degli utilizzatori ha meno di 35 anni: si tratta, non a caso, delle classi di età che utilizzano e sfruttano al meglio le tecnologie. Il trasporto urbano ha dunque nuovi attori che portano scompiglio in un settore che per molti, forse troppi anni è rimasto immobile.

Lo sviluppo tecnologico ha permesso la nascita di nuovi servizi, utili al consumatore e al viaggiatore, ma offre spunti interessanti anche a chi, all'interno delle aziende, gestisce le flotte auto e la mobilità dei dipendenti. Il servizio di car sharing, infatti, permette un'ottima flessibilità e soprattutto è integrato con altre tipologie di trasporto. Inoltre è utilizzabile già su scala europea e consente alla clientela business di noleggiare l'auto non solo in Italia, ma anche nelle principali città europee. Questa rivoluzione ha già cambiato in poco meno di un anno il trasporto nelle aree metropolitane, ma nei prossimi anni potrebbe addirittura mutare il comportamento dei consumatori in maniera permanente.

Da Mission, 1 agosto 2014
Twitter: @AndreaGiuricin

Professionisti: meno vincoli e più concorrenza

La natura dei servizi professionali continua ad essere oggetto di dibattito in Italia. Tuttavia, la Corte di Giustizia dell’UE ha già risolto la questione in modo definitivo e vincolante: non si può quindi continuare a fingere che la sua giurisprudenza non esista. Lo spiega Riccardo De Caria, avvocato e assegnista di ricerca all’Università di Torino, nel Briefing Paper “La concorrenza nei servizi professionali: Tra passi avanti europei e resistenze italiane” (PDF).

A dispetto delle semplificazioni, non sono solo gli ordini professionali a fare resistenza all’assimilazione dei professionisti alle imprese, ma anche il legislatore, come dimostra la travagliata vicenda delle regole, più volte modificate negli ultimi anni, in materia di società tra avvocati.

Spiega De Caria: “Una vera politica di favore per i professionisti passa invece dalla drastica rimozione di tutti quegli ostacoli burocratici e fiscali che nel nostro Paese funestano la vita dei professionisti”. Le vere politiche di vantaggio per queste categorie consistono nel rimuovere gli ostacoli alla loro attività, non nel metterli al riparo dalla concorrenza.

Il Briefing Paper “La concorrenza nei servizi professionali: Tra passi avanti europei e resistenze italiane” è liberamente disponibile qui (PDF).

Cercasi banche di sistema disperatamente

Le banche sono state al centro dell'intero sistema economico italiano. Il capitalismo di relazione ha di fatto bloccato l'economia con patti più o meno segreti che hanno cercato di mantenere uno status quo. Un intervento delle banche era sempre benvenuto dai governi al fine di raggiungere determinati obiettivi politici per delle aziende particolarmente «sensibili». Questi accordi sono alla base del capitalismo all'italiana: quello dí relazione. Una relazione che avvicina determinati «industriali» ai principali istituti di credito e che vedono come terzo partner interessato lo Stato italiano. Il capitalismo di relazione non ha mai previsto un'indipendenza totale delle aziende private. Nel momento del bisogno c'era sempre una banca spinta dal governo pronta ad aiutare. Quanto è stato dannoso un sistema del genere? Di fatto questo interventismo economico dello Stato mediato dalle banche ha bloccato anche l'arrivo di capitali esteri, interessati allo sviluppo di aziende italiane. È stato il caso della vecchia Alitalia nel momento in cui i francesi di AirFrance-Klm volevano prenderne il controllo nel 2008. Ancora prima era stata Telecom Italia al centro delle attenzioni di America Movil e di At&t: in quel caso, l'italianità era stata difesa dalle banche di sistema tramite la scatola Telco, la cui maggioranza era nelle loro mani.

Quella stessa scatola che è venuta meno alla fine dello scorso anno, quando gli spagnoli di Telefonica avevano prima deciso di prenderne il controllo e successivamente di smontarla. Il capitalismo di relazione sembrava essere terminato con l'operazione Telefónica-Telecom Italia, nonostante le proteste di senatori che volevano mantenere lo status quo del sistema.

Qualcosa è davvero cambiato allora? Telecom Italia sembrava dimostrare che il clima potesse cambiare. Le banche di sistema sembravano avere sempre meno potere e pareva che di fatto fossero meno inclini a scendere ad accordi con i diversi governi che pretendevano un determinato interventismo. Indubbiamente la crisi bancaria aveva reso più deboli le banche stesse che dovevano tornare a focalizzare i propri investimenti più in funzione del ritorno finanziario che in funzione della spendibilità politica. Ora è il turno della crisi della società energetica Sorgenia. E ancora una volta le banche sono tornate al centro dell'azione. Il caso della società della famiglia De Benedetti sembra indicare che questo capitalismo di relazione sia tornato in auge.

L'accordo raggiunto pochi giorni fa dimostra ancora una volta che le banche non abbandonano gli «amici» nei momenti di difficoltà; specialmente quegli amici che controllando direttamente i giornali hanno ancora una certa influenza. Situazione un po' differente invece da quanto successo in Alitalia, dove le banche hanno accettato il taglio del debito in cambio dell'entrata del nuovo socio forte Etihad: in questo caso il piano industriale proposto dalla nuova Alitalia insieme ai soci emiratini è indubbiamente forte e nel medio periodo è previsto anche un ritorno all'utile. Le banche, dunque, continuano a rimanere al centro del sistema Italia, ma un po' meno da protagoniste. I prossimi mesi saranno decisivi poiché nuove partite si apriranno e il ruolo del capitalismo di relazione rischia di ritornare in auge.

Da Panorama, 31 luglio 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Remunerazione energia: consigli per il nuovo periodo regolatorio

Le reti elettriche e gas hanno ottenuto in questi anni rendimenti superiori agli obiettivi della regolazione. In vista del nuovo periodo regolatorio, l’Istituto Bruno Leoni indica una serie di interventi per contenere questa voce delle bollette degli italiani.
 
Lo studio “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” (PDF), condotto da Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca, evidenzia che “Quasi tutti gli operatori esaminati hanno ottenuto nel periodo un ritorno medio sugli investimenti (Roi) superiore al rendimento target fissato dall’Autorità per l’energia”. Questo ha determinato un aggravio non necessario tra i costi sostenuti dai consumatori. Bitetti e Rocca indicano pertanto una serie di misure strutturali in vista del nuovo periodo regolatorio: “si suggerisce che l’Autorità per l’energia riconsideri le attuali componenti tariffarie, anche introducendo una maggiore esposizione al rischio per gli operatori regolati e attraverso il ricorso a strumenti di regolazione output-based”. Inoltre, “l’attuale Strategia Energetica Nazionale deve essere ripensata, specie nelle parti in cui essa estende – anziché ridurre – il perimetro dell’infrastruttura regolata, particolarmente sotto il profilo della socializzazione del rischio d’investimento”. Ulteriori problemi derivano dagli effetti perversi della Robin Hood Tax e dalla pervasiva presenza della proprietà pubblica.

Il paper “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” di Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca è liberamente disponibile qui (PDF).

Energia Concorrente: “Tagliare extra-profitti reti”

L'ottica è quella della spending revew, che sta trovando in parte il proprio compimento nel provvedimento sul taglia-bollette (QE 18/6). Ma la posizione presa oggi da Energia Concorrente contro le attività regolate di rete, sia nell'elettricità che nel gas, va ben oltre questo. Sembra anche una chiara presa di distanze dal resto del settore rappresentato da Assoelettrica, che per contro ha appena sancito l'ingresso tra gli associati di Enel Distribuzione (QE 10/3).

Partendo da uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (disponibile sul sito di QE) dal provocatorio titolo "Chi non risica rosica", che ha analizzato i bilanci relativi al periodo 2007-2012 della stessa Enel Distribuzione, di Terna, Snam Rete Gas, Enel Rete Gas (ora 2i Rete Gas), Italgas e Stogit, l'associazione chiede di tagliarne gli extra-profitti, riportando "i parametri di redditività dei soggetti regolati entro limiti coerenti all'assenza di rischio".

L'analisi evidenzia infatti che tali extra-profitti sono stati "nell'ordine di 600-1.200 milioni di euro/anno nel periodo 2006-2012", frutto di un "ritorno medio sugli investimenti (Roi) decisamente superiore al rendimento target fissato dall'Autorità", con l'unica eccezione di Enel Rete Gas. Lo scostamento medio va dal 30% di Snam Rete Gas al 70% di Enel Distribuzione e Italgas. Ciò ha avuto un impatto in bolletta: tra il 2° trimestre 2010 e il 2° trimestre 2013 i costi di rete sono aumentati dell'11%.

Lo studio evidenzia quindi "l'opportunità di introdurre interventi diretti sia a limitare il perimetro delle attività regolate, recuperando spazio al mercato, sia a contenere la remunerazione riconosciuta, suggerendo una serie di misure volte a limitare gli extraprofitti, rimuovere gli incentivi perversi, evitare un uso improprio della qualificazione strategica delle infrastrutture, e garantire trasparenza e linearità alle politiche tariffarie".

Ma il presidente di Energia Concorrente, Giuseppe Gatti, va anche oltre. "Con l'iniziativa di oggi - afferma in una nota - intendiamo non solo contribuire all'obiettivo di ridurre il peso della bolletta energetica per i consumatori, ma avviare una più ampia riflessione sul ruolo e la posizione della distribuzione sia nel sistema elettrico sia in quello gas. In questa prospettiva credo si debba considerare con attenzione l'opportunità di una completa separazione, anche proprietaria, delle attività regolate rispetto a quelle di mercato".

In definitiva, conclude lo studio Ibl, "occorre ripensare obiettivi e strumenti della regolazione alla luce di un mondo che è cambiato profondamente, e per il quale l'obiettivo primario non è solo il potenziamento delle reti, ma la creazione, mantenimento e promozione dell'efficienza e della flessibilità nel sistema delle infrastrutture. Ciò implica una più precisa definizione del perimetro di attività dei soggetti regolati, con l'introduzione di vincoli stringenti su investimenti che possono essere più utilmente affidati al mercato e alla concorrenza tra gli operatori".

Una rivoluzione che probabilmente non piacerà a molti big dell'energia.
Intanto Energia Concorrente ha pubblicato sul proprio sito le osservazioni (disponibili sul sito di QE) al dco dell'Autorità sul capacity market e sul capacity payment transitorio (QE 5/6). Pur "accogliendo con favore" le misure proposte, l'associazione paventa il rischio che il meccanismo disincentivi la partecipazione proprio degli impianti più flessibili a causa in particolare "dell'ampiezza temporale dell'obbligazione contrattuale" e dei "vincoli imposti al mercato dei servizi dagli strike price". Si invita quindi l'Autorità a "dare attuazione, senza ulteriori ritardi, ad un meccanismo fortemente selettivo".

Riguardo al transitorio, E.C. "ritiene necessario anticipare al 2014 almeno una parte della valorizzazione della capacità flessibile", per lo meno per alcuni impianti.

Da Quotidiano Energia, 18 giugno 2014

Perché un Mondiale non fa (mai) pil. Manaus e altri stadi

Uno stadio da 42.000 posti e 300 milioni di dollari per una città di 1.800.000 abitanti. Un investimento forse sostenibile, se la città in questione non fosse Manaus, enclave urbanizzata nel mezzo della Foresta amazzonica, raggiungibile solo in aereo o via fiume. Ritmi di lavorazione dettati dalla stagione delle piogge; tecniche di costruzione appositamente studiate per ovviare all'umidità proibitiva; l'acciaio ricevuto dal Portogallo dopo venti giorni di navigazione.

Il Nacional, la più gloriosa squadra locale s'arrabatta in Quarta divisione, di fronte a poche centinaia di tifosi: per questo s'immagina di riconvertire l'impianto, dopo il Mondiale, in un penitenziario. Li chiamano elefantes brancos elefanti bianchi o "cattedrali nel deserto" e l'Arena da Amazónia ne è solo il più fulgido esemplare.
I conti del più costoso Mondiale della storia sono zavorrati da stadi grandiosi innestati in località improbabili: 190 milioni per l'Arenas das Dunas di Natal, 270 milioni per l'Arena Pantanal di Cuiabà, 850 milioni per l'Estàdio Mané Garrincha di Brasilia. Tenendo conto delle spese per le infrastrutture e di quelle per la sicurezza, con l'impiego preventivato di 170.000 uomini, l'esborso complessivo del governo e delle amministrazioni locali è stimato tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari. E nel computo non rientrano i costi sociali, sottolineati dalle proteste di queste settimane.

E' la maledizione dei grandi eventi: tutti si affannano per organizzarli, facendo affidamento su costi controllabili e su un impulso sostanzioso al turismo, all'occupazione, all'attività economica in generale. I problemi iniziano con l'incoronazione del paese ospitante: le spese lievitano, i pretesi benefici evaporano. A nulla valgono le cautele degli economisti, che predicano contro il mito dello stimolo keynesiano impartito da Mondiali e Olimpiadi. Così, a ogni nuova tornata di selezione, abbondano i pretendenti disposti a tutto pur di ottenere l'agognato incarico. Per ragioni politiche: vecchie e nuove potenze tentano di accreditarsi sulla scena mondiale per via sportiva Cina, Brasile, Russia, Qatar. E per ragioni economiche: da un lato, il potere monopolistico del Cio e della Fifa, che non esitano a estrarre tutto il valore possibile dai paesi candidati; dall'altro, all'interno di questi ultimi, la divisione tra le minoranze organizzate che beneficiano degli investimenti (i politici che li dirigono e le imprese che li percepiscono) e la maggioranza silenziosa che li alimenta (i contribuenti).
Ecco il paradosso del Mondiale: il Brasile è condannato a vincere, ma i brasiliani sono destinati a perdere.

Da Il Foglio, 18 giugno 2014
Twitter: @masstrovato

The case for allowing negative electricity prices

Negative electricity prices have become an increasingly frequent occurrence on the power exchanges that allow them. However, there are still many power exchanges, both within and outside of the EU, that do not allow negative prices. Simona Benedettini and Carlo Stagnaro of the Italian think tank Istituto Bruno Leoni argue that, with a booming renewable sector and a weak demand outlook, negative prices are an important tool for the market to correctly price electricity. They call on all major power exchanges to adapt their rules accordingly.

Leggi il resto su Energypost.eu, 27 maggio 2014

Turkey could benefit from EU bid to diversify energy sources

The EU’s bid to diversify its energy sources and guarantee supply security could bring about the opening of the fifteenth "chapter" or EU's accession policy area on energy, currently being blocked by the Greek Cypriots, in Turkey’s accession process say experts.

Turkey has to successfully conclude negotiations in 35 policy "chapters," which require reforms and the adoption of European standards, for its EU membership.

Since 2005 Turkey has been in negotiations on 13 of these policy areas and back in November 2013, following three years of deadlock, negotiations began on chapter 22 covering regional policy after Germany lifted its block following a positive progress report in October 2013.

A spokesperson for EU Energy Commissioner Gunther Oettinger said "the Commission has been considering for years that Turkey is sufficiently prepared to start negotiations on the energy chapter," adding, "in our view the chapter could be opened and the Commission has repeatedly expressed this view in public. However, all 28 EU member states need to agree on this unanimously and so far this has not been possible."

The spokesperson continued saying that the problem with the opening of this chapter is the unresolved issue of Cyprus.

According to Samuel Doveri Vesterbye, an expert on Turkey at the Canada-based BBA consulting and engineering firm and board-member of the pro-EU-Turkey dialogue group Young Friends of Turkey, said "France has changed its position vis-a-vis Turkey, as can be see with the opening of chapter 22. Secondly, the situation in Cyprus is changing quickly. This is a result of increased U.S. pressure on the island, while Turkish, EU, local players as well as private companies are pushing for more meetings and negotiations."

Research director at the Italy-based free marketeering think tank Istituto Bruno Leoni, Carlo Stagnaro, said, "both parties would benefit from market integration and more efficient use of energy assets on either side."

There is also large scope for cooperation on energy security insofar as Turkey is a key transit country for natural gas from the EU's point of view and Europe is the most important end market for natural gas going through Turkey, Stagnaro noted.

Meanwhile, Peter Stano, spokesperson for the EU's top enlargement official Stefan Fule, explained that for the period 2014-2020 the objectives are to "improve Turkey's interconnectivity and integration with European electricity and gas markets […] and to enhance the regulatory and operational framework of nuclear safety in line with EU standards."

However, Aylin Caglayan Ozcan, head of sectoral policies department at Turkey’s EU Ministry head, says Turkey is already harmonizing its energy policies with the EU’s as if the chapter is already open as they are regarded "as works that should already be done."

Da Anadolu Agency, 18 maggio 2014

Arriva il taglia-bollette

Non verrà impugnata l'accetta, come ha fatto il governo di Madrid, ma un bel paio di forbici sì. Entro fine maggio (si parlava del 15, ma è più probabile che ci sarà uno slittamento), il ministero dello Sviluppo Economico metterà a punto il piano taglia-bollette, un insieme di misure che dovrebbe alleggerire il costo dell'energia a carico delle pmi. Federica Guidi, titolare del ministero dello Sviluppo, ne ha parlato nei giorni scorsi con il premier Matteo Renzi, perché una bozza di massima degli interventi c'è già, e le prossime settimane serviranno per le limature, per poi approdare al decreto legge. L'obiettivo è ridotto rispetto alle cifre circolate, ma più realistico: tagliare di almeno il 10%, già dal 2015, le bollette a carico delle pmi. Considerando che le piccole e medie imprese pagano mediamente dai 12 ai 15 miliardi di euro l'anno, i risparmi che si pensa di realizzare saranno perciò nell'ordine degli 1,2-1,5 miliardi.

In che modo ci si arriverà? Dopo aver sentito tutti gli attori in campo, a cominciare dalle utility, società di produzione, distribuzione e trasmissione dell'energia elettrica, e quindi Enel, Terna, A2A, Acea e così via, ma anche i gruppi industriali classificati come grandi energivori, allo Sviluppo hanno ben chiaro che nessuno uscirà contento da questa tornata di tagli, perché tutti ne saranno colpiti. Partendo dalla cifra da raggiungere, perciò, si tratta di capire come centrarla distribuendo equamente i sacrifici senza arrivare agli eccessi del governo Rajoy. Ovviamente si interverrà solo sulla parte della bolletta che riguarda gli oneri di sistema, quindi incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate (componente A3), oneri per la messa in sicurezza del nucleare e compensazioni territoriali (componenti A2 e Mct), regimi tariffari speciali per la società Ferrovie dello Stato (componente A4), copertura del bonus elettrico (componente As), copertura delle agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia elettrica (componente Ae) e così via. Sono voci che tutte insieme pesano per circa il 20% sul costo totale dell'energia.

Si andrà per gradi. Il taglio retroattivo e tout court degli incentivi alle rinnovabili, per esempio, non è praticabile. Meglio pensare di allungare i sussidi dagli attuali 20 anni a 30, perché ripartirli su un orizzonte temporale più lungo avrebbe l'effetto di diminuirne il peso sulla bolletta. Da questa voce si pensa di poter realizzare un risparmio di circa 400 milioni. Altra misura di cui si parla da tempo, senza risultati concreti, è la chiusura anticipata del capitolo Cip6, vecchio sistema di incentivazione già mandato in pensione dal decreto del Fare del 21 giugno 2013, ma senza che alla legge seguissero i fatti. Eppure c'è già una delibera dell'Autorità dell'Energia, pubblicata a novembre scorso, che spiega come fare. Basterebbe perciò darle immediata attuazione per risparmiare, si stima, fino a 500 milioni. Più delicato il tema delle esenzioni previste per le aziende che dispongono di reti interne private: le hanno realizzate a proprie spese e per questo sono sollevate dall'obbligo di pagare gli oneri di sistema per l'utilizzo della rete nazionale. Abolire l'esenzione non è pensabile. Meglio allora prevedere una rimodulazione, cominciando a chiedere a questa particolare categoria di imprese titolari di Riu (Reti interne di utenza) e Seu (Sistemi efficienti di utenza) un contributo, seppur limitato. La stima sui possibili benefici in bolletta, perciò, è ancora vaga.

Altro tasto dolente, sul quale al ministero dovranno necessariamente pigiare, è quello dei grandi energivori. Cinque anni fa fece scalpore il caso di Alcoa, il colosso americano dell'alluminio che dopo 14 anni di tariffe privilegiate si rifiutava di perdere il diritto alla bolletta scontata, e aveva stimato in 100 milioni l'anno le perdite causate dal pagamento di energia a prezzo pieno sulla produzione dei suoi impianti italiani di Portovesme (Carbonia-Iglesias) e Fusina (Venezia). Per le aziende energivore sono previsti bonus finanziati con gli oneri di sistema, che pesano per il 7% circa in bolletta. Il requisito che garantisce condizioni di particolare favore è la clausola dell'interrompibilità, cioè la disponibilità da parte dell'azienda a subire interruzioni di energia, qualora per ragioni sicurezza il Gestore della rete lo richieda, fornendo, quindi, un servizio al sistema.

A spiegare nel dettaglio come funziona il meccanismo è la Ccse (Cassa conguaglio per il settore elettrico) che gestisce il conto per i «contributi a copertura degli oneri connessi al servizio di interrompibilità». Terna ne ha appena pubblicato le assegnazioni per il mese in corso: si tratta di 167 Mw, la totalità di quelli disponibili, per un premio di 7 mila euro per Mw all'anno. Tra le aziende che hanno accettato il rischio di verdersi staccare temporaneamente la corrente figurano anche gruppi come Pirelli e Colgate-Palmolive. Il rischio, però, è sempre più basso. Ma siccome eliminare di colpo il bonus non si può, anche in questo caso i tecnici del ministero dello Sviluppo stanno ragionando su una sua possibile rimodulazione.

Altro privilegio ormai consolidato e da rivedere riguarda il tariffario speciale di cui beneficiano le Ferrovie, in particolare la controllata Rfi. Risale a più di 40 anni fa e garantisce uno sconto sul costo dell'energia elettrica. Carlo Stagnaro, che è tra i consulenti della Guidi, nel policy paper pubblicato per l'Istituto Bruno Leoni osserva che «tale sussidio è del tutto ingiustificato e dovrebbe essere eliminato, con un risparmio atteso di 300 milioni all'anno. Occorre precisare», si legge nel documento, «che tale intervento potrebbe condurre, nel breve termine e in assenza di riforme che migliorino l'efficienza del servizio ferroviario, a incrementare i trasferimenti di natura fiscale. Di conseguenza l'impatto aggregato potrebbe essere inferiore a quello qui indicato o addirittura nullo, pur avendo comunque conseguenze dal punto di visto redistributivo».

Più semplice il caso di altre due sacche di privilegio, di cui godono il Vaticano e San Marino. Entrambi i piccoli Stati hanno mantenuto il diritto a un'assegnazione di riserve sulla capacità di importazione di energia elettrica, che poi finisce per ricadere sulle bollette degli italiani. In questo caso, però, il problema potrebbe risolversi da solo, senza bisogno di un intervento del regolatore. La Santa Sede ha già comunicato che per quest'anno non usufruirà del sussidio, e lo stesso dovrebbe avvenire per San Marino, a partire dall'anno prossimo, con benefici attesi per circa 10 milioni di euro.

Da Milano Finanza, 3 maggio 2014

Tante sorprese nella bolletta tra mercato libero e tutelato

«Bisogna prevedere modalità di progressivo abbandono dei regimi di tutela per la vendita di energia e gas affinché siano le forze di mercato a garantire efficienza sul versante dei prezzi». Non è una frase ripescata a caso dall'archivio di un giornale dei primi anni Duemila. Sono le parole pronunciate pochi giorni fa durante un'audizione alla Camera dal presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella. Vanno nella stessa direzione propugnata da Chicco Testa, il capo di Assoelettrica: la lobby dei produttori di elettricità lamenta come meno della metà dei 300 miliardi di chilowattora consumati nell'ultimo anno in Italia sia sottoposto a meccanismi competitivi, e sollecita il superamento del "servizio di maggior tutela".

Di che cosa stiamo parlando? Per le piccole utenze il mercato dell'energia elettrica e del gas è diviso in due: libero e tutelato. La completa liberalizzazione, in vigore da inizio luglio 2007, ha fatto sì che tutti i clienti finali possano scegliere il proprio fornitore di elettricità e gas, andando a caccia delle offerte migliori. Nello stesso tempo si prevede un altro meccanismo, in teoria residuale: il "servizio di maggior tutela". Ovvero, un sistema di prezzi tariffati per clienti domestici e piccole imprese (fatturato inferiore a10 milioni e meno di 50 dipendenti) che non hanno scelto un fornitore sul libero mercato. In questo caso, a fissare i prezzi, aggiornati ogni tre mesi, ci pensa l'Autorità per l'energia elettrica e il gas (Aeeg).

Ora, dalla liberalizzazione dell'energia elettrica sono passati sette anni, mentre quella del gas ne ha appena compiuti undici. Qualcosa non è andato per il verso giusto se la stragrande maggioranza degli utenti associa il mercato libero a costi esorbitanti, scarsa trasparenza e in alcuni casi vere e proprie truffe. Certo, il fenomeno dei venditori porta a porta a porta che attivavano contratti di fornitura a clienti del tutto ignari non ha contribuito a creare un clima di fiduciaverso la libera concorrenza. Ma a forza di multe, Antitrust e Aeeg sono riuscite a contenere l'ondata di truffe.

Secondo Pitruzzella, la tutela dovrebbe essere riservata solo alle "utenze effettivamente vulnerabili", fermo restando che il passaggio al mercato dovrebbe essere "progressivo, rigidamente scadenzato". La speranza è che il settore elettrico, dove gli operatori attivi sono oltre 300 a fronte di 9 milioni di clienti, compia lo stesso sprint che ebbe quello della telefonia, dove la concorrenza ha portato vantaggi evidenti ai consumatori.

Il problema è che la scorsa estate, la stessa Autorità per l'energia ha divulgato un'indagine i cui risultati non sono esattamente uno spot per il mercato libero. Secondo lo studio, basato sui prezzi del 2011, chi è passato al mercato libero ha avuto bollette elettriche più care del 12,8% (+2% nel caso del gas) rispetto a un cliente rimasto sotto tutela dell'Aeeg. Insomma, nel mercato italiano dell'energia la concorrenza sembra non portare vantaggi al cliente finale. Ma è vera concorrenza? Fino a un certo punto.

Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni e oggi consulente della ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi, ha fatto notare che gli ex monopolisti «giocano arbitrando tra maggior tutela e mercato libero e non hanno alcun interesse a fare offerte commerciali aggressive a una clientela che si dimostra piuttosto pigra».
Sempre Stagnaro è stato tra i più duri critici. dell'indagine Aeeg, evidenziandone numerose carenze: un campione ridotto e un metodo discutibile, che tiene conto dei prezzi medi anziché delle offerte più competitive. Seguendo quest'ultimo metodo, infatti, il ricercatore ha scoperto che un cliente che consuma trai 5 e i 15 chilowattora all'anno avrebbe notevoli risparmi se passasse alle offerte del libero mercato. E sapete come ha fatto? Consultando il Trovagjirte: il servizio comparativo offerto dalla stessa Aeeg. «Sul piano puramente teorico, Pitruzzella ha ragione al 300 per cento dice Pietro Giordano, presidente nazionale di Adiconsum -. Il problema è che il cosiddetto mercato libero è pieno di aziende che lavorano anche nel mercato tutelato. Allora o si liberalizza davvero, e gradualmente, o è meglio lasciare tutto così com'è».

«La diffidenza verso il mercato libero è anzitutto un problema di trasparenza», è il parere di Domenico Romito, responsabile nazionale dell'associazione Avvocati dei Consumatori.
«Chi passa al mercato libero spesso non sa che gli sconti promessi scattano solo al raggiungimento di una certa soglia di consumo. Chi consuma poco non solo non risparmia ma si ritrova a pagare bollette altissime, che sembrano studiate apposta per risultare incomprensibili».

Se la speranza di Pitruzzella è condivisibile, le associazioni di consumatori fanno notare come le componenti in ballo in una bolletta energetica siano molte di più, e assai meno decifrabili, di quelle di una fattura telefonica. La ministra Guidi ha annunciato bollette «più leggere, eque e trasparenti».
Vedremo. I fatti, registrati dalle statistiche Eurostat, dicono che tra la seconda metà del 2011 e la seconda metà del 2012 la bolletta elettrica degli italiani è lievitata dell'11,2% (quasi il doppio dell'aumento registrato nella Ue) mentre quella del gas è salita del 10,6 per cento.

Da Pagina 99, 19 aprile 2014

Energia, arriva la rivoluzione fossile

Se n'è parlato per anni: la "Rivoluzione Rinnovabile" avrebbe cambiato le nostre vite. Saremmo passati presto a un sistema di produzione elettrica indipendente dal petrolio, diffuso e sostenibile, che avrebbe reso la nostra bolletta meno cara e l'atmosfera meno satura di anidride carbonica. La rivoluzione aveva degli eroi la Germania solare ed eolica e degli ideologi, che sempre in terra tedesca hanno teorizzato paragoni con il passaggio dalla trazione animale al carbone, e dal carbone al petrolio (è statala Freie Universitàt prendeteli).

Il problema è che la Rivoluzione Rinnovabile rimane sulla carta, macchiata da dubbi di marketing, e già stracciata per far posto alla vera rivoluzione ín atto: la Rivoluzione Neofossile. Ci si pensi bene: di rinnovabili ormai si parla solo in merito a quanto siano care. In Italia si stima che gli incentivi costeranno 220 miliardi di euro tra il 2009 e il 2032. In Germania il serissimo Fraunhofer Institut ha calcolato che tra il 2012 e il 2030 i tedeschi pagheranno 225 miliardi di euro per il sostegno all'installazione delle tecnologie, tanto che nel 2014 gli incentivi rappresenteranno oltre un quarto del costo totale da pagare in bolletta. Si può obbiettare che si tratti di un investimento dovuto, visto che il futuro non aspetta e non possiamo permetterci troppa CO2 aggiuntiva nell'atmosfera. Ma siamo costretti a osservare la realtà per ciò che è: a trionfare, senza troppe presentazioni e battaglie politiche, è ben altro tipo di tecnologia: la nuova estrazione di gas e petrolio,
Lo shale gas è tecnica nota da anni: anziché essere intrappolato in grandi giacimenti unificati, in questo caso il gas è contenuto in formazioni sotterranee più piccole, da perforare pneumaticamente "in orizzontale" una volta raggiunta la profondità necessaria. È grazie a esso che gli Stati Uniti diventeranno entro dieci anni esportatori netti di gas. Per quanto riguarda il petrolio, sono migliorate le tecniche di recupero del greggio dai giacimenti, e se ne riesce a estrarre economicamente anche da rocce da sbriciolare, da sabbie da centrifugare, e dai fondali marini più profondi. È così che le regioni centrali degli Stati Uniti hanno preso il titolo di Saudi America. e si ritiene che entro il 2030 gli Usa potrebbero diventare indipendenti dal punto di vista energetico. Con una nota a margine: per alcuni anni a partire dal 2017, gli Stati Uniti produrranno più petrolio dell'Arabia Saudita stessa. Prima di addentrarci in considerazioni di merito, conviene notare che tutto questo avviene per un semplice motivo: questa "Rivoluzione Neofossile" è assai più simile alle altre rivoluzioni energetiche del passato, di quanto non lo sia la supposta "Rivoluzione Rinnovabile". Questo perché diversamente da quanto non insegnino a scuola le rivoluzioni energetiche non avvengono solo perché una qualche nuova tecnologia diventa disponibile. Serva anche che si presenti la necessità di adottarla. Tale necessità, purtroppo per noi, è rappresentata dalla crisi delle risorse, che spinge alla scelta della soluzione alternativa più affidabile. È successo per il sistema dell'Inghilterra pre-vittoriana, che era entrata in crisi a causa della mancanza di risorse disponibili per alimentare i cavalli, e in parte di legno per costruire navi per il trasporto interno nei canali. L'adozione delle macchine a carbone è incominciata all'apice di una fase di problemi economici assai significativi. Nella nostra epoca digitale i segnali di crisi non mancano, e tra essi il più palese è l'esplosione del prezzo dell'olio combustibile a 147 dollari nel luglio del 2008. Sicuramente al boom ha contribuito una buona dose di speculazione come da tradizione anglosassone ma anche la reale necessità di greggia per le nuove economie ha contribuito in modo significativo.

Si è aperta anche una discussione sul fatto che nelle rinnovabili occorre investire in quanto "creano lavoro", addirittura "milioni di posti di lavoro" secondo quanto dichiarato da un Obama prima maniera in odore di berlusconismo prima maniera. Ciò è certamente vero, ma non meno vero di tante altre cose. La più ovvia è che anche le neofossili creano lavoro, e purtroppo per l'ambiente anche di più rispetto alle rinnovabili.
Questo perché la rinnovabile s'installa e abbisogna di manutenzione relativamente ridotta. Le neofossili, invece, impiegano una quantità permanente di forza lavoro addetta all'estrazione peraltro con un modello economicamente sostenibile, dovuto all'alto valore aggiunto delle risorse. Si crea così un meccanismo perverso: gli incentivi stimolano l'installazione di tecnologie rinnovabili, ma il settore rimane in vita finché ci sono nuove tecnologie da installare.
Così, non appena si riduce lo spazio disponibile tra campagne e colline per tirar su pale e pannelli, il settore entra in crisi. Il secondo aspetto riguarda il costo per il resto del sistema economico. Caratteristica peculiare delle rivoluzioni energetiche precedenti è stata il fatto che fino a ieri le nuove tecnologie hanno ridotto la spesa in elettricità e non l'anno aumentata. Per le rinnovabili, a parità di elettricità prodotta, è il contrario. È difficile quindi che una rivoluzione energetica, nel mezzo di una crisi economica in parte generata dal problema energetico stesso, possa svilupparsi grazie a tecnologie ancora inefficienti.

Dal loro punto di vista, bene hanno fatto dunque i cinesi, che per tanti anni hanno sfruttato la rivoluzione energetica per creare posti di lavoro in casa, vendendo pannelli e pale eoliche all'estero (l'installazione in Cina, paragonata al totale del sistema energetico, è stata minima). Dal punto di vista liberale, un paper dell'Istituto Bruno Leoni a firma di Luciano Lavecchia e Carlo Stagnaro riporta che per ogni green job creato se ne perdono 4,8 in altri settori (disinvestendo gli incentivi dalle rinnovabili e reindirizzandoli verso il privato di qualsiasi natura). Aspetto collegato a esso è quello relativo all'abbassamento del costo dell'installazione degli impianti. Un piccolo impianto privato da 3 chilowattora ancora nel 2010 costava circa 20 mila euro, mentre adesso l'esborso è sceso a ottomila. Incrociamo però tale informazione con altri dati: in Occidente sono fallite decine e decine di fabbriche di produzione di pannelli, e lo scorso gennaio la Cina ha dichiarato che avrebbe interrotto finanziamenti agevolati a circa il 75 per cento delle fabbriche nazionali di pannelli. Ciò significa che, a livello globale, la Cina statale stava pompando denaro nel settore per abbassare i costi e far fuori la concorrenza. Ci è riuscita, ma con una conseguenza impossibile da trascurare: il prezzo dei pannelli negli ultimi anni è stato artificialmente basso. La normalizzazione significherà un brusco arresto nella discesa dei prezzi. Non è una sorpresa, se si considera peraltro che appena il 2 per cento degli utili realizzati dalle aziende produttrici di pannelli è investito in innovazione tecnologica. Il resto, per chi ci riusciva, era solo profitto.

Ci sono speranze allora per una rivoluzione rinnovabile? Si può solo provare a suggerire, per quanto esperibile, di non chiamarla più "rivoluzione", ma "trasformazione". L'assetto economico capitalista non è in grado di percepire adesso i danni ecologici ed economici dell'effetto serra, che saranno assai più incisivi tra una ventina d'anni.
Il ruolo dello Stato è quello di anticipare la percezione del mercato. Finora nessun governo si è dimostrato all'altezza del compito, e gli incentivi sono stati impiegati per l'elargizione diffusa di rendite. Il caso italiano è esemplare, visto che per caso o correlazione le aree più disagiate sono anche quelle con più risorse rinnovabili, e verso le quali sono fluiti più soldi.
L'impiccio attuale dimostra anche che una rivoluzione non si fa da soli, perché si corre il rischio di farsi sparare dalle mitragliatrici, mentre gli altri "aspettano" e si fanno i conti in tasca propria. Non coinvolgere le economie emergenti nel processo ha fatto in modo che quanto si è risparmiato in emissioni in Occidente, sia stato più che compensato da emissioni aggiuntive altrove.

Tra il 2010 e il 2012 la Cina ha incrementato le proprie emissioni di 1,6 miliardi di tonnellate l'anno. Questo solo incremento è superiore al totale delle emissioni annuali di Germania, Italia e Francia combinate. A cosa serve ridurre le nostre emissioni di un mero 10 per cento, tra sforzi immani, se poi c'è chi non segue il cambiamento?
E così che in Italia il "Piano Energetico Nazionale" prescrive una brusca svolta verso il gas, se non altro come palliativo nei confronti del carbone (che, a parità di elettricità prodotta, emette circa il doppio della CO2 rispetto al gas). In Germania da parte della Cdu (il partito del cancelliere Angela Merkel) ci sono state già dichiarazioni ufficiali sul fatto che il paese non sarà in grado di far fede alla promessa energetica di arrivare al 50 per cento di rinnovabili entro il 2030 per non parlare dell'80 per cento al 2050.

Non è in realtà un problema dí tecnologie, ma solo di cattiva politica, consensualmente influenzata da lobby di sorta. Come uscire da questo pasticcio? Per ora si parla solo di diminuire gli incentivi futuri che è sacrosanto, vista la situazione. La Germania sta surrettiziamente costruendo nuove centrali a carbone, tanto per cercare di risparmiare dove può. Si stanno aprendo scenari geopolitici assurdi: questi impianti nella Ruhr stanno causando l'aumento delle polveri sottili a Parigi, con Francia e Germania che, anziché collaborare nelle rinnovabili, si fanno i dispetti come ai bei tempi della crisi del Reno (anno 1840). Se le rinnovabili richiederebbero coesione politica internazionale, il loro fallimento sta portando a nuove spaccature.

Da Pagina 99, 12 aprile 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Quella domanda serissima che i secessionisti veneti pongono agli economisti

Per mesi il dibattito pubblico si è con centrato su una riduzione del cosiddetto cuneo fiscale che valeva uno zero-virgola-qualcosa-per-cento in meno del costo del lavoro. Nelle ultime settimane, alcuni hanno presentato come rivoluzionario uno sconto fiscale che, se effettivamente messo in pratica, ridurrebbe le imposte a chi guadagna sino a 25.000 euro l'anno, lasciando inalterata la situazione di chi ne guadagna 26.000, sulla base dell'ipotetica diversa propensione al risparmio dell'uno e dell'altro. Al contrario, 2 milioni di cittadini veneti, che si sono espressi via internet a favore dell'indipendenza della Serenissima dal resto del paese, sono considerati dalla stampa alla stregua di un fenomeno folcloristico. Forse, nel dibattito pubblico italiano, a essere sbagliate sono le domande ancor prima delle risposte. E' curioso che si sia spento il dibattito sulla principale peculiarità del nostro sistema economico e politico: un divario permanente fra i livelli di sviluppo delle diverse aree del paese che non ha eguali al mondo.

La "questione meridionale" è seppellita sotto numerosissime ricette proposte dal pasticciere di turno: tutte basate sull'intervento pubblico, e tutte egualmente fallimentari. La "questione settentrionale" è stata appaltata a un partito il cui peso politico sembra declinare, e così facendo fornisce un comodo alibi a chi preferisce fingere non esista. Il referendum popolare veneto suggerisce, però, che qualcosa cova sotto la cenere. Al cuore di queste due "questioni" vi è un trasferimento territoriale di risorse che, come la differenza fra le due aree del paese, ha pochi precedenti nella storia e pochi confronti nel tempo, per persistenza e per dimensione. Anche in questo caso l'attenzione spesso si appunta sui numeri sbagliati. Si guarda cioè all'entità dei trasferimenti "straordinari", ai "fondi per le aree depresse", agli "incentivi allo sviluppo" e simili. Ma il trasferimento di risorse avviene soprattutto attraverso gli strumenti ordinari della finanza pubblica. Il prelievo fiscale è sostanzialmente proporzionato al reddito, anzi cresce più che proporzionalmente con il crescere del reddito (anche perché nelle aree meno sviluppate vi è più economia informale); la spesa pubblica è invece sostanzialmente proporzionale al numero dei cittadini residenti (più o meno lo stato offre in tutta Italia lo stesso numero di classi per studente, di insegnanti per classe, di letti in ospedale per abitante, e simili). Quindi il prelievo è sbilanciato a carico del nord, ove i redditi sono più alti; la spesa è sbilanciata verso il sud, ove è maggiore il numero di abitanti rispetto al reddito prodotto.

Paradigma Buchanan e un'Irpef di troppo
Qualche anno fa due ricercatori della Banca d'Italia stimarono il volume di quello che James Buchanan chiamava "residuo fiscale", cioè la differenza fra quanto un cittadino paga al fisco e quanto riceve in termini di spesa pubblica. Si tratta di risultati impressionanti, che non è azzardato immaginare invariati, dal momento che i fattori che influenzano la distribuzione di entrate e spese, rispettivamente reddito e popolazione, non sono cambiati di molto. Nel solo nord, scorporando le regioni a statuto speciale (che hanno tutte residui positivi), il residuo fiscale risultava negativo per 76 miliardi; nel sud (escludendo sempre le regioni a statuto speciale) positivo per 37 miliardi. Per comprendere la dimensione della cosa, basta pensare che il residuo fiscale del nord non era dissimile dall'Irpef complessiva pagata da quelle regioni. Altrimenti detto, senza i trasferimenti verso il sud, e senza dover contribuire in via esclusiva a pagare gli interessi sul debito pubblico, il nord avrebbe potuto evitare di pagare l'imposta sul reddito delle persone fisiche, e ciò nonostante mantenere lo stesso livello di spesa pubblica. Il residuo fiscale del sud era pari a circa una volta e mezzo l'Irpef pagata dai cittadini meridionali. Come se, per ogni euro di imposta pagata, ciascun cittadino meridionale ne ricevesse due e mezzo in termini di servizi e trasferimenti pubblici.

Siamo facili profeti nel prevedere che la "questione settentrionale" è solo momentaneamente sopita. Ma anche "visto da sud", il problema non è meno serio. Volumi di spesa pubblica così elevati distorcono in modo sistematico l'allocazione delle risorse: da chi si vuole che le persone cerchino lavoro, se non dal datore di lavoro pubblico? Se stato ed enti pubblici continuano a offrire salari determinati sul livello dei prezzi e sulle condizioni del mercato del lavoro del centro-nord, come faranno le imprese private meridionali a competere?
I trasferimenti sottraggono al nord risorse preziose, ma nel mezzogiorno inceppano sistematicamente lo sviluppo dell'economia privata. L'assistenzialismo perpetua se stesso. In queste condizioni, come pensare che tornare a crescere, al nord come al sud, sia un obiettivo raggiungibile?

Da Il Foglio, 17 marzo 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Le nostre nonne ne sapevano una di più dello Stato dietologo

Dello Stato etico si può forse parlare al passato. Invece lo Stato dietologo appartiene al presente. A New York, l'ex sindaco Bloomberg aveva vietato la vendita di bibite gassate in bottiglie e lattine superiori al 500 ml (ma il tribunale aveva bocciato la misura). In Europa, Finlandia e Danimarca hanno adottato imposte sulle bevande zuccherine. Il governo di Copenhagen ha sperimentato un'accisa, presto abrogata, sugli alimenti con più del 2,3% di grassi saturi. Le persone sovrappeso "costerebbero di più" al sistema sanitario: penalizzando il loro stile di vita, verrebbero "aiutate" a cambiarlo. È un'aritmetica complicata. Un beneficio pubblico, difficile da dimostrare, implica rinunce concrete, che si verificano al ristorante o al supermercato. In molti sostengono che le "fat tax" rischierebbero di spostare i consumi verso alimenti altrettanto grassi, ma di inferiore qualità, con effetti paradossali sulla salute. L'emergenza obesità è una scusa formidabile per regolamentare la tavola, chiedendo un pedaggio per ogni trasgressione alla quaresima.

Non potendo costruire una società in cui tutti siano egualmente ricchi, lavoriamo a una in cui tutti siano egualmente magri. Lo sapevano già le nostre nonne: esistono cibi più sani e altri meno, anche se è la dose che fa il veleno. L'uomo però non è solo ciò che mangia: non si può pensare che abitudini e spot siano ininfluenti. Siccome non può obbligarci alla palestra, lo Stato ci tassa, unendo l'utile (incamerare nuove entrate) al dilettevole (indurci a comportamenti più virtuosi). Ci risparmi almeno la predica. È difficile che il fisco abbia successo dove hanno fallito le nonne: nell'insegnarci l'equilibrio.

Da Wired, maggio 2014
Twitter: @amingardi

La spending review serve a nulla

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?
Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

Peraltro, sono tutti liberali. A parole.
L'idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all'applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

Però, oggi c'è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l'ha suscitata...
Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?
Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l'idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?
Gli 80 euro sono tutt'altro che liberali, per esempio.

E perché?
Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell'Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all'aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?
Tagliare la spesa pubblica. C'è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L'autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

E la pressione fiscale sale...
Infatti. A fronte dell'aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

Qual è il punto?
È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l'attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

Facciamo un esempio?
La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

Uno Stato obeso, diciamo...
Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?
Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

Per esempio?
Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

Le Poste?
Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell'attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell'Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c'è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt'altra direzione.
Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l'acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?
Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?
Per ora il provvedimento vero l'ha fatto il governo Letta, con l'approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all'abuso di diritto (l'elusione fiscale, che finora era lasciata all'interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all'esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

E poi c'è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell'ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.
Aspettiamo il giorno che sia posto fine all'abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un'anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

Anche in quel caso c'era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.
Sì, e c'è anche l'opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?
Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

Qualcuno, come l'editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l'estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?
Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all'appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

Da Italia Oggi, 8 maggio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

Educazione a stella marina

«La cosa più facile da fare per qualsiasi movimento sociale che voglia avere successo è chiedere "di più", specialmente il tipo di cose che ha già avuto». Quello di un'istruzione universale, pubblica e obbligatoria è un sogno potente, che ha ispirato riforme a vasto raggio. Anche e soprattutto quando pensiamo ai Paesi in via di sviluppo, siamo tutti convinti che solo la conoscenza possa spezzare le catene della povertà. Ma è davvero facendo più scuole, e obbligando le persone a frequentarle più a lungo, che si migliorano i tassi d'apprendimento? In un libro pieno di dati e di idee, Lant Pritchett, professore alla Harvard Kennedy School of Government, suggerisce che la risposta non è così scontata.

«Oggi la popolazione in età di lavoro scrive Pritchett nei Paesi in via di sviluppo ha frequentato la scuola per un numero di anni triplo rispetto al 1950, quando il 60% delle persone in questa fascia di età non aveva avuto alcuna formazione scolastica. Nei sei decenni tra il 1950 e il 2010 gli anni di frequenza scolastica degli adulti sono passati in media da 2,0 a 7,2». Parrebbe un successo: nel 2010, il cittadino medio di Haiti o del Bangladesh ha fatto più anni di scuola di quanti ne avesse conclusi l'italiano o il francese medio nel 1960. Ma una cosa è organizzare un sistema scolastico, con i suoi docenti e la sua amministrazione, altra equipaggiare le persone con capacità e nozioni utili.

Nel suo The Rebirth of Education, Pritchett descrive un «profilo d'apprendimento piatto»: in molte realtà, l'aumento degli anni passati fra i banchi non coincide se non con incrementi davvero marginali, nelle competenze apprese. «Alla fine della seconda media, in Tanzania solo il 41% degli studenti padroneggia le competenze [tipiche della seconda elementare] [...]. A questi ritmi, se anche tutti gli allievi finissero la scuola secondaria non otterremmo un livello universale di competenze di seconda elementare». In India «la percentuale di allievi di quinta elementare che non sa leggere una storia al livello di seconda elementare è in crescita da sette anni a questa parte».

«Nel tentativo, perfettamente legittimo, di favorire la frequenza scolastica, spesso gli attivisti dimenticano di quanto la scuola possa essere triste e alienante». Questo è vero «in particolar modo per quei ricercatori intellettualmente dotati che hanno frequentato scuole di qualità». Ci sono fattori «pull», che "tirano" fuori dalla scuola, ma anche fattori «push», ogni tanto è proprio la scuola a essere respingente. Metà delle bambine che abbandona le aule lo fa per cause legate alla famiglia o alle disponibilità economiche: ma le altre "mollano" perché insoddisfatte dell'offerta. «È difficile far sì che i ragazzi che non stanno imparando e che sanno di non imparare nullacontinuino a frequentare la scuola». Ogni progetto per ampliare immatricolazione e frequenza scolastica non fa che presumere che tanto basti a garantire il raggiungimento di certi standard d'apprendimento.

Il guaio è che mentre «più scuole» è un obiettivo politicamente facile da pianificare e da verificare, sulla qualità del servizio al massimo si moltiplicano le promesse di investimenti: si vuole «dì più», ma sempre della medesima cosa. I Paesi in via di sviluppo, spiega Pritchett, tendono a copiare le nostre «mode educative»: però i loro problemi pedagogici sono diversi, e perciò richiedono risposte diverse. Pritchett si rifà a Brafman e Beckstrom (Senza leader. Da internet ad al Qaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete) e distingue fra sistemi «ragno», basati su una gerarchia, e sistemi «stelle marine», acefali e composti da unità indipendenti. Il ragno tesse la sua tela ma, per quanto vasta essa possa diventare, la più piccola vibrazione di un filo di seta dovrà essere compresa e interpretata dal suo cervello. La stella marina si muove, si nutre, si rigenera grazie a singole parti che possono vivere e riprodursi anche senza controllo centrale.

Per Pritchett, a garantire un apprendimento migliore non bastano insegnanti meglio pagati, né docenti più istruiti o aggiornati, e nemmeno una maggiore diffusione dei libri di testo, o classi meno numerose. Rispetto alla spesa, nota come gli Stati Uniti e la Polonia possano vantare risultati analoghi, in termini d'apprendimento, per come vengono misurati dai test internazionali, e tuttavia gli americani spendono per alunno quasi il 65% in più dei polacchi. La storia della scuola è la storia dello Stato. I sistemi educativi che conosciamo e apprezziamo sono caratterizzati dalla frequenza obbligatoria, da un forte controllo centralizzato, dal monopolio pubblico nella fornitura del servizio. Gli Stati nazionali hanno l'ambizione di «controllare il processo di socializzazione»: la scuola non trasmette solo abilità ma anche credenze. La diffusione delle competenze può essere esternalizzata, la necessità di inculcare taluni principi invece no. È per questo che gli Stati tendono a monopolizzare l'offerta, anziché limitarsi a sussidiare la domanda, per esempio attraverso un «buono scuola» liberamente spendibile in diversi istituti.

Migliorare non è impossibile: bisognerebbe abbandonare l'ambizione del ragno e abbracciare sistemi «a stella marina» aperti, decentralizzati, orientati a obiettivi chiari e misurabili. Non mancano esperienze incoraggianti: per esempio quelle delle scuole private "low cost" su cui molto ha scritto James Tooley. Modelli aperti all'evoluzione incoraggerebbero innovazione e cambiamento. Dalle lezioni di piano allo sport, sono molti gli ambiti in cui l'insegnamento ha più successo che nelle scuole. Servono i giusti incentivi, per imparare a insegnare e per imparare a imparare.

Da Il Sole 24 ore, 31 marzo 2014
Twitter: @amingardi

Perché i pediatri non sono mai abbastanza? Un Focus IBL

Oggi si dà per scontato che tutti i bambini siano curati e curabili da un medico pediatra, eppure nei fatti non è sempre così ovvio.
L’organizzazione del servizio è infatti regolata da un convenzione, un contratto che disciplina il rapporto di lavoro tra il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) e il pediatra. 

Il Focus di Lucia Quaglino “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” (PDF) esamina gli effetti della regolamentazione esistente e l’organizzazione del servizio pediatrico, ipotizzando soluzione alternative rispetto a quelle vigenti, orientate a ridurre e contenere gli effetti distorsivi dell’attuale sistema a vantaggio della qualità del servizio offerto.

“La cosiddetta libera scelta del pediatra per i propri figli - afferma Quaglino - è piuttosto circoscritta, in quanto l’accesso limitato alla professione e il contingentamento del numero di bambini seguiti creano un eccesso di domanda insoddisfatta, quindi nei fatti i genitori hanno poche opzioni a loro disposizione. Inoltre, lo stipendio fisso per numero di pazienti disincentiva un miglioramento della qualità delle cure, per cui il diritto a cure appropriate è solo parzialmente assicurato. Infine, le norme che regolano i rapporti tra pediatri e Asl all’interno della convenzione sono facilmente eludibili e difficilmente controllabili”. “Lasciando invece ai pediatri la possibilità di operare quali liberi professionisti, pur all’interno di un sistema pubblico, e remunerandoli anche in base alle prestazioni fornite, è possibile soddisfare le esigenze della domanda incentivando il miglioramento dell’assistenza fornita.”

Il Focus “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” di Lucia Quaglino è liberamente disponibile qui (PDF).

Sanità, la Regione dal gioco del cerino alla roulette russa

Come si dice Tasi in russo? Forse c'è la grande incertezza riguardo la tassazione degli immobili nel nostro Paese, dietro il flop dei genovesi a Mosca. O forse la diffusa percezione di farraginosità che aleggia e che a maggior ragione grava su chi voglia imbarcarsi in una ristrutturazione immobiliare. Certo, il risultato desolante di questo viaggio della speranza ha l'effetto della proverbiale prima tessera del domino.
Tutto nasce dal "gioco del cerino" con cui si è tentato di arginare il profondo rosso della sanità ligure: solo che, adesso, la miccia rischia di restare in mano ai contribuenti. Come tutte le brutte storie, anche questa inizia con le buone intenzioni: che, tradotto dal politichese all'italiano, vuol dire "costruzione del consenso". Il capitolo di gran lunga più importante nel bilancio delle Regioni è la sanità. Molte Regioni, Liguria inclusa, hanno pertanto usato questa leva per (come si dice pudicamente) stare vicine al territorio.

Poiché, però, nessun pasto è gratis, questa politica, che solo negli ultimi anni è stata oggetto di profondi ripensamenti, ha aperto una voragine nei conti. Tra il 2002 e il 2010, la nostra sanità ha accumulato un disavanzo complessivo pro capite pari a 764 euro, il più alto del Nord Italia e nettamente al di sopra della media nazionale (577 euro). Solo nel 2010, le Asl liguri hanno perso quasi 90 milioni di euro.

Di fronte a dati così drammatici, peraltro in presenza di una qualità del servizio non sempre eccelsa, ci sono due strade: quella giusta e quella facile. Per troppo tempo l'amministrazione regionale ha battuto quest'ultima, nascondendo la polvere sotto il tappeto. Così, ha commesso la prima di una lunga serie di leggerezze: ha scelto di finanziare la spesa sanitaria corrente con un'entrata straordinaria, cioè la cessione degli immobili della sanità.

Ma alla Regione non bastava trovare dei soldi: le servivano "pochi, maledetti e subito". Sicché, anziché montare una privatizzazione per benino (che avrebbe potuto pure essere un'occasione di riqualificazione urbana), la Regione ha venduto gli edifici alla sua partecipata Arte, obbligandola per legge a comprare, come hanno ricostruito Guido Filippi ed Emanuele Rossi. Purtroppo, però, i soldi non li aveva neppure Arte: che, per racimolarli, ha dovuto accendere linee di credito con Banca Carige (istituto finanziario a sua volta in condizioni non floride). Arte, però, finora non è riuscita a collocare gli immobili presso terzi: da qui il pellegrinaggio della giunta sotto il Cremlino, le grandi speranze di ieri, le cocenti delusioni di oggi. Risultato: la Regione è intervenuta sull'emorragia sanitaria in modo tardivo e timido. Acuendo così la crisi finanziaria di Arte, che potrebbe causare enormi problemi tanto in Regione, quanto in Carige. Riassumendo, la Regione si è resa responsabile di una catena di irresponsabilità.

Prima coltivando la malerba della spesa pubblica, poi tentando il gioco delle tre carte (la vendita ad Arte), quindi con l'assunzione di rischi ingiustificati (l'indebitamento di Arte), infine scommettendo sulla generosità degli oligarchi. Purtroppo, da Mosca l'amministrazione sembra aver portato a casa una sola cosa: la roulette russa. E già diversi colpi sono andati a vuoto.

Da Il Secolo XIX, 28 marzo 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Ludwig von Mises: Inspiring Think Tanks Across The Globe

The free enterprise system within a rule of law is the best engine for prosperity. Ludwig von Mises (1881-1973) is recognized by many as its greatest advocate. His name was largely ignored for decades, today, however, more than 20 think tanks around the world are named after him. No other famous economist comes close.

Those who started these “Mises Institutes” were inspired mostly by the theoretical work of this Austrian scholar, books such as “Socialism,” “Theory of Money and Credit,” and “Human Action.” When I studied economics at Grove City College under Dr. Hans F. Sennholz (1922-2007), one of Mises’ disciples, these three books were required reading.

(…)

New efforts of “Austrian” inspired public policy research will likely emerge from the Austrian Economics Research Conference (planned for March 2015) which offers opportunities for going beyond theory, or from research focusing just on studying each other or from focusing on “what other Austrians wrote.” At least two of the Mises Institutes recently started journals: the Revista Mises in Brazil, an Inter-disciplinary Journal of Philosophy, Law and Economics; and the Journal of Prices and Markets in Canada. The latter already included a few public-policy papers. Other centers with leaders inspired by Mises, such as the Juan de Mariana Institute in Spain, or the Istituto Bruno Leoni (IBL), in Italy, frequently publish “Austrian” inspired policy research. IBL conducts a yearly Mises Seminar, already in its tenth year, where young scholars present policy as well as theoretical papers.

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Da Forbes, 20 agosto 2014

Uber sfida i taxi romani. +20% di clienti al mese

Il servizio Taxi di Roma rimane parcheggiato nei bassifondi delle graduatorie europee e le applicazioni come Uber il programma per smartphone che permette di trovare vetture alternative grazie a un tocco di polpastrello scala le classifiche dei download (+19% al mese). Secondo l'ultimo report dell'Istituto Bruno Leoni però «l'avvento di smartphone e nuove tecnologie ha ormai rivoluzionato il settore» tanto da rendere non più rinviabile una "deregulation". Anche perché «nei Paesi stranieri che hanno messo in pratica le liberalizzazioni - dall'Irlanda, alla Svezia - si è registrata una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda» dei consumatori.

RANKING EUROPEI
L'ultima indagine Eurostat piazza i taxi della Capitale al penultimo posto per qualità del servizio, davanti solo a Lubiana, e dietro a tutte le grandi metropoli del continente. E anche il costo delle corse dentro al Raccordo è maggiore rispetto a Napoli, Palermo, Bologna e Firenze. Ecco perché molti consumatori decidono di rivolgersi altrove. E Uber, spiegano dall'headquorter italiano della società nata a San Francisco quattro anni fa, «oggi cresce a una media del 19-20% ogni mese e negli ultimi mesi a Roma c'è stata un'ulteriore accelerazione».
Questa app – presente ormai in ottanta città di tutto il mondo, da Amsterdam a Singapore, da Londra a Melbourne, e in Italia a Roma e Milano – si scarica gratuitamente e permette di visualizzare su una mappa la posizione in cui si trova l'utente e quella dell'auto con conducente più vicina. In pochi secondi viene calcolato il tempo di attesa previsto e e per la prenotazione basta un click. Il pagamento avviene con carta di credito e i prezzi sono circa il 20% superiori a quelli dei taxi. Una differenza che però non spaventa i consumatori, se è vero che oggi Uber capitalizza 17 miliardi di dollari, ovvero di più di due giganti dell'autonoleggio come Hertz ($12.5 miliari) o Avis/Budget Group (6.32 miliardi).

CLIENTI E PREZZI
Secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sul “Servizio di Taxi e auto a noleggio” le nuove tecnologie «hanno fatto venire meno le distinzioni» tra auto bianche e Ncc. «Nel 1993 – spiega Diego Menegon di Ibl – la giurisprudenza poteva ancora sostenere che le “attività di servizio di taxi e di noleggio con conducente si differenziano per la natura del servizio effettuato”. Ma oggi l'evoluzione tecnologica e la possibilità di reperire con un semplice sms la macchina più vicina consente di metterlo in dubbio». Secondo Menegon, che ha curato il rapporto, «nonostante le distinzioni normative, gli Ncc svolgono di fatto un ruolo almeno in parte sostitutivo del taxi». Rivolgendosi alla stessa clientela: «Oggi l'applicazione Uber si è diffusa anche tra la clientela occasionale».
Ecco perché, secondo l'Istituto Bruno Leoni, serve una vera liberalizzazione. «Lo suggeriva già nel 2006 l'Autorità per la concorrenza. Ora è venuto il momento di abolire quelli che l'Antitrust ha individuato come “elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi”.
In questo modo si otterrebbe una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda».

Da Il Messaggero, 23 luglio 2014

Non tutte le infrastrutture sono buone

La realizzazione di nuove infrastrutture non è necessariamente un viatico per la crescita economica: alla vigilia del decreto Sblocca Italia, che proprio di rilancio infrastrutturale dovrebbe occuparsi, è bene che il governo si muova con cautela su questo fronte per evitare l'ennesimo sperpero di risorse pubbliche. Lo sostiene Francesco Ramella, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper "Infrastrutture e crescita economica: adelante con juicio" (PDF).

Scrive Ramella: "Negli ultimi decenni, si è andata sempre più diffondendo fra i decisori politici la convinzione che una maggior dotazione di infrastrutture ed in particolare di linee ferroviarie ad altà velocità e di metropolitane in ambito urbano sia un elemento imprescindibile ai fini della crescita economica e della sostenibilità ambientale per cui una valutazione specifica delle singole opere appare quasi superflua. Tale ‘visione’ non sembra però trovare riscontro empirico." In altre parole, non tutte le infrastrutture sono necessariamente buone, ma solo quelle realmente utili, ossia quelle in grado di ripagarsi. Prosegue Ramella: "Al fine di limitare gli incentivi perversi che sono alla base delle previsioni non realistiche di cui sopra si propone una ‘terapia’ articolata su due linee di azione". 

Tali nuove linee sono:
a) una revisione delle modalità di finanziamento delle infrastrutture che preveda il passaggio da una responsabilità prevalente del governo centrale a quella degli enti locali e  dai soggetti pubblici a quelli privati;
b) il ripensamento di una strategia di investimento incardinata sugli investimenti pubblici ed i sussidi all'esercizio a favore dei trasporti collettivi ad una che punti prevalentemente sugli investimenti stradali e sull'adozione di pedaggi/prelievi fiscali corrispondenti ai costi diretti ed esterni correlati a ciascun modo di trasporto.

Il Briefing Paper "Infrastrutture e crescita economica: adelante con juicio" di Francesco Ramella è liberamente disponibile qui (PDF).

Viaggi e vacanze: a chi nuoce lo sviluppo dei servizi di prenotazione turistica on line

Lo scorso 21 maggio, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia che accerti l’eventuale violazione da parte di queste società delle regole sulla concorrenza, in merito alle clausole contrattuali della Most Favoured Nation e del miglior prezzo garantito.

Nel Focus “Booking ed Expedia: un caso da manuale del paradosso dell’Antitrust” (PDF), Ennio Emanuele Piano esamina l’istruttoria alla luce della principale dottrina sull’antitrust, concludendo che “il provvedimento dell’AGCM appare dominato da una comprensione fondamentalmente semplicistica e persino erronea del funzionamento della concorrenza.” Il mercato del turismo si è non casualmente aperto a una fascia di popolazione molto più ampia che mai contestualmente allo sviluppo degli intermediari on line, grazie sia alle condizioni tariffarie che ai servizi aggiuntivi, primi tra tutti quelli informativi, che hanno reso più semplice programmare un viaggio, di qualsiasi natura. “La speranza - conclude Piano - è che con l’istruttoria l’Autorità rimedi all’errore, giungendo finalmente a riconoscere quei limiti dell’antitrust che in dottrina sono stati già avanzati quasi mezzo secolo fa, e, allo stesso tempo, a distinguere la tutela dell’interesse dei consumatori da quello specifico di una categoria di operatori economici.”

Il Focus “Booking ed Expedia: un caso da manuale del paradosso dell’Antitrust” di Ennio Emanuele Piano è liberamente disponibile qui (PDF).

Semplificazione normativa: migliorare il diritto per favorire la crescita

Il degrado del diritto è una delle principali ragioni dell’arretratezza italiana ed è un fattore che ostacola gli investimenti stranieri: nessuno può voler allocare somme considerevoli in un Paese in cui non si riesce a capire quali siano gli adempimenti necessari per avviare un’imprese e in cui il quadro giuridico è in costante mutamento.

Nonostante ciò, la ristrutturazione delle fonti e della tecnica di produzione del diritto non è mai al centro del dibattito politico: Nello Special Report “La semplificazione: Un problema (prima) di metodo e (poi) di merito” (PDF), Silvio Boccalatte, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, propone “una radicale riorganizzazione del diritto esistente e una modifica della tecnica di produzione delle disposizioni, al fine di predisporre una compilazione unica, il più possibile coordinata e fruibile anche da non specialisti. Si tratta di una riforma attuabile in pochi anni e che doterebbe l’Italia di uno strumento già presente anche in altre realtà meno industrializzate e fondamentale per ridare ordine al diritto”.

Lo Special Report “La semplificazione: Un problema (prima) di metodo e (poi) di merito” di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

Bene l'emendamento SEL perché non ci siano “libri più uguali degli altri”

Si apprende dalla stampa che alcuni deputati di Sel hanno presentato un emendamento al decreto cultura per equiparare l'IVA applicata agli e book, attualmente ordinaria al 22%, a quella dei libri tradizionali, ridotta al 4%. L'emendamento, che riproduce un'analoga proposta di legge di iniziativa parlamentare sempre di Sel, ripristina e anzi supera l'intenzione originaria del ministero della cultura di abbassare l'IVA sugli ebooks. Nella prima formulazione del decreto, infatti, l'imposta era ridotta al 10%, nel tentativo di un parziale allineamento all'IVA applicata ai libri cartacei.
"L'allineamento - sostiene Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni - non può però che essere totale. L'IVA sugli ebooks va abbassata per un ovvio e semplice motivo di eguaglianza fiscale: "I Promessi sposi" restano sempre gli stessi, che siano impressi su un supporto informatico o su carta. Non c'è quindi ragione, in termini di equità, di trattare fiscalmente come beni diversi un libro cartaceo e lo stesso libro in formato elettronico"

Al via su Reteconomy Sky 816 “Il punto di vista” dell’Istituto Bruno Leoni


“Il punto di vista” di IBL
Ha preso il via questa settimana una nuova iniziativa nata dalla collaborazione tra Reteconomy e Istituto Bruno Leoni, due realtà giovani e dinamiche che mettono al centro della propria attività una nuova visione dell’economia.
Ogni giorno, nel contenitore Buongiorno Economia, va in onda Il punto di vista degli esperti di IBL, che commentano i principali fatti di attualità – dalla politica agli scandali corruzione, dai trasporti alle telecomunicazioni, dall’energia alla fiscalità – con lo sguardo sempre rivolto a un obiettivo: mettere in circolo idee e proposte per il libero mercato, volano di crescita e competitività, a tutto vantaggio dei consumatori.

I protagonisti dell’iniziativa
Raccontare con il linguaggio delle immagini il Paese che lavora e che produce e aiutarlo a crescere e a guardare al futuro. È la mission di Reteconomy, la nuova piattaforma multicanale di informazione economica ideata per dare voce a imprenditori, professionisti, manager. Chiara, accurata, originale: la nuova visione dell’economia.

Nato dieci anni fa sul modello dei think tank anglosassoni, l’Istituto Bruno Leoni vuole rappresentare un pungolo ed una risorsa per la classe politica, stimolando nel contempo una maggiore attenzione e consapevolezza dei cittadini verso tutte le questioni che attengono le politiche pubbliche e il ruolo dello Stato nell’economia.

"La collaborazione con IBL – spiega Elisa Padoan, Direttore responsabile di Reteconomy – è una preziosa occasione di riflessione sui limiti e sulle lacune della classe politica italiana, che si inserisce perfettamente nella linea editoriale della nostra emittente. Lo scopo? Smettere di piangersi addosso e cercare soluzioni per un Paese che vuole e deve diventare “moderno”".

“Ci fa piacere poterci rivolgere al pubblico di Reteconomy con regolarità, per portare il punto di vista delle idee di mercato. – dichiara Alberto Mingardi, Direttore generale di IBL – Il dibattito pubblico ha bisogno di luoghi dove avere una discussione libera e di qualità. Siamo contenti di poter portare il nostro piccolo contributo”.

I temi di questa settimana
- Gli scenari europei nel post-elezioni, di Alberto Mingardi (Direttore generale IBL)
- Alitalia: azienda privata o bandiera di italianità?, di Alberto Mingardi
- Liberalizzazione taxi e caso Uber, di Alberto Mingardi
- Il nuovo avanza e il legislatore arranca, di Alberto Mingardi
- La corruzione? frutto di uno stato troppo invadente, di Carlo Lottieri (Direttore Teoria politica IBL)

IlMioDono.it: vota e fai votare per IBL, fino al 7 luglio

UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 100.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio IlMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrai aiutarci concretamente a diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento per te: l'invio di un eBook a scelta fra i seguenti titoli: Breve storia della libertà di David Schmidtz e Jason Brennan, Contro Keynes di Friedrich A. von Hayek, L'economia in una lezione di Henry Hazlitt e Le origini della virtù di Matt Ridley. Potrai votare (e far votare) fino al 7 luglio 2014.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimi la preferenza in una delle due modalità proposte, come nell'immagine sopra.

Dopo avere votato, inoltra a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il tuo voto, ricordando di comunicarci quale eBook desideri ricevere (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

IlMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso IlMioDono.it potete ovviamente fare anche una donazione a suo favore, sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa , l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Istituto Bruno Leoni, Giugno 2014

Partecipata addio?

Decidere cosa tagliare e come farlo è una scelta politica, ha detto ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in un’intervista al Corriere della Sera. Uno dei “terreni propizi per un’opera di razionalizzazione disse a inizio agosto alla presentazione del decreto sblocca Italia è quello delle partecipate”. Opera d’impatto sui potentati locali che in questi anni hanno contribuito al dissesto di almeno un terzo delle municipalizzate italiane.

Secondo gli annunci del governo, in attesa del Cdm di venerdì che darà allo sblocca Italia i crismi dell’ufficialità, le municipalizzate volgono a una riforma drastica e complessiva scaturita dalle indagini del commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli. Nell’architettura del disboscamento, secondo indiscrezioni, ci sarebbero elementi di novità significativi. Il più rilevante è la possibilità di prevedere il fallimento delle società in perdita. Sono almeno 1.250 su 8.000 censite (un numero certo non esiste, alcune non hanno registrato i bilanci 2012). Secondo Cottarelli, anche attraverso altre chiusure, cessioni e privatizzazioni, nei prossimi tre anni si potrà arrivare ad averne solo un migliaio, come in Francia, con un ritorno per lo stato di 2-3 miliardi. Risorse provvidenziali a coprire i costi per il rilancio dei progetti infrastrutturali rimasti fermi, il fulcro del maxi-provvedimento sblocca Italia. La chiusura di aziende inefficienti è spesso obbligata, visti i bilanci malandati: in cinquemila organismi privati e partecipati dagli enti locali l’indebitamento complessivo è di 34 miliardi, dice la Corte dei Conti. Per quelle in attivo la privatizzazione o la vendita di quote in Borsa invece è possibile. Per incentivare i comuni a vendere è allo studio del governo l’eventualità di non conteggiare i proventi della vendita ai fini del patto di stabilità interno. Mentre verranno prorogate le concessioni (fino a 22 anni, dice il Corriere) in caso di sbarco a Piazza Affari.

Le intenzioni pragmatiche del governo hanno già riscosso consensi dagli economisti più liberisti, sebbene con qualche avvertenza.

“Se il governo riuscisse davvero a confermare le proposte annunciate e a renderle operative, sarebbe un segnale di concretezza nella svolta per un sistema più efficiente delle risorse pubbliche e più aperto ai benefici della concorrenza”, dice al Foglio Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni. Anche i compromessi cui si potrebbe giungere in corso d’opera per arrivare all’obiettivo di riportare all’efficienza aziende di pubblica utilità sono in parte indice di pragmatismo, dice Sileoni. Ad esempio, la mancanza di un’esplicita scelta di aprire alla concorrenza i servizi pubblici e quindi lasciare la gestione diretta solo come ipotesi eccezionale deriva probabilmente dalla volontà di non contraddire il risultato referendario del 2011, quello sull’acqua pubblica.

Oppure l’intenzione di mantenere la concessione anche in caso di fusione o acquisizione societaria. “Specie nel periodo transitorio, i compromessi sono una costante di ogni piccola o grande riforma, ma se le proroghe e le deroghe dovessero essere sproporzionate rispetto alle necessità della transizione, e si spera in particolare che sia smentita la possibilità di allungare la concessione per le società quotate, non faranno altro che smentire gli obiettivi governativi”, aggiunge Sileoni. Per ora le aspettative sono alte. Finora si è intervenuti in modo “astratto e inefficace”, per usare le parole del presidente dell’Anci e sindaco di Torino, Piero Fassino, attraverso la richiesta ai comuni di liquidare società in perdita a una certa data di scadenza.

Il riferimento è alla legge di stabilità del 2010 che imponeva ai comuni con 30 mila abitanti di liquidare o cedere entro il settembre 2013 le loro partecipazioni. Finora delle 1.472 società interessate solo un quinto risulta in liquidazione, dice il Cerved. Il motivo di fondo è che attorno alle municipalizzate ruotano interessi politici che si esplicitano attraverso l’assegnazione di incarichi nei cda, un numero di cariche che spesso supera quello dei dipendenti.

L’affollamento è una degenerazione: con le privatizzazioni degli anni Novanta è stato tolto il pane di bocca alla politica che si è rifatta su scala locale. La possibilità di incidere e sfrondare è autoevidente soprattutto in quelle società che si dedicano a servizi collaterali (consulenza gestionale, pubbliche relazioni, organizzazione eventi) con attivi scarsi e che sono di discutibile utilità.

Da Il Foglio, 28 agosto 2014

L’altro rigore

Il governo a vocazione bum bum, inteso come un esecutivo guidato da un presidente del Consiglio abile nel trasformare con costanza promesse, intenzioni, propositi e tweet in accecanti e mirabolanti fuochi di artificio, una volta archiviata la settimana dei grandi impegni e dei grandi annunci (domani c’è il famoso Cdm in cui il premier illustrerà il programma dei mille giorni) entro la metà del prossimo mese, ovvero entro il 15 settembre, termine per la presentazione della legge di stabilità, sarà costretto a indicare quali saranno i punti chiave di quello che in Europa, insieme con la riforma del lavoro, viene considerato un provvedimento chiave per misurare il tasso del riformismo del governo Leopolda: il taglio della spesa pubblica.

I giornali di ieri, dopo un’estate in cui l’unico taglio messo in cantiere dal governo riguarda quello del commissario alla Spending Review, il tenebroso Carlo Cottarelli, hanno annunciato un altro bum bum del governo che questa volta riguarderebbe il settore delle municipalizzate. A dire il vero, gli obiettivi posti da Renzi sulla spending review sono ambiziosi (32 miliardi di euro da tagliare in modo strutturale entro il 2016 non sono pochi, sono circa il 2 per cento della spesa corrente) così come è ambiziosa l’idea di destinare gran parte degli introiti ricavati dai tagli alla riduzione delle tasse. I numeri sono importanti e centrali ma per capire se, su questo punto, il governo Renzi avrà il coraggio di agire senza paura di essere impopolare ci sono anche altri criteri importanti che andranno tenuti sotto osservazione.

“La spending review – dice al Foglio Nicola Rossi, economista, ex parlamentare Pd, autore di un recente e dettagliato paper (PDF) sul taglio alla spesa pubblica pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni, di cui Rossi è stato presidente fino al 2013 – diventa fattore di cambiamento del paese se è strategica e cioè se parte dalla domanda ‘è utile e/o opportuno che l’operatore pubblico produca questo bene o questo servizio?’. Detto in altri termini, la spending review strategica non si limita a `riqualificare e riallocare’ la spesa ma conduce a un ripensamento sul ruolo dell’operatore pubblico e sulla ampiezza delle sue attività. Un esempio su tutti: le municipalizzate”.

Da questo punto di vista, è il ragionamento di Rossi, il mondo delle municipalizzate è un buon terreno su cui sarà utile osservare il coraggio del governo e la sua capacità di rottamare il socialismo municipale. “La chiusura delle partecipate in perdita è una misura di igiene elementare, ovvio. Ma da un leader che si auto descrive come uno straordinario riformista ci si aspetta qualcosa di più. Ci si aspetta, per esempio, che inviti gli enti locali azionisti di queste partecipate a portare avanti azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori che non hanno tutelato gli interessi degli investitori a meno che non preferisca che siano i magistrati della Corte dei conti a fare quello che invece dovrebbe fare la politica, ovvero vigilare sul dolo che si nasconde dietro gli sprechi. Spending review significa questo. Significa rottamare quella politica benecomunista che si è diffusa in Italia dopo il referendum sull’acqua e che ha imposto un modello neo statalista nel nostro paese che mi sembra che neanche Renzi ma spero di sbagliarmi sia intenzionato a rottamare fino in fondo”.

Rossi, sempre a proposito di municipalizzate, ricorda che sono quasi 2 mila su 7 mila le società partecipate dai comuni che oggi si trovano in rosso (secondo la Corte dei conti, nei 5 mila organismi privati e partecipati da enti locali, l’indebitamento è pari a circa 34 miliardi di euro). Ricorda che (dati Confcommercio 2013) gli sprechi delle municipalizzate sono la ragione principale della quintuplicazione delle tasse locali negli ultimi vent’anni. E ricorda che, da ex sindaco, Renzi ha in qualche modo il dovere morale di dimostrare coraggio nel rendere efficiente un settore che, da ex sindaco, non può non essersi accorto che non funzionava come avrebbe dovuto (”Il settore delle municipalizzate come certificato nel 2013 dalla Corte dei Conti è il cancro degli enti locali con incarichi e consulenze dai compensi fuori mercato che non hanno prodotto niente”).

“Conosco il ministro Padoan da molto tempo continua Rossi, che con il ministro dell’Economia ha lavorato fianco fianco a Palazzo Chigi ai tempi del governo D’Alema, nel 1998, quando entrambi erano consiglieri dell’ex premier e credo sia culturalmente disposto e disponibile ad agire con coraggio sulla spesa. I 32 miliardi promessi dal governo costituiscono un obiettivo importante ma mi permetto di fare il gufo e di dubitare che Renzi avrà gli attributi per fare una qualche mossa impopolare”. In che senso? “Renzi è drogato di consenso e non c’è nulla di più pericoloso che un’eccessiva attenzione al consenso per mettere mano alla spesa pubblica. In più, lo dico sempre travestito da gufo, mi chiedo se questa maggioranza abbia la forza di dare un’impopolare frustata alla spesa pubblica. Francamente non credo. E non lo credo per una ragione semplice. Con buona pace degli esponenti del centrodestra che ne fanno parte dice con perfidia Rossi quello attuale è un esecutivo abbastanza chiaramente socialdemocratico. Come appare da gran parte delle sue scelte. Che a volte possono anche essere condivisibili o ‘non dannose’ ma che certo non incidono sulla cultura della sinistra italiana”. Rossi concorda sul fatto che fino a che l’Italia non presenterà un programma serio e competitivo sui temi del lavoro e della spesa pubblica in Europa continueranno per molto tempo a esserci scene simili a quelle osservate ieri. Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, in un’intervista al quotidiano Passauer Neue Presse ha detto, con tono severo, che le recenti dichiarazioni di Draghi sulla necessità di un allentamento delle politiche di rigore “sono state interpretate troppo in una direzione”.

E che in Europa “abbiamo bisogno di riforme strutturali per assicurare la nostra competitività”. Il messaggio implicito è ancora una volta molto chiaro: fino a che i paesi che chiedono una mano all’Europa, e alla Bce, non dimostreranno a chi comanda in Europa di aver imboccato la giusta via delle riforme la direzione dell’Europa non sarà molto distante e differente da quella imboccata finora. Semplice, no? “L’Italia dice Rossi sa da circa vent’anni cosa dovrebbe fare per mettersi in condizione di affrontare i mercati e giocare un ruolo nelle istituzioni che hanno preso forma negli ultimi decenni. La lettera della Bce del 2011 ne è certamente una buona sintesi, e Renzi farebbe bene a tenere quel testo sulla sua scrivania di Palazzo Chigi. Il problema è che il passaggio del tempo non è indifferente e questo è particolarmente vero in una situazione complessiva caratterizzata da molte criticità che possono, anche improvvisamente, far risaltare la estrema vulnerabilità italiana (di cui il debito pubblico è l’espressione più evidente). Spiace dirlo, ma continuiamo a perder tempo. Spesso in questi mesi ho avuto l’impressione che sono stati rottamati gli uomini ma non ancora le vecchie idee. E questo, solitamente, non ha molto a che fare con il cambiamento”.

Da Il Foglio, 28 agosto 2014

L’illuminazione pubblica ci costa il doppio della Germania

L’Italia spende troppo per l’illuminazione pubblica con differenze rispetto all’Europa molto alte visto che l’illuminazione comunale costa circa 1 miliardo di euro l’anno, 18,7 euro a cittadino, il doppio del conto pagato dai cittadini tedeschi.

L’illuminazione stradale, la principale fonte del consumo, costa circa 2 miliardi di euro e grava prevalentemente proprio sulle finanze dei comuni.

Ma non solo. Negli ultimi 15 anni il flusso totale di luce dell’illuminazione pubblica nel nostro Paese è raddoppiato. È l’analisi di wikispesa.costodellostato.it e Ibl, che cita anche osservazioni del Commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli, che sul suo blog sottolinea come si possano raggiungere risparmi immediati non trascurabili, dell’ordine di 100-200 milioni l’anno, ottenuti nel breve periodo attraverso “lo spegnimento di luci non necessarie”.

L’Italia, riferisce l’analisi, appare evidentemente più luminosa del resto dell’Europa nelle immagini del satellite Suomi Npp che sorvola la penisola nella notte, e gran parte delle fonti luminose notturne visibili da satellite sono di illuminazione pubblica.

Da Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2014