La Scozia d'Italia? Un sogno (possibile) solo per i veneti

Nel quadro europeo vi sono molte regioni animate da spinte separatiste. Oltre all'unità di Spagna e Regno Unito (contestata da catalani e scozzesi), è certo a rischio la tenuta del Belgio, dato che l'indipendentismo fiammingo va crescendo di elezione in elezione.

E situazioni calde esistono anche da noi, sebbene non sia facile dire quale sia la Scozia d'Italia e quale potrebbe essere, insomma, «l'anello che non tiene»: il luogo di disgregazione dell'unità costruita a metà Ottocento. Di primo acchito, si potrebbe pensare che le maggiori analogie con la situazione scozzese si ritrovino in Sicilia, che all'indomani della Seconda guerra mondiale seppe giocare la carta della propria diversità e conquistò un'autonomia particolarmente forte. Per giunta, se la Scozia ha i pozzi di petrolio, in Sicilia si pretende di tenere per intero le accise della raffinazione. Ma le analogie finiscono qui, dato che la dipendenza dell'economia siciliana dai soldi pubblici è talmente forte che ogni progetto separatista rischia di essere percepito dai più come autolesionista.

Un discorso in parte diverso merita la Sardegna, dove spiccato è il senso di un'identità ben definita. Fino a oggi, però, l'indipendentismo sardo ha patito un'attitudine alla chiusura etnico-culturale che gli ha impedito di fare presa sulla società più dinamica. Ora sta nascendo anche un indipendentismo liberale, che associa autogoverno e libero scambio, ma la strada da compiere resta lunga.

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Se faccia più danni corrompere infrangendo le leggi, o corrompendole

Di corruzione si può scrivere con la lente del magistrato, con i modelli dell'economista, con la gioia perversa del moralista. Se ne può scrivere anche con amore e dolore, amore per una delle più straordinarie città del mondo, dolore per gli scempi, morali e fisici, che in suo nome si sono compiuti: Venezia. E' quello che fanno Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri in "Corruzione a norma di legge". Si può corrompere, è la loro tesi, infrangendo le regole, oppure corrompendole. Quando le si infrangono, tra chi ha il potere di decidere dell'esecuzione di un'opera e chi la esegue c'è un rapporto diretto, di corruzione o di concussione. Quando le si corrompono, il rapporto è mediato dalla legge, che rende legale l'estrazione della rendita da parte del beneficiario, impresa o consorzio di imprese, a vantaggio del quale è stata scritta. Nella corruzione classica la rendita è estratta da chi ha il potere di decidere: i partiti hanno interesse a formare una sorta di cartello, con regole generali per la spartizione della rendita. E' la situazione che, semplificando un po', si considera prevalesse fino all'inizio degli anni 90, la Tangentopoli che suggellò il crollo della Prima Repubblica. Per evitare che potesse ripetersi, pensammo di combatterla con la concorrenza. In effetti la legge maggioritaria per i sindaci e la democrazia dell'alternanza ruppero il cartello dei partiti, l'eliminazione dei monopoli di stato aumentò l'interesse a formare consorzi di imprese: diventò più difficile corrompere infrangendo le leggi, aumentò l'interesse a corrompere con le leggi. I due modelli, più che corrispondere a due periodi storici, riflettono due diversi rapporti di forza, a favore del cartello dei partiti il primo, dei consorzi di imprese il secondo. E' alla fine degli anni 80, in piena Tangentopoli, che Lorenzo Necci pensò di assegnare la costruzione dell'Alta Velocità ai tre main contractor Iri, Eni, Fiat. E' per contro ancor di recente, a proposito di Expo, si sente parlare di tangenti, anche se prevalentemente per subappalti e a livello municipale o regionale.

Qual è il "rendimento economico" della corruzione? Il modello Shleifer Vishny prevede che, quando il potere di concedere una licenza è nelle mani di un politico (nel caso di Tangentopoli di un "cartello" politico) molti imprenditori concorrono per ottenere quel permesso, quel politico (o quel cartello) farà pagare a chi ottiene una licenza una tangente uguale all'intero beneficio che ne ricaverà. Se questo è il modello della corruzione per infrazione, il modello duale dovrebbe valere per la corruzione con le leggi, quando cioè il cartello di imprese si presenta come l'unica che ha la capacità di eseguire, e quindi impone alla coalizione politica di turno una legge con la quale lucrare i frutti della corruttela. Al diverso rapporto di forza corrisponde una diversa ripartizione del profitto della corruzione. Ne viene modificata anche l'entità? Probabilmente, riconoscono gli autori, nel caso del Mose di Venezia non ci fu neppure corruzione materiale all'origine della legge che diede la concessione unica a un Consorzio di imprese, affidando a un soggetto unico studi, progettazione ed esecuzione delle opere per la salvaguardia lagunare. "Il Consorzio Venezia Nuova" disse Gianni De Michelis nel 1984 "è un'idea politica, un progetto nato in sede politica. Se chi ha la responsabilità dei pubblici poteri non è all'altezza di gestire le proprie idee può solo essere travolto". E travolto fu. Sul Consorzio si costruì un sistema che finì per sostituirsi allo stato nel regolare i rapporti non solo economici, ma politici, perfino culturali di gran parte della regione: una horror story che fa leggere il libro in un fiato come un romanzo giallo. E dopo che la figura del concessionario unico fu sostituita, da una legge del governo Ciampi nel gennaio 1994, da una costituenda società tra ministero dei Lavori pubblici e regione Veneto, nel maggio 1995 il governo Dini fece una legge per cui "restano validi gli atti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti": poche parole che valgono centinaia di milioni, commentano amaro Giavazzi a Barbieri. Si dà il caso che io quella legge devo averla votata. Ero in Senato, ma mi occupavo di privatizzazioni e dintorni, c'era stata l'Ina, come forse Giuliano Ferrara ricorda, avrò votato secondo le indicazioni del capogruppo. Ridicolo pensare che questi ne avesse un tornaconto personale, poco credibile che tornaconti se ne trovassero anche risalendo la catena decisionale. Molto probabilmente avranno fatto presente a Dini che la legge Ciampi bloccava tutto, ed egli avrà pensato che fosse interesse del paese risparmiare al suo governo polemiche (eran passati quasi trent'anni dall'inondazione): suo compito era traghettare il paese alle elezioni, a mettere ordine nell'intricata questione ci avrebbe pensato pochi mesi dopo il futuro governo. Aveva torto Dini a chiedere alla sua maggioranza di votarlo?

Ci furono tornaconti personali anche nella vicenda dell'Alta Velocità, la seconda delle storie analizzate da Giavazzi e Barbieri? Sulla concessione senza gara ai tre main contractor il giorno prima che entrasse in vigore la legge europea sugli appalti ci furono indagini, della magistratura e della Commissione europea: ma nulla emerse che facesse supporre che quella decisione fosse il risultato di corruzione. Lorenzo Necci fu incarcerato, e processato per questioni minori (una consulenza a Nomisma, la costruzione di una stazione): e fu assolto anche da quelle. D'altra parte chi in Italia avrebbe potuto eseguire un'opera di tale impegno? Eni e Iri erano dello stato, quindi si trattava quante volte l'ho sentito dire! di una partita di giro, soldi che escono da una tasca ed entrano nell'altra; e come si faceva a lasciar fuori la più grande e più rappresentativa delle imprese private? Oggi sono in tanti a sostenere che per uscire dalla stagnazione e dalla disoccupazione si debba ricorrere a investimenti pubblici: si scandalizzeranno se allora si decise che lavori pagati da noi venissero eseguiti dalle nostre imprese? Si scandalizzeranno quelli per cui "nostre aziende" significa che il loro controllo è fermamente nelle mani dello stato?

Il processo di appropriazione delle rendite è più lungo e meno diretto. Per prima cosa bisogna che venga costituito il capitale, che cioè si decida (e sí stanzi effettivamente) danaro pubblico per quel determinato scopo. Bisogna creare il consenso nell'opinione pubblica. A questo servono economisti e sociologi, defunti e no: ci penseranno loro a sostenere l'utilità di manovre keynesíane, la necessità dí mantenere il controllo di "aziende strategiche", a radicare la convinzione che l'Italia ha un deficit di infrastrutture, e che questo è all'origine di molti nostri mali: dall'eccesso di trasporto su gomma, alla carenza di difese dei nostri patrimoni artistici. Una convinzione, in generale, probabilmente infondata, come dimostrano i nostri autori, ma indispensabile per creare i presupposti ideologici per la spesa. Così quando si seppe dei vantaggi, anche economici, dei TGV Parigi-Lione, immemori del fatto che col Settebello sulla direttissima Firenze-Roma avevamo costruito noi il primo tratto di ferrovia ad alta velocità d'Europa, adottammo l'idea dei francesi, e perfino le loro specifiche tecniche. Insieme agli entusiasmi ci furono, da subito, le critiche: l'AV sarebbe servita solo a far risparmiare tempo ai ricchi. A salvare il progetto furono gli ambientalisti: sulla nuova rete, integrata con la vecchia, sarebbero passati anche i treni merci, l'Alta Velocità diventò Alta Velocità/Alta capacità. Esercizio di retorica politica, questione di lana caprina di difficile comprensione, come ritengono i ricercatori dell'Ires Piemonte? In ogni caso la mutazione fu lunga e dispendiosa: obbligò a rifare un progetto già compiuto, per far passare i merci si ridussero velocità massima e pendenza. Si realizzò la strana sovrapposizione tra chi considerava che ridurre il traffico su gomma fosse un progetto di "protezione ambientale", e i costruttori: gallerie più lunghe (per la ridotta pendenza), e maggior numero di raccordi tra nuova e vecchia linea, le faraoniche costruzioni visibili dall'autostrada TorinoMilano, e su cui non ho mai visto transitare un treno.

Corruzione da parte degli ambientalisti? Siamo seri. Da parte dei costruttori? Ne colsero i frutti, ma non sarebbero mai stati in grado di farli maturare. E' la "legge universale del no": rende sempre, quasi mai all'utile idiota che se ne è fatto portavoce. Le varianti costano, i ritardi mettono in posizione di forza per far aumentare i prezzi, il disastro, reale o ingigantito, ha un valore incalcolabile. E' qui che il lungo processo, iniziato con la semina delle idee, poi tradotto in decisione politica, e infine stipulato dai legali, alla fine si traduce nel frutto della corruzione: le varianti in corso d'opera, il recupero dei ritardi, i subappalti, le consulenze. L'Expo (altro caso esaminato dai nostri autori) è un esempio da manuale di quanto può valere l'emergenza: un solo giorno di ritardo rispetto alla data convenuta riduce a zero il valore di quanto già fatto e produce una perdita di immagine irreparabile. Eppure nel tira e molla tra comune e regione su chi dovesse comandare si sono persi due anni. Si fa fatica a credere che non esista proprio nessun nesso tra i due mondi, quello dei politici che si battono per i diritti delle istituzioni che rappresentano, e quello dei costruttori che sanno che ogni giorno che passa riduce il potere negoziale del committente, e aumenta la probabilità che si verifichino occasioni per chiedere aumenti di prezzo. Giavazzi e Barbieri non vogliono lasciarci con l'amaro in bocca, il libro si chiude con uno spiraglio di lieto fine, sulle cose che si possono fare per contenere la corruzione in limiti fisiologici (non è piccolo merito degli autori ricordarci che lavori a prova di corruzione non esistono).

Come scrivere l'appalto, quali criteri adottare per valutare le offerte, come scegliere la più conveniente; i performance bond, vantaggi e rischi rispetto alle fideiussioni che prevalgono da noi; controllo di qualità e dei costi. Aggiungo io, migliorare il funzionamento dei controlli esistenti: in diversi momenti della vita del Mose la Corte dei Conti ne denunciò le anomalie, senza che poi succedesse alcunché. Gli autori auspicano l'introduzione dei whistleblower, coloro che, protetti dal segreto e incentivati dalla taglia sui risparmi procurati, denunciano le malefatte. E' la sola cosa del libro su cui non sono d'accordo. E non solo perché non capisco perché ai whistleblower dovrebbe andar meglio che ai magistrati della Corte dei Conti. Io guardo con commiserazione gli automobilisti (avete presente gli svizzeri?) che ti prendono la targa se gli hai suonato dietro; diffido da chi dice "intercettateci tutti"; non credo all'autenticità da streaming; considero innocui quanti invidiano gli inglesi che possono sapere quanto spende la regina per la manutenzione dei computer, meno innocui quanti gli fan credere che quella sia la "spending review". E nutro repulsione incoercibile (e che non intendo reprimere) verso gli stati che legittimano o organizzano o comprano le delazioni. Perché incominci a spiare i vicini e non (?) sai dove vai a finire. E perché penso che se non c'è un minimo di organizzazione della macchina amministrativa, di efficienza del suo funzionamento, di (vogliamo usare la parola desueta?) dignità di chi vi lavora, i fischietti non serviranno a nulla. Peggio, saranno anch'essi occasione di corruzione. A norma di legge.

Da Il Foglio, 16 settembre 2014
Twitter: @FDebenedetti

L'irragionevole differenza fiscale tra ebook e libri di carta

Sull'acquisto di un libro di carta, paghiamo un'IVA al 4%. Per lo stesso libro in formato elettronico, l'IVA sale al 22%. La differenza di imposta, se giustificabile agli esordi dei dispositivi elettronici, è talmente anacronistica da essere irragionevole. Il ministro della Cultura Franceschini ripete che l'armonizzazione dell'IVA sui libri vada risolta in sede europea. Un abbassamento con decisione nazionale rischierebbe infatti di essere ostacolato dalla Commissione, che ha già portato davanti alla Corte di giustizia Francia e Lussemburgo, accusandoli di dumping fiscale: attirerebbero in maniera illegittima gli acquirenti di ebook degli altri Paesi.

Una vicenda che ripropone l'antico paradosso del diritto: buon senso porterebbe a ritenere che Francia e Lussemburgo abbiano applicato un principio di giustizia (tributaria) anticipando peraltro un'armonizzazione che la stessa Commissione ha richiesto. Un principio che però si è scontrato con una regola che è legge, la quale, appunto per stessa ammissione della Commissione, dovrebbe essere rivista ma è ancora vigente. In quella che può sembrare una miope deferenza al diritto positivo ma che in realtà dimostra più la distanza tra i tempi della realtà e quelli del legislatore, la vicenda rivela un lato irrisolto della regolazione dei mercati.

Leggi il resto su Il Giornale, 15 settembre 2014
Twitter: @seresileoni

Come rimediare al deficit di idee

Del declino politico elettorale del centrodestra molte possono essere le cause, ma essenzialmente si tratta di tre questioni: di uomini, di idee e di cultura. Di uomini nel senso che non si può essere legati ai propri interessi, a quelli di un capo o di una cordata. Bisogna poi comprendere che il dato fondamentale, storicamente acquisito ormai, è che siamo passati da un modello di partito ideologico a un modello post-ideologico. Oggi, cioè, il partito politico non è più visto e vissuto (per fortuna) come fonte di unità ultima e definitiva, ma come sorgente di proposte che mirano alla concreta soluzione dei problemi sociali: la sanità, la scuola, le tasse, il traffico, l'immigrazione, l'informazione, la bioetica, ecc. Quali soluzioni ha proposto il centrodestra in questi ultimi vent'anni?

Quale problema è stato affrontato in modo liberale, secondo l'ottica per cui ci vuole più società civile e meno Stato? Per lunghi tratti di questo ventennio la destra è stata in qualche modo guidata da Silvio Berlusconi, che porta la maggiore responsabilità degli insuccessi, ma gli altri dove stavano? Dove stavano i cittadini liberali, la società civile, le associazioni? E che dire degli intellettuali che battevano le mani, stavano in disparte o si tenevano stretti alla greppia del potere? Se il potere politico non è in grado di risolvere i problemi, finisce nel clientelismo e nella corruzione, e questo è precisamente ciò che il centrodestra deve evitare e mettere da parte se vuole tornare a essere competitivo nel panorama italiano.

Vi è poi la più generale questione del rapporto tra politica e cultura. Nel campo liberale, la cultura deve essere per definizione piena di dubbi: il che vuol dire che non possono esserci intellettuali "organici", che poi vuol dire servi del potere. Premesso questo principio fondamentale e imprescindibile, sorge comunque la domanda di dove sia andato a finire, dove si sia disperso il patrimonio di idee liberali che nel 1994 sembrava avere unito un gruppo di persone entusiaste e pronte a contribuire al bene comune. Oggi si contano sulle dita di una mano i centri culturali che preservano e diffondono quel patrimonio. Citerei alcune case editrici come la Rubbettino o l'Istituto Bruno Leoni, per il resto vedo il deserto, e questo spiega in gran parte l'assenza di forze politiche liberali in Italia. In fondo, come diceva Einstein, "le idee sono la cosa più reale che esista al mondo": se le eliminiamo cosa resta? Che compito si riserva una politica ridotta in questo stato?

La legge elettorale conferma questo. L'Italicum maleodora di Porcellum: è una legge che consente a 4 o 5 Caligola al comando di nominare chi, a quel punto, gioco-forza rispecchia più gli interessi del gruppo di comando che lo ha scelto che del collegio elettorale che dovrebbe rappresentare. In questo modo si accentua la distanza tra politica ed elettori, ma il problema non sorge con questa legge elettorale, bensì con quella precedente, che fu scelta dal centrodestra il Porcellum appunto. Un non sense dal punto di vista liberale. Il "metodo Renzi" potrebbe rappresentare una buona ricetta, a questo punto: primarie per scegliere gli uomini migliori. Che, sottolineo, dovranno essere né voraci né incompetenti. Non voraci per ovvi motivi già sottolineati, non incompetenti perché solo un centrodestra competente può fare da pungolo efficace, in una sana dialettica, a un Partito democratico che ha il 40% dei voti.

Con quali proposte? Si potrebbe partire da due grandi temi: la scuola e l'informazione. Alla metà degli anni Novanta il tema della libertà di insegnamento e del "buono scuola" lanciato da Milton Friedman e ribadito da von Hayek era tornato prepotentemente alla ribalta. La campagna a favore del buono scuola sottolineava che la libertà di insegnamento nasce dalla competizione tra scuola privata e scuola pubblica come forma di collaborazione. Si mirava cioè a far nascere questa sana competizione per migliorare sia la scuola pubblica sia quella privata. Ebbene, quella battaglia fu persa. Ma cosa ne è rimasto? Nel centrodestra nessuno ne parla più, nessuno sembra, non dico intenzionato, ma neppure in grado di riprenderla.

Altro tema fondamentale su cui spingere il Paese al confronto su tematiche liberali è quello dell'informazione. E l'assunto liberale è che "la verità non sopporta padroni". E invece abbiamo un sistema televisivo che risponde non al pubblico ma al partito o capo corrente, e dunque facendo venire meno la funzione fondamentale del servizio pubblico che è quella di sottoporre i governanti al controllo dei governati. Qui succede piuttosto il contrario: sono i governanti a orientare e controllare il pensiero dei governati! E lo fanno attraverso trasmissioni che non sopportano il contraddittorio, ovvero dove si sostiene una tesi preconfezionata. È proprio li che dovrebbe entrare il vero pluralismo liberale: non un confronto fra testate e programmi, ma all'interno di testate e programmi. Perché per esempio non chiedere a gran forza che vengano trasmesse in diretta le sedute parlamentari su temi di grande rilevanza per l'opinione pubblica? Che in tal modo, sarebbe meglio e più informata, più attiva, più critica, più stimolata a verificare il comportamento degli eletti e aiutata in questo da una televisione veramente pluralistica. Una migliore informazione potrebbe inoltre fare molto su piani importanti e strategici per la comunità, diffondendo e promuovendo la ricchezza culturale del Paese, gli scambi con il resto del mondo, la consapevolezza dei temi realmente importanti dell'agenda europea quelli dell'energia, dell'immigrazione, del diritto penale comune, quelli cioè che toccano l'interesse dei cittadini e non sono frutto della mania costruttivistica dell'Unione europea.

Non mi sorprendo che in quest'ottica poco o nulla abbiano da dire o dicano gli eredi dell'esperienza berlusconiana e il centrodestra come è oggi strutturato, con i suoi parliti da Forza Italia a Ncd, dalla Lega a Fratelli d'Italia. Mi sorprende di più l'inconsistenza del mondo cattolico non il popolo, ma l'élite politico-culturale cattolica passata dalla diaspora all'assenza. Sembra infatti essersi risolto in un completo fallimento il progetto di Todi, e tutto quell'imponente fermento che ha già salvato l'Italia nel dopoguerra e che lo sta salvando ancora oggi dallo spettro della povertà (si pensi a quello che fa la Caritas per i poveri e nei centri di prima accoglienza), sembra oggi del tutto afono politicamente.

Da Formiche, settembre 2014

La recessione? Colpa del debito

La Grande Recessione come crisi bancaria: è la spiegazione standard. Che variamente combina eccesso di mutui garantiti dal Governo, cartolarizzazione che riduce il premio al rischio, tassi di interesse troppo bassi, mancato salvataggio della Lehman; e, per i moralisti, avidità dei banchieri e conflitto di interesse delle agenzie di rating.
La Grande Recessione come crisi innescata dal debito: è invece la tesi di Anif Mian e Amir Sufi in House of debt. Sono quindi sbagliate le politiche con cui il Governo americano ha arginato la crisi, sbagliate le leggi emanate per evitarne il ripetersi. In 190 limpide pagine di agevole lettura, senza equazioni e con pochi dati essenziali, gli autori forniscono un modello macroeconomico che spiega come la caduta di prezzo di un bene in un'economia fortemente indebitata conduca a un disastro economico con massicce perdite di posti di lavoro. Lawrence Summers, uno dei protagonisti di quelle vicende, candida House of debt a più importante libro del 2014.
Tutte le recessioni sono precedute da una caduta della domanda, e la Grande Recessione non fa eccezione: la caduta dei consumi di beni durevoli era iniziata due anni prima di Lehman, ed era diventata generale nove mesi prima, più accentuata dove il maggior calo dei prezzi delle case si accompagnava a un maggior livello di indebitamento. Più indebitamento, più pignoramenti; più indebitamento, maggiore riduzione dei consumi: sono infatti le famiglie indebitate ad avere la più alta propensione marginale ai consumi. La teoria macroeconomica è supportata dall'analisi micro: Mian e Sufi usano tecniche che consentono di rilevare i comportamenti delle famiglie fino al dettaglio di uno zip-code.

«Il debito è il problema chiave». L'assicurazione distribuisce il rischio, il debito lo concentra su quelli che meno possono sostenerlo: in questo senso il debito è l'anti-assicurazione. La quota di capitale versata alla stipula del mutuo, per il creditore è un cuscinetto a protezione del suo prestito, per il debitore è il suo patrimonio, sovente tutto il suo patrimonio. Se i prezzi delle case calano, il creditore non perde nulla, il debitore può perdere tutto. «C'è un nesso inestricabile tra concentrazione delle perdite e disuguaglianza di ricchezza: il debito amplifica la caduta dei prezzi perché dà luogo a pignoramenti e perché concentra le perdite sui più indebitati che sono anche le famiglie più povere. Questo è la fondamentale natura del debito: che obbliga il debitore a sopportare il maggior onere della crisi. Lo shock da domanda sopraffà l'economia e il risultato è la catastrofe economica». Il debito introduce una non linearità nel sistema economico, che i modelli keynesiani trascurano.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 14 settembre 2014

Precari della scuola: rivoluzione@governo?

Il primo passo per dimagrire, è mettersi a dieta. Il governo ha più volte ribadito che la “spending review” è questione politica, della quale si sente fortemente investito. E tuttavia anche la dieta dello Stato sembra godere dello stesso destino di tante altre: essere rimandata, a un eterno prossimo lunedì.

L’episodio al quale ci riferiamo ha forte impatto economico e ancor più forte valenza simbolica, dal momento che segna la fine del blocco del turn over nel pubblico impiego: un piano straordinario  di assunzione di 150.000 insegnanti per stabilizzare quella parte dei precari della scuola che ogni anno attendono la chiamata in supplenza.

Il reclutamento degli insegnanti soffre dell’accumulo di riforme e controriforme che hanno portato alla più totale imprevedibilità su cosa e come fare per essere assunti. Graduatorie permanenti trasformate in graduatorie ad esaurimento, SISS aperte e poi congelate a metà strada, Graduatorie di istituto, concorsi isolati, Tirocini formativi attivi, Percorsi abilitanti speciali e lauree specifiche hanno segnato il percorso incerto, ai limiti dell’assurdità, per salire in cattedra. Nell’offuscamento della distinzione tra caparbietà e esperienza, fortuna e merito, le vicende personali sono state devolute alle decisioni dei tribunali, compresa la Corte di giustizia europea e la Corte costituzionale. 

Per risolvere una situazione di eccezionalità perenne, un piano straordinario di assunzioni prevede ora di stabilizzare, in via ancora una volta eccezionale, tutti i precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, rinviando al domani (un concorso da bandire per l’anno prossimo) la soluzione a regime. 

La strategia di sempre, per i problemi di sempre: avanzare con piani straordinari per risolvere situazioni generate a loro volta da interventi straordinari non sembra un modo per «cambiare verso», ma l’ulteriore dimostrazione della politica di non saper disfare i nodi, con o senza strappi. Si aggiunga che quest’infornata di assunzioni produrrà l’effetto immediato di rendere impraticabile qualsiasi “spending review” che passi per, ad esempio, la più volte ventilata riduzione del liceo a quattro anni. 

Il piano straordinario di assunzioni porterà con sé altre eccezioni da risolvere, come quelle degli abilitati non iscritti alle graduatorie, una sorta di esodati di questa vera e propria infornata, confermando che procedere tramite misure emergenziali porta con sé l’unica certezza di innalzare dei confini tra chi resta dentro la gestione dell’emergenza e chi resta fuori, chi viene sanato e chi no.

Che si prometta poi di stabilizzare il reclutamento degli insegnanti tramite concorsi, non dà proprio l’idea di un cambiamento di verso,  quanto piuttosto adombra il sospetto che, inevitabilmente, la gestione del consenso immediato è l'obiettivo finale di ogni governo.

La terra di nessuno dei comuni in dissesto finanziario

Molti comuni italiani sono costretti a misurarsi con la prospettiva del default, dovuto ad di anni cattiva gestione della cosa pubblica. 

Nel Briefing Paper “Non dissestare i dissestati” (PDF), Rocco Todero analizza la disciplina del dissesto finanziario e i casi di Napoli, Reggio Calabria ed Alessandria. Anche a seguito delle novità introdotte dal governo Renzi, i comuni continuano a vivere “nel limbo: non falliscono e non trovano la strada del risanamento, allo stesso tempo, però, trascinano con loro in questa terra di nessuno i cittadini ed i creditori, ai quali ultimi si rende sempre più difficoltoso l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito qual è quello alla tutela dei propri diritti ed interessi”. “Un fallimento vero - conclude Todero - assistito dalle ordinarie cautele tipiche delle transazioni consumate all’interno di un’economia di mercato, permetterebbe di assicurare comunque l’ordinario svolgimento delle funzioni amministrative essenziali. Né sarebbe d’ostacolo la presenza delle numerose società partecipate cariche di ingenti debiti e di personale in eccesso rispetto ai fabbisogni reali. Anche per loro dovrebbe semplicemente aprirsi la strada della dismissione o del fallimento, con tutte le conseguenze necessarie, comprese quelle del licenziamento del personale in esubero e dell’estinzione dei ingenti debiti, per ripartire, dopo, con l’affidamento al mercato privato della erogazione dei relativi servizi pubblici.”

Il Briefing Paper “Non dissestare i dissestati: il caso dei Comuni” di Rocco Todero è liberamente disponibile qui (PDF).

A Barcellona è effetto Scozia. In piazza per l'addio a Madrid

Barcellona - Fin da mercoledì si sentiva nell'aria un'atmosfera particolare, grazie al moltiplicarsi di bandiere alle finestre di tutta Barcellona: e nella sera per le strade si sono viste suggestive fiaccolate.
Alle 8 della mattina successiva trecento violoncellisti hanno interpretato un brano di Albert Guinovart mentre aveva inizio la pacifica invasione della città da parte di catalani con magliette gialle o rosse, pronti per la grande coreografia di massa che si è tenuta nel pomeriggio a festeggiare questa Diada organizzata ieri dall'Anc (Assemblea nazionale catalana, realtà politico-culturale del tutto esterna ai partiti) con cui i catalani hanno guardato alla remota fine della loro indipendenza per favorire il parto di un futuro diverso.

Alle ore 17.14 - a ricordare quell'anno 1714 nel quale l'esercito borbonico pose fine all'assedio di Barcellona e iniziò una lunga dominazione - è stata dunque disegnata una bandiera catalana lunga undici chilometri a forma di «V» lungo due delle arterie principali cittadine: una «V» che voleva evocare tante cose, ma soprattutto il desiderio di poter votare il prossimo 9 novembre, come hanno deciso le istituzioni locali in aperta opposizione con quelle spagnole e come ieri ha riconfermato Artur Mas, presidente del governo catalano.

Ci sono varie ragioni alla base di questa determinazione a farsi indipendente che ieri ha portato in strada più di un milione di persone. Vi sono una storia e una lingua, insieme al sentimento di un'identità ben precisa e alla determinazione a riconquistare la libertà perduta. Certo non manca neppure la legittima aspirazione a tenere per sé i propri soldi formulata da questo Nord tanto lontano, ad esempio, dalla sensibilità del Mezzogiorno andaluso.

Nel 1975 in Spagna usciva di scena il franchismo e nasceva un Paese diverso. Ma a Barcellona ieri ci si chiedeva se sia davvero democratico e liberale un Paese che rimane così lontano dallo spirito che ha portato i britannici a indire un referendum sull'ipotesi dell'indipendenza di Edimburgo. E proprio una mostra sul tema del monumento allestita nel Convent dels Àngels (Museo d'arte contemporanea) non a caso pone a più riprese l'accento su questa richiesta di coerenza: auspicando la liberazione da immagini, simboli e logiche che sono intimamente repressivi. Se la Spagna ha lasciato il fascismo per adottare la democrazia, ora non può usare la minaccia dell'esercito per impedire ai catalani di decidere cosa vogliono essere.

Leggi il resto su Il Giornale, 12 settembre 2014

Vita e opere di Cattaneo, Il profeta federalista che capiamo solo oggi

Quasi vent’anni dopo l’uscita della fortunata monografia su Carlo Cattaneo (allora pubblicata da Mondadori), Romano Bracalini ripropone la sua analisi su questo protagonista del diciannovesimo secolo, interprete di una prospettiva federalista che allora risultò perdente ma oggi manifesta un’eccezionale modernità. E il volume nuovamente disponibile con un titolo leggermente diverso e una nuova introduzione (Cattaneo. Il sogno dell’Italia federale e dell’autonomia dei popoli, edito dalla Libreria San Giorgio, 15 euro) ha il merito di prendere per mano il lettore, illustrandogli le varie fasi dell’esperienza politica ed intellettuale di questo studioso che avvertì sempre un forte nesso tra ricerca filosofica e passione civile.


Bracalini muove dagli «anni della formazione» (1801-1846, prima in seminario e poi col giurista e filosofo Giandomenico Romagnosi) per poi affrontare il periodo durante il quale Cattaneo gioca un ruolo politico cruciale: nel triennio 1847-49, quando da  «capitano del popolo» è pure protagonista delle Cinque giornate di Milano. Dopo il fallimento di quel tentativo rivoluzionario, arrivano gli anni del trasferimento in Svizzera (1850-69), in un Canton Ticino che gli riconosce il «blasone dell’esule» e per tanti aspetti l’adotta. Il quarto capitolo del volume, infine, si focalizza sulla sua riflessione politico-teorica (1861-69) e pone al centro il Cattaneo ancora oggi più vitale: il pensatore che si fa «profeta della federazione».

Come in altri suoi scritti, il lavoro storico condotto da Bracalini è molto accurato e permette di cogliere la complessità di un’esistenza vivace, strettamente legata all’evoluzione di un mondo politico e culturale tra Italia e Svizzera, tra Milano e il Ticino che nel secolo dei nazionalismi si allontanava sempre più dagli ideali del fondatore del mensile ilPolitecnico. E in effetti all’interno del Risorgimento italiano la posizione di Cattaneo risulta del tutto peculiare e per certi aspetti perfino marginale. Non a caso l’Italia che prese forma per iniziativa di Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele non s’ispirò affatto agli ideali di libertà che egli sentiva propri.

Certamente Cattaneo si batté per affrancare l’Italia da ogni controllo esterno. Dapprima sperò fosse possibile trasformare in senso federalista l’Impero asburgico, ma quando ritenne che tale obiettivo non fosse raggiungibile ridefinì il proprio federalismo modellandolo sull’Italia. Ma rimase sempre antiunitarista, fino alla fine dei suoi giorni. Egli non pensò mai che l’Italia dovesse guardare a una Francia variamente assolutistica e giacobina, ma sentì invece un costante interesse per le istituzioni degli Stati Uniti e della Svizzera.

Lontano dalle nostalgie reazionarie dei difensori della Restaurazione, egli risultò soprattutto immune dal virus di quello statalismo patriottico che connetterà larga parte del Risorgimento alle fasi successive: fino al fascismo.

Al contrario, il suo è un llluminismo tardivo e avverso alle ideologie, che valorizza la dimensione municipale della storia italiana e la complessità della sua struttura decentrata. In anni che vedevano prevalere una visione volta ad annullare ogni singolarità e diversità nella nuova Patria italiana, egli resta fedele a un’idea di indipendenza nazionale che si basa sul libero mercato, sull’autogoverno delle comunità locali, sulla logica pattizia propria delle federazioni. Oltre a ciò, Cattaneo fu testimone di una concretezza tutta lombarda volta a respingere ogni politica parolaia. Negli anni della sua esistenza in Svizzera questo è testimoniato ad esempio dal notevole impegno a favore del traforo del Gottardo, che avrebbe permesso al collegamento ferroviario di unire popolazioni lontane, allargare i commerci, facilitare la crescita economica.

Come rileva Bracalini, in economia e non solo «i suoi erano i principi del liberalismo classico avversati dai socialisti statolatri, dagli stessi federalisti guelfi e dai clericali». Cattaneo era insomma un repubblicano attento soprattutto al civismo delle città, desideroso di vedere queste ultime in concorrenza tra loro e consapevole che una pluralità di piccoli governi possa essere un valido baluardo a tutela delle libertà dei singoli.

Allora l’Italia non lo comprese e a sua volta egli rigettò le nuove istituzioni sabaude, esprimendo un giudizio negativo su quell’unificazione militare monarchica che a suo parere tradiva le attese del Risorgimento più libertario. A quell’Italia egli preferì il rifugio elvetico. La storia successiva, lo sappiamo bene, ha finito per dargli ragione.

Da Il Giornale, 12 settembre 2014

La spending review di Leoni? Tagliare l'illusione statalista

Disponibile da oggi in ebook su tutte le piattaforme, il quinto volume delle Opere complete di Bruno Leoni (Liberalismo e storia del pensiero politico).
Continua così l'operazione editoriale dell'Istituto Bruno Leoni, che prevede la pubblicazione di dodici volumi a cura di Raimondo Cubeddu, Carlo Lottieri e Antonio Masala.
Di seguito uno stralcio dell'introduzione al quinto volume firmata da Luigi Marco Bassani, professore di Scienze politiche all'Università statale di Milano


Quando Bruno Leoni scriveva questi saggi, l'Italia cresceva a ritmi oggi inimmaginabili e, nel 1963, avrebbe raggiunto la piena occupazione. La storia avrebbe dato ragione a Leoni, ma sul momento i suoi avversari avevano buon gioco ad affermare che il comando dell'economia da parte dello Stato non produceva effetti recessivi e altro non era che un correttivo ai bassi salari sui quali si basava il boom economico.

Nessuno allora avrebbe pensato che il governo sarebbe arrivato a «intermediare» ben oltre la metà del reddito prodotto.

Anche Keynes, non certo un avversario dell'intervento pubblico, riteneva che oltre un certo limite ? superato da un pezzo ? la tassazione avrebbe prodotto effetti devastanti e alla fine anche di autentica de-civilizzazione. E tuttavia, lo Stato era considerato uno strumento umano nelle mani di uomini di buon senso dotati di responsabilità politica e ragionevolezza. Come una diga può essere aperta o chiusa per allagare e poi prosciugare i campi, il governo, si credeva, avrebbe potuto andare avanti con alte e basse maree, a seconda della lettura delle contingenze storiche da parte delle classi politiche. Se esiste una lezione e una legge universale ricavabile dallo studio della politica è proprio quella che Gianfranco Miglio chiamava la «legge di gravità del potere»: i governanti vogliono il potere e questo sta alla politica proprio come il profitto sta all'agire economico.

In breve, gli avversari di Leoni, ossia tutti i protagonisti del dibattito italiano del dopoguerra, o non avevano compreso la logica del movimento statale, oppure la volevano assecondare fino in fondo. Bruno Leoni aveva invece capito molto della logica profonda che muove la mano pubblica. Ma la sua prospettiva politica sconta una debolezza ineliminabile, per così dire «di corrente», che investe l'intero spettro liberale del Novecento.

Leggi il resto su Il Giornale, 11 settembre 2014

I tagli, Prodi e il tic italiano d'inventarsi il nemico "liberista" che non c'è

Pare che a Cernobbio Romano Prodi abbia biasimato l'incredibile circostanza del ritorno "in auge" delle "idee della scuola liberista austriaca". Con ciò suggerendo che proprio quelle idee ispirino la cosiddetta "austerità". Ma perché Prodi dovrebbe pensare, e noi con lui, che le attuali politiche dei governi europei siano debitrici alla scuola "austriaca" dell'economia?
Banalizzandola, la teoria "austriaca" del ciclo economico sostiene che, se non vi fosse un'espansione del credito bancario, domanda e offerta tenderebbero all'equilibrio attraverso il sistema dei prezzi. Non ci sarebbero né i boom né la necessità, che logicamente ne deriva, di robuste correzioni. Invece, le Banche centrali stimolano l'espansione del credito bancario e l'esplosione di moneta bancaria abbassa artificialmente il tasso di interesse. Gli imprenditori sono "sedotti" dalla moneta facile e prendono le loro decisioni come se fossero disponibili più risparmi da investire di quanti non ce ne siano, "sovrainvestendo" in beni capitali. Il boom inflazionistico induce una distorsione sistematica dei prezzi dei fattori produttivi e la "depressione" diventa allora l'inevitabile momento riequilibrante. La risposta austriaca sarebbe pertanto "liquidazionista", e tale secondo Prodi sarebbe pure l'atteggiamento dei governi europei, in questa recessione.

In realtà la posizione austriaca non coincide con un elogio del dolce far niente.
Una lettera al Times di Hayek, Lionel Robbins e altri economisti della London School of Economics, pubblicata nel 1932 in risposta a una lettera di Keynes e altri economisti di Cambridge, aiuta a chiarirne le indicazioni "normative". Hayek e Robbins suggerivano di "abolire quelle restrizioni ai commerci e al libero movimento dei capitali (incluse le restrizioni sui titoli di nuova emissione) che attualmente impediscono anche solo l'avvio della ripresa". C'è una qualche somiglianza fra tale posizione e il mantra delle "riforme strutturali". Queste ultime, in effetti, dovrebbero servire a rendere più facile la riallocazione dei fattori produttivi, consentendo così di riavviare quegli scambi senza i quali non può esserci crescita. Ma queste riforme, spesso più annunciate che messe in atto, sono il risultato di un'adesione ideologica? Non pare proprio. Di politici hayekiani in giro se ne vedono pochi: altrimenti la spesa pubblica non sarebbe così prossima ad assorbire metà del prodotto interno lordo.

Gli avversari dell'austerità, questi politici hayekiani se li inventano, semplicemente perché hanno bisogno di un nemico, un avversario da combattere: alla peggio, qualche "economista defunto". Se veramente vanno cercando chi rende impossibile seguire, oggi, le loro tradizionali ricette, dovrebbero guardarsi allo specchio. Il perché è presto detto. La politica monetaria, non sarà certo una sorpresa per i keynesiani, incontra alcuni limiti; nelle recessioni può essere inefficace. Ma anche la politica di bilancio ha limiti severi. Per fare spesa in deficit, uno stato deve trovare chi compri i suoi bond. E gli investitori, prima o poi, si pongono la domanda drammatica: lo stato che sto finanziando sarà in grado di onorare i suoi debiti? Nel 2011 non è stato il fantasma di Hayek a imporre all'Italia l'aggiustamento di finanza pubblica. Sono stati piuttosto i nostri creditori, che hanno preteso un tasso d'interesse velocemente crescente (l'estate dello spread) per continuare a finanziare la nostra spesa pubblica. Neanche i pasti keynesiani sono gratis.

Piacerebbe ai politici che ci fosse da qualche parte un torchio della moneta che evitasse loro di fare i conti con la realtà. Oppure che si potesse obbligare qualcuno a comprare i loro titoli di stato. Così potrebbero offrire agli elettori la botte piena, la moglie ubriaca e l'uva sulla pianta. Sono illusioni costose. Per superarle, un economista non esattamente hayekiano come Beniamino Andreatta volle il cosiddetto divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia. Quel divorzio si è fatto più completo con l'adesione dell'Italia all'euro, vicenda nella quale il ruolo di Prodi non è stato certo marginale.
Adesso molti eurofili della prima ora sembrano cadere dal pero. Come se non avessero ben compreso che all'interno di un'area monetaria unica il funzionamento dei meccanismi di aggiustamento è simile a quello presente in un sistema di gold standard. Se un paese "perde competitività", perde moneta; o riporta la crescita della propria produttività verso quella dei paesi concorrenti, ovvero è costretto ad abbassare i propri costi, a partire dai salari.

Non stupisce che anche personalità lontanissime dal "liberismo austriaco", e fra loro il pragmatico Mario Draghi, auspichino "riforme strutturali": riforme microeconomiche, dal lato dell'offerta, volte a perseguire una migliore allocazione dei fattori produttivi, pena una dolorosa compressione dei salari reali. Per carità, si può sempre sperare che sia qualcun altro a pagare. Se il torchio della moneta non è sufficiente a generare inflazione, si auspica che l'Unione trasferisca risorse fra paesi. E si finge di dimenticare che proprio l'esclusione di questi trasferimenti costituì la condizione sine qua non della moneta unica. L'ultima moda consiste nello spiegare alla Germania cosa dovrebbe fare; lezione impartita da chi ha tassi di disoccupazione giovanile prossimi al 50 per cento, comprensibilmente non presa molto sul serio da chi li ha a meno del 10.
Lungi da noi essere corrivi verso la generalizzata criminalizzazione dei sistemi di idee, quasi se ne potesse davvero fare a meno. Ancor meno ci lagneremmo se davvero avessero prevalso "idee liberiste austriache". Ma non serve che un po' di realismo per convincersi che non ne verremo fuori se non cambiando il nostro welfare, facendo funzionare la giustizia, la scuola, etc. Nostra opinione è che questi cambiamenti non ci saranno, o comunque non saranno efficaci, se non ridurremo il ruolo dello stato. Ma questa è per l'appunto la nostra visione ideologica, temiamo nient'affatto maggioritaria.

Da Il Foglio, 11 settembre 2014
Twitter: @amingardi

Non trattateci come sudditi

È solo un paradosso apparente che i sondaggi mostrino il sostegno degli italiani per Matteo Renzi (raggiunge il 64 per cento dei consensi nel sondaggio di cui ha dato conto il Corriere domenica, e in nessun altra rilevazione scende sotto il 50), unito però a un diffuso scetticismo sulle misure del governo. Non c’è nulla di irrazionale. Anzi, il pubblico si mostra giudizioso. Si affida a Renzi perché lo riconosce come l’uomo forte del momento, colui che domina la politica e dice di sapere che cosa occorra fare per portarci fuori dai guai. In situazioni tribolate non è insensato affidarsi (provvisoriamente) all’uomo forte disponibile. Ma, al tempo stesso, gli italiani non si mostrano stupidi, non si fanno prendere in giro. Fino ad oggi il governo non è risultato molto convincente nella sua azione e i sondaggi lo registrano.

Proviamo a domandarci che cosa ci sia di poco convincente. Detto in modo enfatico e (non troppo) esagerato, di poco convincente c’è il fatto che non si è visto fin qui nessun provvedimento volto a restituire agli italiani i diritti di cittadinanza, nessun provvedimento che dia l’impressione di volerli trasformare da sudditi, quali per molti versi sono, in cittadini. Alcuni anni fa l’economista Nicola Rossi scrisse un bel libro (Sudditi , Istituto Bruno Leoni) che documentava il modo in cui politica e amministrazione avevano ridotto alla stato di sudditanza gli italiani, che pure, stando alla Costituzione, dovrebbero essere cittadini. Nel periodo intercorso non è cambiato nulla. E nemmeno Renzi finora ha fatto granché. Il caso della Tasi è esemplare. Come documentavano, sul Corriere di ieri, Fracaro e Saldutti, a meno di un mese dalla scadenza, più di 3.000 Comuni su 8.000 non hanno ancora fissato l’aliquota che dovrà essere versata. Una grande quantità di italiani continua ad ignorare quanto dovrà pagare. Il governo Renzi, sulla scia di Letta, ha ripetuto l’errore fatto a suo tempo dal governo Monti con l’Imu.

Leggi il resto su Corriere.it, 10 settembre 2014

La Scozia dà lezione di secessione ma la sterlina crolla

In queste ore è davvero difficile prevedere cosa uscirà dalle urne a Edimburgo, dove giovedì 18 si voterà per scegliere tra restare uniti a Londra oppure ottenere la totale indipendenza. Abbastanza a sorpresa, gli ultimi sondaggi stanno rovesciando le indicazioni degli ultimi mesi, e così oggi i favorevoli alla divisione guidato dal leader del National Scottish Party, Alex Salmond ora sono in vantaggio: anche se solo di un soffio.

Senza dubbio tanto di cappello a una società, quella britannica, che senza troppi problemi ha ritenuto doveroso prendere sul serio la richiesta scozzese di libertà e democrazia e che, di fronte all'avanzata del movimento indipendentista, ha deciso fare ricorso alle urne. In definitiva il Regno Unito ha seguito l'esempio del Canada, dove di fronte al Québec francofono si optò per due volte di far decidere al corpo elettorale.

Altrove le cose vanno diversamente. In Spagna, ad esempio, c'è uno sconto assai duro tra una Catalogna determinata a vedere riconosciuti gli stessi diritti della Scozia, e una Spagna tenacemente a difesa di logiche autoritarie. Nei prossimi giorni, così, nelle strade di Barcellona la popolazione si indirizzerà verso due grandi arterie cittadine la Via Diagonal e la Gran Via per disegnare un'enorme «V». La coreografia di massa vuole spettacolarizzare la richiesta di democrazia che viene dai catalani e a cui il potere centrale spagnolo sta rispondendo in termini negativi. Ma analoghe tensioni potebbero esserci presto in Italia, dato che il governo Renzi ha impugnato dinanzi alla Corte costituzionale due leggi della Regione Veneto in tema di statuto speciale e indipendenza.

Appare insomma evidente la distanza tra le società di tradizione liberale, dove non c'è timore di mettere in discussione anche i confini nazionali, e altri Paesi tra cui il nostro caratterizzati da un insieme di retorica statale e rocciosa difesa dell'esistente.

Mentre insomma sul continente europeo, anche nella parte occidentale, rischiamo di avere tensioni che si credevano dimenticate (se si pensa che la Costituzione spagnola legittima perfino il ricorso all'uso delle armi contro una comunità che voglia rendersi indipendente), i britannici si apprestano a darci una bella lezione. E questo va al di là di ogni considerazione anche sensata sull'opportunità o meno, per gli scozzesi, di staccarsi da inglesi, gallesi e nord-irlandesi.

Nel merito dei costi e dei benefici, varie considerazioni sono possibili. I fautori del «no» insistono soprattutto su alcuni temi: sul fatto che gli scozzesi ricevono da Londra più di quanto non diano e sono quindi «assistiti»; sulla possibile trasformazione del rapporto tra la Scozia e l'Unione europea; sulla questione monetaria, poiché non si sa se gli scozzesi continueranno a usare la sterlina o passeranno ad altra valuta (l'euro, ad esempio).

Tutte tematiche davvero serie, ma non decisive, poiché è assai più importante sottolineare che in caso di vittoria dei «sì» potrebbe prendere avvio una rinascita delle «piccole patrie» destinata a moltiplicare le giurisdizioni e aumentare la concorrenza istituzionale. Esiste infatti ormai ampia concorrenza sul fatto che quando famiglie, individui, capitali e imprese possono scegliere tra molti piccoli Stati, questi ultimi finiscono per funzionare meglio: tassando meno e offrendo servizi di migliore qualità. L'aver riconosciuto il diritto degli scozzesi a votare sul proprio futuro potrebbe allora produrre significative conseguenze in tutta Europa. E anche se non sappiamo se vinceranno i sì o i no, una cosa appare certa: ed è che in questi giorni a Londra e a Edimburgo hanno vinto la civiltà e un attaccamento alle ragioni della libertà. Qualcuno a Roma come a Parigi, a Madrid come Berlino dovrebbe imparare la lezione.

Da Il Giornale, 9 settembre 2014

La rabbia del salotto buono snobbato dalla politica

La decisione di Matteo Renzi di non portare il proprio omaggio alla riunione di Cernobbio ha sollevato reazioni molto negative.
In particolare, Alberto Bombassei - vicepresidente di Confindustria - ha sostenuto che con tale assenza il premier avrebbe dato l'impressione di ignorare le ragioni delle imprese e a chi lavora.

C'è molto di barocco e formalistico in questa polemica di fine estate. Ma davvero si può credere che qualche ora in una riunione di finanzieri e industriali possa aiutare a rimettere in piedi la società italiana? Nemmeno in presenza di una concentrazione di premi Nobel per l'economia si potrebbe pensare a tante virtù miracolistiche.

Anche chi è assai critico nei riguardi della maggioranza di governo e del suo leader stavolta fatica a mettersi tra gli accusatori. Cosa mai ci sarà di tanto significativo da sentire nell'ennesimo incontro destinato a dare un po' di visibilità a questo o a quello? Cosa potranno mai dire di diverso quei signori rispetto a quanto dichiarano ogni giorno a televisioni e giornali? E poi lo sappiamo bene che i problemi economici si risolverebbero - in estrema sintesi - con meno spesa, meno tasse, meno regole. Che si vada a Cernobbio o no.

Leggi il resto su Il Giornale, 6 settembre 2014

I compiti minimi dello Stato

È una banalità ricordare che, nel corso del Novecento, le posizioni liberali sono state fortemente minoritarie. Per tutto il secolo, per rubare le parole al Walter Lippman del 1937, «quasi ovunque la caratteristica del progressista è che egli, in ultima analisi, per migliorare le condizioni degli uomini confida in un aumento del potere dei funzionari pubblici». Non sono bastate due guerre mondiali, il lager, il gulag, per instillare un terrore del «niente-al-di-fuori-dello-Stato» più vivo che quello per il suo contrario. Friedrich von Hayek aveva sempre cura di spiegare che «il vero liberalismo non è il laissez faire». Il nome di Mililton Friedman è tutt'oggi un drappo rosso sventolato sotto gli occhi delle sinistre di tutto il globo, ma, con la sua «imposta negativa sul reddito», egli proponeva qualcosa di non troppo diverso dal «reddito di cittadinanza». James Buchanan era favorevole a imposte di successione pressoché confiscatorie.

Lo Stato «guardiano notturno» esce davvero dalle catacombe solo in un libro di quarant'anni fa, opera non di un economista ma di un filosofo. È la più celebre delle risposte a Una teoria della giustizia di John Rawls, che da11971 troneggia sul dibattito filosofico-politico dell'Occidente. Anarchia, Stato e Utopia di Robert Nozick, collega più giovane dí Rawls, entrambi di Harvard, è un saggio tripartito. Nella prima parte, Nozick fornisce la sua spiegazione «a mano invisibile» della nascita dello Stato, un esercizio intellettuale che ne immagina l'insorgenza in assenza di violazione dei diritti individuali: ipotesi che ha nulla a che fare con la storicità dello Stato moderno, ma serve all'autore per confrontarsi con i suoi veri punti di riferimento. Si tratta di autori misconosciuti, che però fanno al filosofo di Harvard un'impressione profonda: sono i «libertari» americani, dalla romanziera Ayn Rand, anch'essa fautrice di uno Stato minimo, a Murray Newton Rothbard, economista e storico delle idee, allievo dell'austriaco Ludwig von Mises. Nozick ne aveva fatto la conoscenza occupandosi del tema della coercizione, al centro del suo primo lavoro pubblicato (nel 1969).

Il punto di partenza dí Rothbard è quello di John Locke, ma, avendo dalla sua l'esperienza di un paio di secoli, egli ritiene che uscire dallo «stato di natura» affidando a un monopolista della violenza la tutela dei diritti individuali sia un errore logico. Questi ultimi vengono messi a repentaglio proprio dalla natura monopolistica del loro presunto guardiano: che non a caso finisce puntualmente per esondare qualsiasi argine, di natura costituzionale o meno, dovrebbe circoscriverne l'attività.

Nozick s'affanna a rispondere ai nuovi «anarchici di mercato», senza riuscire a persuaderli. Il primo numero del «Journal of Libertarian Studies», nel 1977, sarà dedicato a una spietata vivisezione del capolavoro nozickiano, accusato dì tentare «l'immacolata concezione dello Stato». Se la prima parte di Anarchia, Stato e Utopia vorrebbe smentirli, la seconda ne lancia le idee nel dibattito. È qui che Nozìck prende di petto il collega Rawls, caricandosi sulle spalle le riflessioni di Hayek sulla giustizia sociale ma anche autori dimenticati, come Herbert Spencer di cui riprende la «parabola dello schiavo», per spiegare che la tassazione può essere considerata alla stregua del lavoro forzato. Nozick aggiunge tutto il suo genio filosofico, e riesce a portare un attacco potente a Rawls. Le sue ragioni sono quelle di un liberalismo incardinato sull'idea dei diritti naturali: «gli individui hanno diritti», con questa secca dichiarazione incomincia Anarchia, Stato, Utopia. Per questo, «lo stato minimo è lo stato più esteso che possa essere giustificato. Qualsiasi stato più esteso viola i diritti delle persone».

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 31 agosto 2014

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Gli irreperibili del governo

Due settimane fa sembrava fatta. I giornali avevano dato ampio spazio al rapporto preparato da Carlo Cottarelli per il sito di “revisione della spesa”. Nel decreto “sblocca Italia”, secondo gli annunci del governo si sarebbe inserito il riordino dei servizi pubblici locali, attraverso una piccola riforma che iniziasse a riportare nel settore efficienza e economicità tramite, tra l’altro, la possibilità di fallimento e l’esclusione dal patto di stabilità delle spese per investimenti legati a dimissioni totali o parziali.

Nel comunicato sintetico del decreto, dei servizi pubblici locali non c’è traccia. Non solo: di essi, fra un gelato e la conta dei presenti al forum di Cernobbio, non si è proprio più parlato.

Il lavoro del commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli aveva consegnato l’immagine delle inefficienze di questo settore. Che i governi non se ne vogliano occupare è cosa alla quale possiamo pure esserci abituati. Ci siamo però meno abituati al fatto che le riforme vengano annunciate e sbandierata, salvo poi scomparire prima di diventare tali.

Tra i soggetti scomparsi, c’è anche quello, parallelo alla riforma dei servizi pubblici locali, delle privatizzazioni. Anche qui, pareva almeno che il governo Renzi volesse fare cassa mettendo sul mercato un altro 5% di ENI ed ENEL: operazione non risolutiva, neanche per quanto riguarda il controllo delle due imprese, ma se non altro un segnale, una riprova che le privatizzazioni restavano un dossier aperto, come assicurato dal ministro Padoan. Stesso segnale che si è avuto, per un attimo, sull’apertura alla concorrenza nei servizi pubblici locali. Invece, se dall’ultimo Consiglio dei ministri non è uscito il capitolo servizi locali, è stato lo stesso Presidente del Consiglio, intervistato dal direttore del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, a chiudere la porta alle privatizzazioni. Per Renzi le dismissioni si faranno, ma non vale la pena che lo Stato si diluisca in ENI ed ENEL, e anche per quanto riguarda le Poste, nelle quali il governo Letta aveva preconizzato l’ingresso (in modalità discutibili) dei privati, è meglio attendere. Scelte legittime, ma mentre Renzi è stato esplicito su ciò che non vuole privatizzare, lo stesso non si può dire circa ciò che vorrebbe dismettere. Non basta dire “le privatizzazioni si faranno”, se non si dice quali.

Quando, due anni fa, il Ministro Grilli prometteva ricavi da privatizzazioni per 10 miliardi l’anno, a molti di noi pareva che si potesse e si dovesse fare di più. Col senno di poi, le stime di Grilli sono risultate ottimistiche. 

È così difficile vendere? Certamente non è facile, se si discute di quel grande patrimonio immobiliare pubblico nei quali gli stessi governi faticano ad orientarsi. Certamente servono incentivi opportuni, se si tratta della selva delle municipalizzate. Ma, soprattutto quando invece ci si riferisce alle grandi società a partecipazione pubblica, ciò che è mancato finora è stata semplicemente la volontà politica.

I rebus della politica industriale

Per riformare «non basta dire no» ai no - a eliminare l'articolo 18, a ridimensionare l'obbligatorietà dell'azione penale, a privatizzare i servizi dei comuni. Bisogna ottenere il sì di chi chiede interventi che valgano a farci uscire dalla stagnazione. E per il riformatore può perfino essere più facile isolare i no che prospettano i disastri che altrimenti si produrrebbero, che rispondere ai sì, e ottenere i miracolosi risultati che ci si aspetta dall'adozione di certe politiche. Tra queste una delle favorite è la «politica industriale».

In passato, si dice, siamo riusciti ad agganciare i paradigmi industriali: la macchina a vapore applicata da Sommeiler alle pompe per far passare treni sotto i monti, il motore asincrono con Ferraris, quello a scoppio con la Fiat, la radio con Marconi, il polipropilene con Natta. In questa carrellata non manca mai il richiamo all'Olivetti, ed è perlopiù sbagliato: il culmine del successo l'Olivetti lo raggiunse con la Divisumma che, con un primo costo variabile sotto le 30.000 lire, veniva venduta a un prezzo vicino a quello di una 500. Tanti si arrovellano sulle ragioni per cui il mainframe Elea non riuscì a battere IBM, ma pochi ricordano che non ci riuscì nessuno in Europa, né ICL, né Philips, né Bull, né Siemens: tutti errori di «politica industriale»? In Germania c'è un leader mondiale del software (la SAP) e in Italia no: nessuno lo ricorda ma ha i suoi perché, e hanno a che fare anch'essi con la «politica industriale».

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 4 settembre 2014
Twitter: @FDebenedetti

Le sanzioni anti russe colpiranno più noi di loro

Al di là dei giudizi che si possono esprimere sul conflitto russo-ucraino, sull'identità nazionale degli abitanti della Crimea e sulla gestione del referendum che ha portato all'annessione russa della penisola, una preoccupazione dovrebbe essere condivisa da tutti: e cioè che non si penalizzi chi non ha responsabilità nella vicenda e non si chiudano spazi di scambio e confronto.

In questo senso, è comprensibile che il presidente di Confindustria Russia, Ernesto Ferlenghi, chieda a Giorgio Squinzi di fare il possibile per «convincere i nostri governanti ad un maggiore equilibrio e ad una più marcata autonomia del nostro Paese». Sono in gioco anni di lavoro ed è normale che gli imprenditori italiani siano in apprensione. Ma a giustificare una politica commerciale liberale non vi sono solo i legittimi interessi di questo o quel gruppo. Il «protezionismo» non aiuta nessuno e non favorisce politiche più aperte. Esso non colpisce i politici responsabili di questa o quella scelta, ma solo cittadini innocenti. Per questo motivo, se la decisione (tutta politica) adottata da Vladimir Putin per reagire alle nostre sanzioni di chiudere le frontiere russe è ingiustificabile, altrettanto lo sarebbe una ulteriore ritorsione europea. Eppure a un errore se ne sta per aggiungere un altro, dato che il nostro ministro degli Esteri Federica Mogherini in procinto di diventare Alto commissario per la politica estera della Ue ha annunciato risposte analogamente dure contro l'economia russa.

In realtà, come la scelta protezionistica di Putin ha danneggiato anche i russi (imprese e consumatori), così sarà per le ritorsioni europee, che colpiranno azionisti, lavoratori e consumatori del tutto incolpevoli. In primo luogo, perché ogni ritorsione non fa che aggravare la tensione e allontana il ritorno degli scambi commerciali, come temono appunti gli imprenditori di Confindustria. Ma in secondo luogo e questo lo si dimentica troppo spesso perché ogni importazione di beni russi ha luogo sulla base di decisioni assunte da imprese e consumatori occidentali che, quando saranno varate le nuove sanzioni, dovranno optare per prodotti e servizi meno interessanti. Sarà pure la nostra economia, insomma, a essere danneggiata da misure che dovrebbero colpire Putin e l'economia russa. Sul piano economico, ogni sanzione danneggia al tempo stesso sui due fronti, e non solo quanti prima esportavano e ora non possono più farlo.

Per giunta, se l'Europa vuole davvero favorire un processo di liberalizzazione di Mosca, tutto deve fare meno che chiudere quel mondo entro il suo recinto putiniano. E in questo senso fanno bene gli americani a predicare in un modo e razzolare in un altro. È infatti di queste ore la notizia che una delle «sette sorelle» petrolifere statunitensi, la Exxon, ha avviato i lavori d'esplorazione nel mare di Laptev, nel nord della Siberia, in cooperazione con la società di Stato russa Rosneft.

Nel luglio scorso la Rosneft era stata inserita nella lista delle società che, a causa della crisi ucraina, erano sottoposte a sanzioni. Ma evidentemente gli americani sanno ancora riconoscere le buone ragioni dei loro legittimi interessi e i diritti di chi lavora. Certo, un po' meno ipocrisia da parte loro non sarebbe male.

Da Il Giornale, 3 settembre 2014

La scelta dei manager Telecom da giudicare non come si fa nel Risiko

La guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi, diceva Clausewitz. Ogni tanto, noi italiani sembriamo pensare lo stesso dell'economia. Sembriamo convinti, cioè, che essa debba obbedire ad altre logiche, piuttosto che a quella, arida e impersonale, del sistema dei prezzi. Dev'esserci altro: una trama di relazioni e intrighi celati nell'ombra, apparentemente lontani dalle transazioni mercantili e che proprio per questo le spiegano. Molto si è scritto della «sconfitta» di Telecom, nella «lotta» per assicurarsi la brasiliana Gvt, attualmente di proprietà di Vivendi. Come molto s'era scritto, in anticipazione di una eventuale «vittoria», su un pranzo al largo della Sardegna e sul panfilo del finanziere Bolloré, imbastendo una narrazione intrigante, con l'eterno canovaccio «gli amici dei miei amici (in questo caso, Mediobanca) sono miei amici».

Qualcuno avrà storto il naso, leggendo sul Corriere l'intervista di Massimo Sideri a Giuseppe Recchi, dove questi spiegava che i cavalleggeri di Telecom non hanno fallito l'assalto. Semplicemente, erano disponibili a pagare un certo prezzo, e non un altro. La storia recente delle tlc è piena di matrimoni finiti male, ricordava Recchi, e i matrimoni finiti male possono rivelarsi tremendamente costosi. Non è che i manager non sbagliano: essendo esseri umani, sbagliano con la stessa frequenza di ciascuno di noi. Ma non ha senso valutarne le mosse come se stessero giocando a Risiko, e nella competizione del mercato vincesse chi pianta la sua bandierina su più territori. Cosi, seguitiamo a pensare che un'azienda che compra un'altra sia «forte», mentre una che non lo fa è «debole». Quando siamo noi a fare spese, però, sappiamo benissimo che non vale sempre la pena di acquistare un certo bene o un certo servizio: e che il prezzo non è un dettaglio irrilevante, affinché uno scambio avvenga oppure no.

I bravi amministratori cercano di fare l'interesse degli azionisti, coraggio e prudenza per loro sono virtù complementari. I tifosi vorrebbero vederli marciare sulla Kamchatka, al costo di rimetterci tutti i carrarmati. Il tifo è meglio tenerlo lontano dalle board room.

Dal Corriere della sera, 2 settembre 2014

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Con la sharing economy ci scopriamo tutti un po’ capitalisti

L’espressione “sharing economy” è ingannevole.

Sottolinea l’elemento della “condivisione”, quasi ci trovassimo in una zona di frontiera, fra dono e compravendita. Ma né Airbnb né Uber sono fondazioni benefiche. L’uno e l’altro servono a congiungere domanda e offerta, consentendo così scambi che altrimenti non avrebbero luogo.

Prima di UberPop o BlaBlaCar, non potevo sapere che un’altra persona, che non conosco, proprio in quel momento lì, potrebbe avere interesse a trasportarmi da qualche parte, per una certa somma di denaro. Potevo immaginare fossero disponibili solo alcune persone: quelle che guidavano un’auto bianca con la scritta “taxi”. La “sharing economy” ci dimostra che gli incrementi di produttività possono venire dai luoghi più impensati. L’automobile o la casa di proprietà sono “capitale”: ma sono sottoutilizzati. L’utilizzo “produttivo” dell’auto è portarmi al lavoro, quello della casa è viverci anziché pagare ad altri l’affitto, Ora però io posso vivere a casa mia e trovare un inquilino temporaneo per i mesi estivi, andare al lavoro e dare un passaggio a qualcuno che è disponibile a pagarmi la benzina.

La “sharing economy” migliora l’utilizzo dei beni capitali. Una volta i miglioramenti tecnologici facevano crescere la produttività degli stabilimenti: ora tocca alla casa in montagna che uso ad agosto e non a luglio, o all’auto che pensavo potesse generare quattrini solo al momento della vendita.

Non è un cambiamento da poco, e avrà conseguenze che ancora non riusciamo a mettere a fuoco. In un paese di automobilisti accaniti e proprietari di case, potremmo scoprirci tutti un po’ “capitalisti”.

Da Wired, 27 agosto 2014

Amazon ed ebook: Franceschini sciolga il nodo dell’IVA

Il valore di un libro è stabilito da tanti fattori, tra cui il risultato delle negoziazioni su costo e compensi tra i soggetti che danno vita a un libro, da chi lo scrive a chi lo vende. Negoziazioni a volte pacate a volte più aspre, come quella in corso tra Amazon e Hachette. L’una vorrebbe vendere ebooks a un prezzo inferiore a quello medio attuale aumentando il proprio margine di profitto, l’altra accusa Amazon di ostruzionismo e teme il giorno in cui gli autori, attirati dall’editoria elettronica, potranno fare a meno degli editori.

La polemica arriva in Italia attraverso l’eco del ministro Franceschini il quale, intervistato da un sito, invoca il consueto esorcismo di «regole non soltanto europee, ma globali, per rispondere ai cosiddetti giganti della rete». Come il cane di Pavlov, al primo grido di soccorso della politica sollevato da uno specifico e isolato gruppo di interesse (quello di alcuni editori tradizionali e scrittori), i governi reagiscono con la consueta risposta: servono regole, purché nuove e globali, come si addice a una politica post-modema.

Nel caso dell’editoria, la “nuova regola” sembra dover essere la determinazione per legge del prezzo dei libri. In Italia come in Francia (luogo d’origine della polemica anti-Amazon), i libri hanno già un prezzo parzialmente imposto, anche se i lettori non se ne accorgono. La legge sugli sconti al prezzo di copertina limita la libera fissazione del prezzo di vendita. In Francia una legge fa sì che i prezzi praticati da Amazon non possono mai essere superiori a quelli praticati in libreria. La tappa successiva è che lo Stato o, chissà, il legislatore globale ci dica quanto vale ogni singolo libro, magari celando la determinazione del prezzo nella imposizione di specifiche percentuali di royalties tra autori, editori e distributori, o nella previsione di clausole contrattuali inderogabili che ingessino la fissazione del prezzo, specie peri libri venduti on line, come accade in Francia.

Questioni di principio e pratiche suggeriscono che questa sia la via meno indicata per diffondere la lettura. Intervenire per proteggere un gruppo di interesse senza tener conto degli effetti generali sui lettori e la lettura non risponde alle ragioni d’essere della politica culturale, ammesso che questa debba esistere. Se il ministro sente l’urgenza di intervenire, c’è da augurarsi che si limiti alla rimozione di un ostacolo alla concorrenza, già da lui annunciato: 1’ equiparazione dell’Iva sui libri cartacei ed elettronici, residuo di una disparità fiscale tra prodotti identici che pregiudica il mercato degli ebook rispetto a quello dei libri tradizionali.

Da Il Giornale, 23 agosto 2014

Viaggi e vacanze: a chi nuoce lo sviluppo dei servizi di prenotazione turistica on line

Lo scorso 21 maggio, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia che accerti l’eventuale violazione da parte di queste società delle regole sulla concorrenza, in merito alle clausole contrattuali della Most Favoured Nation e del miglior prezzo garantito.

Nel Focus “Booking ed Expedia: un caso da manuale del paradosso dell’Antitrust” (PDF), Ennio Emanuele Piano esamina l’istruttoria alla luce della principale dottrina sull’antitrust, concludendo che “il provvedimento dell’AGCM appare dominato da una comprensione fondamentalmente semplicistica e persino erronea del funzionamento della concorrenza.” Il mercato del turismo si è non casualmente aperto a una fascia di popolazione molto più ampia che mai contestualmente allo sviluppo degli intermediari on line, grazie sia alle condizioni tariffarie che ai servizi aggiuntivi, primi tra tutti quelli informativi, che hanno reso più semplice programmare un viaggio, di qualsiasi natura. “La speranza - conclude Piano - è che con l’istruttoria l’Autorità rimedi all’errore, giungendo finalmente a riconoscere quei limiti dell’antitrust che in dottrina sono stati già avanzati quasi mezzo secolo fa, e, allo stesso tempo, a distinguere la tutela dell’interesse dei consumatori da quello specifico di una categoria di operatori economici.”

Il Focus “Booking ed Expedia: un caso da manuale del paradosso dell’Antitrust” di Ennio Emanuele Piano è liberamente disponibile qui (PDF).

Meglio gli arabi in casa che un’azienda morta

La conclusione della vicenda Alitalia, con l’ingresso di un socio «straniero» (gli arabi di Etihad) e la definitiva uscita di scena di ogni logica da compagnia di bandiera, non è certo da avversare o condannare. Per varie ragioni. Intanto l’alternativa non è mai stata tra cessione o italianità, ma tra cessione o morte. Quello che rimane diAlitalia sconta una lunga vicenda di errori, in larga misura connessi al fatto che l’azienda che per decenni ha dominato il mercato italiano del trasporto aereo l’ha fatto in virtù del suo essere di proprietà statale. Come è facile comprendere, le imprese protette sono più facilmente orientate a commettere errori e a non cercare il miglior rapporto tra qualità e prezzo. Chi vive nell’orbita dei centri di potere governativo investe più nei rapporti politici che nella capacità di soddisfare il pubblico.

Oltre a ciò, per le imprese e le famiglie italiane è utile che gli operatori attivi nei nostri aeroporti siano posti tutti sullo stesso piano: che insomma non vi siano favori né privilegi. È la concorrenza che più di ogni altra cosa è dalla parte dei consumatori (come ha dimostrato l’avvento delle compagnie low cost, che ha fatto drasticamente abbassare i costi dei biglietti) e una vera competizione si ha quando le imprese sul mercato sono lontane dalla stanza dei bottoni. Nulla assicura che quanti ora gestiranno Alitalia non provino anche loro a ottenere sostegni, ma tutto questo è più facile per imprenditori italiani, specie se possiedono l’azienda grazie a decisioni politiche assunte al momento della privatizzazione.

In generale, ed è questo l’ultimo punto, è bene chiarirsi le idee sull’imbroglio del nazionalismo economico. Chi oggi parla di «italianità» in riferimento a questa o quell’azienda usa un linguaggio inadatto a interpretare i tempi. Sotto vari aspetti, l’ economia contemporanea conosce meno barriere e di conseguenza ogni impresa è orientata ad aprirsi al mondo, cogliendo ovunque opportunità di affari.

Quando nella discussione pubblica si parla di aziende «multinazionali»non ci si riferisce più, ormai, a un numero limitato di colossi. E questo perché sono tantissime le imprese (anche di limitate dimensioni) che hanno soci oppure dipendenti, clienti oppure fornitori, collocati in Paesi diversi. In un’economia globale parlare di «italianità» è usare un linguaggio fuori posto.

Pur lontani da vari punti di vista, i teorici liberali e quelli marxisti hanno egualmente compreso che il capitale non ha patria. Le risorse finanziarie e no sono mobili e si sforzano di sfruttare questa loro capacità di spostamento. Ma il senso più autentico delle logiche di mercato è in qualche modo chiaro pure a tutti quei nostri concittadini che hanno sempre comprato autovetture con marchio giapponese o tedesco, anche quando alla testa della Fiat c’era l’italianissimo Gianni Agnelli. Tornando al mercato aereo, la speranza per il domani- è che non vi siano più imprese in grado di ottenere aiuti (a danno dei contribuenti) e trattamenti di favore (a danno di consumatori e concorrenti).

Quindi c’è da augurarsi che l’uscita di scena della vecchia Alitalia sia l’opportunità per la cancellazione di quegli intralci dall’assegnazione delle rotte alla proprietà pubblica degli aeroporti- che impediscono lo sviluppo del mercato libero in tale settore.

Da Il Giornale, 8 agosto 2014

La lotta di classe ha un nuovo nemico: i giganti del web

Da giorni è in atto un duro scontro tra due colossi dell'imprenditoria: Amazon (la più grande libreria on-line) e Hachette, un gruppo che possiede numerosi marchi editoriali e ha sotto contratto gli autori di maggiore successo.

Lo scontro è interessante perché è stato venduto come una lotta tra il Bene, l'editore, e il Male, interpretato dalla società egemone nel commercio librario in rete.

In sostanza Amazon vuole che gli e-book abbiano prezzi inferiori e ambisce a tenere per sé una quota più alta di profitto. Hachette e gli autori schierati dalla sua parte (tra cui nomi come Stephen King e Scott Turow) vogliono che il libro digitale non sia «svenduto» e temono che tale politica apra il mercato, permettendo a ogni indipendente di accedere al pubblico saltando gli editori. Non a caso al «manifesto» dei 900 autori di Hachette ne ha fatto seguito un altro, Basta combattere i prezzi bassi, con 7600 firme e tra le altre quella di Hugh Howley, l'autore di Wool: uno scrittore partito dall'editoria indipendente per poi approdare alle grandi case.

Leggi il resto su Il Giornale, 13 agosto 2014

Dall'Irak all'Ucraina, le guerre ci rubano i cieli

Le guerre ci stanno rubando i cieli. Non bastava lo stop allo spazio aereo ucraino dopo l'abbattimento del volo malese MH17: oltre alle minacce di Vladimir Putin che, in risposta alle sanzioni occidentali, potrebbe chiudere lo spazio aereo in Siberia, ecco anche i bombardamenti americani in Iraq a rappresentare un terzo potenziale fronte di non volo.

Con una serie di riverberi per tutte le compagnie aeree europee che subirebbero cambi di strategie e anche costi aggiuntivi, dal momento che le destinazioni verso i paesi Brics sono di fatto in cima ai pensieri anche della nuova Alitalia in versione emiratina.

A pagare il prezzo più alto sarebbe in Europa la compagnia tedesca Lufthansa, che assicura più di dieci collegamenti quotidiani dalla Germania per Giappone e Cina, voli che fino a ieri transitavano sullo spazio aereo in questione. Relativamente alle rotte verso il sud est asiatico, osserva Andrea Giuricin, esperto di economia e trasporti, docente all'Università Bicocca di Milano e fellow dell'Istituto Bruno Leoni, «un po' tutte le compagnie aeree subirebbero dei costi aggiuntivi anche del 5% sul carburante in quanto dovrebbero passare sotto l'Ucraina, a nord della Siria ed evitando le zone irachene interessate dagli attacchi». Una sorta di percorso ad ostacoli, con cambiamenti repentini di programmi e di orari.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 agosto 2014

Alitalia, la sfida è intercettare quindici milioni di turisti

Nonostante i sacrifici, i soci, le banche e Poste si mostrano soddisfatti. I sindacati anche. Il governo, dopo aver temuto il peggio, tira un sospiro di sollievo. Forse Alitalia ha trovato nell’ex rugbista James Hogan il suo esorcista? La metafora demoniaca - il copyright è dell’ex amministratore delegato Maurizio Prato - rende bene la storia della compagnia. A distanza di cinque anni dall’ultimo salvataggio, dopo quattro matrimoni falliti (uno con Klm, tre con Air France) e perdite plurimiliardarie, un socio arabo compra il 49 per cento di Alitalia, promette investimenti nell’aeroporto più grande del Paese (Fiumicino) e di far tornare all’utile nel 2017 un’azienda che non vede un bilancio in attivo da vent’anni. È davvero possibile? Che Alitalia nascerà dalle nozze con Etihad? Ci saranno più turisti dall’estero? Cosa cambia per chi vola?

Per riassumere tutte queste domande in Alitalia raccontano un numero: il «coefficiente di riempimento» del nuovo volo Abu Dhabi-Roma inaugurato meno di un mese fa, ovvero la media dei posti occupati su ciascun aereo, sfiorerebbe il 90 per cento di qui all’autunno. La gran parte di quei posti non sarebbe stata prenotata da ricchi arabi in cerca di vacanze in terra italiana, ma soprattutto da turisti e uomini d’affari in transito da una delle tante destinazioni orientali servite da Abu Dhabi: Pechino, Shanghai, Seul, Bangkok, Sidney, Delhi fra le tante.

Ecco la prima novità: l’acquisto del 49 per cento di Alitalia servirà ad Hogan per aumentare l’offerta dall’Oriente all’Europa (e viceversa) attraverso l’hub di Etihad. La stessa operazione - pienamente riuscita - con l’acquisizione in Germania di Air Berlin. Ma se nel caso tedesco quella mossa danneggia il grande vettore domestico (Lufthansa) nel caso dell’Italia si tratta di intercettare viaggitori che finora hanno comprato biglietti di concorrenti stranieri. Secondo Ugo Arrigo dell’Università Bicocca e Andrea Giuricin dell’Istituto Bruno Leoni ci sono almeno quindici milioni di turisti e non solo da soddisfare con voli intercontinentali, da o verso l’Italia: il doppio di quelli serviti oggi.

Facciamo l’esempio di un turista italiano che desideri raggiungere Pechino o di un cinese che voglia raggiungere Roma. Alitalia non ha un volo diretto. L’unica destinazione senza scali è di Air China, da Fiumicino. Ciò significa che un qualunque imprenditore o turista del nord che voglia raggiungere la capitale cinese, oggi lo fa dall’aeroporto più vicino (Venezia, Bologna, Milano) con uno dei tre grandi vettori europei via Londra, Parigi, Amsterdam, Francoforte o Monaco. Il piano di Etihad promette per la prima volta un’alternativa, con collegamenti diretti da quelle città verso Abu Dhabi.

Il futuro delle compagnie tradizionali schiacciate dalla concorrenza della low cost passa di qui: meno voli domestici ed europei (il nuovo socio arabo conta di tagliare quelli di Alitalia del 13 per cento) più voli a lungo raggio, gli unici in grado di garantire margini sufficienti a generare utili. Chi desidera volare da Roma a Milano o da Genova a Bari si dovrà rassegnare a comprare biglietti Rynair o Vueling. Viceversa, l’offerta dall’Italia verso il mondo sarà più ricca.
Se però la mappa dei collegamenti verso oriente è chiara, non lo è altrettanto quella che ci unisce alle Americhe. La ragione è nel rapporto - ancora tutto da chiarire - con Air France-Klm e Delta. La prima è tuttora socia di Alitalia al 7 per cento, legata da ben due contratti per la condivisione di servizi e utili, i quali garantiscono sinergie per oltre 200 milioni di euro l’anno.

Delta è legata a entrambe da un accordo per condividere gli utili sui voli transatlantici. Non è un caso se nelle slide presentate venerdì in conferenza stampa si conferma l’alleanza che le raggruppa tutte e tre, Sky Team: per il momento Etihad non ha intenzione di pestare i piedi ad un altro grande concorrente dopo Lufthansa.

Ma cosa accadrà quando Alitalia inizierà a volare di nuovo da Roma verso San Francisco, Città del Messico o Santiago del Cile come promette il piano degli arabi? Che ne sarà degli accordi con i franco-olandesi che per ora continueranno a garantire quei collegamenti via Parigi o Amsterdam? La risposta la avremo presto, quando scadranno i termini per comunicare la partecipazione dei vecchi soci Alitalia alla ricapitalizzazione targata Etihad: c’è chi scommette su un sì dei francesi per una quota pari a quella che già possiede. Sarà il primo dossier del nuovo capoazienda: in pole c’è Silvano Cassano.

Da La Stampa, 10 agosto 2014

Alitalia vola con Etihad, ma c’è ancora molta zavorra

Dopo quattordici anni di tentativi falliti, da ieri Alitalia ha un partner straniero, Etihad, convinto di potere rilanciare la compagnia italiana. Il ceo di Etihad, James Hogan, e l’ad di Alitalia, Gabriele Del Torchio, hanno celebrato la firma dell’intesa a Roma, a circa un anno dall’inizio delle trattative. La compagnia di Abu Dhabi sarà azionista al 49 per cento della nuova Alitalia, alla compagine dei vecchi soci andrà il 51 per cento. L’integrazione richiederà investimenti per 1,7 miliardi. Il patto verrà ora sottoposto al vaglio dell’Antitrust europea.

E’ stata una giornata storica per Alitalia: dopo una gestione pubblica dissipatoria, cinque anni fa è passata nelle mani incerte di una cordata di imprenditori italiani e ha sfiorato il tracollo. Ora può tornare competitiva assieme alla compagnia emiratina. “Gli investimenti stranieri, a volte, arrivano e insieme anche le competenze – dice Andrea Giuricin, economista dell’Istituto Bruno Leoni – Il piano industriale Etihad-Alitalia è credibile seppure non eccessivamente ambizioso, sopra tutto si concentra sul lungo raggio. Hogan sembra essere riuscito a trasformare Alitalia in un’azienda privata per il modo in cui sarà guidata”. Avere scongiurato il fallimento non significa essere già pronti per il decollo. “Ora ci sarà da lavorare di più, per tutti”, dice Hogan. Governo e soci compresi.

Leggi il resto su Il Foglio, 9 agosto 2014

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Gare gas, Ibl: bene Autorità su delta Vir/Rab. Probabile “saldo positivo” per consumatori

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall'Autorità per l'energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset "contrattualizzati" e quelli "regolati" ai fini del rimborso da corrispondere al gestore uscente) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione.

Lo sostiene il Policy Paper dell'Istituto Bruno Leoni "A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza". Nel paper Ibl rileva che "la proposta dell'Autorità per l'energia di introdurre - qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva - una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l'Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile”. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l'indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l'eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all'ingresso."

Sotto il profilo dell'impatto sui consumatori attraverso le tariffe, a fronte di un onere massimo teorico stimato da alcuni di 6-7 miliardi (nel caso improbabile in cui tutte le gare fossero vinte da newcomer con la conseguente necessità di corrispondere riscatti per tutti gli impianti) – onere che scende a 1,4-1,6 miliardi in uno scenario più verosimile – secondo l'Ibl “è molto probabile che sull'aggregato di tutte le risultanze delle gare”, che includeranno anche i guadagni di efficienza indotti dalle procedure, “le conseguenze della proposta Aeegsi daranno favorevoli al consumatore”.

Da Staffetta Quotidiana, 25 giugno 2014

Ibl: “Gare gas, condivisibile soluzione Autorità su Vir/Rab”

Una soluzione non indolore ma necessaria. In sostanza è questo il giudizio dell'Istituto Bruno Leoni sugli orientamenti prospettati dall'Autorità per l'Energia in tema di scostamento tra Vir e Rab per la valorizzazione delle reti di distribuzione gas in vista delle prossime gare.

Il tema è ormai noto: l'eventuale gestore subentrante dovrà riconoscere a quello uscente il valore industriale residuo degli impianti non pienamente ammortati tecnicamente. I criteri per quantificarlo sono due: il Vir, che è frutto del rapporto contrattuale con l'ente appaltante, e la Rab, ossia il valore a fini regolatori. Il primo è mediamente più alto della seconda. Anche perché, sottolinea non senza malizia il report di Ibl, gli enti appaltanti sono spesso azionisti degli operatori concessionari.

Insomma, costringere i partecipanti alla gara a un sforzo economico più elevato può rappresentare una consistente barriera d'ingresso, a favore di chi ha già la concessione.

Adeguare il Vir alla Rab, sostiene Ibl, esporrebbe al rischio di contenziosi, mentre alzare la Rab al livello del Vir farebbe aumentare i costi per i consumatori e scoraggerebbe comunque la partecipazione alle gare.

L'Autorità ha quindi proposto di introdurre una nuova componente tariffaria che, solo in caso di vincita della gara di un "newcomer", vada a coprire la differenza tra Vir e Rab. Una soluzione che l'Istituto giudica "coerente con gli obiettivi" di promozione della concorrenza, contenimento dei costi e creazione di un ambiente normativo stabile.
Il meccanismo dovrebbe infatti abbassare le barriere d'ingresso, ed il conseguente aumento della concorrenza potenziale dovrebbe contribuire a ridurre i costi, compensando così l'aggravio in bolletta. Infine, verrebbe finalmente definito un quadro normativo e regolatorio certo, nel quale "il valore degli asset sia non ambiguo".

Ora si attende che gli orientamenti dell'Autorità vengano codificati in una delibera.

Da Quotidiano Energia, 20 giugno 2014

Gare gas: bene la soluzione AEEG sul delta VIR/RAB

Le gare per la distribuzione gas sono imminenti: è importante rimuovere gli ostacoli alla contendibilità degli affidamenti, e la soluzione proposta dall’Autorità per l’energia in merito al delta Vir/Rab (cioè la discrasia tra i valori degli asset “contrattualizzati” e quelli “regolati”) appare un ragionevole compromesso nella giusta direzione. Lo sostiene il Policy Paper dell’Istituto Bruno Leoni “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” (PDF).
 
Si legge nel Policy Paper: “la proposta dell’Autorità per l’energia di introdurre – qualora la gestione di una rete di distribuzione locale gas fosse affidata a un newcomer in esito a una procedura competitiva – una nuova componente tariffaria a copertura del relativo delta Vir/Rab appare coerente con gli obiettivi che l’Aeegsi è tenuta a perseguire. Tali obiettivi sono la promozione della concorrenza, il contenimento dei costi e la creazione di un ambiente normativo certo e stabile. La distribuzione locale gas, pur essendo stata aperta formalmente alla concorrenza per il mercato sin dal decreto Letta (2000), di fatto arriva oggi, per la prima volta, a misurarsi col mercato. Questo richiede non solo l’indizione di gare disegnate in modo pro-concorrenziale, trasparenti e aperte, ma anche l’eliminazione, per quanto possibile, delle esistenti barriere all’ingresso.”
 
Il Policy Paper “A chi ha sarà dato? La distribuzione locale gas, il delta Vir/Rab e la concorrenza” è liberamente disponibile qui (PDF).

Remunerazione energia: consigli per il nuovo periodo regolatorio

Le reti elettriche e gas hanno ottenuto in questi anni rendimenti superiori agli obiettivi della regolazione. In vista del nuovo periodo regolatorio, l’Istituto Bruno Leoni indica una serie di interventi per contenere questa voce delle bollette degli italiani.
 
Lo studio “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” (PDF), condotto da Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca, evidenzia che “Quasi tutti gli operatori esaminati hanno ottenuto nel periodo un ritorno medio sugli investimenti (Roi) superiore al rendimento target fissato dall’Autorità per l’energia”. Questo ha determinato un aggravio non necessario tra i costi sostenuti dai consumatori. Bitetti e Rocca indicano pertanto una serie di misure strutturali in vista del nuovo periodo regolatorio: “si suggerisce che l’Autorità per l’energia riconsideri le attuali componenti tariffarie, anche introducendo una maggiore esposizione al rischio per gli operatori regolati e attraverso il ricorso a strumenti di regolazione output-based”. Inoltre, “l’attuale Strategia Energetica Nazionale deve essere ripensata, specie nelle parti in cui essa estende – anziché ridurre – il perimetro dell’infrastruttura regolata, particolarmente sotto il profilo della socializzazione del rischio d’investimento”. Ulteriori problemi derivano dagli effetti perversi della Robin Hood Tax e dalla pervasiva presenza della proprietà pubblica.

Il paper “Chi non risica rosica? La remunerazione degli operatori di rete nei settori dell’elettricità e del gas” di Rosamaria Bitetti ed Emilio Rocca è liberamente disponibile qui (PDF).

Energia Concorrente: “Tagliare extra-profitti reti”

L'ottica è quella della spending revew, che sta trovando in parte il proprio compimento nel provvedimento sul taglia-bollette (QE 18/6). Ma la posizione presa oggi da Energia Concorrente contro le attività regolate di rete, sia nell'elettricità che nel gas, va ben oltre questo. Sembra anche una chiara presa di distanze dal resto del settore rappresentato da Assoelettrica, che per contro ha appena sancito l'ingresso tra gli associati di Enel Distribuzione (QE 10/3).

Partendo da uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (disponibile sul sito di QE) dal provocatorio titolo "Chi non risica rosica", che ha analizzato i bilanci relativi al periodo 2007-2012 della stessa Enel Distribuzione, di Terna, Snam Rete Gas, Enel Rete Gas (ora 2i Rete Gas), Italgas e Stogit, l'associazione chiede di tagliarne gli extra-profitti, riportando "i parametri di redditività dei soggetti regolati entro limiti coerenti all'assenza di rischio".

L'analisi evidenzia infatti che tali extra-profitti sono stati "nell'ordine di 600-1.200 milioni di euro/anno nel periodo 2006-2012", frutto di un "ritorno medio sugli investimenti (Roi) decisamente superiore al rendimento target fissato dall'Autorità", con l'unica eccezione di Enel Rete Gas. Lo scostamento medio va dal 30% di Snam Rete Gas al 70% di Enel Distribuzione e Italgas. Ciò ha avuto un impatto in bolletta: tra il 2° trimestre 2010 e il 2° trimestre 2013 i costi di rete sono aumentati dell'11%.

Lo studio evidenzia quindi "l'opportunità di introdurre interventi diretti sia a limitare il perimetro delle attività regolate, recuperando spazio al mercato, sia a contenere la remunerazione riconosciuta, suggerendo una serie di misure volte a limitare gli extraprofitti, rimuovere gli incentivi perversi, evitare un uso improprio della qualificazione strategica delle infrastrutture, e garantire trasparenza e linearità alle politiche tariffarie".

Ma il presidente di Energia Concorrente, Giuseppe Gatti, va anche oltre. "Con l'iniziativa di oggi - afferma in una nota - intendiamo non solo contribuire all'obiettivo di ridurre il peso della bolletta energetica per i consumatori, ma avviare una più ampia riflessione sul ruolo e la posizione della distribuzione sia nel sistema elettrico sia in quello gas. In questa prospettiva credo si debba considerare con attenzione l'opportunità di una completa separazione, anche proprietaria, delle attività regolate rispetto a quelle di mercato".

In definitiva, conclude lo studio Ibl, "occorre ripensare obiettivi e strumenti della regolazione alla luce di un mondo che è cambiato profondamente, e per il quale l'obiettivo primario non è solo il potenziamento delle reti, ma la creazione, mantenimento e promozione dell'efficienza e della flessibilità nel sistema delle infrastrutture. Ciò implica una più precisa definizione del perimetro di attività dei soggetti regolati, con l'introduzione di vincoli stringenti su investimenti che possono essere più utilmente affidati al mercato e alla concorrenza tra gli operatori".

Una rivoluzione che probabilmente non piacerà a molti big dell'energia.
Intanto Energia Concorrente ha pubblicato sul proprio sito le osservazioni (disponibili sul sito di QE) al dco dell'Autorità sul capacity market e sul capacity payment transitorio (QE 5/6). Pur "accogliendo con favore" le misure proposte, l'associazione paventa il rischio che il meccanismo disincentivi la partecipazione proprio degli impianti più flessibili a causa in particolare "dell'ampiezza temporale dell'obbligazione contrattuale" e dei "vincoli imposti al mercato dei servizi dagli strike price". Si invita quindi l'Autorità a "dare attuazione, senza ulteriori ritardi, ad un meccanismo fortemente selettivo".

Riguardo al transitorio, E.C. "ritiene necessario anticipare al 2014 almeno una parte della valorizzazione della capacità flessibile", per lo meno per alcuni impianti.

Da Quotidiano Energia, 18 giugno 2014

Perché un Mondiale non fa (mai) pil. Manaus e altri stadi

Uno stadio da 42.000 posti e 300 milioni di dollari per una città di 1.800.000 abitanti. Un investimento forse sostenibile, se la città in questione non fosse Manaus, enclave urbanizzata nel mezzo della Foresta amazzonica, raggiungibile solo in aereo o via fiume. Ritmi di lavorazione dettati dalla stagione delle piogge; tecniche di costruzione appositamente studiate per ovviare all'umidità proibitiva; l'acciaio ricevuto dal Portogallo dopo venti giorni di navigazione.

Il Nacional, la più gloriosa squadra locale s'arrabatta in Quarta divisione, di fronte a poche centinaia di tifosi: per questo s'immagina di riconvertire l'impianto, dopo il Mondiale, in un penitenziario. Li chiamano elefantes brancos elefanti bianchi o "cattedrali nel deserto" e l'Arena da Amazónia ne è solo il più fulgido esemplare.
I conti del più costoso Mondiale della storia sono zavorrati da stadi grandiosi innestati in località improbabili: 190 milioni per l'Arenas das Dunas di Natal, 270 milioni per l'Arena Pantanal di Cuiabà, 850 milioni per l'Estàdio Mané Garrincha di Brasilia. Tenendo conto delle spese per le infrastrutture e di quelle per la sicurezza, con l'impiego preventivato di 170.000 uomini, l'esborso complessivo del governo e delle amministrazioni locali è stimato tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari. E nel computo non rientrano i costi sociali, sottolineati dalle proteste di queste settimane.

E' la maledizione dei grandi eventi: tutti si affannano per organizzarli, facendo affidamento su costi controllabili e su un impulso sostanzioso al turismo, all'occupazione, all'attività economica in generale. I problemi iniziano con l'incoronazione del paese ospitante: le spese lievitano, i pretesi benefici evaporano. A nulla valgono le cautele degli economisti, che predicano contro il mito dello stimolo keynesiano impartito da Mondiali e Olimpiadi. Così, a ogni nuova tornata di selezione, abbondano i pretendenti disposti a tutto pur di ottenere l'agognato incarico. Per ragioni politiche: vecchie e nuove potenze tentano di accreditarsi sulla scena mondiale per via sportiva Cina, Brasile, Russia, Qatar. E per ragioni economiche: da un lato, il potere monopolistico del Cio e della Fifa, che non esitano a estrarre tutto il valore possibile dai paesi candidati; dall'altro, all'interno di questi ultimi, la divisione tra le minoranze organizzate che beneficiano degli investimenti (i politici che li dirigono e le imprese che li percepiscono) e la maggioranza silenziosa che li alimenta (i contribuenti).
Ecco il paradosso del Mondiale: il Brasile è condannato a vincere, ma i brasiliani sono destinati a perdere.

Da Il Foglio, 18 giugno 2014
Twitter: @masstrovato

The case for allowing negative electricity prices

Negative electricity prices have become an increasingly frequent occurrence on the power exchanges that allow them. However, there are still many power exchanges, both within and outside of the EU, that do not allow negative prices. Simona Benedettini and Carlo Stagnaro of the Italian think tank Istituto Bruno Leoni argue that, with a booming renewable sector and a weak demand outlook, negative prices are an important tool for the market to correctly price electricity. They call on all major power exchanges to adapt their rules accordingly.

Leggi il resto su Energypost.eu, 27 maggio 2014

Turkey could benefit from EU bid to diversify energy sources

The EU’s bid to diversify its energy sources and guarantee supply security could bring about the opening of the fifteenth "chapter" or EU's accession policy area on energy, currently being blocked by the Greek Cypriots, in Turkey’s accession process say experts.

Turkey has to successfully conclude negotiations in 35 policy "chapters," which require reforms and the adoption of European standards, for its EU membership.

Since 2005 Turkey has been in negotiations on 13 of these policy areas and back in November 2013, following three years of deadlock, negotiations began on chapter 22 covering regional policy after Germany lifted its block following a positive progress report in October 2013.

A spokesperson for EU Energy Commissioner Gunther Oettinger said "the Commission has been considering for years that Turkey is sufficiently prepared to start negotiations on the energy chapter," adding, "in our view the chapter could be opened and the Commission has repeatedly expressed this view in public. However, all 28 EU member states need to agree on this unanimously and so far this has not been possible."

The spokesperson continued saying that the problem with the opening of this chapter is the unresolved issue of Cyprus.

According to Samuel Doveri Vesterbye, an expert on Turkey at the Canada-based BBA consulting and engineering firm and board-member of the pro-EU-Turkey dialogue group Young Friends of Turkey, said "France has changed its position vis-a-vis Turkey, as can be see with the opening of chapter 22. Secondly, the situation in Cyprus is changing quickly. This is a result of increased U.S. pressure on the island, while Turkish, EU, local players as well as private companies are pushing for more meetings and negotiations."

Research director at the Italy-based free marketeering think tank Istituto Bruno Leoni, Carlo Stagnaro, said, "both parties would benefit from market integration and more efficient use of energy assets on either side."

There is also large scope for cooperation on energy security insofar as Turkey is a key transit country for natural gas from the EU's point of view and Europe is the most important end market for natural gas going through Turkey, Stagnaro noted.

Meanwhile, Peter Stano, spokesperson for the EU's top enlargement official Stefan Fule, explained that for the period 2014-2020 the objectives are to "improve Turkey's interconnectivity and integration with European electricity and gas markets […] and to enhance the regulatory and operational framework of nuclear safety in line with EU standards."

However, Aylin Caglayan Ozcan, head of sectoral policies department at Turkey’s EU Ministry head, says Turkey is already harmonizing its energy policies with the EU’s as if the chapter is already open as they are regarded "as works that should already be done."

Da Anadolu Agency, 18 maggio 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Portafogli da svecchiare

Per i fondi pensione è l'ora di cambiare i portafogli. Pur essendo diventato quest'anno maggiorenne, il decreto 703 sui limiti agli investimenti è del 1996, ha appena compiuto 18 anni, non è più adeguato ai tempi perché figlio di un'epoca lontana anni luce da quella attuale. Basti pensare che la norma sulla copertura valutaria del 703 menziona ancora l'eco quale valuta di riferimento domestico. E dopo una gestazione di diversi anni adesso tutto sembra pronto perché le nuove regole sulle gestioni previdenziali vedano la luce. Dopo la pronuncia del Consiglio di Stato del 4 febbraio, pare «oggi corretto affermare che vi siano finalmente tutti gli elementi per considerare l'adozione del nuovo 703 esclusivamente una questione di tempo», afferma Paolo Pellegrini nell'ultima newsletter del Mefop. Non solo. «Un'ulteriore ragione di urgenza è rappresentata dalla circostanza che dopo l'aggiornamento del 703 per i fondi pensione, seguirà la messa in consultazione del nuovo 703 per le casse, vale a dire il provvedimento di regolamentazione dei limiti agli investimenti, conflitti di interesse e banca depositaria, rivolto alle casse professionali.
L'adozione di questo secondo provvedimento, cui le istituzioni stanno lavorando, è particolarmente pressante, atteso che in questa fase le casse professionali stanno modificando la loro politica di investimento e avrebbero tutto l'interesse di conoscere quanto prima le disposizioni di cui dovranno tenere conto», aggiunge Pellegrini. Quanto alle indicazioni del Consiglio di Stato, i tecnici di Palazzo Spada, pur indicando alcuni possibili miglioramenti del testo, hanno sostanzialmente confermato l'impianto normativo del nuovo 703. «Va premesso che le nuove regole entreranno in vigore dopo un regime transitorio di 18 mesi, adattarsi non dovrebbe comportare quindi problemi particolari», aggiunge Pellegrini.
Quali le novità? «Nel nuovo testo, pur mantenendo principi e criteri di gestione analoghi a quelli attuali, l'obbligo di esporre un parametro obiettivo di riferimento viene riferito non più necessariamente al benchmark, quando questo tipo di indicatore non è coerente con gli obiettivi e la politica di investimento posta in essere dal fondo pensione. Questa previsione normativa, apre di fatto a gestioni alternative a quelle a benchmark, prevalentemente adottate oggi dai fondi pensione», spiega Pellegrini. L'idea di fondo del decreto è quella opposta al vecchio 703 perchè non si danno ex ante molti limiti quantitativi agli investimenti, ma si pone l'accento sul controllo dei rischi dando maggiore libertà al gestore. «Il nuovo decreto rende l'investimento più libero, ma si tratta tuttavia di una libertà che implica una maggiore responsabilità. Al di là delle residue restrizioni quantitative, è tendenzialmente ammesso , qualsiasi tipo di investimento a patto che il fondo sia in grado di gestire, in caso di gestione diretta, o controllare, per la gestione convenzionata, l'andamento della gestione», sottolinea Pellegrini.

Il tutto sotto il controllo della Covip che nel frattempo ha emanato le nuove regole sul documento sulla politica degli investimenti. In sostanza rispetto al decreto 703/96, che limitava l'universo investibile a un numero chiuso di attività, le nuove norme appaiono ben più ampie «riferendosi a categorie giuridiche note e potenzialmente suscettibili di coprire l'intero universo investibile: strumenti finanziari, oicr, depositi bancari, derivati. Restano non ammesse, invece, le vendite allo scoperto e le operazioni in derivati equivalenti a vendite allo scoperto», avverte Pellegrini. Restano soltanto alcuni limiti quantitativi, come si diceva. «In particolare si prevede un limite minimo agli investimenti in strumenti quotati pari al 70%, equiparando comunque gli oicr (fondi e sicav, ndr) armonizzati aperti agli strumenti quotati. Si prevede, poi, un limite di concentrazione del 5% in titoli emessi da un unico emittente, portato al 10% per gli investimenti nel gruppo, che però non opera per i titoli di Stato», prosegue Pellegrini. Mentre gli investimenti non in euro sono possibili fino al 30% del totale, un livello inferiore all'attuale pari a due terzi del portafoglio. «I derivati, come oggi, sono ammessi se utilizzati per finalità di copertura o gestione più efficiente. Si prescrive, però, che i contratti siano stipulati con una controparte centrale», spiega ancora Pellegrini.

Merita attenzione anche la disciplina degli investimenti in fondi. «In linea generale il ricorso agli oicr è ammesso - a patto che il fondo motivi le ragioni che lo hanno indotto a tale forma di investimento, ad esempio per le dimensioni ridotte del portafoglio», dice Pellegrini. Ci sono anche limitazioni. Ad esempio l'investimento in fondi chiusi e alternativi va contenuto entro il 20% del patrimonio del fondo pensione e il 25% del patrimonio del fondo chiuso o alternativo oggetto di investimento. Restano ferme le deroghe previste per i preesistenti. «Qualche ulteriore ritardo nell'approvazione, non più di qualche settimana, potrebbe arrivare per la necessità di tenere conto del recepimento della direttiva Aifind in materia di fondi alternativi, appena introdotta con il decreto 44 del 4 marzo 2014. Nel frattempo, il 27 marzo è stata approvata la proposta di revisione della Direttiva sugli enti pensionistici aziendali e professionali (Iorp II). Rispetto alle nuove proposte la normativa italiana risulta già molto avanzata, sotto più punti di vista. Alcuni aspetti, tuttavia, se saranno confermati nel testo finale, ci richiederanno l'adozione di qualche accorgimento, ad esempio sulla governance per la quale si prevede l'obbligo di pubblicità delle politiche di remunerazione degli organi direttivi. Qualche ritocco», conclude Pellegrini, «riguarderà anche la parte relativa alla gestione finanziaria, per la quale è stata annunciata la prossima adozione di una comunicazione relativa all'incoraggiamento di investimenti di lungo periodo».

Proprio sul ruolo che il risparmio previdenziale può svolgere per la crescita dell'economia reale italiana si concentrerà tra l'altro la relazione 2013 della Covip che sarà presentata a Roma il prossimo 28 maggio dal neopresidente Rino Tarelli. Il tema del contributo che possono dare i fondi pensione all'economia reale è anche al centro di un'analisi curata da Silvio Bencini, partner di European investment consulting, per l'Istituto Bruno Leoni «La discussione intorno al contributo che i fondi pensione potrebbero dare al rilancio dell'economia ruota intorno a un tema più specifico», sottolinea Bencini, «e cioè all'investimento in fondi chiusi». Bencini spiega che con questo termine si intendono veicoli che, avendo come obiettivo l'acquisto di attività illiquide come immobili o azioni di società non quotate, hanno un ciclo di vita predeterminato, con una fase di investimento e una di graduale distribuzione del capitale e degli utili agli investitori. «Questo tipo di investimenti ha una serie di caratteristiche che li rendono molto adatti al portafoglio dei fondi pensione, tanto che rappresentano il 27% del patrimonio dei fondi americani e il 16,5% dei fondi europei», aggiunge l'esperto. Bencini ricorda che, anche se la normativa consente dal 1996 l'investimento in fondi chiusi fino al 20% del patrimonio, i fondi pensione italiani hanno fino ad oggi investito in questi veicoli in misura marginale (pressoché nulla nel caso dei fondi negoziali), e inferiore al peso che anche il più prudente consulente assegnerebbe a questi investimenti. «Si apre dunque uno spazio sicuramente interessante, che concilia il bisogno dei fondi pensione di rendimenti più elevati con bassa volatilità con la domanda di finanziamenti dell'economia italiana. Il tutto ricordando che l'obiettivo deve essere l'efficienza del portafoglio», dice Bencini.

La presenza di fondi pensione italiani in questa nuova arena che si sta aprendo, ma man mano che si riduce il ruolo delle banche nel finanziamento dell'economia a favore di forme di raccolta più diretta da parte delle imprese, con bond o mini bond, sarà importante per tutelare tutti gli attori. «Il mercato del credito e delle infrastrutture non può svilupparsi se non attraendo i flussi di capitale che dall'estero sono pronti a cogliere le opportunità offerte dal credit crunch nel Sud Europa» spiega Bencini, «dalle migliaia di Pini italiane in cerca di capitale per crescere e dal deficit infrastrutturale accumulato, in questi anni, in diversi Paesi europei. In questo ambito i fondi pensione possono dare un contributo importante, sia spingendo affinché le operazioni siano, come si dice, di mercato, cioè che presentino un'opportunità di guadagno indipendentemente da considerazioni politiche, sia agendo come primi investitori rispetto agli investitori esteri». Secondo Bencini, a queste condizioni un poco di home bias (tendenza a investire nei titoli domestici) da parte dei fondi pensione italiani potrebbe costituire un'opportunità per l'economia italiana. Anche perché in tutto il mondo si registra una preferenza degli investimenti domestici da parte dei gestori istituzionali molto più pronunciata che in Italia.

Da Milano Finanza, 26 maggio 2014

Nuova convenzione Agenzia delle Entrate: un passo avanti?

Nella convenzione triennale tra il ministero dell’economia e l’Agenzia delle entrate per la dotazione finanziaria a carico del bilancio statale compare la voce della quota incentivante, che consente la corresponsione di compensi premiali per il personale dell’Agenzia al raggiungimento degli obiettivi fissati dalla convenzione stessa.

Nel Focus IBL “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni sostiene che dall’analisi delle ultime due convenzioni “viene naturale chiedersi quanta malizia vi sia nel pensare che lo zelo con cui negli anni appena passati l’Agenzia delle entrate ha spedito avvisi di accertamento e combattuto l’evasione sia stato in parte anche incentivato, è il caso di dirlo, dal premio finale”. L’ultima convenzione corregge in buona parte questo metodo, benché, continua Sileoni, i funzionari pubblici non dovrebbero essere solo premiati se adempiono correttamente ai loro uffici, ma dovrebbero anche essere sanzionati quando non lo fanno. Ciò è tanto più vero per un’amministrazione, come quella fiscale, che si confronta con i contribuenti in un rapporto impari.”

Il focus “A pensar male... la dotazione finanziaria dell’Agenzia delle entrate” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Le nostre nonne ne sapevano una di più dello Stato dietologo

Dello Stato etico si può forse parlare al passato. Invece lo Stato dietologo appartiene al presente. A New York, l'ex sindaco Bloomberg aveva vietato la vendita di bibite gassate in bottiglie e lattine superiori al 500 ml (ma il tribunale aveva bocciato la misura). In Europa, Finlandia e Danimarca hanno adottato imposte sulle bevande zuccherine. Il governo di Copenhagen ha sperimentato un'accisa, presto abrogata, sugli alimenti con più del 2,3% di grassi saturi. Le persone sovrappeso "costerebbero di più" al sistema sanitario: penalizzando il loro stile di vita, verrebbero "aiutate" a cambiarlo. È un'aritmetica complicata. Un beneficio pubblico, difficile da dimostrare, implica rinunce concrete, che si verificano al ristorante o al supermercato. In molti sostengono che le "fat tax" rischierebbero di spostare i consumi verso alimenti altrettanto grassi, ma di inferiore qualità, con effetti paradossali sulla salute. L'emergenza obesità è una scusa formidabile per regolamentare la tavola, chiedendo un pedaggio per ogni trasgressione alla quaresima.

Non potendo costruire una società in cui tutti siano egualmente ricchi, lavoriamo a una in cui tutti siano egualmente magri. Lo sapevano già le nostre nonne: esistono cibi più sani e altri meno, anche se è la dose che fa il veleno. L'uomo però non è solo ciò che mangia: non si può pensare che abitudini e spot siano ininfluenti. Siccome non può obbligarci alla palestra, lo Stato ci tassa, unendo l'utile (incamerare nuove entrate) al dilettevole (indurci a comportamenti più virtuosi). Ci risparmi almeno la predica. È difficile che il fisco abbia successo dove hanno fallito le nonne: nell'insegnarci l'equilibrio.

Da Wired, maggio 2014
Twitter: @amingardi

La spending review serve a nulla

«Lo statalismo in Italia? Una condizione che pare fisiologica». Ne è convinta Serena Sileoni, giovane avvocato maceratese, vicedirettore generale dell'Istituto Bruno Leoni, think tank liberista, ispirato al grande filoso del diritto.

Dunque dallo statalismo non ci si libera, avvocato?
Parrebbe prescindere da qualsiasi dichiarazione o presa di posizione, non solo politico-partitica, ma anche intellettuale.

Peraltro, sono tutti liberali. A parole.
L'idea liberale dello Stato, dei rapporti fra Stato e cittadini, di una non-ingerenza del primo nella vita dei secondi, a parole piace a tantissimi. E in effetti molti se ne fregiano. Ma poi, di qui all'applicazione pratica, alla traduzione politica, ce ne corre.

Però, oggi c'è un premier, a Palazzo Chigi, Matteo Renzi, che qualche speranza in molti liberali italiani l'ha suscitata...
Direi che la suscita ancora, se ascoltiamo quello che dice, se leggiamo le famose slide della prima conferenza stampa o i 44 punti sulla Pubblica amministrazione, troviamo argomenti interessanti. La questione è che hanno, per il momento, valore di sola comunicazione politica.

Diciamo quello che, almeno a parole, Renzi farebbe di liberale?
Beh, cambiare il rapporto Stato-cittadino per quello che riguarda un fisco più equo, una giustizia più veloce, la già citata riforma PA, la pubblicità ai bilanci dei sindacati, l'idea di trasparenza, la riduzione di enti come il Cnel. Però, appunto, è come fosse il seguito di una Leopolda che si è svolto nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.

E invece, nella traduzione pratica, cosa non va?
Gli 80 euro sono tutt'altro che liberali, per esempio.

E perché?
Una forma di redistribuzione di ricchezza abbastanza marginale, ma anche priva di equità perché lascia fuori, per esempio, i lavoratori autonomi, oltre che pensionati e incapienti. La riduzione dell'Irpef dovrebbe riguardare la generalità dei soggetti. Non è consentendo di comprare un paio di scarpe al mese e, al tempo stesso, tassando ancora di più il risparmio dello stesso consumatore, penso all'aumento della tassazione delle rendite finanziarie, che si rende più liberi i cittadini.

Ribaltiamo la questione: cosa potrebbe fare Renzi di liberale?
Tagliare la spesa pubblica. C'è un lavoro importante da fare. Uno nostro studio recente, firmato da Dario Menegon, mostra che dalla crisi in poi, la spesa pubblica ha continuato ad aumentare. L'autore analizza i governi di Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta ma arriva anche ai primi provvedimenti del governo Renzi.

E la pressione fiscale sale...
Infatti. A fronte dell'aumento della pressione fiscale per 30 miliardi di euro, derivante dalle misure anti-crisi del biennio 2011-2012, la riduzione pari allo 0,2% del Pil, decisa da Letta, non rappresenta un segnale di normalizzazione. Anzi, il Def evidenzia come, a normativa vigente, la pressione fiscale è destinata a risalire al 44% nel 2014 e nel 2015.

Qual è il punto?
È che la spending review si risolve spesso nel cercare di rendere l'attività amministrativa più improntata al principio di economicità, ma se i compiti dello Stato restano gli stessi, se non se ne riduce il perimetro, non ne veniamo fuori.

Facciamo un esempio?
La digitalizzazione della Pa, ottima cosa, crea un risparmio comprensibile: banalmente chiede meno carta e meno spese di cancelleria e segreteria, ma in un paese che ha un livello di spesa pubblica come il nostro, parlare di economicità non basta. Il problema sono il numero dei soggetti pubblici e i compiti che assolvono.

Uno Stato obeso, diciamo...
Figlio della nostra ossessione di essere accompagnati dalla culla alla tomba. È chiaro che, in questa nostra ossessione, le risorse non bastino mai.

E allora diamogli due dritte, al premier, visto che il suo sarà un governo di legislatura. Da dove dovrebbe cominciare dalle pensioni? Toccare i diritti acquisiti, come aveva detto nelle primarie?
Lì credo che converrebbe una moratoria e pensare seriamente a quello che vogliamo fare nel futuro. Lo dico con amarezza, però da giurista sono anche convinta del valore enorme che ha il principio di certezza del diritto: non è possibile che lo Stato ritratti sempre ciò che ha disposto, non è accettabile. Ci sono cose forse più semplici, dal punto di vista della tenuta giuridica, da fare.

Per esempio?
Privatizzazioni e liberalizzazioni che sono due paragrafi di uno stesso capitolo: vanno insieme.

Le Poste?
Ovviamente sì ma non nella maniera che aveva iniziato a fare il governo Letta, una privatizzazione fittizia senza passare prima dalla separazione dell'attività postale da quella finanziaria in primo luogo. E che dire della Ferrovie, ancora un monopolio a livello del trasporto locale? O dell'Inail che Renzi propose alla Leopolda di liberalizzare. Senza dimenticare il livello, che resta molto nascosto, delle municipalizzate e delle partecipate locali.

Un programma thatcheriano. Però, sui servizi locali, c'è di mezzo anche un referendum, il cui esisto è andato in tutt'altra direzione.
Su quel referendum si è fatta molta disinformazione: gli italiani pensavano di votare per «l'acqua pubblica», come si fece credere loro, e in realtà si opposero alle privatizzazioni dei servizi locali tout-court, dal gas al trasporto pubblico. Si può però ritenere che il tempo trascorso e il mutamento del quadro economico e politico possa consentire una nuova legislazione.

Secondo lei, cioè una nuova legge in materia non sarebbe bocciata dalla Consulta, come ha già fatto rispetto alla norma che il governo Berlusconi si affrettò ad approvare dopo i referendum, pur escludendo il servizio idrico?
Quella legge venne approvata a un mese di distanza dalle consultazioni. Oggi sono passati due anni, la crisi persiste e la situazione politica è cambiata. Ci potrebbero essere quindi le condizioni per ritenere il contesto mutato. Su questo Renzi potrebbe svolgere una importante battaglia politica.

Sul fisco, invece, cosa dovrebbe fare?
Per ora il provvedimento vero l'ha fatto il governo Letta, con l'approvazione della delega fiscale. Penso per esempio al punto relativo all'abuso di diritto (l'elusione fiscale, che finora era lasciata all'interpretazione del giudice, ndr). Ora spetta all'esecutivo di Renzi fare i decreti attuativi.

E poi c'è la giustizia, sulla quale Renzi è intervenuto spesso. Nell'ultimo Leopolda, aveva promesso di intervenire su certe storture della custodia cautelare.
Aspettiamo il giorno che sia posto fine all'abuso delle misure cautelari, che dovrebbero essere estrema ratio ma che, in realtà, si risolvono in un'anticipazione della pena. Il nodo vero è però è la responsabilità dei magistrati. Chi paga, quando il giudice sbaglia? Ma mettere mano alla giustizia è uno dei veri tabù di questo Paese.

Anche in quel caso c'era stato un referendum, quello del 1987, di fatto aggirato.
Sì, e c'è anche l'opinione della Corte di giustizia europea che i forti limiti alla responsabilità da errore giudiziario in Italia siano incompatibili col diritto europeo.

Soluzioni liberali, per così dire, quali potrebbero essere?
Soluzioni da Stato di diritto, prima ancora che liberali, richiederebbero di riformare il Consiglio superiore della magistratura-Csm, congegnato con sistemi deterministici, che non esercita un controllo sui giudici, quanto una vera e propria tutela.

Qualcuno, come l'editore liberale Aldo Canovari, che lei conosce, essendo stata la responsabile editoriale della sua casa editrice la LiberiLibri, propone l'estrazione a sorte dei componenti del Csm. Che ne pensa?
Ottima idea: le pare possibile che un organo che dovrebbe occuparsi fondamentalmente della gestione di un personale delicato come la magistratura sia composto in base all'appartenenza a correnti politico-culturali, lasciando che queste influenzino il suo operato?

Da Italia Oggi, 8 maggio 2014

Libera aranciata in libero Stato

È stata sventata la manovra di lobbying della Cia volta a far approvare una legge che impedisca ai consumatori italiani di bere le bibite che preferiscono. Non parliamo dell’agenzia di intelligence statunitense diretta da John Brennan, ma della Confederazione Italiana Agricoltori guidata da Secondo Scanavino che, insieme ad altre associazioni come la Coldiretti e Legambiente, voleva innalzare dal 12% al 20% la percentuale minima obbligatoria di frutta nelle bevande analcoliche. L’emendamento, presentato alcuni deputati del Pd e originariamente contenuto nel decreto Balduzzi, è stato per fortuna bocciato dalla commissione Affari Europei dopo il parere negativo del ministro Maurizio Martina. Contro il ministro dell’Agricoltura sono state scagliate critiche feroci: «È il ministro delle Politiche agricole o delle multinazionali?» lo hanno attaccato alcuni compagni di partito, «Dobbiamo prendere atto che le più bieche lobby industriali sono riuscite ad avere il sopravvento sulla logica della salute e della qualità» ha dichiarato la Coldiretti, «Fra il benessere dei bambini e gli interessi delle multinazionali, il governo ha scelto i più forti» sono state le parole di Matteo Salvini della Lega.

Del tema se n’è occupato qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni in uno studio di Luigi Ceffalo , in cui sono spiegati gli effetti negativi di una legge del genere: limita la varietà e l’offerta di bibite analcoliche, impone extracosti alle industrie e ai consumatori ad esclusivo beneficio dei produttori di frutta (non per forza italiani), comporta sanzioni per la violazione dei Trattati europei sulla libera circolazione delle merci. Ma senza scomodare le normative europee che spesso sono più assurde di quelle nazionali, basterebbe un po’ di buonsenso per bloccare sul nascere norme liberticide come queste. Con buona pace degli onorevoli “democratici” e delle lobby degli agricoltori, le “multinazionali” fanno e farebbero soldi anche producendo bibite con il 20, 30 o 40% di succo di frutta e se continuano a vendere bevande con il 12% di succo è solo perché ci sono consumatori che le richiedono. Ancora più risibile è l’accusa di Matteo Salvini secondo cui il governo, d’accordo con le solite multinazionali, ruberebbe la frutta e le vitamine ai bambini. Salvini, da padre premuroso prima che da leader di partito, dovrebbe sapere che già oggi esiste un’ampissima libertà di scelta e i genitori possono acquistare in tutti i super e minimarket bevande contenenti fino al 100% di succo di frutta. Nessuno impedisce a nessun altro di scegliere e comprare per sé e i propri figli succhi di frutta e spremute, non si comprende quindi perché alcune categorie e partiti debbano impedire altre persone di bere un’aranciata annacquata attraverso un’imposizione statale. Non vorremmo, se passa il principio dell’obbligo minimo di frutta nelle bevande analcoliche, che un giorno ci venga imposto di spremere arance nell’acqua o limoni nel tè.

Come sempre accade, dietro il paternalismo di Stato si nascondono gli interessi di produttori a caccia di rendite pagate dai cittadini. Le uniche garanzia per i consumatori di prodotti conformi ai propri gusti sono la libertà di informazione e la libertà di scelta. Libera aranciata in libero Stato.

Da L'intraprendente, 4 aprile 2014
Twitter: @lucianocapone

Cosa bevi oggi? Lo decidono i parlamentari

Sembra quasi una presa in giro, un po' come la celebre direttiva europea sulla curvatura delle banane: una cosa tragicamente vera, che nel 1994 stabilì tra le altre cose che tale frutto deve avere un diametro di almeno 27 millimetri. Ebbene, c'è una fetta significativa della classe politica italiana che sembra voler rinverdire quei fasti e così oggi è schierata sulla trincea dell'innalzamento del succo di frutta minimo nei soft drink. Attualmente è solo al 12% e si vuole che arrivi al 20%. Attenzione: non al 18% e neppure al 30%, perché nel primo caso sarebbe troppo poco e nell'altro troppo...

Le aziende chiudono per una tassazione da rapina e una regolazione asfissiante? Le aree più produttive sono boccheggianti e dunque c'è chi predispone referendum autoconvocati? I giovani hanno sempre meno prospettive e pensano a emigrare? Poco conta, tutto questo, per i nostri politici. Ciò che davvero li ossessiona è il progetto di incrementare dell'8% il succo di frutta presente in aranciata, limonata e altre bevande. E questo perché ritengono che la gente sia fondamentalmente stupida, perfino più di loro, e compri una bibita al vago sapore d'arancia persuasa di avere acquistato una spremuta. Un simile paternalismo fa sorridere e ispira fatalmente ogni genere di ironia, male cose sono assai più serie. Questa battaglia viene giustificata invocando il benessere dei bambini e la lotta alle feroci multinazionali, che ci vogliono centellinare questo o quel prezioso succo. Nei fatti, però, sono in gioco interessi ben precisi.
Tra le aziende che realizzano i prodotti e i consumatori che liberamente li acquistano si inseriscono, infatti, lobby in rappresentanza di produttori. In questo caso si tratta di aziende agricole localizzate nelle aree di produzione degli agrumi che, di tutta evidenza, non amano stare sul mercato competitivo e quindi hanno bisogno di usare la regolazione per obbligare questo o quel produttore di bibite ad acquistare una quantità maggiore di arance o limoni.

Nelle scorse ore un emendamento non è stato approvato a Roma nei lavori di una commissione parlamentare, ma la partita si sposterà a Bruxelles, dove gli esperti in curvatura delle banane ci spiegheranno che una spuma al gusto d'arancia deve avere almeno il 20% del succo. Burocrati e politici non sanno, o fingono di non sapere, che in un'economia di mercato le imprese fanno tutto il possibile per trovare il migliore equilibrio tra costo e qualità, in modo tale da soddisfare i consumatori. E ignorano che l'unico effetto di quella disposizione illiberale consisterà nel mettere fuori mercato talune bibite (quelle al 12%: alcune delle quali hanno nomi assai noti) e il lavoro che è stato necessario per elaborarle. Con argomenti assai solidi era già intervenuto sulla questione uno studio di Luigi Ceffalo realizzato per l'Istituto Bruno Leoni, in cui si evidenziavano le pretestuose ragioni sanitarie, le reali motivazioni economiche (sostanzialmente parassitarie) e le serie conseguenze in tema di libertà e responsabilità.
Il paternalismo è sempre paradossale, ma lo è ancor di più quando si èin presenza di una classe politica tanto screditata. È penoso che adultivengano trattati da bambini da parte di altri adulti, ma questo è particolarmente grave se si considera che quanti vorrebbero educarci sono i nostri ben noti governanti. Qualcuno faccia capire loro che siamo capaci di comprare le banane che più ci aggradano e le bibite che ci piacciono di più.

Da Il Giornale, 31 marzo 2014

Educazione a stella marina

«La cosa più facile da fare per qualsiasi movimento sociale che voglia avere successo è chiedere "di più", specialmente il tipo di cose che ha già avuto». Quello di un'istruzione universale, pubblica e obbligatoria è un sogno potente, che ha ispirato riforme a vasto raggio. Anche e soprattutto quando pensiamo ai Paesi in via di sviluppo, siamo tutti convinti che solo la conoscenza possa spezzare le catene della povertà. Ma è davvero facendo più scuole, e obbligando le persone a frequentarle più a lungo, che si migliorano i tassi d'apprendimento? In un libro pieno di dati e di idee, Lant Pritchett, professore alla Harvard Kennedy School of Government, suggerisce che la risposta non è così scontata.

«Oggi la popolazione in età di lavoro scrive Pritchett nei Paesi in via di sviluppo ha frequentato la scuola per un numero di anni triplo rispetto al 1950, quando il 60% delle persone in questa fascia di età non aveva avuto alcuna formazione scolastica. Nei sei decenni tra il 1950 e il 2010 gli anni di frequenza scolastica degli adulti sono passati in media da 2,0 a 7,2». Parrebbe un successo: nel 2010, il cittadino medio di Haiti o del Bangladesh ha fatto più anni di scuola di quanti ne avesse conclusi l'italiano o il francese medio nel 1960. Ma una cosa è organizzare un sistema scolastico, con i suoi docenti e la sua amministrazione, altra equipaggiare le persone con capacità e nozioni utili.

Nel suo The Rebirth of Education, Pritchett descrive un «profilo d'apprendimento piatto»: in molte realtà, l'aumento degli anni passati fra i banchi non coincide se non con incrementi davvero marginali, nelle competenze apprese. «Alla fine della seconda media, in Tanzania solo il 41% degli studenti padroneggia le competenze [tipiche della seconda elementare] [...]. A questi ritmi, se anche tutti gli allievi finissero la scuola secondaria non otterremmo un livello universale di competenze di seconda elementare». In India «la percentuale di allievi di quinta elementare che non sa leggere una storia al livello di seconda elementare è in crescita da sette anni a questa parte».

«Nel tentativo, perfettamente legittimo, di favorire la frequenza scolastica, spesso gli attivisti dimenticano di quanto la scuola possa essere triste e alienante». Questo è vero «in particolar modo per quei ricercatori intellettualmente dotati che hanno frequentato scuole di qualità». Ci sono fattori «pull», che "tirano" fuori dalla scuola, ma anche fattori «push», ogni tanto è proprio la scuola a essere respingente. Metà delle bambine che abbandona le aule lo fa per cause legate alla famiglia o alle disponibilità economiche: ma le altre "mollano" perché insoddisfatte dell'offerta. «È difficile far sì che i ragazzi che non stanno imparando e che sanno di non imparare nullacontinuino a frequentare la scuola». Ogni progetto per ampliare immatricolazione e frequenza scolastica non fa che presumere che tanto basti a garantire il raggiungimento di certi standard d'apprendimento.

Il guaio è che mentre «più scuole» è un obiettivo politicamente facile da pianificare e da verificare, sulla qualità del servizio al massimo si moltiplicano le promesse di investimenti: si vuole «dì più», ma sempre della medesima cosa. I Paesi in via di sviluppo, spiega Pritchett, tendono a copiare le nostre «mode educative»: però i loro problemi pedagogici sono diversi, e perciò richiedono risposte diverse. Pritchett si rifà a Brafman e Beckstrom (Senza leader. Da internet ad al Qaeda: il potere segreto delle organizzazioni a rete) e distingue fra sistemi «ragno», basati su una gerarchia, e sistemi «stelle marine», acefali e composti da unità indipendenti. Il ragno tesse la sua tela ma, per quanto vasta essa possa diventare, la più piccola vibrazione di un filo di seta dovrà essere compresa e interpretata dal suo cervello. La stella marina si muove, si nutre, si rigenera grazie a singole parti che possono vivere e riprodursi anche senza controllo centrale.

Per Pritchett, a garantire un apprendimento migliore non bastano insegnanti meglio pagati, né docenti più istruiti o aggiornati, e nemmeno una maggiore diffusione dei libri di testo, o classi meno numerose. Rispetto alla spesa, nota come gli Stati Uniti e la Polonia possano vantare risultati analoghi, in termini d'apprendimento, per come vengono misurati dai test internazionali, e tuttavia gli americani spendono per alunno quasi il 65% in più dei polacchi. La storia della scuola è la storia dello Stato. I sistemi educativi che conosciamo e apprezziamo sono caratterizzati dalla frequenza obbligatoria, da un forte controllo centralizzato, dal monopolio pubblico nella fornitura del servizio. Gli Stati nazionali hanno l'ambizione di «controllare il processo di socializzazione»: la scuola non trasmette solo abilità ma anche credenze. La diffusione delle competenze può essere esternalizzata, la necessità di inculcare taluni principi invece no. È per questo che gli Stati tendono a monopolizzare l'offerta, anziché limitarsi a sussidiare la domanda, per esempio attraverso un «buono scuola» liberamente spendibile in diversi istituti.

Migliorare non è impossibile: bisognerebbe abbandonare l'ambizione del ragno e abbracciare sistemi «a stella marina» aperti, decentralizzati, orientati a obiettivi chiari e misurabili. Non mancano esperienze incoraggianti: per esempio quelle delle scuole private "low cost" su cui molto ha scritto James Tooley. Modelli aperti all'evoluzione incoraggerebbero innovazione e cambiamento. Dalle lezioni di piano allo sport, sono molti gli ambiti in cui l'insegnamento ha più successo che nelle scuole. Servono i giusti incentivi, per imparare a insegnare e per imparare a imparare.

Da Il Sole 24 ore, 31 marzo 2014
Twitter: @amingardi

Perché i pediatri non sono mai abbastanza? Un Focus IBL

Oggi si dà per scontato che tutti i bambini siano curati e curabili da un medico pediatra, eppure nei fatti non è sempre così ovvio.
L’organizzazione del servizio è infatti regolata da un convenzione, un contratto che disciplina il rapporto di lavoro tra il SSN (Servizio Sanitario Nazionale) e il pediatra. 

Il Focus di Lucia Quaglino “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” (PDF) esamina gli effetti della regolamentazione esistente e l’organizzazione del servizio pediatrico, ipotizzando soluzione alternative rispetto a quelle vigenti, orientate a ridurre e contenere gli effetti distorsivi dell’attuale sistema a vantaggio della qualità del servizio offerto.

“La cosiddetta libera scelta del pediatra per i propri figli - afferma Quaglino - è piuttosto circoscritta, in quanto l’accesso limitato alla professione e il contingentamento del numero di bambini seguiti creano un eccesso di domanda insoddisfatta, quindi nei fatti i genitori hanno poche opzioni a loro disposizione. Inoltre, lo stipendio fisso per numero di pazienti disincentiva un miglioramento della qualità delle cure, per cui il diritto a cure appropriate è solo parzialmente assicurato. Infine, le norme che regolano i rapporti tra pediatri e Asl all’interno della convenzione sono facilmente eludibili e difficilmente controllabili”. “Lasciando invece ai pediatri la possibilità di operare quali liberi professionisti, pur all’interno di un sistema pubblico, e remunerandoli anche in base alle prestazioni fornite, è possibile soddisfare le esigenze della domanda incentivando il miglioramento dell’assistenza fornita.”

Il Focus “Perché i pediatri non sono mai abbastanza?” di Lucia Quaglino è liberamente disponibile qui (PDF).

Imprese Partecipate: “Tagliare è un dovere Servono solo a saziare la fame della politica”

A un liberale come lei, dottor Mingardi, pare giusto che le partecipate finiscano nel mirino?
«La risposta è sì. Anzi: era ora. Le prime denunce contro la proliferazione del cosiddetto “neosocialismo municipale” risalgono ai primi anni 2000. Nel frattempo il fenomeno si è solo allargato».

Queste aziende sono oltre 8 mila...
«Quante siano con esattezza non si sa.
Cottarelli si è basato sulla banca dati del Mef, ma egli stesso segnala che vi sono dei censimenti paralleli. Comunque si tratta di numeri importanti. Per dare l’idea, un Paese come la Francia, dove non vige certo un “liberismo selvaggio”, le partecipate sono un migliaio».

Com’è successo che noi ne abbiamo così tante?
«Perché la politica, non potendo più sfamarsi nelle grandi aziende pubbliche, quasi tutte privatizzate negli Anni 90, si è rifatta voracemente su scala locale».

E quale si stima che possa essere il valore economico di queste aziende?
«Sicuramente inferiore al valore delle attività produttive che si potrebbero sviluppare, se fosse lasciato campo libero alla concorrenza».

Secondo una scuola di pensiero, è buona cosa che certi settori dell’economia siano pilotati dalla politica...
«Non c’è dubbio che questa sia stata la giustificazione adottata per estendere la mano pubblica».

Lei invece considera tutte queste partecipate una patologia del sistema...
«Una doppia malattia. Anzitutto perché sono sottoposte al controllo diretto dei partiti. Tutti sanno che i consigli di amministrazione vengono spesso considerati dei vivai o dei pensionati dove piazzare persone “gradite”. E poi,..come conseguenza di questo controllo così ferreo, le aziende finiscono per rispondere a esigenze che non sono quelle dei cittadini».

Che cosa vogliono gli utenti?
«Desiderano i servizi migliori al costo più basso, dal momento che a conti fatti pagano loro. Invece le partecipate operano per loro stessa natura una distorsione delle finalità che, di solito, riflette le logiche e gli interessi della politica: cioè, mantenere il consenso. E ne derivano le degenerazioni i cui risultati sono ben noti alle cronache».

Il governo pare deciso a intervenire.
«Così sembrerebbe. Quantomeno in termini di “istigazione” all’efficienza attraverso alcune misure. La più importante prevede la possibilità di applicare anche per questo genere di imprese la normale procedura fallimentare».

Dove sta il pregio dell’innovazione?
«Alcune di queste aziende, come segnala Cottarelli, sono in profondo rosso. Venderle è quasi impossibile. Si fa prima e meglio a .chiuderle direttamente, e poi bandire una gara per la fornitura di quel servizio. Interessante è pure l’intenzione del governo, se confermata, di non calcolare il provento delle privatizzazioni ai fini del patto di stabilità interno: il che costituirebbe per i Comuni un incentivo a vendere».

Da La Stampa, 27 agosto 2014

Ludwig von Mises: Inspiring Think Tanks Across The Globe

The free enterprise system within a rule of law is the best engine for prosperity. Ludwig von Mises (1881-1973) is recognized by many as its greatest advocate. His name was largely ignored for decades, today, however, more than 20 think tanks around the world are named after him. No other famous economist comes close.

Those who started these “Mises Institutes” were inspired mostly by the theoretical work of this Austrian scholar, books such as “Socialism,” “Theory of Money and Credit,” and “Human Action.” When I studied economics at Grove City College under Dr. Hans F. Sennholz (1922-2007), one of Mises’ disciples, these three books were required reading.

(…)

New efforts of “Austrian” inspired public policy research will likely emerge from the Austrian Economics Research Conference (planned for March 2015) which offers opportunities for going beyond theory, or from research focusing just on studying each other or from focusing on “what other Austrians wrote.” At least two of the Mises Institutes recently started journals: the Revista Mises in Brazil, an Inter-disciplinary Journal of Philosophy, Law and Economics; and the Journal of Prices and Markets in Canada. The latter already included a few public-policy papers. Other centers with leaders inspired by Mises, such as the Juan de Mariana Institute in Spain, or the Istituto Bruno Leoni (IBL), in Italy, frequently publish “Austrian” inspired policy research. IBL conducts a yearly Mises Seminar, already in its tenth year, where young scholars present policy as well as theoretical papers.

Continua su Forbes.com

Da Forbes, 20 agosto 2014

Uber sfida i taxi romani. +20% di clienti al mese

Il servizio Taxi di Roma rimane parcheggiato nei bassifondi delle graduatorie europee e le applicazioni come Uber il programma per smartphone che permette di trovare vetture alternative grazie a un tocco di polpastrello scala le classifiche dei download (+19% al mese). Secondo l'ultimo report dell'Istituto Bruno Leoni però «l'avvento di smartphone e nuove tecnologie ha ormai rivoluzionato il settore» tanto da rendere non più rinviabile una "deregulation". Anche perché «nei Paesi stranieri che hanno messo in pratica le liberalizzazioni - dall'Irlanda, alla Svezia - si è registrata una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda» dei consumatori.

RANKING EUROPEI
L'ultima indagine Eurostat piazza i taxi della Capitale al penultimo posto per qualità del servizio, davanti solo a Lubiana, e dietro a tutte le grandi metropoli del continente. E anche il costo delle corse dentro al Raccordo è maggiore rispetto a Napoli, Palermo, Bologna e Firenze. Ecco perché molti consumatori decidono di rivolgersi altrove. E Uber, spiegano dall'headquorter italiano della società nata a San Francisco quattro anni fa, «oggi cresce a una media del 19-20% ogni mese e negli ultimi mesi a Roma c'è stata un'ulteriore accelerazione».
Questa app – presente ormai in ottanta città di tutto il mondo, da Amsterdam a Singapore, da Londra a Melbourne, e in Italia a Roma e Milano – si scarica gratuitamente e permette di visualizzare su una mappa la posizione in cui si trova l'utente e quella dell'auto con conducente più vicina. In pochi secondi viene calcolato il tempo di attesa previsto e e per la prenotazione basta un click. Il pagamento avviene con carta di credito e i prezzi sono circa il 20% superiori a quelli dei taxi. Una differenza che però non spaventa i consumatori, se è vero che oggi Uber capitalizza 17 miliardi di dollari, ovvero di più di due giganti dell'autonoleggio come Hertz ($12.5 miliari) o Avis/Budget Group (6.32 miliardi).

CLIENTI E PREZZI
Secondo l'ultimo rapporto dell'Istituto Bruno Leoni sul “Servizio di Taxi e auto a noleggio” le nuove tecnologie «hanno fatto venire meno le distinzioni» tra auto bianche e Ncc. «Nel 1993 – spiega Diego Menegon di Ibl – la giurisprudenza poteva ancora sostenere che le “attività di servizio di taxi e di noleggio con conducente si differenziano per la natura del servizio effettuato”. Ma oggi l'evoluzione tecnologica e la possibilità di reperire con un semplice sms la macchina più vicina consente di metterlo in dubbio». Secondo Menegon, che ha curato il rapporto, «nonostante le distinzioni normative, gli Ncc svolgono di fatto un ruolo almeno in parte sostitutivo del taxi». Rivolgendosi alla stessa clientela: «Oggi l'applicazione Uber si è diffusa anche tra la clientela occasionale».
Ecco perché, secondo l'Istituto Bruno Leoni, serve una vera liberalizzazione. «Lo suggeriva già nel 2006 l'Autorità per la concorrenza. Ora è venuto il momento di abolire quelli che l'Antitrust ha individuato come “elementi di discriminazione competitiva tra taxi e Ncc in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi”.
In questo modo si otterrebbe una riduzione media delle tariffe e un significativo aumento della domanda».

Da Il Messaggero, 23 luglio 2014

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

La terra di nessuno dei comuni in dissesto finanziario

Molti comuni italiani sono costretti a misurarsi con la prospettiva del default, dovuto ad di anni cattiva gestione della cosa pubblica. 

Nel Briefing Paper “Non dissestare i dissestati” (PDF), Rocco Todero analizza la disciplina del dissesto finanziario e i casi di Napoli, Reggio Calabria ed Alessandria. Anche a seguito delle novità introdotte dal governo Renzi, i comuni continuano a vivere “nel limbo: non falliscono e non trovano la strada del risanamento, allo stesso tempo, però, trascinano con loro in questa terra di nessuno i cittadini ed i creditori, ai quali ultimi si rende sempre più difficoltoso l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito qual è quello alla tutela dei propri diritti ed interessi”. “Un fallimento vero - conclude Todero - assistito dalle ordinarie cautele tipiche delle transazioni consumate all’interno di un’economia di mercato, permetterebbe di assicurare comunque l’ordinario svolgimento delle funzioni amministrative essenziali. Né sarebbe d’ostacolo la presenza delle numerose società partecipate cariche di ingenti debiti e di personale in eccesso rispetto ai fabbisogni reali. Anche per loro dovrebbe semplicemente aprirsi la strada della dismissione o del fallimento, con tutte le conseguenze necessarie, comprese quelle del licenziamento del personale in esubero e dell’estinzione dei ingenti debiti, per ripartire, dopo, con l’affidamento al mercato privato della erogazione dei relativi servizi pubblici.”

Il Briefing Paper “Non dissestare i dissestati: il caso dei Comuni” di Rocco Todero è liberamente disponibile qui (PDF).

Non tutte le infrastrutture sono buone

La realizzazione di nuove infrastrutture non è necessariamente un viatico per la crescita economica: alla vigilia del decreto Sblocca Italia, che proprio di rilancio infrastrutturale dovrebbe occuparsi, è bene che il governo si muova con cautela su questo fronte per evitare l'ennesimo sperpero di risorse pubbliche. Lo sostiene Francesco Ramella, fellow dell'Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper "Infrastrutture e crescita economica: adelante con juicio" (PDF).

Scrive Ramella: "Negli ultimi decenni, si è andata sempre più diffondendo fra i decisori politici la convinzione che una maggior dotazione di infrastrutture ed in particolare di linee ferroviarie ad altà velocità e di metropolitane in ambito urbano sia un elemento imprescindibile ai fini della crescita economica e della sostenibilità ambientale per cui una valutazione specifica delle singole opere appare quasi superflua. Tale ‘visione’ non sembra però trovare riscontro empirico." In altre parole, non tutte le infrastrutture sono necessariamente buone, ma solo quelle realmente utili, ossia quelle in grado di ripagarsi. Prosegue Ramella: "Al fine di limitare gli incentivi perversi che sono alla base delle previsioni non realistiche di cui sopra si propone una ‘terapia’ articolata su due linee di azione". 

Tali nuove linee sono:
a) una revisione delle modalità di finanziamento delle infrastrutture che preveda il passaggio da una responsabilità prevalente del governo centrale a quella degli enti locali e  dai soggetti pubblici a quelli privati;
b) il ripensamento di una strategia di investimento incardinata sugli investimenti pubblici ed i sussidi all'esercizio a favore dei trasporti collettivi ad una che punti prevalentemente sugli investimenti stradali e sull'adozione di pedaggi/prelievi fiscali corrispondenti ai costi diretti ed esterni correlati a ciascun modo di trasporto.

Il Briefing Paper "Infrastrutture e crescita economica: adelante con juicio" di Francesco Ramella è liberamente disponibile qui (PDF).

Bene l'emendamento SEL perché non ci siano “libri più uguali degli altri”

Si apprende dalla stampa che alcuni deputati di Sel hanno presentato un emendamento al decreto cultura per equiparare l'IVA applicata agli e book, attualmente ordinaria al 22%, a quella dei libri tradizionali, ridotta al 4%. L'emendamento, che riproduce un'analoga proposta di legge di iniziativa parlamentare sempre di Sel, ripristina e anzi supera l'intenzione originaria del ministero della cultura di abbassare l'IVA sugli ebooks. Nella prima formulazione del decreto, infatti, l'imposta era ridotta al 10%, nel tentativo di un parziale allineamento all'IVA applicata ai libri cartacei.
"L'allineamento - sostiene Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni - non può però che essere totale. L'IVA sugli ebooks va abbassata per un ovvio e semplice motivo di eguaglianza fiscale: "I Promessi sposi" restano sempre gli stessi, che siano impressi su un supporto informatico o su carta. Non c'è quindi ragione, in termini di equità, di trattare fiscalmente come beni diversi un libro cartaceo e lo stesso libro in formato elettronico"

Al via su Reteconomy Sky 816 “Il punto di vista” dell’Istituto Bruno Leoni


“Il punto di vista” di IBL
Ha preso il via questa settimana una nuova iniziativa nata dalla collaborazione tra Reteconomy e Istituto Bruno Leoni, due realtà giovani e dinamiche che mettono al centro della propria attività una nuova visione dell’economia.
Ogni giorno, nel contenitore Buongiorno Economia, va in onda Il punto di vista degli esperti di IBL, che commentano i principali fatti di attualità – dalla politica agli scandali corruzione, dai trasporti alle telecomunicazioni, dall’energia alla fiscalità – con lo sguardo sempre rivolto a un obiettivo: mettere in circolo idee e proposte per il libero mercato, volano di crescita e competitività, a tutto vantaggio dei consumatori.

I protagonisti dell’iniziativa
Raccontare con il linguaggio delle immagini il Paese che lavora e che produce e aiutarlo a crescere e a guardare al futuro. È la mission di Reteconomy, la nuova piattaforma multicanale di informazione economica ideata per dare voce a imprenditori, professionisti, manager. Chiara, accurata, originale: la nuova visione dell’economia.

Nato dieci anni fa sul modello dei think tank anglosassoni, l’Istituto Bruno Leoni vuole rappresentare un pungolo ed una risorsa per la classe politica, stimolando nel contempo una maggiore attenzione e consapevolezza dei cittadini verso tutte le questioni che attengono le politiche pubbliche e il ruolo dello Stato nell’economia.

"La collaborazione con IBL – spiega Elisa Padoan, Direttore responsabile di Reteconomy – è una preziosa occasione di riflessione sui limiti e sulle lacune della classe politica italiana, che si inserisce perfettamente nella linea editoriale della nostra emittente. Lo scopo? Smettere di piangersi addosso e cercare soluzioni per un Paese che vuole e deve diventare “moderno”".

“Ci fa piacere poterci rivolgere al pubblico di Reteconomy con regolarità, per portare il punto di vista delle idee di mercato. – dichiara Alberto Mingardi, Direttore generale di IBL – Il dibattito pubblico ha bisogno di luoghi dove avere una discussione libera e di qualità. Siamo contenti di poter portare il nostro piccolo contributo”.

I temi di questa settimana
- Gli scenari europei nel post-elezioni, di Alberto Mingardi (Direttore generale IBL)
- Alitalia: azienda privata o bandiera di italianità?, di Alberto Mingardi
- Liberalizzazione taxi e caso Uber, di Alberto Mingardi
- Il nuovo avanza e il legislatore arranca, di Alberto Mingardi
- La corruzione? frutto di uno stato troppo invadente, di Carlo Lottieri (Direttore Teoria politica IBL)

IlMioDono.it: vota e fai votare per IBL, fino al 7 luglio

UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 100.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio IlMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrai aiutarci concretamente a diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento per te: l'invio di un eBook a scelta fra i seguenti titoli: Breve storia della libertà di David Schmidtz e Jason Brennan, Contro Keynes di Friedrich A. von Hayek, L'economia in una lezione di Henry Hazlitt e Le origini della virtù di Matt Ridley. Potrai votare (e far votare) fino al 7 luglio 2014.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimi la preferenza in una delle due modalità proposte, come nell'immagine sopra.

Dopo avere votato, inoltra a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il tuo voto, ricordando di comunicarci quale eBook desideri ricevere (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

IlMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso IlMioDono.it potete ovviamente fare anche una donazione a suo favore, sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa , l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Istituto Bruno Leoni, Giugno 2014

La Scozia d'Italia? Un sogno (possibile) solo per i veneti

Nel quadro europeo vi sono molte regioni animate da spinte separatiste. Oltre all'unità di Spagna e Regno Unito (contestata da catalani e scozzesi), è certo a rischio la tenuta del Belgio, dato che l'indipendentismo fiammingo va crescendo di elezione in elezione.

E situazioni calde esistono anche da noi, sebbene non sia facile dire quale sia la Scozia d'Italia e quale potrebbe essere, insomma, «l'anello che non tiene»: il luogo di disgregazione dell'unità costruita a metà Ottocento. Di primo acchito, si potrebbe pensare che le maggiori analogie con la situazione scozzese si ritrovino in Sicilia, che all'indomani della Seconda guerra mondiale seppe giocare la carta della propria diversità e conquistò un'autonomia particolarmente forte. Per giunta, se la Scozia ha i pozzi di petrolio, in Sicilia si pretende di tenere per intero le accise della raffinazione. Ma le analogie finiscono qui, dato che la dipendenza dell'economia siciliana dai soldi pubblici è talmente forte che ogni progetto separatista rischia di essere percepito dai più come autolesionista.

Un discorso in parte diverso merita la Sardegna, dove spiccato è il senso di un'identità ben definita. Fino a oggi, però, l'indipendentismo sardo ha patito un'attitudine alla chiusura etnico-culturale che gli ha impedito di fare presa sulla società più dinamica. Ora sta nascendo anche un indipendentismo liberale, che associa autogoverno e libero scambio, ma la strada da compiere resta lunga.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 settembre 2014

Se faccia più danni corrompere infrangendo le leggi, o corrompendole

Di corruzione si può scrivere con la lente del magistrato, con i modelli dell'economista, con la gioia perversa del moralista. Se ne può scrivere anche con amore e dolore, amore per una delle più straordinarie città del mondo, dolore per gli scempi, morali e fisici, che in suo nome si sono compiuti: Venezia. E' quello che fanno Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri in "Corruzione a norma di legge". Si può corrompere, è la loro tesi, infrangendo le regole, oppure corrompendole. Quando le si infrangono, tra chi ha il potere di decidere dell'esecuzione di un'opera e chi la esegue c'è un rapporto diretto, di corruzione o di concussione. Quando le si corrompono, il rapporto è mediato dalla legge, che rende legale l'estrazione della rendita da parte del beneficiario, impresa o consorzio di imprese, a vantaggio del quale è stata scritta. Nella corruzione classica la rendita è estratta da chi ha il potere di decidere: i partiti hanno interesse a formare una sorta di cartello, con regole generali per la spartizione della rendita. E' la situazione che, semplificando un po', si considera prevalesse fino all'inizio degli anni 90, la Tangentopoli che suggellò il crollo della Prima Repubblica. Per evitare che potesse ripetersi, pensammo di combatterla con la concorrenza. In effetti la legge maggioritaria per i sindaci e la democrazia dell'alternanza ruppero il cartello dei partiti, l'eliminazione dei monopoli di stato aumentò l'interesse a formare consorzi di imprese: diventò più difficile corrompere infrangendo le leggi, aumentò l'interesse a corrompere con le leggi. I due modelli, più che corrispondere a due periodi storici, riflettono due diversi rapporti di forza, a favore del cartello dei partiti il primo, dei consorzi di imprese il secondo. E' alla fine degli anni 80, in piena Tangentopoli, che Lorenzo Necci pensò di assegnare la costruzione dell'Alta Velocità ai tre main contractor Iri, Eni, Fiat. E' per contro ancor di recente, a proposito di Expo, si sente parlare di tangenti, anche se prevalentemente per subappalti e a livello municipale o regionale.

Qual è il "rendimento economico" della corruzione? Il modello Shleifer Vishny prevede che, quando il potere di concedere una licenza è nelle mani di un politico (nel caso di Tangentopoli di un "cartello" politico) molti imprenditori concorrono per ottenere quel permesso, quel politico (o quel cartello) farà pagare a chi ottiene una licenza una tangente uguale all'intero beneficio che ne ricaverà. Se questo è il modello della corruzione per infrazione, il modello duale dovrebbe valere per la corruzione con le leggi, quando cioè il cartello di imprese si presenta come l'unica che ha la capacità di eseguire, e quindi impone alla coalizione politica di turno una legge con la quale lucrare i frutti della corruttela. Al diverso rapporto di forza corrisponde una diversa ripartizione del profitto della corruzione. Ne viene modificata anche l'entità? Probabilmente, riconoscono gli autori, nel caso del Mose di Venezia non ci fu neppure corruzione materiale all'origine della legge che diede la concessione unica a un Consorzio di imprese, affidando a un soggetto unico studi, progettazione ed esecuzione delle opere per la salvaguardia lagunare. "Il Consorzio Venezia Nuova" disse Gianni De Michelis nel 1984 "è un'idea politica, un progetto nato in sede politica. Se chi ha la responsabilità dei pubblici poteri non è all'altezza di gestire le proprie idee può solo essere travolto". E travolto fu. Sul Consorzio si costruì un sistema che finì per sostituirsi allo stato nel regolare i rapporti non solo economici, ma politici, perfino culturali di gran parte della regione: una horror story che fa leggere il libro in un fiato come un romanzo giallo. E dopo che la figura del concessionario unico fu sostituita, da una legge del governo Ciampi nel gennaio 1994, da una costituenda società tra ministero dei Lavori pubblici e regione Veneto, nel maggio 1995 il governo Dini fece una legge per cui "restano validi gli atti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti": poche parole che valgono centinaia di milioni, commentano amaro Giavazzi a Barbieri. Si dà il caso che io quella legge devo averla votata. Ero in Senato, ma mi occupavo di privatizzazioni e dintorni, c'era stata l'Ina, come forse Giuliano Ferrara ricorda, avrò votato secondo le indicazioni del capogruppo. Ridicolo pensare che questi ne avesse un tornaconto personale, poco credibile che tornaconti se ne trovassero anche risalendo la catena decisionale. Molto probabilmente avranno fatto presente a Dini che la legge Ciampi bloccava tutto, ed egli avrà pensato che fosse interesse del paese risparmiare al suo governo polemiche (eran passati quasi trent'anni dall'inondazione): suo compito era traghettare il paese alle elezioni, a mettere ordine nell'intricata questione ci avrebbe pensato pochi mesi dopo il futuro governo. Aveva torto Dini a chiedere alla sua maggioranza di votarlo?

Ci furono tornaconti personali anche nella vicenda dell'Alta Velocità, la seconda delle storie analizzate da Giavazzi e Barbieri? Sulla concessione senza gara ai tre main contractor il giorno prima che entrasse in vigore la legge europea sugli appalti ci furono indagini, della magistratura e della Commissione europea: ma nulla emerse che facesse supporre che quella decisione fosse il risultato di corruzione. Lorenzo Necci fu incarcerato, e processato per questioni minori (una consulenza a Nomisma, la costruzione di una stazione): e fu assolto anche da quelle. D'altra parte chi in Italia avrebbe potuto eseguire un'opera di tale impegno? Eni e Iri erano dello stato, quindi si trattava quante volte l'ho sentito dire! di una partita di giro, soldi che escono da una tasca ed entrano nell'altra; e come si faceva a lasciar fuori la più grande e più rappresentativa delle imprese private? Oggi sono in tanti a sostenere che per uscire dalla stagnazione e dalla disoccupazione si debba ricorrere a investimenti pubblici: si scandalizzeranno se allora si decise che lavori pagati da noi venissero eseguiti dalle nostre imprese? Si scandalizzeranno quelli per cui "nostre aziende" significa che il loro controllo è fermamente nelle mani dello stato?

Il processo di appropriazione delle rendite è più lungo e meno diretto. Per prima cosa bisogna che venga costituito il capitale, che cioè si decida (e sí stanzi effettivamente) danaro pubblico per quel determinato scopo. Bisogna creare il consenso nell'opinione pubblica. A questo servono economisti e sociologi, defunti e no: ci penseranno loro a sostenere l'utilità di manovre keynesíane, la necessità dí mantenere il controllo di "aziende strategiche", a radicare la convinzione che l'Italia ha un deficit di infrastrutture, e che questo è all'origine di molti nostri mali: dall'eccesso di trasporto su gomma, alla carenza di difese dei nostri patrimoni artistici. Una convinzione, in generale, probabilmente infondata, come dimostrano i nostri autori, ma indispensabile per creare i presupposti ideologici per la spesa. Così quando si seppe dei vantaggi, anche economici, dei TGV Parigi-Lione, immemori del fatto che col Settebello sulla direttissima Firenze-Roma avevamo costruito noi il primo tratto di ferrovia ad alta velocità d'Europa, adottammo l'idea dei francesi, e perfino le loro specifiche tecniche. Insieme agli entusiasmi ci furono, da subito, le critiche: l'AV sarebbe servita solo a far risparmiare tempo ai ricchi. A salvare il progetto furono gli ambientalisti: sulla nuova rete, integrata con la vecchia, sarebbero passati anche i treni merci, l'Alta Velocità diventò Alta Velocità/Alta capacità. Esercizio di retorica politica, questione di lana caprina di difficile comprensione, come ritengono i ricercatori dell'Ires Piemonte? In ogni caso la mutazione fu lunga e dispendiosa: obbligò a rifare un progetto già compiuto, per far passare i merci si ridussero velocità massima e pendenza. Si realizzò la strana sovrapposizione tra chi considerava che ridurre il traffico su gomma fosse un progetto di "protezione ambientale", e i costruttori: gallerie più lunghe (per la ridotta pendenza), e maggior numero di raccordi tra nuova e vecchia linea, le faraoniche costruzioni visibili dall'autostrada TorinoMilano, e su cui non ho mai visto transitare un treno.

Corruzione da parte degli ambientalisti? Siamo seri. Da parte dei costruttori? Ne colsero i frutti, ma non sarebbero mai stati in grado di farli maturare. E' la "legge universale del no": rende sempre, quasi mai all'utile idiota che se ne è fatto portavoce. Le varianti costano, i ritardi mettono in posizione di forza per far aumentare i prezzi, il disastro, reale o ingigantito, ha un valore incalcolabile. E' qui che il lungo processo, iniziato con la semina delle idee, poi tradotto in decisione politica, e infine stipulato dai legali, alla fine si traduce nel frutto della corruzione: le varianti in corso d'opera, il recupero dei ritardi, i subappalti, le consulenze. L'Expo (altro caso esaminato dai nostri autori) è un esempio da manuale di quanto può valere l'emergenza: un solo giorno di ritardo rispetto alla data convenuta riduce a zero il valore di quanto già fatto e produce una perdita di immagine irreparabile. Eppure nel tira e molla tra comune e regione su chi dovesse comandare si sono persi due anni. Si fa fatica a credere che non esista proprio nessun nesso tra i due mondi, quello dei politici che si battono per i diritti delle istituzioni che rappresentano, e quello dei costruttori che sanno che ogni giorno che passa riduce il potere negoziale del committente, e aumenta la probabilità che si verifichino occasioni per chiedere aumenti di prezzo. Giavazzi e Barbieri non vogliono lasciarci con l'amaro in bocca, il libro si chiude con uno spiraglio di lieto fine, sulle cose che si possono fare per contenere la corruzione in limiti fisiologici (non è piccolo merito degli autori ricordarci che lavori a prova di corruzione non esistono).

Come scrivere l'appalto, quali criteri adottare per valutare le offerte, come scegliere la più conveniente; i performance bond, vantaggi e rischi rispetto alle fideiussioni che prevalgono da noi; controllo di qualità e dei costi. Aggiungo io, migliorare il funzionamento dei controlli esistenti: in diversi momenti della vita del Mose la Corte dei Conti ne denunciò le anomalie, senza che poi succedesse alcunché. Gli autori auspicano l'introduzione dei whistleblower, coloro che, protetti dal segreto e incentivati dalla taglia sui risparmi procurati, denunciano le malefatte. E' la sola cosa del libro su cui non sono d'accordo. E non solo perché non capisco perché ai whistleblower dovrebbe andar meglio che ai magistrati della Corte dei Conti. Io guardo con commiserazione gli automobilisti (avete presente gli svizzeri?) che ti prendono la targa se gli hai suonato dietro; diffido da chi dice "intercettateci tutti"; non credo all'autenticità da streaming; considero innocui quanti invidiano gli inglesi che possono sapere quanto spende la regina per la manutenzione dei computer, meno innocui quanti gli fan credere che quella sia la "spending review". E nutro repulsione incoercibile (e che non intendo reprimere) verso gli stati che legittimano o organizzano o comprano le delazioni. Perché incominci a spiare i vicini e non (?) sai dove vai a finire. E perché penso che se non c'è un minimo di organizzazione della macchina amministrativa, di efficienza del suo funzionamento, di (vogliamo usare la parola desueta?) dignità di chi vi lavora, i fischietti non serviranno a nulla. Peggio, saranno anch'essi occasione di corruzione. A norma di legge.

Da Il Foglio, 16 settembre 2014
Twitter: @FDebenedetti

L'irragionevole differenza fiscale tra ebook e libri di carta

Sull'acquisto di un libro di carta, paghiamo un'IVA al 4%. Per lo stesso libro in formato elettronico, l'IVA sale al 22%. La differenza di imposta, se giustificabile agli esordi dei dispositivi elettronici, è talmente anacronistica da essere irragionevole. Il ministro della Cultura Franceschini ripete che l'armonizzazione dell'IVA sui libri vada risolta in sede europea. Un abbassamento con decisione nazionale rischierebbe infatti di essere ostacolato dalla Commissione, che ha già portato davanti alla Corte di giustizia Francia e Lussemburgo, accusandoli di dumping fiscale: attirerebbero in maniera illegittima gli acquirenti di ebook degli altri Paesi.

Una vicenda che ripropone l'antico paradosso del diritto: buon senso porterebbe a ritenere che Francia e Lussemburgo abbiano applicato un principio di giustizia (tributaria) anticipando peraltro un'armonizzazione che la stessa Commissione ha richiesto. Un principio che però si è scontrato con una regola che è legge, la quale, appunto per stessa ammissione della Commissione, dovrebbe essere rivista ma è ancora vigente. In quella che può sembrare una miope deferenza al diritto positivo ma che in realtà dimostra più la distanza tra i tempi della realtà e quelli del legislatore, la vicenda rivela un lato irrisolto della regolazione dei mercati.

Leggi il resto su Il Giornale, 15 settembre 2014
Twitter: @seresileoni