Bilanci pubblici e privati: due pesi due misure

Quello che per un’azienda o un lavoratore autonomo è falso in bilancio, per un ente pubblico al massimo passa come finanza creativa, più spesso come una diversa e meritoria interpretazione della legge.

Il Piemonte, lo dicono la Corte dei Conti e la Corte Costituzionale, ha dirottato le risorse erogate dallo Stato al fine esclusivo di pagare i debiti scaduti per finanziare il pregresso disavanzo di amministrazione e di alcune nuove spese in materia sanitaria. Non si tratta dell’unica Regione ad averlo fatto: anzi pare che la stragrande maggioranza dei governi regionali si sia comportata allo stesso modo. 

Ciò è in netto contrasto con la legge 243, che disciplina l’applicazione dell’art.81 della Costituzione, che prevede l’ “equilibrio” fra entrate e uscite. Ma ancor più è in completa dissonanza con la riforma del titolo V. Questi finanziamenti sono infatti stati considerati alla stregua di mutui: cioè strumenti di cibato. 

Prima ancora che lo Stato centrale si auto-vincolasse all’ “equilibrio” fra entrate e uscite, infatti, le Regioni erano già vincolate nella possibilità di indebitarsi: dalla riforma del 2001 in avanti, esse possono contrarre debiti soltanto per realizzare investimenti, e non già per spese di competenza, in particolare quella corrente.

L'uso fatto dei soldi anticipati dallo Stato per pagare i debiti scaduti - una delle asimmetrie più evidenti nel rapporto tra stato e cittadini - è quindi non solo illegittimo, ma anche contrario alle finalità di riequilibrio economico-finanziario delle casse regionali e palesemente offensivo della legittima aspettativa dei fornitori di vedersi finalmente pagati i crediti maturati.

Ci sarebbe quindi da attendersi che le regioni siano chiamate alla loro responsabilità e sanino la illegittima situazione creatasi.

E invece, pare che il governo voglia persino rivedere la legge 243, allargando in maniera ancora più esplicita i cordoni della borsa ed aumentando i trasferimenti ai governi regionali. 

E’ una vicenda che di per sé ci dice quanto stringenti siano le norme che disciplinano l’ “equilibrio” di bilancio, nel nostro Paese. Quando, durante il percorso di riforma dell’articolo 81, ci sgolavamo per dire che la formulazione adottata era troppo blanda, siamo stati considerati dei pazzi. E viene persino da ridere ripensando a politici (di destra e sinistra) ed economisti keynesiani che solo pochi mesi fa proponevano di eliminare, depotenziare e riscrivere il nuovo articolo 81, per espungere ogni riferimento all’ “equilibrio” (non pareggio) di entrate e uscite. 

Il problema è che per assicurare i conti pubblici servono assieme le norme - e una cultura politica che ne coltivi il rispetto. L’art.81 è “austero” e “ordoliberista” solo agli occhi di chi ne fa uno strumento di battaglia politica: nella prassi, nulla è cambiato perché la mentalità della classe politica è rimasta la stessa.

Ciò che più scoccia, a pensarci, è il tipo di fondi che le Regioni hanno ritenuto opportuno dirottare. Quei soldi servivano a pagare debiti scaduti: i debiti delle amministrazioni verso i loro fornitori.

Una volta di più la questione vera è il rapporto fra contribuente e Stato. Non solo Stato e amministrazioni regionali s’indebitano rivelando di non avere alcun rispetto per il contribuente di domani, che pagherà le spese di oggi. Ma non hanno nessun rispetto neanche per quelle aziende che da anni attendono semplicemente di essere pagate per le loro prestazioni. Sudditi siamo, e sudditi restiamo.

Le banche centrali feticcio dei governi

Adottando la moneta unica, gli Stati dell’Eurozona si erano dati una banca centrale che perseguiva un solo obiettivo: la stabilità dei prezzi. La politica monetaria è uno strumento potente, non a caso tutti lo invocano, proprio per questo è importante che il mandato del banchiere centrale sia esplicitamente vincolato. Più le decisioni sono discrezionali, e maggiore è l’incertezza.

Oggi, al contrario, si esige dai banchieri centrali massima flessibilità. Agli obiettivi dichiarati se ne sommano di non dichiarati (per esempio, nel caso della Bce, evitare il fallimento della Grecia). L’aspettativa di un intervento salvifico, quale che sia il cadavere da resuscitare, è spesso una profezia che si autoavvera.

A leggere i giornali, pare che l’opinione pubblica sia ormai convinta che con un’adeguata messa a punto dei tassi ci si possa assicurare corsi di Borsa perennemente in rialzo, sulla base dell’idea che quando le Borse hanno il segno più sono «razionali», mentre i ribassi sarebbero «irrazionali».

I mercati sono come dei termometri. Se la temperatura che segnano è alta, bisogna cercare malattia e cura, non mettere il termometro sotto ghiaccio.

La valutazione delle aziende cinesi era basata sulle aspettative di crescita di quel Paese. Per ventiquattro anni, il tasso di crescita del Pil cinese è stato superiore al 7% l’anno. Si è trattato di un processo straordinario, che ha traghettato buona parte della popolazione fuori della povertà. Ciò è stato possibile attraverso una serie di «esperimenti» di riforma, dapprima fortemente voluti da Deng Xiaoping. Il mercato si è fatto largo negli interstizi, sfruttando spazi di libertà concessi poco a poco.

Certo le cose sono molto cambiate. Raccontano Ronald Coase e Ning Wang (Come la Cina è diventata un Paese capitalista) che uno dei primi miliardari cinesi, Nian Guangjiu, fece fortuna coi semi d’anguria tostati. Aveva cominciato come venditore ambulante, rischiando il carcere più volte per «crimine economico» (cioè: per attività economica). Nel 1979, il governo consentì ai disoccupati residenti nelle città di lavorare autonomamente per opere di riparazione, servizi e artigianato: ma assumere dei dipendenti restava proibito. Quando Nian cominciò a reclutare collaboratori oltre la cerchia dei familiari, ci volle Deng in persona per evitargli la galera. Nel 2015 ci sono 213 miliardari cinesi nella classifica di Forbes.

E tuttavia la «transizione cinese» non è certo conclusa. La tutela dei diritti di proprietà è sempre incerta e il settore finanziario rimane sotto il controllo pubblico. La corruzione percepita è elevata, il processo di riforme da anni in fase di stallo.

Il Partito ha cercato di evitare a tutti i costi una frenata, tramite l’espansione del credito. Il debito totale (imprese, famiglie, governo) è praticamente raddoppiato dal 2007 ad oggi. Ovviamente la disponibilità di credito a buon mercato agevola gli investimenti: ma agevola anche quelli poco avveduti (ricordate la bolla immobiliare?).

Le correzioni sono dolorose e i governi preferirebbero evitarle. La «volatilità» impaurisce i risparmiatori. Ma quando c’è «volatilità» significa che gli operatori di mercato stanno facendo scommesse diverse, per pervenire a stime più affidabili. Non è chiaro a nessuno, a priori, se per esempio l’indebitamento privato dei cinesi è «sostenibile» o meno. Così come è possibile che i mercati scontino l’ipotesi di un terremoto politico, in Cina vaticinato da anni: il rallentamento dell’economia prosciugherebbe le sorgenti di consenso del Partito. Che guardacaso risponde «facendo come la Fed».

Parrebbe che la fede nell’infallibilità delle banche centrali sia, fra le idee «occidentali», quella che a Pechino ha più fortuna. Ma siamo sicuri che non c’è problema che un’iniezione di liquidità non possa risolvere, in Asia o in Europa? Il potere delle banche centrali cresce tanto più si chiede loro, comunque, di «intervenire». Sono organismi che godono di ottima reputazione, dove c’è notevole sapienza tecnica, ma indirettamente condizionati dai meccanismi del consenso tramite le pressioni dei governi. La classe politica è ben felice di delegare loro tutto il delegabile. Ne fa con entusiasmo un feticcio. È pronta a farne uno spauracchio, se al mago si guastasse la bacchetta magica.

Da La Stampa, 29 agosto 2015

Benjamin Constant: il modernissimo

Ci sono uomini che marcano un'epoca e altri che, in qualche Inodo, ne segnano due: ponendosi al confine tra una civiltà e un'altra. Sotto vari punti di vista si può guardare a Benjamin Constant come al protagonista di una fase storica tra Illuminismo e Romanticismo, tra Rivoluzione e Restaurazione che ha avuto luogo quando una società stava declinando e un'altra stava prendendone il posto.

Come illustra una dettagliatissima biografia pubblicata in questi giorni da uno dei curatori dell'opera omnia, Paul Delbouille Benjamin Constant (1767-1830): les égarements du coeur et les chemins de la pensée, uscito per i tipi di Slatkine di Ginevra egli ha vissuto il proprio tempo con intensità e percorrendo un gran numero di strade, quale teorico del liberalismo e protagonista della vita politica francese, filosofo e letterato (a cui si deve, con l'Adolphe", la nascita del romanzo psicologico), giocatore e amatore, indagatore del sentimento religioso e molto altro ancora.

Benché francese per passione e per scelta (dovette anche faticare per ottenere la cittadinanza), Constant si muove in tutta Europa come a casa propria: nella Svizzera in cui è nato e dove ripetutamente torna, nella Germania dei suoi primi studi, in quell'Inghilterra che ai suoi occhi come già era accaduto con Montesquieu sarà sempre un modello di saggezza civile. Quella di Delbouille è una biografia che segue Constant passo dopo passo: segnalando spostamenti, amicizie, incontri, affari. E certamente l'esistenza di Constant è segnata da vari amori femminili e innumerevoli progetti di matrimonio. Il nome di una donna resta però più di tutti indissolubilmente legato al suo: quello di Anne-Louise Germaine Necker, baronessa di Staël-Holstein (grazie al marito), più nota come Madame de Staël.

Insieme a questa donna di carattere, egli farà di Coppet il centro di resistenza intellettuale dell'Europa intera di fronte a Napoleone, ma anche un importante cenacolo letterario: uno dei cuori propulsivi della nuova sensibilità romantica. E in quel castello della Svizzera si recheranno molti dei protagonisti della letteratura del tempo, da Vincenzo Monti a Chateaubriand.

Il volume si sofferma a lungo sul tempestoso rapporto che lo legò alla Staël, per la quale Constant nutrì affetto, certamente, ma sempre all'interno di una relazione molto intellettuale, fin dall'inizio, e forse mai del tutto votata all'esclusività, nonostante una strano "contratto" sottoscritto dai due nell'aprile del 1796. Da quel sodalizio deriverà con ogni probabilità anche una delle figlie della Staël, Albertine, e una solida intesa politico-culturale.

Nato a Losanna da una famiglia protestante di origini francesi, il giovane Benjamin rimase subito orfano della madre, che morì solo 16 giorni dopo un parto difficilissimo. La sua vita sarà interamente nelle mani del padre, che il volume di Delbouille tratteggia quale figura ricca di ombre. Per giunta, a soli ventidue anni Benjamin dovrà darsi da fare proprio per aiutare il genitore, militare di professione e condannato in seguito dell'ammutinamento del suo reggimento. Assai presto il ragazzo manifesta comunque le proprie doti. Appena dodicenne scrive perfino un romanzo, Les Chevaliers, e poco più che adolescente prosegue gli studi in Germania e Scozia, per poi arrivare a Parigi e fare la conoscenza di alcuni tra i salotti letterari più importante. All'età di 18 anni s'innamora di Marie-Charlotte Johannot, a Bruxelles, una donna che ha dodici anni più di lui e apre una lunga serie di conquiste amorose. Questi della giovinezza sono anni di viaggi, segnati da tempeste sentimentali e innumerevoli serate dedicate al gioco, con i conseguenti debiti che quasi sempre ne derivano. Ma in questa fase egli non manca neppure di approfondire lo studio della civiltà classica e la bibliografia del periodo include vari scritti su Grecia e su Roma, oltre ai primi progetti di una lunga ricerca sul senso delle esperienze religiose.

Come scriverà lui stesso in Ma vie, da giovane era imbevuto di idee illuministe e in particolare di Hélvetius: "Nutrito dei principi della filosofia del Diciottesimo secolo, non avevo altro pensiero che quello di dare un mio personale contributo alla distruzione di quelli che chiamavo i pregiudizi". In lui la riflessione teorica non è comunque mai separabile da un'esistenza movimentata e da una forte passione per gli avvenimenti del tempo. Tutto questo produrrà, in età matura, una riflessione poi divenuta paradigmatica: quel testo sulla libertà degli antichi e dei moderni in cui contrappone appunto due visioni della libertà. La sua idea è che mentre nel mondo classico essere liberi significava in primo luogo partecipare attivamente alla vita della comunità (della polis, della res publica), nel nostro mondo il singolo è in primo luogo preoccupato di proteggere la propria sfera di autonomia personale, così da vivere alla propria maniera. Nonostante l'ammirazione per l'età antica, egli abbraccia la dimensione caratteristica dei tempi nuovi e in questo senso il suo liberalismo va letto quale riflessione sul potere e sulla costante possibilità di abusarne.

In Constant il liberalismo è in primo luogo il tentativo di individuare briglie che impediscano ai governanti di distruggere la libertà dei singoli. E già questo ci permette di capire come egli possa essere stato un sostenitore della Rivoluzione francese e al contempo un avversario dei giacobini e del Terrore, per poi essere negli anni della Restaurazione il capofila dell'opposizione "di sinistra" (anche grazie ai suoi scritti sul Mercure francais) e uno tra i fautori della svolta che condurrà sul trono Luigi Filippo.

Politicamente fu un moderato in un'epoca immoderata. Quando entra nella vita politica, negli anni Novanta del Settecento, il suo ingegno e la sua ambizione ne fanno una figura di rilievo nella vita pubblica di Parigi. Sarà anche membro del Tribunat (una. delle quattro istituzioni fondamentali della Costituzione dell'anno VIII), da cui sarà estromesso per la sua opposizione a Napoleone.

L'avversione al Primo Console, poi autoproclamatosi Imperatore dei Francesi, l'obbligherà a restare per anni lontano dalla capitale francese. Il contrasto sarà nettissimo. In occasione di una delle serate teatrali organizzate dalla Staël a Copet, accetterà perfino di recitare nel ruolo di Zopire nel "Maometto" di Voltaire, proprio "per il piacere di dire ingiurie all'impostore": dove dietro al Profeta si cela, è ovvio, la figura ben più viva -nel dibattito del tempo di Napoleone. Nei lunghi anni di contestazione al regime bonapartista Constant svilupperà intuizioni assai originali.

Quando oppone quelli che chiama usando una terminologia non felice la "conquista" e la "usurpazione", egli delinea due modelli di società in cui ogni lettore del ventesimo secolo riconoscerà i tratti dell'autoritarismo e del totalitarismo. I sistemi oppressivi di un tempo, ci dice Constant, costringevano a restare in silenzio, mentre quelli che ne hanno preso il posto ci obbligano perfino a parlare. Non si accontentano di un'ubbidienza passiva, ma esigono che l'intera società sia mobilitata in questo nuovo orizzonte politico-religioso che non ammette alcuna libertà individuale né alcun pluralismo.

Lontano dalla Francia, Constant non può fare politica. Avrà molto più tempo per gli amori e gli studi, oltre che per soddisfare le sue ambizioni di narratore.

Ma il Constant romanziere è difficilmente comprensibile senza tenere in adeguata considerazione la tensione esistente in lui tra l'attrazione per la Staël e i dolci sentimenti che lo legano a Charlotte Du Tertre. A un certo punto la figlia di Necker gli propone anche un matrimonio segreto, ma lui non accetta.

È sempre in questi anni che redige i Principes un'opera di filosofia politica assai vasta da cui successivamente  estrarrà testi minori e che diverrà pure la fonte della sua attività politica fino alla morte. (Risalenti al 1806, i Principes saranno editi solo nel 1980 grazie al meritorio lavoro di Etienne Hofmann).

In queste pagine si definisce sempre meglio la sua idea di costituzionalizzare lo stato moderno, al fine di proteggere i diritti dei singoli. Dinanzi al trionfo del potere prima assolutistico e poi rivoluzionario, egli immagina anche poteri "neutri": affidati a un monarca che regni senza governare o ad altri soggetti analogamente posti a garanzia di un equilibrio tra poteri. Oggi si può legittimamente ritenere che la sua sia stata una generosa utopia, che la storia s'incaricherà di smentire a più riprese, ma egli proverà a trasformare tutto ciò in realtà agendo perfino in prima persona in maniera del tutto imprevedibile, quando tra lo stupore generalizzato dopo tanti anni di dura opposizione a Napoleone, accetterà la richiesta di aiuto proveniente dal generale còrso e, nei Cento giorni del suo effimero ritorno al potere, gli sarà al fianco per delineare regole destinate istituzionali fondamentali. L'Acte Additionnel aux Constitutions de l'Empire, immaginato per avere una Francia un poco più "inglese" e porre vincoli insuperabili al restaurato potere nelle mani di Bonaparte, rimarrà in vigore per un arco temporale assai limitato: sarà approvato il primo giugno del 1815 e scomparirà nella polvere della sconfitta di Waterloo del 18 giugno. Questa giravolta, da nemico di Napoleone a suo collaboratore, dice molto della complessità caratteriale di Constant.

Dalle oltre settecento pagine della biografia emerge proprio una figura multiforme nella quale è possibile riconoscere l'uomo moderno nella sua grandezza e nella sua miseria. Viene alla luce un individuo pieno di contraddizioni e fragilità: un ateo appassionato di questioni religiose, favorevole alla Rivoluzione e nemico di ogni estremismo, pragmatico e dottrinario al tempo stesso.

Questo ne farà, in più occasioni, anche un uomo pubblico incapace di trovare una posizione "comoda": mai del tutto a casa propria con i repubblicani, mai bene accetto tra i monarchici. In Constant vi è pure qualche tratto dell'avventuriero.

Leggendo la biografia ci si imbatte a più riprese in duelli (tra cui uno, mancato, per un litigio tra cani generò un'accesa polemica tra i padroni) e in molti altri accadimenti mondani. E correttamente un amico parlerà di Constant in questi termini, giocando anche sul suo nome: "Schiavo della passione amorosa, ma mutevole perpetuamente nei suoi oggetti: costante (constant) nella versatilità". Uomo dunque dai sentimenti instabili e nutrito di passioni multiple e in conflitto tra loro, egli si dimostra comunque sinceramente ferito dinanzi alla morte di ogni amico: si tratti della scrittrice Charrière de Tuyll come di Jacob Mauvillon, che egli considerò a lungo un modello e un maestro.

È insomma l'esperienza concreta dell'altro e l'affezione che ne discende a rendere coerente un'esistenza altrimenti del tutto ondivaga.

L'umanità di questo intellettuale tanto rapido dalla vivacità della vita, in tutte le sue forme, emerge con nettezza in un episodio che il volume di Delbouille nonostante l'immensa mole di riferimenti e nomi si dimentica di riportare. Si tratta della polemica che lo vide dibattere (lui ancora sconosciuto) con Immanuel Kant, nel 1797, in merito al diritto di mentire. In quegli anni Kant era già un'auctoritas celebrata, ma a Constant apparve del tutto assurda e irrazionale una difesa assoluta dell'obbligo di essere sempre sinceri: anche quando, per esempio, "dire la verità" dovesse comportare conseguenze terribili per un amico innocente ricercato dalla polizia. Contro ogni assolutizzazione di principi destinati a sacrificare l'umanità e le sue ragioni, egli decide di valorizzare la realtà effettiva delle nostre esperienze: a partire da quel sentimento di giustizia che lo porta a difendere con forza il ruolo della proprietà contro le visioni redistributive ispirate da Jean-Jacques Rousseau. Il suo schierarsi con i diritti dei proprietari, pur senza basarsi sul diritto naturale (come in Locke o Jefferson), è netto: tanto che nel sistema parlamentare immaginato da Constant solo chi paga e quindi contribuisce ha il diritto di dire la propria e prendere parte attiva alla vita pubblica. Una soluzione destinata a essere accantonata con l'avvento delle moderne democrazie a suffragio universale, ma che pure oggi ci aiuta a capire tante difficoltà del presente.

Secondo Delbouille, leggendo l'opera di Constant nella sua interezza compresi gli scritti minori, le lettere, i diari, gli appunti dispersi si può percepire come in lui fosse sempre presente "la preoccupazione d'illuminare l'essere umano nelle sue dimensioni essenziali: quelle dell'individuo, del personaggio sociale, della creatura alle prese con il travaglio interiore delle credenze e delle angosce esistenziali, e cioè dell'uomo di fronte a se stesso, dinanzi agli altri e dinanzi all'ignoto".

Rivoluzionario e borghese, spirituale e carnale, sovversivo e benpensante, Constant ha interpretato come pochi altri quella tensione tra il pensiero e la passione, tra la razionalità e il cuore, che si ritrova così chiaramente espressa nelle inquietudini di quell'uomo moderno che egli tanto bene ha saputo comprendere.

Da Il Foglio, 29 agosto 2015

Rileggere il Nobel Coase e capire perché la Cina ci abituerà alle montagne russe

Per interpretare la crisi della Cina – che ancora ieri ha fatto sì che le Borse europee chiudessero in terreno negativo, nonostante la buona tenuta di Wall Street, al termine di una giornata altalenante, caratterizzata da nervosismo ed incertezza – ci sono due chiavi di lettura del premio Nobel per l’Economia Ronald Coase (1910 – 2013) contenuta in nuce nel suo ultimo libro Come la Cina è diventata un paese capitalista, scritto con il coautore cinese Ning Wang. Per capire quel che sta avvenendo e che cosa ci riserva il futuro, per questo colosso, con un miliardo e 200 milioni di abitanti ed un PIL stimato come il secondo del mondo, le lenti occidentali per quanto raffinate servono a poco. Ciò perché, come sostennero Coase e Wang ci sono tre diversità rispetto al mondo di tipo occidentale.

La prima è intrinseca al modo di ragionare e di decidere dei cinesi, che non si basa su concetti astratti generali, come per noi, ma sulla osservazione di singoli fenomeni, per cui si procede al loro apprendimento gradualmente e sperimentalmente. Se una scelta particolare funziona, la si fa. Se non funziona abbastanza, o non funziona affatto, si cerca qualcosa d’altro con altre decisioni particolari. Ciò comporta che fra la scelta di sostenere il tasso di crescita del PIL, mediante una maggiore domanda interna della popolazione, e quella di accrescere il commercio estero accumulando nuovi surplus, coloro che comandano in Cina ondeggiano a tentoni. Reputano che non esistano vere leggi economiche. La decisione di far fluttuare il cambio dello yuan, seguendo in modo graduale le leggi di equilibrio del mercato, non viene attuata per un’intima convenzione che questo sia il mezzo per generare una crescita equilibrata e duratura, ma per motivi strumentali, nella speranza che ciò sia apprezzato dal Fondo Monetario Internazionale e dalle agenzie di rating, così da accrescere la credibilità di Pechino.


La seconda diversità della Cina, nel suo processo di transizione, è la frammentazione dei centri di potere e l’incerto equilibrio fra imprese privilegiate ed imprese che devono seguire regole di sopravvivenza e di efficienza. Il Partito comunista che governa il paese è un reticolo in cui c’è – è vero – un comandante generale, ma ci sono margini di autonomia nei vari poteri centrali e ai livelli regionali e distrettuali. La cabina di comando non è unitaria e lo è sempre di meno, mano a mano che si accettano dosi crescenti di mercato, che non vengono giustificate con i criteri della nostra teoria economica, ma per sostenere la crescita del PIL che è l’obiettivo del Partito. La Banca centrale riceve spazio per la politica monetaria di fluttuazione del cambio, in regime di moneta neutrale, su sollecitazione del ministero del Commercio estero, ma poi adotta una politica di espansione monetaria per compiacere i controllori della Borsa e delle banche e le autorità delle zone autonome che temono crisi di aziende troppo indebitate.

Il terzo aspetto che Coase e Wang hanno messo in luce è quello più critico. In Cina, manca il mercato delle idee, cioè lo scambio delle informazioni che genera creatività e capacità di scegliere meglio. Ciò mette in forse il prosieguo dell’intenso sviluppo cinese. In effetti, la Cina ufficialmente avrebbe un tasso di crescita del PIL di poco inferiore al 7 per cento, ma molti stimano che esso, prima del crac della Borsa, fosse sovrastimato di 2 punti percentuali. Nessuno sa quanto la recente crisi finanziaria possa incidere sul PIL. C’è un eccesso di capacità produttiva di acciaio e di acquisti di futures di petrolio, probabilmente dovuti al fatto che mancavano le previsioni sul mutamento di domanda di beni. Si sostiene che lo sgonfiamento della Borsa ha riportato le valutazioni su livelli realistici, ma non si conoscono i criteri contabili delle imprese. La Banca centrale espande la quantità di moneta, ma non sa quanti sono i derivati. Se nell’economia reale si possono compiere stime fisiche, nella finanza i valori sono immateriali ed il mercato – ovvero lo scambio – delle informazioni è essenziale.

Da Il Foglio, 27 agosto 2015

La tassa delle troppe regole

Premessa. Quando la pressione fiscale si avvicina alla metà del Pil, chiunque abbia un minimo di istinto di sopravvivenza è favorevole a qualsiasi taglio alle tasse, quale che sia l'imposta che ne è oggetto e quali che siano le motivazioni del politico che lo promuove. Per questo ci rincuora la determinazione con cui Matteo Renzi torna ad annunciare l'abolizione di Imu e Tasi.

Si tratta però di una fonte d'introiti di cruciale importanza per i Comuni. È meglio finanziare le amministrazioni locali in modo diretto e trasparente anziché con trasferimenti. Comunque paghiamo sempre noi, non c'è scampo. Solo che in un caso si versa apertamente un obolo e si può così ragionare su quel che ci viene in cambio, nell'altro no.

C'è un problema di coperture, che senz'altro il ministro Padoan ha ben presente. Il governo deve in primo luogo evitare che scattino le clausole di salvaguardia, leggi aumento dell'Iva. Si parla di 5 miliardi raggranellati con la spending review: troppo poco, per reggere le promesse renziane. Si spera che l'Europa ci consenta di aumentare il disavanzo? Se davvero la ripresa è a portata di mano, proprio questo sarebbe il momento di accelerare la correzione dei conti pubblici. Noi italiani tendiamo a mettere ordine nella casa comune solo se costretti: cioè nel pieno delle crisi. Il manuale del buon keynesiano consiglierebbe di fare l'aggiustamento di finanza pubblica nella fase espansiva del ciclo, per evitare di soffrirne troppo. La classe politica finisce sempre per adottare manovre pro-cicliche: spinge l'economia con entusiasmo quando la strada è in discesa, tira la cinghia giusto se non c'è alternativa.

Per Renzi la priorità oggi è un'altra: rinsaldare un legame personale con ampi settori del corpo elettorale. Eliminare l'Imu serve allo scopo.

Colpisce però come dal suo vocabolario sia scomparsa una parola: impresa. Ha ragione il premier: la gente non coglie granché delle «polemiche sul Pil che cresce poco». Le persone capiscono che c'è «la ripresa» se il figlio trova lavoro, se vedono aumentare le proprie attività, se aprono nuovi esercizi commerciali. La concretezza, elettoralmente premiante, della crescita sta nella diffusione di un senso di rinnovata prosperità.

Ridurre il carico fiscale aiuta: si restituisce reddito ai cittadini. Questo è altrettanto vero per le imprese. Per un'azienda pagare più tasse, significa non poter usare quei quattrini per investimenti produttivi. Mentre l'abolizione dell'Imu è molto visibile, perché non c'è sostituto d'imposta e ci tocca pagarla sull'unghia, i benefici di una sforbiciata all'Ires sono meno chiaramente avvertiti. Si capisce perché Renzi scommette sull'una e non sull'altra.

Ma colpisce che non pensi ad un'ovvia alternativa. Nel mese di luglio, «La Stampa» ha pubblicato una lettera di un ristoratore di Torino, William Santarelli, che aveva rinunciato a chiedere il permesso per un dehors, esasperato per la complessità amministrativa di un'operazione così banale. Chi vuole posizionare qualche tavolino all'aperto ritiene di incontrare una domanda. Senza, perde una possibilità di «crescere».

Moltiplicate per mille ed avete l'Italia: un Paese dove la creatività imprenditoriale inciampa sui più fantasiosi ostacoli burocratici.

Soprattutto per le imprese medie e piccole, gli adempimenti amministrativi sono l'equivalente di un'imposta: essere «in regola con le regole» costa, sia in denaro (per la consulenza dei professionisti) che in tempo degli imprenditori. Semplificare le norme equivale a comprimere i costi di questa natura. Liberalizzare, non diversamente, dovrebbe servire a ridurre gli spazi del diritto pubblico per allargare quelli del diritto privato, eliminando complessità artificiose.

Nonostante la determinazione di un ministro «industrialista» come Federica Guidi, sappiamo che il Ddl concorrenza langue e rischia di essere ulteriormente annacquato alla riapertura dell'attività parlamentare. E di semplificazioni il governo ha persino smesso di parlare. È bello che Renzi prometta un'Italia «più libera». Un Paese più libero è un Paese in cui fare impresa è un po' meno difficile.

Da La Stampa, 27 agosto 2015

Se la sinistra è costretta a copiare ricette di destra

Quando Massimo D'Alema divenne premier, ne11998, uno dei voti a suo favore venne da Gianni Agnelli, che si giustificò sostenendo vi sono casi in cui un governo di sinistra è l'unico che possa fare politiche di destra. Le odierne vicende greche riportano alla mente quelle parole, soprattutto pensando al sostegno che Angela Merkel sta garantendo ad Alexis Tsipras, chiamato a mettere ordine nei conti eliminando le pensioni-baby e privatizzando numerosi asset: oggi gli aeroporti e domani (forse) le isole.

Ma a quale destra si ispireranno le scelte di Syriza, se supererà lo scoglio delle elezioni anticipate? Difficile rispondere. Le politiche che Tsipras è ora obbligato ad adottare, se non vuole rinunciare agli aiuti internazionali e se vuole restare nell'euro, mescolano elementi liberali e no. Ad esempio, i greci saranno tassati con più rigore: una scelta che non favorirà la crescita dell'economia ellenica.

L'estrema sinistra greca prende atto della realtà, ma poi non è detto che trovi le soluzioni migliori. Eppure nella stessa sinistra occidentale qualche modello di relativo successo lo si può trovare.

Solo qualche anno fa, proprio in Germania, fu il governo socialdemocratico di Gerhard Schroeder che con la cosiddetta «Agenda 2010» varò una riforma in cui un ruolo fondamentale giocarono le nuove regole in tema di mercato del lavoro, sostegno ai disoccupati, aiuti assistenziali. Si trattava di prendere atto che la vecchia illusione socialista che si potesse dare tutto a tutti non poteva essere tradotta in realtà. Schroeder non fu rieletto, ma l'economia tedesca trasse significativi vantaggi da quell'Agenda.

Perfino in Italia è il caso di ricordarlo la prima pur timida serie di liberalizzazioni fu voluta da quel Pier Luigi Bersani che oggi s'oppone a Matteo Renzi da posizioni massimaliste. Varò norme alquanto contraddittorie ed egualmente introdusse qualche spazio di concorrenza: si pensi ai farmaci o alle libere professioni.

Certo molto più rilevante e liberale fu però quanto realizzò negli anni Ottanta in Nuova Zelanda il ministro delle Finanze laburista Roger Douglas, quando eliminò sussidi alle imprese, deregolò il mercato finanziario, abolì i controlli sugli scambi con l'estero, abbassò le aliquote delle imposte dirette. La Rogernomics, come fu chiamata, portò ai neozelandesi alcune delle novità interpretate da Ronald Reagan negli Stati Uniti. Dopo quelle riforme il Paese crebbe con slancio, diventando un modello da tanti punti di vista.

Non ci si aspetti tutto questo liberismo da Alexis il Rosso e dalla sua Grecia indebitata. Ma se è stato proprio un comunista (Michail Gorbacev) a consegnare il comunismo alla spazzatura della storia, non sarebbe del tutto sorprendente se fosse un populista di sinistra (il riferimento di tutti i Podemos d'Europa, il nuovo Che Guevara schierato a difesa di welfare e spesa pubblica) a dire al mondo che esistono i sogni e poi, però, vi è la realtà. Con cui i soggetti adulti e responsabili devono imparare a fare i conti.

Da Il Giornale, 25 agosto 2015

Perché per ridurre l’oppressione tributaria serve un appiglio teorico

Questa volta il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato che la prossima Legge di stabilità rappresenterà una svolta: non sarà caratterizzata da aumenti dell’oppressione tributaria ma dalla riduzione del peso di tasse ed imposte al fine principalmente di sorreggere la traballante ripresa che, pare, sia appena avviata.

Sarebbe una cosa buona e giusta se ciò avvenisse, ma il divario tra i dati statistici sull’economia reale nel primo semestre 2015 e la previsioni formulate dall’amministrazione sei mesi fa, ci inducono a nutrire perplessità. Sempre che il governo ed il Parlamento non chiedano flessibilità all’Unione Europa ma – come hanno fatto i francesi – se la prendano, sforando il vincolo di non superare il rapporto del 3% tra indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni e Pil e rinviando il raggiungimento del pareggio di bilancio.

Le spending review, che si succedono da anni pur cambiando spesso le dramatis personae, mostrano che numerosi riduzioni di spesa possono essere fatte rendendo quindi più agevole, sotto il profilo macro-economico, la contrazione dell’oppressione tributaria. Tuttavia, i “tagli” di cui parla questo o quell’esponente politico sono puntiformi, mentre la storia economica dimostra che riduzioni di spesa hanno avuto successo quando sono state precedute da prese di posizione teoriche e da forti campagne politiche non tanto per convincere i cittadini in senso lato ma per vincere i contraccolpi dei quei gruppi (e non sono pochi) che vivono delle rendite generate da spesa pubblica eccessiva o inefficiente.

In Italia non si propone più un ragionamento analogo a quello della “curva di Laffer” di circa trentacinque anni fa quando, sulla base delle ipotesi dell’economista Arthur Laffer, Ronald Reagan e Margaret Thatcher ridussero scaglioni ed aliquote argomentando che ne sarebbe risultato un impulso all’economia tale da più che recuperare, nell’arco di pochi anni, la perdita temporanea di gettito.

L’assunto, ma non è detto che chi governa l’Italia la pensi così, potrebbe essere ben differente. E potrebbe riassumersi nel proposito un po’ crudo di “affamare la bestia” (ossia la macchina pubblica) allo scopo di ridurre il disavanzo. E così permettere un calo sostenibile delle imposte. L’espressione la dobbiamo a Jonathan Baron, professore di psicologia alla University of Pennsylvania, Edward J. McCaffery, docente di Economia applicata al California Institute of Technology. La troviamo in un loro saggio (Starving the beast: the psychology of budget deficits – Affamare la bestia: la psicologia dei deficit di bilancio).

Baron e McCaffery appartengono a un filone relativamente nuovo della finanza pubblica, quello che coniuga economia quantitativa e psicologia. Nel lavoro citato non hanno solamente elaborato un elegante modello per mostrare con una serie di algoritmi come riducendo il gettito si finisce con fare dimagrire la macchina della spesa pubblica, hanno anche effettuato due esperimenti con la complicità del web.

La grande maggioranza degli intervistati si è detta ben lieta di tagli alla pressione fiscale ed alla spesa pubblica in modo, però, che complessivamente i conti quadrassero; non è stata, però, in grado di esprimere quali programmi di spesa tagliare. Di conseguenza, argomentano Baron e McCaffery, se l’elettorato è in favore di conti pubblici in regola (ipotesi che forse non corrisponde a quella dell’elettorato italiano), una strategia basata sulla riduzione delle razioni di cibo al pachiderma può avere successo. E’ una ricetta che potrebbe avere esiti positivi in Italia, dove si è avvezzi non solo ai disavanzi pubblici ma anche alla crescita dello stock di debito senza curarsi troppo di chi lo pagherà e quando. “Affamare la bestia” è diventato in Italia poco più di uno slogan menzionato una decina di anni fa ma ormai obliato, o quasi.

Altro testo da considerare  è un classico francese che ha avuto diverse edizioni L’arbitraire fiscal di Pascal Salin. Il saggio distrugge l’idea stessa di imposta progressiva sul reddito; mostra come le imposte di successione (su cui pare si trastullino i consiglieri di Matteo Renzi) siano un virus che minaccia la famiglia e la tassazione societaria un peso sulla competitività delle imprese. Salin propone uno Stato minimo ed un’aliquota unica (o al massimo due) da applicarsi principalmente sulle transazioni. L’opposto del sistema tributario che gli italiani imputano a Visco, ma che ha provocato una crisi tale di rigetto da potersi ormai profilare all’orizzonte una riforma alla Salin. Eloquente il lavoro Fiscal Interactions Among European Countries: Does the EU Matter? (Interazione tributaria tra i Paesi Europei: l’Ue conta qualcosa? di Michela Redoano della Università di Warwick) da cui si deduce che, anche se i Paesi di piccole dimensioni seguono quelli di maggiore taglia e maggiore popolazione nella definizione delle loro politiche tributarie, in molti casi si è passati dall’interdipendenza tributaria alla indipendenza, proprio al fine di attirare capitali ed investimenti (dal resto del mondo e da altri Paesi Ue).

Si potrebbe, poi, ricordare il lavoro di Graziella Bertocchi della Università di Modena (la rossa): The Vanishing Bequest Tax: The Comparative Evolution of Bequest Taxation in Historical Perspective (La fine dell’imposta di successione: evoluzione comparata del tributo in prospettiva storica), il saggio di Wojcech Kopzuk (Columbia University) e Joseph Lupton (Federal Reserve Board); To Leave or Not to Leave: The Distribution of Bequest Motives (Lasciare o non lasciare: la distribuzione dei motivi dei lasciti) pubblicato nella  Review of Economic Studies e lo studio giuridico (i suoi primi amori) più economico di Jeffrey Cooper; Interstate Competition and State Death Taxes: A Modern Crisis in Historical Perspective (Competizione tra gli Stati e imposta di successione: una crisi moderna in prospettiva storica) apparso nella Pepperdine Law Review. Chris William Sanchirico della Università della Pennsylvania dimostra che le troppe tasse sul lavoro creano fannulloni nel lavoro Progressivity and Potential Income: Measuring the Effect of Changing Work Patterns on Income Tax Progressivity (Progressività e reddito potenziale: gli effetti della progressività tributaria sulle abitudini di lavoro).

Tuttavia, questi lavori hanno un difetto imperdonabile per il “cerchio magico” di Palazzo Chigi: sono scritti da economisti e contengono una buona dose di matematica per sviluppare l’elaborazione teorica.

Per chi non mastica la matematica, si troverà a più agio con un volume di circa trecento pagine, uscito a fine 2014, e di cui è appena arrivata in libreria la traduzione in una bella edizione curata dalla IBL Libri Democrazia e ignoranza politica – Perché uno stato più snello sbaglia di meno di Ilya Somin, un giurista della School of Law della George Mason University, nei pressi della capitale degli Stati (la cui spesa pubblica non sfiora il 40% del Pil mentre quella italiana supera il 50%).

Somin non prende l’avvio da teoremi economici e da algoritmi econometrici ma da una constatazione, surrogata da numerose indagini campionarie. La scarsa preparazione dei cittadini fa sì che essi non sono attrezzati ad esaminare con cognizione di causa le decisioni politiche, specialmente quelle di spesa.:un’indagine su 14 democrazie indica che Italia e Stati Uniti si collocano ai livelli più bassi della conoscenza delle decisioni politiche e dei loro impatti (l’Italia è all’ultimo posto, gli Usa per un soffio sono al secondo). Da un lato, ciò crea disaffezione (non andare a votare e votare scheda bianca o coscientemente nulla). Ciò è il risultato di un comportamento razionale; di fronte a disegni di legge sempre più oscuri (che si sommano a quelli davvero arcani dell’UE), il cittadino pensa che il loro voto non può incidere su una politica, su un programma, su una misura e, quindi, è disincentivato a partecipare.

Si prendono decisioni migliori e più consapevoli quando si percepisce in maniera evidente che la loro scelta chiara sulla loro vita, come avviene nel mercato dei beni e servizi. Uno Stato meno complesso (e quindi che spenda meno) può riportare i cittadini alla politica – obiettivo principe  di Matteo Renzi secondo le sue frequenti affermazioni. Il lavoro di Somin può essergli essenziale per trovare il percorso, riducendo, con le dimensioni dello Stato, l’oppressione tributaria.

Da Formiche, 24 agosto 2015

Una Repubblica fondata sul lavoro (ma solo nei giorni feriali)

Esattamente tre anni fa, alla fine dell’agosto 2012, lo stabilimento Fiat di Melfi sospendeva la produzione collocando per due giorni i lavoratori in cassa integrazione ordinaria. 

Oggi, Melfi lavora a ritmi sostenuti. Vi si producono la Fiat 500X e la Jeep Renegade. Sono macchine di cui c’è domanda e pertanto si lavora anche di domenica, per tenere il passo rispetto agli ordini: una scelta frutto di un accordo sindacale che salvato molti posti di lavoro.

Per il vescovo di Melfi, tuttavia, il miracolo in terra non sarebbe la manifesta ripresa dell’attività produttiva dello stabilimento, né l’assunzione di trecento nuovi operai: ma la cessazione del lavoro domenicale. Una Repubblica fondata sul lavoro non sogna che il riposo. Così Leo Longanesi commentò il primo, sibillino articolo della Costituzione repubblicana. Sua eminenza l'ha preso sul serio.

La questione non sarebbe solo religiosa. Né il punto starebbe nel precetto di recarsi alla messa. Per dirla con Papa Bergoglio, la questione riguarderebbe invece il secolare diritto al riposo e il recupero di una dimensione umana superiore rispetto a quella lavorativa.

L’uomo è di più che un paio di braccia prestate a uno stabilimento, su questo siamo tutti d’accordo. Ma è curioso che proprio all’autorità religiosa sfugga come il lavoro sia parte integrante dell’identità di ciascuno. Noi non siamo solo quello che facciamo: ma siamo anche quello che facciamo. Nel dare un contributo, piccolo o grande, al benessere degli altri; nel fare delle “cose” che a un certo punto servono ad altri e ne incontrano il gusto; nel forte senso di dignità che matura con l’indipendenza personale e finanziaria; noi mettiamo “significato” alle nostre vite.

Anche per questo è tanto terribile perderlo, il lavoro. Perché con esso se ne va lo strumento per sostenere le nostre famiglie, ma anche la percezione di essere un membro produttivo della società in cui viviamo. 

La preoccupazione di chi non ha o non ha più il lavoro, il senso di emarginazione e disgregazione che a livello individuale e territoriale la disoccupazione può causare, sono la vera alienazione. Di ciò se ne rendono conto, ne siamo certi, gli operai che impiegano alcune ore della domenica pensando al bene loro e delle loro famiglie, lavorando per un’impresa che sperano vada sempre meglio proprio perché tengono al loro impiego. E così accettano anche il sacrificio, se tale dovesse essere, di uno straordinario festivo.

Nessun datore di lavoro può togliere ai suoi operai il diritto all’astensione dal lavoro, secondo turni concordati e aderenti alla legge. Al vescovo di Melfi suggeriamo che quelle ore di riposo potranno essere piene di un senso di benessere, materiale e spirituale, proprio perché non sono ore di riposa “forzate”, dovute all’assenza di lavoro. 

Parlando di una “dimensione umana superiore a quella lavorativa” si fa un figurone, soprattutto se si predica a parrocchiani con la pancia relativamente piena. La Chiesa di Papa Bergoglio vorrebbe essere megafono dei poveri e poverissimi. Ebbene il problema dei poveri e poverissimi non è quello di recuperare una dimensione umana superiore a quella lavorativa, qualsiasi cosa significhi. Ma è quello di avere pane in tavola, e le opportunità per potercelo portare.

Uno strepitoso libro per conoscere la Scuola austriaca

Il libro che vi presentiamo oggi è un obbligo. Almeno per chi voglia fare una scorpacciata di economia liberale, partendo dai suoi grandi maestri: gli austriaci.

Si tratta di un preziosissimo testo (meno di trecento pagine) edito in Italia da IBL. Si intitola La scuola austriaca di economia, lo ha scritto Eamonn Butler e si può scaricare come ebook oppure utilizzando l'opzione del print on demand (un libro cartaceo su misura) previsto da IBL.

Butler è uno studioso inglese che ha la grande capacità di raccontare il pensiero filosofico liberale in modo semplice e comprensibile.All'inizio di ogni capitolo sintetizza in pillole cosa andrà a spiegare nelle pagine seguenti. Ci ricorda innanzitutto le tre generazioni di austriaci, partendo dal capostipite, Menger, per arrivare a Rothbard, passando per Mises e Hayek. Subito si coglie la portata innovativa del pensiero austriaco, la sua grande scoperta scienlifica: l’individualismo metodologico. Gli studiosi, per Menger, devono concentrarsi sugli individui e su come questi concretamente operino le loro scelte. Una critica non solo all'approccio storicista, ma anche a quello classico per cui ciò che conta sono le relazioni statistiche. Un taglio che rende la scuola austriaca nettamente contrapposta a quelle mainstream, convenzionali.

Da ciò discende una certa allergia verso la macroeconomia, che si sforza di sommare le azioni individuali per creare la base con cui formulare teorie generali e valide per tutti. Sono insomma agli antipodi del cosiddetto approccio sociologico e deterministico. Non vi spaventate, nel testo di Butler è tutto spiegato con straordinaria chiarezza e semplicità. Gli austriaci intendono svelare la natura dei processi (perché si cerca il profitto, perché i tassi di interesse si muovono) e non predire le scelte che si faranno. Il loro umanesimo liberale parte dall'uomo, dall'individuo, dalla sua complessità. Per questo le scelte (da ciò uno dei limiti dell'intervento pubblico) portano spesso a conseguenze non intenzionali. È il thatcherismo della società che non esiste, è il reaganismo dello Stato che fallisce più spesso del mercato.

Per chi avesse voglia di approfondire non resta che andare alla fonte: si può leggere direttamente Menger e le sue scoperte sull'individualismo metodologico, Mises e la sua critica al modello socialista, Hayek e la sua descrizione della bontà delle istituzioni figlie dell'ordine spontaneo e infine Rothbard con la critica al sistema della riserva frazionaria bancaria. Ma il libro di cui vi parliamo è l'indispensabile inizio.

Per chi voglia conoscere la scuola austriaca è un obbligo averlo nella propria libreria. Meglio, per noi, nella sua vecchia e tradizionale forma cartacea che vi aiuta a ricordare e fissare meglio i punti di una delle scuole filosofiche più originali del XX secolo.

ComeMises e Hayek, inizialmente affascinati dal socialismo, appena entrerete in contatto con gli austriaci sarete irrimediabilmente contagiati.

Da Il Giornale, 23 agosto 2015

Se l'elettore non può che essere ignorante

Democrazia e ignoranza politica, di Ilya Somin (IBL Libri, 2015), 322 pagine, 20 euro

Per accedere alle informazioni necessarie per votare senza affidarsi all'ambarabàccicciccoccò, un elettore dovrebbe sacrificare gran parte del tempo allo studio della politica rinunciando a occuparsi, come ha scritto Tony Blair (Un viaggio, Rizzoli 2010), «dei figli e dei genitori, del mutuo, del capoufficio, degli amici, del proprio peso, della salute, del sesso e del rock'n'roll». È quindi nell'ombra dell'ignoranza (e del suo lato oscuro, la disinformazione) che prospera la democrazia dei talk show populisti e delle burocrazie.

Professore di diritto, blogger del Washington Post, nato nel 1973, emigrato dall'Urss nel 1978, Somin conclude: «Il governo che governa meno non è sempre il migliore. Però è la forma di democrazia meno vulnerabile all'ignoranza politica. Il controllo democratico della Stato funziona meglio quando c'è meno Stato da controllare».

Da Sette-Corriere della sera, 21 agosto 2015

Col voto di Berlino su Atene vanno in corto circuito la democrazia e l’Europa

Quanto è successo ieri al Bundestag obbliga a qualche riflessione. I rappresentanti democratici riuniti a Berlino sono stati chiamati ad assumere una decisione fondamentale riguardante non solo la società tedesca, ma anche quella greca: votare sì o no al piano di aiuti ad Atene (ha vinto il sì). E, in un certo senso, quella discussione era seguita con più interesse e apprensione in Grecia che non nella stessa Germania. All’origine di questo pasticcio ci sono l'Unione europea e le sue logiche redistributive e deresponsabilizzanti.

C'è una regola assai semplice ed essa vuole che «chi paga, comanda». Così ora Alexis Tsipras il «rosso» deve privatizzare e tagliare le spese, dal momento che le decisioni cruciali riguardanti la società ellenica sono prese a Bruxelles e Berlino.

Si tratta di una situazione in qualche modo accettabile?Assolutamente no. I greci sono sempre più indebitati e il loro Stato è sempre meno sovrano. Ne discende che questo intrico di aiuti e ingerenze esterne muta il significato stesso della rappresentanza democratica, come si è venuta a definire nel corso dell'età moderna.

Ai suoi albori lo Stato era un'autocrazia fragile, guidata da un sovrano debolmente legittimato a sottrarre risorse ai sudditi. Al fine di superare questo ostacolo, i re iniziano a convocare una rappresentanza dei settori più importanti della società. In questa fase, le assemblee dei ceti sono costituite da delegati che rispondono direttamente a chi li ha mandati. E i monarchi sanno che, senza rappresentanza, non è facile alcuna tassazione. Nell'età contemporanea i deputati e i senatori operano senza vincolo di mandato e la loro nomina è irrevocabile.

Ma la decisione che è stata assunta ieri a Berlino crea un altro elemento di complessità, poiché ormai è chiaro che le scelte riguardanti la Grecia sono primariamente assunte altrove: e questo può creare solo conflitti e incomprensioni.

Per anni i greci hanno speso soldi che non avevano, moltiplicando i privilegi e le rendite parassitarie. C'è però da chiedersi se questo giustifichi la privazione del loro diritto all'autogoverno. La decisione di ieri toglie soldi ai tedeschi per darli ai greci. Si tratta di 86 miliardi in tre anni ed è facile essere solidali con i contribuenti tedeschi (e anche italiani) che non gradiscono tale salasso. Oltre a ciò, la centralizzazione delle decisioni politiche moltiplica le tensioni tra le diverse comunità. I greci si sentono vittime non già dei loro errori, ma delle decisioni della Merkel: che vuole salvare le sue banche, comprare le isole dell'Egeo, dominare l'intero continente e così via.

Nessuno può rimpiangerei tempi degli Stati nazionali. I greci non hanno avuto buon governo e libertà individuali quando erano governati esclusivamente dai politici ellenici. L'alternativa a quel fallimento, però, non è il paternalismo redistributivo (spesso interessato) di chi manda i soldi e la Troika, nella convinzione che i greci non possano farcela da soli.

Da Il Giornale, 20 agosto 2015

Ma i migranti sono anche una risorsa

Il problema non è l'immigrazione: il problema è la crescita. Noi ragioniamo d'immigrati come se l'alternativa fosse fra il respingerli e l'accoglierli. Come se fosse, cioè, fra due costi per la collettività.

Ma non è affatto detto che l'aumento della popolazione di un Paese, ovvero la conseguenza più concreta dell'immigrazione, debba essere un danno e non invece un beneficio per tutti.

Pensiamo al caso in cui forse davvero si è avuto qualcosa di simile all'«invasione» di un'intero Paese a opera dei migranti.

La popolazione degli Stati Uniti è sestuplicata fra gli anni Quaranta dell'Ottocento e gli anni Venti del Novecento: passò da 17 milioni a 105 milioni di persone. Nel 1920, il 14% dei cittadini americani era nato all'estero; e il 25% aveva genitori che erano nati all'estero.

Questo aumento vertiginoso della popolazione è coinciso con uno straordinario periodo di crescita economica. La torta lievitava, col contributo dei «nuovi americani», e come dividere le fette appariva per quel che è: una questione di second'ordine.

Che un immigrato sia una bocca da sfamare in più è oggi un'idea straordinariamente diffusa. Attenti che vale per i pasdaran della solidarietà quel che vale per gli arcileghisti. Né gli uni né gli altri considerano i migranti potenziali lavoratori, imprenditori, pizzaioli o medici: insomma esseri umani che possono rendersi utili al prossimo. Essi non sarebbero che aspiranti beneficiari del nostro welfare: materia per comprarci il Regno dei Cieli domani, o per garantirci l'inferno nelle periferie oggi.

La spesa pubblica variamente riconducibile all'accoglienza vale circa 12 miliardi.

Com'è noto, al netto degli interessi sul debito, la spesa pubblica italiana è poco meno di 700 miliardi. E' vero che il peso dello Stato oggi sottopone i ceti produttivi a un prelievo fiscale semplicemente rapinoso. Ma chi si sbraccia sui costi dell'immigrazione per i contribuenti è come un tizio che, quando gli rubano la macchina, non si dà pace per averci rimesso l'arbre magique.

L'algebra dell'immigrazione è più complessa di quanto si creda. Gli stranieri residenti nel nostro Paese sono poco più dell'8% della popolazione. E' facile dimenticarsene, ma alcuni sono imprenditori.

Le aziende gestite da cittadini nati all'estero sono più di 500 mila, all'incirca l'8% del complesso delle imprese italiane. In una città come Milano, il fenomeno è molto visibile: dalle kebabberie alle imprese edili. Non saranno Google e Facebook, però fanno Pil anche loro. E' lavoro «rubato agli italiani»? Dal momento che non cresciamo, viene facile pensarlo: nell'Italia di oggi, non c'è nessuna «frontiera» da raggiungere e conquistare. Tuttavia, ci sono mansioni che tanti italiani non vogliono assolvere.

Gli immigrati hanno un diverso costo-opportunità e le svolgono (sono, per esempio, il 20% dei lavoratori delle costruzioni).

Pagano i contributi previdenziali: e, se gli italiani non fanno più figli, starà a loro garantire la sostenibilità del sistema pensionistico. Quando parliamo di nuove imprese, contano le idee: e più persone partecipano al gioco economico, più sono le idee in circolazione.

E' chiaro che possono essere dei problemi di ordine pubblico connessi all'immigrazione, che non vanno banalizzati.

Ma sono problemi di ordine pubblico, legati alle difficoltà nella produzione di «legge e ordine» in Italia, e non specificamente all'immigrazione.

Nel suo reportage di venerdì scorso, Mario Calabresi ci ha raccontato quanto ci assomiglino i profughi siriani che raggiungono la Grecia. Persone abituate a un certo tenore di vita e a fare progetti, a vivere del proprio, a lavorare duro per migliorare le prospettive della propria famiglia.

La sfida è preservare una società nella quale intelligenza, capacità e voglia di fare possano trovare sbocco. Per loro esattamente come per chi in Italia ci è nato.

Da La Stampa, 19 agosto 2015

La politica dei piccoli passi

Gli esponenti del governo hanno sottolineato che, comunque, siamo in territorio positivo e la stessa Confindustria ha evidenziato le luci più delle ombre. È però fuori discussione che un dato trimestrale Istat che segnala per l'economia italiana una crescita atte stata solo su un misero 0,2% non può suscitare entusiasmi. L'Italia resta malata e non si vedono segnali di cambiamento.

Al di là di ogni altra considerazione, è evidente come sia mancata la svolta che era stata annunciata. Un premier che si voleva "rottamatore" e determinato a modernizzare il Paese oggi fai conti con le conseguenze di riforme soltanto a metà oppure mai avviate.

Non c'è da stupirsi se l'economia è stagnante, dato che nell'ultimo anno ben poco è stato fatto per invertire la rotta. L'unica misura di rilievo riguarda il mercato del lavoro (il cosiddetto "jobs act") e anche in questo caso, però, si tratta per lo più di un'occasione perduta. Come si può immaginare, ad esempio, che il Mezzogiorno si metta in moto se, a causa della contrattazione nazionale, le imprese attive a Enna devono pagare i dipendenti quanto li pagherebbero aMilano? Si sarebbe dovuto liberalizzare i contratti e aggredire in tal modo l'alta disoccupazione meridionale, ma la questione non è neppure in agenda.

In più di una circostanza la retorica di Matteo Renzi individua gli argomenti giusti: parla di una tassazione eccessiva, di regole asfissianti, di una burocrazia troppo costosa. Ma evocare i problemi non equivale ad affrontarli, e così le imprese e le famiglie continuano a faticare a causa di problemi che restano irrisolti.

Sul piano politico il premier è impegnato ad affrancarsi dall'ipoteca di posizioni massimaliste, connesse all'eredità culturale del Pci. Egli immagina un Partito democratico capace di bilanciare esigenze diverse, ma il rischio è perdere altro tempo in un gradualismo estenuante. Davvero non è più il tempo di fare un po' meglio quel che si è fatto per decenni, ma semmai di fare cose nuove.

In politica industriale, ad esempio, muoversi verso privatizzazioni solo parziali (come nel caso delle Poste) o verso l'ennesima riverniciatura della Rai segnala una stretta continuità con il passato e un'incapacità ad accelerare. Non c'è nulla di sorprendente in tutto ciò, dato che Renzi ha conquistato la leadership anche grazie al sostegno di chi, oggi, chiede una quota di potere parastatale. Ma in tal modo si rottamano gli avversari assai più delle inefficienze.

È allora necessaria una diversa consapevolezza della gravità della situazione, perché non basta la timida riduzione della spesa pubblica realizzata finora. Se si vuole crescere è necessario capire che lavoro e profitti sono colpiti troppo duramente dagli interessi sul debito e da un sistema pensionistico al collasso, oltre che da una macchina statale tanto pesante quanto costosa. Sono tre criticità che esigono interventi drastici, e non già una politica dei piccoli passi.

Ora che i sondaggi danno in calo la popolarità del premier, c'è da sperare che chi deve decidere trovi quel coraggio che finora è mancato. Se non sarà così, il prossimo dato trimestrale rischia di essere perfino peggiore.

Da La Provincia, 17 agosto 2015

La politica dei piccoli passi

Gli esponenti del governo hanno sottolineato che, comunque, siamo in territorio positivo e la stessa Confindustria ha evidenziato le luci più delle ombre. È però fuori discussione che un dato trimestrale Istat che segnala per l'economia italiana una crescita atte stata solo su un misero 0,2% non può suscitare entusiasmi. L'Italia resta malata e non si vedono segnali di cambiamento.

Al di là di ogni altra considerazione, è evidente come sia mancata la svolta che era stata annunciata. Un premier che si voleva "rottamatore" e determinato a modernizzare il Paese oggi fai conti con le conseguenze di riforme soltanto a metà oppure mai avviate.

Non c'è da stupirsi se l'economia è stagnante, dato che nell'ultimo anno ben poco è stato fatto per invertire la rotta. L'unica misura di rilievo riguarda il mercato del lavoro (il cosiddetto "jobs act") e anche in questo caso, però, si tratta per lo più di un'occasione perduta. Come si può immaginare, ad esempio, che il Mezzogiorno si metta in moto se, a causa della contrattazione nazionale, le imprese attive a Enna devono pagare i dipendenti quanto li pagherebbero aMilano? Si sarebbe dovuto liberalizzare i contratti e aggredire in tal modo l'alta disoccupazione meridionale, ma la questione non è neppure in agenda.

In più di una circostanza la retorica di Matteo Renzi individua gli argomenti giusti: parla di una tassazione eccessiva, di regole asfissianti, di una burocrazia troppo costosa. Ma evocare i problemi non equivale ad affrontarli, e così le imprese e le famiglie continuano a faticare a causa di problemi che restano irrisolti.

Sul piano politico il premier è impegnato ad affrancarsi dall'ipoteca di posizioni massimaliste, connesse all'eredità culturale del Pci. Egli immagina un Partito democratico capace di bilanciare esigenze diverse, ma il rischio è perdere altro tempo in un gradualismo estenuante. Davvero non è più il tempo di fare un po' meglio quel che si è fatto per decenni, ma semmai di fare cose nuove.

In politica industriale, ad esempio, muoversi verso privatizzazioni solo parziali (come nel caso delle Poste) o verso l'ennesima riverniciatura della Rai segnala una stretta continuità con il passato e un'incapacità ad accelerare. Non c'è nulla di sorprendente in tutto ciò, dato che Renzi ha conquistato la leadership anche grazie al sostegno di chi, oggi, chiede una quota di potere parastatale. Ma in tal modo si rottamano gli avversari assai più delle inefficienze.

È allora necessaria una diversa consapevolezza della gravità della situazione, perché non basta la timida riduzione della spesa pubblica realizzata finora. Se si vuole crescere è necessario capire che lavoro e profitti sono colpiti troppo duramente dagli interessi sul debito e da un sistema pensionistico al collasso, oltre che da una macchina statale tanto pesante quanto costosa. Sono tre criticità che esigono interventi drastici, e non già una politica dei piccoli passi.

Ora che i sondaggi danno in calo la popolarità del premier, c'è da sperare che chi deve decidere trovi quel coraggio che finora è mancato. Se non sarà così, il prossimo dato trimestrale rischia di essere perfino peggiore.

Da La Provincia, 17 agosto 2015

A che cosa servono le Borse

Sempre più in alto? Circola una strana idea, popolare anche in ambienti altrimenti assai scettici sulle virtù del sistema di mercato. È l’idea che gli indici di borsa possano andare soltanto in una direzione: all’insù. In tempi così incerti, aspettiamo il dato di chiusura di Milano o quella del New York Stock Exchange come fosse la voce rassicurante del dottore: “Tranquilli, il mondo va avanti”.

Per andare avanti, il mondo lo fa sempre. Siamo sopravvissuti allo scoppio della bolla immobiliare nel 2007, alla bolla delle dot-com a inizio anni 2000, a quella delle borse asiatiche negli anni Novanta, e se è per quello al boom immobiliare americano degli anni Venti e alla “mania ferroviaria” dell’età vittoriana.

Si dirà: il capitalismo è instabile per definizione. Può essere vero ma il “non-capitalismo” lo è altrettanto. Secondo le stime di uno statistico irlandese, fra il 1330 e il 1850 il suo Paese, con un’economia agricola e assai poco capitalistica, era colpito da una carestia in media ogni tredici anni. Guerre e catastrofi naturali, terremoti e inondazioni, ci accompagnano da sempre. È la vita umana che è instabile. Un tempo si cercava conforto nella religione. Oggi confidiamo nel Partito Comunista cinese.

Forse è il caso di chiederci a che servono i mercati finanziari.

Chi compra un’azione acquista una quota del capitale di un’impresa, ma anche una promessa di una remunerazione futura.

Le aziende si rivolgono ai mercati finanziari - vanno “in borsa” - per ottenere capitale. Il valore delle azioni emesse dipenderà dai profitti attesi, con la loro distribuzione di probabilità. E dipenderà anche dal “prezzo” che ciascuno riconosce al tempo: alle condizioni, cioè, alle quali è disposto a rinunciare a quattrini oggi, nella speranza di averne indietro qualcuno di più domani.

Né una cosa né l’altra sono scolpite nella pietra. Al contrario. La probabilità che un’impresa realizzi un certo profitto può cambiare drasticamente: perché i suoi prodotti non piacciono più, perché la materia prima con cui vengono realizzati aumenta di prezzo, perché cambiano le regolamentazioni o è arrivato un concorrente migliore.

Il punto è che i valori di borsa non dipendono dalla borsa. I mercati ci aiutano a registrare i cambiamenti e a venire alle prese con i rischi legati a qualsiasi attività nella quale, come nell’attività d’impresa, si baratta un uovo oggi con la speranza di una gallina domani.

Siccome “è difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro” (Yogi Berra), anche gli esseri umani che scambiano (altrimenti detti: i mercati) possono sbagliare.

Una politica monetaria espansiva, sussidi ed incentivi distribuiti dai governi (per esempio, a favore della proprietà immobiliare), pesanti iniezioni di denaro da parte di intermediari pubblici “drogano” le percezioni degli operatori. Costoro sono esseri umani come tutti gli altri: e capita che si facciano prendere dall’entusiasmo per le novità, quando sembra che Internet debba cambiare il mondo in un amen (l’“esuberanza irrazionale” di fine anni Novanta) o quando le ferrovie accorciano radicalmente i tempi di trasporto (come a metà Ottocento).

Nel momento in cui gli operatori si accorgono di avere preso una cantonata (perché molte imprese di Internet sono scatole vuote o perché buona parte dei mutuatari non è in grado di pagare le rate), è normale che ci sia una correzione. Più incongrua è la situazione di partenza, e necessariamente più robusto deve essere l’aggiustamento.

Questo non vuol dire che dobbiamo augurarci il peggio. Ma dobbiamo sapere che un mercato che “funziona” non è un barometro che segna sempre bel tempo. Funziona se è consentito a tutti di imparare dai successi e dagli errori di ciascuno. Come si fa a imparare, se l’errore non viene alla luce?

Da un giornale vogliamo informazioni veritiere, per decidere che fare della nostra vita in modo più consapevole: non solo buone notizie. Lo stesso vale per un mercato

Da La Stampa, 14 agosto 2015

Perché Google va al contrattacco nella guerra della ricerca

Quando, nelle scorse settimane, Google rinunciò alla possibilità di essere sentita dalla Commissione Europea e ottenne, invece, un’ulteriore proroga della scadenza per replicare per iscritto alle accuse del commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, alcuni osservatori azzardarono che il contegno dell’azienda rivelasse non solo l'intenzione di evitare la spettacolarizzazione del confronto con i concorrenti, ma anche l'obiettivo di abbassare i toni con gli uffici della DG Comp, che rispetto alle indagini antitrust assommano le funzioni di polizia giudiziaria, pubblico ministero, giudice, giurato e secondino.

Oggi invece Google ribalta il fronte, redigendo un documento di 150 pagine, arruolando una firma pesante come quella di Bo Vesterdorf, ex presidente del Tribunale UE, pubblicando sul proprio blog un articolo stringato ma certo non timido, che denuncia incisivamente gli errori “di fatto, di diritto ed economici” in cui incappano gli accusatori e rivendica con orgoglio i 20 miliardi di clic gratuiti indirizzati negli anni agli aggregatori dello shopping online.

Occorre una certa dose di coraggio, e una fiducia incrollabile nelle proprie posizioni, per abbandonare ogni forma di riverenza verso il regolatore – che, per definizione, tiene il coltello dalla parte del manico. Del resto, la strategia conciliante adottata sin qui non ha portato grandi benefici a Mountain View: in tre diverse occasioni, la Commissione ha rigettato la proposta d’impegni vincolanti. Da alcuni mesi, poi, da quando ai modi morbidi di Joaquin Almunia sono subentrate le maniere ruvide della Vestager, è diventato lampante che quello in corso è solo un assaggio di ciò che aspetta Google nei prossimi anni.

Il procedimento su Google Shopping potrà stabilire un precedente pericoloso per definire i confini accettabili tra ricerca generica (orizzontale) e servizi specialistici (verticali), armando la gabbia del mercato rilevante e limitando gli spazi d’innovazione per gli operatori. Nel mentre, Bruxelles è già al lavoro su almeno altri due dossier scottanti per Google: il mercato dei sistemi operativi per i terminali mobili (Android) e quello della pubblicità online (Adwords). Come i primi anni 2000 saranno ricordati per le guerre di Microsoft, le guerre di Google segneranno gli anni ’10 del secolo.

E le immagini belliche sembrano le più efficaci per rappresentare l'evoluzione della regolamentazione procompetitiva: non si combatte in campo aperto, bensì in aule burocratiche; i nuovi eserciti non arruolano fanti e cavalieri, ma legioni di avvocati; le alleanze determinano il successo o il fallimento dell’impresa; ed, esattamente come per le guerre tradizionali, il bottino spesso è insufficiente per compensare l’avvenuta distruzione di risorse. Basti pensare a Foundem, l’azienda britannica la cui denuncia ha avviato il procedimento contro Google: efficientissima nel perorare la propria causa a palazzo, assai meno nell’innovare i propri servizi per andare incontro ai consumatori – un esercito all’avanguardia, senza nemmeno un fortino da difendere. Intorno, il mondo cambia: vecchi fronti si chiudono, nuovi fronti si aprono, talvolta a ruoli invertiti: chi di antitrust ha rischiato di perire, di antitrust cerca di ferire. I soli a non perdere mai sono i regolatori, il cui ruolo è sempre più centrale nell’orientare lo sviluppo dei mercati e nell’individuare vincitori e vinti.

Da Il Foglio, 28 Agosto 2015

Netflix non sopporta di farsi prendere le misure (sull’audience)

A metà degli anni ’90, Blockbuster addebita a Reed Hastings una penale di 40 dollari per aver restituito in ritardo la copia di “Apollo 13” che aveva noleggiato: un episodio trascurabile, se non avesse motivato Hastings a battere un sentiero alternativo: quello del noleggio per corrispondenza. Nessun negozio, dunque; e, di lì a poco, nessuna penale: nasce il modello in abbonamento oggi ubiquo. C’è un modo elementare per raffigurare il miracolo Netflix: per contrasto. Nel 2000, un’altra sliding door: l’azienda viene offerta per 50 milioni di dollari a Blockbuster, che declina. Blockbuster continua a crescere per qualche anno, tocca la vetta nel 2004, poi comincia a sgretolarsi sotto le picconate della pirateria, ma soprattutto dalla rivoluzione del mercato dei contenuti. E, per la terza volta, le strade s’incrociano. Nel 2007, a dieci anni, dieci milioni di clienti, un miliardo di dvd dalla nascita, Netflix cambia pelle e s’inventa il mercato dello streaming video. Oggi Netflix vale 50 miliardi di dollari; Blockbuster è un ricordo sbiadito.

Caso pressoché unico tra i colossi dell’economia di internet, Netflix non è un’azienda “nativa digitale”, ma non è neanche, in senso stretto, il frutto di un’ibridazione con l’analogico. Semmai si può parlare di una giustapposizione tra i due mondi: si cambia per restare fedeli a se stessi, e cosa facciamo conta più del come. L’impronta continua a lievitare: 65 milioni di utenti in 50 paesi (e un fitto calendario di ulteriori espansioni già programmate); quasi 5 miliardi di dollari l’anno per investimenti in contenuti, sempre più spesso originali; e il numero più clamoroso: negli Stati Uniti, Netflix genera oggi il 37 per cento del traffico internet complessivo nella fascia oraria di punta (grosso modo, quella che va dalle 19 alle 23). Fin qui le cose che sappiamo di Netflix; e le sappiamo perché Netflix vuole farcele sapere. Ma i contenuti non sono tutti uguali e sulla formula della salsa Netflix il riserbo è massimo. L’informazione è potere, specie in un mercato in cui concorrenti sono robusti e agguerriti e, sotto sotto, anche quelli con cui fai affari – Comcast, TimeWarner, eccetera – vorrebbero un pezzo più grande della tua torta. Per questo, Netflix (e Hulu e Amazon…) custodiscono gelosamente le informazioni di visione – e, del resto, se la pubblicità non è parte dell’equazione, perché dovrebbe esserlo lo share? Sennonché, il successo relativo dei singoli contenuti sarebbe un’informazione particolarmente preziosa per i fornitori di Netflix, che mirano a spuntare condizioni più vantaggiose; e, allo stesso modo, gli investitori ne trarrebbero indicazioni fondamentali per valutare l’impegno di Netflix nelle produzioni originali.

Ecco, allora, che a fare luce sulla questione sta provando l’istituto di rilevazioni Nielsen, che ha iniziato a registrare informazioni di consumo relative a un migliaio di produzioni. Per il momento Netflix minimizza la portata delle rivelazioni, ma è indubbio che si tratti di un contrattempo significativo per un’azienda che sinora si è saputa barcamenare con diplomazia tra fornitori, concorrenti e poteri pubblici – “si trova sempre dalla parte dei regolatori”, ha scritto il New York Times – ma che, con ciascuno di essi, ha molte occasioni di frizione latenti.

In ottobre, Netflix sbarcherà in Italia – senza vincoli di esclusiva, nonostante un accordo già annunciato con Telecom. Lo farà senza poter contare su alcuni prodotti di punta, già venduti a Mediaset e Sky, e troverà ad attenderla un mercato dello streaming già in fermento, grazie alle iniziative degli operatori televisivi e di battitori liberi come Chili. Una sfida impegnativa per l’azienda californiana, ma che – banda ultralarga permettendo – potrebbe dare una scossa allo scenario nostrano dell’audiovisivo.

Da Il Foglio, 29 Agosto 2015

Conglomerata per sempre

Google si chiamerà Alphabet. Ha cambiato nome perché ha cambiato struttura, è diventata una holding di aziende, ciascuna con propri capiazienda, identità, missioni.

Accanto a Google le altre imprese: dalle medicine per combattere le malattie da invecchiamento ai palloni aerostatici per dare il wi-fi in zone non raggiunte da reti, dall'internet delle cose alle applicazioni di intelligenza artificiale, auto senza guidatore e robot. Alphabet sarà un enorme fondo di investimenti in tecnologie avanzate, come la Berkshire Hathaway di Warren Buffett lo è in prodotti maturi con buon cash flow. Saranno sempre Larry Page e Segey Brin a decidere gli investimenti, solo ci sarà maggiore chiarezza. La Borsa ha valutato Alphabet 25 miliardi di $ più di Google del giorno prima. E' la bolla di internet? E l'idea che Page e Brin, qualunque cosa facciano, i profitti aumenteranno? Ma c'è chi si chiede, non senza preoccupazione: mica torneremo alle conglomerate?

Noi non abbiamo Silicon Valley, ma quanto a conglomerate non siamo secondi a nessuno. Conglomerate abbiamo avuto fin dall'inizio del nostro sviluppo industriale, all'inizio del secolo scorso. L'Ansaldo del fratelli Perrone faceva di tutto, dalle navi alle locomotive, dal ferro alle automobili: al suo massimo aveva 100.000 operai. In un'economia chiusa, si può vendere solo sul mercato interno; se questo è limitato, per crescere più velocemente ci si allarga in altri settori, magari prendendo il controllo di una banca per finanziarsi con i soldi dei depositanti. Finì come sappiamo: con la crisi del '3o molte aziende fallirono, fallirono le banche, rischiò di fallire la Banca d'Italia. E fu l'Iri: una conglomerata.

Sul modello conglomerata è basato il nostro capitalismo delle grandi famiglie: in testa una finanziaria che controlla ramificazioni orizzontali in settori diversi e verticali su piani multipli: sovente esse pure quotate. Chi è al vertice della piramide con la diversificazione riduce il rischio, con la leva multipla moltiplica la possibilità di finanziarsi. E con la dimensione ha un peso maggiore verso il governo erogatore e le autorità regolatrici: paga lo "sconto di conglomerata" per godere di questo "beneficio privato del controllo", che resta anche oggi che le trattative con parti correlate sono soggette a più severe procedure. I risparmiatori potrebbero investire nelle aziende operative, decidendo loro come diversificare il portafoglio: se investono nei piani più alti della piramide è perché pensano sia loro interesse affidare i risparmi a chi ha dimostrato di saper fare così bene i propri.

Conglomerate nel privato, conglomerata nel pubblico. L'Iri lo era, e gigantesca, al suo apice forse la maggiore del mondo occidentale. Quando, per non farci tirare a fondo, dovemmo privatizzarla, c'era chi, Giuseppe Guarivo, allora ministro dell'Industria del governo Amato, avrebbe voluto privatizzare delle holding, contenitori di Iri, Eni, Ina e quant'altro. Sia lode a Piero Barucci, ministro del Tesoro, che ci evitò questa sciagura. Evitato, ma non del tutto impedito: ci vollero anni perché Enel vendesse i cavi di Terna, Eni i tubi di SnamReteGas, Finmeccanica le sue attività ferroviarie. Dove, per Terna e Snam, il "vendere" dovrebbe virgolettarsi, dato che una quota appena sotto la soglia dell'Opa è in mano alla Cassa Depositi e Prestiti (che lavora sotto traccia per fare tris con la banda larga). Giulio Tremonti usò la Cdp per portare "sotto la linea" una parte del debito pubblico, Matteo Renzi vuole usarla per PIlva, e ne ha cambiato anzitempo i vertici per predisporla a interventi di "politica industriale": facendone sempre di più una conglomerata. Solo che, come la Rai non è la Bbc, la Cassa non è Google.

Men che mai lo sono le Poste, anch'esse una conglomerata: il business bancario assicurativo insieme a quello postale tradizionale, i profitti del primo a sussidiare le perdite del secondo. Entrambe usano la rete di 14mila uffici, ma sarebbe banale separale societariamente finché lo stato è proprietario unico di entrambe. Invece è partita la "privatizzazione": il 60% saldamente in mano al Tesoro, il tetto del 5% al possesso azionario a tener lontani investitori istituzionali, una p arte del 4o% attribuita ai dipendenti (in pratica ai sindacati) a cementare gli equilibri esistenti e bloccare l'evoluzione dell'azienda. In tal modo, quello che il governo conta di raccogliere (tra 2,4 e 4,4 miliardi) riflette solo il valore della rendita monopolistica che vende, senza quello che emergerebbe con uno smontaggio della conglomerata che ha fatto di tutto per impedire. E poi si dice "svendere".

Da Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2015

Allergia da Uber

Un intervento di Paul Krugman sulla querelle riguardante Uber, pubblicato sul Sole 24 Ore, offre qualche spunto interessante per riflettere sul rapporto tra la sinistra contemporanea e i diritti individuali.

Secondo l'economista liberal americano, infatti, il nuovo servizio di trasporto privato è contestabile nel momento in cui "consente all'azienda di non sottostare a gran parte della normativa pensata per tutelare gli interessi dei lavoratori dipendenti", ma esso è comunque apprezzabile nei suoi risvolti tecnologici, dal momento che permette di trovare un taxi semplicemente usando il telefonino.

Alla sinistra americana l'economista liberai chiede allora di continuare a difendere lavoratori e intervento statale (politiche pubbliche che stimolino le imprese a pagare di più), senza però avversare l'avvento di soluzioni tecniche innovative. Un tempo si sarebbe detto, "i soviet e l'elettricità".

Ora, piuttosto, la cosa è declinabile come "i sindacati e lo smartphone". Ma in un caso come nell'altro non sembra esserci spazio per la salvaguardia della libertà dei singoli.

E' positivo che Krugman non sposi nuove forme di luddismo e non esalti il bel tempo che fu, quando non esistevano i pc e neppure le automobili. E' però vero che un certo progressismo innamorato dei poteri statali trova più facile accomodarsi con la tecnologia che con la libertà individuale, incapace di comprendere che quanti guidano i taxi di Uber sono uomini responsabili che nel limitato raggio delle opportunità a loro disposizione hanno scelto di contrattare lavoro in cambio di soldi.

Continuare a difendere l'azione coercitiva del legislatore, che inibisce "atti capitalistici tra adulti consenzienti" (per usare la formula del filosofo Robert Nozick), significa sposare una forma di chiusura mentale perfino peggiore di quella sposata da chi rigetta il progresso, la scienza e le nuove tecnologie.

Da Il Foglio, 20 agosto 2015

Uber, mistero da 50 miliardi di dollari

Ostacolata dai taxisti e dai sindaci di mezzo mondo, Uber vede salire vertiginosamente la sua valutazione: gli analisti ora sostengono che la società fondata da Travis Kalanick vale 50 miliardi di dollari, quanto la General Motors o due volte e mezza Fiat-Chrysler.

L'applicazione che trasforma autisti con limousine e semplici cittadini dotati di automobile in concorrenti dei taxisti, è la punta di diamante della «sharing economy» e sfrutta lo sviluppo della tecnologia mobile per rivoluzionare un settore stantio come quello del trasporto.

I rischi maggiori per l'applicazione arrivano però dalla regolazione. Mentre mezza Europa la sta bloccando, anche in California sono stati aperti dei procedimenti legali che potrebbero distruggere il suo business.
Come fa allora la società, che si prepara allo sbarco in Borsa, ad avere un valore così elevato?

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Privatizzare è la vera cura

Fatte le nomine, è iniziata la nuova serie di uno sperimentato genere letterario, I commenti sulle nomine: qualche new entry, SamuRai copyright Sechi, qualche repèchage, Raibaltoni, già attestato vent'anni fa.

Qualsiasi progetto, con la definizione di politiche aziendali appropriate, dovrà svolgersi necessariamente entro alcune coordinate: la nuova legge, che ieri è stata assegnata alla Camera, le risorse a disposizione e il loro sviluppo tendenziale, il perimetro aziendale e quello dell'offerta, la concessione da rinnovarsi entro il 6 maggio 2016 e il nuovo contratto di servizio quinquennale.

All'interno di tali coordinate, ecco cinque punti di riflessione, assolutamente non esaustivi, che riguardano l'assetto della televisione pubblica.

1) La Rai ha quattro centri di produzione (Roma, Milano, Torino, Napoli). In passato si è cercato di "aprirli" ai privati, parametrandone i costi a quelli degli studi di produzione esterni, messi in competizione con i Centri da parte delle strutture della Rai.

L'imperativo per le televisioni pubbliche e private è la produzione, a partire da contenuti adatti a tutte le piattaforme, in primis i palinsesti verticali generalisti, destinati nel tempo a perdere ancora quote di ascolto in dieci anni le generaliste hanno perso il 18% di share a vantaggio delle tv specializzate ma ancora centrali per il pubblico, anche grazie ai social media.

Contenuti da valutare, oltretutto, non solo nel loro primo passaggio in diretta, in quelli successivi nelle varie piattaforme, Internet in testa.

Bisogna quindi saper produrre in modo elastico, versatile, riuscendo ad operare sui costi senza ridurre la qualità del contenuto. Questa la missione, da affidare congiuntamente alle strutture editoriali e ai centri di produzione. Dietro le quinte, la scelta se riportare o meno all'interno alcune produzioni. E i rapporti con produttori esterni e Cinecittà.

2) Le ventuno sedi regionali costituiscono un "peso" abnorme per i costi aziendali. Da tempo in Rai si studia un loro accorpamento, ma non appena qualche direttore generale o presidente vi accenna, si alzano subito le barricate da parte dei presidenti delle regioni "accorpate" a quelle confinanti. È un problema che non può essere rinviato all'infinito.

3) Dentro o fuori. Le società controllate dalla Rai sono state ristrutturate: RaiNet è diventata RaiCom, alla quale è stato conferito il ramo d'azienda "commerciale" della capogruppo, mentre Internet è passata alla capogruppo. Una scelta che lascia perplessi: con la rapida evoluzione del Web una società separata, agile, sarebbe stata in maggiore sintonia, con maggiori capacità di operare tempestivamente. RaiWorld è stata incorporata in Rai spa mentre Rai spa, dopo la quotazione, controlla il 65,07% di RaiWay. Le scelte sulle consociate andranno prese a seconda del piano industriale triennale e delle sue direttrici per la crescita e lo sviluppo dell'impresa.

4) Rai per l'audiovisivo. È un punto cardine per conquistare quote di pubblico e risorse nel mercato digitale con fiction, cinema, documentari e generi "misti", come la docufiction.

È una delle legittimazioni prioritarie del canone, quella di contribuire alla crescita dell'industria audiovisiva nazionale, Ed è, allo stesso tempo, insieme all'informazione, la narrazione del Paese. Quella che le linee-guida consegnate dal Governo al nuovo Cda vogliono diventi sempre più "internazionale", per contribuire alla promozione della cultura italiana e del made in Italy. Serve un patto con i produttori che detti linee-guida condivise e trasparenti. Il produttore indipendente deve diventare un interlocutore "alla pari" del servizio pubblico, con il quale si condividono progetti e diritti. Qui, ancor più della Bbc, si dovrebbe seguire il modello britannico.

5) Teche e digitalizzazioni. Gli archivi della Rai sono la memoria d'Italia. Vi sono conservate oltre un milione e 300mila ore di materiale televisivo, un milione e 500mila ore di materiale radiofonico, 45mila fotografie di programmi Rai, 95mila copioni e 75mila libri tematici su media, spettacolo e pubblicità. Oltre ad un patrimonio musicale composto da oltre 25mila esecuzioni interamente digitalizzate e oltre 99mila tra spartiti e partiture dell'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

RaiTeche sta per avviare la digitalizzazione del restante archivio storico, oltre un milione di cassette e 800mila pellicole, per assicurare la conservazione per sempre dei programmi storici. Al di là della collaborazione con Musei, Università, Biblioteche, Istituti di Cultura, le Teche devono essere chiamate ad "aprirsi ", in particolare al consumo dei singoli utenti sulle diverse piattaforme.

Da Il Sole-24 Ore, 7 agosto 2015

Se l'utente è favorito da app creative

Metti insieme Big Data e geolocalizzazione, e le possibilità che scaturiscono son davvero infinite: perfino sapere le idee politiche di chi hai intorno. È la "app-politica": la scarichi, rispondi a un paio di domande, e il tuo profilo politico viene definito. Raccogliendo i dati di tutti quelli che hanno la app, consente a ciascuno di sapere la "temperatura politica" in un determinato luogo. Estendi la ricerca a tutto l'edificio, a tutto il quartiere, a tutta la città: la "app-politica" ti dice come e dove sono distribuite le preferenze politiche. Rendendo obsoleti gli istituti di indagine demoscopica. Nessun timore: è la fanta-tecnologia di un artista, Douglas Coupland. Ma non è fant-app che il mio smartphone sappia dove sono; ha il calendario e quindi sa dove devo andare tra mezz'ora; ha i dati del Fitbit e sa che stamattina mi sono stancato a ginnastica, e che quindi non andrò a piedi, anche se non piove; cerca i mezzi disponibili e mi mostra le alternative con tempi e costi: tram, car sharing, taxi. Niente Uber, perché sono a Milano, dove adesso i magistrati hanno proibito anche Uber con le berline NCC.

Il bello è che Uber avvantaggia gli utenti anche quando è proibito. Da gennaio, mi ha detto un tassista trionfante, a Milano il servizio di radio taxi avrà un unico numero: da quanti anni si provava a mettere d'accordo le sigle? Pare che si potrà perfmo addebitare l'importo sulla carta di credito, come con Uber: e in tutte le città europee MyTaxi (questo il nome della app) è stata comprata da Daimler che già possiede Car2Go (Moovel in USA), Ridescout, Flixbus, Blacklane: da gruppo automobilistico vuol diventare gruppo di mobilità. Il principio è lo stesso, ma Uber è (in alcuni posti) combattuta, le aziende "tipo Daimler" no. Non certo per la differenza nel modo di selezionare gli autisti, ma per una ragione di fondo.

La differenza è che le aziende tipo Daimler applicano la tecnologia a business esistenti (il taxi, l'auto affittata), quelle "tipo Uber" la usano per inventare un nuovo tipo di business. I business esistenti sono stati definiti da accordi con il regolatore: nel caso dei taxi, è il comune che vende la licenza, dà e certifica il tassametro, fissa il numero dei taxi e stabilisce le tariffe. Sono limitati i vantaggi che la tecnologia può dare ai consumatori quando è applicata a business esistenti. Per avere grossi vantaggi bisogna disintermediare il regolatore o l'incumbent. Cosi è stato per le linee aeree low cost e gli aeroporti: liti infinite su qualità di piloti e aerei, su condizioni di favore fatte dagli aeroporti minori. Oggi i "campioni nazionali" hanno tutti una propria linea low cost, anche gli aeroporti maggiori cercano di attrarle. La rottura del cartello che imponeva l'unicità del prezzo ha consentito la rivoluzione grazie alla quale milioni di persone possono fare viaggi prima impensabili.

La disintermediazione ha dato un valore, come sconto sulla tariffa base, a una cosa che avevo e che non sfruttavo: prevedere i miei spostamenti futuri. Già c'è chi lo applica all'autobus sulle medie e grandi distanze. È proprio la questione del prezzo al centro della disputa Uber/taxi: nei taxi è una tariffa fissa, che varia solo per fasce orarie, in Uber, è sempre noto al cliente in anticipo, ma è variabile. Normalmente è inferiore a quello dei taxi,ma se c'è grande richiesta, i prezzi aumentano. Gli autisti occasionali di solito si guadagnano il pane, in certe circostanze intascano somme considerevoli (ci sono stati anche casi scandalosi). In alcune città si è sperimentato di concedere ai taxi di fare degli sconti, ma la cosa è contestata, macchinosa, e scarsamente efficace per aumentare l'uso del mezzo pubblico.

Morale: i vantaggi per i consumatori sono modesti finché le tecnologie vengono applicate conservando gli stessi modelli di business. Ce ne vogliono di nuovi, nuovi in confronto a quelli esistenti, quelli che sono stati stabiliti dalle autorità con il potere di dare concessioni: ai taxi come alle autostrade: agli aerei come agli aeroporti.

Da Il Sole 24 Ore, 24 luglio 2015

Dai luddisti ai No-Uber, perché l`innovazione è un campo di battaglia

Nessuno sa con certezza se Ned Ludd fosse una persona reale o soltanto il prodotto di una leggenda. Ma sta di fatto che in suo nome, duecento anni fa, in Inghilterra, i framework knitters, ossia i lavoratori di calze e maglie al telaio, organizzarono la prima insurrezione violenta contro le macchine della storia dell`umanità, conosciuta appunto come la rivolta luddista. "Ned Ludd ci ordina di farlo!", gridavano nel 1811 i framework knitters, mentre distruggevano i telai di Nottingham e delle altre città della contea di Sherwood.

Oggi, se si dà uno sguardo a ciò che sta accadendo soprattutto in Francia e in Italia tra i tassisti e Uber, sembra di assistere a una nuova rivolta luddista, con i tassisti al posto degli operai tessili dell`Inghilterra durante la Rivoluzione industriale, e Uber nel ruolo dell`alieno, del macchinario distruttivo, del mostro freddo che ruba il lavoro.

Tuttavia, come spiega al Foglio Alberto Mingardi, direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni, l`analogia tra le due sedizioni è meno evidente di quanto possa sembrare. "Il luddismo era un fenomeno localizzato, che non ha mai attecchito a livello nazionale, e vi era la percezione che ci fosse una sostituzione tra macchine e lavoro umano. Nella vicenda di Uber non c`è sostituzione tra macchine e lavoro umano. C`è l`apertura della concorrenza a un numero più ampio di lavoratori", dice Mingardi. "Più che con il luddismo, l`analogia è con il sistema degli apprendistati in quell`epoca. Una delle grandi innovazioni che si hanno all`inizio del Diciannovesimo secolo è la progressiva apertura del sistema dell`apprendistato a un numero maggiore di apprendisti, quindi la creazione di più concorrenza per una serie di mansioni, operai specializzati sostanzialmente. Ed è quello che abbiamo con Uber. Il tassista non ce l`ha con l`app, e neppure con il telefono cellulare, tant`è che poi gli stessi tassisti, pur con un po` di ritardo, sviluppano delle applicazioni per gli smartphone. Ciò che non piace al tassista, e questo è comprensibile, è che ci siano più persone che possano fargli concorrenza nella fornitura dello stesso servizio".

Il lato comprensibile della ribellione, e qui funziona ancora l`analogia con le vecchie corporazioni, sottolinea Mingardi, è che al tassista era stato promesso che questa apertura non sarebbe avvenuta. "Il tassista ha pagato fior di quattrini per una licenza di taxi sulla base di quest`idea: io compro questa cosa a tanto perché so che tu, governo locale, mi garantirai che nessuno verrà a farmi concorrenza e che saranno praticati solo determinati prezzi che decidi tu, ma sui quali io e la corporazione di cui faccio parte abbiamo un minimo d`influenza. Se il patto salta è normale che ci sia una rivolta".

Su questi ultimi due punti le posizioni del direttore generale dell`Istituto Bruno Leoni e del filosofo Massimo Cacciari collimano. Non c`è tecnofobia, rifiuto dell`innovazione tecnologica, smania di spaccare simbolicamente o realmente lo smartphone, anche perché gli stessi tassisti ne fanno uso quotidiano e traggono beneficio da altre tecnologie. C`è una rivolta scatenata da un grande tradimento, da un patto tra tassisti e legislatore che è venuto meno: "I tassisti non vogliono avere concorrenza, punto. Non gliene importa niente dell`aspetto tecnico. Lavorano con gli stessi strumenti dei loro concorrenti. Si tratta di una protesta contro l`aumento di quelli che fanno i tassisti. I tassisti vogliono semplicemente essere di meno, perché così lavorano di più", dice Cacciari al Foglio. "Queste forme di protesta sono in gran parte legittime, perché non è che sí può liberalizzare dalla mattina alla sera senza tener conto dei diritti pregressi. Se il tassista paga duecento, trecentomila euro una licenza, non si può stabilire di punto in bianco che questo sacrificio è stato completamente vano. Bisogna pensare a delle forme di compensazione, ogni innovazione deve essere regolata, governata, non può avvenire così a caso come avviene da noi. Esiste una politica, e i primi grandi economisti classici lo sapevano benissimo, proprio per cercare di regolare, di governare, questi processi che in sé sarebbero semianarchici, perché la semplice logica dell`innovazione tecnicoeconomica non riesce a intervenire sugli effetti sociali, umani, psicologici della rivoluzione permanente del capitalismo. Il nostro cervello non è stato creato dalla tecnica, non si adatta automaticamente all`innovazione tecnica. C`è bisogno di una politica, non per contraddire l`innovazione e il carattere rivoluzionario del capitalismo e del mercato, bensì per cercare di governarlo, di non renderlo traumatico per l`essere umano".

Sulla necessità di governare le innovazioni tecnologiche, Mingardi è di tutt`altro parere: "Le innovazioni arrivano precisamente o nel vuoto della politica o nella sua grande opposizione. La politica rappresenta interessi che sono già consolidati. Al detentore del potere viene chiesto che questi siano tutelati. In questo la storia di Uber è esemplare. Uber ha messo assieme intelligentemente delle innovazioni che ci sono già state. Ha unito l`innovazione distruttiva dello smartphone e l`integrazione del Gps al telefono cellulare, creando un`applicazione che da una parte è a disposizione delle persone che desiderano avere trasporto, e dall`altra, e questo è il dato estremamente rilevante, a tutta una serie di persone che sarebbero disponibili a fornire un passaggio a pagamento. A differenza dei tassisti, gli autisti di UberPop rappresentano però un gruppo disorganizzato e non si presentano quindi al decisore politico come un pacchetto di voti scambiabile. E` come se non esistessero, insomma. Un`interpretazione alta del ruolo del politico dovrebbe portare a smarcarsi dalle questioni simboliche, dai pacchetti di voti già esistenti, trovando invece soluzioni ai problemi pratici, per esempio come bilanciare la perdita del valore della licenza provocata dall`arrivo di Uber. Ma al politico nel senso comune del termine queste cose non interessano, gli interessa il bacino elettorale".

Da Il Foglio, 27 giugno 2015

UberPop, monopoli e interessi dei cittadini

In Italia il documento inviato al Parlamento e al Governo da parte dell’Autorità dei Trasporti ha rimesso sui binari corretti la questione UberPop, dopo il “700” del Tribunale di Milano, l’ordinanza che, rispondendo a una richiesta di un gruppo di tassisti, ne aveva bloccato l’attività. Ricordo che UberBlack è il servizio di limousine “nere” degli Ncc (noleggio con conducente), mentre UberPop è il servizio (ieri al centro di scontri tra i tassisti e la polizia in Francia) che consente a chiunque di utilizzare la propria auto per lavorare come autista quando crede.

E Uber, che non è ancora in Borsa, ha finora raccolto finanziamenti per io miliardi di dollari, più di d Google e Facebook prima della quotazione; gli ultimi aumenti di capitale dànno una valutazione implicita di 5o miliardi. In 3u città, in 58 paesi, per centinaia di migliaia di “autisti-partner”, UberPop è l’occasione di usare la propria autovettura per lavorare part-time. Per milioni e milioni di utenti è sovente meno costoso e più comodo del taxi tradizionale, in certi casi una buona alternativa a usare la propria macchina. Forse proprio perché è un successo strepitoso, Uber è anche oggetto di attacchi (oltre che di imitazioni, Lyft and Sidecar). I taxi sono da tempo all’origine di rumorose proteste: prima di quelle per Uber ci sono state quelle per l’agenda Giavazzi, per le lenzuolate Bersani, per i compromessi di Rutelli e colleghi sindaci. Cos’ha di speciale il trasporto individuale con auto? Un servizio taxi per esistere doveva essere regolamentato: le vetture devono essere riconoscibili, reperibili in appositi spazi pubblici, il costo della prestazione determinato e non lasciato alla negoziazione volta per volta. Qualcuno (di solito l’autorità locale) doveva stabilire qualità e quantità offerte: così, in sostanza, il servizio taxi tradizionale funziona come un’economia pianificata.

Ma anche nelle economie pianificate il mercato riesce sempre a ritagliarsi un piccolo spazio. Qui è il mercato secondario delle licenze che assegna un valore alla rendita del monopolio privato: le centinaia di migliaia di euro che si pagano per una licenza, sono il maggior valore che viene attribuito allo sfruttamento del privato monopolio. È questo valore che i tassisti difendono, all’epoca di Bersani bloccandole città, all’epoca di Uber andando in tribunale.

Queste le origini. Ma ora? È ancora necessario che il trasporto individuale urbano sia fornito in esclusiva da un reliquato dell’economia di piano? L’origine delle proteste non sarà proprio in questa contraddizione, tra pianificazione del servizio e regole funzionanti normalmente nel mondo in cui viene offerto? Reperibilità: oggi con lo smartphone lo siamo tutti costantemente, con Uber è il tassista che ti cerca. Riconoscibilità: con Facebook facciamo di tutto per esserlo…

Leggi il resto su Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2015

Non sarà una vittoria per tutti

Tutto bene quel che sta finendo bene? La speranza di un accordo in extremis con la Grecia ha strappato un sospiro di sollievo alle Borse. Ci sono almeno due buone ragioni per essere contenti.

In primo luogo, un default e un cambio di valuta avrebbero, nel breve, l`effetto di uno tsunami per la popolazione greca.

In seconda battuta, la «Grexit» ci porterebbe in acque inesplorate. L`Unione Europea è un club dove ci sono regole per tutto, tranne che per uscirne. L`assenza di procedure nutre l`incertezza, che a sua volta atterrisce i leader politici, nessuno dei quali vuole legare il suo nome a un disastro epocale.

Tuttavia l`esperienza insegna che a un sollievo a breve termine può seguire un peggioramento della malattia.

Il patto che il governo Tsipras siglerà con Bruxelles si basa sulla promessa di risanare il bilancio inasprendo la pressione fiscale. Delle misure di consolidamento proposte, il 93% passa per aumenti dí tasse e contributi, il 7% per tagli di spesa. L`Unione Europea guarda ai saldi e pertanto non ha nulla da eccepire. Ma è difficile che lo strangolamento fiscale della Grecia possa servirle a tornare a crescere. Tsipras e Varoufakis hanno in antipatia i tagli di spesa, per rispettabili ragioni ideologiche. Però aumentando l`Iva, inventandosi nuove tasse sui beni di lusso, tassando ulteriormente i profitti d`impresa è improbabile che il Pil faccia altro che contrarsi. Se i greci hanno problemi a pagare i loro debiti oggi, figurarsi cosa accadrà quando saranno ancora più poveri. Quindi, se le cose restano come stanno ora, il problema non è risolto: al massimo è rimandato.

C`è di peggio. Immaginiamo che si arrivi a un accordo. Quale lezione ne trarrebbero, classi dirigenti ed elettori degli altri Paesi? Molto probabilmente, penserebbero che il ricatto greco ha funzionato.

Ciò è vero per i politici: se a Tsipras è concesso di avere come obiettivo l`1% di avanzo primario (cioè di avere entrate maggiori delle uscite, al netto degli interessi, per l`1% del Pil), perché Renzi dovrebbe impe- gnarsi a fare il 3%? Perché dovrebbe essere preclusa ad altri governi la possibilità di costruire un po` di consenso con aumenti di spesa?

Ancor più, però, saranno gli elettori a rifiutare ogni logica dí lungo periodo. La credibilità dei governi dí quei Paesi che hanno fatto riforme impopolari andrà in fumo. E` improbabile che gli spagnoli possano farsi tanti scrupoli a votare per Podemos, o i portoghesi a svoltare a sinistra. A che pro accettare i sacrifici, quando vince chi urla di più?

Eppure neanche quello di una vittoria del fronte anti-austerità è uno scenario stabile. Nel momento in cui l`orientamento diventa «salvare tutti», l`incentivo a fare le riforme diminuisce. Ma chi prende l`obolo del re canta la canzone del re. E` improbabile si possa andare avanti senza un «coordinamento» centralizzato della politica fiscale. L`Ue non potrebbe più limitarsi a guardare ai saldi: dovrebbe anche decidere a che età si va in pensione e quali farmaci passa la mutua e quali no. Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottiglierebbero enormemente. Con tutta probabilità, per reazione i movimenti populisti si irrobustirebbero ancora di più.

Aspettiamoci molti festeggiamenti e poche certezze. L`accordo sulla Grecia sarà una vittoria di tutti. Una vittoria di Tsipras e di Juncker, di quelli che vogliono mani libere per spendere e di quelli che vogliono più Europa. C`è evidentemente qualcosa che non va.

Da La Stampa, 24 giugno 2015
Twìtter@amingardi

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

«Sbagliato rinunciare al benessere» L`economista difende lo sviluppo

È possibile la decrescita in alcune parti del mondo per creare risorse perché altre possano crescere in modo sano? Serena Sileoni, 34 anni, numero due dell`Istituto Bruno Leoni, tenta un distinguo sull`enciclica `Laudato sì`: «Il Papa si rivolge alle anime. Ma io dubito che le persone vogliano tornare indietro rispetto agli standard di vita ai quali si sono abituati. Certo se c`è la forza della fede...».

Consentirebbe il miglioramento della vita nelle aree più povere?
«Io ne dubito. Lo stile di vita è dovuto all`intelletto e alla capacità creativa delle persone. Ma ha ostacolato lo sviluppo delle altre zone del pianeta?»

Ci sono dati diversi?
«La Banca Mondiale ci dice che la percentuale di popolazione del pianeta che vive in condizioni di povertà estrema, meno di 1,25 dollari al giorno, dal 36,4 per cento del 1990 è crollata al 14,5 per cento del 2011, un miliardo di persone in meno».

Il Pontefice è critico anche sul diffondersi dei cereali transgenici.
«Nelle parti più tecniche è chiaro che quella dell`enciclica è una delle visioni possibili. Nello stesso documento si legge che è un tema complesso e che hanno contribuito a risolvere problemi in alcune parti del mondo. Però, sostenendo il principio di precauzione, si prende posizione, perché non c`è ancora alcuna dimostrazione del fatto che provochino danni. Sull`agricoltura nelle zone più povere del mondo c`è anche un`altra considerazione da fare».

Quale?
«Per esempio senza ricorrere ai pesticidi potrebbero produrre molto di più sostituendo il bue con il trattore. Poi c`è la questione dello spreco alimentare».

Ha statistiche?
«Secondo la Fao nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone. La popolazione del pianeta è di 7 miliardi di individui e 842 milioni soffrono la fame. Se una famiglia non ha il frigorifero, deve consumare tutta la sua produzione
giornaliera di pomodori. Il 46 per cento dello spreco è nella filiera della distribuzione».

Il Papa scrive che sono state salvate ad ogni costo le banche «facendo pagare il prezzo alla popolazione».
«Detengono i risparmi delle persone che sperano che gli istituti di credito siano salvati quando sono in difficoltà».

C`è un passaggio sul controllo progressivo dell`acqua da parte di pochi grandi gruppi. Potrebbe addirittura scatenare guerre si legge nella `Laudafo sì`.
«La tendenza a privatizzare l`acqua non c`è. Esiste quella ad affidare a privati la gestione e non ìl bene. Ho alcuni studi dai quali risulta che è più cara quando è gestita dal pubblico».

Infine le emissioni dei gas serra.

«Da Kyoto in poi si è cercato di contenerle. Soprattutto perché i Paesi più inquinanti, la Cina e l`India per esempio, non sono tenute a ridurre l`anidride carbonica. Più dei certificati verdi hanno funzionato le auto ibride o il fatto che le persone riescono a lavorare e a parlarsi da remoto».

Da QN, 19 giugno 2015

Cdp e dirigismo renziano

Decidere di cambiare i vertici di una delle più grosse istituzioni finanziarie del paese (la Cdp ha un attivo di 400 mld) con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale è un fatto clamoroso.

Tempestività di informazione e trasparenza su ragioni e obiettivi erano dovute all`opinione pubblica, ai civil servant che vi hanno lavorato senza demeritare; era dovuta al mercato: Cdp non è quotata in Borsa, ma investe e potrebbe investire in aziende anche quotate. (Dell"` atteggiamento anguillesco" di Banca, banche, e fondazioni ha scritto Il Foglio di ieri). Ma arriveremo a scusare l`opacità se alla fine avremo chiarezza.

Già la Corte dei Conti si poneva "qualche interrogativo sulla reale configurazione giuridica da attribuire oggi a Cassa depositi e prestiti un soggetto che oggi spazia dal pubblico al privato, essendo allo stesso tempo soggetto alla vigilanza dello stato e longa manus di molte delle sue operazioni finanziarie". E allora basta fondazioni e uffici postali insieme sul "territorio", basta social housing, basta fondi che son privati ma che vengono lanciati dal ministero del Tesoro. Basta trattamenti di riguardo alle fondazioni: ormai è chiaro che metter le mani sui loro patrimoni non si può, si paghi quel tanto che basta per convincere Eurostat, e chiudiamola lì.

Le cartelle di risparmio postale sono un altro tipo di buoni del Tesoro (e quindi bene se, come pare, nel consiglio ci sarà la Cannata), più o meno longa ma sempre del governo è la manus che firma le sue operazioni. E` tricolore la bandierina piantata sulle partecipazioni che assicurano che nessuno ruberà il rame dell`alta tensione e i tubi del metano. Cdp è lo strumento del governo per operazioni di politica industriale. Se gli aiuti saranno considerati di stato, il governo se la vedrà con la Commissione europea per la Concorrenza. Ma se gli interventi nelle aziende saranno considerati ri-nazionalizzazioni (o peggio espropri) e le scelte delle tecnologie vincenti il ritorno allo stato imprenditore, se la vedrà con i mercati dei capitali e con la fiducia degli investitori. Non è più come ai tempi dell`Iri per l`Iri 2.0 è un po` più complicato.

Da Il Foglio, 17 giugno 2015
Twitter: @FDebenedetti

Il mercato ha vinto la fame e batterà anche gli sprechi

Nelle scorse settimane la nuova retorica anti-sprechi ha trovato una prima celebrazione nelle parole del presidente Sergio Mattarella, che all'Expo di Milano ha parlato del cibo non utilizzato e che finisce nella spazzatura come di «un insulto alla società, al bene comune, all'economia del nostro come di ogni altro Paese».

E ora il governo stesso, su iniziativa del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, è sceso in campo con un progetto denominato «Spreco zero» che si muove sulla stessa lunghezza d'onda. Complice l'Expo, siamo insomma sommersi da prediche che si muovono con l'obiettivo di rafforzare quel civismo statalista che mette assieme mito della legalità (quale essa sia), ecologismo, multiculturalismo, egualitarismo e ora, appunto, anche questa etica del rispetto delle risorse alimentari. E in tale quadro non è sorprendente che si tenda a processare in primo luogo il comportamento delle aziende, mentre allo Stato sia demandato il compito di correggere e porre rimedio.

Nessuno nega che sia da auspicare un migliore utilizzo delle risorse, comprese quelle alimentari. I mezzi che si vogliono adottare per raggiungere tale obiettivo, però, non sono di poco conto. In questo senso colpisce che molti discorsi si muovano per moltiplicare regole, controlli, obblighi e imposizioni, ignorando come ogni riflessione contro la scarsità e sul migliore utilizzo dei beni debba prendere sul serio la tesi che questi risultati li si possa raggiungere più facilmente tutelando la proprietà privata e il libero scambio.

Invece sembra proprio fare scuola la Francia, dove i principi della libertà individuale e della proprietà sono stati sacrificati sull'altare del nuovo conformismo con la recente introduzione del «reato di spreco»: una normativa che sottende una visione collettivistica, nel momento in cui un mio comportamento in merito a beni che sono in mio possesso diventa addirittura un reato.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 giugno 2015

Addio mercato, a Berlino rispunta l`equo canone

I primi a muoversi sono stati gli amministratori di Berlino, ma è probabile che altri Laender ne seguano presto le orme. Introdotta dal governo tedesco di GrosseKoalition, la possibilità di limitare la contrattazione tra proprietario e locatario ha trovato dunque una prima applicazione nella capitale tedesca.

Le nuove norme fanno sì che a Berlino non sia possibile affittare a più del 10% al di sopra dei prezzi di quell`area. I canoni potranno dunque alzarsi, ma solo in maniera limitata. Il motivo addotto è che i prezzi degli alloggi avrebbero conosciuto una crescita abnorme che metterebbe in difficoltà soprattutto i giovani e le famiglie a basso reddito. Comunque non è detto, come ha rilevato criticamente anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung, che le buone intenzioni possano bastare.

Le regole introdotte non solo ledono il fondamento stesso della libertà individuale (la proprietà privata), ma aprono pure a conseguenze tanto non volute quanto spiacevoli.

È chiaro che a Berlino c'è una crescita della richiesta di alloggi a cui non corrisponde un analogo aumento dell'offerta. In qualche caso, si pensi al centro, è anche difficile che si possa ampliare più di tanto il numero delle case: e per questo gli aumenti sono fisiologici. Sbarrare la strada a prezzi più alti significa allora operare una redistribuzione di ricchezza dai proprietari agli affittuari, impedendo altresì una migliore allocazione degli immobili. Quanti sarebbero disposti a pagare di più, perché sono molto motivati, non possono accedere a beni che sono stati assegnati ad altri e a un prezzo «politico». Questo ostacolerà lo sviluppo economico e l` ammodernamento di Berlino, invece che agevolarli. E in una città meno ricca le opportunità - anche e soprattutto per i più poveri - sono minori. Va pure aggiunto che simili misure non hanno nulla di originale.

In America, ad esempio, la cosiddetta rent-regulation ha una storia lunghissima, sui cui risultati sono ormai in molti (e non solo all`interno della scuola di Chicago) a esprimere serie perplessità. Come tanti italiani - proprietari e inquilini - sanno bene, le molteplici forme di «equo canone» escogitate dai legislatori disincentivano a investire nel mattone e alla fine, per questo motivo, peggiorano la situazione invece che migliorarla. Oltre a ciò è facile prevedere che quanti comunque vogliano destinare il loro risparmio alle abitazioni o ne siano già in possesso, di fronte a regole come queste troveranno vantaggioso mettere sul mercato i loro beni in altra forma.

In Italia la crescita del numero delle case ammobiliate date in locazione è in larga misura un più che comprensibile tentativo di sottrarsi agli espropri surrettizi del «rent control», ma in tal modo le abitazioni a disposizione di chi cerca un affitto ordinario si fanno ancora meno numero se.Violare le regole del mercato si è fatto e si farà. Non si pensi, però, che ciò avvenga impunemente.

Da Il Giornale, 9 giugno 2015

Aiutati che il mercato elettrico t’aiuta

Chi protegge il consumatore elettrico? Il disegno di legge sulla concorrenza, in discussione alla Camera, delinea la strada per il superamento dell’attuale regime “transitorio” di maggior tutela. La maggior tutela copre le famiglie e le piccole e medie imprese (connesse in bassa tensione, con meno di 50 dipendenti e un fatturato inferiore a 10 milioni l’anno) che non hanno un contratto sul mercato libero. Sono rifornite a condizioni fissate trimestralmente dall’Autorità per l’energia (Aeegsi) sulla base dei costi di approvvigionamento di “acquirente unico” (un aggregatore di domanda a capitale interamente pubblico). Secondo il monitoraggio Aeegsi tra il 2012 e il 2013, il numero di famiglie sul mercato libero è cresciuto dal 21 al 25 per cento (al netto di quanti hanno seguito il percorso inverso), mentre le Pmi sono passate dal 37 al 40 per cento. Se si guarda invece ai consumi energetici, tale quota è cresciuta, rispettivamente, dal 24 al 29 per cento e dal 66 al 68 per cento: segno che si sono mossi principalmente i consumatori con una domanda più elevata e, quindi, più motivati a cercare offerte maggiormente convenienti.

La migrazione dei consumatori dalla maggior tutela al mercato libero sembra incoerente con una diffusa “leggenda metropolitana”, secondo la quale i prezzi sul mercato libero sarebbero nettamente superiori a quelli di tutela. La credenza deriva forse da una lettura frettolosa del rapporto Aeegsi. Tuttavia è chiaro, da una lettura più attenta, che il gap di prezzo è riconducibile interamente alla scelta (sottolineo: scelta) di molti consumatori di sottoscrivere offerte a prezzo bloccato. Il confronto coi prezzi di tutela, in questo caso, è metodologicamente scorretto, in quanto si tratta di due prodotti diversi. Chi preferisce il prezzo bloccato “compra” certezza, più che risparmio. D’altra parte, non è sorprendente che in un periodo di calo dei prezzi all’ingrosso il prezzo variabile sia, in termini monetari, conveniente; non è detto che, in un contesto differente, questo sia ancora vero. In tutti i casi, le potenzialità di risparmio restano significative. Un consumatore domestico tipo (3 kW di potenza e consumo pari a 2.700 kWh/anno, secondo la definizione Aeegsi) può spendere fino a 53,5 euro all’anno in meno (10,7 per cento) se sceglie un’offerta a prezzo variabile, fino a 34,5 euro l’anno (6,9 per cento) se preferisce il prezzo bloccato. Delle sette offerte a prezzo variabile disponibili, sei battono la tutela in termini monetari; delle diciannove a prezzo bloccato, otto lo fanno (fonte: estrazione dal Trova offerte Aeegsi effettuata il 19 giugno 2015).

Proprio quest’ultima considerazione introduce un tema centrale nell’ambito della liberalizzazione dei mercati retail dell’energia elettrica. Oltre al risparmio, sono infatti due le ragioni di fondo. In primo luogo, la presenza di un’offerta di riferimento “pubblica” favorisce nei consumatori una presunzione di protezione, che può “ridurre la propensione a switchare verso offerte migliori”, come scrive l’Acer (l’Agenzia che coordina i regolatori europei, inclusa Aeegsi). In altre parole, la tutela non tutela, ma ingessa, il consumatore. Per proteggerlo dagli abusi esistono altri e più appropriati strumenti, a partire dalla regolamentazione di settore e dal normale esercizio dei poteri dell’Antitrust (che infatti sollecita l’eliminazione della maggior tutela). In secondo luogo, l’ingessamento della domanda non è privo di effetti dal lato dell’offerta. Rallenta infatti l’innovazione commerciale, impedendo quel processo di sofisticazione del servizio che, invece, ha segnato la telefonia negli ultimi vent’anni. Non vale l’argomento che le telecomunicazioni hanno potuto godere di un progresso tecnologico che non c’è nell’elettrico. L’evidenza dimostra che le nuove tecnologie si impongono proprio attraverso le pressioni concorrenziali: per esempio, sebbene ciò fosse tecnicamente possibile da molto tempo, i taxi hanno iniziato a modernizzarsi solo dopo l’arrivo di piattaforme alternative. Nel caso in questione, innovazione significa far evolvere gli operatori da puri venditori di una commodity in fornitori di un servizio complesso. Questo processo di differenziazione dell’offerta è in parte già in atto: ne sono esempi le citate offerte a prezzo bloccato, quelle dual fuel, quelle green, e molte altre. Ma la vera rivoluzione...

Continua a leggere su lavoce.info, 28 luglio 2015

Consumer inertia in energy markets: a sobering lesson from Italy

The Competition & Markets Authority has recently released its provisional findings and a notice on possible remedies following up a specific request from Ofgem. The inquiry finds that energy markets are plagued by several problems, the most important ones being over-regulation and low consumer engagement. In order to address the former, it reasonably suggests to reshape those regulation (such as the so-called “simple choices” package) that are least effective, by either deregulating or turning to smarter regulations. As far as the latter is concerned, though, the CMA proposes that Britain – the first EU member state to liberalise energy far before Brussels introduced its directives – goes back to the mother of all regulations: price control, or, to be fair, a softer version thereof.

The CMA explains that, according to an extensive survey it has performed, 34% of the British consumers have never even considered switching supplier. The number of those with sticky habits is higher among the poor and the less educated. Consumers’ inertia may have boosted energy suppliers’ profits by as much as £1.2bn in 2009-13.

Promoting greater engagement through more transparent information, or by removing harmful regulations that prevent suppliers to better customise their commercial offers, is not enough, says the CMA: a “transitional safeguard regulated tariff” should be introduced, in order to “provide direct protection to disengaged customers”. This may seem both reasonable and simple, but it is neither. As the CMA itself admits, “if [the price] is set tightly, it will have a damaging effect on competition, undermining incentives for customers to engage in the markets. On the other hand, if set at too high a level, then at best it will provide no protection to customers, and at worst potentially provide a higher focal point for default prices to settle”.

Even if one buys the argument that disengaged consumers must absolutely be woken up, one should be careful of the unintended consequences of the proposed policies. Despite a relatively high proportion of “sleepy customers”, the UK still displays switching rates well above the EU average (slightly above 12% in 2013, vs an EU average of 4%).

Luckily enough, the British do not need to implement such a complex reform to check whether the supposed protection of the inert is worth the potential cost of disengaging the most dynamic customers: they just need to look at what happens in Italy.

Italy opened up its retail electricity market in 2007. Ever since, though, a programme has been in place to protect disengaged customers by making available what might be described as a “transitional safeguard regulated tariff”. The so-called “maggior tutela” (“higher protection”) applies to all households or SMEs who have not chosen a supplier on the market. The price they pay, which is set on a quarterly basis by the regulator, is formally being defined as a “market price”, rather than a regulated price, insofar as it reflects a) the procurement costs incurred by a public entity (Acquirente Unico, or Single Buyer) in charge of purchasing power on behalf of the “clienti tutelati” (protected customers); b) a commercialisation fee which is set by the regulator at a level which is supposed to match the cost of entry of a new entrant into the market.

If the CMA is right, one would expect to find in Italy a) higher switching rates and b) fewer disengaged customers. The data do not seem to support that theory. Switching rates in Italy – while not negligible – were well below the British benchmark (7% in 2013, up from a 4% average in 2008-12). What should ring an alarm bell at the British antitrust authority, though, is the figure of those who stand still under the “transitory” umbrella of the “maggior tutela”: In 2014, 7 years after the liberalisation, 22.2m out of 29.6m of households (72%) and 4.2m out of 7.4m of SMEs (57%) did not choose their supplier. (The actual figure is slightly lower because there is a small flow of people moving back from the free market into the maggior tutela). A survey performed by the national regulatory authority found that 73% of the respondents have never changed their supplier.

The main reason why the Italians are this “disengaged” is certainly not because of prices. Those seeking to save money can find very good offers on the free market – up to 10-12% less than the reference price. Neither is it the lack of variety on the supply side: a growing number of offers is available that allow consumers to best meet their preferences with regard, for example, to green energy, fixed versus variable prices, or more complex services such as energy efficiency devices or various insurance policies which are bundled in the price they pay for the kWh.

There are, of course, several explanations for the widespread disengagement. But one can hardy ignore the elephant in the room: a state-backed tariff which is supposed to grant “higher protection”. This has at least two consequences. On the supply side, a standard offer that covers a large share of the relevant market may work as a focal point – at the very least it works as a benchmark, as the CMA itself recognised. On the demand side, it may still generate a sort of “feel safer” effect, so that customers’ propensity to switch is reduced accordingly. Ironically, the Italian government has just proposed a roadmap to overcoming this problem.

The CMA might consider visiting Italy to examine the unintended consequences of “transitory” attempts to control the outcomes of the market or to change consumers’ preferences.

Da Institute of Economic Affairs, 20 luglio 2015

Perché l`enciclica piace tanto a chi avversa la libertà individuale

L'enciclica Laudato si` di Papa Francesco sta riscuotendo consensi in tutta quell`amplia area culturale di destra e sinistra che avversa la libertà individuale, confidando assai più nella programmazione - secondo logiche autoritarie, di carattere top-down - che nelle interrelazioni spontanee. Non si tratta allora soltanto di un`enciclica "ecologista", seppure sposi l`armamentario concettuale dell`ideologia verde, perché essa va oltre e mette sotto accusa quanto vi è rimasto di liberale nelle nostre società: a partire dalla proprietà e dalle relazioni di mercato. Quando afferma che la proprietà privata non è intoccabile, l`enciclica finisce perfino per entrare in rotta di collisione con l`idea stessa di giustizia. Non tutte le proprietà sono il frutto di azioni legittime (come nel caso del furto), ma questo non basta a mettere in discussione la proprietà in quanto tale, dato che - come evidenziò il beato Antonio Rosmini - "la proprietà è l`altro": ciò che ognuno deve rispettare. Se quel limite è negato tutto diventa possibile, come hanno illustrato i regimi dell`ultimo secolo. E quando nel testo si rigettano gli scambi di mercato, è la socialità delle relazioni volontarie che viene marginalizzata, preferendole un ordine pianificato.

Tutto ciò è paradossale, dato che l`intervento pubblico evocato è esattamente espressione di quel paradigma tecnologico-economico che, a parole, l`enciclica vorrebbe contrastare. Stavolta il vecchio dirigismo nazionale è comunque messo da parte, per immaginare un`ingegneria sociale estesa al globo intero. La realtà andrebbe sottratta ai proprietari e consegnata a un`élite che si ponga alla testa di istituzioni internazionali in grado di dettare legge sulla terra intera. Di fronte a inquinamento e iniquità, insomma, l`unica risposta è quella di espropriare l`umanità per rafforzare politici e tecnostrutture. Bisognerebbe sempre tenere presente che diritto, ecologia ed economia sono ambiti scientifici animati da vivi dibattiti, su cui sarebbe prudente per la chiesa non prendere posizione. Se si parla di riscaldamento globale, per esempio, va ricordato come qualche studioso affermi che la terra si scalda a causa dell`azione umana e altri sostengano, invece, che ciò dipende dal sole. E cos`hanno i cristiani in quanto cristiani da dire in merito? Nulla, proprio nulla.

Certo l`enciclica non si limita a sposare le tesi ecologiste e pauperiste innamorate della sovranità. In particolare, il documento coglie nel segno quando condanna gli aiuti assegnati alle banche, ma pure qui esso identifica il capitalismo e il suo opposto: l`intervento pubblico, l`interferenza dello stato nel mercato, l`utilizzo del potere da parte di interessi privati. E proprio l`Argentina eternamente peronista da cui Bergoglio proviene è in larga misura questo universo di privilegi e arbitri che non ha mai davvero conosciuto un libero mercato, un ordine di diritto, una limitazione della sfera pubblica, e in cui i "capitalisti" (se così vogliamo chiamarli...) sono sempre stati vicini alle leve del comando e dipendenti da loro. Sul punto Bergoglio ha ragione: le banche non dovevano essere salvate espropriando i contribuenti. Ma questo è proprio quanto solo pochissimi liberisti "selvaggi" sostennero durante la crisi: inascoltati ieri come oggi.

Da Il Foglio, 22 giugno 2015

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Embrace the Food Tech That Makes Us Healthier

World’s Fairs used to be an opportunity to examine a better future for society. They were about innovation, progress and development, and brought together inventors and businesses eager to demonstrate technological advancements designed for the greater good of all.

This year’s Expo Milano 2015, with the theme “Feeding the Planet, Energy for Life,” could have followed the same mold. Since the Industrial Revolution, the West has experienced what economic historian Deirdre McCloskey has called “the great enrichment.” With prosperity, nutrition has made huge leaps forward: Better preservation and refrigeration systems, agricultural advancements and antiseptic packaging have made our diet both richer and more varied. There is much to celebrate.

Instead, the Expo has fallen prey to an anti-industrial ideology dressed up as romantic nostalgia. The official charter, a solemn document intended to be “the cultural legacy of Expo Milano 2015,” declares “access to sources of clean energy” a “universal right.” It calls for the global regulation of “investment in natural resources, particularly in land,” and asks for a strategy to better guarantee biodiversity. A veteran campaigner against genetically modified crops, Vandana Shiva of India, is an “ambassador” of the event. The influence of groups like Slow Food, a nongovernmental organization that recently criticized McDonald’s sponsorship of the Expo as antithetical to the fair’s true spirit, appears to be strong.

The magic word here is “sustainability.” When applied to food, the implication is that it would it be better if everybody ate like our grandfathers. Somehow, the less-processed foods of the past are deemed to be tastier and more healthful. Moreover, locavore gurus like Slow Food chairman Carlo Petrini think we should buy most of our vegetables, meat and milk locally, irrespective of prices.

The problem with this picture is that, in reality, our grandfathers didn’t eat all that well. When the country was unified under the House of Savoy in 1861, the average Italian could expect to live about 30 years. Some 30% of the population was chronically undernourished. Malnutrition led to diseases such as anemia and rickets.

Historians remind us that better living standards translated into better nutrition. Public sanitation policies, economic growth and the rise of industrialized food production resulted in ever-greater numbers of people being satisfactorily fed. In the West, food scarcity is now a thing of the past. A similar process accompanies economic development even today: South Koreans, for instance, spent one-third of their income on food in 1975; now the figure is just 12%.

Upon arriving at Expo Milano, however, visitors are lectured on the evils of mass food production, as well as on the need to bring agricultural plots into closer proximity with cities—thus favoring local production over food that travels from faraway places. In a pre-Expo event, Italy’s Prime Minister Matteo Renzi said that when he was mayor of Florence he requested that 76% of the meals served to the city’s 24,000 schoolchildren come from local sources. It’s easy to understand that a mayor would prefer to use other people’s money to buy from producers who might vote for him. But is local production better by definition?

The food industry has strong economies of scale, made possible by, among other factors, tremendous improvements in conservation techniques. Big restaurant chains optimize their supplies by means of their better bargaining power and superior logistics and thus can often offer meals at modest prices. When it comes to food safety, the sort of reputational mechanisms that are at work in bigger, international industries are likely to be a consumer’s best ally. The value of big brands rests, ultimately, on the trust they inspire. Farmers’ markets are fun, but you don’t know much about how a salad was grown and treated just by looking at a farmer’s face. By contrast, big distribution chains have severe standards that are rigorously enforced because they fear a scandal may scare consumers and erode their revenue base.

A world of economies of scale and long distribution chains seems to be intolerably far away from the culinary traditions of our grandfathers. But is that really the case? Back when wine was consumed exclusively where it was produced, the quality tended (with few exceptions) to be bad. But as it came to be more extensively traded, wine makers could invest in research and innovation. Now, with a much wider pool of wine drinkers, making wine using environmentally sensible techniques is possible precisely because there are new demands to serve. Had wine remained a local monopoly, it would have been harder for environmentally sensitive and organic producers to find their niche.

We didn’t become richer and wealthier by eating locally. One thing that made us richer and wealthier was the ability to trade and better preserve food. We have enjoyed much progress since our grandfathers’ time, and progress is precisely what developing countries long for. Why feed them with fairy tales of a romanticized past that never existed?

Da Wall Street Journal Europe, 4 maggio 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

Torna l'incubo patrimoniale: Così fuggiranno altre ricchezze

C’è qualcosa d'irragionevole in questa vicenda di una nuova patrimoniale che la Cisl intende proporre e che punta, secondo una demagogia ben nota, a togliere ai ricchi per dare ai poveri. L'idea di fondo è la solita: si vuole colpire i grandi patrimoni, sia finanziari sia (soprattutto) immobiliari, con l'obiettivo di aiutare gli strati più fragili della società. Il linguaggio è dei più classicamente populisti, perché evoca una sottrazione di ricchezza a cospicue rendite, intese come parassitarie, alfine di aiutare i bisognosi.

Ma purtroppo le cose sono più complicate.

Innanzitutto, è assurdo parlare di ulteriori imposte in un'Italia che ha ormai la leadership della tassazione: come hanno attestato anche le ricerche della Cgia di Mestre e di Impresa Lavoro di Udine. Invece che ridimensionare la spesa pubblica e tradurre in pratica anche solo alcuni dei suggerimenti formulati dalla spending review di Carlo Cottarelli, si vuole allargare ancor più l' area dell'intervento statale.

Al posto di massicce privatizzazioni e liberalizzazioni ad ampio raggio, si suggerisce di mettere nuovamente le mani nelle tasche degli italiani. Ma se oggi cresciamo solo dello 0,2 al trimestre (in sostanza non cresciamo) è perché il settore pubblico è ipertrofico e quello privato è oppresso da ogni sorta di tassa e regolazione. Oltre a ciò non ha alcun senso immaginare che un accrescimento del prelievo tributario ai danni dei ricchi non abbia conseguenze sul resto della società. Nel Terzo Millennio capitali e persone si muovono costantemente in cerca di condizioni migliori. Oggi ben pochi sono disposti a farsi torchiare in patria e prima di soccombere emigrano verso lidi più ospitali. Se ne12015 numero si italiani benestanti già se ne stanno a Londra, insieme a molti giovani avventurosi che lavorano in ristoranti e in altre aziende di ogni tipo, è perché il Regno Unito resta a dispetto dei suoi molti problemi assai meno ostile alla ricchezza e alle logiche d'impresa.

In aggiunta a ciò, tassare le abitazioni ha conseguenze assai gravi anche peri meno abbienti, poiché si ripercuote sui canoni d'affitto e pure sulla possibilità di Covare un' abitazione. Non va neppure trascurato che perfino un bene teoricamente «immobile» come la casa ha bisogno di ristrutturazioni e manutenzioni: non è poi così sottratto al tempo come sembra. Tassare ulteriormente la casa significa porre le premesse per una progressiva erosione del capitale e, di conseguenza, per un degrado delle nostre città.

L'odio di classe di quanti invitano a colpire i ricchi per aiutare i poveri è moralmente disdicevole: si tratta di una riverniciatura dell'invidia e di una riscrittura del risentimento. Oltre a ciò, esso produce terribili conseguenze sul piano economico, poiché è chiaro che impiegati e operai possono avere buone condizioni di vitae redditi dignitosi entro imprese che abbiano fatto cospicui investimenti. La produttività dei lavoratori è legata al capitale accumulato (alla qualità dei mezzi di produzione) e se lo Stato assorbe un'elevata quota della ricchezza è chiaro che il sistema economico, nel suo insieme, non avrà modo di progredire.

Nonostante la predicazione dei vari Piketty, non esiste una stretta correlazione tra il miglioramento delle condizioni dei più deboli e la riduzione delle disuguaglianze. Si può stare assai meglio in una società con molti milionari invece che in una radicalmente egualitaria. Sarebbe bene che anche alla Cisl ne prendessero atto.

Da Il Giornale, 18 agosto 2018

A scuola di Imu

La recente decisione della Cassazione, secondo cui anche le scuole cattoliche devono pagare l'Imu, riapre fatalmente l'intera questione del rapporto tra educazione libera e istruzione di stato, oltre che tra chiesa e istituzioni. E' comprensibile come alcuni tra i primi commenti abbiano sottolineato che il sistema scolastico italiano nel suo insieme difficilmente potrà reggere in assenza del contributo degli istituti di ispirazione religiosa. In certe aree, si pensi al Veneto, la loro presenza è significativa e se il versamento del tributo sugli immobili dovesse rendere impossibile la sopravvivenza di tali scuole, a risentirne sarebbe l'istruzione tutta.

Per giunta, le nuove entrate dello stato potrebbero essere annullate dai nuovi oneri a carico dello stato, poiché il settore privato garantisce anche al netto di quanto viene destinato agli istituti privati notevoli economie che a questo punto, in qualche modo, sono a rischio. Al di là di queste fondate preoccupazioni sembra opportuno evidenziare come vi sia più bisogno (e non meno) di concorrenza, pluralismo, varietà. E' difficile immaginare che la qualità dell'offerta educativa possa eccellere in un quadro monopolizzato dai dipendenti statali.

Uno dei maggiori economisti del secolo scorso, Milton Friedman, suggerì l'introduzione di "voucher" che garantissero a tutti la libertà di scegliere una scuola, pubblica o privata, proprio a partire dall'idea che la competizione induce a porsi al servizio dei clienti: in questo caso, degli studenti e delle famiglie. La libertà, insomma, va apprezzata in sé e produce pure buoni frutti. In tal senso va aggiunto che la chiesa per secoli ha saputo trarre beneficio da un ordine sociale che le garantiva ampia facoltà d'azione, lasciandola agire quale luogo di educazione delle giovani generazioni: basti pensare aì gesuiti e a molti altri ordini religiosi. In seguito, con il pieno trionfo dello stato moderno, lo spazio di un'istruzione indipendente si è ridotto sempre di più, poiché i poteri sovrani hanno avuto bisogno di dotarsi di formidabili strumenti di costruzione del consenso.

Dopo l'unificazione di metà Ottocento, in particolare, da noi si è proceduto con determinazione a una progressiva statizzazione del sistema di insegnamento non tanto al fine di estendere e universalizzare la conoscenza (come talvolta si legge ancora), ma perché nella classe dirigente risorgimentale era forte la consapevolezza che, se si doveva "fare gli italiani", era cruciale controllare le agenzie incaricate di formare le coscienze delle nuove generazioni. La scuola pubblica sorge al fine di operare una sostituzione: bisogna che i valori della società cattolica lascino il posto ai nuovi principi della Patria e della comunità nazionale.

E' stata proprio l'esigenza di marginalizzare la fede cristiana a soffocare ogni possibilità di un mercato educativo nella Penisola. Per questo la difesa del diritto a esistere delle scuole confessionali coincide con la difesa della libertà di tutti ed è anche necessario rilevare come gli istituti a ispirazione religiosa e la stessa funzione educativa della chiesa abbiano potuto esprimersi al meglio entro un quadro che lasciava spazio alla voglia di fare e al desiderio di mettersi al servizio degli altri.

Nell'età della compiuta affermazione dello stato nazionale, invece, questa modalità di evangelizzazione è stata subito messa in un angolo. Bisogna allora prendere atto che, anche se l'ultima enciclica papale celebra il potere pubblico (fino al punto che quasi non pare esserci più spazio per le libere realtà di mercato: comprese quelle ispirate dall'insegnamento del Vangelo), le mille iniziative condotte dai cristiani di buona volontà rappresentano "de facto" una costante messa in discussione di un progetto istituzionale e culturale che, monopolizzando l'istruzione, prospetta una società del tutto omogeneizzata, senza spirito d'iniziativa, piegata alle ragioni del conformismo dominante.

Da Il Foglio, 28 luglio 2015

Per la sinistra, se uno Stato "funziona" è neoliberista

La propaganda è un modo come un altro di raccontare una storia. In questi giorni, va per la maggiore la favola dell'Europa divisa. Da una parte Paesi che si sentono «solidali» gli uni con gli altri, fedeli allo spirito dei «padri fondatori». Dall'altra, Stati che hanno dimenticato il disegno originario dell'Unione europea e sono regrediti verso l'egoismo nazionale facendosi ipnotizzare dall'ormai egemone potenza tedesca. In gioco ci sarebbe nientemeno che la sopravvivenza del «modello sociale europeo»: Stati ad elevata tassazione, elevata spesa pubblica, elevata regolamentazione.
E' una favola appassionante, del genere in cui i buoni sono veramente buoni e i cattivi sono veramente cattivi. Appassionante, ma poco verosimile. Prendiamo il capofila della cospirazione neoliberista che più vuole minare il modello sociale europeo: la Germania. La Repubblica federale tedesca è talmente ostile al modello sociale europeo che lo incarna alla perfezione. In Germania l'aliquota più alta dell'imposta sul reddito delle persone fisiche è al 47,5%. Adam Smith non avrebbe approvato, Ronald Reagan neppure. La spesa pubblica è il 45% del Pil. Meno che in Grecia (51%), meno che in Italia (49%), meno che in Francia (56%), ma pur sempre 45 euro ogni 100 di reddito nazionale. E' vero che il reddito pro capite dei tedeschi negli ultimi anni è cresciuto di più del nostro.
Per la stessa ragione per cui una persona più ricca può permettersi di spendere una quota maggiore del proprio reddito in viaggi, vacanze o spettacoli teatrali senza tirare la cinghia, così un Paese più ricco può permettersi una spesa pubblica maggiore. E tuttavia persino per il socialista più incallito è complicato sostenere che il livello ottimo di spesa pubblica sia «il più alto possibile», indipendentemente da quel che si compra con quella spesa pubblica.
Guardiamo alla spesa «sociale»: pensioni, sanità e altre forme di «welfare». La spesa «sociale» tedesca è più di un quarto del Pil: più di quanto non sia in Grecia. In Finlandia e Danimarca, entrambi Paesi fiancheggiatori dei tedeschi, la spesa sociale supera il 30% del Pil. Pur essendo un welfare state con tutti i crismi, la Germania è arrivata al pareggio di bilancio lo scorso anno. Era la prima volta in mezzo secolo, ma si è trattato di un passaggio necessario: dal 2016, vi saranno obbligati dalla Costituzione. «Costituzionalizzare» buone regole serve a creare certezza, anche per gli operatori economici.
La regola del bilancio in pareggio non elimina gli spazi della politica. Ci sarà sempre chi vuole che lo Stato faccia di più (aumenti le spese) e chi vuole che lo Stato faccia di meno (riduca le spese). Però, in questo modo, le spese di oggi devono essere finanziate dalle tasse di oggi. Senza obbligo del pareggio, gli Stati tendono ad aumentare le spese di oggi finanziandosi a debito, cioè aumentando le tasse di domani.
La ridistribuzione è sempre togliere agli uni per dare ad altri. Che gli uni e gli altri almeno si vedano in faccia. Secondo alcuni è meglio se questo non accade per niente: lasciare i conti da pagare ai nostri figli, meglio ancora ai figli dei cittadini di altri Paesi. I debiti delle socialdemocrazie più indebitate dovrebbero essere ripianati dai contribuenti delle socialdemocrazie meno indebitate. E' un'idea talmente curiosa che alla fine si riesce a giustificarla soltanto agitando la minaccia di un crac finanziario di dimensioni globali (paga somaro tedesco, che ti conviene) o per l'appunto ricorrendo alle favole.
Il torto della terribile Germania è dimostrare (per un liberista, è un'ammissione dolorosa) che si può essere socialdemocratici anche senza scassare i bilanci pubblici. Molti socialdemocratici di casa nostra non sono convinti. A chi non scassa il bilancio pubblico rifiutano d'istinto un posto nell'Internazionale.

Da La Stampa, 20 luglio 2015

Ambiente o sviluppo? Il dilemma di Francesco

Ci sono discussioni, su questioni relative all`ambiente, nelle quali è difficile raggiungere un consenso. Ancora una volta ribadisco che la Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente", scrive Papa Francesco nell`Enciclica "Laudato Si" presentata ieri.

Proviamo a riflettere su questo secondo aspetto, con particolare riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Si legge che il "riscaldamento [è stato] causato dall`enorme consumo di alcuni Paesi ricchi". Se guardiamo al periodo che va dall`inizio della rivoluzione industriale fino ai primi decenni dopo la Seconda guerra mondiale, non vi è dubbio che la maggior parte delle emissioni fosse attribuibile a un novero limitato di Paesi. Negli ultimi quarant`anni si è però assistito a una radicale evoluzione di tale quadro: se nel 1971 le tre aree più ricche del Pianeta - America del Nord, Europa occidentale e Giappone - emettevano circa il 60% della anidride carbonica, negli anni seguenti si è registrata una progressiva riduzione della loro quota che nel 2011 si è attestata a meno di un terzo del totale.

Pressoché l`intero aumento delle emissioni, che ha conosciuto un`accelerazione negli ultimi due decenni, è quindi da ricondursi allo sviluppo dei Paesi che partivano da livelli di reddito molto bassi, sviluppo che ha determinato, secondo i dati forniti dalla Banca Mondiale, una riduzione della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà assoluta dal 52% del 1980 al 21% del 2010. Per citare ancora l`Enciclica: "La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l`essere umano".

Molto è stato fatto, ma certo non abbastanza. Quindi, come scrive Papa Francesco, ancora oggi "per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti". Per questo: "In attesa di un ampio sviluppo delle energie rinnovabili, che dovrebbe già essere cominciato, è legittimo optare per il male minore o ricorrere a soluzioni transitorie". È questo il punto centrale delle politiche del clima: se e in quale misura porre degli ostacoli alla crescita dei Paesi poveri al fine di ridurre le emissioni. Il contributo di quelli "ricchi" non potrà essere risolutivo: anche una radicale riduzione della quantità di gas a effetto serra a essi riconducibile non potrebbe che avere effetti limitati. Se le tre grandi aree sopra citate dimezzassero l`anidride carbonica prodotta, a livello mondiale le emissioni farebbero un salto all`indietro di soli pochi anni. L`intera Unione europea che nel 1990 rappresentava un quinto delle emissioni mondiali vedrà nel 2020 il proprio peso ridotto al 7%. Ogni anno le emissioni della sola Cina crescono di una quantità analoga a quella totale di un Paese come il Regno Unito. "Una certa decrescita in alcune parti del mondo" non avrebbe come conseguenza la possibilità di "crescere in modo sano in altre parti", scrive il Papa. Peraltro, sia l`Europa che gli Stati Uniti nell`ultimo decennio hanno già intrapreso, seppure lungo direttrici diverse come vedremo più avanti, un percorso di contenimento delle emissioni. Tale evoluzione positiva interessa anche altri aspetti ambientali.

Negli Stati Uniti - e in molti Paesi ad alto reddito - la qualità dell`aria è radicalmente migliorata negli ultimi cinquanta anni. Oltreoceano, pur in presenza di un aumento della popolazione pari a 80 milioni di persone, la quantità di acqua consumata è diminuita rispetto al 1970, dal 1990 si è ridotto il consumo di plastica e quello di carta; il consumo pro-capite di petrolio è oggi inferiore del 25% rispetto al 1980. I problemi ambientali più gravi sono oggi correlati alla povertà, non alla ricchezza.

Da Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2015
La versione integrale dell'articolo è disponibile su La Nuova Bussola Quotidiana
Twitter: @ramella_f

Il mercato ha vinto la fame e batterà anche gli sprechi

Nelle scorse settimane la nuova retorica anti-sprechi ha trovato una prima celebrazione nelle parole del presidente Sergio Mattarella, che all'Expo di Milano ha parlato del cibo non utilizzato e che finisce nella spazzatura come di «un insulto alla società, al bene comune, all'economia del nostro come di ogni altro Paese».

E ora il governo stesso, su iniziativa del ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, è sceso in campo con un progetto denominato «Spreco zero» che si muove sulla stessa lunghezza d'onda. Complice l'Expo, siamo insomma sommersi da prediche che si muovono con l'obiettivo di rafforzare quel civismo statalista che mette assieme mito della legalità (quale essa sia), ecologismo, multiculturalismo, egualitarismo e ora, appunto, anche questa etica del rispetto delle risorse alimentari. E in tale quadro non è sorprendente che si tenda a processare in primo luogo il comportamento delle aziende, mentre allo Stato sia demandato il compito di correggere e porre rimedio.

Nessuno nega che sia da auspicare un migliore utilizzo delle risorse, comprese quelle alimentari. I mezzi che si vogliono adottare per raggiungere tale obiettivo, però, non sono di poco conto. In questo senso colpisce che molti discorsi si muovano per moltiplicare regole, controlli, obblighi e imposizioni, ignorando come ogni riflessione contro la scarsità e sul migliore utilizzo dei beni debba prendere sul serio la tesi che questi risultati li si possa raggiungere più facilmente tutelando la proprietà privata e il libero scambio.

Invece sembra proprio fare scuola la Francia, dove i principi della libertà individuale e della proprietà sono stati sacrificati sull'altare del nuovo conformismo con la recente introduzione del «reato di spreco»: una normativa che sottende una visione collettivistica, nel momento in cui un mio comportamento in merito a beni che sono in mio possesso diventa addirittura un reato.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 giugno 2015

Pensioni fra Stato e privato

La recente sentenza della Corte costituzionale, che ha ripristinato gli aumenti per le pensioni superiori ai 1.400 euro, ha riportato la questione previdenziale al centro dell`attenzione e sta di nuovo obbligando a porre mano all`intero sistema delle pensioni: troppo costoso e basato su logiche difficilmente giustificabili sulla base di criteri di giustizia.

Nell`immediato, il governo sarà costretto a trovare risorse che permettano di soddisfare (almeno in parte) le richieste della Consulta. Questo però non basta. Più in generale è bene comprendere che il passaggio che ebbe luogo una ventina di anni fa dal sistema detto "retributivo" a quello "contributivo" non è in grado di garantirci un futuro, dal momento che non si è usciti da quello schema che vede i lavoratori attuali pagare la pensione dei lavoratori del passato, ormai anziani. Per giunta la demografia ci condanna, dato che l`età della vita si è allungata proprio mentre crollava l`indice di fertilità. Lo scenario futuro vede pochi giovani che dovranno mantenere tantissimi anziani.

La gestione pubblica delle pensioni è stata costruita operando una collettivizzazione dei risparmi destinati a sorreggere la nostra terza età. I lavoratori sono stati costretti a destinare le loro risorse all`Inps e a istituti simili, che non hanno accantonato e investito tali capitali, ma li hanno usati per soddisfare le esigenze dei pensionati presenti e anche per altre esigenze "sociali". Ora però i conti della previdenza non tornano e sono necessarie misure drastiche, che si aggiungano alle varie riforme degli ultimi anni.

Al tempo stesso, se l`economia non si mette in moto è impossibile che vi siano risorse per garantire una vita decente alla popolazione anziana, ma con questi prelievi fiscali e previdenziali è difficile che si possa avere una qualche ripresa.

Entro tale quadro molti si rendono conto dell`esigenza di passare da un sistema previdenziale "politicizzato" (pubblico, statale) a uno basato sulla responsabilità di singoli in grado di controllare direttamente i loro accantonamenti. È questo in particolare il tema dei fondi privati e della previdenza complementare.

Non è un caso, però, che oggi soltanto una minoranza dei lavoratori (meno di un terzo) stia costruendo una pensione complementare: un po` perché l`insieme del prelievo fiscale e contributivo è già molto alto, e quindi i giovani non hanno risorse da destinare a una pensione ulteriore, ma anche perché c`è poca fiducia. Il modo in cui negli scorsi anni il legislatore è intervenuto a modificare le regole fiscali in materia di previdenza privata oppure ha annullato autonomia delle varie mutue professionali ha insegnato che in questo ambito regna un arbitrio che non promette molto di buono.

Pure in tema di pensioni, insomma, c`è bisogno di più diritto e meno politica. In altri termini è necessario che vi siano regole precise, semplici, di lunga durata, sottratte alla volubilità di governi e legislatori. Questo è importante non soltanto per aiutare l`economia a rimettersi in moto, ma anche per favorire quella fiducia che è necessaria a far crescere una previdenza nuova e direttamente nelle mani dei lavoratori.

Da La Provincia, 7 maggio 2015

Gli effetti collaterali della politica farmaceutica

La proposta della Conferenza delle regioni di introdurre una forma di responsabilità patrimoniale per i medici del Servizio Sanitario Nazionale che prescrivano cure ritenute non necessarie - o comunque “inappropriate” - da parte delle regioni stesse e delle ASL è solo l’ultimo esempio di un pericoloso trend che, da diversi anni, mette a repentaglio l’autonomia dei medici e la libertà dei pazienti nel tentativo di limitare la spesa farmaceutica.

Nel paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, si chiede appunto “se le recenti politiche farmaceutiche nazionali e regionali con cui comprensibilmente si cerca di limitare i costi della sanità pubblica non rischino di compromettere l’adeguata attuazione del principio universalistico del diritto alle cure” oppure siano in realtà funzionali a determinare esclusivamente una riduzione della spesa farmaceutica.

“Indubbiamente – prosegue l’autore – il bilanciamento tra i suddetti interessi non è di facile realizzazione. Bisogna tenere in considerazione, in questo senso, che maggiori risorse risparmiate dalle regioni sul costo sanitario non corrispondono necessariamente a maggiori risorse in capo ai cittadini, ma rischiano invece di concretarsi in somme di denaro pubblico riutilizzato dalle regioni per scopi la cui opportunità andrebbe perlomeno valutata previamente, in un’ottica di costi-benefici, rispetto alla spesa farmaceutica.

In linea generale, però, l’orientamento che il legislatore (nazionale e regionale) dovrebbe adottare nei confronti della politica farmaceutica dovrebbe essere il più possibile distaccato rispetto alle scelte di merito dei cittadini. A parità di costo per le casse pubbliche, l’utilizzo di farmaci branded o generici, così come la scelta di medici del SSN o convenzionati, dovrebbe pertanto corrispondere alle diverse e specifiche casistiche e sensibilità dei singoli pazienti. E ciò a maggior ragione in quanto, come si è avuto modo di constatare, le politiche di favore verso ad esempio i farmaci generici rischiano in molti casi di deresponsabilizzare gli operatori sanitari, con rischi legati alla sicurezza delle terapie e alla salute dei cittadini.”

Il paper “Farmaci e spesa regionale: il conto della salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Meno stato, meno assistenzialismo. L`immigrazione oggi è ostaggio di opposti estremismi

Quando si discute di immigrazione l`Italia appare prigioniera di opposti populismi: divisa tra chi vorrebbe uno stato che assista chiunque arrivi sulle nostre coste e chi, all`opposto, sarebbe felice di allontanare tutti, consapevole che si tratti d`una proposta elettoralmente assai pagante. In pochi si rendono conto che è necessario valorizzare un`immigrazione utile a chi viene in Italia e anche a noi stessi.

La questione va dunque al più presto "depoliticizzata". In altre parole, è necessario che si delineino poche e ragionevoli regole che descrivano in che modo è possibile venire qui a vivere e lavorare, evitando una volta per sempre di caricare i costi dell`immigrazione su chi paga le imposte. Abbiamo bisogno di norme semplici (meglio se definite localmente) che vanno fatte rispettare, ben sapendo che la nostra società ha bisogno in molti casi del contributo dei lavoratori stranieri e al tempo stesso si deve prestare la massima attenzione a non caricare i costi di tutto questo sulle spalle dei contribuenti. In ambito liberale le discussioni teoriche degli ultimi decenni hanno spesso visto contrapporsi visioni che aiutano a cogliere come il dibattito attuale radicalizzi esigenze pure sensate. Taluni (un nome per tutti, Milton Friedman) hanno difeso l`idea di frontiere aperte, nella persuasione che non si possa sbarrare la strada a chi è in cerca di una vita migliore. Tanto più che l`economia trae beneficio dal contributo di nuovi arrivati. Altri hanno però sostenuto - è questo il caso di Hans-Hermann Hoppe - che tutto ciò sarebbe vero in assenza della redistribuzione statale. Nella situazione odierna muoversi dall`Africa all`Europa significa accedere ai benefici del welfare: e quindi un`immigrazione senza limiti proveniente dalle aree più povere del pianeta può generare un parassitismo destinato a suscitare notevoli resistenze. Entrambe queste tesi vanno prese in seria considerazione, poiché un`Italia chiusa su se stessa sarebbe destinata a declinare velocemente, ma al con- tempo ogni apertura dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dell`intervento pubblico. Le spese assistenziali collegate all`arrivo dei migranti sono benzina sul fuoco delle tensioni etniche. Da questo discende che gli oneri dell`immigrazione devono essere sostenuti il più possibile dagli stessi immigrati, dalle imprese che ne hanno bisogno e dalle associazioni di volontariato frutto dell`altruismo di tanti connazionali. 

Già ora è così in vari casi. E` interessante sottolineare che per venire in Italia i migranti sono disposti a pagare cifre piuttosto alte. Oltre a ciò, spesso costi significativi gravano sulle imprese interessate a dare lavoro a quanti vengono da lontano: basti considerare il rapporto esistente tra le aziende agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche alle famiglie che ospitano le donne filippine o ucraine che si prendono cura dei nostri anziani. 

Togliere spazio ai centri di accoglienza pubblici e rafforzare il ruolo dei soggetti profit e no-profit permetterebbe di avere una migliore immigrazione e abbassare le tensioni che oppongono quanti militano a favore del solidarismo e quanti, al contrario, vorrebbero un`Italia integralmente chiusa su se stessa. 

Un recente studio della London City University - realizzato da Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol - ha avanzato la proposta di "vendere" i permessi d`ingresso. L`idea di fondo è che "il traffico di esseri umani costituisce un rischio enorme per i migranti, permette alle organizzazioni criminali di guadagnare denaro e ostacola i governi nelle attività di regolamentazione dei flussi di persone che attraversano le loro frontiere. Se lo scopo è controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, un`idea migliore è quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti". Se esistono immigrati africani o asiatici disposti a versare somme significative per venire in Europa, ha senso fare in modo che questo flusso sia legale e che quel denaro sia utilizzato per individuare un canale regolare, oltre che per acquistare un normale biglietto aereo, trovarsi una casa sul mercato e poter cercare un lavoro. 

Non c`è dubbio che attualmente l`immigrazione sollevi anche a problemi di ordine pubblico, ma proprio per questo è bene portare alla luce il fenomeno, sottraendolo ai criminali che gestiscono un business in crescita e reperiscono in tal modo risorse poi impiegate pure in altri settori. L`ipotesi della vendita dei visti d`ingressi si basa su logiche privatistiche. Nasce dalla presa d`atto che gli italiani hanno investito risorse nel costruire quelle strutture (scuole, ospedali, strade ecc.) da cui gli immigrati trarranno beneficio. La vendita dei visti interpreta la logica del club: non totalmente chiuso, ma nemmeno aperto a tutti. Si può entrare, ma conoscendo le regole, rispettandole e pagando una quota d`accesso. D`altra parte, la maggior parte degli immigrati non arriva in Italia a bordo di barche alla deriva, ma giunge dalle nostre stazioni e dai nostri aeroporti. Senza che molti se ne accorgano, ogni giorno tantissimi stranieri vengono in Italia con visti turistici e poi diventano clandestini. Questo dovrebbe farci comprendere che l`immigrazione illegale non può essere sconfitta con la semplice militarizzazione delle coste. 

Eliminare ogni politica assistenziale a favore degli immigrati è cruciale, ma non basta. Bisogna infatti avere presente che ogni abitazione pubblica assegnata a uno straniero, per esempio, è un assist ai fautori delle logiche più ostili all`arrivo degli stranieri. Si deve allora restringere l`ambito dell`intervento pubblico nel suo insieme, poiché a dispetto delle logiche universalistiche tanto proclamate il welfare State rafforza la distanza tra cittadini e non cittadini, tra insider e outsider. Una società non può essere aperta all`arrivo di immigrati se condivide quasi ogni cosa: dalle case alle imprese, dalle pensioni alla sanità. Solo una società più liberale, a limitato intervento statale, può essere davvero disposta ad aprirsi.

Da Il Foglio, 22 aprile 2015

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

I costi sociali dei disturbi alimentari

Il successo dei "talent" di cucina, dove si premia una dimensione con la quale il telespettatore non potrà mai entrare in contatto diretto, quella della bontà al palato, rivela quanto grande sia la domanda di informazione e curiosità alimentari. Forse ci siamo semplicemente accorti che il cibo è cultura, al pari di un romanzo o di uno spettacolo teatrale.

Anche la dimensione del "sano", oltre a quella del "buono", è oggetto di crescente interesse. Si tratta di un'ottima notizia: i disturbi alimentari, di diverso tipo, hanno un impatto sull'economia complessiva dei sistemi sanitari. L'educazione e la buona informazione possono avere un loro ruolo. Due considerazioni, però, s'impongono. In prima battuta, l'educazione non è "coercizione".
Avrebbe senso penalizzare fiscalmente alcuni cibi, o alcune bevande, in ragione del contenuto di zuccheri o grassi?

Ci ha provato la Danimarca, tassando con un'aliquota di circa due curo al chilo gli alimenti contenenti almeno il 2,3% di grassi saturi. Il bel risultato è stato quello di alimentare (è il caso di dirlo!) un fiorente commercio transfrontaliero, con le ovvie ripercussioni su commercio al dettaglio ed erario. L'esperienza si è rivelata a tal punto deludente, che dopo un anno appena il governo ha dovuto fare macchina indietro. In altri Paesi si è ragionato di imposte sulle bibite gassate (per esempio in Francia). È sempre difficile, in questi casi, comprendere fino a che punto arriva l'aspirazione di migliorare la dieta del popolo, e dove comincia invece la disperata fame di tributi di Stati in crisi fiscale permanente.

Ma anche immaginando che dietro questi provvedimenti non stiano che le migliori intenzioni, è impossibile non porsi un problema di libertà. La dieta di ciascuno di noi è quanto di più privato. Siamo pronti a riconoscere all'attore pubblico il diritto di decidere ciò che possiamo e ciò che non possiamo mangiare? I più cinici risponderanno che, dopotutto, lo Stato già lo fa. Eppure è difficile mettere sullo stesso piano norme che dovrebbero impedire la circolazione dí alimenti fallati e nocivi, con una regolamentazione improntata a criteri dietologici.

È difficile anche sostenere che gli aggravi per il servizio sanitario nazionale la giustifichino (anche il diverso corredo genetico comporta costi diversi da persona a persona: pensiamo a una discriminazione fiscale su base genetica?). Si tratta di un'aritmetica sociale molto complicata, nella quale di un eccesso di determinismo può fare le spese proprio la legittima aspirazione delle persone di mangiare ciò che aggrada loro. Del resto, sappiamo bene che, nelle società occidentali, i disturbi alimentari sono più il sintomo, che la fonte, del disagio.

L'Expo dovrebbe allora essere un'occasione per dare più informazione, andando incontro a una domanda diffusa e legittima. Non per immaginare altre soluzioni "collettive" a problemi eminentemente individuali.
In seconda battuta, è importante non confondere il "sano" col "locale", col "tradizionale".
Ricordiamoci che nell'Italia del 1922 era sottonutrito un italiano su cinque. Non si stava meglio quando si stava peggio, quando la carne era per pochissimi e il pesce era rigorosamente "a chilometro zero", nel senso che lontano dal mare non ci arrivava proprio. È stato il progresso economico a migliorare tavola e salute.

Da Mondo Salute, 9 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Un sud drogato da politica e spesa pubblica produce questa classe dirigente

Cosa c'è dietro il caso di Ischia? Cosa c'è dietro una classe dirigente meridionale spesso alle prese con inchieste di carattere penale? Cosa non va in questo mondo ingessato, che non offre ai giovani quelle opportunità che invece essi sanno spesso cogliere con facilità quando si spostano in Germania, in America o anche soltanto al Nord?

Sul Corriere del Mezzogiorno Nicola Rossi riespone una tesi difficile da confutare, e cioè che le difficoltà del Sud sono in primo luogo da ricondurre a una spesa pubblica abnorme e alla politicizzazione che ne discende. Cose simili, con Piercamillo Falasca, avevo sostenuto otto anni fa in un volume (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, edito da Rubbettino) in cui tra le altre cose si affermava che il Mezzogiorno può cambiare se è costretto a fare da sé e quindi ad allargare gli spazi del privato. Perché oggi la spesa pubblica meridionale è abnorme in quanto è in larga misura finanziata da altri.

Secondo le ricerche di Gian Angelo Bellati dell'Unioncamere veneta vi sono realtà come la Lombardia, l'Emilia e il Veneto che danno molto più di quanto non ricevano in servizi pubblici locali e nazionali. Nel quinquennio 2008-2013 la Lombardia ha perso circa 6.200 euro pro capite ogni anno, mentre emiliani e veneti circa 4.200 e 3.800 a testa. Questo significa che, in media, in un solo lustro una famiglia lombarda di cinque persone avrebbe visto scomparire 155 mila euro. In compenso ogni siciliano ha potuto contare su una spesa aggiuntiva dì circa 2.900 euro all'anno, ogni molisano di circa 2.500 e ogni siciliano di circa 2.000. Questa redistribuzione toglie ricchezza al Nord (regioni autonome a parte), ma soprattutto devasta il Sud, che dipende dalle decisioni di amministratori e burocrati. La spesa diventa a tal punto importante che ogni apparato pubblico si orienta sempre più a servire gli addetti e sempre meno il pubblico. Basti pensare al paradosso di costi per ospedali e servizi medici alle stelle, accompagnati da un massiccio "turismo sanitario" che obbliga tante famiglie del Sud a farsi curare altrove.

La crescita della spesa produce una progressiva centralità degli interessi di dipendenti e fornitori, e una marginalizzazione di utenti e pazienti. Non si spiegherebbero i dati abnormi sui lavoratori pubblici (la Sicilia ha cinque volte gli addetti della Lombardia) e anche quelle disparità degli oneri sopportati dalle amministrazioni. Il fatto che in Sicilia una siringa costi 10 centesimi in più che in Veneto non fa sì che la sanità siciliana sia migliore: è anzi vero il contrario. Il risultato è che dieci anni fa (ma è difficile che siano molto mutati) un euro di spesa pubblica in Calabria costava alla popolazione locale 0,27 euro e in Lombardia 2,45 euro.

Da tempo si propongono costi standard, ma è una soluzione dirigista, essenzialmente tecnocratica. E' invece necessario avviare un processo di responsabilizzazione che obblighi ognuno a fare da sé. Le diverse comunità, specie al Sud, devono vivere dei soldi che i loro cittadini versano, mentre gli amministratori devono rispondere ai propri contribuenti dell'uso che fanno delle risorse tolte. Un Sud drogato dai trasferimenti e da una ricchezza prodotta altrove è un Sud che continuerà a selezionare una pessima classe dirigente, ma una vera autonomia (anche fiscale) di ogni città e regione comporta pure concorrenza tra sistemi e governi locali costretti a operare al meglio.

Capitali e imprese devono poter scegliere: devono sapere che stare in Basilicata può costare meno e magari anche offrire servizi migliori di quelli della Calabria, che Salerno non ha le medesime imposte di Napoli. Solo questa concorrenza tra amministrazioni che vivono del loro, e spendono solo quanto ottengono con tasse locali, può permettere di entrare in un circolo virtuoso. Le cifre che descrivono il presente sono spietate e banali. La verità è che sono il frutto di un assistenzialismo che non si ha il coraggio di abbandonare. Quando questo avverrà sarà sempre troppo tardi.

Da Il Foglio, 9 aprile 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

Al Sud serve più libertà economica

La decrescita poco felice del Sud non fa notizia. Per forza. Il «dualismo economico», la compresenza di due Italie che hanno diversi livelli di sviluppo e diversi tassi di crescita, non è una scoperta dell’ultimo rapporto Svimez.

È stata la normalità della nostra storia.

Se il problema è lo stesso, bisognerebbe cercare soluzioni diverse. Quelle provate sin qui non hanno funzionato. Eppure, il catalogo di proposte dei meridionalisti di professione è sempre uguale: «politica industriale», «investimenti», più «infrastrutture».

Il dibattito somiglia a quello sugli «aiuti allo sviluppo» al cosiddetto Terzo mondo.

Per anni si è pensato che la chiave della crescita stesse nell’avere tanti quattrini per finanziare tanti progetti. È chiaro che qualsiasi progetto dev’essere, a un certo punto, «finanziato». Ma se la globalizzazione c’insegna qualcosa, è che i capitali arrivano quando un Paese si attrezza per attirarli. Nessuno l’ha detto meglio di Adam Smith: per crescere serve poco altro «se non pace, tasse accettabili e una tollerabile amministrazione della giustizia».

Molti Paesi, negli ultimi vent’anni, hanno provato a darsi «tasse accettabili e una tollerabile amministrazione della giustizia». Questo però non succede laddove resta forte la cultura della dipendenza dagli «aiuti». È il caso del Mezzogiorno.

Il «residuo fiscale», la differenza cioè fra quanto un cittadino riceve in spesa pubblica e quanto paga in tasse, nelle regioni del Nord (salvo quelle a Statuto speciale) è pesantemente negativo. In quelle del Sud è fortemente positivo: secondo una ricerca della Banca d’Italia di alcuni anni fa, è pari a circa una volta e mezzo l’Irpef pagata dai cittadini meridionali. Come se, per ogni euro di imposte pagate, ciascun cittadino meridionale ne ricevesse due e mezzo in termini di spesa pubblica.

Questo costante flusso di denaro non ha fatto bene, in tutta evidenza, ai suoi beneficiari. Ha contribuito a distorcere sistematicamente l’allocazione delle risorse.

Stato ed enti pubblici hanno continuato ad offrire salari coerenti con le condizioni del mercato del lavoro del centro-Nord, ben più alti cioè di quelli che offrirebbero le imprese private. I talenti migliori cercano un impiego pubblico e il settore privato, di conseguenza, latita.

Al Sud c’è più offerta che domanda di lavoro. Perché si riequilibrino, assumere dovrebbe diventare più conveniente: che vuol dire che il prezzo del lavoro dovrebbe essere più basso. La politica salariale del settore pubblico, però, frena questo fenomeno e così fanno, comprensibilmente, i sindacati. In queste condizioni, l’emigrazione è una soluzione ragionevole dal punto di vista individuale (tutti sperano di migliorare la propria condizione) e per di più auspicabile dal punto di vista collettivo, perché contribuisce a ridurre lo squilibrio fra offerta e domanda di lavoro, come già aveva capito Vera Lutz.

I governi hanno di volta in volta sopperito con progetti di «politica industriale» volti a trapiantare artificiosamente aziende nel Meridione. I privati esattamente come avvenuto spesso con le imprese dei Paesi ex colonizzatori nelle ex colonie hanno resistito finché c’erano sussidi da mungere.

Dal riproporre queste vecchie ricette non può venire nulla di buono. Il Mezzogiorno non ha bisogno di «aiuti»: ha bisogno di essere messo in condizione di «aiutarsi». A tutta l’Italia serve più libertà economica, ma al Sud ancor più che al Nord.

Altrimenti la questione meridionale rischia di essere un eterno ritorno: s’invoca più spesa pubblica per stimolare quello sviluppo che la spesa pubblica non è stata sin qui in grado di stimolare.

Da La Stampa, 2 agosto 2015

L’ideologia benecomunista è socialismo municipale

È così sprezzante e superficiale ribattezzare con evidente spirito polemico «benecomunismo» la teoria, i riti, l’ideologia dei «beni comuni» da difendere contro i biechi sopraffattori del mercato e del capitale? Non sembrerebbe, dopo aver letto il manifesto degli anti-benecomunisti ispirato e pubblicato da quel covo di impenitenti liberisti e difensori del libero mercato e degli spiriti animali del capitalismo rivoluzionario dell’Istituto Bruno Leoni. Si intitola, a cura di Eugenio Somaini, I beni comuni oltre i luoghi comuni ed è una requisitoria a più voci contro il «tentativo di dare una veste seducentemente nuova a idee vecchie e a modelli assai poco originali di intervento pubblico».

«Modelli assai poco originali di intervento pubblico» è un modo elegante per dire che l’ideologia dei beni comuni è la solita minestra statalista e dirigista che ha nutrito per oltre un secolo, in misura diversa e con esiti storici altrettanto diversi, sia la sinistra socialdemocratica che quella comunista.

L’ideologia dei beni comuni, semmai, è debitrice più di Proudhon che di Marx. Anzi, «la proprietà è un furto» sarebbe il suo slogan, se non lo avesse inventato già Proudhon quasi due secoli fa oramai.

La cultura che ne è alla base diffida di tutto ciò che non è «comune», che è «proprietà», che è «privato», che non ha una titolarità pubblica. Rispetto alle esperienze socialdemocratiche e comuniste, il benecomunismo è più anarchico e generosamente roussoiano, lo spiega bene il libro dell’Istituto Bruno Leoni, impostato com’è su un’idea ingenua di democrazia diretta e assembleare. È nelle assemblee che si prendono le decisioni a nome dell’intera comunità, essendo le elezioni della democrazia delegata qualcosa di screditato.

Quando il benecomunismo occupa e si impossessa di un teatro, nel nome della cultura bene comune, è la minoranza militante che parla a nome di tutto il popolo. Ma la storia ha dimostrato quanto sia manipolabile l’idea della volontà generale incarnata in un’assemblea che pretende di parlare a nome di tutti. Non democrazia diretta, ma democrazia militante: chi non c’è, chi è affaccendato nel suo particulare, chi è separato dalla comunità degli attivisti permanenti, chi semplicemente non ha tempo di stare in assemblea permanente perché lavora o studia non conta nulla, peggio per lui. I totalitarismi moderni, in fondo, sono sempre nati così, da un’illusione che è anche una mistificazione.
Veste «seducente», dicono gli intellettuali che partecipano a questo manifesto di chi si oppone all’ideologia dei «beni comuni».

Talmente «seducente» che nel referendum del 2011 passò l’idea che l’acqua, bene comune per eccellenza, stava passando nelle mani dei biechi privati che avrebbero assetato la popolazione.

Manipolazione pura della realtà. L’acqua non veniva privatizzata.

Si voleva semplicemente evitare l’immenso spreco di risorse pubbliche per un servizio scandalosamente inefficiente e fonte di clientelismi diffusi secondo gli imperativi di quel «socialismo municipale» che è il portato di uno statalismo pervasivo e soffocante.

Ma quel seducente slogan, «l’acqua è di tutti», non fu contrastato.
E l’ideologia dei «beni comuni» segnò clamorosamente un punto a suo favore.
Stravinse lo statalismo. Gli acquedotti versano in una condizione vergognosa e le amministrazioni comunali continuano a usufruire di bollette che i cittadini sono costretti a pagare.

L’ideologia dei beni comuni si trasforma in un male comune, il male dello Stato onnipotente ed esoso.

Il manifesto dell’Istituto Bruno Leoni è un primo atto di ribellione intellettuale. La politica seguirà?

Da Corriere della sera, 23 luglio 2015

Per la sinistra, se uno Stato "funziona" è neoliberista

La propaganda è un modo come un altro di raccontare una storia. In questi giorni, va per la maggiore la favola dell'Europa divisa. Da una parte Paesi che si sentono «solidali» gli uni con gli altri, fedeli allo spirito dei «padri fondatori». Dall'altra, Stati che hanno dimenticato il disegno originario dell'Unione europea e sono regrediti verso l'egoismo nazionale facendosi ipnotizzare dall'ormai egemone potenza tedesca. In gioco ci sarebbe nientemeno che la sopravvivenza del «modello sociale europeo»: Stati ad elevata tassazione, elevata spesa pubblica, elevata regolamentazione.
E' una favola appassionante, del genere in cui i buoni sono veramente buoni e i cattivi sono veramente cattivi. Appassionante, ma poco verosimile. Prendiamo il capofila della cospirazione neoliberista che più vuole minare il modello sociale europeo: la Germania. La Repubblica federale tedesca è talmente ostile al modello sociale europeo che lo incarna alla perfezione. In Germania l'aliquota più alta dell'imposta sul reddito delle persone fisiche è al 47,5%. Adam Smith non avrebbe approvato, Ronald Reagan neppure. La spesa pubblica è il 45% del Pil. Meno che in Grecia (51%), meno che in Italia (49%), meno che in Francia (56%), ma pur sempre 45 euro ogni 100 di reddito nazionale. E' vero che il reddito pro capite dei tedeschi negli ultimi anni è cresciuto di più del nostro.
Per la stessa ragione per cui una persona più ricca può permettersi di spendere una quota maggiore del proprio reddito in viaggi, vacanze o spettacoli teatrali senza tirare la cinghia, così un Paese più ricco può permettersi una spesa pubblica maggiore. E tuttavia persino per il socialista più incallito è complicato sostenere che il livello ottimo di spesa pubblica sia «il più alto possibile», indipendentemente da quel che si compra con quella spesa pubblica.
Guardiamo alla spesa «sociale»: pensioni, sanità e altre forme di «welfare». La spesa «sociale» tedesca è più di un quarto del Pil: più di quanto non sia in Grecia. In Finlandia e Danimarca, entrambi Paesi fiancheggiatori dei tedeschi, la spesa sociale supera il 30% del Pil. Pur essendo un welfare state con tutti i crismi, la Germania è arrivata al pareggio di bilancio lo scorso anno. Era la prima volta in mezzo secolo, ma si è trattato di un passaggio necessario: dal 2016, vi saranno obbligati dalla Costituzione. «Costituzionalizzare» buone regole serve a creare certezza, anche per gli operatori economici.
La regola del bilancio in pareggio non elimina gli spazi della politica. Ci sarà sempre chi vuole che lo Stato faccia di più (aumenti le spese) e chi vuole che lo Stato faccia di meno (riduca le spese). Però, in questo modo, le spese di oggi devono essere finanziate dalle tasse di oggi. Senza obbligo del pareggio, gli Stati tendono ad aumentare le spese di oggi finanziandosi a debito, cioè aumentando le tasse di domani.
La ridistribuzione è sempre togliere agli uni per dare ad altri. Che gli uni e gli altri almeno si vedano in faccia. Secondo alcuni è meglio se questo non accade per niente: lasciare i conti da pagare ai nostri figli, meglio ancora ai figli dei cittadini di altri Paesi. I debiti delle socialdemocrazie più indebitate dovrebbero essere ripianati dai contribuenti delle socialdemocrazie meno indebitate. E' un'idea talmente curiosa che alla fine si riesce a giustificarla soltanto agitando la minaccia di un crac finanziario di dimensioni globali (paga somaro tedesco, che ti conviene) o per l'appunto ricorrendo alle favole.
Il torto della terribile Germania è dimostrare (per un liberista, è un'ammissione dolorosa) che si può essere socialdemocratici anche senza scassare i bilanci pubblici. Molti socialdemocratici di casa nostra non sono convinti. A chi non scassa il bilancio pubblico rifiutano d'istinto un posto nell'Internazionale.

Da La Stampa, 20 luglio 2015

Crisi e riforma della PA: un Focus IBL

Meno di un mese è passato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti e degli stipendi del settore pubblico, con decorrenza dalla pubblicazione della sentenza, ma non per il passato1. 

Con essa, si è riaperto, per l’ennesima volta, il dibattito sulla spesa pubblica italiana e sul suo processo di revisione nonché sulle tante mancate riforme con particolare riferimento alle riforme della pubblica amministrazione. 

Nel focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi”, (PDF) Giovanni Caccavello analizza i tentativi di ristrutturazione e efficientemento della spesa nel settore della pubblica amministrazione in tre paesi molto diversi tra loro dell’Europa - Regno Unito, Spagna e Estonia - accomunati tuttavia da un serio ripensamento delle risorse della pubblica amministrazione diversamente da quanto accaduto finora in Italia.

Il Focus “La ristrutturazione del settore pubblico ai tempi della crisi” è liberamente disponibile qui (PDF).

Hayek e il concetto di giustizia sociale: un’interpretazione cattolica

Negli ultimi tempi, anche a seguito della pubblicazione della recente enciclica sociale di papa Francesco (“Laudato si’”), il dibattito sul rapporto tra cristianesimo e libero mercato si è riacceso. In un Occasional Paper pubblicato dall’Istituto Bruno Leoni (Il vero significato della “giustizia sociale”. Un’interpretazione cattolica di Hayek – PDF), Martin Rhonheimer – professore di Etica e Filosofia politica presso la Pontificia Università della Santa Croce – prende in esame la critica al concetto di “giustizia sociale” sviluppata da Hayek in Law, Legislation, and Liberty, evidenziando il notevole interesse di quell’analisi per gli studiosi di cultura cattolica.

Pur condividendo fondamentalmente le tesi hayekiane, Rhonheimer sostiene che non dovremmo totalmente rigettare la nozione di giustizia sociale, nonostante sia spesso presa in considerazione in modo approssimativo ed emotivo. Attingendo alla tradizione del liberalismo classico e alla dottrina sociale della Chiesa, egli suggerisce di ripensare questa nozione, riferendola essenzialmente alla cornice legale e istituzionale di una società piuttosto che alla distribuzione dei risultati derivanti dai processi di mercato.

In questo senso, per Rhonheimer l’atteggiamento prevalente tra gli intellettuali cattolici del nostro tempo si rivela assai errato e pericoloso nel momento in cui “non apprezza in maniera adeguata quello che è precisamente l’ordine spontaneo di mercato, il quale favorisce il bene comune e la giustizia sociale molto meglio di ogni tentativo attuato dallo Stato e dalla sua burocrazia di progettare la società”.

L’Occasional Paper “Il vero significato della ‘giustizia sociale’. Un’interpretazione cattolica di Hayek” di Martin Rhonheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Trasparenza nella PA: serve un vero Freedom Of Information Act italiano

Vorreste sapere a che punto sono gli investimenti promessi per contrastare la violenza domestica o i piani per gli asili nido del vostro comune? Impossibile, in Italia, a meno che dimostriate di avere un interesse “diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale e` chiesto l’accesso”, richiesto dalla Legge 241/90 vigente in materia. In oltre cento Paesi del mondo, al contrario, ciò è reso possibile dal cosiddetto Freedom Of Information Act (FOIA). Nei prossimi mesi, tuttavia, lo scenario potrebbe mutare, grazie a un emendamento al d.d.l. di delega al Governo per la riforma della pubblica amministrazione votato all’unanimità dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, che dovrebbe costituire il presupposto per l’adozione di un “FOIA italiano”.

Nel nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “Un FOIA per l’Italia” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL, spiega che il FOIA “e` uno degli strumenti più importanti di cui i cittadini di moltissimi Paesi del mondo dispongono per esigere trasparenza dal proprio governo, in quanto obbliga quest’ultimo a rendere pubblico, su richiesta anche non motivata, qualsiasi documento, atto e informazione a sua disposizione, salvo specifiche eccezioni, oltre a garantire il diritto di cronaca e la liberta` di stampa dei giornalisti”. “Negli Stati Uniti, e in tutti gli altri paesi in cui sia presente un documento legislativo equiparabile al FOIA”, prosegue l’autore, “chiunque può richiedere di visionare ed estrarre copia di qualsiasi atto pubblico senza dover fornire alcuna spiegazione. Se l’amministrazione ritiene di dover negare l’accesso, e` quest’ultima a doverne motivare il rigetto. L’onere di provare l’impossibilita` di dare seguito alla richiesta di accesso, pertanto, spetta all’ente pubblico”.

Le recenti misure legislative in materia di trasparenza amministrativa, in conclusione, intervengono solo marginalmente sul nocciolo della questione, che è l’inversione dell’onere di provare la riservatezza dei documenti richiesti. L’adozione di un FOIA in Italia, secondo il modello presentato da un gruppo di associazioni e organizzazioni denominato FOIA4Italy, sarebbe pertanto un passo fondamentale nella direzione di una più piena e responsabile trasparenza della pubblica amministrazione, purché non si concreti in un ulteriore aggravio dell’apparato burocratico.
Il Focus “Un FOIA per l’Italia”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Bilanci pubblici e privati: due pesi due misure

Quello che per un’azienda o un lavoratore autonomo è falso in bilancio, per un ente pubblico al massimo passa come finanza creativa, più spesso come una diversa e meritoria interpretazione della legge.

Il Piemonte, lo dicono la Corte dei Conti e la Corte Costituzionale, ha dirottato le risorse erogate dallo Stato al fine esclusivo di pagare i debiti scaduti per finanziare il pregresso disavanzo di amministrazione e di alcune nuove spese in materia sanitaria. Non si tratta dell’unica Regione ad averlo fatto: anzi pare che la stragrande maggioranza dei governi regionali si sia comportata allo stesso modo. 

Ciò è in netto contrasto con la legge 243, che disciplina l’applicazione dell’art.81 della Costituzione, che prevede l’ “equilibrio” fra entrate e uscite. Ma ancor più è in completa dissonanza con la riforma del titolo V. Questi finanziamenti sono infatti stati considerati alla stregua di mutui: cioè strumenti di cibato. 

Prima ancora che lo Stato centrale si auto-vincolasse all’ “equilibrio” fra entrate e uscite, infatti, le Regioni erano già vincolate nella possibilità di indebitarsi: dalla riforma del 2001 in avanti, esse possono contrarre debiti soltanto per realizzare investimenti, e non già per spese di competenza, in particolare quella corrente.

L'uso fatto dei soldi anticipati dallo Stato per pagare i debiti scaduti - una delle asimmetrie più evidenti nel rapporto tra stato e cittadini - è quindi non solo illegittimo, ma anche contrario alle finalità di riequilibrio economico-finanziario delle casse regionali e palesemente offensivo della legittima aspettativa dei fornitori di vedersi finalmente pagati i crediti maturati.

Ci sarebbe quindi da attendersi che le regioni siano chiamate alla loro responsabilità e sanino la illegittima situazione creatasi.

E invece, pare che il governo voglia persino rivedere la legge 243, allargando in maniera ancora più esplicita i cordoni della borsa ed aumentando i trasferimenti ai governi regionali. 

E’ una vicenda che di per sé ci dice quanto stringenti siano le norme che disciplinano l’ “equilibrio” di bilancio, nel nostro Paese. Quando, durante il percorso di riforma dell’articolo 81, ci sgolavamo per dire che la formulazione adottata era troppo blanda, siamo stati considerati dei pazzi. E viene persino da ridere ripensando a politici (di destra e sinistra) ed economisti keynesiani che solo pochi mesi fa proponevano di eliminare, depotenziare e riscrivere il nuovo articolo 81, per espungere ogni riferimento all’ “equilibrio” (non pareggio) di entrate e uscite. 

Il problema è che per assicurare i conti pubblici servono assieme le norme - e una cultura politica che ne coltivi il rispetto. L’art.81 è “austero” e “ordoliberista” solo agli occhi di chi ne fa uno strumento di battaglia politica: nella prassi, nulla è cambiato perché la mentalità della classe politica è rimasta la stessa.

Ciò che più scoccia, a pensarci, è il tipo di fondi che le Regioni hanno ritenuto opportuno dirottare. Quei soldi servivano a pagare debiti scaduti: i debiti delle amministrazioni verso i loro fornitori.

Una volta di più la questione vera è il rapporto fra contribuente e Stato. Non solo Stato e amministrazioni regionali s’indebitano rivelando di non avere alcun rispetto per il contribuente di domani, che pagherà le spese di oggi. Ma non hanno nessun rispetto neanche per quelle aziende che da anni attendono semplicemente di essere pagate per le loro prestazioni. Sudditi siamo, e sudditi restiamo.

Perché Google va al contrattacco nella guerra della ricerca

Quando, nelle scorse settimane, Google rinunciò alla possibilità di essere sentita dalla Commissione Europea e ottenne, invece, un’ulteriore proroga della scadenza per replicare per iscritto alle accuse del commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager, alcuni osservatori azzardarono che il contegno dell’azienda rivelasse non solo l'intenzione di evitare la spettacolarizzazione del confronto con i concorrenti, ma anche l'obiettivo di abbassare i toni con gli uffici della DG Comp, che rispetto alle indagini antitrust assommano le funzioni di polizia giudiziaria, pubblico ministero, giudice, giurato e secondino.

Oggi invece Google ribalta il fronte, redigendo un documento di 150 pagine, arruolando una firma pesante come quella di Bo Vesterdorf, ex presidente del Tribunale UE, pubblicando sul proprio blog un articolo stringato ma certo non timido, che denuncia incisivamente gli errori “di fatto, di diritto ed economici” in cui incappano gli accusatori e rivendica con orgoglio i 20 miliardi di clic gratuiti indirizzati negli anni agli aggregatori dello shopping online.

Occorre una certa dose di coraggio, e una fiducia incrollabile nelle proprie posizioni, per abbandonare ogni forma di riverenza verso il regolatore – che, per definizione, tiene il coltello dalla parte del manico. Del resto, la strategia conciliante adottata sin qui non ha portato grandi benefici a Mountain View: in tre diverse occasioni, la Commissione ha rigettato la proposta d’impegni vincolanti. Da alcuni mesi, poi, da quando ai modi morbidi di Joaquin Almunia sono subentrate le maniere ruvide della Vestager, è diventato lampante che quello in corso è solo un assaggio di ciò che aspetta Google nei prossimi anni.

Il procedimento su Google Shopping potrà stabilire un precedente pericoloso per definire i confini accettabili tra ricerca generica (orizzontale) e servizi specialistici (verticali), armando la gabbia del mercato rilevante e limitando gli spazi d’innovazione per gli operatori. Nel mentre, Bruxelles è già al lavoro su almeno altri due dossier scottanti per Google: il mercato dei sistemi operativi per i terminali mobili (Android) e quello della pubblicità online (Adwords). Come i primi anni 2000 saranno ricordati per le guerre di Microsoft, le guerre di Google segneranno gli anni ’10 del secolo.

E le immagini belliche sembrano le più efficaci per rappresentare l'evoluzione della regolamentazione procompetitiva: non si combatte in campo aperto, bensì in aule burocratiche; i nuovi eserciti non arruolano fanti e cavalieri, ma legioni di avvocati; le alleanze determinano il successo o il fallimento dell’impresa; ed, esattamente come per le guerre tradizionali, il bottino spesso è insufficiente per compensare l’avvenuta distruzione di risorse. Basti pensare a Foundem, l’azienda britannica la cui denuncia ha avviato il procedimento contro Google: efficientissima nel perorare la propria causa a palazzo, assai meno nell’innovare i propri servizi per andare incontro ai consumatori – un esercito all’avanguardia, senza nemmeno un fortino da difendere. Intorno, il mondo cambia: vecchi fronti si chiudono, nuovi fronti si aprono, talvolta a ruoli invertiti: chi di antitrust ha rischiato di perire, di antitrust cerca di ferire. I soli a non perdere mai sono i regolatori, il cui ruolo è sempre più centrale nell’orientare lo sviluppo dei mercati e nell’individuare vincitori e vinti.

Da Il Foglio, 28 Agosto 2015

Netflix non sopporta di farsi prendere le misure (sull’audience)

A metà degli anni ’90, Blockbuster addebita a Reed Hastings una penale di 40 dollari per aver restituito in ritardo la copia di “Apollo 13” che aveva noleggiato: un episodio trascurabile, se non avesse motivato Hastings a battere un sentiero alternativo: quello del noleggio per corrispondenza. Nessun negozio, dunque; e, di lì a poco, nessuna penale: nasce il modello in abbonamento oggi ubiquo. C’è un modo elementare per raffigurare il miracolo Netflix: per contrasto. Nel 2000, un’altra sliding door: l’azienda viene offerta per 50 milioni di dollari a Blockbuster, che declina. Blockbuster continua a crescere per qualche anno, tocca la vetta nel 2004, poi comincia a sgretolarsi sotto le picconate della pirateria, ma soprattutto dalla rivoluzione del mercato dei contenuti. E, per la terza volta, le strade s’incrociano. Nel 2007, a dieci anni, dieci milioni di clienti, un miliardo di dvd dalla nascita, Netflix cambia pelle e s’inventa il mercato dello streaming video. Oggi Netflix vale 50 miliardi di dollari; Blockbuster è un ricordo sbiadito.

Caso pressoché unico tra i colossi dell’economia di internet, Netflix non è un’azienda “nativa digitale”, ma non è neanche, in senso stretto, il frutto di un’ibridazione con l’analogico. Semmai si può parlare di una giustapposizione tra i due mondi: si cambia per restare fedeli a se stessi, e cosa facciamo conta più del come. L’impronta continua a lievitare: 65 milioni di utenti in 50 paesi (e un fitto calendario di ulteriori espansioni già programmate); quasi 5 miliardi di dollari l’anno per investimenti in contenuti, sempre più spesso originali; e il numero più clamoroso: negli Stati Uniti, Netflix genera oggi il 37 per cento del traffico internet complessivo nella fascia oraria di punta (grosso modo, quella che va dalle 19 alle 23). Fin qui le cose che sappiamo di Netflix; e le sappiamo perché Netflix vuole farcele sapere. Ma i contenuti non sono tutti uguali e sulla formula della salsa Netflix il riserbo è massimo. L’informazione è potere, specie in un mercato in cui concorrenti sono robusti e agguerriti e, sotto sotto, anche quelli con cui fai affari – Comcast, TimeWarner, eccetera – vorrebbero un pezzo più grande della tua torta. Per questo, Netflix (e Hulu e Amazon…) custodiscono gelosamente le informazioni di visione – e, del resto, se la pubblicità non è parte dell’equazione, perché dovrebbe esserlo lo share? Sennonché, il successo relativo dei singoli contenuti sarebbe un’informazione particolarmente preziosa per i fornitori di Netflix, che mirano a spuntare condizioni più vantaggiose; e, allo stesso modo, gli investitori ne trarrebbero indicazioni fondamentali per valutare l’impegno di Netflix nelle produzioni originali.

Ecco, allora, che a fare luce sulla questione sta provando l’istituto di rilevazioni Nielsen, che ha iniziato a registrare informazioni di consumo relative a un migliaio di produzioni. Per il momento Netflix minimizza la portata delle rivelazioni, ma è indubbio che si tratti di un contrattempo significativo per un’azienda che sinora si è saputa barcamenare con diplomazia tra fornitori, concorrenti e poteri pubblici – “si trova sempre dalla parte dei regolatori”, ha scritto il New York Times – ma che, con ciascuno di essi, ha molte occasioni di frizione latenti.

In ottobre, Netflix sbarcherà in Italia – senza vincoli di esclusiva, nonostante un accordo già annunciato con Telecom. Lo farà senza poter contare su alcuni prodotti di punta, già venduti a Mediaset e Sky, e troverà ad attenderla un mercato dello streaming già in fermento, grazie alle iniziative degli operatori televisivi e di battitori liberi come Chili. Una sfida impegnativa per l’azienda californiana, ma che – banda ultralarga permettendo – potrebbe dare una scossa allo scenario nostrano dell’audiovisivo.

Da Il Foglio, 29 Agosto 2015