Tutto, ma non la spesa. Il dogma statalista che ci sta uccidendo

L’economia sta precipitando: e a grande velocità. Per lungo tempo in Emilia, Lombardia e Veneto (ma anche in Piemonte, Marche, Friuli e altre regioni) abbiamo avuto un sistema produttivo di alto livello, capace di creare lavoro e realizzare enormi profitti, crescendo impetuosamente all’interno dei confini italiani pur sapendo abilmente delocalizzare tutta una serie di attività. Ma ora il peso della regolazione e delle imposte è ormai tale che è diventato impossibile essere ottimisti. Sarebbe necessario tenere sotto controllo i conti pubblici e operare con urgenza, al tempo stesso, una riduzione della pressione fiscale. Non solo non ha senso innalzare l’Iva o ripristinare l’Imu sulla prima casa, ma al contrario bisognerebbe operare “uno shock positivo” – per usare le parole di un sindacalista “vecchia Dc” come Raffaele Bonanni – con massicci tagli delle tasse.
In astratto, tale consapevolezza sembra esserci, ma nei fatti non ci si sposta di un millimetro. D’altra parte, quando ci si chiede come sia possibile sopperire al mancato aumento dell’Iva sono numerosi coloro che – specie a sinistra – ripropongono il vecchio refrain della lotta alla rendita: evocando un concetto assai vago dietro al quale, però, dovremmo saper riconoscere le vecchie zie pensionate con 50 mila di euro di risparmi in titoli di Stato. Tassare la rendita significa soprattutto aggredire questi numerosi capitali (di medie e piccole dimensioni) accumulati da chi, certamente in modo imprevidente, ha dato fiducia allo Stato italiano. Un po’ ovunque, poi, troviamo quanti sono pronti a parlare di “lotta all’evasione”, senza però aggiungere che essa è altissima nel Sud, dove però è pure necessaria alla sopravvivenza di quel poco di privato che ancora resiste. Non si vuole capire che combattere l’evasione comporta, nei fatti, una crescita della pressione fiscale effettiva. Nelle ultime ore Silvio Berlusconi ha perfino suggerito all’Italia di non rispettare il Patto di stabilità europeo: ciò che è molto difficile e anche sbagliato. Non manca neppure chi propone di uscire dall’euro, così da poter svalutare, come si faceva negli anni Settanta e Ottanta. In sostanza, si suggerisce di distruggere i risparmiatori, riducendo a carta straccia il denaro che hanno sui loro conti correnti.
Tutte queste proposte sono insensate, ma rispondono alla logica secondo cui si può intervenire più o meno su tutto, eccetto che su una cosa: sulla spesa. È come se da noi fosse impensabile una riduzione delle uscite e un ridimensionamento dei dipendenti pubblici sulla falsariga di quanto è stato realizzato altrove: in Svezia, ad esempio. Ma è chiaro che questa ostilità all’idea stessa dei tagli alla spesa è conseguenza del persistere di una serie di miti che ormai mettono a rischio la stessa tenuta sociale. Qualcuno vorrebbe addirittura far credere che un taglio delle uscite comporti necessariamente una riduzione dei servizi erogati. In molti casi non è così. Nei mesi scorsi, a causa del dissesto dei conti, la regione Campania ha negato ai propri cittadini la facoltà di farsi curare – per talune patologie – nelle regioni limitrofe. Si è voluto eliminare questo costo, ma non si è preso atto di un dato macroscopico: che lì come in altre realtà del Sud la sanità ha costi altissimi e una resa modesta (all’origine di questa migrazione dei malati). Basta confrontare la Campania con la performance delle regioni settentrionali per constatare che sarebbe possibile tagliare i costi e avere, al tempo stesso, servizi migliori. La stessa idea che l’insieme dei servizi non possa essere messo in discussione è un tabù da superare. Si avvicina l’estate e i media ci informano che molti italiani non andranno in vacanza. Se i soldi mancano, si fa di necessità virtù. E lo stesso fanno molte imprese, che hanno iniziato a ristrutturarsi per far fronte alle difficoltà.
Tutti tagliano: meno lo Stato. Ma esiste una ragione che impedisca all’apparato pubblico di avviare un ridimensionamento della propria presenza nella società e, di conseguenza, un contenimento delle spese? No, ovviamente. Non si tratta neppure di sapere “se” questo avverrà, ma solo “quando”, perché il rapporto tra società produttiva e società parassitaria è tale che l’iceberg non può essere evitato. Da tempo gli apparati pubblici appaiono sempre meno in grado di risolvere problemi, e appaiono sempre più come la realtà che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Intervenire ora, potrebbe permettere scelte mirate e meno dolorose sul piano sociale. Rinviare ogni decisione riformatrice, come il governo Letta sembra voler fare, ci condurrà invece in quella situazione da cui potremo uscire solo con interventi d’urgenza e all’ultimo momento. Iniziamo a prepararci.
Da L’Intraprendente, 18 giugno 2013

Tutto, ma non la spesa. Il dogma statalista che ci sta uccidendo

L’economia sta precipitando: e a grande velocità. Per lungo tempo in Emilia, Lombardia e Veneto (ma anche in Piemonte, Marche, Friuli e altre regioni) abbiamo avuto un sistema produttivo di alto livello, capace di creare lavoro e realizzare enormi profitti, crescendo impetuosamente all’interno dei confini italiani pur sapendo abilmente delocalizzare tutta una serie di attività. Ma ora il peso della regolazione e delle imposte è ormai tale che è diventato impossibile essere ottimisti. Sarebbe necessario tenere sotto controllo i conti pubblici e operare con urgenza, al tempo stesso, una riduzione della pressione fiscale. Non solo non ha senso innalzare l’Iva o ripristinare l’Imu sulla prima casa, ma al contrario bisognerebbe operare “uno shock positivo” – per usare le parole di un sindacalista “vecchia Dc” come Raffaele Bonanni – con massicci tagli delle tasse.
In astratto, tale consapevolezza sembra esserci, ma nei fatti non ci si sposta di un millimetro. D’altra parte, quando ci si chiede come sia possibile sopperire al mancato aumento dell’Iva sono numerosi coloro che – specie a sinistra – ripropongono il vecchio refrain della lotta alla rendita: evocando un concetto assai vago dietro al quale, però, dovremmo saper riconoscere le vecchie zie pensionate con 50 mila di euro di risparmi in titoli di Stato. Tassare la rendita significa soprattutto aggredire questi numerosi capitali (di medie e piccole dimensioni) accumulati da chi, certamente in modo imprevidente, ha dato fiducia allo Stato italiano. Un po’ ovunque, poi, troviamo quanti sono pronti a parlare di “lotta all’evasione”, senza però aggiungere che essa è altissima nel Sud, dove però è pure necessaria alla sopravvivenza di quel poco di privato che ancora resiste. Non si vuole capire che combattere l’evasione comporta, nei fatti, una crescita della pressione fiscale effettiva. Nelle ultime ore Silvio Berlusconi ha perfino suggerito all’Italia di non rispettare il Patto di stabilità europeo: ciò che è molto difficile e anche sbagliato. Non manca neppure chi propone di uscire dall’euro, così da poter svalutare, come si faceva negli anni Settanta e Ottanta. In sostanza, si suggerisce di distruggere i risparmiatori, riducendo a carta straccia il denaro che hanno sui loro conti correnti.
Tutte queste proposte sono insensate, ma rispondono alla logica secondo cui si può intervenire più o meno su tutto, eccetto che su una cosa: sulla spesa. È come se da noi fosse impensabile una riduzione delle uscite e un ridimensionamento dei dipendenti pubblici sulla falsariga di quanto è stato realizzato altrove: in Svezia, ad esempio. Ma è chiaro che questa ostilità all’idea stessa dei tagli alla spesa è conseguenza del persistere di una serie di miti che ormai mettono a rischio la stessa tenuta sociale. Qualcuno vorrebbe addirittura far credere che un taglio delle uscite comporti necessariamente una riduzione dei servizi erogati. In molti casi non è così. Nei mesi scorsi, a causa del dissesto dei conti, la regione Campania ha negato ai propri cittadini la facoltà di farsi curare – per talune patologie – nelle regioni limitrofe. Si è voluto eliminare questo costo, ma non si è preso atto di un dato macroscopico: che lì come in altre realtà del Sud la sanità ha costi altissimi e una resa modesta (all’origine di questa migrazione dei malati). Basta confrontare la Campania con la performance delle regioni settentrionali per constatare che sarebbe possibile tagliare i costi e avere, al tempo stesso, servizi migliori. La stessa idea che l’insieme dei servizi non possa essere messo in discussione è un tabù da superare. Si avvicina l’estate e i media ci informano che molti italiani non andranno in vacanza. Se i soldi mancano, si fa di necessità virtù. E lo stesso fanno molte imprese, che hanno iniziato a ristrutturarsi per far fronte alle difficoltà.
Tutti tagliano: meno lo Stato. Ma esiste una ragione che impedisca all’apparato pubblico di avviare un ridimensionamento della propria presenza nella società e, di conseguenza, un contenimento delle spese? No, ovviamente. Non si tratta neppure di sapere “se” questo avverrà, ma solo “quando”, perché il rapporto tra società produttiva e società parassitaria è tale che l’iceberg non può essere evitato. Da tempo gli apparati pubblici appaiono sempre meno in grado di risolvere problemi, e appaiono sempre più come la realtà che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Intervenire ora, potrebbe permettere scelte mirate e meno dolorose sul piano sociale. Rinviare ogni decisione riformatrice, come il governo Letta sembra voler fare, ci condurrà invece in quella situazione da cui potremo uscire solo con interventi d’urgenza e all’ultimo momento. Iniziamo a prepararci.
Da L’Intraprendente, 18 giugno 2013

“La statizzazione dell’uomo” di Wilhelm Röpke in eBook

Continuano le uscite dei "Classici della libertà" con "La statizzazione dell'uomo" di Wilhelm Röpke. L'ebook è disponibile per l'acquisto presso i seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebooksitalia, Google Play e iTunes.
In questi due scritti (che appartengono alla fase conclusiva dell’esistenza di Wilhelm Röpke, economista tedesco di nascita e svizzero di adozione) viene offerta una riflessione assai acuta sulle implicazioni morali e culturali della società libera e dell’economia di mercato.
Mentre negli anni scorsi ci si è spesso riferiti a questo studioso per giustificare varie forme d’interventismo e regolazione pubblica, un’attenta lettura di tali scritti può permettere di cogliere appieno il senso di quella che Röpke stesso volle definire la sua “terza via”, che non si collocava certo tra il socialismo e il liberalismo ma che, al contrario, rappresentava il miglior modo d’intendere il neo-liberalismo di cui egli era interprete.
I due testi – non a caso – includono una critica molto netta di quei moralisti che ignorano ogni questione economica e sociale e, al tempo stesso, dell’economicismo superficiale di troppi positivisti. Difensore del profitto e fiero nemico dell’inflazione, Röpke esce da queste pagine come un liberale assai coerente, che si sforza costantemente di ricondurre la teoria della libertà alle sue ragioni spirituali.
Le precedenti uscite dei "Classici della libertà" sono state: Bruno Leoni, "Il diritto come pretesa individuale"; Frédéric Bastiat, "Ciò che si vede e ciò che non si vede"; Thomas Jefferson, "Federalismo e libertà"; Alexis de Tocqueville, "Saggio sulla povertà"; Friedrich Schiller, "Sparta e Atene"; Antonio Rosmini, "Saggio sul comunismo e sul socialismo".

No all'euro con "l'assicurazione casco". Tesi merkeliane anti Draghi

Ieri era il welfare, oggi è il sistema bancario e la domanda aggregata. Lo stato moderno vuole garantire ogni cosa, senza lasciare nulla al caso e rischiando così esso stesso di fallire. E' la mentalità dell'assicurazione pubblica", come la chiama Ludger Schuknecht, capo economista del ministero delle Finanze di Berlino, che lunedì sarà ospite dell'Istituto Bruno Leoni a Firenze per la "Lectio Minghetti". Il discorso di Schuknecht, che il Foglio ha letto, lambirà (in maniera critica) anche le attuali scelte della Banca centrale europea, partendo da un assunto: se in Europa siamo in crisi e i nostri debiti pubblici sono alle corde è perché gli stati si sono accollati troppi rischi. L'assicurazione è uno strumento che consente di spalmare i rischi e aumentare il benessere generale, ma può anche indurre a sottovalutare i comportamenti rischiosi e ad adottarne in gran quantità. Sotto la spinta delle idee keynesiane, il "ruolo assicurativo" dello stato moderno è andato via via ampliandosi, senza mai conoscere tregua. E con esso è andata aumentando anche la spesa pubblica. "I governi - spiega Schuknecht - hanno fornito forme di assicurazione contro la povertà e la disoccupazione tramite la creazione di posti di lavoro nel settore pubblico o programmi di lavori pubblici". Quando ci si è accorti che neanche questo bastava per evitare che il caso prendesse il sopravvento, anche "le aziende e i comparti industriali dell'economia sono stati `assicurati' contro gli sviluppi di mercato sfavorevoli tramite sussidi temporanei o permanenti". Ora, con la crisi economica e finanziaria, siamo passati a una fase ulteriore. La mentalità dell'assicurazione pubblica "ha impedito il fallimento di numerose banche al fine di salvaguardare i risparmi dei loro clienti". Anche le Banche centrali, ragiona il tecnico del governo Merkel, sono entrate a far parte di questo circuito di assicurazione totale "attraverso misure non convenzionali comprendenti l'acquisto di asset pubblici e privati". Schuknecht, che ovviamente lunedì preciserà di parlare a titolo personale, non fa sconti neanche alla attuale politica di eurosalvataggio, nella quale vede una pericolosa prosecuzione della mentalità dell' assicurazione pubblica". I pacchetti di salvataggio di oggi e gli Eurobond di domani hanno gravi implicazioni redistributive: oltre ad aumentare i costi per i contribuenti, favoriscono "il settore finanziario ed i proprietari delle grandi fortune", in altre parole chi investe non risponde dei suoi investimenti. Anche affidare il ruolo di prestatore di ultima istanza alle Banche centrali sarebbe rischioso e porterebbe con sé conseguenze indesiderate. Finché non vi sono crisi di solvibilità all'orizzonte, nessun problema. Ma quando i governi perdono credibilità e la solvibilità di uno stato viene meno, anche le Banche centrali possono essere trascinate nel gorgo del fallimento, condannando i contribuenti a enormi perdite. Di qui l'invito di Schuknecht a non confondere mai politica monetaria e politica fiscale. Che poi è lo stesso argomento utilizzato dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, nella sua arringa anti Mario Draghi alla Corte di Karlsruhe per il "processo" all'Omt, il piano di acquisti illimitati di bond della Bce.

Per evitare che gli stati crollino sotto il peso delle "assicurazioni" contratte, Schuknecht propone una via d'uscita. Da un lato l'assicurazione pubblica" va limitata, abbassando la spesa statale. Dall'altro, suggerisce Schuknecht, vanno migliorate le politiche di assicurazione pubblica, individuando incentivi più adeguati per ripartire il rischio. In particolare, il bail in, ossia la partecipazione dei creditori ai costi di un fallimento andrebbe sempre preferito al bail out, l'esternalizzazione dei costi sul contribuente. Per evitare che il governo spenda troppo, invece, "il miglior controllo sono le regole di bilancio che permettono solo uno scostamento limitato dei deficit entro i limiti degli stabilizzatori automatici".

Da Il Foglio, 15 giugno 2013
Twitter @giovanniboggero

Il partito carismatico e l'ossessione organizzativa

Il dibattito sul futuro politico del Pdl è concentrato sul risparmio in metri quadri calpestabili che la nuova sede di piazza in Lucina consentirà e sull'inquadramento fiscale delle sedi regionali. Del resto, l'ossessione organizzativa e la forma-partito sono fattori costitutivi del centrodestra berlusconiano sin dalle origini. «Come dibattito è un po' angusto - dice Alberto Mingardi - non mi convince nemmeno questo tentativo di reclutamento di classe imprenditoriale, difficile trovare cloni». Un tentativo già fatto in passato, e senza successo. I no incassati a suo tempo da Antonio D'Amato, il quale ha sempre esercitato un fascino anche dialettico su Berlusconi, o da Luca di Montezemolo. E i no di questi giorni, di Guido Barilla e Alfio Marchini.

L'INNOVAZIONE CHE NON C'È
In teoria, sul piano organizzativo, basterebbe fare dei congressi e assecondare la selezione di nuova classe dirigente. Basterebbe volerlo. Ma il vero problema del centrodestra è non essere più percepito come fattore di innovazione politica, sociale ed economica. Spiega Sergio Fabbrini, direttore della School of Government della Luiss: «Nato su base carismatica per bloccare la coalizione alternativa, il contenuto politico del centrodestra italiano - prima forza liberale, poi forza conservatrice - è sempre sembrato una derivazione dell'atteggiamento carismatico del capo. E il capo non ha mai pensato a istituzionalizzare il suo carisma. Questo è il primo problema del Pdl». Aggiunge Mingardi: «Strano, certo, anche perché questo immobilismo un po' cupo in teoria non corrisponde all'immagine a colori che Berlusconi continua a trasmettere di sé. L'identità del partito non c'è più. Basta una ricognizione sui programmi: niente idee sul fisco se non l'Imu come bandiera, nessun ragionamento sui tagli alla spesa». Anzi, c'è una disposizione questa sì post-democristiana e, lato sensu, partitocratica sulla spesa pubblica come volano di consenso: basti pensare alla P.A., dove i fannulloni non si licenziano, ma si spera che diventino efficienti. «Da questo punto di vista - dice ancora Mingardi - nell'agenda economica non c'è differenza tra centrodestra e centrosinistra. Approccio comune. D'altra parte spesso specchio della società. Per esempio tutto il Mezzogiorno ha un riflesso di dipendenza dalla spesa pubblica. Quindi, nessuna differenza tra destra e sinistra, ma un pensiero dominante: il problema non è l'eccesso di spesa, ma l'austerità. Siccome è colpa e della Germania e dell'Euro, non c'è spazio per le riforme». Gustavo Piga, economista politico a Tor Vergata, dice: «Il mantra è: non ci sono risorse. Ma c'è il totale rifiuto di considerare che ci sono 800 miliardi di denaro di spesa pubblica a disposizione. Tagliamo. Come si fa a non ragionare su questo?».

Ulteriore ricognizione sul programma: scarse idee sul rapporto tra economia e giustizia, su formazione e istruzione, tradizionale tendenza alla minimizzare su innovazione e ricerca (temi confindustriali, nella retorica del centrodestra), dopo Tremonti e le sue opinioni peraltro contrastate, nessun ragionamento sulla Grande Crisi, «se non qualche nostalgia protezionista», nota Mingardi. E aggiunge: «Non c'è un'idea generale di società. Il quadro è desolante. Dopo cinquant'anni di sistema misto, la definizione del rapporto tra Stato e individui non è stata scalfita dai successivi venti di centrodestra sedicente liberale. Con una eccezione: la sanità lombarda. Solo lì - pur con tante cose da perfezionare - è stato realizzato qualcosa che assomiglia a un modello. Per il resto, tutto rinunciatario».

Cosa fare per darsi un po' di identità? «Un partito di destra dice Piga - dovrebbe essere liberale. Mettere al centro di tutto l'individuo e le sue capacità e, einaudianamente, tutelare i deboli. Ma non lo fa. Come la Lega d'altra parte, messa malissimo nel nordest perché piccola impresa e giovani non sono tutelati. 1 giovani dovrebbero essere un capitale su cui investire, ma nessuno se ne occupa. Come se non esistessero, neanche da un punto di vista elettorale».

Fabbrini torna al punto di partenza: «Il Pdl non ha un'idea di società, perché non si è mai posto il problema del programma, subordinato alla questione carismatica. Che potrebbe fare? Tante cose, ma deve decidere. Essere un partito liberista un po' euroscettico, essere un partito conservatore continentale, oppure - terza via - partito mediterraneo che difende il suo sistema di piccola e media impresa». Si aspettano decisioni.

Da Il Messaggero, 15 giugno 2013

Bruno Leoni, "Sciopero e serrata"

Disponibile oggi a soli 1,99 euro "Sciopero e serrata" di Bruno Leoni.

Per il pubblico italiano, abituato a riconoscere nel rapporto tra datore di lavoro e lavoratore una tensione conflittuale insanabile composta di rivendicazioni sindacali e dialoghi tra sordi, la lettura di Sciopero e serrata, che raccoglie due contributi di Bruno Leoni sul tema apparsi negli anni Sessanta su Il Sole 24 Ore e Il Politico, potrà risultare carica di originalità e, persino, provocazione.

In Italia, è scontato – perché così riconosciuto dalla Costituzione – che lo sciopero sia un diritto e, anzi, l’unico diritto utile a ottenere migliori condizioni contrattuali, a partire da quelle salariali. Leoni affronta tanto la qualificazione dello sciopero come diritto quanto le sue cause e i suoi effetti dal punto di vista economico, palesando da un lato le contraddizioni di un ordinamento che riconosce come diritto costituzionale ciò che è un inadempimento contrattuale e dall’altro l’inutilità di questo strumento di protesta per migliorare le condizioni retributive e occupazionali.

Dall’analisi di Bruno Leoni, che spazia dalla storia economica alla filosofia del diritto fino alla microeconomia, emerge la spessa coltre di pregiudizio che in Italia ha reso possibile confondere l’astensione dagli impegni di lavoro per un diritto costituzionale, lasciando che lo sciopero venisse ampiamente esercitato, pur in assenza di una legge che ne disciplinasse le modalità di esercizio, anche per finalità ulteriori rispetto a quelle economico-contrattuali, come nel caso dei cosiddetti scioperi di solidarietà.

Dal punto di vista normativo, oltre a segnalare che la qualifica di diritto è quasi un unicum nel panorama comparato, l’Autore sostiene che, se è contrario ai principi sia democratici che liberali ritenere lo sciopero un reato, è arbitrario e incoerente con il sistema giuridico ritenerlo un diritto. La critica di Leoni si comprende ancor più se si pensa che nella seconda metà degli anni Sessanta - mentre egli scriveva i due saggi e i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori iniziavano a collocarsi irrimediabilmente, anche da un punto di vista culturale, su posizioni contrapposte - la legge richiesta dalla Costituzione per disciplinare condizioni e limiti all’esercizio dello sciopero non era stata approvata.

E sarebbero passati altri 25 anni perché ciò avvenisse. A rigore, lo sciopero nel frattempo sarebbe stato un mero fatto extra ordinem di astensione dai propri impegni contrattuali, i cui esiti, analizzati senza ideologie sindacaliste, non avrebbero mai potuto essere quelli sperati, dacché in una situazione di “miseria ambientale” l’imprenditore si trova in una posizione solo apparentemente più forte e resta inutile costringerlo, attraverso il ricatto dello sciopero, a migliorare la remunerazione. Se sostituissimo all’espressione “miseria ambientale” quella di “crisi economica” tornerebbe utile e attuale il pensiero di Leoni sull’uso dello sciopero come mezzo di riequilibrio contrattuale e tutela dei lavoratori.

Da Il Giornale, 17 giugno 2013

Coraggio un taglio forte alla spesa

Ci risiamo. Le spese delle pubbliche amministrazioni non possono essere tagliate, quindi non solo non si può abbassare la pressione fiscale, anzi la si deve aumentare. L'altro ieri il ministro Saccomanni ha detto: «Eliminare l'Imu sulla prima casa costerebbe allo Stato 4 miliardi l'anno, che aggiunti ai 4 miliardi che costerebbe lo stop all'aumento di un punto dell'Iva farebbero ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità che al momento attuale non sono rinvenibili».

La spesa pubblica al netto degli interessi e della spesa per prestazioni sociali somma (dati 2012) a 351 miliardi di euro: 165 per stipendi dei dipendenti pubblici, 89 per l'acquisto di beni e servizi, 33 di trasferimenti a vario titolo alle imprese, 35 per altre attività, in cui rientra il costo delle assemblee elettive e solo 29 per investimenti pubblici. 351 miliardi! E senza toccare le pensioni, i sussidi di disoccupazione e il poco, troppo poco, che lo Stato dà a chi è davvero povero, non se ne possono risparmiare 8, cioè il 2,2 per cento? Chiedete a una famiglia, o a un piccolo imprenditore in difficoltà, se non riesce a tagliare il 2,2 per cento di quanto spende.

A che cosa servono le Province? Uno studio dell'istituto Bruno Leoni stima che i risparmi dall'abolizione delle Province, anche tenendo conto che i dipendenti dovrebbero essere riallocati in altre amministrazioni, ammonterebbero a 1,9 miliardi l'anno. Una commissione istituita dal governo Monti aveva individuato (con l'applauso di Confindustria) una decina di miliardi di possibili tagli ai sussidi alle imprese senza toccare i sussidi a scopo sociale, e proponendo che venissero trasformati in una corrispondente riduzione del cuneo fiscale. Se ne è persa traccia. Un decreto del governo Monti prevede che il 13 settembre vengano chiusi 31 tribunali e procure, 220 sezioni giudiziarie distaccate e 667 uffici del giudice di pace, con un risparmio stimato dall'ex-ministro Severino in almeno 30 milioni l'anno. Ma non è più certo che accada: un mese fa il Tar del Lazio ha accolto una richiesta di sospendere la chiusura della sede distaccata di Ostia e inviato gli atti alla Corte costituzionale. Insomma, possibile che su 351 miliardi di euro di spese non se ne trovino 8 da tagliare?

Si stima che le imposte evase sommino a 120-150 miliardi l'anno. Possibile che non si possa recuperare qualcosa di più di quanto già fatto, ad esempio usando meglio gli incroci fra banche dati? Ogni euro recuperato dovrà essere destinato esclusivamente a ridurre la pressione fiscale sui cittadini onesti, ad esempio istituendo un «premio di fedeltà fiscale».

Non appena nominato, il ministro Saccomanni ha preso una decisione coraggiosa: ha decapitato la burocrazia che per un decennio aveva retto il ministero dell'Economia, sostituendola con persone nuove e capaci. Il nuovo Ragioniere generale dello Stato è uno dei migliori e più esperti funzionari della Banca d'Italia. E tuttavia, anziché impegnarsi a trovare spese da tagliare per ridurre la pressione fiscale, si preoccupa perché non trova i denari per impedire un aumento (non una riduzione) dell'Iva! Saccomanni sbaglia quando definisce questi tagli interventi di «estrema severità». Così facendo trasmette un messaggio pericoloso: tagliare le spese sarebbe un intervento grave, la pressione fiscale non si può ridurre senza fare cose gravi.

Siamo da capo. Tassa e spendi, una politica che ci ha portato sull'orlo del collasso. Non si può tagliare nulla, si può solo far pagare più Iva ai cittadini.

Dal Corriere della sera, 17 giugno 2013

Röpke e l’immoralità dell’interventismo statale

Oggi scaricabile a soli 1,99 euro "La statalizzazione dell'uomo" di Wilhelm Röpke

Wilhelm Röpke ha occupato una posizione cruciale nell’Europa del ventesimo secolo. È proprio grazie a questo economista che la critica spietata dello statalismo elaborata dalla scuola austriaca e da Ludwig von Mises ha investito il mondo tedesco. È lui che favorisce la comprensione da parte di Ludwig Erhard della necessità di liberare i prezzi, permettendo in tal modo – dopo la seconda guerra mondiale – la rinascita di una società uscita distrutta dal conflitto.

Come attestano anche i due saggi del periodo 1964-65 raccolti ne “La statizzazione dell’uomo”, Röpke è assai critico verso i limiti culturali di certo economicismo, comune anche a talune correnti novecentesche schierate a difesa del mercato. La “terza via” elaborata da questo studioso (che da tedesco diverrà svizzero, dopo essersi trasferito a Ginevra) non mira a superare liberalismo e socialismo, ma semmai a ripensare e rafforzare il primo.

Quando parla di terza via Röpke intende elaborare un nuovo liberalismo, sicuramente alternativo a ogni forma di interventismo socialista o conservatore, ma al tempo stesso assai critico nei riguardi di quelle teorie che anche se difendono la concorrenza e avversano la regolazione statale, ugualmente non avvertono le implicazioni morali e culturali dei fondamentali problemi che dividono l’opinione pubblica. Questo aiuta anche a capire come la sua avversione per Keynes o Galbraith, e in generale per gli studiosi orientati a pianificare la vita sociale, sia stata perfino più radicale di quella di molti liberali imbevuti di positivismo e assolutamente indifferenti di fronte a ogni problema di ordine etico.

Nelle pagine sugli “adoratori dello Stato” la polemica con Galbraith non è solo contro l’irragionevolezza dell’interventismo, ma è in diretto rapporto con l’umanesimo cristiano dell’intellettuale tedesco, che avversa con forza l’idea di uno Stato saggio e benevolente: di un Potere potenzialmente illimitato che “sa meglio di noi che cosa ci è utile e che, nella sua umanitaria sollecitudine arriva, sotto il segno dello Stato assistenziale e dell’educazione statalizzata, a sollevare dalle nostre spalle uno dopo l’altro i compiti e le spese che, nella nostra prava individualità, credevamo responsabilità nostra”.

Con questo Stato padrone, evidenzia Röpke, non c’è più spazio per la libertà né per la morale. E non si può salvaguardare la prima senza prendersi a cuore la seconda.

Da Il Giornale, 14 giugno 2013

Il “Saggio sul comunismo e il socialismo” di Antonio Rosmini in eBook

Il “Saggio sul comunismo e sul socialismo” di Antonio Rosmini è la sesta uscita dei “Classici della libertà” in ebook. Il Saggio di Rosmini è disponibile per l'acquisto sui seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebooksitalia, Google Play e iTunes.

Presentato nel corso di una conferenza tenuta a Osimo nel 1847, questo scritto di Rosmini rappresenta una straordinaria confutazione di quell’insieme di teorici socialisti che, dopo Marx, siamo abituati a ricondurre all’etichetta del “socialismo utopistico”. La riflessione del pensatore roveretano muove da premesse antropologiche e, in particolare, da una critica molto netta del materialismo socialista. Poiché “l’uomo non è una macchina”, l’intera struttura concettuale del socialismo fallisce, dato che non riesce a cogliere l’esigenza fondamentale di salvaguardare la proprietà e la libertà, che sono condizioni essenziali affinché la vita umana possa dispiegarsi.

In particolare, Rosmini porta alle estreme conseguenze le tesi di Owen, Fourier e Saint-Simon per mostrare come la teoria comunista sia la negazione dei diritti individuali, della libertà di coscienza, del diritto a ricercare la felicità e a realizzare una “vita buona”. La conclusione a cui giunge Rosmini è che il nuovo governo assolutistico auspicato da questi rivoluzionari comporta una «centralizzazione e pienezza di dominio (…) senza esempio negli annali del mondo».

Con i “Classici della libertà” l'Istituto Bruno Leoni intende proporre – solamente in formato ebook – brevi saggi “dimenticati” di importanti pensatori liberali del XVIII, XIX e XX secolo. Con questa operazione, IBL Libri (la casa editrice dell'Istituto) mette a disposizione dei lettori testi mai pubblicati in traduzione italiana oppure da anni fuori commercio. Ogni singola pubblicazione è corredata da una breve scheda bio-bibliografica sull’autore e da una cronologia di date ed eventi.

Friedrich Schiller, il poeta della libertà

Disponibile a soli 1,99 euro "Sparta e Atene" di Friedrich Schiller

E' sufficiente passare qualche ora a Weimar, visitare la casa in cui visse e farsi conquistare dello magia del luogo per avvertire in che modo Friedrich Schiller ha saputo incarnare lo spirito liberale e borghese di quella Germania che poi verrà spazzata via dalla reazione nazionalista successiva all’invasione napoleonica.

Eppure quel tipo di sensibilità seppe reggere a lungo se è vero, come disse l’amico Johann Wolfgang Goethe, che egli “influì come nessun altro sulla formazione del borghese ottocentesco di media cultura”. Figlio di un medico dell’esercito e cresciuto all’interno di un ambiente luterano, il giovane Schiller ha la possibilità di studiare – nonostante le difficoltà economiche della famiglia – grazie all’interessamento di Karl Eugen, duca del Wüttemberg, il quale comprende di avere a che fare con un giovane fuori dal comune. Mentre va conducendo studi di medicina, a soli ventidue anni scrive "I Masnadieri", un’opera che ne rivela al mondo le qualità, ma che sarà per lui la fonte di non pochi problemi. Dopo la “prima” iniziano infatti una serie di peripezie che lo portano anche a disertare dall’esercito (era ufficiale medico) pur di dedicarsi alla letteratura. Nel suo vagabondare si trasferisce a Lipsia, Dresda e Weimar, fino a quando nel 1787 scrive "Don Carlos", che lo colloca a pieno titolo tra le massime espressioni del nuovo movimento Sturm und Drang, di cui interpreta l’anima libertaria. Come ha sottolineato Lesley Sharpe, la dimensione politica dei testi teatrali schilleriani è evidente, dato che le sue opere “hanno a che fare con la libertà e la tirannia, i rapporti di potere e responsabilità, le relazioni tra fini e mezzi nella vita politica, e con la sfida con cui devono confrontarsi quanti sono chiamati ad agire sul teatro della storia se vogliono preservare umanità e integrità”. Grazie all’amicizia di Goethe – conosciuto nel 1788 – e alla sua intercessione, nel 1789 ottiene la cattedra di storia e filosofia all’università di Jena ed è per questi corsi che scrive "La legislazione di Licurgo e di Solone". Dopo un ampio lavoro storico sulla Guerra dei Trent’anni, inizia quindi a lavorare a una trilogia teatrale ambientata in quel contesto e dedicata a Wallenstein: "Il Campo di Wallenstein", "i Piccolomini", "La morte di Wallenstein".Nel 1799 torna a Weimar, dove assieme a Goethe prende la direzione del teatro granducale, che presto diventa il cuore della nuova arte teatrale tedesca e segna la rinascita del genere drammatico. Per questa istituzione scrive alcuni dei suoi maggiori capolavori: "Maria Stuarta" nel 1800, "La pulzella d’Orléans" nel 1801, "La sposa di Messina" nel 1803 e il "Guglielmo Tell" nel 1804. Muore il 9 maggio 1805, sempre a Weimar, a causa della tubercolosi.Riletto ora, Schiller sorprende per il suo saper unire una passione nutrita di umori romantici e il più radicale rigetto di ogni mistica patriottica. Come scrisse Jeffrey L. Sammons, “Schiller fu immune dal sentimento nazionalista” dato che “per lui l’invasore aveva sempre torto”. La dimensione tragica di molte sue opere è proprio connessa alla difficile lotta di quanti vogliono sottrarsi a un dominio. E in questo senso è anche significativa – basti pensare al modo in cui, nel "Guglielmo Tell", tratta il mito delle origini della Svizzera – la scelta dei materiali storici e leggendari che utilizza nell’elaborazione dei propri testi drammatici. Non sorprende allora che uno tra i massimi liberali del Novecento, l’economista austriaco Ludwig con Mises, abbia usato espressioni molto elogiative all’indirizzo di questo autore, evidenziando il ruolo che giocò nella cultura liberale del tempo: “Schiller divenne il poeta preferito dalla nazione; nella sua entusiastica devozione alla libertà i tedeschi trovarono il loro ideale politico”. E ancora oggi, pur entro un contesto culturale del tutto mutato, la sua continua a rappresentare una delle voci più affascinanti della cultura europea tra Sette e Ottocento.

Da Il Giornale, 12 giugno 2013

La libertà individuale fulcro del pensiero di Rosmini

Oggi disponibile a soli 1,99 euro "Saggio sul comunismo e sul socialismo" di Antonio Rosmini Serbati.

Nella società socialista, i governanti “aspirano a ricevere tutte le proprietà in deposito, gli altri debbono aspettare di essere nutriti da quelli amorosamente”.

Al lettore contemporaneo l’italiano di Antonio Rosmini Serbati (1797-1855) può apparire roccioso, a tutta prima impenetrabile. Non ci si crede, che desse consigli in fatto di bello scrivere all’amico Manzoni. Eppure, la vigorosa polemica dell’abate roveretano vale lo sforzo della lettura. Il “Saggio sul comunismo e sul socialismo”, letto in forma di discorso all’Accademia dei Risorgenti di Osimo nel 1847 e stampato la prima volta due anni dopo, è una formidabile demolizione del perfettismo, ovvero dell’ambizione di costruire la società perfetta sulla terra. “L’uomo non è una macchina, miei Signori: e se fosse, a che tanto affetto, di cui gli utopisti si mostrano spasimati, per una macchina?”.

Rosmini si misura col socialismo cosiddetto “utopistico”: Babeuf, Owen, Fourier. Ciò che scrisse, tuttavia, s’applica in buona misura anche al socialismo cosiddetto “scientifico”, che noi meglio ricordiamo. Con sorprendente preveggenza, Rosmini (che non rifiutava per sé l’aggettivo di liberale, sostenitore di un liberalismo che è “un sistema di diritto e insieme di politica, il quale assicura a tutti il prezioso tesoro di loro giuridiche libertà”) colse l’intrinseca contraddittorietà delle dottrine socialiste. Le quali puntano il dito contro la concentrazione delle proprietà in un’economia di mercato (“le diseguaglianze”) ma finiscono per patrocinare l’estrema concentrazione del potere in un unico soggetto: lo Stato.

Pensatore che mai s’accontenta di fermarsi in superficie, Rosmini legge negli autori oggetto della sua critica anzitutto l'esproprio di qualsiasi responsabilità individuale, ad apparente sollievo dei singoli. Proprio questa banalizzazione dell’essere umano (mera pedina sulla scacchiera sociale) consente d’immaginare “nuovi sistemi dove non è più nulla l’individuo, il governo è tutto” e l’individuo altro non deve che “eseguire materialmente gli ordini” del governo cui gli utopisti affiderebbero “ogni immaginabile potere”.

Leggendo oggi Rosmini, vien da pensare ch’era scritto che il comunismo fosse la più strepitosa macchina assassina mai vista sulla terra. Se la società perfetta deve funzionare come un impeccabile meccanismo, ciò richiede una tale concentrazione di potere che per la libertà non c’è più spazio.

Da Il Giornale, 12 giugno 2013

Per riformare il finanziamento ai partiti basterebbe una sana concorrenza

L'eliminazione del finanziamento pubblico viene solitamente ricondotta a motivi di moralità e di austerità, di ribellione per l'uso tra il disinvolto e il furfantesco delle risorse e di intolleranza per il contrasto tra le larghezze consentite ad alcuni e le ristrettezze imposte a tanti. Ma queste ragioni rischiano di farne dimenticare altre.

Le leggi elettorali traducono i voti in seggi, regolano dunque il meccanismo primario della democrazia. Ma perché poi la democrazia funzioni, ci vogliono i partiti. Attualmente sono le segreterie dei partiti a determinare le scelte politiche, passano per i loro tesorieri la decisioni su come e per chi spendere i soldi del finanziamenti, qualunque ne sia la provenienza. Dagli organi di partito dipende la scelta di chi porre in lista, se il sistema è proporzionale, o di chi esporre al diretto confronto con l'avversario, se è maggioritario. Perfino il meccanismo delle primarie può essere usato da chi detiene concretamente il potere. Noi abbiamo quasi perso la memoria delle battaglie per rovesciare le segreterie, quella con cui Fanfani batté De Gasperi, o in tempi più recenti Craxi ebbe la meglio su Signorile. Reagan e Obama non furono cooptati, ma uscirono vincitori da vigorose battaglie interne. Legge elettorale e legge sul finanziamento sono due provvedimenti entrambi fondamentali per la competizione democratica: la prima definisce la competizione per il voto, la seconda la competizione per il controllo di che cosa sottoporre al voto. Ma mentre della prima si discute accanitamente, della seconda, quasi mai: il finanziamento della politica deve diventare l'occasione per metterla al centro. La proposta originaria del "due per mille", criticata perché il finanziamento dei partiti surrettiziamente privato, in realtà restava pubblico, è stata giustamente modificata, l'inoptato resterà allo stato. Ma surrettizia continua a essere la possibilità di scelta consentita ai cittadini: il contributo continuerà ad andare alle segreterie dei partiti. Invece si dovrebbe incentivare la destinazione del contributo alle strutture periferiche o alla campagna elettorale del candidato di propria scelta. Non troverei scandaloso anche che si destinassero soldi pubblici. per il funzionamento delle associazioni che la Costituzione prevede per il concreto funzionamento della democrazia: ma a condizione che sia davvero democrazia e non una serie di oligarchie di segretari e tesorieri. La legge che ora viene proposta nulla dice inoltre dei gruppi parlamentari: sarebbe una beffa se il. finanziamento pubblïco, cacciato dalla porta, rientrasse per quella finestra. L'abolizione dei contributi ai gruppi elimina l'interesse economico a uscire dal gruppo del partito con cui si è stati eletti., per costituirne di nuovi. La riduzione del numero dei parlamentari dovrebbe corrispondere a una loro maggiore disponibilità di risorse per il proprio lavoro, riducendo il ruolo dei gruppi a puro coordinamento organizzativo. L'allergia alla competizione per il controllo è la caratteristica saliente del nostro capitalismo relazionale. Il parallelismo con la politica è evidente: le segreterie dei partiti, da un lato, i gruppi di controllo dall'altro; la concorrenza per il voto portata anche dall'irru-? zione di soggetti fuori dal. sistema, e la concorrenza per i prodotti di paesi che irrompono grazie alla globalizzazione. L'accentramento dei finanziamenti consente di evitare la concorrenza per il controllo e così mantenere i "benefici privati del controllo". Interventi per realizzare la contendibilità del controllo ci sono stati, ma sono stati presto neutralizzati da applicazioni compiacenti.

Questo paese è bloccato dal tanti interessi corporativi: suscitare una prepotente richiesta di maggiore concorrenza, e realizzarne le condizioni, incominciando dai piani alti delle nostre strutture portanti, è compito della politica. Ma come può farlo se essa stessa replica al proprio interno i meccanismi che dovrebbe combattere, di protezione dalla concorrenza e di difesa dei benefici privati del controllo? Aumentare la contendibi.lità interna dei partiti, finanziandoli dalla periferia, risponde non solo a esigenze di democrazia, ma di crescita per il paese. Per questo, la legge sul finanziamento dei partiti è un'occasione da non perdere.

Da Il Foglio, 12 giugno 2013

Un nuovo classico della libertà in eBook: “Sparta e Atene” di Friedrich Schiller

È disponibile una nuova uscita dei Classici della libertà in ebook: “Sparta e Atene” di Friedrich Schiller. L’ebook è acquistabile presso i seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebooksitalia, Google Play e iTunes.

In questa conferenza tenuta all’università di Jena nell’agosto del 1789, il grande letterato Friedrich Schiller contrappone due modelli di governo: quello di Sparta, elaborato a partire dal progetto costituzionale di Licurgo, e quello di Atene, quale trae origine dalle intuizioni di Solone.

Quale che sia l’attendibilità storica della ricostruzione, tale contrapposizione tra libertà e dispotismo mostra come in Schiller fosse forte l’adesione all’idea di una società aperta al mutamento e alla creatività, nella persuasione che il dominio del ceto politico riduce l’uomo a uno stato animale.

A distanza di più di due secoli, lo scritto schilleriano mantiene intatto tutto il suo fascino. Esso fu anche una formidabile fonte d’ispirazione per quei giovani che, in una Germania dominata dal totalitarismo hitleriano, continuarono a cercare nella propria tradizione storica i semi di una cultura schierata con l’uomo e contro il Potere: poiché se “uno Stato impedisce lo sviluppo delle capacità che vi sono in ogni essere umano e se esso interferisce con il progresso dello spirito, allora esso è da condannare”.

Da nazioni assoggettate a liberi mercati

Oggi Vilnius sembra in tutto una normalissima città europea, non diversamente dalle capitali di altri paesi dell’Europa centrale e orientale. Se guardiamo al passato, questo semplice fatto ci appare straordinario, dal momento che solo venticinque anni fa l’Estonia, la Lettonia e la Lituania erano parte dell’impero sovietico, mente la Polonia, le attuali Repubblica Ceca e Slovacchia, così come l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria erano ancora Stati comunisti controllati dai sovietici. Ancora negli anni Ottanta i più, compreso l’establishment occidentale, erano convinti che in futuro questi paesi sarebbero rimasti dittature comuniste.

Soltanto pochi idealisti, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, avevano una diversa opinione e per questo venivano dileggiati dai benpensanti. Chi condivideva la loro convinzione che l’impero sovietico potesse scomparire era oggetto di analoga derisione. Rammento ancora un articolo comparso nel 1988 su BusinessWeek, intitolato “La ridicola missione di Robert Krieble” (“The Quixotic Quest of Robert Krieble”). Bob Krieble aveva fondato la Loctite, facendola diventare una delle principali società americane produttrici di adesivi. Dopo essersi ritirato dall’attività si dedicò alla missione di contribuire a fornire fax e fotocopiatrici ai dissidenti anticomunisti dell’Europa orientale, in modo tale da aiutarli a diffondere il loro messaggio. Meno di tre anni dopo furono Krieble e gli altri a ridere per ultimi, quando, nel 1991, tutte le nazioni asservite e oppresse riacquistarono la propria libertà.

Ben pochi credevano che questi paesi, una volta liberati dal giogo comunista, potessero trasformarsi rapidamente in democrazie ed economie di libero mercato ben funzionanti, o che almeno questo potesse avvenire senza gravi conflitti e senza versare sangue. E tuttavia ciò è avvenuto e oggi i cittadini di questi paesi godono non solo della libertà, ma anche di un livello di vita decisamente superiore. Alcuni attribuiscono erroneamente il merito alle istituzioni assistenziali e ai consulenti occidentali. In realtà, io sono stato uno di quei consulenti e ho trascorso diverso tempo al di là della “cortina di ferro” prima, e molto tempo nei paesi ex-comunisti, negli anni della transizione e in quelli immediatamente successivi. In ciascuno di questi paesi esisteva un discreto numero di individui intelligenti e coraggiosi, perfettamente consapevoli del funzionamento della democrazia e del libero mercato. Rimasi sorpreso nel trovare in Bulgaria numerosi economisti che conoscevano bene la scuola austriaca dell’economia e che avevano letto molte opere di Friedrich Hayek, scambiandosi copie contrabbandate dei suoi libri. Questi economisti rifiutavano l’economia keynesiana, dato che era troppo simile a quel socialismo che avevano conosciuto per tutta la vita.

La qualità dei consulenti esterni era a dir poco disomogenea e il numero dei cattivi consigli era quanto meno pari a quello di buone idee. Una volta, in Bulgaria ebbi uno scontro con un funzionario della Banca Mondiale che stava offrendo un prestito alla compagnia statale di telecomunicazioni di quel paese a condizione che venisse impedito ai concorrenti di operare. In quel periodo il mio team di transizione, sotto gli auspici della National Chamber Foundation e della U-S. Agency for International Development, stava cercando di eliminare il monopolio delle vecchie società di Stato e di privatizzarle.

Piccoli gruppi di coraggiosi liberi pensatori in numerosi paesi ex-comunisti divennero il nucleo di nuovi think-tank orientati alla difesa del libero mercato e che nel corso degli ultimi vent’anni hanno esercitato una notevole e costruttiva influenza. I fondatori del Lithuanian Free Market Institute di Vilnius, che svolge un ruolo importante in quel paese, hanno messo letteralmente a rischio la propria vita per le idee di una società libera.

Come è possibile vedere nella tabella, nel corso degli ultimi due decenni il prodotto interno lordo (PIL) reale pro capite è nettamente cresciuto in tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale. Alcuni sono andati meglio di altri, ma tutti hanno registrato risultati – in termini di crescita reale – superiori a quelli dei paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. I redditi reali di Est e Ovest stanno convergendo. Già oggi, in media, un ceco vive quasi al medesimo livello di un italiano o di uno spagnolo e meglio di un portoghese o di un greco. Gli altri non sono molto indietro e, nei prossimi dieci anni, è possibile che il livello di vita medio di un polacco sia più o meno simile a quello di un francese.
Ogni paese ha commesso errori, in particolare l’Ungheria, che ha avuto una partenza rapidissima, ma che in seguito ha vacillato. I paesi dell’Europa centro-orientale (con l’eccezione dell’Ungheria) sono caratterizzati da un rapporto debito pubblico/PIL molto inferiore a quello dei membri originari del PIL, e inferiore a quello riscontrabile in Occidente. Nonostante questo, tale peso è ancora eccessivo e impedisce di massimizzare la loro crescita economica, la creazione di posti di lavoro e il loro benessere in generale.

La mancata crescita in Europa occidentale danneggia i paesi europei del Centro e dell’Est, riducendo la loro opportunità di esportare e aumentando l’instabilità finanziaria generale. L’Europa orientale subisce gli effetti di elevati tassi di emigrazione dei cittadini più energici e dotati (prevalentemente giovani) e, come le controparti in Europa occidentale, di tassi di natalità estremamente ridotti (al di sotto del tasso di rimpiazzo in tutti i paesi in oggetto). Una crescita negativa della popolazione, insieme al rapido invecchiamento di quest’ultima, non è sostenibile e di conseguenza le prospettive di lungo periodo sono scoraggianti per l’intera Europa. 

Nonostante ciò, ben pochi avrebbero immaginato il successo ottenuto in campo economico e democratico da questi popoli prima asserviti e oppressi. Chissà: forse troveranno il modo di vincere anche questa sfida demografica, così come hanno saputo superare i più ardui ostacoli venticinque anni fa.

Richard W. Rahn è Senior Fellow presso il Cato Institute e presidente dell’Institute for Global Economic Growth.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Washington Times del 4 giugno 2013 con il titolo “From Capive Nations to Free Markets

La (dura) modernità del capitalismo

Caro direttore, per «far sopravvivere alla crisi un capitalismo moderno e moderato», bisogna «regolare seriamente la finanza», sostiene Salvatore Bragantini (Corriere della Sera, 6 Giugno 2013). La finanza sarebbe all'origine della catena causale che rischia di portarci al disastro.

Ma la finanza, chi è? Che faccia ha? Ha gli occhi del miliardo di asiatici che sono usciti dalla povertà più feroce, dei milioni di immigrati negli Stati Uniti e nel Nord del mondo? La finanza è quella a cui tre presidenti americani, da Clinton a George W. Bush, hanno chiesto di soddisfare in ogni modo e per tutti il sogno di avere una casa propria? O è quella che accumula nei forzieri di Pechino trilioni di debito americano? E da lì che bisognerebbe incominciare per obbligare i Paesi in surplus a spendere, come Bragantini vorrebbe: e chi mandiamo a chiederglielo?

I «Paesi prima inesistenti» Bragantini all'inizio li cita: ma poi li dimentica. Come dimentica le gigantesche trasformazioni tecnologiche, che hanno cambiato che cosa produrre e come, come comunicare, come muoverci, come consumare, come informarci. E ben reale, questa economia: chi l'ha finanziata?

Secondo il Financial Times di giovedì, la Google di Larry Page sarà quella che fu la Generai Electric di Edison nell'era della elettrificazione, e Amazon la nuova Sears & Boebuck, ci inonderanno di prodotti nuovi e ci offriranno nuovi modi di acquistarli. L'America diventa esportatore netto di petrolio, Israele potrebbe diventare energeticamente autosufficiente, cambia la geopolitica mondiale: chi l'ha finanziato? Il capitalismo, oggi come sempre, non è moderato, è una smodata procedura per la scoperta.

Il welfare, certo: era facile quando i vecchi morivano presto e i giovani lavoravano più a lungo, non può più essere lo stesso oggi che costa caro far vivere i vecchi più a lungo. In un decennio potremmo vincere la guerra contro il cancro: colpa della finanza aver finanziato quella ricerca? In un decennio potremmo vedere la fine della povertà: non è welfare nel senso più proprio del termine?

La scuola, certo: era rassicurante entrare nella scuola Fiat a 15 anni e uscirne da «anziano Fiat» nei necrologi della Stampa. La scuola (statale) è certamente in ritardo nel dare le competenze di cui c'è bisogno: colpa della finanza? Esiste la formazione online, in quantità smisurata, anche di qualità: ed è perlopiù gratuita, si sostiene con gli strani meccanismi della finanza.

Le tasse, certo. E possibile che le leggi fiscali di una volta (quando il nemico era il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali) oggi vadano riviste: ma mi sembra un problema americano a cui non riesco ad appassionarmi. Ma quando a produrre profitti sono gli algoritmi, quando per migliorare il bilancio energetico a casa propria si comperano (l'ha fatto Google pochi giorni fa) energie rinnovabili in Svezia e Sud Africa, fare una contabilità per Paese è un po' complicato. Una cosa è certa, mai una tassa risparmiata ha danneggiato un consumatore, molto sovente è finita nelle sue tasche: grazie a quella cosa chiamata concorrenza.

Non sono Pangloss, la crescita globale non pareggia il conto delle sofferenze individuali, delle ingiustizie, delle disgrazie. I pericoli sono sovente imprevedibili, alcuni potrebbero perfino estinguerci, la mutazione di un virus, la pazzia di un despota, un errore umano. Ma ci sono pericoli che conosciamo con certezza: i governi hanno conoscenze limitate, e quanto meno ne tengono conto, tanto più ci fanno correre i rischi delle conseguenze inintenzionali dei loro atti intenzionali. Sappiamo con certezza che, a differenza del capitalismo che deve sempre tener presente l'innovazione che può spiazzarlo e la concorrenza che può batterlo, i governi non hanno nulla che li contenga: nessuno che li renda «moderati», nessuno che li spinga a essere «moderni». Chi li fermerebbe, se venisse cancellata la possibilità per un Paese di organizzare i propri rapporti sociali, di utilizzare le proprie risorse, di gestire la propria economia, in modo da poter fare un po' di concorrenza fiscale?

Spendi e tassa sembra una ricetta semplice, ma non ha mai funzionato. Per una ragione semplice: che per spendere bisogna che ci sia qualcosa che valga la pena di essere comperato, e per tassare che ci sia dell'utile che è stato prodotto.

Da Corriere della sera, 10 giugno 2013

Il pasticcio IREN e l'incapacità dei Comuni di gestire le aziende

Poche vicende aderiscono alla definizione di "teatrino della politica" più di quella delle nomine in Iren. I sindaci che ne detengono il controllo congiunto si sono messi d'accordo assegnando il presidente, Francesco Profumo, a Torino; l'amministratore delegato, Nicola De Sanctis, a Genova; e il vicepresidente (che verosimilmente riceverà deleghe "pesanti"), Andrea Viero, a Reggio Emilia.

Con tanti saluti alla speranza di rinvenire nel turnover lo sforzo di portare all'unità decisionale un'azienda che, invece, appare disgregata. Iren, infatti, non sembra un soggetto societario ben articolato, dal punto di vista gerarchico e funzionale, quanto piuttosto una macchina montata per mantenere i piccoli o grandi centri di potere preesistenti. Di fatto, la pretesa di non mettere mai in discussione il retaggio del passato ha impedito di cogliere le economie di scala possibili, e ha appesantito Iren di una struttura dei costi insostenibile. Questa caratteristica è stata colta perfettamente da Sandro Baraggioli (Università di Torino), che ha parlato di "eccesso di complementarietà" a proposito delle sovrapposizioni tra aree di business e duplicazioni di strutture.

Il teatrino è, appunto, figlio di questa immobilità evolutiva, a sua volta legata alla tanto enfatizzata natura pubblica del gruppo. Che la sua composizione azionaria sia un handicap lo testimoniano, indirettamente, le stesse parole di Marco Doria, che rispondendo sul Secolo XIX alle critiche di Enrico Musso scrive: «La coesione tra gli azionisti pubblici è essenziale per il bene dell'impresa».

Ecco: lo spettacolo a cui abbiamo assistito non è stato di coesione, ma di spartizione, e questo sia nell'individuazione degli amministratori, sia nella conseguente organizzazione interna. Spettacolo iniziato mesi prima, con la pretesa di ricevere dividendi nonostante un bilancio in rosso. La multiutility vista non come capitale da far crescere, ma come limone da spremere.

In questa prospettiva, non si sa se faccia più ridere o piangere la possibilità di un ulteriore merger con A2A, il "colossino" in condominio trai Comuni di Milano e Brescia, anch'esso palcoscenico di feroci tensioni. La triste realtà è che i comuni non sono capaci di agire da azionisti razionali: confondono l'obiettivo aziendale (fare profitti) con altre finalità che, nobili o no, entrano necessariamente in conflitto col loro ruolo "terzo". Se gli azionisti mandano input contraddittori, i manager difficilmente produrranno un output coerente, specie se la loro stessa autorità sui processi decisionali interni è spezzettata. Il risultato è che le multiutility del Nord, teoricamente fiore all'occhiello del capitalismo municipale, sono invece state protagoniste, nel tempo, di una sciagurata distruzione di valore. Purtroppo, anche questa volta rimane in bocca il senso amaro dell'ennesima occasione persa.

Da Il Secolo XIX, 10 giugno 2013

L'Ilva e le nazionalizzazioni di nuovo conio

Il decreto legge per l’ILVA, approvato il 4 giugno, non è un decreto sull’ILVA.

Le fonti informative, compresi gli uffici stampa del governo, parlano sì di un provvedimento adottato per commissariare l’ILVA, ma il decreto porta nome e cognome solo nella parte motivazionale iniziale, che non è vincolante ma serve a spiegare i presupposti di necessità e urgenza dei decreti legge. Nella parte provvedimentale, invece, non ci sono nomi e cognomi, ma in via generale si dispone che il Consiglio dei ministri possa commissariare un’impresa che gestisca uno stabilimento di interesse strategico nazionale e la cui attività produttiva abbia comportato e comporti pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute. 

Un decreto per l’ILVA, quindi, ma non solo sull’ILVA, dal momento che potrà applicarsi anche a future, non ancora prevedibili situazioni.

Una misura del genere, che limita la proprietà e l’iniziativa economica private per fini sociali, non poteva che avere valore legislativo, data la riserva di legge in Costituzione. Ma doveva necessariamente istituire in via generale un modo nuovo di limitare l’iniziativa economica privata, quale il commissariamento per finalità ambientali?

I nostri sistemi giuridici conoscono da tanti anni le leggi provvedimento. Le usano per pagare il rifacimento del manto stradale di una strada di periferia piuttosto che per finanziarie specifiche attività. E’ una spiacevole forzatura della legge, che forse solo ai suoi primordi riusciva a rispettare i canoni della generalità e astrattezza. Ma è una forzatura che ormai si dà per scontata e legittima.

Il caso ILVA è un caso specifico, auspicabilmente isolato anche se esemplificativo della complessità dell’economia italiana, che chiede soluzioni specifiche. Assumendo per buono - per mero amore di semplificazione - che nel merito le soluzioni adottate dal governo siano le uniche percorribili in questa eccezionale vicenda e sapendo che l’unica forma da dare all’iniziativa governativa potesse essere un decreto legge, resta - tra i mille dubbi di questa storia italiana - quello di aver generalizzato il caso ILVA a nuova ipotesi di controllo pubblico dell’economia.

La finalità attuale di questo decreto non sarà un vincolo per il futuro. Le leggi si interpretano per quel che dicono, non per il motivo per cui sono state approvate.

Nulla garantisce che un domani non si presentino altri casi simili, magari meno problematici dell’ILVA, di fronte ai quali il governante che tutto conosce e tutto sa gestire potrà sostituirsi agli organi di amministrazione, con contestuale sospensione dell’assemblea dei soci, e assumere su di sé, tramite un commissario plenipotenziario, tutti i poteri e le funzioni degli organi di amministrazione dell’impresa per un massimo di ben tre anni, senza rispondere di eventuali diseconomie a meno che non abbia agito con dolo o colpa grave.

Hanno detto che non è nazionalizzazione.

Chiamatela, se volete, una nuova forma di gestione pubblica d’impresa.

Telecom separa la società della rete. Primo sì del Tesoro all'ingresso di Cdp

Telecom Italia avvia il cantiere per lo scorporo della rete. Il consiglio del gruppo telefonico ha approvato ieri a maggioranza il progetto di societarizzazione dell'infrastruttura e quindi il conferimento a una nuova società dell'«ultimo miglio», ovvero quella parte di rete che dagli armadi su strada arriva fino nelle case o negli uffici, sia per quanto riguarda i cavi di rame sia per quelli in fibra. Ha votato contro Luigi Zingales, mentre i rappresentanti di Telefonica, il presidente Cesar Alierta e il direttore generale del gruppo iberico Julio Linares, da sempre perplessi sull'operazione per il timore che Madrid possa spingerli a fare lo stesso, si sono astenuti. Il board ha inoltre incaricato il presidente Franco Bernabè e l'amministratore delegato, Marco Patuano, di avviare le verifiche con l'AgCom sulla nuova regolamentazione, «previste dall'articolo 5o ter del decreto legislativo i ° agosto 2003, n.259 in materia di separazione volontaria da parte di una impresa verticalmente integrata» ha spiegato Telecom, nonché di definire il perimetro esatto delle attività da scorporare e il loro valore. La notifica dell'operazione è già negli uffici dell'Authority. Quanto alla nuova società, il consiglio ha lasciato in sospeso la scelta tra utilizzare una «scatola» già esistente oppure costituirne una ex-novo interamente partecipata dal gruppo telefonico.

Dunque il primo passo è fatto. Per Telecom si tratta di una svolta. In nessun Paese del mondo, ad eccezione della Nuova Zelanda, è finora accaduto che una compagnia telefonica abbia scorporato la rete di accesso. Quella che ha iniziato a delineare ieri il board, tuttavia, non è una strada nè definitiva nè obbligata. In una nota diffusa al termine del consiglio la stessa Telecom ha lasciato intendere che il confronto con l'AgCom sarà deter

minante per l'avvio dell'operazione che «alla luce delle risultanze che emergeranno dalla valutazione dell'Autorità sulla portata della modifica o revoca dei vigenti obblighi regolamentari» potrebbe subire «eventuali cambiamenti». Giocando d'anticipo, dieci giorni fa i concorrenti, Vodafone, Fastweb e Wind hanno scritto ad AgCom e Antitrust per chiedere di non alleggerire la regolamentazione. Un'azione di disturbo che non ha tuttavia modificato l'agenda. Il gruppo telefonico inizierà adesso con le verifiche, sia quelle tecniche per definire il perimetro dello scorporo, sia, o forse soprattutto, quelle con la Cassa depositi e prestiti candidata a entrare nella nuova società delle rete.

L'intenzione della Cdp di partecipare al progetto è stata ribadita ieri in Parlamento dal sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento, Sabrina De Camillis, la quale rispondendo a un'interrogazione di M5S ha detto che tramite il Fondo Strategico la Cassa è disponibile «a valutare un investimento in una società della rete di Telecom Italia finalizzato al finanziamento di interventi di ammodernamento necessari all'infrastruttura digitale». H sottosegretario ha poi aggiunto che «eventuali sinergie tra Metroweb e una eventuale società della rete di Telecom permetterebbero di ottimizzare gli investimenti nel settore, minimizzare le sovrapposizioni possibili nella costruzione di più reti nelle stesse città, promuovere una tempistica accelerata e ridurre i costi della costruzione dell'infrastruttura».

I tempi non saranno brevi: secondo gli esperti ci vorrà almeno un anno perché la società della rete possa partire. Se non di più. Sarebbe uno dei motivi per cui ieri l'annuncio dell'avvio dell'operazione non ha scaldato Piazza Affari, dove Telecom ha chiuso in ribasso dell'1,7%o.

Da Il Corriere della sera, 31 maggio 2013

Una banca locale finanzia le idee

Il veloce decadimento di una delle economie più dinamiche dell'Occidente, quella lombarda, si deve soprattutto allo Stato Per un istituto attento al territorio la sfida si presenta difficile
La situazione drammatica in cui versa l'economia italiana pone una serie di interrogativi al mondo degli istituti di credito locali: cooperativi o di altra natura.
Benché abbia inizialmente preso le mosse all'interno dell'universo finanziario, la crisi europea è in primo luogo da addebitare al pesante indebitamento degli Stati. Se il crollo delle borse e il dissesto di importanti banche americane fu dovuto avari fattori (e un ruolo fondamentale lo giocò una politica monetaria espansiva, che causò bolle a ripetizione e favorì l'accesso al credito di chi non poteva restituire il capitale), oggi è chiaro che il veloce decadimento di una delle economie più dinamiche dell'Occidente - quella lombarda si deve soprattutto a uno Stato che assorbe e spreca oltre la metà delle risorse prodotte.
Stanti così le cose, una banca attenta al territorio si trova davvero dinanzi a una sfida difficile.
Un compito specifico di chi lavora nel credito consiste nel disporre di capitali con cui finanziare attività e idee. L'istituto presta soldi perché fa profitto con gli interessi che incamera, ma ha anche la necessità di con
segnare risorse soltanto a chi le farà fruttare e avrà successo. Questo spiega come possa essere importante la dimensione "locale" del sistema creditizio, dal momento che solo chi è vicino agli attori economici (e ne conosce le caratteristiche) può compiere scelte oculate.
In varie parti del mondo le banche cooperative hanno retto meglio dinanzi alla crisi finanziaria, proprio perché meno coinvolte in quel tipo di finanza legata a doppio filo con la politica monetaria: oggi come ieri, prigioniera di interessi politici nonostante tutta la retorica sull'indipendenza delle banche centrali.
Le banche locali spesso hanno retto meglio, ma ora devono comunque farei conti con una spesa pubblica fuori controllo, una tassazione esorbitante, una regolazione asfissiante, una moneta artificiosa e politicizzata. Questo significa che sarà difficile uscire dal tunnel fino a quando il sistema non sarà riformato.
Il guaio è che la nostra economia è basata su una moneta fiduciaria e a corso legale. Non diversamente dalla vecchia lira, per definizione l'euro tende a sottrarsi a ogni forma di concorrenza. Per di più, oggi la Bce di Mario Draghi va adottando una politica espansiva, che aiuta gli indebitati - a partire dai governi - e danneggia i risparmiatori. Il tasso d'interesse è stato abbassato fino allo 0,5%, adottando quella strategia giapponese che ha già condannato il Sol Levante a un ventennio di difficoltà.
Per giunta, lo scenario è caratterizzato da una situazione debitoria degli Statiche quasi obbliga le banche ad acquistare titoli di Stato. Esse ottengono capitali a buon mercato dalla Bce e li usano per coprire le esigenze dei Pigs e in particolare dell'Italia, ormai arrivata a un debito pubblico complessivo che supera il 120% del Pil, rappresentando da solo un quarto dell'intero indebitamento della zona euro. L'idrovora pubblica non si limita insomma a tassare il sistema produttivo a un livello mai conosciuto in passato: ha anche bisogno di drenare la gran parte di quelle risorse, impedendo che si dirigano verso chi potrebbe produrre ricchezza e posti di lavoro.
In questa situazione, che si può fare? E in particolare, cosa deve fare un istituto che voglia veramente tutelare se stesso e mettersi al servizio dell'economia locale?
Alcune regole sono elementari: antiche e sempre valide. Oggi più che mai la ricchezza è inscindibile dalla conoscenza e quindi - come si è detto - soltanto chi possiede una rete di persone calate nel tessuto sociale e in grado di valutare in modo corretto i propri clienti e compiere scelte responsabili. La prudenza, è bene ricordarlo, resta una virtù.
Questo è importante per la banca esattamente come per chi s'indebita con essa, dal momento che evitare scelte azzardate è opportuno per entrambi. Anche se oggi ci si lamenta (e a ragione) dell'assenza di credito perle famiglie e le imprese, non bisogna dimenticare che la crisi dei subprime fu la conseguenza di decisioni politicamente indotte che portarono a finanziare chi poi non è stato in grado di tenere fede agli impegni.
Se da un lato è necessario essere prudenti, d'altro canto bisogna anche ricordare che la finanza esiste perché vi sono idee senza capitali e capitali senza idee. Evitare di finanziare gli avventurieri è la condizione essenziale per poter sostenere con tutta la forza possibile le intraprese che lo meritano.
Quanti operano nel settore finanziario devono poi prendere atto che stanno avvicinandosi mutamenti epocali. A entrare in crisi è uno Stato sociale dominato da deliri di onnipotenza e, con esso, l'idea che la moneta sia un'istituzione manipolabile in modo arbitrario. L'attenzione crescente per l'oro e il sorprendente successo di una realtà sui generis come la moneta elettronica (si pensi, in particolare, al boom di Bitcoin) paiono quasi segnalare che la "caduta degli dèi" del sistema monetario internazionale - il dollaro, l'euro, lo yen e via dicendo - non è un'eventualità da escludere a priori.
Di fronte a questo scenario, è bene attrezzarsi. Iniziando in primo luogo a sottrarsi alle convenzioni ereditate da sempre: a partire dall'idea che gli Stati non possono fallire. E necessario legare il meno possibile il proprio futuro a un sistema di Stati che inizia a vacillare. C'è sempre un'Argentina potenziale nel futuro di ogni economia che scommette nella facile demagogia: e questo deve portare quanti gestiscono una banca ad adottare misure cautelative. A costruire sulla roccia e non sulle sabbie mobili.
Più in generale, bisogna iniziare a nutrire sfiducia verso le logiche politiche che ci hanno portato fin qui.
Nonostante la retorica di superficie non sia cambiata, basta passare qualche giorno non solo a Londra ma anche a Berlino per comprendere che non c'è più nulla di certo e irreversibile nel processo di unificazione europea. Quelle che apparivano garanzie fuori discussione oggi non lo sono più.
Anche le scelte strategiche in ambito finanziario farebbero bene atenerne conto: nell'interesse degli istituti di credito e di quella vasta rete di imprese, famiglie e interessi che da essi ottengono sostegno.
Da L’Ordine, 27 maggio 2013

I sussidi alla stampa non promuovono il pluralismo informativo

Per garantire il pluralismo bisogna finanziare gli organi d’informazione o rischiare di ostacolare la concorrenza? Nel Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni intitolato “Stampa e pluralismo: tra valore e costi” (PDF) Vitalba Azzollini sostiene che quest’ultimo effetto sia prevalente.

Per Azzollini, l’Italia occupa posizioni di retroguardia nelle classifiche sulla libertà di stampa e il pluralismo informativo. Il paper “esamina gli strumenti apprestati dall’ordinamento – vale a dire la normativa in materia antitrust e quella relativa ai contributi statali alla stampa – per garantire il pluralismo informativo, mostrando come essi non risultino sempre idonei a conseguire il risultato cui sono preposti”.

Infatti le sovvenzioni ai giornali “pur se finalizzate a garantire l’arricchimento del panorama dell’informazione, di fatto hanno ostacolato la competizione fra operatori realmente meritevoli, consentendo invece la sopravvivenza di soggetti non sempre idonei ad esprimere contenuti di qualità o di generale interesse. La concorrenza può invece svilupparsi nell’ambito dell’editoria online, a condizione che a tale ambito non vengano applicate le misure assistenzialistiche hanno finora minato il settore della stampa cartacea”.

Il Briefing Paper “Stampa e pluralismo: tra valore e costi” di Vitalba Azzollini è liberamente disponibile qui: (PDF).

Telecom, la finta concorrenza che piace allo Stato

Telecom la rete la ama, ma quanto la ama? Il prezzo è di 7 miliardi di euro secondo la Cassa depositi e prestiti, 15 miliardi per l'azienda di Franco Bernabè, che comunque manterrebbe la maggioranza di una società della rete appositamente scorporata. Casca a fagiolo la multa Antitrust per abuso di posizione dominante: una sanzione record, oltre 100 milioni di euro, per aver ostacolato i concorrenti facendo aggio proprio sull'opacità che l'integrazione verticale rende possibile.

Tutto bene, quindi? No, per nulla. La separazione delle infrastrutture essenziali dalla vendita dei servizi è una buona prassi in tutti i settori caratterizzati dalla presenza di un monopolio tecnico, che deve poter essere utilizzato a parità di condizioni da tutti i competitor. Perché le cose funzionino è necessario rimuovere ogni conflitto di interessi nella gestione (obiettivo che si può ottenere solo con la piena separazione proprietaria), oltre a garantire una buona regolazione.

Mantenere la maggioranza della rete in pancia a TI non è poi molto diverso dallo status quo. Che TI abbia il 51% o il 99% poco cambia. Se questo è il contesto, che senso ha l'ingresso di Cdp? Se un bene non è mai stato ceduto sul mercato, non ha, in senso proprio, un "prezzo" pubblico. Qualunque quantificazione è arbitraria, specie perché l'infrastruttura in rame è destinata a perdere valore nel tempo, fatti salvi provvidenziali interventi regolatori, come l'aumento delle tariffe di unbundling. Ora, se i capitali arrivano dalla Cassa, è lecito sospettare che si tratti di un tentativo di sussidiare Telecom senza violare le norme europee sugli aiuti di Stato? E se, in presenza di una partecipazione Cdp, le tariffe vengono ritoccate verso l'alto, è fuori luogo rilevare un conflitto d'interessi tra lo Stato azionista e regolatore? Telecom fa un passo verso la concorrenza ma non troppo. In cambio la generosa Cdp pompa qualche miliardo nelle sue casse bisognose. Gli attori di mercato "veri' rimangono tagliati fuori. Succede in Italia: il paese dove la competizione va bene, ma solo se lo Stato ha lo ius primae noctis.

Da Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2013
Twitter: @CarloStagnaro

Fallito sarà lei

Quanti siano non si sa, il circo mediatico palleggia le cifre con l’abilità di un consumato prestidigitatore. Quanti imprenditori fanno bancarotta? Certo, sono tanti. Sono troppi. Chiudono mille aziende al giorno dice l’Unione delle camere di commercio che possiede la banca dati più aggiornata. E’ vero che ne vengono aperte molte: piccole imprese artigiane diventano cooperative, aziende individuali si trasformano in società di capitali. Il 2012 ha registrato 383.883 nascite rispetto a 364.972 funerali. Anche se inferiore agli anni delle vacche grasse, è un saldo positivo. E tuttavia nessuno espone fiocchi rosa alla porta. Il lutto occupa ogni spazio, il pianto strazia i volti e non c’è posto per un sorriso. I persuasori hanno fatto bene il loro mestiere.

I falliti, i vinti, portano sulle spalle una colpa e una condanna. Ci può essere compassione per loro, non perdono. “Bancarotta… era una cosa più atroce della morte, era disordine, crollo, rovina, vergogna, scandalo, disperazione e miseria”: Tony Buddenbrook si straccia le vesti e lascia il marito sull’orlo del fallimento, racconta Thomas Mann. B come bancarottiere è la lettera scarlatta che segna il peccato economico dei nostri tempi. “Chi cade nell’acqua è forza che si bagni. Ad albero caduto, accetta, accetta”, andava biascicando il vecchio padron ’Ntoni “con quella faccia da pipa” nei “Malavoglia” di Giovanni Verga. I suicidi di imprenditori disperati sono tragedie individuali ma diventano rappresentazioni collettive. Quando si tratta di Roberto Calvi, di Raul Gardini, di grandi falliti, allora l’incredulo senso comune alimenta il complottismo dei creduloni. Adesso si chiede che entrino nell’agenda di governo.

Eppure, dietro questo palcoscenico, cova un mutamento profondo, un vero cambiamento di senso. Nel quale l’Italia una volta tanto anticipa gli altri paesi europei. Se ne è accorto il Wall Street Journal tra i pochi a non accodarsi ai luoghi comuni. In Europa le leggi sono rimaste così punitive nei confronti degli imprenditori che aver dichiarato bancarotta impedisce di aprire una nuova attività economica o porta alla perdita del diritto di voto. Non per questo trionfa la virtù. Al contrario, la conseguenza, come in ogni rigidità normativa, è di stimolare la scappatoia. Così, la maggior parte degli uomini d’affari cerca di sistemare le cose con accordi privati o corre a pietire il salvataggio pubblico, soprattutto se ha un grande potere di ricatto sociale ed elettorale.
Ma il vento sta cambiando e gli europei guardano come modello agli Stati Uniti, al famoso Chapter 11, il capitolo 11 della legge fallimentare. Negli ultimi anni si è dimostrato uno strumento formidabile per aiutare le imprese a ristrutturarsi: General Motors, Chrysler, Delta, Texaco, solo per citare alcuni nomi di un elenco lunghissimo. E non solo le aziende, il meccanismo si applica anche ai privati. Recentemente, l’attore Kevin Costner vi ha fatto ricorso in una disputa con il distributore di “Robin Hood”.
L’Italia è stata tra i primi paesi europei a muoversi in questa direzione con la legge approvata nell’autunno scorso. Si tratta di passi avanti, il cammino è complicato, sia chiaro, perché la svolta non è solo giuridica o economica, bensì culturale e ideologica. Per capirlo, e prima di entrare nel dettaglio delle norme, bisogna dunque percorrere il cammino del pensiero. Un lungo percorso anche per la tradizione anglosassone.

La Bibbia prevede la remissione del debito ogni cinquant’anni. “Ciò che è venduto rimarrà in mano al compratore fino all'anno del giubileo; al giubileo il compratore uscirà e l’altro rientrerà in possesso del suo patrimonio. (…) Se un forestiero stabilito presso di te diventa ricco e il tuo fratello si grava di debiti con lui e si vende al forestiero, dopo che si è venduto ha diritto di riscatto (…) facendo il calcolo con il suo compratore e pagando il prezzo del suo riscatto in ragione degli anni che mancano per arrivare al giubileo. (…) Se non è riscattato in alcun modo, se ne andrà libero l’anno del giubileo: lui con i suoi figli”. (Levitico 25,23.28.47-48.54). Il giubileo per i cristiani è diventato una remissione del peccato, il grande debito morale nei confronti della legge divina. Tuttavia è prevalso per secoli il diritto romano. Pacta sunt servanda. E chi fallisce viola gli accordi con chi gli ha prestato i quattrini, o il lavoro, la terra, gli strumenti di produzione. Dunque, deve essere punito.
Nella legge inglese, la possibilità di liberarsi dei propri debiti in modo consensuale viene introdotta nel 1705 sotto la regina Anna, l’ultima degli Stuart. Ma la vera svolta intellettuale avviene nelle colonie americane all’insegna del principio di equità. Il cambiamento di paradigma intellettuale si deve a un filosofo tedesco, Gottfried Wilhelm Leibniz, il quale oltre al calcolo infinitesimale e alla “monade senza porte e senza finestre” elaborò una teoria economica e giuridica basata sull’industria e sulla creatività del lavoro. In contrasto con il liberista John Locke, suo avversario anche in filosofia, era favorevole a un intervento dello stato per stimolare la ricchezza delle nazioni. Leibniz poneva la giustizia distributiva a un livello più alto di quella commutativa, subito sotto la giustizia universale il cui principio sommo è la pietà, basata sulla regola d’oro della Bibbia: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Pienamente comprensibile che la sua teoria influenzasse i pellegrini del Mayflower in cerca della nuova Gerusalemme.
Le corti americane cominciano ad applicare questi principi già nel Diciottesimo secolo, in attesa che l’indipendenza e la nuova Costituzione regolino in maniera nuova, per i bisogni e la cultura del Mondo Nuovo, anche debiti e bancarotta. L’articolo primo, in effetti, dà al Congresso il potere di stabilire una norma valida in tutti gli stati ai quali viene comunque lasciato di regolare le cose in modo flessibile. Insomma, un principio federale applicato a livello statale.

A codificare le nuove regole sarà Joseph Story, giudice e giurista eletto alla Corte suprema. Nel 1833 scrive che tenere un debitore in ceppi finché non avrà estinto completamente il suo debito, o appropriarsi dei suoi guadagni futuri, “scoraggia lo spirito di intrapresa e toglie ogni giusta ricompensa per il proprio lavoro”. Quanto a metterlo in prigione, “viola i principi della Cristianità”. Entro la metà del secolo, tutti gli stati avranno eliminato la prigione per debiti che resta invece come suprema punizione in Gran Bretagna, come ci racconta Charles Dickens.
E’ vero, le spinte disgregatrici che portano alla Guerra civile (1861-1866) impediscono l’elaborazione di una vera legge sulla bancarotta mettendo fine così alle querelle locali. E ci vorrà la prima grande crisi del capitalismo americano, il panico del 1893, per mettere il fuoco sotto la sedia dei legislatori. Nel 1898 viene approvato il Bankruptcy Act che resta in vita finché la Grande depressione non indurrà a cambiare di nuovo.
La storia delle norme sul fallimento è affascinante perché dimostra quanto siano sciocchi i luoghi comuni. Chi parla di capitalismo selvaggio e confonde gli Stati Uniti con il mito del Far West, anzi con i film western (Sergio Leone non escluso), non conosce la storia. La legge inglese del 1800 si basava sul principio che il bancarottiere è un disonesto, quella americana sostiene che “può essere onesto, ma sfortunato” e la società deve tener conto dei rovesci offrendo all’individuo una chance per ricominciare. Così, viene consentito di rinegoziare i propri debiti con il creditore.
Fino agli anni Trenta, in ogni caso, bancarotta significava liquidazione delle attività. Le corti applicavano il principio di equità nei confronti di tutti i soggetti coinvolti e, soprattutto, “nell’interesse del bene pubblico”. Nel 1930 il presidente Herbert Hoover avvia un’inchiesta approfondita con l’obiettivo di riformare la vecchia legge. In un solo anno le perdite erano arrivate a tre miliardi di dollari e i creditori in media avevano recuperato appena l’otto per cento dei loro averi. Dunque, la prima preoccupazione è evitare questa sorta di esproprio. Ma il dibattito s’impantana.

Nel 1932 il nuovo presidente, Franklin Delano Roosevelt, incarica uno dei suoi cervelloni, il giurista Adolf Berle, e Fiorello LaGuardia, mitico sindaco di New York, allora deputato repubblicano, di rivedere in modo bipartisan la legge del 1898. E’ il primo passo di un accidentato percorso, segnato da un durissimo dibattito parlamentare e un aspro confronto intellettuale tra gli innovatori e i sostenitori di un ritorno a una linea dura all’inglese, non solo come migliore tutela dei creditori, ma come incentivo a una maggiore disciplina. La principale differenza con il passato è proprio il Chapter 11 che verrà poi rimaneggiato varie volte in particolare negli anni 70, di nuovo in relazione a un’altra grande crisi.
Un’azienda che chiede il ricorso a questa procedura, ottiene che venga congelata ogni pretesa di vedere pagati subito i debiti. Le conseguenze sono importanti. Se si tratta di una impresa che eroga servizi pubblici, vuol dire che non sarà interrotta l’erogazione di elettricità, gas o quant’altro. Lo stesso avviene nel caso di produzione e distribuzione di beni di consumo. Un po’ come accadeva in Italia con l’amministrazione controllata che però durava solo due anni. A meno che non ci siano accuse di frode, al management viene consentito di guidare l’azienda, anche se nel caso di General Motors e Chrysler, essendo coinvolti i quattrini dei contribuenti, la Casa Bianca ha preteso che cambiassero anche i gestori. L’impresa può ottenere credito per continuare l’attività e il pagamento dei nuovi prestiti diventa prioritario rispetto al rimborso dei vecchi debiti che verranno sistemati attraverso un piano poliennale concepito in modo tale da non impedire la prosecuzione dell’attività economica.

Insomma, l’idea è che solo continuando a produrre reddito futuro è possibile far fronte agli errori del passato. Un criterio fondamentale che dovrebbe essere preso in considerazione anche quando si discute sul fallimento degli stati e su come regolare i debiti pubblici. L’impostazione punitiva incarnata dalla Germania, è esattamente contraria alla filosofia del Chapter 11. Se il rigore blocca la crescita del prodotto lordo, è evidente che s’innesca un circolo vizioso.
La legge americana, dunque, non rappresenta solo un modo efficace di risolvere i problemi di singole aziende che non ce la fanno, ma applica un paradigma più generale che vede la produzione e lo sviluppo come pietre di paragone dell’economia, pubblica e privata. E l’azzardo morale? Non siamo al confine con il salvataggio universale, anche se passa attraverso il diritto privato? Non esattamente, perché la sanzione resta. Il problema è che cosa valga di più: la colpa e la soluzione finale o il pentimento e la redenzione. E qui torniamo al sottile confine tra diritto, ideologia, religione; a Leibniz e al primato della giustizia universale.

La bancarotta in Italia è sempre stata un rompicapo. Le pratiche durano un decennio se tutto va bene e i creditori ottengono quasi sempre meno di un quinto di quel che hanno prestato, mentre il 90 per cento delle aziende viene liquidato. Le regole sono cambiate prima nel 2006 poi nell’autunno scorso con un provvedimento contenuto nel decreto sviluppo, prendendo come modello proprio il Chapter 11. Il risultato è un boom di richieste, anche di grossi nomi come Seat Pagine Gialle o Miss Sixty (jeans giovanilistici). Con il risultato di salvare spesso molti posti di lavoro e garantire a un tempo il pagamento dei debiti, il coinvolgimento delle banche e l’attività produttiva.
Siamo solo agli inizi, la riforma è ancora incompiuta, sostengono numerosi giuristi. La chiave del successo è l’efficienza dell’amministrazione giudiziaria (e qui c’è un immenso punto interrogativo), ma soprattutto l’atteggiamento degli imprenditori che debbono aprire i bilanci e denunciare per tempo la loro situazione critica. La legge incentiva una operazione trasparenza, ma l’emersione dagli abissi del lavoro nero è un processo lungo e complicato.
Ciò non è vero solo in Italia. La Spagna ha introdotto una legge che consente di ristrutturare i debiti delle aziende. In Germania è diventato più facile trasformarli in azioni, ciò porta molte imprese sotto il controllo delle banche. Questa, del resto, è la tradizione del Modell Deutschland. Il limite è che nessuna delle nuove leggi va davvero fino in fondo. Anche perché ci vuole una rivoluzione culturale. Gli imprenditori italiani ed europei saranno in grado di fare il salto? E la tradizione giuridica? La classe politica? L’amministrazione pubblica abbarbicata al suo inattaccabile statalismo bismarckiano?
Lo scorso autunno, l’Istituto Bruno Leoni, roccaforte della pattuglia liberista italiana, ha dedicato il suo annuale seminario “Ludwig von Mises”, proprio al fallimento. Un rovesciamento del senso comune, una boccata di pensiero non asservito al paradigma mediatico dominante. Bancarotta: sanzione dei comportamenti passati e premessa per quelli futuri. Fallire, fallire ancora, fallire meglio, come scriveva Beckett. Ospite d’onore il filosofo Kenneth Minogue, professore alla London School of Economics, del quale l’Ibl ha pubblicato anche “La mente servile”, ideale sequel del saggio “La mente liberal” (cioè progressista). La sua idea di responsabilità individuale lo avvicina più a Locke che a Leibniz, più agli inglesi che agli americani e lo indurrebbe a considerare il Chapter 11 una sorta di pasticcio rooseveltiano. Ma se la libertà di fallire introduce un soffio di aria pura nella mefitica atmosfera dei salvataggi di stato, favorire la possibilità di ricominciare, significa valorizzare lo spirito di intrapresa che è al centro del progresso e della modernizzazione, anche come la intende un liberale alla Minogue.
E qui possiamo tornare al capolavoro di Thomas Mann. La decadenza dei Buddenbrook coincide con l’esaurirsi del loro spirito, della voglia di innovare, di intraprendere. L’essiccarsi della volontà. Il giovane scrittore era sotto l’influsso di Arthur Schopenhauer. Ma il suo romanzo in fondo diventa il modello per le riflessioni del pensatore austriaco Joseph Alois Schumpeter. L’ossessione di Tony che la porta a rompere il ménage con Bendix Grünlich e a temere che anche la sua famiglia finisca come il marito, non si basa tanto sui risultati economici della ditta di Lubecca, bensì sulla debolezza di Thomas, l’erede, sull’esaurirsi dell’energia vitale che porta a considerare una sconfitta una catastrofe: “Nell’anima sua egli sentiva il vuoto, e non scorgeva progetti appassionanti e lavori avvincenti ai quali consacrarsi con gioia e soddisfazione”. Di fronte a questo impulso, non c’è legge che tenga. Del resto non spetta alla legge sostituirsi all’individuo; semmai deve favorire le scelte responsabili. Evviva la bancarotta, per chi ha voglia di ricominciare.

Da Il Foglio, 11 maggio 2013

I nuovi socialisti ora puntano sui «beni comuni»

In occasione dell'elezione del presidente della Repubblica si è registrata una convergenza tra il movimento Cinquestelle e il professor Stefano Rodotà, più volte parlamentare di sinistra. Al di là dei tatticismi, questo incontro è stato agevolato dalla comune avversione al mercato e dalla contestazione della proprietà privata - che il giurista ha definito un «diritto terribile» (Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata e i beni comuni, Il Mulino) - in nome di una retorica basata sui beni comuni. Negli scorsi anni, d'altra parte, alcuni avvenimenti culturali e politici hanno contribuito all'imporsi di tale tema.

Nel 2009 una scienziata politica che studiò a lungo i beni pubblici, Elinor Ostrom, ricevette il premio Nobel per l'economia e pose la questione sotto i riflettori. Un paio di anni dopo si sono tenuti in Italia alcuni referendum di taglio fortemente statalista - e coronati da successo - che tra le altre cose hanno proposto la fine di ogni gestione privata della distribuzione dell'acqua, muovendo dalla tesi che tale risorsa debba essere «comune» e per forza di cose debba essere statale. Questo esito è stato accompagnato dallo sviluppo di un'ampia letteratura che ha avuto il suo bestseller nel libro di Ugo Mattei uscito proprio nel 2011 da Laterza con il titolo Beni comuni, un manifesto.

Attorno alla questione, insomma, stanno cercando la propria riscossa quanti sono eredi della tradizione socialista e del suo fallimento storico. Gli eterni innamorati di ogni regime variamente collettivista sembrano avere una loro rivincita, ma tale modo d'impostare la discussione lascia alquanto perplessi. Se infatti si inquadra correttamente il problema, la proprietà può uscire solo rafforzata, e non già indebolita, da una valorizzazione dei beni comuni. In effetti essi non sono un'alternativa al capitalismo di mercato, ma un loro pilastro fondamentale: e lo sono da secoli. Gli stessi studi della Ostrom insegnano che la proprietà individuale è indispensabile in tanti ambiti (dai cibi ai vestiti), ma in altri casi è assai più ragionevole che i titoli proprietari siano condivisi. Basti pensare a un condominio: pochi vorrebbero rinunciare all'utilizzo esclusivo dell'appartamento, ma al contempo è bene che siano condivisi l'ascensore, le scale e il cortile.
Esistono pure realtà storiche che aiutano a cogliere la piena legittimità di tale pluralismo istituzionale. Quando in età medievale alcune persone hanno iniziato ad abitare una valle e vi hanno insediato le loro attività, il colono ha acquisito il legittimo controllo sul terreno - già res nullius - che ha coltivato. Il pezzo di terra recintato diventa una proprietà esclusiva. Ma che dire di foreste, pascoli o corsi d'acqua che nessuno acquisisce totalmente e che molti iniziano a sfruttare? In maniera analoga, un po' alla volta, emerge una proprietà condivisa, dato che questi beni sono utilizzati da un certo numero definito di persone e vengono di conseguenza considerati di proprietà dell'insieme dei coloni, tanto che nasce un'assemblea incaricata di gestirli. Come c'è stata una colonizzazione individuale degli appezzamenti arati e coltivati, così c'è stata pure una colonizzazione condivisa delle acque e dei boschi saltuariamente e comunemente utilizzati.

Nei nostri borghi rurali di origine medievale la vita pubblica aveva luogo, in larga misura, entro riunioni di proprietari che erano anche comproprietari. In effetti quei beni erano comuni, ma non di tutti. Mentre i collettivisti pensano ai beni comuni come beni statali e non esclusivi, la loro origine è diversa, dato che nelle antiche «vicinie» solo i discendenti degli antichi abitanti del villaggio (le famiglie presenti ab antiquo, e cioè da tempo immemore) facevano parte dell'assemblea, la quale fissava i criteri di utilizzo di tali risorse.
Questo carattere privato, capitalistico e proprietario dei beni comuni è però rigettato da Rodotà, Mattei e dagli altri teorici avversi al mercato, che credono di avere trovato un'alternativa alla proprietà stessa. Essi concepiscono tali beni comuni sempre e solo entro una logica statalista, poiché ai loro occhi la proprietà non può soddisfare le principali esigenze della società: a partire dalla protezione dell'ambiente. In verità molti beni condivisi sono nati proprio per risolvere quelle questioni che la proprietà sa gestire assai bene, purché sia declinata in modo adeguato.

È anche necessario ricordare che la proprietà comune di tipo tradizionale - ancora oggi molto radicata in Svizzera - è stata per secoli fondamentale pure da noi, sebbene oggi sopravviva solo in poche limitate aree: come nel caso delle Regole di Cortina d'Ampezzo.

Lungi dal poter essere una vera arma contro l'ordine di mercato, una volta compresi nel loro significato più autentico i beni comuni sono una soluzione liberale, e non statuale, dinanzi a molte questioni. Questo implica pure un modo del tutto diverso di pensare l'individuo stesso, che si manifesta davvero un animale sociale (in senso aristotelico) anche nel suo modo di reinventare di continuo l'istituto della proprietà.

Da Il Giornale, 13 maggio 2013

Rete Telecom, si fa presto a dire vendere

Di vendere la rete telefonica fissa si parla almeno da quando si è privatizzata la Stet.

Prima era per ragioni antitrust: i concorrenti “mobili” sostenevano che solo quando le vecchie società telefoniche privatizzate avessero venduto le loro reti, ci sarebbe stata la “neutralità” della rete. Grazie un po’ a regolamentazioni più severe, un po’ a tecnologie sostitutive, oggi questo problema è meno acuto.

Poi è stato per ragioni economiche: perché tenere immobilizzato un valore così ingente? Meglio vendere e usare i soldi per la nuova tecnologia della banda larga mobile. Per Telecom Italia poi, erodere un po’ della montagna di debito consentirebbe di entrare in operazioni societarie, acquisizioni, vendita, fusioni. E gli azionisti di Telco vedrebbero un po’ di luce al fondo del tunnel.

Si fa in fretta a dire vendere. Ma se ci si prova si incontrano ostacoli formidabili.

Prima di tutto: che cosa si vende? La sola infrastruttura fisica, (cavi, cunicoli, spazi in cui si mettono le apparecchiature), o anche quella logica, hardware e software, computer e programmi, tutto quanto serve per inviare ricomporre ricevere il traffico voce e dati? Ma questo è il mestiere del telefonista, vendere tutta la rete equivarrebbe a vendere tutta l’azienda.

Secondo problema: la rete è il collateral più rilevante a garanzia dei debiti contratti con le banche. Il valore della parte venduta è pari a quello dei debiti di Telecom, oppure dopo la scissione, l’azienda deve trovare altri collateral?

C’è infine il “problema” dell’italianità: la rete, recita la giaculatoria, è un’infrastruttura essenziale per la sicurezza e per le attività economiche del Paese, deve restare italiana, è uno dei casi in cui si applica la golden share. E se l’Europa storce il naso, si scelga il compratore che più italiano non si può, la Cassa Depositi e Prestiti.

Si è scritto “problema ” tra virgolette, perché l’italianità per alcuni potrebbe anche essere la soluzione. Il dato da cui partire è la quantità di debito da cui Telecom vuole liberarsi. Quindi si deve procedere a definire la linea di separazione, operazione chirurgica di estrema complessità. Si devono definire i rapporti contrattuali e quindi economici tra le due parti che risultano dalla scissione, tra chi possiede la rete e chi la usa. Si deve tener conto sia del flusso di cassa formato dai “diritti di passaggio” di chi la usa, sia dei costi di manutenzione e di ammodernamento. Di conseguenza complesso e opaco è stabilire il valore dell’oggetto della transazione. Il sistema migliore sarebbe fare un’asta internazionale: ma come si fa a fare un’asta in un paese solo, a in cui di fatto può partecipare un solo concorrente? Il calcolo del valore attuale dei flussi di cassa dedotti i costi di manutenzione, proiettato su decenni, durante i quali sicuramente ci saranno variazioni di contesto competitivo, di tecnologie e di regolamenti, lascia ampio spazio a “interpretazioni”. Inoltre la rete deve restare italiana, e un bene vincolato vale meno di un bene libero. Di quanto?

La Cdp per ora ha detto di essere “sempre interessata” e di aspettare proposte.

Presidente, Amministratore delegato, rappresentante degli azionisti di minoranza sono noti per la loro serietà, con una certa inclinazione a una benedetta taccagneria. Ma stabilire “il prezzo giusto” è difficile: giusto per chi? Neppure le conseguenze non tutte evidenti: se Cdp paga un prezzo “alto” a Telecom, dovrà rifarsi richiedendo tariffe più elevate a tutti gli operatori della rete, che li scaricheranno sui clienti finali.

A proposito: le discussioni di oggi sono proprio la conseguenza imprevista di una decisione dei regolatori: probabilmente dopo avere consultato la sfera di cristallo, essi avevano deciso che in Italia ci dovevano essere quattro operatori mobili. Quattro ce li hanno gli Usa, ma da noi dopo un po’ si constata che non c’è posto per tutti. La 3 di Li Ka-Shing, l’ultimo arrivato, che ha una rete moderna di ottima qualità ma insufficiente come copertura, vorrebbe fondersi con Telecom Italia, e si dice pronto a crescere progressivamente fino anche a prenderne il controllo. Se Cdp fa un’offerta “bassa”, resta più debito in Telecom, e l’operazione diventa meno conveniente per 3. Se fa un’offerta “alta”, l’ingresso di 3 viene facilitato, ma aumentano, come si è visto, i costi per i consumatori. E si rischia la procedura di infrazione per aiuto di Stato. Alla fine potrebbe essere più facile e meno controverso far comprare a Cdp la maggioranza di Telco e scindere invece Tim e le controllate estere. Dopo quasi vent’anni, il cerchio si chiude, rinazionalizziamo la telefonia (fissa).

Ma l’italianità è salva. Per l’italianità abbiamo fatto scappare AT&T: ed abbiamo avuto il nocciolino. Abbiamo respinto il messicano: ed abbiamo avuto Telco, un abito da arlecchino per i big della finanza scarsamente interessati al core business; con lo spagnolo in quarantena, a crogiolarsi con il suo 46% del 22,5%. Ma alla fine, grazie alla Cdp, abbiamo vinto: la telefonia ritorna a casa. Il cinese si è conquistato il mobile? Ma i cunicoli sono nostri: nella patria del diritto, abbiamo lo jus sub-soli.

Dall'Huffington Post, 8 maggio 2013

L'intelligenza del denaro

Di accattivante e godibilissima lettura, il libro di Mingardi è rivolto, nelle intenzioni stesse dell’autore, a un pubblico più ampio possibile, dunque anche ai “non addetti ai lavori”. Del resto, le innumerevoli esemplificazioni, i continui rimandi ad aspetti concreti e pratici della realtà, le molteplici citazioni cinematografiche, il richiamo a personaggi, storie, aneddoti esemplari rendono più facile e accessibile affrontare un volume che supera le trecento pagine.

Gordon Gekko (il protagonista del film Wall Street), l’attrice Jessica Alba, il fondatore dei Loacker, Steve Jobs, Barack Obama, ma pure persone comuni come il fruttivendolo o il gelataio all’angolo della strada – per citarne solo alcuni – si intrecciano con noti economisti, ma anche filosofi e letterati – davvero singolare la novella del sagrestano tratta da Somerset Maugham (p. 48) – al fine di mostrare perché il mercato ha ragione anche quando ha torto, che è il vero titolo e obiettivo del libro. Semplice non è sinonimo di semplicistico. Mingardi ha il merito di rendere il suo discorso sul mercato comprensibile, chiaro e al contempo attraente grazie alla sua capacità di attualizzarlo, contestualizzarlo, farlo “vivo” semplicemente perché: il mercato siamo noi.
L’autore intende presentare una prospettiva diversa – che è quella tipica della scuola austriaca – per cui il mercato non è un’entità, con qualcuno alla guida che lo dirige, né una “cosa” antropomorfizzata, un progetto è, semmai, un processo spontaneo, una forma di libera, e incosciente, cooperazione tra estranei, volontaria e pacifica, ma inconsapevole, che ci conferma “animali sociali” con una innata propensione a scambiare. È un insieme di relazioni, transazioni, interazioni imprevedibili, tra persone diverse.

Il volume si compone di sei densi capitoli, ognuno dei quali è preceduto da una sorta di abstract riepilogativo, indicativo ed efficace. Dopo l’introduzione, l’autore spiega che cos’è il libero
mercato (cap. 1), distingue tra regole e regolamentazioni (cap. 2), parla di protezionismo e commercio internazionale (cap. 3), prosegue sul «grande paracadute collettivo» dello Stato sociale e sull’inevitabilità delle diseguaglianze (cap. 4), si chiede se la
crisi ha ucciso il libero mercato analizzando il legame, spesso invocato, tra crisi finanziaria e fallimento del mercato (cap. 5), nell’ultimo capitolo, che precede le conclusioni, ci parla di uno Stato senza limiti, invadente e dirigista (cap. 6).

Svariate sono le definizioni di libero mercato che si incontrano nel libro e che ci rendono la complessità dello stesso: un caleidoscopio, un’asta perenne, una navigazione sempre incerta, la sorgente di ogni innovazione, un testo, un grande processo di apprendimento («partecipandovi, impariamo a leggerlo. La lingua nella quale è scritto è il linguaggio dei prezzi», p. 38), un gigantesco gomitolo di scambi, parte della grande conversazione umana («procede per tentativi ed errori. È una conversazione a migliaia di voci ciascuna delle quali influenza le altre», p. 211), una caotica polifonia derivata dall’incrocio della libertà di scegliere con quella di farsi scegliere, una vastissima ragnatela di scambi, un film in continuo fieri, piuttosto che una fotografia.

Pertanto, esso è «una trama infinita di relazioni nella quale gli errori delle singole parti non inficiano, ma, anzi, rendono possibile il successo del sistema nel suo complesso. Il mercato è una torta impastata da milioni di inconsapevoli pasticcieri. […] è un modo per stare insieme, è la forma della cooperazione» (pp. 16-17). È per questo motivo, in quanto esito, ovviamente imperfetto, di tutta una serie di interazioni tra persone diverse che il mercato ha ragione anche quando ha torto. Parlare di fallimento del mercato – e imputargli la colpa della crisi – è improprio perché fallisce solo ciò che ha un obiettivo e il libero mercato in quanto tale non ha un fine, non è predeterminato. Esso è uno strumento per produrre conoscenza per cui scambiando s’impara. Ci aiuta a capire ciò di cui gli altri hanno necessità e desiderio, perciò non ha un’opinione sua e va solo letto.

Per tale motivo richiede regole, astratte e generali, e sanzioni chiare, ma non regolamentazioni, determinate da un centro decisionale e da interventi discrezionali, che inquinano il sistema, lo imbrigliano e sono pericolose. Dobbiamo smettere di cercare un “libretto di istruzioni” che non esiste. Il mercato, infatti, è l’economia della sorpresa, quindi, la palestra della libertà perché «serve a coordinare le diverse interpretazioni che ciascuno di noi dà della sua libertà di farsi scegliere» (p. 327).
Le sorprese possono essere belle o brutte, ma sono frutto della libertà degli uomini e la libertà ci consente di imparare gli uni dagli altri, quindi di migliorare. La vita stessa è complicata, è un processo di scoperta, che contempla anche sbagli e fallimenti. Si tratta, come diceva l’economista Alchian, citato da Mingardi e recentemente scomparso, di learning by doing che ricorda un po’ il pàthei màzos di Eschilo: impara soffrendo… sperimentando, collaborando, interagendo, vivendo.

Da La Società, n.2/2013

Senza media non c'è arte contemporanea

Il valore economico all’opera d’arte è sempre stato riconosciuto: ma è diverso se l’opera è portata in dote da una regina o acquistata in un’asta da un oligarca. Diverso il prezzo che Tiziano esigeva da Carlo V e quello che Gagosian chiede per un Jeff Koons, diverso qualitativamente: per Carlo V l’opera d’arte aveva un valore inestimabile, mentre la richiesta di Marlborough o la stima di Sotheby esprimono una valutazione.
La differenza sta tutta qui: il passaggio dal valore artistico al valore commerciale, dal "valore" al valutato.
Prima per le opere d’arte mercato era il luogo dove attuare il passaggio di proprietà. L’arte contemporanea è invece totalmente risolta nel mercato. E’ nel mercato – non solo, come e ovvio, sul mercato - tutto quello che ha che fare con l’arte: lo sono gli artisti e i loro artefatti, lo sono la loro interpretazione, diffusione, esposizione. Lo sono perfino i luoghi fisici del mercato: si pensi solo all’amento vertiginoso del valore immobiliare delle aree intorno alla 20esima Est di Manhattan.
La critica francofortese all’industria culturale di massa appare oggi come l’ultima carica della cavalleria. E’ il mercato di massa ad avere conquistato il terreno che era proprio della cultura, o la cultura di massa ad avere invaso il mercato? Del mercato culturale fanno parte i produttori, i consumatori, gli intermediari. Produttori sono gli artisti; consumatori i collezionisti e i musei; intermediari le gallerie, le mostre, le aste. I media scrivono di artisti e di collezionisti, di vernissages e aste; media sono i cataloghi di mostre e gallerie. Un mercato caratterizzato da opacità, elevati costi di transazione, conflitti di interessi: ci si chiede perfino se non siano funzionali a questo mercato. “Il critico – scrive Arthur Danto - deve fare scoperte per dimostrare d’avere occhio esperto, e ciò lo trasforma in partigiano di questo o quell’artista: le quotazioni di un critico salgono o scendono insieme alla reputazione dell’artista su cui ha scommesso. Il critico a caccia di credenziali fa la posta a un artista sconosciuto o sottostimato e alimenta così le speranze di una galleria marginale, un nuovo talento, di un commerciante audace, impedendo al mercato di fossilizzarsi”. 
La capacità di riproduzione e trasmissione delle opere conferiscono all’industria “un potere sulle cose”, diceva Paul Valéry. Se i mezzi di comunicazione consentono “di trasportare o ricostruire in ogni luogo il sistema di sensazioni – o più esattamente il sistema di eccitazioni - provocato in un luogo qualsiasi da un oggetto o da un evento qualsiasi”, le opere d’arte vengono ad avere una sorta di ubiquità, originano effetti che possono essere sentiti ovunque. “Nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, dice Walter Benjamin nella sua opera più citata, viene a mancare “l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova”: l’aura, e quel peculiare intreccio di vicinanza e lontananza nel quale essa risiede. “Li ha messi lì lui”, si dice rispondesse la padrona di casa di una famosa quadreria genovese a un visitatore che chiedeva perché i Van Dick fossero appesi così in alto sulla parete. Fuori dalla chiesa e fuori dalla Corte, il luogo delle opere sono spazi pubblici, i musei. Le opere contenute danno fama al contenitore, o sono giustificazione per un contenitore che diventa il vero punto di attrazione mediatica? Gehry docet.
Per Benjamin, “le tendenze dello sviluppo dell’arte nelle attuali condizioni di produzione” liberano l’esperienza estetica dall’impronta aulico-sacrale della fruizione borghese; le forme di riproduzione rendono l’esperienza artistica illimitatamente disponibile. Come nella moda, anche nell’arte, con la fotografia diventano un tutt’uno produzione e mediatizzazione, arte e meta-arte,. Senza la fotografia non ci sarebbero i media, e senza i media non ci sarebbe arte contemporanea. Tutta, non solo una parte per quanto importante, da Man Ray a Thomas Ruff, da Robert Mapplethorpe all’ultimo Hockney.
Il mercato, secondo Hayek, è una procedura per la scoperta: scoperta in molti sensi. Scoperta dell’artista: “la critica legittima deve anticipare l’opera che critica, deve addirittura inventare le opere che poi sarà capace di giudicare”. Adorno lo scrive a proposito dei critici musicali, ma vale anche per i critici d’arte, veri talent scout in un gioco che inventa sempre nuove regole. E scoperta del prezzo: scoperta a tentoni, come dimostra l’elevata volatilità. A sorprendere sono i confronti: un Jeff Koons costa facilmente 100 volte un Guido Reni, un Richter 20 volte un Caracci. Homage à Matisse, una tela di Rothko del ‘53 è stata venduta negli anni ‘70 per $22,4 milioni, probabilmente più di quanto sarebbe costato all’epoca il Matisse a cui rendeva omaggio. Solo questione di moda, puro valore di scambio, a cui non corrisponde nulla che abbia, sia pure in senso molto lato, un valore d’uso? Il “valore di verità” di un’opera contemporanea è nel suo potere di farci capire le cose del mondo in cui viviamo, il téléscopage del passato attraverso il presente, la capacità di unire “fulmineamente quel che è stato con lo Jetztzeit in una costellazione”, come scrive Benjamin . Se il valore non è più riconducibile a un’istanza sacra, rimane solo la valutazione economica. L’arte contemporanea intercetta questa condizione, del valore come feticcio, attraverso l’appiattimento sulla pubblicità. Oppure l'esibiziome dell’opposto ripugnante, come nei Mickey Mouse o Pinocchi di Paul McCarthy, oppure nella macchina per la produzione di merda di Wim Delvoye.
E’ nella pop art che tutto questo diventa programmatico ed esplicito. “L’arte – scrive Achille Bonito Oliva - diventa il momento di esibizione splendente ed esemplare [del sogno americano] la pratica alta che mette sulla scena definitiva del linguaggio lo stile basso delle immagini prodotte dai mezzi di comunicazione di massa, dalla pubblicità, e dagli altri strumenti di persuasione occulta ed esplicita dell’industria americana."
Andy Warhol è l'emblematico interprete dello scambio arte-pubblicità, il protagonista della mercificazione totale di ciò che era sacro e che diventa feticcio.
Quando, nel 1964, alla Stable Gallery, Warhol espone le Brillo Box, “la differenza tra l’oggetto, quello disegnato da Steve Harvey, e l’opera, quella di Andy Warhol, non risiede nell’esperienza percettiva, ma nell’elaborazione di una teoria dell’arte”. Le proprietà degli oggetti sono determinate dal contesto in cui sono presentate, un supermarket o una mostra. Ogni esperienza è di seconda mano, mediata dai sistemi di comunicazione di massa. L’opera di Warhol è un’interrogazione sulla continua oscillazione tra le polarità imitazione/arte e realtà/vita: per questo Arthur Danto chiama Warhol filosofo.
“Perché – scrive Danto - due cose esteriormente uguali appartengono a categorie diverse? […] Le differenze sono invisibili e quindi teoretiche, centrale non è l’occhio fisico ma quello del pensiero. Con Brillo box assistiamo alla trasformazione di mezzi in significati, da oggetti a opere d’arte. L’arte non consiste nel creare nuova arte, ma arte per conoscere filosoficamente che cosa è arte e realtà quando sono percettivamente identiche.[…] L’arte di Warhol ha sempre a che fare con il merchandising, perché è la nostra stessa vita che si confronta con la superficie del mondo: noi non vediamo mai le zuppe, ma l’oggetto o la marca di un cibo che non è più un’elaborazione culturale della natura da parte dell’uomo, ma qualcosa prodotto dalle macchine.”
Scrive Warhol: “La business Art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale e voglio finire come artista commerciale. Dopo aver fatto la cosa chiamata “arte” o comunque la si voglia chiamare, mi sono dedicato alla business art. Voglio essere un business man dell’arte o un artista del Business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante“.
Se artista è colui che è in grado di costruire artefatti che sono buoni candidati all’apprezzamento estetico, allora artisti e media fanno entrambi parte allo stesso modo del Mondo dell’arte. Questo è, per Dickey:“un gruppo di persone organizzate in modo lasco, ma legate di una qualche relazione, che include artisti (pittori, scrittori compositori) produttori, direttori di museo, visitatori di musei, giornalisti culturali, critici che lavorano per ogni sorta di pubblicazione, storici dell’arte, teorici dell’arte, filosofi dell’arte e così via. Queste sono le persone che fanno funzionare il mondo dell’arte e con ciò si occupano di mantenerlo in vita. In aggiunta ogni persona che si considera membro del mondo dell’arte è per questa sola ragione suo membro.”
E’ questa istituzione a conferire lo status di opera alle opere.

Da Il Giornale dell'Arte, 05 Maggio 2013

Stagnano su «L'Ordine»: «Como aiuti le imprese»

Altro che Imu, sono altre le tasse da abolire a cominciare dall'Irap. È la tesi del giornalista economico, saggista e studioso, Carlo Stagnaro sviluppata su L'Ordine che offre anche una riflessione sul lavoro di Luigia Bruni, un'intervista al biologo Edoardo Boncinelli e una nota di Maurizio Crippa sull'eternità democristiana.

Imu o non Imu? In campagna elettorale, Silvio Berlusconi è arrivato a un soffio dalla vittoria grazie alla promessa di abolire l'imposta sulla casa, addirittura restituendo ai contribuenti quanto pagato nel 2012.

Questa sorta di remake delle elezioni 2008, quando il Cav. aveva scommesso sull'eliminazione dell'Ici, ha condizionato tutti gli sviluppi successivi, e oggi uno dei fili a cui è appesa la sopravvivenza del governo di Enrico Letta è proprio la riforma dell'Imu.

Del resto, lo stesso Partito democratico non è ostile, e perfino Scelta Civica ha fatto aperture già prima del voto. In sostanza, sembra che, se sarà possibile in qualche modo ricavare 4 miliardi di euro tra le pieghe del bilancio pubblico, essi dovranno essere destinati alla riduzione o abolizione dell'Imu sulla prima casa. Siamo sicuri che sia una scelta saggia?

Gettito di 24 miliardi
Nel suo complesso, l'Imu ha prodotto l'anno scorso un gettito pari a circa 24 miliardi di euro. In questo modo la tassazione dell'immobile in Italia grosso modo raddoppia rispetto allo 0,6 per cento del Pil raccolto nel 2011, collocandosi poco sopra la media europea (1 per cento) ma al di sotto di paesi come la Gran Bretagna (1,5 per cento) e la Francia (2,5 per cento).

Le imprese hanno versato 6,5 miliardi di euro per gli immobili strumentali alla propria attività, mentre le società individuali hanno pagato circa 5,2 miliardi di euro. L'Imu sulla prima casa - quella che tanto infiamma il dibattito politico - è responsabile di una fetta contenuta del gettito complessivo: circa 4 miliardi di euro (poco più di un sesto del totale) proveniente da 17 milioni di contribuenti, con un pagamento medio di 225 euro. squilibrata per quanto riguarda Nella pratica, più di un terzo degli italiani il reddito da lavoro e da impregli italiani (per la precisione il 35 per cento) ha versato meno di 200 euro, la soglia per la deducibilità di quanto pagato.

Di fronte a questi dati, è naturale porsi la domanda: se avessimo 4 miliardi di euro da spendere (grazie al taglio della spesa pubblica), l'Imu sarebbe l'obiettivo corretto? Ci sono almeno tre ragioni di dubbio su questo fatto.

La prima ragione è legata al fatto che non tutte le tasse sono ugualmente distorsive. In particolare, un paese come l'Italia, che è indubbiamente gravato da una pressione fiscale eccessiva, non soffre particolarmente per quel che riguarda la tassazione della proprietà - che, piuttosto, è martoriata da regolamentazioni spesso irrazionali - ma si trova in una situazione del tutto squilibrata per quanto riguarda il reddito da lavoro e da impresa.

Il cuneo fiscale nel nostro paese è di 11-13 punti sopra la media Ocse, mentre il Total Tax Rate sulle imprese sfiora il 70 per cento, contro circa il 43 per cento medio degli altri paesi industrializzati. Di conseguenza, appare più ragionevole concentrarsi dove la distanza pare incolmabile, piuttosto che dove siamo grosso modo allineati. Questo tipo di confronto è molto sensato perché l'ordine di grandezza è simile: l'Imu sulla prima casa vale, come abbiamo detto, 4 miliardi di euro, e con poco più (6,5 miliardi) si potrebbe rendere il costo del lavoro quasi integralmente deducibile ai fini Irap.

Un fardello per le imprese
L' Irap è un'imposta gravemente distorsiva perché colpisce i costi, non gli utili, delle aziende, ed è una delle ragioni delle difficoltà delle imprese italiane a creare lavoro. Un tema fondamentale nel momento in cui la disoccupazione supera l'11 per cento.

La seconda ragione è di natura istituzionale: l'Imu rappresenta una importante leva di finanziamento e di autonomia dei comuni. Esattamente come l'Ici, essa costringe i sindaci a un comportamento responsabile, perché non verranno giudicati solo per come (quanto) spendono, ma anche per come (quanto) tassano.

La terza ragione è legata a una frequente accusa all'Imu: è vero che, contrariamente a quanto prescrive la Costituzione, l'Imu manca di progressività? Dal punto di vista redistributivo, l'Imu si caratterizza in realtà come una tassa fortemente progressiva. Infatti, nel primo decile di reddito - cioè il 10 per cento più povero della popolazione - sebbene circa il 60 per cento siano proprietari di casa, solo il 26,4 per cento ha effettivamente dovuto pagare qualcosa, contribuendo così al 4,3 per cento del gettito complessivo.

La percentuale dei proprietari di casa e di quanti hanno dovuto sostenere l'esborso dell'Imu cresce, naturalmente, col reddito, fino ad arrivare al lo per cento più ricco: tra questi possiede una prima casa quasi l'86 per cento, e poco meno dell'80 per cento hanno pagato l'Imu, versando, da soli, il 28 per cento dell'intero gettito. Quindi, non è vero che l'Imu sia una tassa che colpisce indifferentemente ricchi e poveri.

Anche a livello comasco, questo tipo di ragionamento tiene. Tiene anzitutto nei numeri. Quella di Como è una provincia relativamente ricca, perciò ha contribuito in misura significativa al gettito Imu. Il capoluogo ha versato sulle prime case quasi 10 milioni di giuro nelle casse dell'erario, con un versamento medio di 329 euro. Como è, oltre tutto, una delle città italiane con la più elevata pressione tributaria locale (1200 euro pro capite). A livello provinciale, l'Imu ha fruttato nel suo complesso 222 milioni: si può quindi stimare che dalla prima casa siano stati estratti circa 40 milioni di euro.

La situazione di Como
E tuttavia, quella di Como è una provincia con una fortissima presenza di aziende (nel primo trimestre erano censite quasi 50 mila imprese). La questione politica è: i comaschi starebbero meglio, e avrebbero più prospettive, se, in media, pagassero (come proprietari di casa) 329 euro in meno di Imu, oppure se le imprese potessero godere di uno sconto equivalente ai fini Irap? Anche in questa terra benestante e laboriosa, il tasso di disoccupazione è pari all'11,5 per cento, ma balza al 38,4 per cento nel caso dei giovani.

Questi numeri devono indurre a una riflessione. Le indagini periodiche della Banca d'Italia sulla ricchezza delle famiglie italiane, infatti, mostrano che tendenzialmente gli italiani mantengono buona parte dei propri risparmi investendoli nel mattone, e che "ricchi" è sovente sinonimo di "vecchi": le famiglie più fortunate, insomma, sono quelle vicine o già oltre il traguardo della pensione, che hanno potuto accumulare nell'arco della propria vita.

In sostanza, scegliere tra l'Imu e, per esempio, l'Irap significa anche fare una scelta tra generazioni: ammesso e non concesso di avere delle risorse, vogliamo utilizzarle a favore dei figlio dei padri? In un paese sempre più anziano, è naturale che le dinamiche politiche ed elettorali favoriscano i padri. Non è detto, però, che sacrificare i figli sia la scelta più saggia.

Da La Provincia di Como, 6 maggio 2013

All'origine della crisi c'è l'eccesso di regolamentazioni finanziarie

Un libro solitario, «L'intelligenza del denaro» di Alberto Mingardi (Marsilio, 334 pagine, 21 €). Solitario perché analizza questi anni in un'ottica contraria alla dominante, per la quale il mercato deregolamentato è il grande responsabile della crisi da cui non riusciamo auscire. Il libro ribalta i termini, analizzando come regolamentazioni e dirigismo l'abbiano determinata. Tuttavia l'approccio è ampliato alla logica, ai meccanismi di funzionamento dell'economia di mercato. Parte proprio da questi, per attrezzare il lettore. Mercato significa avere bisogno degli altri, è uno dei sistemi usati per cooperare. Una cooperazione spontanea, ma tale per cui i produttori finiscono col pro durre la sterminata varietà di prodotti di cui altri produttori e i consumatori hanno bisogno. Non vi è un pianificatore centrale, un centro di decisioni. Viene in mente il pastore dell'Asia cantato dal Leopardi, non consapevole di quale percorso seguirà la lana tosata delle sue pecore. Ma ciò neppure è così importante; o meglio, non è strettamente necessaria la sua consapevolezza. Necessaria è l'esistenza di un sistema di scambi tale per cui la lana giunga a essere trasformata e incorporata in prodotti interessanti peri consumatori. Il pastore dell'Asia è quindi un mezzo perché il negozio possa vendere.

In un certo senso siamo tutti come il pastore dell'Asia. «L'essere, ciascuno di noi un "mezzo" per gli altri coincide con la più straordinaria delle nostre libertà di farci scegliere, di trovare nel nostro prossimo un consumatore, un finanziatore della nostra creatività e del nostro stile di vita». Così scrive Mingardi, per poi continuare in stile smithiano: la libertà di farsi scegliere è limitata dall'estensione del mercato. Più questo è grande, maggiore è «il ventaglio di necessità e bisogni». La libertà di farci scegliere porta al bisogno di essere accettati e apprezzati, ma a ciò siamo spinti dall'interesse personale. A sua volta questa necessità di stare assieme porta a disinnescare i rispettivi egoismi. Le scelte, anche quelle sbagliate, degli imprenditori e dei consumatori, costituiscono l'ordine del mercato, la cui caratteristica più evidente è la circolazione di merci e servizi. Questi scambi hanno bisogno di regole, a cominciare da quelle sulla proprietà. Laddove i diritti di proprietà sono incerti gli scambi soffrono. Bisogna tuttavia distinguere tra regole e regolamentazioni. Le prime sono generali e applicate uniformemente, le seconde sono specifiche, attinenti a un singolo prodotto o categoria di prodotti. Come tali imbrigliano i mercati, li rendono meno efficienti, sono un freno all'innovazione e alla concorrenza. Il consumatore finisce col pagare tutto ciò in termini di prezzi e minor qualità.

L'eccesso di regolamentazioni finanziarie è all'origine della crisi. Purtroppo la sta anche accompagnando. Mingardi conduce in questa scoperta, dagli aspetti spesso sorprendenti.

Dal Giornale di Brescia, 2 maggio 2013

Nei discorsi di Maggie l’economia è un’arma

Margaret Thatcher? Quella vera risplende in un libro a lungo atteso, This Lady is not for turning. I grandi discorsi di Margeret Thatcher, curato da Stefano Magni (giornalista e attento studioso delle Destre dell’ecumene anglofono), che l’IBL Libri di Torino pubblica esclusivamente in formato e-book. Sì, perché Magni, affidandosi alla strada sicura dell’interpretatio authentica, dell’ex premier Conservatore britannico offre una rosa di discorsi assolutamente rappresentativi, facendo parlare finalmente lei al posto degl’interpreti non autorizzati, degli amici presunti e dei nemici livorosi. Per la Sinistra, infatti, la Thatcher ha sempre vestito i panni dell’orco mangiabambini (salvo poi scimmiottarla in segreto di fronte ai disastri delle ricette politico-economiche liberal), mentre sull’altro versante la si è ritratta come quella campionessa del darwinismo sociale che mai è stata.

Figlia di un droghiere, nel 1992 è stata creata baronessa di Kesteven. Educata alla sobrietà da famiglia integerrima, ha temprato il carattere fra le “lacrime e sangue” di churchilliana memoria. Allevata fra “casa, bottega e Chiesa” (metodista, per la precisione), ha nutrito di senso morale e religioso l’altrimenti vacua espressione “rigore”.

Alla guida del Partito Conservatore, ha saputo ridare la dignità perduta tanto a quella formazione politica quanto alla cultura cui esso, talvolta impunemente, si richiama. Alla guida del Regno Unito, ha saputo curare un Paese ammorbato da anni di veleni progressisti inoculando dosi massicce di autostima, orgoglio, libertà economica, senso della proprietà, antistatalismo e riduzioni fiscali.

È stata definita “nazionalista” e in realtà il suo era un patriottismo nemico dei totalitarismi, quelli hard dell’allora Unione Sovietica e quelli dai modi più soft dell’eurocrazia di Bruxelles. È stata definita “euroscettica” e divisiva, e in verità era una grand’europea che mirava ad assicurare al Vecchio Continente quegli spazi di libertà commerciale che sono l’antidoto più efficace alle guerre.

Magni sintetizza il segreto del suo successo con parole adeguate: «ha sempre seguito, con coerenza e costanza, fermi princìpi» e «non si è mai adeguata al mutevole consenso dell’opinione pubblica». Stoffa da leader, più che mestiere di politico. Del resto, la salvezza della Thatcher fu l’avere studiato Chimica, ovvero il tenersi sempre a grande distanza da quei dipartimenti universitari di Economia e di Scienze sociali che, antro del socialismo, riducono l’uomo a una dimensione sola, quella orizzontale, praticamente la posizione da morto. Così «non subì alcuna influenza del pensiero progressista» e salvò la Gran Bretagna dalla bancarotta attraverso il buon senso, l’ostinazione tipica di chi è sempre avanti un passo rispetto agli altri e la serena convinzione di essere nel giusto. Le chiesero quale fosse la sua missione primaria, rispose che era quella d’impedire che la Gran Bretagna diventasse rossa. E non solo l’ha fatto, ma è pure riuscita a scolorire gli avversari, oramai alle prese solo con sfumature di rosa.

Ogni pagina del libro di Magni è meritevole, ma le chicche stanno nei dettagli, là dove si annida il diavolo e quindi si leva pure la spada dell’arcangelo Michele. Una per gradire. La Thatcher definiva il Premio Nobel per l’Economia Friedrich A. von Hayek “filosofo”, non “economista”. Magistrale. La libertà è un’antropologia, una morale, una teologia; l’economia ne è l’arma di legittima difesa.

Da Libero, 24 aprile 2013

Sembra incredibile: nei Paesi ricchi, come la Germania, si lavora meno ore

A chi si vanta di lavorare dalle otto del mattino alle dieci di sera, facendo intendere che siete dei fannulloni, potete dire di tacere. A febbraio l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha pubblicato uno studio sulle ore di impiego dci lavoratori dei suoi 34 Paesi membri, basato su dati del 2010. I risultati parlano chiaro: lavorare tanto non là bene all'economia.

La migliore è l'Olanda
Prendiamo l'Europa: le prime quattro nazioni per numero di ore lavorate all'anno sono nell'ordine Grecia, Ungheria, Polonia ed Estonia. Le ultime quattro nella classifica della produttività sono Estonia, Polonia, Ungheria e Turchia. In pratica, tre delle quattro più stakanoviste. Curiosamente le nazioni dove si lavorano meno ore in assoluto (Olanda, Germania, Norvegia e Francia) nella classifica mondiale degli Stati più produttivi sono rispettivamente al quinto, settimo, primo e sesto posto. Strano? No, per gli economisti. «Oggi quantità e qualità del lavoro non sono più intercambiabili», spiega Alberto Mingardi, economista e direttore generale dell'Istituto di studi su libero mercato Bruno Leoni. Nelle economie della conoscenza, come quelle occidentali in cui il lavoro è sempre più impegno creativo, il problema è la qualità e non la quantità. Già oggi l'italiano medio lavora 1.774 ore l'anno contro le 1.071 della zona euro: «Non si può pensare di compensare una bassa produttività lavorando più ore», aggiunge. Perciò la proposta avanzata lo scorso ottobre dal presidente della Confindustria Giorgio Squinzi, di lavorare qualche ora in più è stata accolta dagli economisti con diffidenza.

Bisogna lavorare meglio
Del resto, a livello mondiale, ai vertici delle economie disastrate ci sono proprio gli Stati che apparentemente lavorano di più. Sono i messicani al top delle ore annue (2.250), ultimi però in produttività: ogni singola ora contribuisce al Pil (Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza prodotta dal Paese) nazionale per soli 13,13 euro contro i 35,41 dell'Italia (poco al di sopra della media Ocse), cifra ben lontana dai 64,45 della Norvegia, dai 44 della Francia e dai 12,18 della Germania. Proprio di questi paradossi Serafino Negrelli, sociologo dell'economia all'Università Milano Bicocca, scrive nel suo recente Le trasformazioni del lavoro (Latenza). «Fatto 100 il valore del Pil per ora lavorata negli Stati Uniti, economia di riferimento mondiale», ci spiega, «in Italia raggiungiamo appena il 76. Ciò significa solo una cosa: che è la qualità del lavoro che deve migliorare». Dobbiamo cambiare il nostro approccio, che ci piaccia o no.

«Il contesto più globale, innovativo e orientato allo sviluppo del capitale ungano», chiarisce Negrelli, «rendono l'autonomia e la responsabilità individuale caratteristiche sempre più richieste in ogni tipo di lavoro». Sempre più dovremo considerarci imprenditori di noi stessi, anche se siamo dipendenti. «Da noi, invece, esiste una tradizione secondo cui la priorità è avere un posto fisso, sicuro, non soggetto alle fluttuazioni», aggiunge Mingardi. Praticamente una chimera.

Serve più meritocrazia
Un recente sondaggio condotto dalla DemosCoop sui sentimenti degli italiani nei confronti della crisi conferma: il 41 per cento degli intervistati ha ammesso di ambire a «un'occupazione sicura» che garantisca un reddito certo prima ancora che elevato. Anche a costo di abbandonare le proprie aspirazioni. Le ragioni sono culturali: «Nel nostro Paese veniamo educati a considerare il lavoro in un'ottica di sfruttamento e non di collaborazione», prosegue Mingarcli. «Si ragiona come se i datori di lavoro fossero sempre la parte forte mentre i dipendenti quella debole». Così, in un mercato del lavoro rigido e scarsamente meritocratico, si è insinuata nella società l'idea secondo cui il lavoro deve essere assicurato dalle istituzioni pronte a difendere i cittadini dai danni prodotti dalla logica del profitto imprenditoriale. Non stupisce quindi che per un 31 per cento del campione intervistato dall'indagine Demos-Coop il pubblico impiego sia tornato ultimamente il miraggio a cui aspirare, forse proprio in virtù della sua capacità (caso unico in Europa) di generare un reddito stabile. Al contrario, un Paese è produttivo quando il lavoro è qualcosa con cui ci si deve misurare, ogni giorno, anche a costo di maggiori rischi. «Oggi», prosegue Mingardi, «lo Stato non può più essere generoso come in passato. Allo stesso tempo non esiste ancora un mercato privato abbastanza forte da apparire un'alternativa valida». Così i giovani scendono in piazza per protestare, senza rendersi conto che così facendo difendono le vecchie generazioni che hanno goduto di benefici oggi impossibili, ma non loro stessi.

Da Airone, 18 aprile 2013

Crude Trumps Olive Oil On ltalian Hillsides

"We need to stick to things that will still be with us once all the oil is pumped out," says De Biasi, head of the regional branch of Legambiente, an Italian environmental group. "Sustainable development, real carrear for our children. Not exploitation, money, and then goodbye."

The Val d'Agri lies in Basilicata, a mountainous, sparsely populated province in the arch of Italy's boot that is home to Europe's biggest onshore oil field, Eni and many in the government see the reserves there as a way to boost a battered economy that has shrunk for seven straight ctuartcrs, pushing the youth unemployment rate above 36 percent. "The potential of this field is huge," says Ruggero Gheller, Eni's Southern Italy chief, as he looks out from a mountain ridge where the company put in its most recent rig. "Having national production is important to contribute to ourneeds."

As part of an energy strategy published last year, the Italian government is seeking to increase oil and gas production. Tapping the nee Basilicata field could double Italy's output of crude from tlte current level of about 101,000 barrels a day, or 7 percent of the country's consumption. Italy spends :as much as € 60 billion ($ 78 billion) annually on oil and gas imports, and Eni says a production increase could cut tlhat by € 5 billion while creating some 20.000 jobs.

To get there, Eni will have to overcome resistance from locals and environmentalists, who are pushing authorities to block any more drilling. After lobbying by environmental groups, the government in 2007 created a national park in the upper part of the Val d'Agri, which stopped productian inside the park beyond the 13 wells already there. "We're open to new drilling only if new technologies guarantee no further air pollution and if Eni promises to create jobs," says Giuseppe Alberti, mayor of Viggiano, a sleepy town of 3;300 that is home to an Eni oil processing plant.

Eni and partner Royal Dutch. Shell produce 85.000 barrels of oil a day in the Val d'Agri and have permission to raise production to 104,000 barrels. To the east lies the Tempa Rossa fieldowned by Shell, French oil curnpany Total, and Japan's Mitsui - which the companies say will pump 50.000 barrels a day by 2016. Eni is in talks with local authorities to increase output by an additional 25,000 barells a day, and the company says production could be raised by 20,000 more barrels. That would make Italy Europe's third-largest oil producer, behind Norway and Britain.

Viggiano has long been at the heart of the Italian oil patch. Small amounts of shiny crude bubble tip from a natural spring just outside town, and puffs of natural gas make the area smell more like a service station than the green woods around it. The town is home to the Madonna of Viggiano, a medieval statue that according to legend was found by shepherds drawn to the spot by mysterious fires in the night. "Let's say that in God's mind, it was all already written," says Viggiano's priest, Don Paolo, who considers the prospect of more oil "an oppartuiiity for development" of the historically poor area.

Eni gives a share of its revenue from local production to Basilicata and towns where wells are located, which the company says totaled € 585 million between 1998 and 2012. Viggiano alone received about € 15 million last year. That kind of money is likely to trump environmental concerns, says Carlo Stagnaro, an energy researcher at Istituto Bruno Leoni in Milan, which studies the Italian economy. "Talk of freedom from energy dependence is an overstatement, but increasing production can certainly be an opportunity for Italy," he says.
Both Eni and an independent regional authority regularly monitor the air, water, and soil of the Val d'Agri. And the company has tried to make its rigs less visible, putting covers around parts of them and painting equipment in soft green colors that blend with the landscape. That's not good enough for environmentalist De Biasi. "We don't need green skirts on wells," he says, "We need to stop drilling."

Da Bloomberg Business Week, 10 giugno 2013

Balle spaziali offshore

Ogni film ha la sua frase memorabile. Per "Balle spaziali", la parodia di "Guerre stellari", firmata da Mel Brooks, è quando Lord Casco dice a Stella Solitaria: "Sono stato il primo compagno di stanza del cugino del nipote del fratello di tuo padre!". E questo cosa comporta? "Assolutamente niente!". Ecco: con Ernesto Galli della Loggia è proprio così. L'antefatto. Sul Corriere della Sera di domenica, Galli della Loggia ha ricamato un editoriale contro il degrado del territorio italiano: "Abbandonato", cementificato, "sui punto di essere cancellato". Simbolo estremo di quest'incuria è Ombrina 2, un giacimento a 7 km dalle coste abruzzesi che il gruppo Medoilgas vorrebbe sfruttare. Da qui bisogna ripartire, flagella GdL: con un no "senza se e senza ma" a tale "bomba ecologica" e al suo "probabile inquinamento delle falde freatiche" e dalle "più che probabili perdite in mare del greggio estratto e dell'idrogeno solforato'". Che ha da dire il mostro a sua discolpa? L'ad di Medoilgas, Sergio Morandi, ha fornito ieri la sua versione.

L'"unità galleggiante di raffineria" è in realtà una nave per "separare l'olio da acqua e gas", l'idrogeno solforato sarà usato per produrre zolfo, eccetera eccetera. Insomma: quelle di GdL sono bufale. Del resto, Morandi non è un cretino: nessuno investirebbe milioni di euro per disperdere il petrolio nell'ambiente anziché venderlo. Ciascuno può verificare. Ma è straordinaria la replica di GdL: "Chi affronta un problema il quale implica conoscenza di materie di cui non è personalmente esperto deve decidere a quale fonte affidarsi" (traduzione: che volete da me?). "Io mi sono basato su uno studio della professoressa Maria Rita D'Orsogna, docente di matematica alla California State University". Ironizza Massimo Nicolazzi, che di petrolio ne sa, su Facebook: "Pare che, in caso di mal di pancia, sia uso consultare l'idraulico". Il tentativo di dedurre una lezione globale da una vicenda specifica irride ai fatti. Conta solo il teatro: da una parte i buoni, gl'insozzatori dall'altra. E se sei coi good guy, puoi scrivere quel che ti pare, vale il messaggio, mica i dettagli.

Da Il Foglio, 22 maggio 2013

Twitter: @CarloStagnaro

La Procura di Roma indaga sul dissesto della vecchia Tirrenia

Il buono - navi e convenzione un anno fa è stato comprato dalla «Compagnia italiana di navigazione», mentre i debiti, la zavorra, sono rimasti a carico dello Stato. La Tirrenia è finita così: spacchettata. Come l'Alitalia. E così ancora una volta sono stati beffati i contribuenti. Soprattutto perché il disavanzo dell'ex compagnia di navigazione pubblica è grande quanto una voragine: 646 milioni di rosso. Un dissesto su cui la procura della Repubblica di Roma ieri ha aperto un'inchiesta e affidato il fascicolo al pool di magistrati che si occupano dei reati commessi dalla pubblica amministrazione.

L'avvio dell'indagine era nell'aria dopo che, l'anno scorso, il tribunale civile sempre di Roma aveva dichiarato lo stato d'insolvenza della società controllata, fino a metà del 2012, dalla Fintenca e quindi dal ministero del Tesoro, con poi la nomina di un commissario liquidatore, il super manager Giancarlo D'Andrea. Adesso, quello che continua a essere uno dei tanti misteri della Repubblica, è diventato una pesante "notizia di reato". Spetterà alla Procura scoprire come mai il vecchio carrozzone dei trasporti abbia accumulato, negli anni, un buco di bilancio da far spavento.

Da sempre e da più parti sono stati sollevati sospetti sulla gestione di quei soldi pubblici, una montagna, finiti in un pozzo senza fine, mai controllato. Tanto da far dire, nel 2012, all'Istituto di ricerca Bruno Leoni: «Tirrena e Alitalia sono due casi molto simili. Entrambe sono state governate per troppo tempo dallo Stato ed entrambe sono state gestite sempre molto male». Da chi? Per 30 anni a capo dello società di Stato c'è stato sempre un altro super manager pubblico, Franco Pecorini.

Ebbene, alla Tirrenia di quel lungo dominio è stato contestato di tutto: dai mega stipendi alle consulenze date a piene mani, dagli investimenti sballati ai premi di produzione concessi agli equipaggi senza che ci fossero riscontri. Una babele in cui - secondo gli esperti nominati dal tribunale di Roma - «prima miliardi di lire e poi milioni di euro potrebbero essere stati dissipati». Ora sarà un pool di magistrati a ricostruire lo stato patrimoniale della vecchia società e a dare la caccia ai presunti colpevoli della vecchia Tirrenia divora soldi.

Da La Nuova Sardegna, 10 maggio 2013

Città responsabili ma libere

Il primo a parlare di «città creative» è stato Richard Florida. Ma se «ogni persona è in qualche modo creativa», come organizzare lo spazio urbano perché questa destrezza del pensiero possa manifestarsi è materia di dibattito. Dibattito particolarmente intenso, perché gli strumenti più tipici di governo della città sono invece legati a una logica di pianificazione, che rifugge programmaticamente quella duttilità istituzionale che parrebbe necessaria a una comunità di individui creativi.

David E. Andersson (Università di Taiwan) ha curato due volumi collettanei davvero preziosi, un Handbook of Creative Cities (con Ake E. Andersson e Charlotta Mellander) e The Spatial Market Process. L'uno e l'altro dimostrano come si possa ripensare la città, abbandonando la pretesa di pianificarla minuziosamente.

Lo sforzo di quanti hanno contribuito all'Handbook (fra cui lo stesso Florida) s'innesta su una lettura economica del concetto di creatività. La "creazione" di nuove idee va verificata sul metro dell'innovazione, cioè della capacità di realizzare «prototipi utili e soggetti a test in arene rilevanti come laboratori, sale conferenze o mercati locali» (Ake Andersson). È il buon funzionamento di queste arene a fare di alcune città (Londra piuttosto che New York o San Francisco) degli «hub per rivoluzioni creative».

Le economie complesse, nota David Andersson, premiano l'acquisizione di competenze sempre maggiori, che denotano una migliore specializzazione a livello individuale. Le «città creative» si distinguono perché hanno «strutture del capitale umano che sono eccezionalmente eterogenee. Questa eterogeneità deriva dalla complessità dei processi produttivi e dalla ampia dispersione della conoscenza implicatada alti livelli di specializzazione».

È proprio questa feconda complessità che conduce Andersson ad enfatizzare l'importanza della «regola della sussidiarietà»: la tendenza della proprietà di una certa risorsa a finire nelle mani dell'individuo o dell'organizzazione più adatto a valorizzarla. Di qui l'aspirazione generale verso una riduzione della sfera dell'intervento pubblico, affinché questo processo di continua riallocazione delle risorse non ne sia turbato.

Ma come può essere declinata, tale regola, nella «città creativa»? Gus di Zerega e David Hardwick, concentrandosi sul caso Vancouver, parlano di «città di destinazione»: ovvero di luoghi che riescono a calamitare energie e talenti creativi. Randall Holcombe sottolinea come la creatività sia contagiosa, e per così dire abbia bisogno di esserlo: le idee nascono dalla contaminazione, dall'agglutinamento di intelligenze. Le città creative devono essere città attrattive: e queste "attrazioni" in molti casi (cinema, teatri, ristoranti, luoghi "vivi") sono il prodotto della creatività imprenditoriale. Per «facilitare la tolleranza, la diversità e uno stile di vita bohemienne» è allora auspicabile superare la vecchia pianificazione urbanistica, in direzione di norme generali e astratte che non intralcino il cambio di destinazione dei suoli. Le intelligenze sono mobili e sfuggenti: per riuscire a catturarle, è opportuno evitare intralci all'immigrazione e consentire alla città di evolvere, di mutare, di sperimentare.

Questo tema è messo ancor meglio a fuoco dai saggi riuniti in The Spatial Market Process. Stefano Moroni (del Politecnico di Milano) segnala come qualsiasi politica dell'uso dei suoli sia destinata ad avere conseguenze inintenzionali: ma distingue queste ultime fra «conseguenze inintenzionali benefiche» e invece viziose. Un «codice urbano» che stabilisca norme di carattere generale, e non sia soggetto a revisioni continue, che faccia da cornice alle attività sociali «ma non ne determini la traiettoria», può stimolare conseguenze intenzionali virtuose: perché esse sono tanto più probabili, quanto è più facile per le persone trovare modi di cooperare, per soddisfare mutuamente i propri fini.

In Italia questa discussione riaffiora in due nuovi libri, veloci quanto densi: La città responsabile dello stesso Moroni e Liberi di costruire di Marco Romano. La città responsabile è un testo di straordinaria chiarezza, che utilizza lo spazio urbano come prisma per rileggere le grandi questioni politiche dei nostri tempi. Temi come il "consumo" di suolo o l'inquinamento atmosferico e i provvedimenti presi per contrastarlo sono passati al setaccio della razionalità economica e poi sapientemente ricondotti alla madre di tutte le questioni. Alla necessità, cioè, che le buone regole per la convivenza sociale e la libertà d'espressione dei singoli non siano fagocitate dall'estrema discrezionalità dei decisori. Ritorna il tema del «codice urbano» da sostituire alla disordinata messe di regolamentazioni urbanistiche.

Liberi di costruire di Marco Romano (ordinario di estetica della città e a lungo direttore della rivista «Urbanistica») mantiene quel che il titolo promette. Una collettività si arricchisce della diversità dei progetti di vita degli individui che la compongono ma la pianificazione, «con il suo sostituire il dover essere all'essere», afferma il contrario e «va riducendosi all'angustia di una recriminazione continua di come i processi reali non corrispondano ai suoi principi». La «libertà di costruire» di Romano richiama esplicitamente a una dimensione della creatività umana che sfugge a ogni piano super imposto. «Chi ha diritto di affermare categoricamente che le linde casette sui colli della Brianza, quelle case che rappresentano visivamente la straordinaria liberazione di un popolo dalla sua povertà, ne insidino la bellezza? Queste case non sono la traccia di antiche spoliazioni, sono il frutto del lavoro accanito e perseverante di un'intera generazione di cittadini, e segnano il loro orgoglioso ingresso a pieno titolo nel vivo della nostra democrazia». L'invettiva di Romano contro le «deliberate limitazioni alla libertà altrui di costruire» è una difesa appassionata dello spazio antropizzato, e con esso anche della capacità dell'uomo di trovare continuamente nuovi equilibri, in un percorso certo complicato e all'apparenza contraddittorio. Ma nel quale ciascuno, tramite le proprie libere scelte, riesce ad esprimere qualcosa di sé. Creativamente.

Da Il Sole 24 ore, 5 maggio 2013

Alla San Benedetto la mobilità del futuro

Carlo Stagnaro, laureato in ingegneria ambientale, è direttore del dipartimento studi e ricerche dell'Istituto Bruno Leoni, di cui è stato uno dei fondatori. Marco Piuri è amministratore delegato e direttore generale di Arriva Italia, organizzazione che fornisce servizi di trasporto per passeggeri e che detiene, tra le altre, l'intero capitale sociale delle «bresciane» Sia e Saia, operatori extraurbani del nostro territorio.

L'iniziativa, organizzata nella sede dalla Fondazione San Benedetto, li ha visti protagonisti di un interessante dibattito dal titolo «Verso modelli di mobilità urbana 2.0» in cui l'argomento discusso è stato circoscritto al ruolo e alle prospettive del trasporto pubblico locale su gomma. Stagnaro e Piuri hanno evidenziato due personali visioni, sostanzialmente agli opposti, rendendo evidente e per questo stimolante i rispettivi ruoli, vale a dire quello dello studioso che si confronta con un manager concreto.

«L'attuale assetto della regolazione del settore non ha più senso per due ragioni: è mutata la tecnologia e si è trasformato lo stile di vita urbano» ha esordito Stagnaro, che ha ricordato come «è stato dato per assodato che il servizio, organizzato centralmente, dovesse essere un monopolio naturale, soggetto a una forte economia di scala che abbattesse i costi medi». Si è impedita la presenza di più attori all'interno della città, e «in cambio era chiesto di servire virtualmente tutti i possibili consumatori, mantenendo in vita anche linee economicamente non vantaggiose, finanziando il tutto sommando i trasferimenti dalle istituzioni ai ricavi dati dalle tariffe».

Un modello pericoloso a causa del cosiddetto azzardo morale, che l'ingegnere spiega così: «Se so che qualsiasi costo io sostenga sarò in grado di coprirlo, ecco che non curerò la qualità del servizio, non sarò incentivato ad avere una struttura efficiente e una gestione oculata».

La ricetta proposta da Stagnaro prende in considerazione l'idea di «far entrare nuovi soggetti in alcune parti del servizio, ossia introdurre altri gestori che operino solo sulle linee più affollate e nelle fasce orarie più congestionate, sviluppando così una forma di concorrenza a vantaggio del cliente». A Piuri, cui è toccata la replica, non difetta certo la schiettezza: «Il quadro descritto da chi mi ha preceduto esiste solo nei libri ma non nella realtà».

Ecco la spiegazione: «E' un errore concettuale enorme ragionare su linee che possono mantenersi e altre no. Il ragionamento va articolato parlando di una rete e un buon servizio si basa, senza tanti orpelli, sulla frequenza delle corse e sul costo applicato ai biglietti». Il dirigente di Arriva ha poi snocciolato una serie di dati: «La mobilità in Italia è stata sviluppata avendo al centro l'automobile privata ed è ancora diffusa, nei piccoli centri, l'idea che chi utilizza il bus sia un extracomunitario, un anziano o un perditempo senza fretta. Questo modello di pensiero negativo va scardinato».

A parere di Piuri, «gli italiani considerano il trasporto pubblico parte del welfare, già pagato attraverso la fiscalità», ed è per questo che «si scatenano reazioni a catena se il costo della corsa viene rincarato». Gli operatori sono vittime di tariffe compresse e inique: «Vi pare possibile che io, ricco manager, paghi il biglietto lo stesso prezzo di un giovane precario?».

Da Bresciaoggi, 17 aprile 2013

Gare gas, IBL: le "giravolte" Antitrust sulle ATI

L'atteggiamento troppo restrittivo dell'Antitrust sulla possibilità per i distributori gas di partecipare alle nuove gare per ambito in forma associata rischia di limitare fortemente la concorrenza nell'affidamento del servizio, favorendo in modo ingiustificato pochi grandi operatori come Italgas e Enel rete Gas/F2i. Lo sostiene l'Istituto Bruno Leoni in un paper di prossima pubblicazione firmato da Laura de Sanctis.

Analizzando due provvedimenti dell'Antitrust sulla questione delle ATI – quello dell'agosto 2012 sul caso di Casalmaggiore, in cui il garante ha sanzionato come “difensiva” e anticoncorrenziale l'alleanza tra Linea Distribuzione e E.On Rete (v. Staffetta 27/08/12), e quello dello stesso mese con cui ha dato il via libera alla cessione del controllo di Snam (e quindi di Italgas) alla Cdp (v. Staffetta 09/08/12) - l'IBL critica come insufficientemente argomentata e giustificata dal punto di vista normativo la linea dell'Agcm, che pare orientata a bocciare la partecipazione in forma associata alle gare da parte diversi operatori quando questi, almeno formalmente, dispongano individualmete dei requisiti per partecipare da soli.

Secondo l'analisi di De Sanctis, l'Antitrust nei suoi provvedimenti ha sì “fornito un quadro dettagliato del mercato dell'accesso a queste gare, mostrando una piena consapevolezza delle barriere che incombono sugli operatori che vorranno partecipare alle gare”, a cominciare da quella finanziaria, legata agli ingenti esborsi che il concessionario subentrante deve sostenere per riscattare gli impianti dell'uscente.

Tuttavia, prosegue l'IBL, il garante “non ha tratto le implicazioni che derivano dall'esistenza di queste barriere e, quando si è trovata a valutare l'ATI del Provvedimento Casalmaggiore, ha adottato un approccio molto formalistico, che, se fosse confermato dai giudici amministrativi, potrebbe avere l'effetto di limitare il confronto concorrenziale nelle prossime gare per ATEM, riducendo ulteriormente il numero dei partecipanti ad esse”.

L'Agcm, prosegue lo studio, ha insomma riconosciuto che “non tutti gli operatori attualmente presenti nel settore potranno competere a parità di condizioni nelle prossime gare per ATEM, a causa della barriera finanziaria”; che quindi “gli operatori saranno indotti a privilegiare la partecipazione negli ATEM in cui sono maggiormente presenti e a non partecipare alle gare negli ambiti in cui non vantano una presenza significativa”; e infine che “solo Italgas e Enel Rete saranno in grado di sviluppare una strategia di gara a livello nazionale e poche altre imprese saranno in grado di partecipare a gare in più ambiti”.

In un contesto di mercato di tal genere però “ci sarebbe attesi che l'Autorità avesse preso atto del fatto che l'associazione in consorzi o raggruppamenti tra imprese potrebbe essere lo strumento per superare la barriera finanziaria, permettendo agli operatori di ripartire i costi e i rischi finanziari per partecipare ad una o più gare per ATEM. L'associazione tra imprese potrebbe così contribuire ad ampliare il confronto tra offerte diverse nelle procedure concorsuali e a ridurre il rischio che la selezione dei gestori della distribuzione avvenga solo sulla base della loro disponibilità finanziaria”, come peraltro prefigurato anche dal Regolamento ministeriale sui criteri di Criteri di gara, piuttosto aperto ai raggruppamenti.

Invece, secondo lo studio, “l'Autorità nel Provvedimento Casalmaggiore ha nuovamente manifestato la propria contrarietà alle c.d. ATI sovradimensionate”, applicando “meccanicamente il criterio del “sovradimensionamento rispetto ai requisiti di gara” per stabilire che LD e 2iGas fossero concorrenti”. Un criterio che per IBL “suscita gravi perplessità. (...) alla luce delle caratteristiche del settore della distribuzione, caratterizzato da una pluralità di imprese di dimensione diversa, per struttura e area di attività, e dall'esistenza della barriera finanziaria che condizionerà l'accesso alle gare”.

“Il mero possesso dei requisiti previsti dalle stazioni appaltanti – afferma infatti lo studio – non implica necessariamente che due o più gestori possano effettivamente competere. Ciò, come detto, dipenderà in larga misura anche dalla loro disponibilità finanziaria. Ne deriva che l'approccio dell'Autorità potrebbe impedire la costituzione di raggruppamenti di impresa tra soggetti che non sono effettivamente in grado di competere e/o che non produrrebbero danni alla concorrenza e, anzi, amplierebbero le offerte a disposizione delle stazioni appaltanti”.

Secondo l'Istituto Bruno Leoni, l'Antitrust avrebbe invece dovuto abbandonare il criterio di misurare la “sovrabbondanza” di un'ATI solo in base al possesso dei requisiti , valutandole solo sulla “verifica in concreto del loro impatto sulla concorrenza, a prescindere dal fatto che siano o meno sovradimensionati rispetto ai requisiti dei bandi”.

De Sanctis nota peraltro che “sembra difficilmente sostenibile che ATI sovradimensionate, che diano luogo alla conferma di uno o più gestori nei territori già affidati (c.d. ATI difensive) siano necessariamente restrittive della concorrenza”. Del resto la stessa Autorità provvedimento sulla Cdp “ha ritenuto che sono le dinamiche concorrenziali del settore della distribuzione del gas naturale a spingere gli operatori a partecipare alle gare per confermarsi nei territori”, senza contare che dall'altro lato la giurisprudenza amministrativa “ha chiarito che il mero sovradimensionamento di un raggruppamento non è di per sé prova della sua natura restrittiva della concorrenza, e, sinora, ha ritenuto illecite solo ATI difensive costituite in attuazione di più ampie intese tra i loro membri per la ripartizione di mercati e forniture” Non si può escludere quindi, aggiunge l'autrice, che l'approccio dell'Agcm sia sconfessato dai giudici amministrativi.

Da Staffetta Quotidiana, 12 aprile 2013

La grande truffa dei petrolieri. Così gonfiano i prezzi della benzina

L'accusa è pesantissima, di quelle che nella testa di ogni automobilista, fanno scattare un istintivo moto di rabbia. Le "sette sorelle" del settore energetico, avrebbero compiuto in Italia manovre "speculative" per tenere artificiosamente alti, o regolato "limitandone gli scostamenti", i prezzi dei carburanti negli ultimi due anni.

Ma la Commissione Ue e la Gran Bretagna hanno lo stesso sospetto e hanno aperto indagini che portano nella stessa direzione. Le compagnie petrolifere al centro di un'inchiesta della guardia di finanza e della procura di Varese, nata da una denuncia del Codacons, sono Shell, Tamoil, Eni, Esso, TotalErg, Q8 e Api. I reati ipotizzati dal pm Maurizio Grigo vanno dal "rialzo e ribasso fraudolento" dei prezzi a "manovre speculative su merci" fino alla "truffa".

I listini, in sostanza, non sarebbero fissati seguendo la semplice evoluzione naturale dei prezzi internazionali dei prodotti raffinati e tantomeno verrebbero decisi dalla libera concorrenza. Una ipotesi che dovrà essere verificata processualmente in Italia ma che nasce oltre la Manica, con decisioni figlie del nebuloso mondo della finanza a Londra - una delle capitali mondiali del mercato del petrolio - con un meccanismo non dissimile da quello messo sotto accusa per le manipolazioni del Libor, il tasso interbancario che arriva a determinare gli interessi di prestiti e mutui.

Prezzi concordati
La tesi, alla base dell'esposto presentato dal Codacons e fatto proprio dai giudici di Varese, poggia su una analisi di Matteo Temporin, docente dell'università Cattolica del Sacro Cuore. Secondo cui il percorso che va dal pozzo petrolifero fino al serbatoio del cliente è mosso da regole che, anche secondo i baschi verdi e il gip di Varese, puntano a limitare gli scostamenti dei prezzi e accompagnarli senza troppi scossoni al distributore.

Un tragitto che si svolge alla luce del sole, è bene ricordare, ma che è quasi interamente controllato dai marchi più noti che oggi sono coinvolti nell'indagine. Insomma, per gli inquirenti, saremmo di fronte ad un sistema coordinato al punto che il gip nel suo atto d'accusa, scrive di "artifizi e raggiri", messi in atto per "livellare volontariamente, concordandoli, i prezzi dei prodotti petroliferi alla pompa". Un comportamento che, sempre a detta del magistrato, vede danneggiati indubitabilmente i consumatori. Subisce "un danno economico un numero indistinto e indeterminabile di fruitori del servizio, indotti in errore, ma in ogni caso privi di reale possibilità contrattuale, nella considerazione che le principali compagnie petrolifere agiscono in regime di monopolio".

Ma come rispondono gli accusati? Per l'Unione petrolifera sono fatti da accertare: "Sulle indagini su presunti reati attinenti i prezzi dei carburanti, si chiarisce che dal provvedimento del gip di Varese emergerebbero semplici ipotesi investigative che dovranno essere verificate". Compito che spetterà alle procure di Milano e Roma, cui i giudici di Varese hanno inviato gli atti, per competenza territoriale, perché è lì che si trovano le sedi legali delle compagnie. Per i petrolieri non si approderà a nulla: "Allo stato, ogni affermazione in merito alla presunta esistenza di reati accertati è del tutto infondata". Insomma, uno scontro frontale che potrebbe svelare o contraddire, una volta per tutte, le tesi dei consumatori.

Inefficenze miliardarie
In ogni caso, già le sole inefficienze del nostro sistema di distribuzione, al netto dell'inchiesta, costano miliardi agli automobilisti. Ma quanto? Se si considerano solamente le macroscopiche quanto costanti differenze tra i prezzi industriali (Iva e accise escluse) tra listini italiani e gli altri 26 Stati della Unione europea, il conto pagato dal nostro Paese ammonta, secondo uno studio del Cerm a circa 5,5 miliardi l'anno. Quei tre o quattro centesimi di euro al litro di aggravio rispetto agli altri partner europei - dovuto alle storiche inefficienze del sistema italiano - pesano da sole quanto una mini-manovra finanziaria. Ma se a questo aggiungiamo i movimenti speculativi sul prezzo del petrolio trattato sul mercato di Londra, allora le distanze tra il costo di benzina e gasolio al distributore e quelli teorici o giusti, quindi non governati dalle logiche di certa finanza internazionale, diventano astronomiche.

Lecito a questo punto chiedersi: come nasce il prezzo alla pompa? Secondo l'analisi della Cattolica, "il prezzo al distributore dei prodotti petroliferi raffinati in Europa è determinato in larga misura dal prezzo del Brent", il petrolio estratto nel Mare del Nord e oggi ben più caro (sulla carta) del Wti trattato sul mercato Usa. Il Brent è infatti usato come riferimento per determinare i prezzi di altre varietà di greggio provenienti da diverse zone del mondo. In pratica, questo "benchmark" decide, dopo passaggi di mano tra società "sorelle" messi sotto accusa dalla ricerca, le sorti del prezzo finale di gasolio e benzina anche se le compagnie da anni spiegano che è il Platt's, mercato dei prodotti raffinati, a guidare le danze.

In sostanza "la variazione dei prezzi dei futures e delle opzioni sul Brent è sempre più pilotata da valutazioni di tipo economico-finanziario" piuttosto che dalla regola d'oro di domanda e offerta del bene, da parte di una serie di investitori internazionali. "Ognuno di questi operatori - spiega ancora Temporin - agisce con finalità diverse che condizionano il prezzo dei futures e determinano di conseguenza una serie di effetti sui mercati fisici di greggio e prodotti".

E dunque il quadro complessivo che emerge dalle carte non è certo una sorpresa. Senza spingersi a denunciare un possibile cartello, per il quale sostiene di non aver "acquisito evidenze", anche l'Antitrust è arrivata a medesime conclusioni in una indagine pubblicata il 28 dicembre scorso. L'Autorità per la concorrenza ha riferito di "un panorama di interazione oligopolistica tra gli operatori integrati nel quale i players più efficienti (Eni ed Esso su tutti) non spingono la competizione fino ai livelli che li avrebbero differenziati davvero dai concorrenti e avrebbero minacciato di far uscire questi ultimi dal mercato".

Ma i tecnici dell'Antitrust sono stati ancora più chiari: "Le sette società attive a livello nazionale nella distribuzione di carburanti in rete sembrano presentarsi sul mercato come soggetti nella sostanza allineati su comportamenti non troppo differenziati: uno scenario dalla chiara connotazione collusiva".

Risparmi al centro commerciale
Non per nulla, l'indagine dell'Antitrust ha portato anche alla luce il fatto che nei distributori legati alle "sette sorelle" il prezzo alla pompa è più alto rispetto agli impianti delle società indipendenti. Differenziale che diventa ancora più alto, per gli automobilisti che fanno rifornimento nei distributori legati alla grande distribuzione. Per entrare nel dettaglio, presso le cosiddette "pompe bianche"(circa 2mila sulle 22mila presenti nel nostro paese) il risparmio si aggira tra 1,5 e 5 centesimi di media e arriva fino ai 13 centesimi nei centri commerciali, con l'unico limite che, per ora, gli impianti di questi tipo sono solo un centinaio. Un risparmio che gli automobilisti non possono che apprezzare: se un distributore legato alle società petrolifere eroga in media 1,4 milioni di litri all'anno, per quelle bianche si arriva a 1,6 milioni. Ma non ci sono paragoni con il carburante venduto dalla grande distribuzione: una media di 7,2 milioni di litri all'anno per impianto.

"In verità, le nostre medie sono anche superiori", riferisce Massimo Ferrari, presidente di Energya, la società creata per rifornire i distributori presente nei centri commerciali Coop, "i consumatori ci stanno premiando tanto che dagli attuali sei impianti pensiamo di arrivare a 50 per la fine del 2014. Ma per affrancarsi definitivamente in un mercato dominato da pochi gruppi sarà inevitabile dotarci di depositi nei porti dove approdano le navi cisterna".

Ma il problema delle infrastrutture è ancora un limite per l'ulteriore apertura del settore. Come denuncia da tempo l'Istituto Bruno Leoni, il think-tank che negli ultimi anni è divenuto il paladino delle liberalizzazioni in Italia. Per il direttore del settore Energia e Ambiente, Carlo Stagnaro uno dei limiti è dato non solo dall'eccessivo numero di pompe in Italia, senza paragoni in Europa, ma "soprattutto dalle regole imposte dalle singole legislazioni regionali che di certo non aiutano l'ammodernamento della rete: basti pensare che ci sono ancora Regioni in cui vige l'obbligo di installare impianto di gpl o gasolio per i nuovi impianti. Ma così - conclude - si favoriscono solo i grandi gruppi. I soliti... ".

Da La Repubblica, 5 aprile 2013

Troppe e assurde: le regole soffocano la città

Pure in materia di urbanistica bisognerebbe ripartire da zero. Da qui, dalle basi, parte Stefano Moroni (professore associato di urbanistica al Politecnico di Milano) nel suo La città responsabile: rinnovamento istituzionale e rinascita civica (Carocci). Le città rappresentano il fulcro della vita associata: in Europa oltre il 75% delle persone vi risiede e l'80% della ricchezza prodotta nei paesi più sviluppati viene dalle città. Per tenere assieme queste «persone e attività, proprietà e progettualità» basilari sono le regole che governano l'uso dei suoli, degli spazi e degli edifici.

Due sono gli elementi che, secondo l'autore, si dovrebbero riscoprire per esaltare le nostre città: «un diritto appropriato e rispettabile» e «una libertà individuale attiva e onesta». Intorno a questi due aspetti ruota tutto il libro. Il suo pregio è quello di calare il punto di vista liberale su una tematica, come quella urbanistica, afflitta da una costante tendenza all'iper-regolamentazione e dall'eterna tentazione di pianificare la vita altrui. La produzione di leggi e di norme ha ormai superato la soglia del sopportabile e del necessario. Siamo giunti a un diritto che cambia continuamente, instabile e imprevedibile, invadente, alla mercé delle maggioranze, astruso e complicato. Per Moroni, una «città giusta» deve essere una «città responsabile», cioè «attivamente ma con onestà».

La pubblica amministrazione dovrebbe perseguire ciò che è giusto e non ciò che è bene. È giusto che nel costruirei centri commerciali si pensi agli eventuali danni che questi potrebbero causare: forti flussi di traffico e ingorghi. Ma se invece contrastiamo i centri commerciali perché non ci piace l'idea di società che ci sta dietro allora stiamo «illegittimamente invadendo la sfera del bene di ognuno».

Nelle città si dovrebbe rispondere a un semplice e uniforme «codice urbano» che disciplina il modo in cui suoli ed edifici possono essere usati e trasformati. Un codice che vieti unicamente le cosiddette «esternalità negative»: emissioni di rumori, polveri, sostanze inquinanti, sottrazioni di aria, luce, ecc. Gli stessi principi vanno applicati anche agli indici di edificazione: un indice volumetrico unico per tutti i suoli, con la possibilità di cedere e vendere le cubature risultanti. Per stabilire queste regole astratte e generali - «non sarà sufficiente la maggioranza semplice, ma saranno necessarie maggioranze più ampie e procedure particolari, non ordinarie». Questo per sottrarre il diritto ai capricci delle maggioranze di turno. Infine, all'amministrazione il compito di pensare a pochi e oculati servizi e infrastrutture.

Da Il Giornale, 29 marzo 2013

Shale gas. Sfide tecnologiche e rivoluzioni geopolitche

Lo sfruttamento di shale gas e shaleoil negli Stati Uniti sta di fatto portando ad una vera rivoluzione energetica. Perlomeno per quanto riguarda gli americani e le leve di potere nelle relazioni geopolitiche che gli USA avranno nei confronti degli altri paesi. Questo è venuto a raccontarci Frank A. Verrastro, senior vice president del Center for Strategic and International Studies (Csis) di Washington, un autorevole esperto di energia che ha spesso collaborato anche con la Casa Bianca. Verrastro è stato ospite nei giorni scorsi di alcuni incontri organizzati presso diversi centri studi italiani.

Uno di questi, l’Istituto Bruno Leoni, ha ospitato una breve conferenza dell’esperto americano, che ha illustrato le tecnologie di fracturing utilizzate per sfruttare i giacimenti da rocce scistose e ha parlato di un potenziale sufficiente a coprire le esigenze di mercato per decenni.

Dalla relazione di Verrastro è emerso un acceso dibattito interno che vede da una parte i sostenitori dell’utilizzo interno di queste nuove immense disponibilità di gas e dall’altra i sostenitori della linea dell’esportazione.

Tuttavia il futuro sfruttamento massiccio di queste risorse non è privo di sfide e di problematiche importanti da affrontare. Sul piano tecnico/economico intanto non tutti i giacimenti sono uguali, le problematiche estrattive impongono investimenti non da poco, non solo ai fini dell’estrazione vera e propria ma anche dal punto di vista delle infrastrutture. Anche dal punto di vista regolatorio e ambientale non mancano le criticità: l’uso massiccio dell’acqua e dei componenti chimici aggiuntivi, i rischi sismici, le conseguenze sull’ambiente e sulla sicurezza. Non esiste ovviamente uno storico a cui fare riferimento, la storia del fracturing e dell’estrazione di shale gas e shaleoil si sta scrivendo in tempo reale.

Non mancano peraltro manifestazioni di opposizione anche da parte di movimenti di opinione condotti da star di portata mondiale, come il videorap realizzato da Yoko Ono e Sean Lennon. Si tratta però spesso, incluso questo caso, di contestazioni strettamente locali, legate alla storia e alle specificità di un singolo territorio.

Verrastro dice che dal punto di vista ambientale il vero problema, sul quale occorre sviluppare investimenti e ricerca, è l’uso massiccio di acqua. Non solo, ma si profila anche un altro tema: l’improvvisa abbondanza di risorse fossili a basso costo impone agli USA una riconsiderazione delle politiche ambientali in relazione al cambiamento climatico.

Va comunque ricordato che l’approccio americano alle questioni ambientali è molto diverso da quello europeo, e da quello italiano più specificamente. Le leggi che regolano le autorizzazioni ambientali (environmental assessment) sono più tolleranti di quelle italiane e fanno riferimento a condizioni idrogeologiche e sismiche completamente diverse.

A conclusione della breve conferenza Verrastro ha affermato che il gas, e la sua improvvisa disponibilità in grandi quantità negli Stati Uniti, di fatto annullerà l’uso del carbone come combustibile, non essendo più giustificato economicamente. Qualcuno ha fatto notare che, per contro, proprio per la stessa ragione nel resto del mondo si avrà l’effetto opposto!

Da Festivaldellenergia.it, 26 marzo 2013

Perché la strategia energetica di Passera puzza un po' troppo di dirigismo

L'energia sta tornando sotto la cappa del dirigismo? Sono diversi i segnali che sembrano spingere in questa direzione; e, ciò che è peggio, sono segnali coerenti ma indipendenti tra di loro. L'ultimo in ordine di tempo è il rilascio della nuova versione della Strategia energetica nazionale (Sen), il documento con cui il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, intende scolpire l'ultima parola su un mandato non proprio entusiasmante. La Sen aggiorna la prima versione, circolata nei mesi scorsi, e disegna una profonda revisione delle logiche che hanno guidato il settore negli ultimi 13 anni. Infatti abbandona il principio per cui gli investimenti (in particolare in infrastrutture) devono essere lasciati al libero gioco del mercato, e riporta le redini nelle mani dell'esecutivo. In base all'argomento che, per avere concorrenza, occorre disporre di un eccesso di capacità infrastrutturale, pretende - per esempio - di fissare il numero di terminali di rigassificazione "necessari" e promette di creare le condizioni perché la realizzazione sia finanziata interamente dai consumatori, eliminando ogni rischio d'impresa. Ironicamente, il numero di rigassificatori scende dai 3-4 della prima versione a uno solo in quest'ultima: indice che, in fondo, le informazioni a disposizione del "regista" politico non sono così accurate.

Purtroppo, è assai improbabile che il governo possa azzeccare davvero la capacità d'importazione "ottima". Il fatto però che alcune opere siano sussidiate, altre no, distrugge ogni incentivo a investire e rischiare se non al di sotto dell'ombrello governativo, e conduce alla quasi certezza che ci troveremo con una capacità di importazione o sovra o sotto-dimensionata. In entrambi i casi saranno i consumatori a pagare il prezzo: o attraverso un eccesso di costi fissi da remunerare in bolletta, oppure attraverso la rendita di monopolio incorporata nei prezzi del gas. Le forze di mercato - domanda e offerta - che avrebbero potuto indirizzare gli investimenti vengono, forzatamente, ridotte al silenzio.

Le cose non vanno meglio se si guarda a un altro segmento del business, quello della vendita al dettaglio di gas. Proprio nel giorno in cui l'ex monopolista, l'Eni, annunciava la possibilità di aumentare il dividendo, l'Autorità per l'energia chiudeva una consultazione sulle modalità di determinazione delle condizioni economiche per i clienti "vulnerabili", cioè i clienti domestici che non hanno scelto il loro fornitore. In soldoni, il regolatore propone di determinare i prezzi del gas sulla base dei soli valori sui mercati spot (cioè la "Borsa" del gas in cui figurano gli scambi giorno per giorno), con l'aggiunta di una componente tariffaria volta a "rimborsare" i titolari di contratti di lungo termine (oggi meno convenienti). L'Autorità, cioè, si trova a determinare indirettamente le strategie di approvvigionamento per tutti i venditori. Va detto che non si tratta di una scelta autonoma, in quanto il regolatore non fa altro che obbedire al decreto "cresci Italia" che spingeva proprio in questa direzione. Anche in questo caso, insomma, la politica ha rifiutato la scelta più naturale - riconoscere che i consumatori sono adulti e posso no decidere da sé - e ha preferito battere la via del paternalismo.

La ciliegina sulla torta viene dalle reti locali del gas, dove una serie di interventi governativi, sulla scorta dell'analisi prodotta dal precedente collegio dell'Autorità, punta a "consolidare" il mercato nelle mani di pochi, grandi soggetti, la maggior parte dei quali pubblici. La riduzione degli spazi di concorrenza a tutti i livelli è insomma una tendenza coerente: nell'approvvigionamento per effetto della revisione dei prezzi di riferimento, nelle infrastrutture d'importazione a causa della Sen, e nelle reti locali come conseguenza della definizione di ambiti tariffari di dimensioni medio-grandi. Non sorprende che ciascuno di questi segmenti sia presidiato dalla Cassa depositi e prestiti, vero e proprio ombrello della ricentralizzazione energetica e azionista di controllo di ciascun soggetto dominante in ogni mercato energetico. Salviamo il capitalismo dai capitalisti di stato.

Da Il Foglio, 20 marzo 2013
Twitter: @CarloStagnaro

L'energia in Italia tra incertezza e dirigismo

L'incertezza politica che si è venuta a determinare dopo le elezioni non è priva di conseguenze sul settore energetico. Anzi: è destinata a prolungare e aggravare la crisi profonda che interessa tanto il comparto elettrico quanto quello della raffinazione, e a mantenere a "bagnomaria" il mercato del gas. Andiamo con ordine.

Per quanto riguarda la raffinazione, la politica ha finora ignorato le difficoltà in cui l'industria si dibatte, ritenendola una florida gallina dalle uova d'oro a cui ricorrere nei momenti di difficoltà. In realtà, il calo dei consumi di prodotti petroliferi è la caratteristica strutturale di una società matura, e non a caso è un fenomeno di dimensione europea. Aggravato, nel nostro paese, dai continui e dissennati aumenti delle accise, che ci hanno portato ai primi posti in Europa per l'esosità del fisco alla pompa, senza peraltro essere in posizione ugualmente alta se si guarda al reddito pro capite.

Il risultato è una contrazione della domanda senza precedenti. Risultato: la capacità di raffinazione, che già si era dimezzata nell'arco degli anni Ottanta, è oggi sfruttata a un tasso di carico di poco superiore alla metà. Diversi impianti hanno ridotto le linee di produzioni o hanno chiuso, e altri li seguiranno. Per varie ragioni, l'Italia si trova, almeno in teoria, nella condizione di limitare i danni se saprà sfruttare i suoi vantaggi competitivi e farsi polo di raffinazione a livello comunitario. Ma questo presuppone anzitutto una presa d'atto della situazione in cui versa l'industria: il nuovo Parlamento avrà la lucidità per farlo? O, in caso contrario, avrà la freddezza di decidere in modo consapevole che la crisi della raffinazione non è un problema del paese? Entrambe le strade sono legittime. Andrebbe però evitato il sentiero percorso finora, di negare ostinatamente le difficoltà salvo poi strabuzzare gli occhi di fronte a licenziamenti e cassa integrazione.

Una situazione di analoga difficoltà è quella del settore elettrico. Da un lato, il calo della domanda e l'aumento della produzione "verde" hanno compresso volumi e margini per i produttori tradizionali, che oggi si trovano stretti tra l'incudine e il martello e, per far tornare i conti, devono ridimensionare il parco di generazione. Dall'altro, i rinnovabilisti, che nel passato hanno goduto di sussidi ultra generosi, hanno adesso davanti a sé remunerazioni assai meno pingui (e il conseguente rischio di creare ulteriore disoccupazione, visto che la maggior parte degli addetti sono nell'installazione degli impianti, non nel loro esercizio). Se l'offerta piange, la domanda non ride, essendo gravata dal peso dei sussidi (che si stima arriverà a regime nell'ordine dei 12 miliardi di euro all'anno) e dai costi di rete riconducibili alla generazione intermittente.

Oggi si discute su una serie di correttivi da introdurre per tener conto di queste evoluzioni, a partire da un meccanismo di remunerazione della capacità non utilizzata e dell'obbligo per i produttori intermittenti di pagare i costi derivanti dagli sbilanciamenti da loro stessi prodotti. A seconda di come vengono disegnate, queste misure possono essere più o meno coerenti tra di loro e più o meno coerenti col disegno di un mercato concorrenziale. E' urgente, sul tema, una seria riflessione politica.

Così come è urgente una riflessione ugualmente seria sull'opportunità di mantenere prezzi di riferimento sia elettrici sia del gas e, attraverso di essi, continuare a ingessare una parte della domanda a più di un decennio dalla liberalizzazione. Peraltro, la ridefinizione dei prezzi di riferimento del gas da parte dell'Autorità sta destando clamore per le sue potenziali conseguenze distorsive. Ma, più in generale, è lo stesso mercato del gas che deve essere ripensato, stretto com'è tra l'incudine (dirigista) dell'Autorità lato prezzi e quella (ugualmente dirigista) della Strategia Energetica Nazionale, con la sua pretesa di dettare, sussidi alla mano, quali e quante infrastrutture vadano realizzate.

Insomma: tutti i settori energetici vivono oggi una forte tensione tra una liberalizzazione che è decollata solo in parte, una serie di costi indotti da politiche sbagliate e i ritorni di fiamma della pianificazione politica e burocratica. Tensione che risulta amplificata da due questioni irrisolte, o accantonate ipocritamente fino a ora. Una è relativa alla presenza pubblica nel mercato: ha ancora senso che lo Stato partecipi al gioco del mercato attraverso imprese (peraltro in posizione dominante) da esso stesso controllate? Secondo: se l'energia è - come tutti dicono - un settore "strategico", e se è - come è - un settore in crisi, perché deve essere ancora fiscalmente maltrattata? Sugli operatori energetici grava infatti un'addizionale Ires di 10,5 punti (la famigerata Robin Hood Tax) che appesantisce gli investimenti e rende rugginosa la competizione.

In sostanza, i mercati energetici, pur in modo diverso e con problemi differenti, hanno mostrato in questi anni vitalità e spirito di cambiamento. Ma hanno bisogno, oggi più che mai, che vengano compiute scelte chiare e che venga definito un quadro di riferimento chiaro. Poiché una serie di nodi stanno venendo al pettine contemporaneamente, è essenziale che la politica sappia esprimere degli interlocutori. Altrimenti, anche da questo settore arriveranno grattacapi tali da far apparire quelli degli anni scorsi come la piccola punta di un grande iceberg.

Da QualEnergia.it, 14 marzo 2013

Le tattiche sul gas della Strategia energetica del governo

Le stime del governo sul futuro energetico italiano non sono rosee. E così la versione definitiva della Strategia energetica nazionale appena trasformata in un decreto firmato dai ministri dello Sviluppo e dell’Ambiente, rispettivamente Corrado Passera e Corrado Clini, “taglia al ribasso anche i programmi delle nuove infrastrutture metanifere italiane di cui il Paese avrà (secondo il Governo) bisogno, e che quindi meritano di essere in qualche modo sovvenzionate. Non più di un nuovo rigassificatore dei tre o quattro in costruzione o in progetto. E stop anche all’ulteriore sviluppo degli stoccaggi”, si legge sul Sole 24 Ore.

Un solo nuovo rigassificatore
Per il governo dunque è necessario un solo grande rigassificatore, aggiuntivo ai due in funzione (Panigaglia e Rovigo) e quello che sta per entrare in funzione a Livorno. “Nel documento – sottolinea il Sole 24 Ore – si propone di dare garanzie sussidi diretti al rigassificatore ‘eletto’ (quale e dove è evidentemente da decidere) che dovrà comunque avere una capacità di 8 miliardi di metri cubi, con un contributo alla punta di 24 milioni di metri cubi giornalieri, ‘incrementabili a 16 nel caso non si realizzasse almeno uno dei nuovi gasdotti di importazione’ previsti da oriente”.Un solo rigassificatore con garanzie pubbliche anche finanziarie. Tutto il resto al mercato. “Non è un buon segnale per i tanti che si stanno impegnando nei rigassificatori, che (va ricordato) sono la soluzione più proficua non solo per rafforzare il nostro import ma anche per differenziare (elemento ancora più importante) le fonti di approvvigionamento”, commenta Federico Rendina sempre sul quotidiano della Confindustria.

Il parere del liberista Stagnaro
Critico nei confronti della decisione del governo è il direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni, l’esperto di questioni energetiche Carlo Stagnaro. “La revisione della Sen – spiega in una conversazione con Formiche.net – prende atto di una congiuntura peggiore delle aspettative, e su questa base rivede al ribasso la stima delle necessità infrastrutturali italiane. Il dato più significativo è che il numero di rigassificatori che possono essere ammessi al pieno recupero dei costi di costruzione scende dai 3-4 precedentemente ipotizzati a uno solo”.

La decisione del governo causa di distorsioni di mercato
Le stime sui consumi certo non incoraggiano. “Aritmetica alla mano – prosegue – questa decisione è conseguenza della diminuzione della domanda attesa, stretta tra il calo dei consumi dovuto alla recessione e l’aumento della produzione elettrica da fonti rinnovabili (che comporta una minore produzione delle centrali termoelettriche)”. L’anomalia? “Sta nel ‘manico’: cioè l’idea che spetti al governo decidere quali e quante infrastrutture vanno realizzate, introducendo una forte distorsione nel mercato. Infatti, se un numero limitato di rigassificatori (uno) possono accedere a formule di remunerazione in tariffa, e dunque essere realizzati a rischio zero per l’investitore, mentre tutti gli altri dovranno essere realizzati a pieno rischio dell’investitore, è chiaro che si sta implicitamente fissando il numero di rigassificatori da realizzare – punto. Se il terreno del gioco competitivo non è adeguatamente livellato, i giocatori non si presentano all’appuntamento. Per fare una metafora calcistica, è come se si dichiarasse che la squadra X può fare libero uso di sostanze dopanti: è molto probabile che la squadra avversaria neppure si presenti alla partita!”, sottolinea.

L’Italia come hub del gas
Ma secondo Stagnaro l’equivoco di fondo sta a monte: “La Sen coltiva l’obiettivo ambizioso di fare dell’Italia un hub del gas. Ma non si diventa un hub perché lo decide il regolatore, o il gestore della rete: si diventa un hub perché esistono condizioni economiche per farlo. In particolare, l’Italia può diventare l’hub per il Sud Europa se ha l’aspettativa di importare da sud gas a prezzi inferiori di quelli che si trovano a nord delle sue frontiere. Se c’è questa aspettativa, in assenza di distorsioni, il processo di infrastrutturazione è guidato da forze di mercato. Invece noi, attraverso la Sen, stiamo praticando una sorta di ‘ego te baptizo piscem’: fingiamo che l’Italia sia un hub e sulla base di questa finzione spendiamo denaro dei consumatori per realizzare infrastrutture addizionali”, osserva.

Il paradosso che ha portato alla revisione della Sen
Il risultato paradossale “è che ci troveremo o con un eccesso infrastrutturale (per cui i consumatori pagheranno in bolletta dei costi fissi per opere improduttive) oppure il sistema, qualora per qualche congiunzione astrale davvero dovessero crearsi le condizioni per diventare hub, faticherebbe ad adeguarsi a causa della discontinuità tra le opere sussidiate e quelle no. E’ estremamente improbabile che la capacità d’importazione individuata dalla Sen sia quella ‘ottima’, che il mercato avrebbe trovato da sé: e la dimostrazione dell’incapacità dei pianificatori centrali di possedere tutta l’informazione necessaria viene proprio dalla Sen, che a distanza di pochi mesi ha completamente rivisto le sue stesse stime!”.

Da Formiche.net, 13 marzo 2013

Decrescita ed energia verde le ricette della Grillonomics

Il successo nazionale del Movimento 5 stelle è conseguenza della crisi globale. Non ci sarebbe Beppe Grillo sulla scena politica se non fossimo dentro la più grave recessione del dopoguerra. È il crollo del Pil e il drammatico sboom dell'occupazione che alimentano il rancore, l'antipolitica, la ribellione che dal locale si espandono via via ai livelli superiori. La decrescita alimenta il populismo e anche qualcosa di peggio, come dimostrano la storia europea e ancora le cronache greche e ungheresi.

I nostri grillini sono parenti stretti dei madrileni di Puerta del Sol come dei giovani americani di Occupy Wall Street, figli tutti di Stéphane Hessel e del suo "Indignatevi!". Un'onda che si è sollevata. Il loro è un diverso punto di vista, contrapposto a quel che è stato il pensiero unico del neoliberismo suggerito su larga scala e con scarsi (o pessimi) risultati dagli economisti del Fondo Monetario Internazionale di Washington. Che in Europa ha condotto alle rigidità del fiscal compact (stupido?) e in Italia, di conseguenza, a un'austerità senza precedenti. Un mix micidiale: recessione e politiche di austerity. Con effetti profondi e devastanti sulla struttura produttiva del nostro paese: abbiamo perso 70 mil a aziende nell' ultim o quinquennio, i senza lavoro, compresi i cassintegrati, superano largamente i 3 milioni di persone, quasi il 40% dei giovani è disoccupato, le banche hanno chiuso il credito alle aziende, i consumi interni sono crollati, le distanze sociali si sono allargate, circa il 30% della popolazione è a rischio povertà. Sono numeri impressionanti, mai visti nell'ultimo mezzo secolo. Anche per questo il Movimento è diventato il primo partito d'Italia. Non è solo colpa della casta dei politici, per quanto sia un fattore determinante. Hanno scritto sul Blog di Grillo il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz e Mauro Gallegati, professore di economia ad Ancona e intellettuale organico alla rete del Movimento: «Non proponiamo nuove strategie di crescita, ma un diverso modo di vivere e produrre». Questa è la premessa per rileggere il programma economico del 5 stelle, nel quale statalismo e liberismo convivono in smaccate contraddizioni; dove destra e sinistra si confondono in un impasto post-ideologico dai confini incerti; dove l'iperegolazione si alterna a misure pro market di cultura liberale; dove non c'è spazio - mai - per il modello neo corporativo della contrattazione sociale tra sindacati e industriali bensì per un modello partecipativo pre-capitalista di cogestione imprenditore-lavoratore priva di corpi intermedi; dove il contrasto alla precarietà diventa poco più che uno slogan («abolire la legge Biagi») senza traiettorie pratiche e la proposta di un reddito di cittadinanza la suggestione di un welfare finalmente universalistico di stampo nord europeo; dove il neo ambientalismo, che fa perno sulla produzione di energia pulita, si intreccia con un modello di sviluppo local molto ardito a protezione dell'italianità; dove, infine, i "nemici" sono simbolicamente le banche, le corporation multinazionali e i nostri monopoli parapubblici (Eni, Enel, Autostrade e il, fondo anche Telecom). E un programma work in progress, o un patchwork, tra idee strampalate (abolire Equitalia, per esempio), radicali, prive di copertura finanziaria e suggerimenti largamente ragionevoli come l'adozione della banda larga dovunque. Dove la tanto discussa proposta di superare la moneta unica si è ormai scolorita, ha attraversato l'ipotesi di un referendum popolare (impossibile su un trattato internazionale) ed è approdata definitivamente a un tavolo di confronto, stando all'ultima intervista di Grillo alla rete statunitense Cnn. Ha fatto i conti con la realtà insomma.

E' un amalgama inedito il programma economico grillino. Che nor, serve (ancora) per governare bensì per raccogliere consenso. Popolare, Di certo, con le idee di Grillo bisogna cominciare a fare i conti. Insomma, si deve provare a capire cosa può essere la Grillonomics.

Nel nome c'è già la parte ideologica del programma economico. «Si può dire - sostengono Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini ne "Il partito di Grillo" appena uscite per il Mulino - che il M5s nasce insieme al suo programma, anzi è il suo programma. Le 5 stelle, contenute nel simbolo, indicano infatti i 5 valori fondativi e obiettivi politici intorno a cui il Movimento è nato: acqua, ambiente, energia, trasporti, sviluppo». Interessi locali (emblematica l'adesione al movimento "No Tav") declinati su scala nazionale.

Euro. Parte dal locale anche il dissenso sull'euro, più sulla sua costruzione che ha tolto agli stati la leva della politica monetaria, che sulla sua stessa esistenza, tanto che ormai nessuno sostiene nettamente che si debba tornare alla lira. Dopo tante tappe di avvicinamento, il Movimento sembra proporre innanzitutto una rivisitazione dei vincoli europei, dei tempi per il raggiungimento del pareggio di bilancio. L'euro viene identificato come il simbolo di una integrazione europea calata dall'alto e subita da imprese e famiglie. E più una questione democratica, insomma, che strettamente economica. Anche perché sono stati proprio Stiglitz e Gallegati a sostenere che l'uscita dall'euro «colpirebbe pesantemente il ceto medio, lo stesso che ora sta pagando i sacrifici richiesti dalla strategia di austerità». Due alternative allora o un'Europa politica e monetaria sul modello degli Stati Uniti, oppure un'euro 2 per i paesi del sud, lasciando l'euro forte alla Germania e ai suoi "satelliti".

Debito pubblico. Velleitaria, e dannosa, appare la proposta di rinegoziare il debito pubblico prossimo al 130% del Pil. L'idea abbozzata è quella di collocare i titoli pubblici a tassi bassissimi, lo 0,001%. Una provocazione più che una proposta. Si risparmierebbero risorse - dicono - per destinarle agli investimenti produttivi. Hanno commentato Mario Centorrino e Margherita Billeri sul sito www.nelmerito.com: «Molte famiglie vedrebbero ridimensionarsi una fonte importante di entrate, ma soprattutto gli investitori non ne sottoscriverebbero di nuovi, percependo il paese come insolvente». Un autogol. Di vero, dietro la ristrutturazione del debito, c'è l'allarme sul rischio che si siano già tutte ipotecatele risorse necessarie per sostenere le generazioni più giovani. Questione centrale nella strategia del movimento.

Patrimoniale. Vago finora il progetto su una patrimoniale. Sui patrimoni immobiliari o su quelli personali? In attesa di capirne di più è chiaro però a cosa servirebbero i proventi: a finanziare il reddito di cittadinanza, a sostegno - par di capire perché anche qui il disegno non è completo - di coloro che hanno perso il lavoro. «Il reddito di cittadinanza non è più un optional, ma una necessità per fronteggiare una fase storica in cui il divario sociale si sta ampliando a livelli da Ottocento» (da www.beppegrillo.it, "Altavoracità").

Energia. Dettagliato, invece, il piano energia che scommette sul riscaldamento a basso impatto ambientale, la cogenerazione e l'efficienza di tutto il sistema. Si insiste molto sugli incentivi fiscali per le rinnovabili e si propone l'abolizione del Cip6. Nessuna nuova centrale, dicono i grillini. «La prima cosa da fare è accrescere l'efficienza e ridurre gli sprechi delle centrali esistenti, accrescendo al contempo l'efficienza con cui l'energia prodotta viene utilizzata dalle utenze (lampade, elettrodomestici, condizionatori e macchinari industriali)». Pacchetto bocciato, però, dal liberista Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni: «Solita fuffa sulle rinnovabili, priva di qualunque collegamento con la situazione attuale. In particolare, i grillini sembrano non essersi accorti che il sistema elettrico italiano soffre, oggi e nel futuro prevedibile, di overcapacity, quindi l'ultimo dei problemi è accrescere la potenza disponibile».

Finanza. Ricetta liberal per i mercati finanziari con le idee di superare il meccanismo delle "scatole cinesi" del nostro capitalismo senza capitali e quello perverso degli incroci azionari tra banche e industrie e di impedire scalate a debito come quella di Telecom da p arte di Tronchetti Provera. «Proposte pro mercato - commenta Francesco Daveri ordinario all'Università di Parma-perché i mercati per funzionare hanno bisogno di regole e di trasparenza. E in questo Grillo appare molto più avanti rispetto a Bersani, probabilmente con qualche scheletro nell'armadio a cominciare dall'affaire Monte Paschi per finire aitanti casi di società partecipate dagli enti locali». Si presenta liberal anche la proposta di rafforzare la nostra rachitica class action e copiare il modello statunitense. Non si capisce perché poi si debbano abolire le authority del mercato anziché rafforzarle e sottrarle alla lottizzazione partitica. Insomma c'è ancora molta confusione sotto il cielo. Ma è meglio cominciare a non sottovalutare la nascente Grillonomics.

Da Repubblica - Affari e Finanza, 4 marzo 2013

Quell'idolo blu che svela la natura

Prostrato «dalla sifilide e da una serie d'infarti» - scrive Edward O. Wilson, grande entomologo e genetista, uno dei padri della sociobiologia - Paul Gauguin «si mise a dipingere il quadro più grande e importante della sua vita». Nel quadro appaiono un neonato, un adulto «di sesso incerto» con le braccia levate, la Morte e una coppia che si divide una mela, come Eva e Adamo nel Giardino dell'Eden. C'è anche un «idolo blu», in rappresentanza, dirà poi Gauguin, della «nostra anima primitiva» e, «nell'angolo in alto a sinistra della tela», si legge il titolo del quadro: D'où venons/Que sommes nous/Où allons nous.

È l'incipit d'un grande libro di divulgazione: La conquista sociale della Terra, l'ultimo di Wilson, oggi ottantacinquenne, autore con Bert Hölldobler, suo collega a Harvard, del classico Formiche e del più recente Il superorganismo. Non c'è altro, stringi stringi, e non solo per scienziati e filosofi, che quella domanda: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Ci sono già delle risposte, sia pure solo abbozzate, e tutte conducono darwinianamente all'esatto centro della «nostra anima primitiva», dove campeggia l'«idolo blu» di Gauguin: il nostro bagaglio genetico, la nostra storia di specie. Siamo il prodotto finale ma non definitivo d'una selezione di caratteristiche biologiche utili a sopravvivere e a competere con altre specie in un mondo bizzarro e cattivo. Come le formiche, insetti sociali e specializzati al servizio della formica regina, anche gli uomini non possono saltare oltre il proprio Dna e sono chiusi, oltre che nel recinto delle propria biologia, in una rete di complesse relazioni sociali, a loro volta biologicamente determinate. Come nell'idolo blu di Gauguin, come nei suoi sogni tahitiani dai colori troppo accesi e febbrili, c'è La politica secondo Darwin, dove si spiega che la filosofia morale, ignorando o trascurando le basi genetiche della condizione umana, commette più errori pratici e teorici di quanti ne denunci, o ne risolva. Wilson aggiunge, a queste valutazioni sulla morale dei filosofi, da Karl Marx a John Rawls, le sue stringenti osservazioni sulle religioni e sulle ideologie politiche, che da un pezzo non incarnano più un vantaggio evolutivo.

«Se la natura umana grezza venisse alla luce [...] sarebbe di nostro gusto?» si chiede Wilson. «La sua percezione è distorta da interessi personali e idiosincrasie. Gli economisti ci hanno girato attorno, i filosofi abbastanza coraggiosi da mettersi sulle sue tracce si sono sempre smarriti. I teologi gettano la spugna, attribuendola in parti diverse a dio e al diavolo. Ideologi e politici, spaziando dall'anarchismo al fascismo, l'hanno definita a proprio esclusivo vantaggio». A indovinare il disegno della natura umana ci sono soltanto i Tarocchi di Paul Gauguin: un neonato, Eva, Adamo, l'Albero della Conoscenza, la Morte, un idolo blu.

Da Sette, 1 marzo 2013

La politica secondo Darwin. L'origine evolutiva della libertà di Paul H. Rubin, IBL Libri 2009, pp 379, 24 euro

L'economia a cinque stelle tra ecologia e statalismo

I partiti tradizionali (i conservatori britannici, i socialdemocratici tedeschi e via dicendo) poggiano su una filosofia che implica anche una ben precisa impostazione in ambito economico.

Cosa sappiamo, però, di una realtà atipica come il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo? Quali sono le sue tesi e proposte? Si tratta d'interrogativi importanti, dato che già ora lo sbarco a Roma dei nuovi eletti sta condizionando in modo significativo la scena politica e tra pochi mesi, se si dovesse tornare alle urne, essi potrebbero diventare i nuovi padroni del Palazzo.
Anche se si presenta come un movimento post-ideologico, il partito di Grillo poggia su principi politici ben definiti. In particolare, le cinque stelle del nome indicano proprio i temi cruciali di questo movimento: l'acqua pubblica, le energie rinnovabili, meno automobili e più tram, i rifiuti zero, il wifi gratis.

Tutto qui? No di certo. Nel suo insieme, l'ideologia dell'M5S è riconoscibile a un mix di ecologismo e statalismo. Secondo Grillo non solo deve essere "pubblica" l'acqua, ma pure la sanità e l'istruzione. Sono poi da avversare le grandi infrastrutture e in generale le industrie produttive tradizionali, che devono lasciare lo spazio a piccole imprese verdi o iper-tecnologiche.
Un altro punto importante è il progetto di assicurare a ogni italiano un reddito di cittadinanza: e si parla di mille euro a testa. Di fronte alle esigenze di finanziare tutto ciò, i grillini hanno dato risposte di diverso tipo.

In primo luogo, essi fanno riferimento all'urgenza di trovare risorse grazie a una riduzione dei costi della politica. Questo però non basta di certo. Per reperire risorse ecco allora l'ipotesi di uscire dall'euro e, tornati alla lira, "stampare" quanto serve. Ovviamente tutto ciò genererebbe inflazione e la distruzione di ogni risparmio, ma la cosa non sembra inquietare Grillo e i suoi, che d'altra parte sono disposti a "ristrutturare" il debito pubblico, mandando in fumo i risparmi dei titolari dei buoni di Stato.

Nelle ultime ore, il comico genovese ha anche sostenuto che per garantire mille euro a tutti potrà essere necessario appiattire stipendi pubblici e pensioni. L'abolizione di ogni differenza nelle retribuzioni statali sembra una provocazione, ma in realtà fa parte dell'armamentario propagandistico su cui il comico genovese ha costruito la propria fortuna elettorale. Il grillismo è un curioso mix di demagogia e contestazione del ceto dirigente italiano, ambientalismo e assistenzialismo, sopravalutazione dei poteri pubblici e pressapochismo.

Anche quando sembra immagina meno imposte per le piccole imprese o suggerisce la cancellazione dell'Imu sulla prima casa, Grillo non esce dal cliché di un populismo irresponsabile. In particolare, manca qualsivoglia idea forte per ridurre le spese, il carico fiscale che uccide il Nord (e soprattutto la Lombardia), il debito statale e previdenziale.

Grillo si presenta come un santone, ma quella che Thomas Carlyle chiamò la "scienza triste", l'economia, poco si presta alle ricette degli sciamani o alle facili narrazioni degli incantatori delle folle. Temo che avremo modo di sperimentarlo.

Da La Provincia di Varese, 28 febbraio 2013

I costi dell’assicurazione sanitaria: un Briefing Paper

Il decreto Balduzzi sulla responsabilità medica non frenerà l'aumento dei premi assicurativi. Lo sostiene Lucia Quaglino, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper "I costi dell’assicurazione sanitaria: Analisi delle cause e proposte di policy per un mercato più efficiente” (PDF).
I premi assicurativi per responsabilità medica sono in significativa crescita. Secondo Quaglino, concorrono, tra le cause, un'elevata litigiosità frutto dell'evoluzione del concetto di responsabilità medica, che ha ridotto gli oneri probatori a carico di chi muove denuncia e a svantaggio dei medici, l'ampliamento dei diritti riconosciuti dai tribunali ai pazienti e l'aumento dei risarcimenti a loro dovuti. L'estensione delle tipologie dei danni risarcibili, oltre che dell’ammontare dell’indennizzo, ha peraltro ridotto l'offerta da parte delle compagnie assicurative sanitarie, contribuendo a sua volta all'aumento dei premi. Per Quaglino, "L’assicurazione è uno strumento fondamentale per il funzionamento dei sistemi economici complessi come la sanità. Una dinamica come quella attualmente in corso per i casi di malpractice può avere effetti deleteri su tutto il sistema: può indurre una sopravvalutazione dei rischi da parte dei medici e ingenerare una spirale negativa dei costi, per le singole strutture e per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nel suo complesso".
Sebbene nel decreto Balduzzi questo tema sia stato preso in considerazione, le misure adottate non appaiono sufficienti e adeguate. Per intervenire in modo più efficace in tale settore, sostiene Quaglino, sono necessari la revisione del concetto di responsabilità e dei criteri di liquidazione; sarebbero inoltre opportuni dei corsi di formazione per migliorare comunicazione e rapporto medico-paziente; si potrebbero quindi creare dei fondi per coprire i “cattivi rischi” e i casi in cui non è possibile, o è troppo complesso, identificare un responsabile; infine, andrebbe incoraggiato il ricorso a forme alternative di soluzione delle controversie per ridurre il numero di processi. Su tutto, grava infine il problema della lentezza della giustizia.
Il Briefing Paper "I costi dell’assicurazione sanitaria: Analisi delle cause e proposte di policy per un mercato più efficiente" di Lucia Quaglino è liberamente disponibile qui (PDF).

Un mutante chiamato Tares

Peggio di dover pagare le tasse, c’è doverne pagare di più senza sapere quando.
Le vicissitudini della Tares – il tributo comunale sui rifiuti e servizi indivisibili la cui prima rata è di imminente scadenza in molti comuni – sono uno degli esempi più lampanti nel recente panorama tributario delle condizioni di sudditanza del contribuente italiano.
Introdotta alla fine del 2011 per sostituire la Tarsu e la Tia (la tariffa di igiene ambientale) e compensare i tagli dei trasferimenti statali, è evidente che la Tares costerà di più della somma dell’una e dell’altra, sia perché deve far fronte alle difficoltà di bilancio degli enti comunali, sia perché deve coprire al 100% i costi per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, che non erano integralmente coperti dalla precedente tassazione.
Ma, a parte il non piccolo dettaglio del livello di pressione fiscale locale, ciò che stride rispetto a un sistema tributario “sano” è che sulla Tares sono cuciti due tributi di natura diversa: la tassa sui rifiuti – ossia il corrispettivo per lo specifico servizio di gestione dei rifiuti – e l’imposta per i servizi indivisibili – ossia un onere fiscale richiesto a prescindere da un criterio di corrispettività rispetto a un preciso servizio e che serve a finanziarie spese indivisibili come anagrafe o polizia locale.
Di conseguenza, il cittadino sa di dover pagare probabilmente di più rispetto agli anni precedenti, ma non sa se questo di più servirà a migliorare la qualità di qualche servizio, data appunto la quota per servizi (e spese) indivisibili.
Quest’ultima quota, inoltre, è una vera e propria tassa patrimoniale, che si somma ad un’altra patrimoniale già pagata sugli immobili – l’IMU – facendo della Tares una sorta di Frankenstein fiscale che, oltre ad avere una doppia natura fiscale, è una sorta di doppione di un tributo già esigibile per il medesimo presupposto impositivo, in spregio ai principi fondamentali del diritto tributario.
Se vista poi dal lato della certezza del diritto – carattere che dovrebbe essere fondamentale nel diritto tributario, dove ogni errore è in genere colpa del contribuente – a solo una settimana da quella che doveva essere l’entrata in vigore dell’imposta, la legge di stabilità per il 2013 ne ha differito ad aprile 2013 l’operatività, per poi posticipare ulteriormente il versamento della prima rata al primo luglio 2013.
Ad aprile, stanti le difficoltà di rendere operativa la riscossione del tributo, il governo ha deliberato che, per l’anno 2013, le scadenze venissero fissate dai comuni.
A meno di tre mesi da quello che doveva essere il pagamento del primo acconto, gli italiani non sapevano quanto e come pagare. Tutt’ora, molti comuni non hanno ancora deliberato, mentre altri hanno fissato scadenze entro il mese di giugno e l’agenzia delle entrate ha approvato bollettini e codici di pagamento solo alla fine di maggio.
Insomma, l’unica certezza è stata ancora una volta che si pagherà di più.

Mobilità sanitaria: a rischio il diritto di scelta del luogo di cura

La regione Campania, sottoposta al commissariamento in materia sanitaria, ha recentemente stabilito che la scelta di curarsi fuori regione per alcune prestazioni sanitarie deve essere sottoposta ad autorizzazione.
La facoltà di scegliere il luogo di cura è uno degli aspetti che compongono il diritto alla salute, riconosciuto dalla Costituzione come fondamentale anche se condizionato alle possibilità e alle scelte di finanza pubblica e di organizzazione e gestione sanitaria.
Nel Briefing Paper “La cura è mobile” (PDF) Serena Sileoni – vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni – sostiene che limitazioni alla mobilità sanitaria come quelle approvate in Campania presentano profili di dubbia opportunità sulla efficacia del sistema sanitario pubblico, sulla sua qualità assistenziale e, elemento ancor più importante, sulla libertà degli assistiti di scegliere a chi affidare la propria salute. “L’iniziativa di porre sotto autorizzazione l’erogazione di prestazioni sanitarie in regioni limitrofe – spiega Sileoni - per quanto possa rientrare tra le facoltà della regione per bilanciare il diritto alla salute e l’equilibrio finanziario della spesa sanitaria, ha quanto meno l’amaro sapore di un ulteriore fardello sulle spalle dei residenti campani che, dopo essere utenti di un servizio comparativamente poco efficiente ma costoso, non possono nemmeno liberamente “fuggirne””.
Il Briefing Paper “La cura è mobile” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui: (PDF).

Assemblea Aiop: «Restauriamo la riforma del Ssn»

Non saranno la «spending review» e neanche qualche sua parente a salvare il soldato Ssn.
Per mantenere in vita il Servizio sanitario universale, solidaristico e pluralistico è necessario tornare all'imprinting british style della Riforma Amato-De Lorenzo, valorizzando il fattore cruciale del progetto varato negli anni '90: la piena concorrenzialità a parità di regole tra erogatori pubblici e privati. Uscendo dal circolo vizioso (e perverso) della reiterata sottostima del fabbisogno e dei conseguenti ripiani a piè di lista.
A individuare nel recupero dello spirito della legge delega 421/92 e nella sua piena attuazione l'ultima spiaggia per il mantenimento del servizio sanitario e dei Lea è il volume «La spesa sanitaria italiana - Quel che si vede, quel che non si vede» di Lucia Quaglino e Alberto Mingardi (Istituto Bruno Leoni) e di Gabriele Pelissero, presidente nazionale Aiop, presentato oggi in occasione della 49a assemblea annuale dell'associazione che rappresenta circa 500 ospedali privati, titolari del 25% delle prestazioni sanitarie totali e del 15% della spesa.

L'appello contenuto nel volume è stringente: si tratta di dare la prima vera chance a un modello mai veramente applicato «avviato stentatamente, tra incomprensioni e inadempienze legate alle rigidità conservative della rete di erogatori di diritto pubblico».
I 14 miliardi di tagli previsti alla spesa sanitaria per il triennio 2012-2014 («prevalentemente a carico del privato accreditato») - spiega l'analisi - aggrediscono un capitolo di spesa che risulta di fatto moderata, come emerge dal confronto in ambito Ocse sui trend dell'ultimo decennio. Tuttavia è plausibile per i prossimi venti anni (2011-2030) un aumento del fabbisogno finanziario tra il 47% e il 75% con ipotesi di incidenza sul Pil in crescita dal 7,7% al 9,2%.
In questo scenario, le derive finanziarie già in pista con la spending review rischiano solo di «deprimere un settore trainante per l'economia del Paese, fatto di capitale umano di qualità, di imprese operanti nell'hi-tech (farmaceutica, biotech) e nel medium hi-tech (diagnostica) a stretto contatto con università e centri di ricerca».
Per non ricadere nell'abbaglio indotto dal Rapporto Giarda 2012 - che aveva definito «aggredibile» il 33,1% della spesa sanitaria e aperto di fatto la strada ai tagli lineari marca Tremonti (e Monti) - dal volume presentato dall'Aiop arriva l'invito a una autentica alleanza tra pubblico e privato per l'apertura di un cantiere che ristrutturi dalle fondamenta il Ssn.

Tre gli interventi fondamentali: l'istituzione del pagamento a prestazione per tutti e non solo per i privati; il finanziamento razionale, ovvero il pagamento di tutte le prestazioni appropriate attraverso un tariffario che corrisponda realmente ai costi razionalmente rilevati; la ristrutturazione radicale della rete ospedaliera; l'istituzione di un organo di vigilanza e controllo autenticamente terzo rispetto a tutti gli erogatori.
L'alternativa è l'asfissia finanziaria che già travaglia l'intero sistema produttivo e il collasso del servizio pubblico, che «ribalterebbe sulle aziende italiane il costo insostenibile dell'assistenza sanitaria ai lavoratori».

«Se venisse meno la copertura pubblica - avvertono ancora Quaglino, Mingardi e Pelissero - finiremmo come gli Usa, dove le aziende devono sobbarcarsi anche il costo delle assicurazioni sanitarie dei propri dipendenti e delle loro famiglie». La posta in gioco, anche per i cittadini, è alta: la riduzione dell'ambito di copertura oggi offerto dal servizio sanitario pubblico, «vuoi come ridefinizione dei Lea vuoi come espulsione dal Ssn di fasce di popolazione oltre un dato livello di reddito».

Da Il Sole 24 ore, 6 giugno 2013

Deficit. Il pericoloso mito del nuovo tesoretto

La Commissione europea ha appena chiuso la procedura d'infrazione contro l'Italia per deficit eccessivo. La politica italiana ha risposto con una riforma del finanziamento pubblico ai partiti che, nella migliore delle ipotesi non farà aumentare le risorse erogate. Sembra infatti che si sia creata l'illusione che siamo tornati all'epoca dei tesoretti, dopo le manovre lacrime e sangue di questi anni. Il possibile e parziale allentamento della pressione comunitaria sui nostri conti pubblici potrebbe liberare, sotto forma di maggiore flessibilità sul deficit, una cifra stimata nell'ordine dei 12 miliardi di curo. Da qui la gara ad allocarli secondo le preferenze soggettive (e le clientele) di ciascuno: c'è chi parla di abolire il patto di stabilità interno per i piccoli Comuni, chi vorrebbe un rilancio degli investimenti pubblici (quali? chissà!), chi si lancia in futuribili riforme degli ammortizzatori sociali, chi vorrebbe sgravare le tasse, chi esercita la propria fantasia in stimoli di ogni genere. Tutti costoro farebbero bene a scegliere un bel silenzio. Per due ragioni. La prima: la fine dell'infrazione sta alla politica europea come l'accordo con la Svizzera stava al programma del Pdl. Una cornucopia capace di generare risorse infinite. Alla fine si scopre sempre che la coperta è di gran lunga troppo corta. La seconda ragione, più sostanziale, è che aver regolarizzato la posizione italiana non equivale a un mandato a sgarrare di nuovo. Al di là del difficile rapporto con l'Ue, è il giudizio dei mercati quello che pesa più di tutti: un giudizio che resta inevitabilmente severo e sospettoso.

Siamo o non siamo il paese che ha nascosto decine di miliardi di "investimenti" sotto il tappeto, salvo poi trovarsi oggi a smaltire un arretrato non interamente contabilizzato che costringe alla scelta tra rispettare gli obiettivi sul deficit e sancire la morte di dozzine di aziende altrimenti sane?

Un ex detenuto deve a sua volta impegnarsi per non tornare in carcere. La classe politica italiana si sta comportando come quel galeotto che, uscendo dalla prigione, confida al secondino che la sua prima tappa è una gioielleria.

Da Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2013
Twitter: @CarloStagnaro

Duplice fregatura senza logica

Finanziamento pubblico ai partiti: rivoluzione oppure "legge truffa", come l'ha chiamata Beppe Grillo? Forse "truffa" è un termine eccessivo ma - almeno a prima vista - siamo vicini alla presa per i fondelli. Ed è un peccato, perché il principio ispiratore della nuova normativa è condivisibile. L'idea è che il finanziamento ai partiti non debba più dipendere da una scelta amministrativa (che, oggi, cristallizza per l'intera legislatura il risultato delle elezioni), ma dalla libera espressione della volontà dei contribuenti.

A questo scopo vengono introdotti due strumenti: la possibilità di destinare alla propria forza politica il 2 per mille delle imposte sui redditi e la parziale deducibilità delle erogazioni liberali. Inoltre, è previsto un periodo di transizione da qui al 2016.

A prima vista, tutto bene. A guardar meglio, invece, c'è una duplice fregatura. La prima, e più tollerabile, sta nella transizione: per i prossimi tre anni, i partiti percepiranno una quota sostanziale di quel che ricevevano prima (circa la metà). La seconda fregatura è più seria, perché riguarda il meccanismo a regime. I contribuenti potranno scegliere se assegnare il 2 per mille a un movimento politico oppure lasciarlo allo Stato. In assenza di scelta esplicita "la quota di risorse disponibili, nei limiti di cui al comma 4, è destinata ai partiti ovvero all'erario in proporzione alle scelte espresse". Il comma 4 recita: "per le finalità di cui al presente articolo è autorizzata la spesa nel limite massimo di XXX milioni di euro". Sì, c'è proprio scritto "XXX", indice di quanto le trattative tra i tesorieri dei partiti e gli emissari del governo siano ancora roventi. In assenza di un tetto esplicito e ragionevolmente basso, potrebbero muoversi addirittura risorse superiori a quelle attuali (330 milioni di euro, pari al 2 per mille di 165 miliardi, contro i 200 milioni erogati col vecchio sistema).

Di per sé, il tetto non sarebbe un problema così gigantesco - è improbabile che tutti gli italiani siano così ansiosi di innaffiare di soldi i partiti... - se non ci fosse di mezzo la grande madre di tutte le beffe, cioè la distribuzione dei contributi non assegnati: una specie di moltiplicazione dei pani e dei pesci sotto il naso dei contribuenti. Logica vuole che, se un cittadino non indica un partito come beneficiario del proprio 2 per mille, non sia interessato alla cosa. Perché dunque attribuire comunque i soldi? Se poi si considera che il finanziamento pubblico ai partiti è solo la punta dell'iceberg - non dimentichiamo i fondi per i gruppi politici nelle istituzioni - allora cascano le braccia.

Quello che lascia sconsolati non è il continuo arrembaggio dei partiti al denaro pubblico: ci siamo abituati. Non è neanche l'arroganza: ci abbiamo fatto il callo. E l'agire alla luce del sole, come se non ci fosse nulla di male, col candore di chi non sente neppure il dovere dell'ipocrisia. Mazziati, ci sta: cornuti, per favore, no.

Da Il Secolo XIX, 1 giugno 2013
Twitter: @Carlo Stagnaro

Un nuovo volume IBL sulla spesa sanitaria italiana

È da oggi disponibile La spesa sanitaria italiana: quel che si vede, quel che non si vede, di Lucia Quaglino, Alberto Mingardi e Gabriele Pelissero. Il libro è acquistabile sul sito di IBL Libri al prezzo di 10,00 €. È inoltre disponibile in formato ebook, al prezzo di 3,99 €, sui seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebookizzati, Ebooksitalia, Google Play e iTunes Store.
La spesa sanitaria italiana, in proporzione al Pil, non è sensibilmente superiore alla media dei Paesi dell'Unione Europea. Ciò non significa che la spesa per la sanità sia quella "corretta" in termini assoluti, né che l'impiego delle risorse sia il più efficiente: da una parte, infatti, sono previsti dei futuri aumenti che potrebbero renderla insostenibile nel lungo periodo, dall'altra ci sono ancora dei problemi strutturali che suggeriscono la necessità di nuovi interventi, non limitabili a soli "aggiustamenti" di rotta in termini di finanza pubblica.
In questa analisi condotta da Lucia Quaglino, Alberto Mingardi e Gabriele Pelissero emerge allora che, per ottenere una sostenibilità del nostro sistema sanitario nel lungo periodo, è importante costruire un percorso di riforma che miri non tanto al contenimento della spesa sanitaria di per sé, ma a una sua migliore modulazione. Ciò non può che avvenire mettendo il servizio sanitario nazionale nelle condizioni di guadagnare in efficienza senza perdere in qualità, ricercando una maggiore flessibilità nell'ordinare i fattori della produzione del servizio-sanità.

IVA: Primum non nocere

Se il governo non interviene, dal primo luglio l’IVA in Italia aumenterà dal 21 al 22%. Si tratta di una misura presa per garantire l’equilibrio formale dei conti pubblici, ma è scontato che produrrebbe un ulteriore calo dei consumi. È una conseguenza implicita nella prospettiva di ogni inasprimento fiscale: se salgono le tasse (siano esse “sui consumi”, “sul patrimonio” o “sul reddito”), diminuisce il reddito disponibile dei cittadini. Peraltro, in una situazione come l’attuale, in cui non si prevede – di fatto – crescita del prodotto interno lordo, i cittadini sono indotti a tenere comportamenti ancora più conservativi. In Italia è abbastanza comune che un’aliquota aumenti, e pressoché impossibile che venga ridotta. Gli italiani formano le proprie aspettative sulle esperienze degli ultimi anni: a poca crescita e molte tasse, hanno fatto seguito ancor meno crescita e ancora più tasse.
Sulla carta, l’incremento IVA vale circa 2-3 miliardi di euro di maggior gettito per l’anno in corso, e il doppio nel 2014. Nel dibattito politico, quando ci si ricorda di questa spada di Damocle, pare che l’unica alternativa sia individuare diverse basi imponibili, come il gioco, i tabacchi o gli alcolici. I più fantasiosi si sono spinti a ipotizzare l’ennesimo rincaro della Robin Hood Tax (l’addizionale IRES sul settore energetico).
Una pubblica opinione responsabile dovrebbe esprimersi nettamente, ponendo fine a questa retorica per la quale l’unico modo di evitare un certo aumento del prelievo è attraverso un altro aumento del prelievo. Pur nella difficoltà del complesso equilibrio della coalizione che lo sostiene, il governo Letta dovrebbe riprendere seriamente in mano il dossier della spending review, mettendo nel mirino l’intero perimetro della spesa pubblica. Il rapporto di Piero Giarda stimava una spesa pubblica “aggredibile” di 295 miliardi di euro: è davvero una priorità assoluta “aggredire” anche solo alcuni di questi milioni per scongiurare lo scalino dell’IVA.
L’Istituto Bruno Leoni, attraverso il proprio contatore disponibile su questo sito, intende scandire tale urgenza attimo dopo attimo. In un Paese in cui le imposte che salgono non scendono mai, la prima cosa è evitare un nuovo aggravio. Il governo Letta appare come un medico incerto, chiamato al capezzale di un malato tremendamente grave. Ma proprio per questo dovrebbe attenersi all’antico comandamento di Ippocrate: primo, non nuocere.

L'Occidente «in crisi»? Ha il monopolio del sapere

Gli imbrogli che, in Corea del Sud, hanno costretto ad annullare le prove necessarie per accedere agli studi universitari in America mostrano come il mondo sia assai più complesso di quanto taluni credono. E non solo perché un certo tipo di disinvoltura non è affatto, di tutta evidenza, una prerogativa italiana.
Ben più importante è rilevare che l'Occidente resta il centro del mondo: specialmente in taluni ambiti. Larga parte del continente asiatico sta crescendo a notevole velocità, conquistando mercati anche in settori ad alta tecnologia, ed egualmente vi sono settori nei quali le società di tradizione europea mantengono una posizione egemone. Non esiste, in particolare, un sistema universitario che possa competere con quello americano: e questo spiega perché ci sono decine di migliaia di studenti, in Asia e altrove, letteralmente pronti a fare «carte false» pur di entrare a Harvard e Princeton, ma anche in università assai meno note.
I vantaggi che la società statunitense ricava dal primato detenuto in ambito accademico sono enormi, poiché nei suoi istituti di ricerca affluisce una quota assai alta delle migliori intelligenze del pianeta, che contribuiscono a fare degli Usa il cuore della scienza e della cultura. Una parte di loro torna poi nel Paese d'origine al termine degli studi, ma molti altri fanno di quel Paese la loro nuova patria.
C'è una lezione che dovremmo saper ricavare da tutto ciò. Appare infatti un comportamento del tutto autolesionistico quello di chi, come l'Italia, continua a difendere un sistema universitario quasi interamente statale. Da noi gli atenei privati sono pochi e sovvenzionati: per questo motivo manca concorrenza e vi sono pochi stimoli all'innovazione. Il risultato è che la nostra accademia - salvo qualche eccezione - permane assai provinciale, attraendo dall'estero pochi studenti e ancor meno professori.

La questione è comunque più generale, se si considera che il 2012 è stato - dopo vari decenni - il primo anno che ha visto il numero degli italiani emigrati superare quello di quanti sono immigrati da noi. Ormai non siamo più attraenti per quanti si trovano nel Terzo Mondo, e quasi obblighiamo molti tra i nostri giovani migliori a partire.
L'università, in questo senso, è solo un riflesso di quanto è avvenuto nell'intera economia: sempre più burocratizzata e sempre meno in grado di competere, a causa di apparati statali tanto elefantiaci quanto costosi. Forse siamo ancora in tempo per cambiare, ma per farlo sono necessarie scelte drastiche a favore della libertà d'iniziativa e del mercato.

Da Il Foglio, 13 maggio 2013

La concorrenza fa bene alla sanità. Le Regioni non siano di ostacolo

Con tutti i suoi limiti, il nostro servizio sanitario nazionale ha almeno un pregio. L'infrastruttura federalista lascia a ogni Regione la libertà di provare a offrire le cure mediche a proprio modo. Simmetricamente, il cittadino è libero di scegliere il proprio luogo di cura. Ciò non permette soltanto ai malati di cercare il conforto della propria famiglia, qualora vivano distanti. Ma «premia» con pazienti e, dunque, risorse, chi offre un servizio migliore.

Anche questa larvata forma di competizione è un processo d'apprendimento. Idealmente, in un contesto nel quale i pazienti «votano con i piedi», i fornitori dei servizi dovrebbero copiare gli uni dai successi degli altri. Da questa capacità di migliorare dipende la sostenibilità del sistema nel lungo periodo. Sfortunatamente, le burocrazie tendono a imparare con più difficoltà degli esseri umani in carne ed ossa.

Soprattutto se possono ricorrere a delle scorciatoie. Con il decreto commissariale 156, la Regione Campania sta dando corso a una disposizione già prevista dalla finanziaria regionale dello scorso anno. I pazienti che desiderano fruire di cure mediche in un'altra Regione dovranno infatti richiedere espressa autorizzazione alla loro Asl (presso ciascuna sarà disposta un'apposita commissione).

La misura per ora è limitata ad alcune prestazioni (di tipo oculistico e ortopedico), ritenute a rischio inappropriatezza. Dal punto di vista del governo regionale, è un comprensibile tentativo di frenare il drenaggio di risorse.

Se l'esperimento avesse successo, e venisse esteso anche ad altre patologie e altre Regioni, il paziente perderebbe di fatto la libertà di scegliere il luogo di cura: essa diverrebbe, al massimo, una gentile concessione. La limitata concorrenza fra Regioni e strutture ospedaliere si ridurrebbe ulteriormente. E perché mai disturbarsi a cercare di far meglio, se i pazienti sono, a tutti gli effetti, mie proprietà? E' importante risanare le finanze regionali. Attenzione però a un sollievo a breve termine che mette a rischio, nel lungo, la qualità delle cure che ciascuno di noi può ricevere.

Dal Corriere della sera, 5 maggio 2013

Se metti la ciccia nei conti dello Stato

I tema apparirà provocatorio, eppure è un paradigma della modernità. Abbiamo il sacrosanto diritto di essere ciccioni senza doverne rendere conto a chi ci governa? Di deliziarci il palato e di rovinarci la salute con cannoli e patatine, whiskey e gelée, birra, sacher e tutte le altre prelibatezzeche l'arte dei gusto ci regala? Per secoli gli Stati imperiali hanno guerreggiato per i dazi sul tè, il grano, il sale e le spezie. Poi sono arrivati il libero scambio e il welfare State. Oggi, oberati dai debiti e con una popolazione tanto vecchia quanto longeva, in Occidente la guerra del cibo si combatte in casa. Il dilemma è lacerante: garantire gli standard di sicurezza sociale del Novecento con sempre più tasse o tagliare i posti in ospedale? E cosa c'è di meglio per risolvere il dilemma se non, paternalisticamente, costringere i cittadini a mantenersi in salute?

Massimiliano Trovato, curatore di Obesità e Tasse. Perché serve l'educazione, non il fisco, ci ricorda che la pulsione è tipica dei totalitarismi («Il tuo corpo appartieneal Führer!»).
Oggi però lo Stato modello mamma-apprensiva vince in insospettabili culle della democrazia. Uno dei saggi ci spiega che imposte selettive sulle bibite sono in vigore in quattro Stati americani e sono state proposte e discusse in altri quattordici.

Non solo: in quasi tutti gli Stati della federazione in cui sono previste agevolazioni fiscali sui cibi, i dolciumi sono esclusi dal privilegio. In ossequio alla nouvelle vague fiscale (meglio tassare le cose delle persone) grassi, bevande e zuccheri si pagano cari in Ungheria, Finlandia, Francia, Norvegia, mentre il tema è ancora oggetto di dibattito in Romania, Gran Bretagna, Israele, Irlanda e Italia. In Francia il governo ha tentato di mettere una supetassa sull'olio di palma, ma ha dovuto fare i conti con l'accusa di discriminazione da parte degli appassionati dell'italianissima Nutella.

I sostenitori della libera ciccia in libero Stato possono sentirsi rassicurati da quanto accaduto in Danimarca, dove nel giro di un anno è stata introdotta e poi cancellata un'imposta di due euro sui prodotti ad alto contenuto di grassi: l'unico risultato era stato l'aumento delle vendite di burri e strutti in Germania e Svezia. A conferma della regola secondo la quale se la tassa è stanziale il tassato cercherà sempre di sfuggire dalle sue grinfie. Anche se sovrappeso.

Da La Stampa, 30 marzo 2013

Più concorrenza per la sanità

La sanità lombarda è assieme un modello di successo e il brodo di coltura di alcuni degli scandali che hanno travolto il governo regionale. Con una spesa regionale che supera di poco il 5 per cento del Pil, la nostra Regione eroga cure apprezzate per la qualità, come è evidente dal saldo attivo delle «migrazioni mediche». Siamo la prima regione «esportatrice» di cure mediche nel Paese. Quello lombardo è effettivamente un modello diverso dagli altri: la legge 31/97 ha consentito lo sviluppo di un mix di erogatori ospedalieri, pubblici e privati, che competono su un terreno di gioco livellato. La separazione fra Asl e aziende ospedaliere, da una parte, e il pagamento a prestazione, uguale per privato e pubblico, ne sono i pilastri.

In una lettura semplicistica, gli scandali derivano dal peso del privato. In realtà, essi sono piuttosto il frutto dell'esistenza di ampi margini di discrezionalità, da parte del decisore pubblico. E il fatto che le risorse possano essere distribuite secondo criteri diversi da quelli, magari semplicistici ma impeccabili, del pagamento a prestazione, che alimenta la razionalità della corruzione. La cosiddetta «legge Daccò», ispirata all'obiettivo di concedere fondi per migliorare le strutture di assistenza sanitaria, riservava apertamente tali fondi al privato «sociale» (non profit). L'assegnazione di fondi per le «funzioni non tariffate» svolte dagli operatori (ricerca, didattica universitaria, urgenza-emergenza eccetera) è stata non troppo diversamente ricondotta a qualche forma di «scambio politico», fra decisori e mondo della sanità. Nel periodo 2003-2010, in media l'8o per cento dei fondi per le «funzioni non tariffate» è stato corrisposto a strutture pubbliche; delle risorse assegnate a privati, il 40 per cento era appannaggio di due realtà «non profit». Con gli anni, qualsiasi ingranaggio ha bisogno di essere ben oliato. La scommessa della concorrenza è stata vinta: ha consentito di migliorare conti e prestazioni. Tuttavia, il panorama competitivo appare sostanzialmente stabile (al netto del passaggio di proprietà dell'Ospedale San Raffaele). Non si registra l'ingresso di grandi operatori esteri: simmetricamente, anche i maggiori gruppi lombardi restano «lombardi». La quota di mercato del pubblico è rimasta invariata e non scende sotto i due terzi della rete ospedaliera. Strutture pubbliche e private non profit beneficiano di un pregiudizio favorevole nell'opinione pubblica, ma sono isolate dalle regole dell'economia privata (a cominciare dalla più banale: compilare bilanci civilistici). Le promesse dei politici sono note: nomine più meritocratiche, maggiore attenzione all'«appropriatezza» delle prestazioni, maggiori controlli, riduzioni degli sprechi.

Obiettivi sensati, che si possono conseguire in due modi: con una migliore pianificazione pubblica, o facendo assegnamento sui meccanismi della concorrenza. A questa seconda strategia, dobbiamo quanto di buono rimane nella sanità della nostra Regione.

Sarebbe allora auspicabile che la giunta Maroni cominciasse il suo percorso con una sorta di «legal review»: un riesame complessivo delle norme che governano la sanità lombarda, ragionando su quali supportano e quali invece frenano una maggiore concorrenza. Un freno è sicuramente rappresentato dall'assenza di trasparenza: la pubblicazione online dei bilanci degli erogatori, pubblici e privati (non profit inclusi), stimolerebbe il «controllo diffuso» del loro operato da parte di stampa ed esperti. Ritornare all'ispirazione originaria del modello lombardo - alla parità fra erogatori pubblici e privati - è la via più sicura per garantirgli un futuro.

Dal Corriere della sera, 12 marzo 2013
Twitter: @amingardi

I grillini vogliono precipitarci in una cultura pre industriale

Delle mooncup non sapevo nemmeno l’esistenza, anche se la loro invenzione e messa in commercio è coeva a quella degli assorbenti (http://www.mum.org). Non credo di essere l’unica a non conoscerle, considerando che non è proprio semplice trovarle nelle parafarmacie o nei supermercati. Questo vuol dire che forse non sono un prodotto straordinariamente utile, una di quelle cose che se non ci fossero bisognerebbe inventarle, come si è dimostrato invece per altri, più comuni strumenti di igiene femminile.

In Italia, sono diventate un argomento di discussione da quando il Movimento 5 stelle ne ha fatto un’esempio di virtù ecologista. Non solo Grillo le ha sponsorizzate, a quanto si legge, nei suoi tour, ma gli e le aderenti al suo partito ne incentivano l’uso (così Federica Daga, capolista in Lazio; e Michele P, nel blog di Grillo).

Ci si chiederà cosa mai c’azzecchi un partito politico con l’intimità dell’igiene femminile, ma in fondo, se si guarda bene al Movimento 5 stelle, si può leggere un disegno coerente e razionale che, dalla produzione casalinga di detersivi al limone fino alle coppe della luna, prefigura il ritorno a uno stile di vita preindustriale.

Ho il sospetto che la maggior parte degli elettori del Movimento 5 stelle non abbia nemmeno letto il programma politico del partito. Bastava fermarsi al livello della protesta, agli sbotti di Grillo, alle sue minacce per essere convinti che il cambiamento fosse lì.

Gli stessi ammiccamenti di alcuni industriali come Del Vecchio o Biasion possono motivarsi come un appoggio di superficie verso quei no grillini alla vessazione burocratica e fiscale verso la quale chi avrebbe dovuto rappresentare in politica la cultura d’impresa non ha saputo dare una risposta.

Ma quei no rappresentano solo una parte del programma di Grillo. Come ogni partito che si presentano alle elezioni, anche M5S ha però un programma che non è fatto solo di rifiuti e ricuse, ma pure di proposte.

Il filo rosso di queste proposte è appunto una regressione a una sorta di economia ecologista di sussistenza, fatta di rimedi naturali, autoproduzione e autoconsumo dei beni di prima necessità, fanatiche decrescite in armonia con il Creato, rinnegamenti di una società del benessere che viene posta in contrapposizione netta con la preservazione del pianeta.

Tutti in bici, perché le bici non inquinano, e pazienza se le distanze che oggi percorriamo per raggiungere le nostre famiglie piuttosto che i luoghi di lavoro non sono proprio quelle dei contadi medioevali e se quindi non sarà l’incentivo all’uso delle bici comunali che risolverà il problema dell’inquinamento automobilistico.

Energia solare e eolica a iosa, perché sono fonti pulite e rinnovabili, e pazienza se non bastano a garantire l’energia necessaria agli stabilimenti industriali o l’illuminazione pubblica di notte, che dovranno quindi essere pur sempre fornite dalle fonti energetiche tradizionali.

Per le donne, sensibilizzazione (ci si augura solo quella!) all’uso delle coppe della luna, altro che assorbenti di cotone, che saranno pure riutilizzabili ma vanno lavati col detersivo. E poco importa la praticità, l’igiene, o anche solo quel minimo senso del pudore che vuole che le donne siano libere di scegliere come meglio sentirsi “in ordine”, senza avere il fiato della politica sul collo anche per cose così delicate e riservate.

Ma, soprattutto, poco importa che i prodotti usa e getta entrati in commercio su larga scala dopo il secondo dopoguerra hanno fatto la felicità di miliardi di donne, liberandole – insieme ad altri prodotti tipici dell’economia del benessere come gli elettrodomestici – dal giogo di una vita faticosa e scomoda.

Snobbando le possibilità stesse che il progresso ci sta offrendo in tema di smaltimento, riciclo e riuso dei rifiuti (compresi quelli per l’igiene femminile), la via breve di un ecologismo poco fantasioso è quella di offrire il passato come alternativa a un futuro da inventare e migliorare, di tendere a uno stato preindustriale da cui i nostri avi sono fuggiti migliorando le loro condizioni di vita a vantaggio di se stessi e delle generazioni future, di aspirare a bucoliche e inverosimili armonie con l’ambiente.

Avanti, quindi, come dice Grillo, a “tagliare l’erba sotto i piedi al sistema economico, escludendo il mercato ogniqualvolta sia possibile soddisfare i propri bisogni autonomamente, tramite l’autoproduzione, o instaurando rapporti con gli altri, attraverso scambi non mercantili basati sul dono e sulla reciprocità”. Le donne potranno non solo usare la stessa coppa negli anni, ma anche - perché no – scambiarsela tra loro, nell’ottica della reciprocità e della parsimonia nell’uso delle risorse, confidando nei turni (e non solo nei cicli) mestruali e limitando così il consumo del silicone necessario alla produzione.

A voler prendere sul serio il M5S, come il risultato elettorale impone di fare, ci aspetta un futuro che sa di ritorno al passato, perché la “decrescita – ha detto Grillo – è l’economia del futuro”, perché le marmellate della nonna sono più buone di quelle del supermercato, perché i fazzoletti di cotone profumano di lavanda, ma soprattutto perché non siamo in grado di comprendere che c’è un modo di avere cura del pianeta senza rinunciare alle conquiste di igiene e benessere che le generazioni precedenti ci hanno lasciato.

Tra un Rousseau che scriveva “Finché gli uomini si sono accontentati delle loro rustiche capanne, finché si sono limitati a cucire i loro abiti fatti di pelli con spine o lische …. essi sono vissuti liberi, sani, buoni e felici, nella misura in cui potevano esserlo secondo la loro natura” (J.-J. Rousseau, “Discorso sull’origine della disuguaglianza”, II Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XV, pagg. 879-883), e un Leopardi che guardava con disincanto la natura matrigna, chi ci ha preceduto sembra aver dato maggior credito al secondo, cercando di perfezionare e migliorare la propria esistenza e applicando l’intelligenza e la creatività al servizio delle mille scoperte che hanno reso più gradevole la vita. A noi spetta ora non regredire verso un’economia di sussistenza, ma rendere compatibili gli standard di vita a cui ci siamo abituati con i problemi dovuti alla scarsità delle risorse e all’impegno a consegnare a chi verrà dopo un pianeta vivibile.

Ricordo bene l’espressione sollevata sul volto delle mie nonne al pensiero che la loro nipote godesse di molte più comodità di quante non fossero a loro disposizione. Se vivessero ancora, sono certa che avrebbero un moto di pena per chi pensa che si stava meglio quando si stava peggio.

Da Il Foglio, 2 marzo 2013

Italienska valet i skuggan av ekonomin

Finansmarknaderna är oroliga inför valet. Det är en oro som har fått ett illavarslande namn på piazzorna och i tv-sofforna: ”lo spread”.

Begreppet avser skillnaden i marknadsränta på en tioårig italiensk statsobligation jämfört med en motsvarande tysk statsobligation. Tyskland anses vara eurozonens mest tillförlitliga land, räntan som erbjuds kan vara låg men ses som säker av marknaden. En italiensk statsobligation måste erbjuda hög ränta, då många ser det som mindre troligt att staten kommer att stå vid sitt löfte och kunna betala ränta på värdepappret när det utfaller.

Därför är ränteskillnaden ett tydligt mått på marknadens värdering av den italienska staten och i förlängningen av ekonomin. Det är något av en skräckblandad följetong att följa utvecklingen av ”lo spread”. Låneordet från den engelska finansjargongen ger intrycket av ett hot utifrån.

I förra veckan tog italienska staten upp ett nytt obligationslån på sammanlagt 5,2 miljarder euro. Staten får betala något högre räntor jämfört med år 2012 och det finns en ond aning om att Europas fjärde största ekonomi (med en statsskuld på 126 procent av BNP under fjärde kvartalet 2012) snarare än ”too big to fail” är ”too big to save”. Centralbanken Banca d’Italia har tvingats sänka sin prognos av ekonomin från en minskning på 0,2 procent till en procents kontraktion.

Italiens ekonomi och export bygger på tillverkningsindustrin, särskilt de många små och medelstora företagen. Nu dominerar tjänstesektorn och turismen landets ekonomi, och står för cirka 70 procent av BNP. Den ekonomiska strukturens låga produktivitet gör det svårt att få igång en snabb tillväxt.

Alberto Mingardi är chef för frimarknadstankesmedjan Istituto Bruno Leoni. Han är orolig för att valet inte stillar oron och säger att ”efter valet, oavsett vem som vinner, kommer den internationella finansmarknaden att förstå att den har satt ett för lågt pris på den italienska statsskulden”. Problemet med Mario Montis regering var att den inte lyckades genomföra så många reformer, trots en hög internationell trovärdighet.

Det blev en stor pensionsreform och några skattehöjningar. Montis försök att privatisera några av Italiens stora statsägda koncerner utmynnade i att man fick sälja av naturgasleverantören Snam, för att sedan låta en bank där staten har aktiemajoriteten köpa upp det.

Emma Marcegaglia, tidigare ordförande för arbetsgivarföreningen Confindustria, har kallat 00-talet för det förlorade årtiondet. Mingardi håller delvis med henne om det men säger också att ”krisen har djupa rötter. Den är resultatet av femtio års dålig politik, inte av finanskrisens turbulens”.

Det största problemet med Silvio Berlusconi var att han inte tog sig an reformarbetet. ”Det är fortfarande för många som tror att det de två universallösningarna är att öka de offentliga utgifterna och att stifta en lag för varje enskilt fall”, anser Mingardi. ”Euron tog bara bort möjligheten att sopa problemen under mattan genom att skriva ned liran”.

Så brukade problemen lösas under Italiens verkligt mörka årtionde, 1980-talet. Den korrupta politiska kulturen som skapats i det kalla krigets skugga gav tvåsiffrig inflation och satte stopp för efterkrigstidens ekonomiska mirakel. Fackförbund, företag och särintressen belönades för sitt stöd med privilegier. Statsskulden steg år 1991 till 108 procent av BNP med ett budgetunderskott på 10,5 procent.

Fram till mitten av 90-talet hade Italien världens mest generösa pensionssystem. Det var obligatoriskt, kopplat till arbetslivet och ofinansierat. Det var möjligt för gifta kvinnor i offentlig tjänst att gå i pension efter att arbetat i femton och ett halvt år, och männen efter tjugo. Pensionen baserades på lönen de fem sista åren, vilket var särskilt gynnsamt då lönerna baserades på åldern.

År 1992 var pensionerna 12,8 procent av BNP. ”Det var ohållbart”, utbrister Tonia Mastrobuoni, ekonomijournalist på tidningen La Stampa. ”Pensionerna utgjorde den största utgiften”.

Tjänstemannaministären under Lamberto Dini rådde 1995 bot på den värsta krisen. ”Men de unga fick bära hela bördan”, fortsätter hon. Dinirefomen delade upp befolkningen. De som förvärvsarbetat i 18 år fick gå i pension med det gamla systemet och kunde få ut 3,5 gånger mer än de betalat in till det. De andra skulle pensioneras i ett nytt system och få ut lika mycket som de betalat in.

En åldrande befolkning och ett av världens lägsta barnafödande gjorde att det inte fanns någon nästa generation att skjuta pensionerna vidare till. I januari trädde socialminister Elsa Forneros reform i kraft. Pensionsåldern höjs med vissa undantag till 66 år och tre månader, och pensionerna kommer att anpassas efter befolkningens förväntade livslängd. Nu finns det mer balans i systemet, men Mastrobuoni understryker problemet med 120 000 ”esodati” (de utgångna). Det var folk som nappade på att arbetsgivaren erbjöd dem att gå i förtid just när reformen formulerades och som nu varken får pension eller arbetslöshetskassa.

”Arbetsmarknaden präglas av en stark dualism: serie A mot serie B”, säger Mastrobuoni. Det är mycket svårt att avskeda en heltidsanställd. ”Lagstiftningen är formad efter storföretag som FIAT, men arbetsmarknaden ser inte ut så längre”. Lönerna är genom kollektivavtal lika höga i södra som i norra Italien, trots att områdena skiljer sig i produktivitet.

Rätten till arbete finns i grundlagen, men i fjol nådde arbetslösheten 11 procent. Ungdomsarbetslösheten uppskattas till 40 procent. ”Den är högre än så”, påpekar Mastrobuoni. Det finns övertaliga på företagen som får sin anställning frusen. De går inte till jobbet, utan får ersättning från INPS – det nationella institutet fo¨r social trygghet.

Vad kan man då göra åt Italiens ekonomi?

Mingardi föreslår vidare avregleringar och att sänka de offentliga utgifterna. Problemet är att Italiens politik med skuldberget inte har självständigheten att gå sin egen väg längre. Mastrobuoni trycker på vikten av att först bygga ett heltäckande socialförsäkringssystem och därefter ändra anställningslagarna. Annars stupar reformerna på konflikterna med facket, precis som både Berlusconis och Montis försök gjorde. Svårigheten är att det systemet uppskattas kosta 13 miljarder euro att bygga och övervaka.

Förståelsen kring att problemens lösning finns i konkreta reformer har vuxit, men innan det finns några politiska idéer som håller återstår bara att följa ”lo spread”.

Da Frivärld Magasin, 19 febbraio 2013

Tassare i cibi cattivi? A dimagrire sono i conti delle aziende, non gli obesi

Fat tax, soda tax, junk food tax. Lo spettro della tassazione selettiva aleggia in Europa. Se l'Italia ha evitato il tributo sulle bevande zuccherate e sui superalcolici, stralciato dal decreto Balduzzi nel settembre scorso, il «pericolo» non è scampato.

«L'utilizzo della leva fiscale per orientare i comportamenti alimentari degli individui è l'ultimo grido in materia di politiche pubbliche», scrive il giurista Massimiliano Trovato, ricercatore dell'istituto Bruno Leoni, nell'esordio della suo introduzione al libro «Obesità e tasse. Perché serve l'educazione non il fisco» uscito due settimane fa con IBL. Il volume indaga i presupposti e i risultati delle imposte sui vizi alimentari attraverso i contributi di economisti, giuristi ed esperti di politiche sanitarie: Alberto Alemanno, ignacio Carrebo, Katelyn Christ, Scott Urenkard, Edward Gloeser Randall Hoicombe Lucia Quaglino.

«in Europa e negli Usa - dice Trovato negli ultimi 2-3 anni c'è stato un'ondata di questo genere di provvedimenti e anche in Italia ampi settori della società e dello politica li vedono con favore». Gli esempi documentati nel libro non mancano: in Francia un'imposta sulle bibite zuccherate è in vigore dal gennaio 2022, a fine 2011 l'Ungheria ha varato la «tassa sulle palatine» (chipsadá) che abbraccia un'ampia categoria di prodotti ad alto contenuto di sole zuccheri o caffeina. Sempre nel 2011, La Finlandia ha reintrodotto un prelievo sui dolciumi e ha aumentato l'aliquota dell'imposta sulle bibite zuccherate.

Ma tassare le cattive abitudini alimentari e in generale i vizi serve? «Prima bisogna capire qual è l'obiettivo di questi tributi: se è migliorare la salute, la letteratura è concorde sul fatto che non funzionano. Per avere influenza sui comportamenti alimentari dovrebbero essere più elevate e avere una base imponibile più ampia. Così generano un effetto di sostituzione il consumo si sposta su altri alimenti altrettanto dannosi». E per quanto riguarda il gettito? «C'è una certo raccolta che però è trascurabile. Il rischio è che il soldo complessivo non sia favorevole e che si perdano posti di lavoro, perché la tassa causa anche una riduzione dell'attività economica e dell'indotto». La tassazione selettiva inoltre produce un effetto distorsivo della concorrenza, perché ne beneficiano alcune produzioni a danno di altre e poi riduce la libertà di scelta del consumatore. «inoltre - aggiunge Trovato - c è il pericolo che la scelta della tassa sia influenzato dal gruppi di pressione. l contributi selettivi sono una pessima idea: non funzionano né come politica fiscale né come politica sanitaria».

Da Corriere della sera, 27 gennaio 2013

Coraggio un taglio forte alla spesa

Ci risiamo. Le spese delle pubbliche amministrazioni non possono essere tagliate, quindi non solo non si può abbassare la pressione fiscale, anzi la si deve aumentare. L'altro ieri il ministro Saccomanni ha detto: «Eliminare l'Imu sulla prima casa costerebbe allo Stato 4 miliardi l'anno, che aggiunti ai 4 miliardi che costerebbe lo stop all'aumento di un punto dell'Iva farebbero ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità che al momento attuale non sono rinvenibili».

La spesa pubblica al netto degli interessi e della spesa per prestazioni sociali somma (dati 2012) a 351 miliardi di euro: 165 per stipendi dei dipendenti pubblici, 89 per l'acquisto di beni e servizi, 33 di trasferimenti a vario titolo alle imprese, 35 per altre attività, in cui rientra il costo delle assemblee elettive e solo 29 per investimenti pubblici. 351 miliardi! E senza toccare le pensioni, i sussidi di disoccupazione e il poco, troppo poco, che lo Stato dà a chi è davvero povero, non se ne possono risparmiare 8, cioè il 2,2 per cento? Chiedete a una famiglia, o a un piccolo imprenditore in difficoltà, se non riesce a tagliare il 2,2 per cento di quanto spende.

A che cosa servono le Province? Uno studio dell'istituto Bruno Leoni stima che i risparmi dall'abolizione delle Province, anche tenendo conto che i dipendenti dovrebbero essere riallocati in altre amministrazioni, ammonterebbero a 1,9 miliardi l'anno. Una commissione istituita dal governo Monti aveva individuato (con l'applauso di Confindustria) una decina di miliardi di possibili tagli ai sussidi alle imprese senza toccare i sussidi a scopo sociale, e proponendo che venissero trasformati in una corrispondente riduzione del cuneo fiscale. Se ne è persa traccia. Un decreto del governo Monti prevede che il 13 settembre vengano chiusi 31 tribunali e procure, 220 sezioni giudiziarie distaccate e 667 uffici del giudice di pace, con un risparmio stimato dall'ex-ministro Severino in almeno 30 milioni l'anno. Ma non è più certo che accada: un mese fa il Tar del Lazio ha accolto una richiesta di sospendere la chiusura della sede distaccata di Ostia e inviato gli atti alla Corte costituzionale. Insomma, possibile che su 351 miliardi di euro di spese non se ne trovino 8 da tagliare?

Si stima che le imposte evase sommino a 120-150 miliardi l'anno. Possibile che non si possa recuperare qualcosa di più di quanto già fatto, ad esempio usando meglio gli incroci fra banche dati? Ogni euro recuperato dovrà essere destinato esclusivamente a ridurre la pressione fiscale sui cittadini onesti, ad esempio istituendo un «premio di fedeltà fiscale».

Non appena nominato, il ministro Saccomanni ha preso una decisione coraggiosa: ha decapitato la burocrazia che per un decennio aveva retto il ministero dell'Economia, sostituendola con persone nuove e capaci. Il nuovo Ragioniere generale dello Stato è uno dei migliori e più esperti funzionari della Banca d'Italia. E tuttavia, anziché impegnarsi a trovare spese da tagliare per ridurre la pressione fiscale, si preoccupa perché non trova i denari per impedire un aumento (non una riduzione) dell'Iva! Saccomanni sbaglia quando definisce questi tagli interventi di «estrema severità». Così facendo trasmette un messaggio pericoloso: tagliare le spese sarebbe un intervento grave, la pressione fiscale non si può ridurre senza fare cose gravi.

Siamo da capo. Tassa e spendi, una politica che ci ha portato sull'orlo del collasso. Non si può tagliare nulla, si può solo far pagare più Iva ai cittadini.

Dal Corriere della sera, 17 giugno 2013

Supreme Court Justice Scalia Delivers An Important Talk On Economics

The original appeared in Forbes.com

Most of Justice Antonin Scalia’s lectures and writings focus on judicial and constitutional issues. It was a rare privilege to hear him on economic topics. Last week he delivered a keynote speech where he addressed how the courts and legal processes can affect the free-enterprise system and its main foundations: private property and the sanctity of contracts.

Scalia delivered the 2013 Bruno Leoni Lecture. The lecture is the most important yearly lecture event of Istituto Bruno Leoni (IBL, Turin). Bruno Leoni (1913-1967), a legal scholar, was a great inspiration to F.A. Hayek, and to all classical liberals who focus on issues of rule of law and the free society. His most important book Freedom and the Law is already on-line. Alberto Mingardi, the intellectual prodigy and intellectual entrepreneur who with two other youngsters founded IBL in 2003 announced that his think tank will soon publish Leoni’s collected works in Ebook format.

Jutice Scalia’s speech, which fell on the 100th anniversary of Leoni’s birth, focused on the relationship between democracy, judicial activism and the free market. After describing judicial activism as an abuse of power, which can also backfire when pushing for “good” causes, he devoted most of his speech to explain why judges need to be more devoted to protect the property rights and economic freedoms set by the U.S. Constitution.

Justice Scalia argued that the biggest threat to free-markets and free people does not come from judges but from the legislature. Judges can sometimes stop or block the anti-constitutional efforts by legislatures. They can also act as implementers of the destruction of free-enterprise as ordained by government, laws and Constitutions. The main thrust of the attack on free enterprise, however, comes from the legislature and the executive.

Scalia quoted some of the renowned champions of property rights, John Locke (1632-1704), William Blackstone (1723-1780) and our James Madison (1751-1836). Madison wrote that “Government is instituted to protect property of every sort; as well that which lies in the various rights of individuals, as that which the term particularly expresses. This being the end of government, that alone is a just government, which impartially secures to every man, whatever is his own.” Justice Scalia reminded the audience that Blackstone wrote approvingly that the “law of the land has postponed even public necessity to the sacred and inviolable rights of private property.”

Despite the proven effectiveness of a system of private property to liberate the potential of a society, defending it is not so popular. Scalia mentioned Richard Epstein, one of today’s leading legal scholars, who remarked that there is little intellectual respect for the sanctity of contracts.

In his lecture, which I hope will be published soon, Scalia described some of the Supreme Court rulings which have done great damage to the private property system. He mentioned the use of the Commerce Clause to regulate rather than liberate internal commerce and the Kelo decision, which allowed an expropriation to benefit a private party.

Most people today tend to believe with Judge Scalia that it is legislators who produce the law. As Bruno Leoni wrote “Legislation is conceived as the product of the will of some people called legislators, the underlying idea being that what the legislators will is ultimately to be considered as the law of the country.”

Bruno Leoni, however, shared Savigny’s (1779-1861) opinion “that it is not the lawyers who make the law of the people, but the people who make the lawyers.” For Savigny, a renowned legal scholar and historian, law was like language “a spontaneous expression of the minds of the people concerned.” Leoni writes: “Grammarians, we should add, may have a great influence on the language, and the rules they work out may well react on the linguistic usage of their country, but grammarians cannot create a language.” In a similar way, legislators do not act in isolation. Languages invented by experts, lack the “people behind them. In the same way, one could not create a universal or even a particular law if no people were behind it, with their convictions, habits, and feelings.”

Think tanks, like the one carrying the name of Bruno Leoni, try to influence public opinion. Their books, educational programs and advocacy efforts try to have an impact on “people’s convictions, habits, and feelings.” Two of the favorite quotes of Antony Fisher, founder of the Institute of Economic Affairs (U.K.) and the Atlas Economic Research Foundation, capture this well. One is from Abraham Lincoln, “With public sentiment noting can fail; without it, nothing can succeed. Consequently, he who molds public sentiment goes deeper than he who enacts statutes or pronounces decisions.” The other from Milton Friedman “these institutes tend to influence the attitudes of the public at large and they tend to change what is politically profitable for politicians to do.”

Creating and implementing private solutions to public problems in the field of economics is difficult. It is a more daunting task to improve the rule of law. It is possible to stop inflation from one day to the other, reduce tariffs or privatizing a major company in a couple of years, but building the institutions that will protect a rule of law for a free society is a matter of generations.

Respect for private property and transparency have been declining in the U.S., the land of Justice Scalia. The situation is even worse in the land of his ancestors. In the latest indices of economic freedom, the United States beats Italy in all scores except in monetary and investments freedoms. But both are falling in transparency and rule of law. Italy scores a dismal 3.9 out of 10 in corruption and rule of law which, by the way, is just below the world’s average. There is still much more respect for rule of law in the United States, still scoring above 7 out of 10 in most transparency indices.

Bruno Leoni is regarded as one of the fathers of the law and economics movement and he might be pleased that Justice Scalia sees benefits in judges using some tools of economics. Responding to a question in this regard he answered that “using cost-benefit analysis by and large is a protection. Because more restrictions create inefficiencies, it works in favor of economic liberty.”

His final recommendation went beyond ideology: “Do not subvert the judicial system to protect and push your goals.” Rule of law and impartial courts are an essential but rare condition in today’s world. Justice Scalia and Bruno Leoni have contributed like few others to educate about their importance.

Da Forbes.com, 6 giugno 2013

Il supergiudice americano Scalia: «Chiudere Guantánamo? Un'ipocrisia»

«L'attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge». Lo dirà stamane Antonin Scalia a Torino nel «Discorso Bruno Leoni», la conferenza che l'omonimo istituto organizza in occasione del centenario della nascita del filosofo liberale. Il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, punta di lancia della cultura conservatrice, parlerà del rapporto tra democrazia, attivismo giudiziario e libero mercato. 
Il suo sarà un atto di accusa, come sempre diretto ed esplicito, alle «agende politiche di moda» che portano molti magistrati a sottovalutare le protezioni costituzionali dei diritti economici. Scalia ha in mente gli Usa, ma il suo messaggio sulla necessità per i giudici di «interessarsi di più ai diritti proprietari e alle libertà economiche» previste dalla Costituzione americana, acquista valore di appello universale.
Con Antonin «Nino» Scalia, nato nel 1936 a Trenton, New Jersey, da immigrati siciliani, abbiamo parlato al telefono alla vigilia dell'appuntamento torinese.
Mr. Justice, il presidente Obama ha detto di recente che la guerra al terrorismo, come tutte le guerre, dovrà finire, ammettendo anche che gli Stati Uniti in questi anni sono stati in conflitto con i propri stessi principi. Lei crede che dopo l'11 settembre l'America, in nome della sicurezza, sia stata in difetto con la sua Costituzione? 
«La nostra Costituzione protegge i non-americani quando sono in America, ma non limita le attività del governo all'estero, eccezion fatta quando si tratta di cittadini americani. Questa è la legge. Naturalmente il presidente decide quale politica debbano seguire i militari».
Ma non esistono dei diritti universali? 
«Io non applico diritti universali. Io devo applicare la legge americana, espressa nella Costituzione e nelle leggi approvate dal Congresso. Non applico le leggi di Dio o di chiunque promulghi la cosiddetta legge internazionale».
Ma ci sono convenzioni internazionali, cui gli Stati Uniti aderiscono... 
«Certo. E nella misura in cui le abbiamo sottoscritte, sono diventate leggi americane che vincolano l'esecutivo. Ma non ne conosco una, in tema di guerra al terrorismo, che limiti le azioni degli Stati Uniti contro i nemici che ci attaccano. Certo, c'è la Convenzione di Ginevra. Ma non si può invocarla, se non si è un esercito, soggetto al comando di qualcuno, che indossa un'uniforme. I terroristi non indossano uniformi, giusto? Ginevra si applica nel caso di una guerra e non si applica a chiunque decida di far esplodere una scuola o un grattacielo».
Lei non pensa che nella guerra al terrore l'America abbia violato principi che sono alla base della sua democrazia?
«Troppo generale. A me interessa sapere se l'America abbia violato la sua Costituzione».
Ma è possibile mettere qualcuno in prigione per sempre senza giudicarlo? 
«Sta parlando di Guantánamo?».
Sì.
«Non è una descrizione accurata. Il tema non è se uno possa essere detenuto laggiù, ma se vi possa rimanere senza un processo civile. I detenuti a Guantánamo sono stati giudicati da commissioni militari, cosa normale in guerra. Nessuno delle centinaia di migliaia di tedeschi catturati nella Seconda guerra mondiale ebbe un processo civile negli Usa, furono giudicati da tribunali militari. Questa nozione che stiamo facendo qualcosa di inaudito è assurda. Quando parlo con i miei amici europei e mi dicono che non possiamo tenerli in prigione per sempre, rispondo: "Bene, ci stiamo pensando. Vorreste prenderne qualcuno in Italia, in Germania, in Francia, visto che siete così ligi ai principi del rispetto dei diritti umani?". La risposta è sempre no. Trovo questa polemica molto ipocrita».
Lei è considerato la maggiore forza intellettuale dietro la cosiddetta lettura «originalist» della Costituzione americana. Può un testo redatto quasi due secoli e mezzo fa essere applicato, senza interpretazione, a una società radicalmente cambiata ed evoluta da allora? 
«Ovviamente dev'essere interpretato. Quando ci sono nuovi fenomeni che non esistevano al tempo in cui la Costituzione fu scritta, uno deve calcolare in che modo lo spirito di quel testo si applica a loro. Per esempio, il diritto di espressione: come si applica alla radio, alla tv, ai social media. Ciò che non accade, secondo gli originalist, è che i fenomeni che esistevano al tempo vengano improvvisamente trattati diversamente poiché lo pensano i giudici di oggi. L'esempio migliore è la pena di morte. C'è qualcuno che pensa che la pena di morte sia diventata incostituzionale. Assolutamente incomprensibile per me: il popolo americano non ha votato per renderla incostituzionale. Ogni Stato se crede può abolirla e 17 di questi lo hanno fatto. Ma non c'è alcuna base per dire che la nostra Costituzione proibisca la pena di morte, chi lo dice è un incendiario».
E questo si applica anche al diritto di portare armi? 
«Esattamente».
Ma allora l'autodifesa aveva senso, oggi ci sono istituzioni che proteggono il cittadino
«Bene, allora cambino il secondo emendamento. E sarebbe anche più facile, perché il suo scopo era di consentire ai cittadini di difendersi dalla tirannia del potere. Se la gente non lo ritiene più necessario, allora si cambi la Costituzione, ma non mi dite che qualcosa sia cambiato. Ci sono molte proposte di legge che riguardano quali armi possano essere portate. Per esempio, armi a spalla che possono lanciare missili in grado di abbattere un aereo. Ma il principio generale che i cittadini possano avere armi, incluse armi da guerra, è chiaro nel testo del secondo emendamento. Se si vuole essere onesti e non si vuole che siano i giudici a scrivere la legge, i cittadini americani hanno il diritto di portare armi, come difesa dai tiranni».
Ma è un fatto che sempre più di frequente queste armi sono usate per uccidere persone innocenti... 
«Nonsense. Non c'è nessuna prova che le combat arms o le "armi d'assalto" siano la causa di questi episodi. Ogni cacciatore in America ha un fucile automatico».
Da Corriere della sera, 27 maggio 2013

I costi dell’assicurazione sanitaria: un Briefing Paper

Il decreto Balduzzi sulla responsabilità medica non frenerà l'aumento dei premi assicurativi. Lo sostiene Lucia Quaglino, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper "I costi dell’assicurazione sanitaria: Analisi delle cause e proposte di policy per un mercato più efficiente” (PDF).
I premi assicurativi per responsabilità medica sono in significativa crescita. Secondo Quaglino, concorrono, tra le cause, un'elevata litigiosità frutto dell'evoluzione del concetto di responsabilità medica, che ha ridotto gli oneri probatori a carico di chi muove denuncia e a svantaggio dei medici, l'ampliamento dei diritti riconosciuti dai tribunali ai pazienti e l'aumento dei risarcimenti a loro dovuti. L'estensione delle tipologie dei danni risarcibili, oltre che dell’ammontare dell’indennizzo, ha peraltro ridotto l'offerta da parte delle compagnie assicurative sanitarie, contribuendo a sua volta all'aumento dei premi. Per Quaglino, "L’assicurazione è uno strumento fondamentale per il funzionamento dei sistemi economici complessi come la sanità. Una dinamica come quella attualmente in corso per i casi di malpractice può avere effetti deleteri su tutto il sistema: può indurre una sopravvalutazione dei rischi da parte dei medici e ingenerare una spirale negativa dei costi, per le singole strutture e per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nel suo complesso".
Sebbene nel decreto Balduzzi questo tema sia stato preso in considerazione, le misure adottate non appaiono sufficienti e adeguate. Per intervenire in modo più efficace in tale settore, sostiene Quaglino, sono necessari la revisione del concetto di responsabilità e dei criteri di liquidazione; sarebbero inoltre opportuni dei corsi di formazione per migliorare comunicazione e rapporto medico-paziente; si potrebbero quindi creare dei fondi per coprire i “cattivi rischi” e i casi in cui non è possibile, o è troppo complesso, identificare un responsabile; infine, andrebbe incoraggiato il ricorso a forme alternative di soluzione delle controversie per ridurre il numero di processi. Su tutto, grava infine il problema della lentezza della giustizia.
Il Briefing Paper "I costi dell’assicurazione sanitaria: Analisi delle cause e proposte di policy per un mercato più efficiente" di Lucia Quaglino è liberamente disponibile qui (PDF).

Mobilità sanitaria: a rischio il diritto di scelta del luogo di cura

La regione Campania, sottoposta al commissariamento in materia sanitaria, ha recentemente stabilito che la scelta di curarsi fuori regione per alcune prestazioni sanitarie deve essere sottoposta ad autorizzazione.
La facoltà di scegliere il luogo di cura è uno degli aspetti che compongono il diritto alla salute, riconosciuto dalla Costituzione come fondamentale anche se condizionato alle possibilità e alle scelte di finanza pubblica e di organizzazione e gestione sanitaria.
Nel Briefing Paper “La cura è mobile” (PDF) Serena Sileoni – vicedirettore dell’Istituto Bruno Leoni – sostiene che limitazioni alla mobilità sanitaria come quelle approvate in Campania presentano profili di dubbia opportunità sulla efficacia del sistema sanitario pubblico, sulla sua qualità assistenziale e, elemento ancor più importante, sulla libertà degli assistiti di scegliere a chi affidare la propria salute. “L’iniziativa di porre sotto autorizzazione l’erogazione di prestazioni sanitarie in regioni limitrofe – spiega Sileoni - per quanto possa rientrare tra le facoltà della regione per bilanciare il diritto alla salute e l’equilibrio finanziario della spesa sanitaria, ha quanto meno l’amaro sapore di un ulteriore fardello sulle spalle dei residenti campani che, dopo essere utenti di un servizio comparativamente poco efficiente ma costoso, non possono nemmeno liberamente “fuggirne””.
Il Briefing Paper “La cura è mobile” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui: (PDF).

I sussidi alla stampa non promuovono il pluralismo informativo

Per garantire il pluralismo bisogna finanziare gli organi d’informazione o rischiare di ostacolare la concorrenza? Nel Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni intitolato “Stampa e pluralismo: tra valore e costi” (PDF) Vitalba Azzollini sostiene che quest’ultimo effetto sia prevalente.

Per Azzollini, l’Italia occupa posizioni di retroguardia nelle classifiche sulla libertà di stampa e il pluralismo informativo. Il paper “esamina gli strumenti apprestati dall’ordinamento – vale a dire la normativa in materia antitrust e quella relativa ai contributi statali alla stampa – per garantire il pluralismo informativo, mostrando come essi non risultino sempre idonei a conseguire il risultato cui sono preposti”.

Infatti le sovvenzioni ai giornali “pur se finalizzate a garantire l’arricchimento del panorama dell’informazione, di fatto hanno ostacolato la competizione fra operatori realmente meritevoli, consentendo invece la sopravvivenza di soggetti non sempre idonei ad esprimere contenuti di qualità o di generale interesse. La concorrenza può invece svilupparsi nell’ambito dell’editoria online, a condizione che a tale ambito non vengano applicate le misure assistenzialistiche hanno finora minato il settore della stampa cartacea”.

Il Briefing Paper “Stampa e pluralismo: tra valore e costi” di Vitalba Azzollini è liberamente disponibile qui: (PDF).

“La statizzazione dell’uomo” di Wilhelm Röpke in eBook

Continuano le uscite dei "Classici della libertà" con "La statizzazione dell'uomo" di Wilhelm Röpke. L'ebook è disponibile per l'acquisto presso i seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebooksitalia, Google Play e iTunes.
In questi due scritti (che appartengono alla fase conclusiva dell’esistenza di Wilhelm Röpke, economista tedesco di nascita e svizzero di adozione) viene offerta una riflessione assai acuta sulle implicazioni morali e culturali della società libera e dell’economia di mercato.
Mentre negli anni scorsi ci si è spesso riferiti a questo studioso per giustificare varie forme d’interventismo e regolazione pubblica, un’attenta lettura di tali scritti può permettere di cogliere appieno il senso di quella che Röpke stesso volle definire la sua “terza via”, che non si collocava certo tra il socialismo e il liberalismo ma che, al contrario, rappresentava il miglior modo d’intendere il neo-liberalismo di cui egli era interprete.
I due testi – non a caso – includono una critica molto netta di quei moralisti che ignorano ogni questione economica e sociale e, al tempo stesso, dell’economicismo superficiale di troppi positivisti. Difensore del profitto e fiero nemico dell’inflazione, Röpke esce da queste pagine come un liberale assai coerente, che si sforza costantemente di ricondurre la teoria della libertà alle sue ragioni spirituali.
Le precedenti uscite dei "Classici della libertà" sono state: Bruno Leoni, "Il diritto come pretesa individuale"; Frédéric Bastiat, "Ciò che si vede e ciò che non si vede"; Thomas Jefferson, "Federalismo e libertà"; Alexis de Tocqueville, "Saggio sulla povertà"; Friedrich Schiller, "Sparta e Atene"; Antonio Rosmini, "Saggio sul comunismo e sul socialismo".

Il “Saggio sul comunismo e il socialismo” di Antonio Rosmini in eBook

Il “Saggio sul comunismo e sul socialismo” di Antonio Rosmini è la sesta uscita dei “Classici della libertà” in ebook. Il Saggio di Rosmini è disponibile per l'acquisto sui seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebooksitalia, Google Play e iTunes.

Presentato nel corso di una conferenza tenuta a Osimo nel 1847, questo scritto di Rosmini rappresenta una straordinaria confutazione di quell’insieme di teorici socialisti che, dopo Marx, siamo abituati a ricondurre all’etichetta del “socialismo utopistico”. La riflessione del pensatore roveretano muove da premesse antropologiche e, in particolare, da una critica molto netta del materialismo socialista. Poiché “l’uomo non è una macchina”, l’intera struttura concettuale del socialismo fallisce, dato che non riesce a cogliere l’esigenza fondamentale di salvaguardare la proprietà e la libertà, che sono condizioni essenziali affinché la vita umana possa dispiegarsi.

In particolare, Rosmini porta alle estreme conseguenze le tesi di Owen, Fourier e Saint-Simon per mostrare come la teoria comunista sia la negazione dei diritti individuali, della libertà di coscienza, del diritto a ricercare la felicità e a realizzare una “vita buona”. La conclusione a cui giunge Rosmini è che il nuovo governo assolutistico auspicato da questi rivoluzionari comporta una «centralizzazione e pienezza di dominio (…) senza esempio negli annali del mondo».

Con i “Classici della libertà” l'Istituto Bruno Leoni intende proporre – solamente in formato ebook – brevi saggi “dimenticati” di importanti pensatori liberali del XVIII, XIX e XX secolo. Con questa operazione, IBL Libri (la casa editrice dell'Istituto) mette a disposizione dei lettori testi mai pubblicati in traduzione italiana oppure da anni fuori commercio. Ogni singola pubblicazione è corredata da una breve scheda bio-bibliografica sull’autore e da una cronologia di date ed eventi.

Un nuovo classico della libertà in eBook: “Sparta e Atene” di Friedrich Schiller

È disponibile una nuova uscita dei Classici della libertà in ebook: “Sparta e Atene” di Friedrich Schiller. L’ebook è acquistabile presso i seguenti store online: Amazon, Bookrepublic, Ebooksitalia, Google Play e iTunes.

In questa conferenza tenuta all’università di Jena nell’agosto del 1789, il grande letterato Friedrich Schiller contrappone due modelli di governo: quello di Sparta, elaborato a partire dal progetto costituzionale di Licurgo, e quello di Atene, quale trae origine dalle intuizioni di Solone.

Quale che sia l’attendibilità storica della ricostruzione, tale contrapposizione tra libertà e dispotismo mostra come in Schiller fosse forte l’adesione all’idea di una società aperta al mutamento e alla creatività, nella persuasione che il dominio del ceto politico riduce l’uomo a uno stato animale.

A distanza di più di due secoli, lo scritto schilleriano mantiene intatto tutto il suo fascino. Esso fu anche una formidabile fonte d’ispirazione per quei giovani che, in una Germania dominata dal totalitarismo hitleriano, continuarono a cercare nella propria tradizione storica i semi di una cultura schierata con l’uomo e contro il Potere: poiché se “uno Stato impedisce lo sviluppo delle capacità che vi sono in ogni essere umano e se esso interferisce con il progresso dello spirito, allora esso è da condannare”.

Tutto, ma non la spesa. Il dogma statalista che ci sta uccidendo

L’economia sta precipitando: e a grande velocità. Per lungo tempo in Emilia, Lombardia e Veneto (ma anche in Piemonte, Marche, Friuli e altre regioni) abbiamo avuto un sistema produttivo di alto livello, capace di creare lavoro e realizzare enormi profitti, crescendo impetuosamente all’interno dei confini italiani pur sapendo abilmente delocalizzare tutta una serie di attività. Ma ora il peso della regolazione e delle imposte è ormai tale che è diventato impossibile essere ottimisti. Sarebbe necessario tenere sotto controllo i conti pubblici e operare con urgenza, al tempo stesso, una riduzione della pressione fiscale. Non solo non ha senso innalzare l’Iva o ripristinare l’Imu sulla prima casa, ma al contrario bisognerebbe operare “uno shock positivo” – per usare le parole di un sindacalista “vecchia Dc” come Raffaele Bonanni – con massicci tagli delle tasse.
In astratto, tale consapevolezza sembra esserci, ma nei fatti non ci si sposta di un millimetro. D’altra parte, quando ci si chiede come sia possibile sopperire al mancato aumento dell’Iva sono numerosi coloro che – specie a sinistra – ripropongono il vecchio refrain della lotta alla rendita: evocando un concetto assai vago dietro al quale, però, dovremmo saper riconoscere le vecchie zie pensionate con 50 mila di euro di risparmi in titoli di Stato. Tassare la rendita significa soprattutto aggredire questi numerosi capitali (di medie e piccole dimensioni) accumulati da chi, certamente in modo imprevidente, ha dato fiducia allo Stato italiano. Un po’ ovunque, poi, troviamo quanti sono pronti a parlare di “lotta all’evasione”, senza però aggiungere che essa è altissima nel Sud, dove però è pure necessaria alla sopravvivenza di quel poco di privato che ancora resiste. Non si vuole capire che combattere l’evasione comporta, nei fatti, una crescita della pressione fiscale effettiva. Nelle ultime ore Silvio Berlusconi ha perfino suggerito all’Italia di non rispettare il Patto di stabilità europeo: ciò che è molto difficile e anche sbagliato. Non manca neppure chi propone di uscire dall’euro, così da poter svalutare, come si faceva negli anni Settanta e Ottanta. In sostanza, si suggerisce di distruggere i risparmiatori, riducendo a carta straccia il denaro che hanno sui loro conti correnti.
Tutte queste proposte sono insensate, ma rispondono alla logica secondo cui si può intervenire più o meno su tutto, eccetto che su una cosa: sulla spesa. È come se da noi fosse impensabile una riduzione delle uscite e un ridimensionamento dei dipendenti pubblici sulla falsariga di quanto è stato realizzato altrove: in Svezia, ad esempio. Ma è chiaro che questa ostilità all’idea stessa dei tagli alla spesa è conseguenza del persistere di una serie di miti che ormai mettono a rischio la stessa tenuta sociale. Qualcuno vorrebbe addirittura far credere che un taglio delle uscite comporti necessariamente una riduzione dei servizi erogati. In molti casi non è così. Nei mesi scorsi, a causa del dissesto dei conti, la regione Campania ha negato ai propri cittadini la facoltà di farsi curare – per talune patologie – nelle regioni limitrofe. Si è voluto eliminare questo costo, ma non si è preso atto di un dato macroscopico: che lì come in altre realtà del Sud la sanità ha costi altissimi e una resa modesta (all’origine di questa migrazione dei malati). Basta confrontare la Campania con la performance delle regioni settentrionali per constatare che sarebbe possibile tagliare i costi e avere, al tempo stesso, servizi migliori. La stessa idea che l’insieme dei servizi non possa essere messo in discussione è un tabù da superare. Si avvicina l’estate e i media ci informano che molti italiani non andranno in vacanza. Se i soldi mancano, si fa di necessità virtù. E lo stesso fanno molte imprese, che hanno iniziato a ristrutturarsi per far fronte alle difficoltà.
Tutti tagliano: meno lo Stato. Ma esiste una ragione che impedisca all’apparato pubblico di avviare un ridimensionamento della propria presenza nella società e, di conseguenza, un contenimento delle spese? No, ovviamente. Non si tratta neppure di sapere “se” questo avverrà, ma solo “quando”, perché il rapporto tra società produttiva e società parassitaria è tale che l’iceberg non può essere evitato. Da tempo gli apparati pubblici appaiono sempre meno in grado di risolvere problemi, e appaiono sempre più come la realtà che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Intervenire ora, potrebbe permettere scelte mirate e meno dolorose sul piano sociale. Rinviare ogni decisione riformatrice, come il governo Letta sembra voler fare, ci condurrà invece in quella situazione da cui potremo uscire solo con interventi d’urgenza e all’ultimo momento. Iniziamo a prepararci.
Da L’Intraprendente, 18 giugno 2013

Tutto, ma non la spesa. Il dogma statalista che ci sta uccidendo

L’economia sta precipitando: e a grande velocità. Per lungo tempo in Emilia, Lombardia e Veneto (ma anche in Piemonte, Marche, Friuli e altre regioni) abbiamo avuto un sistema produttivo di alto livello, capace di creare lavoro e realizzare enormi profitti, crescendo impetuosamente all’interno dei confini italiani pur sapendo abilmente delocalizzare tutta una serie di attività. Ma ora il peso della regolazione e delle imposte è ormai tale che è diventato impossibile essere ottimisti. Sarebbe necessario tenere sotto controllo i conti pubblici e operare con urgenza, al tempo stesso, una riduzione della pressione fiscale. Non solo non ha senso innalzare l’Iva o ripristinare l’Imu sulla prima casa, ma al contrario bisognerebbe operare “uno shock positivo” – per usare le parole di un sindacalista “vecchia Dc” come Raffaele Bonanni – con massicci tagli delle tasse.
In astratto, tale consapevolezza sembra esserci, ma nei fatti non ci si sposta di un millimetro. D’altra parte, quando ci si chiede come sia possibile sopperire al mancato aumento dell’Iva sono numerosi coloro che – specie a sinistra – ripropongono il vecchio refrain della lotta alla rendita: evocando un concetto assai vago dietro al quale, però, dovremmo saper riconoscere le vecchie zie pensionate con 50 mila di euro di risparmi in titoli di Stato. Tassare la rendita significa soprattutto aggredire questi numerosi capitali (di medie e piccole dimensioni) accumulati da chi, certamente in modo imprevidente, ha dato fiducia allo Stato italiano. Un po’ ovunque, poi, troviamo quanti sono pronti a parlare di “lotta all’evasione”, senza però aggiungere che essa è altissima nel Sud, dove però è pure necessaria alla sopravvivenza di quel poco di privato che ancora resiste. Non si vuole capire che combattere l’evasione comporta, nei fatti, una crescita della pressione fiscale effettiva. Nelle ultime ore Silvio Berlusconi ha perfino suggerito all’Italia di non rispettare il Patto di stabilità europeo: ciò che è molto difficile e anche sbagliato. Non manca neppure chi propone di uscire dall’euro, così da poter svalutare, come si faceva negli anni Settanta e Ottanta. In sostanza, si suggerisce di distruggere i risparmiatori, riducendo a carta straccia il denaro che hanno sui loro conti correnti.
Tutte queste proposte sono insensate, ma rispondono alla logica secondo cui si può intervenire più o meno su tutto, eccetto che su una cosa: sulla spesa. È come se da noi fosse impensabile una riduzione delle uscite e un ridimensionamento dei dipendenti pubblici sulla falsariga di quanto è stato realizzato altrove: in Svezia, ad esempio. Ma è chiaro che questa ostilità all’idea stessa dei tagli alla spesa è conseguenza del persistere di una serie di miti che ormai mettono a rischio la stessa tenuta sociale. Qualcuno vorrebbe addirittura far credere che un taglio delle uscite comporti necessariamente una riduzione dei servizi erogati. In molti casi non è così. Nei mesi scorsi, a causa del dissesto dei conti, la regione Campania ha negato ai propri cittadini la facoltà di farsi curare – per talune patologie – nelle regioni limitrofe. Si è voluto eliminare questo costo, ma non si è preso atto di un dato macroscopico: che lì come in altre realtà del Sud la sanità ha costi altissimi e una resa modesta (all’origine di questa migrazione dei malati). Basta confrontare la Campania con la performance delle regioni settentrionali per constatare che sarebbe possibile tagliare i costi e avere, al tempo stesso, servizi migliori. La stessa idea che l’insieme dei servizi non possa essere messo in discussione è un tabù da superare. Si avvicina l’estate e i media ci informano che molti italiani non andranno in vacanza. Se i soldi mancano, si fa di necessità virtù. E lo stesso fanno molte imprese, che hanno iniziato a ristrutturarsi per far fronte alle difficoltà.
Tutti tagliano: meno lo Stato. Ma esiste una ragione che impedisca all’apparato pubblico di avviare un ridimensionamento della propria presenza nella società e, di conseguenza, un contenimento delle spese? No, ovviamente. Non si tratta neppure di sapere “se” questo avverrà, ma solo “quando”, perché il rapporto tra società produttiva e società parassitaria è tale che l’iceberg non può essere evitato. Da tempo gli apparati pubblici appaiono sempre meno in grado di risolvere problemi, e appaiono sempre più come la realtà che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza. Intervenire ora, potrebbe permettere scelte mirate e meno dolorose sul piano sociale. Rinviare ogni decisione riformatrice, come il governo Letta sembra voler fare, ci condurrà invece in quella situazione da cui potremo uscire solo con interventi d’urgenza e all’ultimo momento. Iniziamo a prepararci.
Da L’Intraprendente, 18 giugno 2013

No all'euro con "l'assicurazione casco". Tesi merkeliane anti Draghi

Ieri era il welfare, oggi è il sistema bancario e la domanda aggregata. Lo stato moderno vuole garantire ogni cosa, senza lasciare nulla al caso e rischiando così esso stesso di fallire. E' la mentalità dell'assicurazione pubblica", come la chiama Ludger Schuknecht, capo economista del ministero delle Finanze di Berlino, che lunedì sarà ospite dell'Istituto Bruno Leoni a Firenze per la "Lectio Minghetti". Il discorso di Schuknecht, che il Foglio ha letto, lambirà (in maniera critica) anche le attuali scelte della Banca centrale europea, partendo da un assunto: se in Europa siamo in crisi e i nostri debiti pubblici sono alle corde è perché gli stati si sono accollati troppi rischi. L'assicurazione è uno strumento che consente di spalmare i rischi e aumentare il benessere generale, ma può anche indurre a sottovalutare i comportamenti rischiosi e ad adottarne in gran quantità. Sotto la spinta delle idee keynesiane, il "ruolo assicurativo" dello stato moderno è andato via via ampliandosi, senza mai conoscere tregua. E con esso è andata aumentando anche la spesa pubblica. "I governi - spiega Schuknecht - hanno fornito forme di assicurazione contro la povertà e la disoccupazione tramite la creazione di posti di lavoro nel settore pubblico o programmi di lavori pubblici". Quando ci si è accorti che neanche questo bastava per evitare che il caso prendesse il sopravvento, anche "le aziende e i comparti industriali dell'economia sono stati `assicurati' contro gli sviluppi di mercato sfavorevoli tramite sussidi temporanei o permanenti". Ora, con la crisi economica e finanziaria, siamo passati a una fase ulteriore. La mentalità dell'assicurazione pubblica "ha impedito il fallimento di numerose banche al fine di salvaguardare i risparmi dei loro clienti". Anche le Banche centrali, ragiona il tecnico del governo Merkel, sono entrate a far parte di questo circuito di assicurazione totale "attraverso misure non convenzionali comprendenti l'acquisto di asset pubblici e privati". Schuknecht, che ovviamente lunedì preciserà di parlare a titolo personale, non fa sconti neanche alla attuale politica di eurosalvataggio, nella quale vede una pericolosa prosecuzione della mentalità dell' assicurazione pubblica". I pacchetti di salvataggio di oggi e gli Eurobond di domani hanno gravi implicazioni redistributive: oltre ad aumentare i costi per i contribuenti, favoriscono "il settore finanziario ed i proprietari delle grandi fortune", in altre parole chi investe non risponde dei suoi investimenti. Anche affidare il ruolo di prestatore di ultima istanza alle Banche centrali sarebbe rischioso e porterebbe con sé conseguenze indesiderate. Finché non vi sono crisi di solvibilità all'orizzonte, nessun problema. Ma quando i governi perdono credibilità e la solvibilità di uno stato viene meno, anche le Banche centrali possono essere trascinate nel gorgo del fallimento, condannando i contribuenti a enormi perdite. Di qui l'invito di Schuknecht a non confondere mai politica monetaria e politica fiscale. Che poi è lo stesso argomento utilizzato dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, nella sua arringa anti Mario Draghi alla Corte di Karlsruhe per il "processo" all'Omt, il piano di acquisti illimitati di bond della Bce.

Per evitare che gli stati crollino sotto il peso delle "assicurazioni" contratte, Schuknecht propone una via d'uscita. Da un lato l'assicurazione pubblica" va limitata, abbassando la spesa statale. Dall'altro, suggerisce Schuknecht, vanno migliorate le politiche di assicurazione pubblica, individuando incentivi più adeguati per ripartire il rischio. In particolare, il bail in, ossia la partecipazione dei creditori ai costi di un fallimento andrebbe sempre preferito al bail out, l'esternalizzazione dei costi sul contribuente. Per evitare che il governo spenda troppo, invece, "il miglior controllo sono le regole di bilancio che permettono solo uno scostamento limitato dei deficit entro i limiti degli stabilizzatori automatici".

Da Il Foglio, 15 giugno 2013
Twitter @giovanniboggero