Se lo Stato controlla la nostra vita

La sensibilità delle persone, in materia di privacy, è cosa ben strana. Ci preoccupano tantissimo social network e giganti del web. Se stiamo sviluppando una qualche perplessità, non è perché Twitter o Facebook sappiano molte cose di noi più di quante non fossero note, ad altri, anche prima. Sui social network noi distribuiamo opinioni e fotografie con la stessa liberalità che usavamo al bar o alle feste di famiglia.

Amazon conosce le nostre abitudini, ma né più né meno del nostro libraio di fiducia.

Ciò che comincia ad inquietarci è il fatto che queste aziende sono enormi, e riuniscono enormi quantità di dati, che riguardano una popolazione assai vasta. Che facciano alcunché di male, è tutto da dimostrare. Ma nutrire una sorta di pregiudizio negativo verso le organizzazioni di così grande dimensione non sembra irragionevole. Ci spaventa la scala: ci spaventa sentirci soli, piccoli, impotenti, davanti a un colosso. Ci spaventa ciò che di noi stiamo sicuramente rivelando senza accorgercene, e ci irrita che qualcuno possa trarne beneficio senza che ce ne accorgiamo.

Per questo è tanto più sorprendente che non ci sia nessuno che alza un sopracciglio, se invece è lo Stato a sapere tutto di noi: nello specifico, tutto sulle nostre finanze, e senza che ci abbia mai chiesto di acconsentire al trattamento dei dati.

Tuttavia, il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, e nessuno ha recitato una prece. Già oggi lo Stato può facilmente farci i conti in tasca: consumi, investimenti, debiti. Nel giro di un paio d’anni questo varrà anche al di fuori del territorio su cui è sovrano. C’è poco da prendersela con l’Agenzia delle Entrate, il trend è internazionale. Grazie ad un accordo promosso dall’Ocse, dal 2017 le autorità fiscali di quaranta Stati potranno inviarsi dati relativi ai contribuenti residenti, con una procedura amministrativa che prescinde dall’esistenza di un’indagine della magistratura. Fra i Paesi coinvolti, anche Argentina, Ungheria, e Russia. Poco importa se basta un minimo di memoria storica a suggerire a un argentino di tenere lontano dal suo governo i suoi risparmi, o se dissidenti ungheresi e russi hanno l’esigenza di proteggersi (e di proteggere i propri fondi) da leader non precisamente liberali. Lo scambio d’informazioni sarà, per l’appunto, automatico.

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Twitter: @amingardi

Perché conviene a tutti lasciare le donne ammiccanti sui cartelloni pubblicitari

Quell’oscuro oggetto del desiderio – pallido, nella versione originaria - è il titolo di un film di Buñuel. E chi sia l’oggetto, quasi superfluo ricordarlo, è la donna. Un’espressione letteraria, se a veicolarla è Buñuel, al seguito di millenni di espressione artistica sulla femminilità, corpo compreso, a partire dai nudi delle Veneri paleolitiche. Un’affermazione scandalosa, se a veicolarla è un messaggio pubblicitario.

La differenza sta nella mercificazione del corpo, si dice. Lo ha detto anche il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ricordando che questo mese entra in vigore una delibera approvata dall’Assemblea capitolina nel luglio scorso che vieta l’affissione di messaggi pubblicitari contenenti “stereotipi e disparità di genere, veicoli di messaggi sessisti, violenti o rappresentanti la mercificazione del corpo femminile”. Un divieto forte ma anche abbastanza generico e variamente interpretabile. L’interpretazione che ne ha dato Marino, col plauso della Presidente della Camera Boldrini che non è nuova a criticare l’uso stereotipato dell’immagine femminile in pubblicità, è che il comune vieterà le affissioni che utilizzino il corpo delle donne associandolo all’idea di oggetto e di commercio.

Possono non far piacere, e non solo alle donne, talune immagini pubblicitarie. Succede per tutte le pubblicità. Oliviero Toscani ne sa qualcosa. Ma anche lo Stato, con gli orridi avvertimenti imposti sui pacchetti di sigarette, ne sa qualcosa. Non sobbalziamo per polmoni marcescenti, offerti in bella vista sui pacchetti di sigarette anche a chi non fuma, ma dovremmo sobbalzare per l’immagine sessista che si fa della donna al punto da vietarla. Cosa sia un’immagine sessista, lo può dire soltanto chi può vietare. Un nudo di donna o anche una donna dietro ai fornelli che sottostà, ingenuamente soddisfatta, ai più triti cliché familiari?

Leggi il resto su Il Foglio, 26 marzo 2015
Twitter: @seresileoni

Sostieni la causa della libertà

La cultura della libertà e della concorrenza è patrimonio di pochi, in Italia. Eppure la sua diffusione sarebbe di fondamentale importanza, perché il nostro Paese possa ritrovare anche la via della crescita.

Diffondere “idee per il libero mercato” è la missione dell’Istituto Bruno Leoni: attraverso un’intensa attività editoriale e di ricerca, interventi sui media nazionali e internazionali, il progetto “Wikispesa” per mappare sprechi ed inefficienze della spesa pubblica, “IBL nelle scuole” che quest’anno ci ha portato in circa 40 istituti scolastici superiori.

A dieci anni dalla nascita, l’Istituto è ormai punto di riferimento per l’analisi e la valutazione delle politiche pubbliche italiane sui temi dell’economia, come indica, tra l’altro, il fatto di essere stato riconosciuto il primo think tank italiano senza finanziamenti pubblici e tra i primi 130 al mondo dal Global To Go Think Tanks Rankings per l’anno 2014. Un anno - anche questo - importante, durante il quale l’Istituto ha fatto sentire la sua voce sui tempi della spesa pubblica, dell’economia digitale, delle telecomunicazioni, del mercato farmaceutico, della liberalizzazione di alcuni settori di mercato come il trasporto pubblico non di linea, il mercato elettrico e del gas, il servizio postale, della proprietà intellettuale, dell’antitrust italiano e europeo, del terzo settore, e molto altro ancora, come si può vedere dal sito www.brunoleoni.it.

L’Istituto non ha poi trascurato una riflessione più approfondita su temi meno strettamente attuali, come dimostrano i 13 libri pubblicati (tra opere di Ronald Coase, Deirdre McCloskey, Kenneth Minogue, Gordon Tullock), la pubblicazione del V volume dell’opera omnia di Bruno Leoni. E, tra i tanti eventi organizzati, il Mises Seminar di Sestri Levante per giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo, la Lectio Minghetti affidata a Carlo Cottarelli, il Discorso Bruno Leoni tenuto da Yang Jisheng sulla Grande Carestia cinese, il premio Bruno Leoni attribuito a Mario Vargas Llosa.

Il 2015 è già pieno di idee e impegni, tra cui quello di consolidare l’Istituto come punto di riferimento per la diffusione dei valori di mercato anche a livello europeo, grazie alla costituzione del network Epicenter insieme ad altri 5 istituti europei omologhi.

Questi propositi non potranno realizzarsi senza il vostro aiuto.

Come ogni anno, è possibile sostenere la Fondazione Istituto Bruno Leoni con il 5 per mille. Basta inserire sul modello di dichiarazione dei redditi utilizzato, nella sezione relativa alla destinazione del 5 per mille al riquadro “Finanziamento della ricerca scientifica e dell’università”, il nostro codice fiscale 97741100016 e la firma.

Quest’anno c’è una ragione in più: con un suo “matching grant”, la Fondazione CRT di Torino raddoppierà i contributi pervenuti con il meccanismo del 5 per mille. Per ogni euro raccolto, ne verrà donato un altro. 

Quest’anno, il vostro 5 per mille può valere doppio.

La donazione del “5 per mille” all’Istituto Bruno Leoni è una delle migliori azioni utili allo sviluppo di una società più libera.

Autonomi solo se responsabili

Misurare la libertà è la sfida con cui si confrontano oramai da anni le ricerche di Sebastiano Bavetta (Università di Palermo) e Pietro Navarra (Università di Messina). Per i due studiosi la libertà è un concetto a più dimensioni. «Di una persona i cui desideri e impulsi siano i suoi siano l'espressione della sua personale natura, sviluppata e modificata dalla sua cultura si dice che possiede un carattere; una persona i cui desideri e impulsi non siano suoi non ha più carattere di quanto ne abbia una macchina a vapore», sosteneva John Stuart Mill. L'idea che sia importante non solo essere liberi di agire, ma anche avere piena consapevolezza di ciò che si mette nelle proprie scelte, informa la «libertà come autonomia» che Bavetta e Navarra mettono al centro della riflessione.

Una persona è «autonoma se, e solo se, è chiamata a rispondere delle proprie scelte»: non basta essere titolari di una libertà "formale", ma bisogna essere pienamente padroni delle proprie scelte. Sotto questo profilo, i due autori sono serenamente "ottocenteschi": la libertà come autonomia è una forma di esercizio, si gode di libertà quando le leggi non ce la sottraggono, ma ci si deve "allenare" per diventare davvero autonomi.

La ricerca di Bavetta e Navarra ha un'importante base empirica, che emerge con prepotenza nel loro ultimo libro, scritto con Dario Maimone (anch'egli dell'Università di Messina). I dati che maneggiano includono classifiche internazionali che variamente cercano di dare misura di quanto la libertà sia compressa o rispettata nel mondo (dal ranking di Freedom House agli indici della libertà economica) e il dataset del Word Value Survey, una domanda del quale ha a che fare proprio con la libertà e il controllo sulle proprie scelte per come gli individui lo percepiscono.

Apprendiamo che la più parte delle persone che sono convinte di avere un maggior grado di autonomia, nei Paesi sviluppati quanto in quelli in via di sviluppo, tende a considerarsi "di destra" (e, curiosamente, anche che sono di più le persone sposate che si sentono autonome, rispetto ai single). Soprattutto, gli autori dimostrano come «in tutti i Paesi soggetti alla nostra indagine, livelli crescenti di autonomia e libertà vanno di pari passo con un maggior livello di soddisfazione della vita»: «l'aumento della felicità nel corso degli ultimi 25 anni può essere spiegato dal maggior grado di libertà e controllo sulle scelte verificatosi nella maggior parte dei Paesi del mondo: l'effetto positivo sul benessere della libertà e del controllo delle proprie scelte al crescere dei redditi fa aumentare di pari passo l'utilità della libertà».

Il libro si conclude con una elegante confutazione del "paradosso della scelta", per cui l'ansia di scegliere avrebbe un costo, in termini di felicità degli individui liberi di scegliere. Al contrario, per Bavetta, Navarra e Maimone la libertà come autonomia ha «rendimenti crescenti»: tanto più un'economia è liberalizzata, tanto più la felicità cresce. Il peso della responsabilità è un esercizio felice, nelle società che valorizzano
la libera iniziativa.

Da Il Sole 24 ore, 23 marzo 2015
Twitter: @amingardi

Il messaggio in bottiglia della BCE

La prosa delle banche centrali è la stessa a tutte le latitudini. Asciutta, priva di emozioni. Apparentemente solo descrittiva. Densa di significati anche solo indirettamente: per quanto viene non detto o per quanto viene suggerito senza per questo dover essere scritto. L’ultimo Bollettino Economico della Banca Centrale Europea ne è un ottimo esempio.

In una appendice apparentemente innocua (“Progressi e possibile impatto delle riforme strutturali nell’area dell’euro”) la BCE fa, ad esempio, il punto sulla attività di riforma dei membri dell’Eurozona. Dell’Irlanda si dice che “la ripresa è sostenuta da un ampio ventaglio di riforme strutturali”. Della Spagna si rileva la positiva performance conseguente alla riforma del mercato del lavoro attuata nel 2012. Del Portogallo si sottolinea che le riforme attuate fra il 2009 ed il 2013 hanno già fatto aumentare il livello della produttività e del Pil potenziale. Della Grecia si ricorda che – in anni indubbiamente molto difficili - sono state “attuate diverse riforme strutturali”. Arrivati all’Italia il tono cambia: “l’Italia necessita di ulteriori riforme per accrescere il prodotto potenziale”. Difficile non leggere in questo repentino mutamento di tono la preoccupazione delle istituzioni europee per un processo riformatore fatto più di annunci e linee-guida che di concreti documenti legislativi e atti di governo (con l’eccezione del Jobs Act: ottima cosa, ma tutt’altro che decisiva per tirar fuori il paese dalle secche in cui si trova). Difficile non cogliere nella scelta degli estensori del Bollettino l’inquietudine dei nostri partner europei ai quali non sempre appaiono sufficienti le rassicurazioni verbali del ministro dell’Economia sulla sostenibilità del nostro debito.

E allora si capisce meglio che a noi, più che ad altri, è dedicato il messaggio di fondo del Bollettino: i paesi dell’eurozona hanno davanti a sé 18 mesi circa non solo per fare le riforme ma anche e soprattutto per vederle “entrare in circolo” e tradursi in un più elevato livello del prodotto potenziale. È un lasso di tempo brevissimo soprattutto per chi, come l’Italia, ha passato gli ultimi anni a trastullarsi con le riforme più fantasiose evitando peraltro di fare passi anche minimi nella direzione più importante: la revisione della spesa pubblica (e attraverso di essa la riforma della pubblica amministrazione per la quale si è invece scelto di riproporre l’approccio già seguito senza risultati nel corso dell’ultimo ventennio). 

Intanto, l’inflazione (nella versione “armonizzata”) ormai da qualche mese eccede il corrispondente dato medio dell’Eurozona e la divergenza sembra accentuarsi in questo primo scorcio d’anno. Nulla di allarmante, per il momento, ma nel giro di qualche mese capiremo se era nel giusto il ministero dell’Economia italiano quando affermava – in polemica con la Commissione europea – che il prodotto potenziale italiano non era stato intaccato dalla crisi nel suo livello potenziale. Se così non fosse il tempo per l’Italia si farebbe ancora più stretto. Forse troppo.

Non si fanno le liberalizzazioni a metà

Le liberalizzazioni non arrivano, nonostante i proclami del governo Renzi. Ci si aspettava un'apertura del mercato del trasporto e invece, ancora una volta, si parla di quello che sarebbe potuto essere. Questa volta si è deciso di non regolare il famoso caso Uber, l'applicazione americana, che ormai è valutata oltre 40 miliardi di dollari, ed è la punta di un grande iceberg che si chiama «Sharing economy».

L'economia della condivisione è il futuro dell'economia, ma forse il nostro governo non lo ha ancora capito. Thttavia per fare sviluppare il futuro, ci vuole un buon grado di apertura, con poche regole, ma ben chiare. A poco servono le raccomandazioni del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi, che ha promesso in futuro di regolare il tutto con un decreto legge.

Uber è stata al centro dell'attenzione a causa delle proteste dei tassisti. Di fronte alla possibilità di liberalizzare il servizio, il governo si è impaurito e ha fatto una marcia indietro non troppo velata. Ma come mai Uber, che è solo un'applicazione che mette in contatto la domanda e l'offerta, fa così paura al governo e ai tassisti? Le proteste dei tassisti sono comprensibili poiché la categoria perde una posizione di monopolio e i vantaggi che ne derivano. Meno comprensibile è la lentezza del governo nel comprendere il fenomeno, che ormai è quanto meno globale. È chiaro che una regolazione anti-liberalizzazioni, come quella che vorrebbero í tassisti, rischia di uccidere Uber e al contempo di dare un chiaro segnale che l'Italia non è troppo aperta al cambiamento. L'oggetto del contendere è il servizio Uber Pop, dove ogni utente dell'applicazione può diventare un conducente con la propria vettura. I tassisti evidenziano delle problematiche fiscali e giuridiche per tale servizio, ma di fatto è una mera difesa della loro posizione. Il «driver» di Uber ha l'obbligo di dichiarare i propri introiti dell'attività, che non possono diventare il reddito prevalente. Inoltre le transazioni sono effettuate con la carta di credito e sono perfettamente tracciate (un sistema da fare invidia all'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco). Come un tassista dovrebbe fare sempre la ricevuta, così il singolo driver deve dichiarare il proprio reddito derivante dal servizio Uber Pop. L'app chiede inoltre ai propri driver un'assicurazione verso terzi.

Ora il governo non è stato in grado nel «pacchetto liberalizzazioni» di ricomprendere quella che di fatto è l'economia del futuro. Non ne ha avuto il coraggio o preferisce lasciare nell'incertezza regolatoria. Forse questa posizione è meglio di quella spagnola, dove la lobby dei tassisti ha vinto la prima battaglia contro Uber, facendo bloccare il servizio. In generale tuttavia è difficile bloccare il futuro e questo è chiaro da come l'applicazione abbia ormai raggiunto dimensioni globali. Ma l'incertezza regolatoria ha un costo, poiché scoraggia gli investimenti e la conseguente creazione di impiego. Uber è solo un caso, ma dimostra l'evanescenza del governo alla prova dei fatti e delle riforme.

Da Panorama, 19 marzo 2015
Twitter: @andreagiuricin

Segreto bancario, le distorsioni di un'intesa

Se gli Stati non si scambiano assassini condannati ma sono desiderosi di darsi l’un l’altro informazioni sui risparmi dei loro cittadini, c’è di che preoccuparsi.
Francia, Brasile e Messico, che si palleggiano il terrorista Cesare Battisti senza permetterne l’estradizione in Italia, sono infatti tra i primi firmatari dell’accordo Ocse sullo scambio automatico d’informazioni sui risparmiatori esteri. Un accordo inutile, ingiusto, dannoso e pericoloso.

Incapaci di contenere le spese, operazione costosa in termini di consensi, gli Stati hanno pensato che una stretta sulla tassazione dei risparmi all’estero avrebbe permesso di aumentare le entrate andando invece a colpire una fascia minoritaria di contribuenti, con un costo politico modesto. Ma anche con ricavi pressoché nulli: i risparmi all’estero erano già tassati, anche se in forma anonima, attraverso ritenute fiscali nei Paesi in cui si investiva.
Ora queste ritenute diventano crediti d’imposta nei confronti del Paese del risparmiatore. Un massiccio lavoro burocratico per la riscossione di poco o nulla, salvo forse per gli Stati a fiscalità più alta della media (il cui vizio viene così incentivato).
Perché mai, poi, i risparmi di italiani, brasiliani o francesi investiti in USA dovrebbero essere tassati secondo le regole del Paese di provenienza, quando le aziende sono tassate nel Paese in cui vanno ad investire? Il principale e dimenticato movente della diversificazione internazionale dei risparmi individuali è quello di sottrarli al rischio sovrano del Paese di residenza, specie quando il risparmiatore non ha la fortuna di essere nato in un Paese stabile e a bassa fiscalità. Perché la libertà di movimenti di capitale deve essere riservata alle aziende e noi ai cittadini?

Il nuovo sistema, poi, crea danni proprio ai Paesi che sperano di trarne vantaggio. Infatti i risparmiatori, che coi nuovi accordi non riusciranno più a sottrarsi alle mire del fisco, o del regime, del Paese in cui risiedono, subiscono un aumento del rischio Paese che li porterà a ridurre il livello di rischio generale del loro patrimonio. E poiché molti di loro sono imprenditori, diminuiranno probabilmente gli investimenti nel Paese di residenza. La tassazione dei risparmi in base al Paese di residenza, poi, elimina la concorrenza fiscale. Quando molti paesi Ocse già prelevano quasi la metà del Prodotto interno lordo in tasse, diminuire la concorrenza fiscale danneggia il potenziale di crescita economica e induce all’esilio gli individui più abbienti, creando ulteriori problemi proprio ai Paesi che speravano di avvantaggiarsi del nuovo regime.

I pericoli del nuovo assetto sono stati messi in luce dalla riesumazione della lista Falciani, rilanciata a livello internazionale da un’associazione di giornalisti. Nonostante queste “rivelazioni” non contenessero notizie nuove, il loro successo editoriale dimostra che il compianto segreto bancario resta necessario come minimo per proteggere gli individui dal voyuerismo in cui governi e masse indulgono ad ogni possibile occasione. Non a caso un Legislatore migliore degli attuali disse di “non rubare”, e pensava pure agli evasori, ma anche di “non desiderare la roba d’altri”, e pensava a tutti.

Dal Corriere della sera, 17 marzo 2015

Se il risparmio diventa un nemico

I tassi bassi sono di destra o di sinistra? Le decisioni delle banche centrali si presentano sempre come squisitamente «tecniche», dettate dalle contingenze e dalle teorie economiche.

Ma spaccano la politica in entusiasti e detrattori come neanche Berlusconi. Il «quantitative easing» della Bce ha per esempio suscitato reazioni indispettite in ambienti vicini alla Bundesbank, considerati «conservatori». A sinistra, l'atteggiamento è stato ben diverso: a quanti celebrano con Mario Draghi il salvatore dell'Europa, si contrappongono quelli che gli imputano un eccesso di timidezza, dovuto alle pressioni dei soliti tedeschi. Il Qe è un programma di acquisti di attività finanziarie, ma conta poco «che cosa» si compera: il punto è accrescere la liquidità. Questo significa la permanenza di tassi molto bassi. I tassi bassi agevolano le manovre degli «speculatori», che la sinistra di norma avrebbe in uggia.

Dopo la crisi del 2007-2008, ci hanno spiegato che sono state la speculazione e l'eccessiva «finanziarizzazione» delle attività economiche a trascinarci sull'orlo del baratro. Entrambe le cose trovarono terreno fertile nelle politiche della Federal Reserve di Alan Greenspan, che sarà pure stato di destra ma mantenne bassissimi i tassi d'interesse dopo l'11 settembre. Bassi tassi d'interessi rendono più facile per le imprese accedere al credito. Il che però comporta, come avvenuto negli Usa con la bolla immobiliare, che le banche diventino più generose nel concedere finanziamenti. Delle iniziative avventate, si paga il conto con la crisi successiva. Come mai, allora, proprio i critici della «speculazione» caldeggiano tassi bassi?

Tassi bassi dovrebbero incentivare a spendere, perché la gallina domani non sarebbe molto diversa dall'uovo di oggi. Alleggeriscono il peso dei debitori, penalizzando i creditori: tanto basta a spiegare la riottosità dei tedeschi.

Chiudendo il semestre italiano dell'Unione Europea, il nostro premier ha detto che le famiglie italiane, con la crisi, si sono arricchite. Voleva dire che è aumentata la loro propensione al risparmio: atteggiamento da «formichine» atterrite dall'incertezza. Nell'ultima analisi della Banca d'Italia sulla ricchezza delle famiglie italiane, si legge invece che la ricchezza pro capite è diminuita del1'1,7% a prezzi costanti fra il 2012 e il 2013. Pesa l'andamento del mercato immobiliare: la casa è la forma di risparmio più tipica nel nostro Paese (dei famosi 8500 miliardi del nostro «risparmio privato», oltre 4900 miliardi stanno nel mattone).

In molti ambienti, oggi si avverte un sorta di fastidio per il risparmio. E', ormai, una guerra combattuta a suon di tasse (si pensi all'aumento delle aliquote sulle «rendite» finanziarie e dell'imposta di bollo sui conti). Si tratta di un conflitto che va a vantaggio dei ceti che tradizionalmente votano a sinistra? Lo si spiega così, il derby della politica monetaria: ognuno parteggia per i suoi elettori?

Sì e no. In Italia, la destra è anch'essa insofferente alle «formichine»: non le basta il quantitative easing, vorrebbe addirittura uscire dall'euro, evento assimilabile alla peste bubbonica per i risparmi degli italiani. Inoltre, pensare che glí elettori di sinistra siano tutti dei debitori cronici è una semplificazione parecchio rozza.

Nel nostro Paese il 93% delle famiglie detiene almeno un'attività finanziaria e il 67% è proprietaria di casa. Coloro che hanno un reddito basso sono i più esposti all'incertezza e cercano, appena possibile, di mettere da parte qualcosa. E' vero che siamo obbligati a risparmiare per la vecchiaia attraverso i contributi previdenziali. In molti non credono che tanto basti a garantirci un futuro sereno. Esistono prodotti finanziari che aiutano a costruire un «piano di risparmio» proprio coloro che possono permettersi solo accantonamenti minimi. Evidentemente, incontrano una domanda.

Forse, più che uno scontro d'interessi l'un contro l'altro armati, è solo l'ennesimo scollamento fra rappresentanti, che discutono della politica monetaria, e rappresentati, che la subiscono in silenzio. Il piccolo risparmiatore non ha buoni consulenti e lobbisti a libro paga. E' semplicemente un signore che dubita che l'Inps potrà garantirgli una buona pensione, che vuole un secondo parere prima di affidarsi alla sanità pubblica, che teme di non riuscire a trovare un nuovo posto di lavoro in caso perdesse il suo. Insomma, un «gufo» che nessuno vuole stare a sentire.

Da La Stampa, 17 marzo 2015
Twitter: @amingardi

Trasporti: liberalizzazione fa rima con sicurezza?

Calunniate, calunniate, qualcosa resterà. Il detto di Voltaire sembra ben adattarsi al caso delle iniziative che mirano a impedire l’attuazione di politiche di liberalizzazione e privatizzazione nel settore dei trasporti, appellandosi a presunte ricadute negative in termini di incremento dei livelli di incidentalità.

Dalla deregulation del trasporto aereo negli Stati Uniti alla privatizzazione del settore ferroviario nel Regno Unito, alla liberalizzazione dell’autotrasporto, non si contano le previsioni o le “constatazioni” del peggioramento degli standard di sicurezza affermate dai fautori dello status quo. Limitandosi a quanto accaduto in Italia solo nelle ultime settimane, il tema della sicurezza è stato riproposto dai taxisti che si oppongono all’ingresso sul mercato di soggetti come “Uber” (che non darebbero garanzie sufficienti), dagli operatori portuali – contrari alle ipotesi di rimozione di alcuni vincoli alla competizione contenute in una bozza del disegno di legge sulla concorrenza e poi stralciate dal governo – e dal presidente di Anav (Associazione nazionale autotrasporto viaggiatori) che, in un’audizione all’Autorità di regolazione dei trasporti, ha accusato “Blablacar” di mettere a rischio la sicurezza degli utenti.

IL RISCHIO DI MUOVERSI
Nel lungo periodo, tutti i modi di trasporto sono caratterizzati da una fortissima riduzione dei tassi di mortalità e dei sinistri. Qualche esempio: nel trasporto aereo agli inizi degli anni Sessanta si registravano alcune decine di incidenti mortali per milione di voli. In seguito, il valore si è ridotto progressivamente e nel 2013 si è attestato a 0,33: il fattore di rischio si è quindi ridotto di oltre il 90 per cento.

Leggi il resto su LaVoce.info, 13 marzo 2015
Twitter: @ramella_f

Pillole di Smith per la salute della nazione

Adam Smith ha un record: è forse il filosofo ed economista liberale più conosciuto e meno letto che esista. Marx deve gran parte della sua influenza popolare anche al fatto che il suo Manifesto fu scritto in modo sintetico e semplice.

Smith nel 1776 scrisse l'Opera, monumentale, il punto di riferimento di ogni liberale: La ricchezza delle nazioni. Scopre che la ricchezza di una nazione è il prodotto e non la valuta depositata nel forziere del re, ci racconta come la divisione del lavoro ci renda più ricchi, e tra le tante cose detta un decalogo favoloso su come si deve impostare una tassa giusta.

Oggi che si parla di reddito di cittadinanza andate a vedere cosa scriveva lo scozzese. I dazi agli asiatici, le parcelle dei notai, le aggressioni ad Uber, il finanziamento della banda larga da parte dello Stato: tutti temi anticipati da Smith quando la rivoluzione industriale era ancora in culla. Ma la Ricchezza è complessa e lunga. Lucio Colletti, ancora marxista, lo definì, nell'introduzione ai tre volumi pubblicati nel 1976 da Newton Compton, come «l'esordio dello sviluppo economico, il vero Vangelo del mondo moderno . Il lettore sarà preso da quella leggera vertigine, da quella sensazione di irresistibile euforia che si accompagna ad ogni uscita in mare aperto». Ecco, vi consigliamo di non azzardarvi a mettervi per mare se non avete molta pazienza e capacità. Per questi banali motivi ha fatto non bene, ma strabene l'Istituto Bruno Leoni a pubblicare in Italia in forma di ebook La ricchezza delle nazioni in pillole di Eamonn Butler.

Non sentitevi diminuiti nel leggere questa versione. E se volete fare i fenomeni utilizzate l'escamotage che ogni intellettuale della gauchecaviar usa con sapienza quando parla di un classico: «l'ho appena riletto...». Ecco, fate finta di aver appena riletto Smith, anche se in pillole. Butler vi servirà un piatto ben guarnito: renderà moderni nel loro linguaggio e sintetici nei loro contenuti i cinque libri della Ricchezza. Vi fornirà in corsivo le frasi più celebri: dalla benevolenza del macellaio nel venderci una buona bistecca alla cospirazione per restringere i commerci da parte delle corporazioni. E infine vi spiegherà in modo attuale i fondamenti delle teorie economiche di Smith, con cenni sull'evoluzione teorica.

Butler sembra un grande smithiano, non indulge a interpretazioni socialiste delle pagine della Ricchezza (pensate a quanto si prestino le pagine dedicate all'intervento dello Stato nelle opere pubbliche), ma non lo perdona sulle sue teorie meno brillanti, come quelle del valore. Dunque un classico da rileggere.

Da Il Giornale, 15 marzo 2015

Euro per tutti? No grazie. Le lezioni di Hayek contro la moneta unica

Friedrich A. von Hayek è morto nel 1992: otto anni prima del varo dell'euro. Per questo non abbiamo alcuna sua riflessione sul modo in cui il progetto della moneta unica è stato realizzato e poi amministrato.

Nonostante ciò è noto come negli anni Settanta questo economista liberale abbia auspicato «l'unificazione economica dell'Europa occidentale» e al tempo stesso abbia però espresso «seri dubbi sull'utilità di farlo mediante la creazione di una nuova moneta europea gestita da una sorta di autorità sovranazionale».

Le premesse teoriche di tutto ciò si trovano in cinque lezioni, Nazionalismo monetario e stabilità internazionale (edite da Rubbettino), che egli tenne a Ginevra nel 1937 e che ora sono state pubblicate con presentazione di Lorenzo Infantino e prefazione di José Antonio de Aguirre: pagine ancora oggi in grado di stimolare una riflessione controcorrente su questo tema controverso.

Influenzato da Carl Menger, Hayek ritiene che la moneta è al servizio del mercato se anch'essa è prodotta dagli scambi. Per giunta, un mercato è tale se è aperto ed esteso. Negli anni Trenta Hayek pensa ancora che «un'effettiva politica monetaria razionale possa essere attuata solo da un'autorità monetaria internazionale o tramite, in ogni caso, la più stretta collaborazione delle autorità nazionali» ma il senso profondo della sua analisi già va in tutt'altra direzione. E nei decenni successivi egli infatti proporrà di mettere in concorrenza le valute, suggerendo una soluzione diametralmente opposta a quella della moneta unica.

Leggi il resto su Il Giornale, 15 marzo 2015

Clausole di salvaguardia: le tasse aumentano, prima o poi

Si ritorna a parlare, dopo alcuni mesi, di spending review. E pour cause. Se non si metterà concretamente mano a un serio programma di revisione della spesa pubblica, nel prossimo anno dovremo subire un incremento dell’IVA e delle accise su tabacco e benzina per oltre 13 miliardi, e quasi per 19 miliardi nell’anno successivo. Ve ne sarebbe di che stroncare sul nascere la gracile ripresa economico in corso, che proprio a partire dal prossimo anno, secondo le previsioni più accreditate, dovrebbe finalmente accelerare.

Quell’aumento delle tasse è già scritto nella legge. È  conseguenza di un’applicazione del tutto anomala delle cosiddette clausole di salvaguardia. Nate, appunto, per salvaguardare la finanza pubblica da rischi di errori nelle previsioni. Io assumo una decisione di spesa. Come prescritto, devo individuare quale altra spesa tagliare o quale imposta aumentare per finanziare la nuova misura. Ma, siccome so bene che aumenti di imposta o tagli di spesa non è certo producano gli effetti oggi previsti, aggiungo appunto una clausola di salvaguardia, che scatterà se sarà necessario per evitare un peggioramento dei saldi di finanza pubblica.

Ormai, la natura della clausola è diversa: adotto una decisione di spesa; annuncio l’intenzione, solo l’intenzione, di assumere imprecisate misure per finanziarla; ma assicuro che,  se non riuscirò a precisarle e approvarle per tempo, scatterà automaticamente un aumento delle imposte.

È evidente che la clausola di salvaguardia nella sua natura originaria era uno strumento per evitare che si formasse nel bilancio pubblico una sorta di deficit, e quindi di debito, occulto. La clausola di salvaguardia nella nuova versione ha invece effetti economici nella sostanza assimilabili alla formazione di nuovo debito pubblico: costituisce una “prenotazione” sui flussi di cassa pubblici futuri, esattamente come lo sarebbe l’emissione di un BTP.

Forse la stagione della finanza pubblica creativa non si è affatto conclusa.

Ma, al di là di giochini contabili, clausole di salvaguardia fantasiose e anticipi di entrate future (la Corte dei Conti li elenca tutti, e a leggerli vien proprio da preoccuparsi: PDF), non si sfugge alla sostanza: se si vuole avviare un programma di riduzione della pressione fiscale, o almeno evitare che aumenti, non vi è altra strada di una vera spending review, che ridefinisca il ruolo delle amministrazioni pubbliche, ne limiti funzioni e compiti, e favorisca processi produttivi dei servizi pubblici più efficienti.

Senza di che, non vi sarà quantitative easing in grado di rimettere stabilmente l’economia italiana sul sentiero della crescita.

Renato Crotti. L’ultimo saluto a un uomo libero

Martedì 10 febbraio 2015 si è spento all’età di 93 anni Renato Crotti e con lui se ne va una persona limpida che ha posto la libertà a fondamento della propria esistenza come forse nessun altro in Italia. 

Uno dei principali, se non il principale protagonista del boom della maglieria del distretto di Carpi sviluppatosi a partire dal secondo dopoguerra, Renato Crotti è nato a Carpi il 4 marzo del 1921 da una famiglia di origini contadine. Sin da bambino respira l’aria dell’impresa e della maglieria, soprattutto grazie a una madre tenace, volitiva e piena di spirito imprenditoriale. Fu lei, nei primi anni Trenta, ad allestire un piccolo laboratorio di maglieria a Modena, coadiuvata dalle figlie (le sorelle maggiori di Crotti), mentre il padre si occupava della vendita dei prodotti. E persino quando la famiglia andava in vacanza sulle Dolomiti in agosto, con tanto di voluminosi pacchi di maglieria al seguito, il percorso veniva scelto in base al calendario dei mercatini settimanali.

Intelligenza brillante, Crotti frequenta la scuola superiore per poi iscriversi all’università, anche se, per sua stessa ammissione, la vera scuola l’ha fatta osservando i comportamenti di sua madre. Una scuola che gli risulterà assai utile quando inizierà l’avventura imprenditoriale che l’accompagnerà per tutto il corso della sua vita. Per fuggire ai rastrellamenti nazi-fascisti, Crotti si rifugia per una decina di mesi in uno scantinato al numero 7 di Via Goito, nel centro di Bologna, passando il tempo a leggere gli scritti di Karl Marx, analizzando in particolare gli aspetti relativi alla teoria del plusvalore, della quale coglie le palesi incongruenze. Insomma, 10 mesi utili di letture per capire che da certe idee è bene stare alla larga.

Una volta terminata la guerra, forgiato dall’esperienza imprenditoriale della famiglia e da proficue letture…marxiane, Crotti inizia la sua avventura di imprenditore. Ottenuto un prestito di 300 mila lire (circa 13 mila € di oggi) dalla Banca Popolare di Carpi, si mette all’opera. La penuria di merci stimolava la domanda, e per chi disponeva di merci era gioco facile vendere in cambio di pagamenti in contanti o di assegni post-datati di qualche decina di giorni. Crotti capisce che è possibile moltiplicare il capitale in poco tempo, purché si riesca a farlo girare velocemente, procurandosi la merce e rivendendola senza soluzione di continuità. Fu così che iniziò i suoi viaggi a Biella – tre a settimana – allora massimo centro laniero italiano, partendo alle 6 del mattino con una Gilera otto bulloni da corsa e un giornale sotto la camicia per ripararsi dall’aria, sparandosi 300 chilometri al massimo della velocità. Al quarto viaggio aveva già raddoppiato il capitale. Come ricorda lo stesso Crotti nel suo libro dal titolo In attesa sul pullman: “Era una controprova della validità dell’elementare principio economico secondo cui idee, capitale e lavoro costituiscono i tre cardini fondamentali, e complementari, per produrre ricchezza”. Del resto, ribadisce, “Era quello che avevo visto fare in casa da mia madre”.

Nella seconda metà del 1948, il giro d’affari si era allargato a tal punto da richiedere una struttura organizzativa adeguata e fu così che fu fondata la Silan (Società Importazioni Lane). Nel 1950, Renato Crotti affronta una delle sfide che l’hanno sempre contraddistinto, ossia quella di aprire una tintoria nel centro di Carpi in Via Ciro Menotti. A chi sosteneva (e con ragione) che l’acqua di Carpi (ricca di calcio e ferro) era inadatta ai procedimenti chimici di tintura della lana, e perciò era meglio far tingere i tessuti a Biella, Crotti obiettò che i vantaggi di tingere i tessuti a Carpi erano maggiori degli svantaggi. Investendo denaro nell’acquisto di depuratori, si aveva la possibilità di tinteggiare senza dover più dipendere dalle tintorie biellesi già oberate di lavoro, accelerando così i tempi di disponibilità del filato e facendo circolare più rapidamente il capitale. Inoltre, aumentava la capacità di rispondere con maggior tempestività e minor margine di errori alle esigenze del mercato in fatto di colori.

Alla tintoria seguì l’installazione di un reparto per la fabbricazione di tessuti con macchine circolari, il che dette alla Silan una dimensione ancor più industriale e nazionale. I dipendenti aumentarono a 400 e con la produzione di tessuti di lana e di fibre sintetiche la Silan indicò nuovi sbocchi produttivi all’imprenditoria locale spingendola a intraprendere la via della confezione, diventando un punto di riferimento per successive trasformazioni produttive in tutto il distretto. Oltre ad assicurare un costante approvvigionamento di filati e tessuti, la Silan importava dall’estero le più avanzate tecnologie, quando non era essa stessa a crearle, e nei suoi stabilimenti si formava una manodopera altamente qualificata, a tal punto che non pochi dipendenti finivano col mettersi in proprio o per trovare occupazione in posti di responsabilità presso altre aziende appena sorte o in espansione. Con l’economia in espansione, anche la Silan si ingrandisce, arrivando a dare lavoro a 1360 persone.

Nella sua carriera d’imprenditore, Crotti fece più di un viaggio in Unione Sovietica. Visitandola in prima persona, Crotti trovò conferma che il sistema comunista non funziona e che pianificazione e democrazia sono antitetiche e incompatibili. Quando denuncia le storture dell’URSS, in Italia non viene creduto e viene fatto passare per visionario, cosa che non gli va proprio giù. Ed è così che Crotti, non pago del successo che sta ottenendo come industriale tessile, si imbarca nell’avventura editoriale e nel gennaio del 1962 fonda Tuttocarpi e nel novembre dello stesso anno nasce il suo fratello gemello Tuttomodena, mentre nel 1964 incomincia le pubblicazione la rivista Tutto. E questo, non prima di aver partecipato alle origini del Mulino a Bologna. In un’Italia spaccata in due dalla guerra fredda e in un’Emilia-Romagna in cui il dominio del Pci politicizza ogni cosa, la vocazione al dialogo di Crotti fa sì che su quelle riviste trovino voce le opinioni e i punti di vista tutti, dai comunisti ai post-fascisti, passando per democristiani, socialisti, liberali e repubblicani.  E sempre nel 1962 viene organizzato il primo dei tre viaggi in pullman in Unione Sovietica, con 10 partecipanti. L’anno dopo i partecipanti saranno 40 e nel 1964 saranno 135. Nel 1965, si prenotano 140 persone, ma su pressione del Pci, le autorità sovietiche negano il permesso e i viaggi si fermeranno a tre. Un successo di cui hanno scritto testate quali Life, Daily Mirror e New York Times. I viaggi erano gratuiti per i partecipanti e tutti a carico di Renato Crotti. La condizione era che, al ritorno, si dovesse riferire onestamente quanto si era visto. Ebbene, 38 comunisti su 42 aprirono gli occhi, ammettendo onestamente quanto erano rimasti delusi dopo aver visto con i loro occhi quello che sarebbe dovuto essere il paradiso comunista.

Nel 1974 viene insignito dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, ma l’anno seguente la sua stella si appanna. Le cause sono tante, dalla congiuntura sfavorevole che attraversa l’Italia degli anni Settanta, a motivi più contingenti. In quegli anni le mode stataliste imperversano e la Silan si trova a competere con aziende di Stato con bilancio in rosso fuoco, quali Lanerossi e Montedison, che vendevano i loro prodotti sotto costo infischiandosene delle perdite, che ripianava Pantalone. Al 30 ottobre del 1974 la Silan vantava un credito arretrato per il recupero dell’Iva di 2.269.411.000 lire (all’incirca 13 milioni € attuali), e la crisi di liquidità si faceva più pressante per colpa di uno Stato tanto restio a pagare, quanto soffocante con le cartelle delle tasse. Un credito che aumentava di 140 milioni di lire al mese e con l’inflazione (che notoriamente danneggia i creditori) a due cifre dell’epoca era una mazzata non indifferente. Infine, il sindacato. In quegli anni di follie generalizzate, i sindacati misero nel conto anche i viaggi in Russia e alla Silan fu non solo impedito di lavorare, ma persino di attingere alle risorse per la Cassa Integrazione. Insomma, doveva chiudere e così fu. Con tanti saluti agli interessi dei lavoratori. 

Al termine degli anni Settanta, il clima un po’ cambiò, la vendetta si era consumata e gli affari ripresero, ma nonostante tutte le traversie, in Crotti non venne meno l’impegno civile, figlio di un insopprimibile desiderio di esprimere il proprio pensiero a dispetto di tutto e tutti. Tanto che negli anni Novanta dette alle stampe due libri: nel 1991, In attesa di un pullman, opera autobiografica tradotta in inglese, in russo e in polacco, che ripercorre la sua vita fino ai primi anni Ottanta, e nel 1996 Il teorema della padrona di casa e della colf, un trattato di economia basato sulle osservazioni tratte dalla propria esperienza imprenditoriale ultracinquantennale. 

Renato Crotti è stato un autentico gigante della libertà. Ha combattuto per ciò che riteneva giusto pagando un prezzo altissimo e doloroso, anche nella vita famigliare.  Ma non ha mai recriminato contro un destino ingiusto e contro il più viscido e sleale dei nemici, il Pci, che con Crotti ha mostrato il suo volto peggiore. Crotti non serbò mai rancore, perché il rancore è il sentimento di chi si volta indietro a rimuginare il passato, magari in cerca di vendette. Rivendicò sempre il suo carattere liberale, liberista e laico

La sua fama è legata ai viaggi in Unione Sovietica. Organizzare quei viaggi nell’Emilia di quei tempi era quanto di più sconveniente un imprenditore potesse fare. Eppure, Crotti lo fece. Certe persone sembrano quasi venire al mondo con una missione. Renato Crotti era anche, e soprattutto, un figlio di una terra, l’Emilia, che ha sempre coniugato l’attitudine al lavoro con la solidarietà. Valori figli della migliore società contadina, che però si sono trasmessi all’industria. Si pensi alle storie di solidarietà tra imprenditori, anche concorrenti, che si sono consumate nel post-terremoto di questi anni. Anche Crotti veniva da una famiglia contadina che, finito il commercio del truciolo e dei cappelli di paglia, negli anni Trenta ha colto l’occasione che il settore della maglieria offriva, benché quel mercato fosse ancora allo stadio embrionale. Crotti si era così formato ad una scuola, quella della bottega, che oggi manca, con un’istruzione che sembra più adatta a formare burocrati e dipendenti, se è vero che, secondo un sondaggio del Best Employer Choice 2015, in cima ai sogni dei laureati italiani c’è il posto alle Ferrovie dello Stato.

Scuola: merito e offerta

Una delle sfide principali che il governo guidato da Matteo Renzi si appresta ad affrontare è quella della riforma della scuola. E difficile, infatti, pensare che la società italiana possa uscire dalla crisi senza cambiare il mondo dell'istruzione e, quindi, senza un sistema formativo all'altezza. Purtroppo tutta l'attenzione sembra essere però per chi lavora all'interno di questo ambito e non già come dovrebbe essere per i destinatari del servizio: studenti e famiglie.

Per tale ragione è cruciale che nel disegno generale come nella definizione delle misure di dettaglio si ripensi la scuola introducendo più pluralismo e più attenzione al merito. Nell'Italia eternamente divisa tra guelfi e ghibellini, ogni dibattito sull'istruzione finisce per riportare alla luce vecchie diatribe e quindi anche la sola ipotesi di immaginare maggiore possibilità di libertà di scelta tra pubblico e privato viene intesa da una parte dello schieramento politico come una sorta di "regalo"al mondo cattolico. Non è così, dato che andare incontro alle richieste della popolazione e rispettarne i valori risponde a una logica liberale, che tutti dovrebbero apprezzare. C'è allora bisogno di più varietà e concorrenza, anche al fine di valorizzare chi lavora meglio. L'appiattimento (anche retributivo) della scuola italiana ha tenuto lontani molti giovani di qualità a cui sarebbe piaciuto insegnare. Ma per uscire da questa situazione bisogna pure accettare l'idea che non tutte le materie sono sullo stesso livello e non tutti i docenti sono uguali.

Le strade che si possono percorrere per riformare la scuola sono molte: partendo da una maggiore autonomia nel delineare programmi e percorsi formativi, fino alla p ossibilità (come nell'America di Barack Obama) di creare scuole pubbliche e gratuite, ma largamente indipendenti e finanziate sulla base del numero degli studenti iscritti. E poi bisogna favorire la crescita di quanti già sono presenti, con i loro mezzi e il loro entusiasmo, in quelle scuole libere religiose o laiche che siano fin da ora attive.

In questo senso, è comprensibile che il governo si prenda a cuore i precari, ma solo se questo non porta a perdere una volta di più il treno di cambiamenti strutturali ormai non rinviabili. A questo riguardo è stato sicuramente un errore, da parte di Renzi, l'avere promesso la stabilizzazione di tutti i 150 mila precari, dal momento che è inammissibile che l'Italia abbia un numero di insegnanti tanto alto (basti guardare i dati di un Paese come la Germania, ad esempio). Questo è uno spreco che ha conseguenze dirette sulla bassa qualità di tanta parte del sistema educativo e che, di conseguenza, compromette il futuro dei nostri giovani.

Questo è un po' il punto. Mentre troppi politici e sindacalisti sembrano interessati soltanto ai lavoratori della scuola, bisogna che si focalizzi l'attenzione sul merito e sul pluralismo, sull'esigenza di vere riforma e più concorrenza, così da ricordare a tutti che il mondo dell'istruzione ha la sua ragione negli studenti e nella loro formazione. Se non si parte da questa verità elementare è difficile che si possa fare qualche passo in avanti.

Da La Provincia, 12 marzo 2015

Il Qe e le mosse dell'Europa

"Se non è zuppa è panbagnato" scrive Eugenio Scalfari ("I benefici che Draghi procurerà", la Repubblica 8 marzo). La "zuppa" essendo gli eurobond, e il "panbagnato" quel 20% di bond dei singoli stati, che la Bce acquisterà senza la garanzia delle banche centrali, per un valore di 240 miliardi di euro. Mica tanto zuppa e panbagnato: per un'istituzione europea non è la stessa cosa emettere bond propri, o acquistare bond emessi da altre istituzioni.

Diverso in termini di rischio: un eurobond non sarebbe emesso dalla Bce, ma da un soggetto sopranazionale comunitario. Se la Bce compera debito altrui, il rischio in caso di default dell'emittente ricade sui suoi "azionisti' inproporzione alloro capita/ key. Diverso come effetto sul mercato: il Qe sottrae titoli al mercato, mentre un'emissione di bond li immette. Diverso soprattutto in termini politici.

Il Qe, cioè l'acquisto di bond, è un'operazione dì politica monetaria volta ad abbassare i tassi a lungo termine. L'ipotetica emissione di eurobond sarebbe un'operazione di politica economica da parte di un soggetto sopranazionale, volta afinanziare un'iniziativa comune. Come è noto, mentre gli stati hanno ceduto sovranità in termini di politica monetaria, la politica economica è responsabilità loro. Questo dicono i trattati, senza di  questo non sarebbero stati firmati, e non sembra facile avere l'unanimità per modificarli.

Da La Repubblica, 10 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Pirelli, la scelta cinese e quel che Tronchetti dovrebbe spiegare agli azionisti

Davvero la scelta di China National Chemical Corporation (Cncc) "era la migliore per la Pirelli"? Marco Tronchetti Provera, sul Corriere della Sera di martedì, non mostrava dubbi. Noi proviamo a rispondere seguendo un percorso diverso, isolando i suoi argomenti: importanti ma in qualche modo accessori.

L'accordo pone vincoli al compratore quanto a permanenza in Italia delle funzioni tecniche e strategiche. Normalmente è il compratore che, quando teme che competenze essenziali possano dileguarsi, se le assicura, con pattuizioni di solito onerose. "Cuore e testa resteranno in Italia", enfatizza Tronchetti: ma questo è un vantaggio per l'acquirente, compreso nel prezzo. Gli impegni a più lungo termine, o convengono, e li si osserva anche se non sono nello statuto, o non convengono, e basta tagliare i budget: il "cuore" non alimenta più la "testa", entrambi si atrofizzano, restano memorie del passato. L'attuale vertice aziendale dovrà garantire "il processo di riorganizzazione" e la costruzione "del percorso di successione": vantaggi, per un compratore estraneo al nostro mondo, anche questi compresi nel prezzo. Aumenteranno le quantità vendute sul mercato cinese: lo stabilimento cinese di Pirelli produrrà più pneumatici di alta gamma, grazie alla maggiore "cinesità"; quelli di Cncc più pneumatici pesanti, grazie alla tecnologia Pirelli. Con conseguenze sui fatturati e, verosimilmente, anche sui margini, molto maggiori sul lato cinese.

Con questi argomenti non si riesce a sapere se l'accordo è, per Pirelli, il migliore possibile: migliore può solo essere in confronto ad altro. Secondo il Financial Times, in un settore che necessita un consolidamento, la potenza finanziaria cinese metterà sotto pressione le varie Goodyear, Michelin, Continental, Hankook. "Nei loro panni", dice Stuart Pearson, analista di Exane Bnp Paribas, "sarei atterrito (horrified)". Sono state cercate altre strade, sollecitate altre offerte, valutate altre combinazioni? In base a quali valutazioni è stata scartata l'opzione della scissione tra pneumatici ad alte prestazioni e quelli per veicoli pesanti, tenendo i primi e vendendo o dando in licenza i secondi? Una possibilità che il nuovo proprietario potrà, se lo crede, sempre realizzare.

Tronchetti ha ragione a qualificare di "sussulti che sanno di antico" le critiche fatte in nome di un "nazionalismo di maniera che parla in modo superficiale di politica industriale". Verissimo che in Italia non si siano "create le condizioni per attrarre i grandi e far crescere le aziende medie": dipende dai governi, ma non solo da loro. Quante delle scelte fatte dagli imprenditori erano volte alla crescita delle loro aziende e quante alla diversificazione dei loro patrimoni? Quanto è costata, per esempio, l'avventura in Telecom, come perdita di risorse economiche e di concentrazione imprenditoriale?
A meno di ricorrere a spiegazioni sociologiche o antropologiche, sono scelte endogene alla cultura prevalente: si diversifica per ridurre i rischi derivanti da quella "politica industriale"; si acquistano beni che lo stato stesso ha venduto, confidando che saranno rispettati i diritti di proprietà. I ripetuti attacchi alla rete di Telecom (per non parlare degli espropri con destrezza subiti dai Riva) testimoniano quanto quella fiducia sia mal riposta.

E' singolare che Tronchetti, per convincerci che questa soluzione è "la migliore per Pirelli", adduca argomenti propri della politica industriale e della difesa dell'italianità che ne è pietra angolare. Non sarà "di maniera", ma sempre "nazionalismo" è il difendere l'operazione in quanto garantisce che tecnica e strategia continueranno a essere in mano italiana. Per Pirelli, cioè per la massa dei suoi azionisti, la migliore soluzione, se di vendere si tratta, è di trarre il maggior valore dal loro investimento. Glielo garantisce questo accordo? C'era modo di spuntare per tutti loro condizioni più vantaggiose? Se ne parlerà nei prossimi tempi. L'intervista di Tronchetti non fornisce elementi in proposito.

Da Il Foglio, 26 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Business in volo

La tragedia del volo Germanwings, dove sono morte 150 persone, apre dei grandi interrogativi nel mondo del trasporto aereo. La compagnia è posseduta al 100 per cento da Lufthansa, il primo operatore tradizionale europeo, che ha trasportato oltre 105 milioni di passeggeri lo scorso anno. Germanwings è la filiale low cost del colosso tedesco, anche se difficilmente può essere paragonata alle vere compagnie a basso costo che operano nel mercato europeo.

Dopo la liberalizzazione del 1997, i principali vettori low cost hanno iniziato a svilupparsi e a crescere, affermandosi nel panorama europeo. Le principali compagnie sono Ryanair ed EasyJet, con oltre 80 e 60 milioni di passeggeri annui. Queste, a oggi, non hanno sofferto nessun grave incidente aereo. Questi due vettori hanno dei costi molto ridotti, ma non risparmiano sulla sicurezza, dato che i controlli sono identici per tutte le compagnie.

L'aereo di Germanwings precipitato, un Airbus A320, sembra avere oltre 20 anni di operatività e indubbiamente questo è un fattore di rischio. Le compagnie low cost come EasyJet e Ryanair hanno invece un'età media della flotta molto bassa, poiché gli aeromobili nuovi permettono dei risparmi di costo molto importanti. Un aereo nuovo permette un risparmio di carburante fino al 30 per cento rispetto ad uno con un'anzianità superiore a 20 anni e nel trasporto aereo, i costi del carburante arrivano fino al 35 per cento dei costi totali. E' dunque logico per dei vettori che hanno la riduzione di costo come primo obiettivo, quello di avere una flotta completamente nuova per avere maggiore competitività.

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Twitter: @AndreaGiuricin

Perché conviene a tutti lasciare le donne ammiccanti sui cartelloni pubblicitari

Quell’oscuro oggetto del desiderio – pallido, nella versione originaria - è il titolo di un film di Buñuel. E chi sia l’oggetto, quasi superfluo ricordarlo, è la donna. Un’espressione letteraria, se a veicolarla è Buñuel, al seguito di millenni di espressione artistica sulla femminilità, corpo compreso, a partire dai nudi delle Veneri paleolitiche. Un’affermazione scandalosa, se a veicolarla è un messaggio pubblicitario.

La differenza sta nella mercificazione del corpo, si dice. Lo ha detto anche il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ricordando che questo mese entra in vigore una delibera approvata dall’Assemblea capitolina nel luglio scorso che vieta l’affissione di messaggi pubblicitari contenenti “stereotipi e disparità di genere, veicoli di messaggi sessisti, violenti o rappresentanti la mercificazione del corpo femminile”. Un divieto forte ma anche abbastanza generico e variamente interpretabile. L’interpretazione che ne ha dato Marino, col plauso della Presidente della Camera Boldrini che non è nuova a criticare l’uso stereotipato dell’immagine femminile in pubblicità, è che il comune vieterà le affissioni che utilizzino il corpo delle donne associandolo all’idea di oggetto e di commercio.

Possono non far piacere, e non solo alle donne, talune immagini pubblicitarie. Succede per tutte le pubblicità. Oliviero Toscani ne sa qualcosa. Ma anche lo Stato, con gli orridi avvertimenti imposti sui pacchetti di sigarette, ne sa qualcosa. Non sobbalziamo per polmoni marcescenti, offerti in bella vista sui pacchetti di sigarette anche a chi non fuma, ma dovremmo sobbalzare per l’immagine sessista che si fa della donna al punto da vietarla. Cosa sia un’immagine sessista, lo può dire soltanto chi può vietare. Un nudo di donna o anche una donna dietro ai fornelli che sottostà, ingenuamente soddisfatta, ai più triti cliché familiari?

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Twitter: @seresileoni

Il nuovo regime IVA per la GDO e il rischio dell’effetto boomerang

La legge di stabilità 2015 ha esteso i casi di applicabilità del sistema di “reverse charge”, includendo anche le cessioni di beni agli operatori della grande distribuzione organizzata. La misura, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe contribuire a combattere taluni fenomeni di frode fiscale. Il rischio, tuttavia, è che produca un vero e proprio effetto boomerang, minacciando seriamente la stabilità economica delle imprese del settore. 

A questo fine, il nuovo Focus IBL “Reverse charge: i pregiudizi del ‘fisco amico’” (PDF) confronta il sistema d’inversione contabile con il regime ordinario di versamento dell’IVA, cercando di individuarne le maggiori criticità alla luce delle novità contenute nella legge di stabilità, con particolare riferimento al caso delle cessioni di beni agli operatori della GDO.

Alla luce di quest’analisi - secondo Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni - “l’ampliamento dell’ambito di applicazione del meccanismo d’inversione contabile deve poggiare su basi solide, che comprovino la prevalenza dell’interesse al recupero delle somme potenzialmente evase rispetto ai costi che il meccanismo comporta per le imprese”. “Non è un caso” - prosegue l’autore - “che le ipotesi di applicazione previste dalla Commissione europea siano limitate e tassative, e che la stessa Commissione richieda rischi di frode ampiamente documentati per ammettere deroghe a tali ipotesi”.
Secondo Mannheimer, qualora la Commissione Europea dovesse fornire il proprio nulla osta all’estensione del regime di reverse charge, “sarebbe quantomeno auspicabile che il Governo adottasse contemporaneamente un sistema di recupero dei rimborsi IVA privilegiato rispetto a quello ordinario”; inoltre, “dovrebbe incrementata la soglia di compensazione dei crediti tributari, oggi pari a 700.000 Euro, almeno a 1.000.000 di Euro”.

Il Focus “Reverse charge: i pregiudizi del ‘fisco amico’” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Non si fanno le liberalizzazioni a metà

Le liberalizzazioni non arrivano, nonostante i proclami del governo Renzi. Ci si aspettava un'apertura del mercato del trasporto e invece, ancora una volta, si parla di quello che sarebbe potuto essere. Questa volta si è deciso di non regolare il famoso caso Uber, l'applicazione americana, che ormai è valutata oltre 40 miliardi di dollari, ed è la punta di un grande iceberg che si chiama «Sharing economy».

L'economia della condivisione è il futuro dell'economia, ma forse il nostro governo non lo ha ancora capito. Thttavia per fare sviluppare il futuro, ci vuole un buon grado di apertura, con poche regole, ma ben chiare. A poco servono le raccomandazioni del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi, che ha promesso in futuro di regolare il tutto con un decreto legge.

Uber è stata al centro dell'attenzione a causa delle proteste dei tassisti. Di fronte alla possibilità di liberalizzare il servizio, il governo si è impaurito e ha fatto una marcia indietro non troppo velata. Ma come mai Uber, che è solo un'applicazione che mette in contatto la domanda e l'offerta, fa così paura al governo e ai tassisti? Le proteste dei tassisti sono comprensibili poiché la categoria perde una posizione di monopolio e i vantaggi che ne derivano. Meno comprensibile è la lentezza del governo nel comprendere il fenomeno, che ormai è quanto meno globale. È chiaro che una regolazione anti-liberalizzazioni, come quella che vorrebbero í tassisti, rischia di uccidere Uber e al contempo di dare un chiaro segnale che l'Italia non è troppo aperta al cambiamento. L'oggetto del contendere è il servizio Uber Pop, dove ogni utente dell'applicazione può diventare un conducente con la propria vettura. I tassisti evidenziano delle problematiche fiscali e giuridiche per tale servizio, ma di fatto è una mera difesa della loro posizione. Il «driver» di Uber ha l'obbligo di dichiarare i propri introiti dell'attività, che non possono diventare il reddito prevalente. Inoltre le transazioni sono effettuate con la carta di credito e sono perfettamente tracciate (un sistema da fare invidia all'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco). Come un tassista dovrebbe fare sempre la ricevuta, così il singolo driver deve dichiarare il proprio reddito derivante dal servizio Uber Pop. L'app chiede inoltre ai propri driver un'assicurazione verso terzi.

Ora il governo non è stato in grado nel «pacchetto liberalizzazioni» di ricomprendere quella che di fatto è l'economia del futuro. Non ne ha avuto il coraggio o preferisce lasciare nell'incertezza regolatoria. Forse questa posizione è meglio di quella spagnola, dove la lobby dei tassisti ha vinto la prima battaglia contro Uber, facendo bloccare il servizio. In generale tuttavia è difficile bloccare il futuro e questo è chiaro da come l'applicazione abbia ormai raggiunto dimensioni globali. Ma l'incertezza regolatoria ha un costo, poiché scoraggia gli investimenti e la conseguente creazione di impiego. Uber è solo un caso, ma dimostra l'evanescenza del governo alla prova dei fatti e delle riforme.

Da Panorama, 19 marzo 2015
Twitter: @andreagiuricin

Segreto bancario, le distorsioni di un'intesa

Se gli Stati non si scambiano assassini condannati ma sono desiderosi di darsi l’un l’altro informazioni sui risparmi dei loro cittadini, c’è di che preoccuparsi.
Francia, Brasile e Messico, che si palleggiano il terrorista Cesare Battisti senza permetterne l’estradizione in Italia, sono infatti tra i primi firmatari dell’accordo Ocse sullo scambio automatico d’informazioni sui risparmiatori esteri. Un accordo inutile, ingiusto, dannoso e pericoloso.

Incapaci di contenere le spese, operazione costosa in termini di consensi, gli Stati hanno pensato che una stretta sulla tassazione dei risparmi all’estero avrebbe permesso di aumentare le entrate andando invece a colpire una fascia minoritaria di contribuenti, con un costo politico modesto. Ma anche con ricavi pressoché nulli: i risparmi all’estero erano già tassati, anche se in forma anonima, attraverso ritenute fiscali nei Paesi in cui si investiva.
Ora queste ritenute diventano crediti d’imposta nei confronti del Paese del risparmiatore. Un massiccio lavoro burocratico per la riscossione di poco o nulla, salvo forse per gli Stati a fiscalità più alta della media (il cui vizio viene così incentivato).
Perché mai, poi, i risparmi di italiani, brasiliani o francesi investiti in USA dovrebbero essere tassati secondo le regole del Paese di provenienza, quando le aziende sono tassate nel Paese in cui vanno ad investire? Il principale e dimenticato movente della diversificazione internazionale dei risparmi individuali è quello di sottrarli al rischio sovrano del Paese di residenza, specie quando il risparmiatore non ha la fortuna di essere nato in un Paese stabile e a bassa fiscalità. Perché la libertà di movimenti di capitale deve essere riservata alle aziende e noi ai cittadini?

Il nuovo sistema, poi, crea danni proprio ai Paesi che sperano di trarne vantaggio. Infatti i risparmiatori, che coi nuovi accordi non riusciranno più a sottrarsi alle mire del fisco, o del regime, del Paese in cui risiedono, subiscono un aumento del rischio Paese che li porterà a ridurre il livello di rischio generale del loro patrimonio. E poiché molti di loro sono imprenditori, diminuiranno probabilmente gli investimenti nel Paese di residenza. La tassazione dei risparmi in base al Paese di residenza, poi, elimina la concorrenza fiscale. Quando molti paesi Ocse già prelevano quasi la metà del Prodotto interno lordo in tasse, diminuire la concorrenza fiscale danneggia il potenziale di crescita economica e induce all’esilio gli individui più abbienti, creando ulteriori problemi proprio ai Paesi che speravano di avvantaggiarsi del nuovo regime.

I pericoli del nuovo assetto sono stati messi in luce dalla riesumazione della lista Falciani, rilanciata a livello internazionale da un’associazione di giornalisti. Nonostante queste “rivelazioni” non contenessero notizie nuove, il loro successo editoriale dimostra che il compianto segreto bancario resta necessario come minimo per proteggere gli individui dal voyuerismo in cui governi e masse indulgono ad ogni possibile occasione. Non a caso un Legislatore migliore degli attuali disse di “non rubare”, e pensava pure agli evasori, ma anche di “non desiderare la roba d’altri”, e pensava a tutti.

Dal Corriere della sera, 17 marzo 2015

TTIP: un'analisi di ciò che prevede e delle infondate critiche da cui è sommerso

Da due anni una delegazione dell’Unione Europea sta negoziando con gli Stati Uniti un accordo, noto come TTIP, con l’obiettivo di rimuovere numerosi ostacoli burocratici e tariffari in diversi e rilevanti settori del commercio e degli investimenti fra le due aree. Nonostante la sua importanza, il dibattito pubblico sul TTIP si è concentrato, sinora, soprattutto su allarmismi e pregiudizi privi di fondamento.

Nel Focus “Tutti i complottismi sul TTIP” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, sostiene infatti che “le negoziazioni del TTIP hanno sortito, per la verità, ben poco interesse, se rapportato all’impatto potenziale di tale accordo, che andrebbe a creare il più grande spazio di libero scambio mai esistito sul pianeta. A voler estrarre un campione delle analisi d’impatto sul TTIP, tuttavia, ne emerge un’immagine a dir poco stereotipata e strumentalizzata”. Al contrario, secondo Mannheimer, è necessario “ricondurre il dibattito sul TTIP a quel minimo di serietà che, pur essendo indubbiamente meno suggestiva e più noiosa, il tema meriterebbe”.

A questo fine, il nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni si propone di esaminare, uno per uno, i maggiori “complottismi” sorti nel dibattito intorno al TTIP, in quanto “qualsiasi valutazione di merito sul TTIP (…) non può prescindere, in maniera preliminare e pregiudiziale, da un deciso cambio di passo nel metodo di analisi dei suoi “detrattori”, e ciò proprio in virtù della grande importanza dell’accordo in questione”.

Il Focus “Tutti i complottismi sul TTIP” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Perché abbiamo bisogno degli asiatici

«Guardiamo a ciò che è successo con l'acquisizione di Alitalia da parte di Etihad: abbiamo speso molti soldi per difendere l'italianità della nostra compagnia di bandiera e poi, dopo qualche anno, siamo stati costretti a venderla a un vettore di Abu Dhabi, con una scelta tardiva che si è rivelata inevitabile». Parola di Andrea Giuricin, che considera un atteggiamento miope e anacronistico il timore delle multinazionali in arrivo dai Paesi emergenti.

Dovremmo accoglierle o braccia aperte, anche se si comprano pezzi importanti del nostro Paese?
Sicuramente non possiamo chiudere loro le porte, in nome di una difesa della proprietà nazionale delle aziende che finora ha fatto solo danni. In un mondo globalizzato, rinunciare ai capitali che arrivano dall'Asia o dall'America Latina non ha senso. Se non trovano spazio da noi, sicuramente si indirizzeranno altrove.

Avere l'industria nazionale in mani straniere non è negativo?
Prendiamo il caso della Spagna, che oggi è uno dei maggiori produttori di auto in Europa, con 2,4 milioni di vetture costruite ogni anno. Questo primato è stato raggiunto grazie alla massiccia dose di investimenti stranieri nella Penisola Iberica, dove hanno scelto di insediarsi i maggiori gruppi automobilistici del mondo, da Ford a Nissan. L'unica azienda nazionale di questo settore, cioè Seat, ha un ruolo ormai marginale sul mercato. E allora, viene da chiedersi, perché un altro Paese non dovrebbe seguire l'esempio spagnolo?

C'è chi teme però che queste multinazionali vengano da noi per prendersi la tecnologia o il marchio di qualche impresa importante, per poi tornarsene a casa. Non vede questo rischio?
C'è sempre, qualunque sia la provenienza di una multinazionale. quando il nostro Paese non è in grado di creare un ambiente favorevole agli investimenti. Se l'Italia riesce a essere attrattiva, poco importa se i capitoli arrivano da Asia, Europa o dagli stessi italiani.

Quando le nostre aziende vanno nei Paesi emergenti, però, spesso non trovano le porte aperte...
È vero. Piuttosto che trincerarsi dietro a un miope atteggiamento di ostilità verso lo straniero, i Paesi europei devono battersi nei negoziati del Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, per stimolare la reciprocità. Se le aziende cinesi o indiane possono venire a investire da noi facilmente, anche le imprese italiane e del Vecchio Continente devono trovare le stesse condizioni in Asia.

Da Business People, marzo 2015
Twitter: @AndreaGiuricin

Scuola: merito e offerta

Una delle sfide principali che il governo guidato da Matteo Renzi si appresta ad affrontare è quella della riforma della scuola. E difficile, infatti, pensare che la società italiana possa uscire dalla crisi senza cambiare il mondo dell'istruzione e, quindi, senza un sistema formativo all'altezza. Purtroppo tutta l'attenzione sembra essere però per chi lavora all'interno di questo ambito e non già come dovrebbe essere per i destinatari del servizio: studenti e famiglie.

Per tale ragione è cruciale che nel disegno generale come nella definizione delle misure di dettaglio si ripensi la scuola introducendo più pluralismo e più attenzione al merito. Nell'Italia eternamente divisa tra guelfi e ghibellini, ogni dibattito sull'istruzione finisce per riportare alla luce vecchie diatribe e quindi anche la sola ipotesi di immaginare maggiore possibilità di libertà di scelta tra pubblico e privato viene intesa da una parte dello schieramento politico come una sorta di "regalo"al mondo cattolico. Non è così, dato che andare incontro alle richieste della popolazione e rispettarne i valori risponde a una logica liberale, che tutti dovrebbero apprezzare. C'è allora bisogno di più varietà e concorrenza, anche al fine di valorizzare chi lavora meglio. L'appiattimento (anche retributivo) della scuola italiana ha tenuto lontani molti giovani di qualità a cui sarebbe piaciuto insegnare. Ma per uscire da questa situazione bisogna pure accettare l'idea che non tutte le materie sono sullo stesso livello e non tutti i docenti sono uguali.

Le strade che si possono percorrere per riformare la scuola sono molte: partendo da una maggiore autonomia nel delineare programmi e percorsi formativi, fino alla p ossibilità (come nell'America di Barack Obama) di creare scuole pubbliche e gratuite, ma largamente indipendenti e finanziate sulla base del numero degli studenti iscritti. E poi bisogna favorire la crescita di quanti già sono presenti, con i loro mezzi e il loro entusiasmo, in quelle scuole libere religiose o laiche che siano fin da ora attive.

In questo senso, è comprensibile che il governo si prenda a cuore i precari, ma solo se questo non porta a perdere una volta di più il treno di cambiamenti strutturali ormai non rinviabili. A questo riguardo è stato sicuramente un errore, da parte di Renzi, l'avere promesso la stabilizzazione di tutti i 150 mila precari, dal momento che è inammissibile che l'Italia abbia un numero di insegnanti tanto alto (basti guardare i dati di un Paese come la Germania, ad esempio). Questo è uno spreco che ha conseguenze dirette sulla bassa qualità di tanta parte del sistema educativo e che, di conseguenza, compromette il futuro dei nostri giovani.

Questo è un po' il punto. Mentre troppi politici e sindacalisti sembrano interessati soltanto ai lavoratori della scuola, bisogna che si focalizzi l'attenzione sul merito e sul pluralismo, sull'esigenza di vere riforma e più concorrenza, così da ricordare a tutti che il mondo dell'istruzione ha la sua ragione negli studenti e nella loro formazione. Se non si parte da questa verità elementare è difficile che si possa fare qualche passo in avanti.

Da La Provincia, 12 marzo 2015

Il quasi impossibile identikit della banda larga "a prova di futuro"

Negli anni Sessanta l'Italia ha iniziato ad accorciare ritardi decennali accumulati rispetto ai concorrenti internazionali nell'industria di base e nei trasporti anche grazie all'uso di soldi pubblici e decisioni calate dall'alto. I risultati non furono impeccabili. Il governo ora ambisce a colmare un ritardo significativo verso le principali economie europee nell'ammodernamento delle infrastrutture delle telecomunicazioni, l'autostrada del millennio, per garantire almeno al cinquanta per cento della popolazione l'accesso a una rete internet ultrarapida capace di una velocità dí traffico dati da 100 megabit al secondo ora diffusa a macchia di leopardo entro i prossimi cinque anni, secondo i dettami dell'Agenda digitale europea.

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, rispetto al predecessore Enrico Letta che iniziò le consultazioni sul tema, ne ha fatto un obiettivo programmatico a prescindere dai richiami europei e recentemente ha assunto una linea muscolare verso l'incumbent Telecom Italia, monopolista della rete, proponendo la cornice della "strategia italiana per la banda larga" che ha come approdo la sostituzione della rete in rame, considerata obsoleta ma cara a Telecom per ragioni economiche, con quella in fibra ottica. Il governo vuole un'infrastruttura "future proof - a prova di futuro", scommettendo su di essa sei miliardi di fondi europei, in sette anni, e chiamando i privati a "fare la loro parte". Telecom prevede di investire tre miliardi nei prossimi tre anni sulla fibra ottica.

Cosa sia a "prova di futuro" è controverso: per definizione le tecnologie evolvono e nessuno ha la proverbiale "sfera di cristallo". Tuttavia i decisori pubblici si scervellano per studiare progetti infrastrutturali capaci di superare la prova del tempo, dal concepimento all'installazione e oltre, cercando di trovare la sintesi migliore per anticipare le innovazioni e la domanda del mercato pur mantenendo i costi contenuti e garantendo la necessaria flessibilità dell'opera ingegneristica per aumentarne la capacità secondo bisogni futuri. Questa è la definizione di "future proof' offerta dall'Economist Intelligente Unite dalla banca Hsbc per le infrastrutture in generale.

Inseguire il futuro ha spesso un costo imprevedibile. "La supremazia della fibra rispetto al rame è assodata ma il problema sono le spese per sostituire l'uno con l'altra", dice Massimiliano Trovato, economista dell'Istituto Bruno Leoni, mettendo in guardia dai costi economici e politici di una strategia ambiziosa ma non sostenuta da adeguati capitali in tempi di costrizioni al bilancio. Trovato richiama il caso del governo laburista australiano che decise di sostituire la rete in rame dovendo però affrontare crescenti costi imprevisti che infine costrinsero alla retromarcia. I conservatori usarono il flop governativo a loro vantaggio facendone un punto d'attacco nella campagna elettorale del 2013 che poi in effetti vinsero.

In Italia le divergenze stato-Telecom sul punto sono diventate di pubblico dominio, sebbene in queste ore si stia cercando il dialogo. Telecom Italia vorrebbe conservare la tecnologia della fibra fino all'armadio (vedi box) preservando il rame nel tratto che va dalla strada fino alle case. Telecom e Fastweb ultimamente hanno investito per potenziare il segnale proprio nell'ultimo tratto. Metroweb è l'operatore a guida pubblica, controllato da Cassa depositi e prestiti, che caso unico finora ha sperimentato la sola tecnologia della fibra fino a casa a Milano e vorrebbe diffonderla in altre aree del paese. Alcuni analisti dubitano che il "metodo Metroweb" sia facile da diffondere su larga scala con sei miliardi di investimenti pubblici, a condizione che i privati spendano altrettanto, senza iniezioni di capitale aggiuntive.

E' di questo avviso Michele Polo, docente di Economia alla Bocconi di Milano. Quanto a scelte "a prova di futuro", Polo propende per una "soluzione graduale" nella sostituzione rame-fibra in quanto la stessa struttura della rete nazionale italiana con poche centinaia di metri che separano le "cabine" dalle case -, a differenza della Francia, consente già di ovviare a fastidiosi colli di bottiglia nelle trasmissioni. Il vantaggio di una scelta "scalabile" starebbe nel potere approfondire la penetrazione della fibra col tempo, come fa una famiglia che s'attende quattro figli ma non compra subito un mini-van (a meno di un imprevisto parto quadrigemellare, ovvio), ma passa da un'utilitaria a una quattroporte e così via. "Il rischio avverte Polo è di trovarsi nel mezzo del cammino senza avere coperto le zone arretrate e anziché colmare un ritardo si compie un drammatico ritorno al passato".
Tuttavia si dovrà pur rischiare, o no? "Certo ma legarsi a una sola tecnologia, o a un solo tipo di infrastruttura, comporta rischi per un investitore privato, figuriamoci per uno pubblico", risponde Andrea Giuricin, ricercatore dell'Università Bicocca di Milano e che lavora in Spagna. "Qui molti operatori, da Telefonica a Orange, stanno investendo sulla banda larga ma si discute ampiamente anche delle reti mobili di quinta generazione (5G) con un dibattito variegato perfino sulla natura di questa tecnologia che si sta sperimentando in oriente", dice riferendosi a un articolo pubblicato ieri dal Wall Street Journal sulle incognite per i colossi telefonici europei di fronte alla competizione dei rivali di internet, come Google e Facebook.

La soluzione mista
L'operatore privato Fastweb, pioniere della fibra ottica, sta fondendo la tecnologia del cavo e del wireless (senza fili) con un progetto pilota, partito da Monza, chiamato "wow-fi!", che da maggio verrà diffuso altrove. Antenne wireless sistemate negli "armadi" in strada diffondono il segnale ai telefoni mobili degli abbonati ovunque in città. E' un metodo off-limits per gli operatori integrati (sia fissi sia mobili): si autoinfliggerebbero perdite nel traffico da cellulare. Le idee d'avanguardia, palloni aerostatitici, droni, satelliti e segnali di luce senza cavi sono in fase di sperimentazione ma arriveranno. In futuro, ovvio.

Da Il Foglio, 11 marzo 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

Il monopolio buono. Spunti su Rai-Mediaset e Rcs-Mondadori

Le due vicende Rizzoli-Mondadori e Mediaset-Rai hanno un punto in comune, oltre al coinvolgimento delle aziende del Cav. Si tratta di iniziative imprenditoriali che vengono avversate sulla base di una teoria della concorrenza oggi prevalente, ma anche contestata da una serie di studiosi liberali. Chi giudica negativamente fusioni, acquisizioni e ogni operazione che riduca il numero dei soggetti attivi in un settore muove dalla tesi che un mercato è davvero tale (e cioè competitivo) solo quando vi sono al suo interno un ampio numero di soggetti e/o quando nessuna azienda ne detiene una quota elevata. Ogni iniziativa che porti ad accorpare imprese sarebbe quindi una minaccia alla concorrenza. E quanti sostengono questa teoria fin dai tempi di Edward Chamberlin e Joan Robinson possono chiamare in causa anche Adam Smith, che in un celebre passo denunciò come pericolosa ogni collusione tra imprenditori orientata a restringere e limitare la concorrenza.

La regolazione legislativa del mercato e l'Antitrust a partire dalle norme di fine Ottocento introdotte negli Stati Uniti (lo Sherman Act) trarrebbero la loro giustificazione da ciò. Molti studiosi liberali hanno però una visione del tutto differente. Vari economisti e filosofi Murray N. Rothbard, Bruno Leoni, Pascal Salin hanno enfatizzato la differenza tra monopolio legale e monopolio economico (o "di fatto") e l'hanno fatto rinviando proprio al tema della proprietà. Per loro la proprietà va protetta e tutelata, e quindi va riconosciuto il pieno diritto dei titolari di cedere e acquistare. Senza questo, non abbiamo mercato ma altro. Per giunta, a rigore ogni proprietà è un monopolio e questo vale anche per quei monopoli di fatto che emergono sul mercato attraverso il normale ampliarsi della clientela o l'acquisizione di imprese. Sul piano teorico ogni proprietà è un monopolio. Questo vuol dire che se non si distingue tra il monopolio derivante dall'azione pubblica coercitiva (il monopolio legale che impedisce a qualcuno di essere attivo su un mercato) e quello che invece emerge tramite le libere e pacifiche relazioni di mercato si finisce per minare la proprietà stessa e, di conseguenza, il diritto e la libertà. Quando allora si abbandona la distinzione tra monopolio "legale" (il monopolio che i liberali avversano) e quello "di fatto" alla fine prevale l'arbitrio.

La prospettiva dominante ignora tali problemi teorici, riconosce che i monopoli possono derivare da decisioni politiche, e quindi da norme che chiudono il mercato, e afferma però che essi possono emergere pure da contratti non riconducibili ad atti coercitivi. Così si rende possibile la più ampia contestazione della proprietà e della libertà negoziale. Quelli che la prassi delle agenzie Antitrust ritengono comportamenti collusivi, con finalità monopolistiche oppure oligopolistiche, sono in realtà accordi tra proprietari: i quali, per la teoria liberale, hanno il pieno diritto di fare tutto ciò. Non si dimentichi che ogni innovatore è un monopolista, poiché realizza per primo e da solo qualcosa che nessun altro faceva prima. Se fosse coerente, una politica contro i monopoli di mercato dovrebbe impedire ogni innovazione.

Cosa temono, per di più, quanti avversano le fusioni e perfino i grandi successi di questo o quello? Temono che il monopolista di fatto o il piccolo gruppo di imprese presente in un settore possa alzare i prezzi e abbassare la qualità. Ma in un libero mercato è difficile che accada, in un mercato davvero aperto ogni monopolista è esposto a una concorrenza potenziale che scoraggia quei comportamenti. Secondo molti liberali, insomma, un libero mercato non lo sí costruisce con regole e autorità, ma rispettando la proprietà e l'autonomia contrattuale.

Da Il Foglio, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

I lacci che frenano la banda larga

Oggi si tiene il Cdm nel quale il governo dovrebbe chiarire i contenuti del suo piano sulla banda larga, che molte perplessità ha destato, e nel merito delle voci che sono circolate, e sul metodo. Ci sono punti di contatto tra questa vicenda e quella Rai Way-EiTowers di cui il ministro Padoan ha scelto di parlare nella sua intervista di domenica col Corriere. «Rientra nelle logiche del governo ha detto verificare quali partecipate possano creare valore che serva ad abbattere il debito ed aumentare l'efficienza».

A dire il vero proprio la risposta che il mercato ha dato all'offerta su Rai Way, con l'immediato aumento dei valori delle aziende, sia quella soggetto sia quella oggetto dell'offerta, sta a dimostrare che la creazione di valore è possibile, non in astratto, ma proprio nel caso in esame. Questa risposta dovrebbe lusingarlo: nonostante fossero ben noti, sia il vincolo del 51%, sia - come dire? - le sensibilità politiche che vengono eccitate alla sola ipotesi di una trattativa tra un'azienda di Silvio Berlusconi e il governo (e non solo), il mercato evidentemente condivide gli obiettivi di fondo del governo, e crede che li raggiungerà, superando sia paletti posti in fase di quotazione di Rai Way, sia ostracismi pregiudiziali.

La questione che pone il ministro è di carattere generale. Un'azienda che il mercato considera non scalabile è quotata a sconto, il che comporta che per lei il costo del capitale è maggiore. Quando nella compagine azionaria c'è un azionista messo lì apposta per impedire scalate ostili, bisogna essere consapevoli che questo ha un costo, particolarmente rilevante per le aziende che detengono monopoli che la lunga permanenza nelle partecipazioni statali ha resi «naturali», e alle quali si chiedono significativi investimenti infrastrutturali.

È evidente il riferimento a Terna e a SnamReteGas, dove il 30% circa posseduto dalla Cassa depositi e prestiti è lì a dissuadere, per conto del Tesoro, chi avesse intenzioni ostili.

Con il che ritorniamo a Rai Way: i suoi tralicci sono di proprietà (almeno al 51%!) di Rai, la quale, come è noto, fino alla legge Gasparri, era di proprietà della Stet. Dipende quindi da una decisione dell'antenata di Telecom il fatto che in Italia il segnale televisivo venga trasmesso via etere, quello Rai fin dall'inizio, quello Mediaset finito il regime delle cassette trasportate col motorino. Mentre in altri Paesi, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, soggetti diversi dal concessionario telefonico costruivano reti via cavo per trasmettere il segnale televisivo, da noi non si poteva, perché la legge (d.lgs73 del febbraio 1991) riserva al concessionario delle telecomunicazioni il diritto esclusivo di scavare e mettere reti. Erano reti a cavo coassiale, oggi facilmente trasformate in rete a fibra ottica: in quei Paesi c'è quindi concorrenza tra due reti a banda larga, una condizione che, come nota OfCom, ha contribuito moltissimo ad aumentare diffusione e qualità della connettività. Farebbe solo peggio il governo se, per correggere gli interventi dei governi passati, volesse farne di analoghi oggi, nella vicenda della rete a banda larga: non è senza difficoltà che siamo usciti dal monopolio frutto della politica industriale del secolo scorso, non è il caso di ricominciare a pianificare assetti di mercato, men che meno di usare le tecnologie come grimaldello per realizzarli. Il governo fissi gli obiettivi, prestazionali, temporali, economici.
Tocca alle aziende scegliere le soluzioni tecnologiche e gli assetti societari atti a raggiungerli: a sorvegliare già ci sono le autorità, sulla concorrenza e di settore, italiane e, se non bastasse, comunitarie. Senza dimenticare che, come non c'è un'unica tecnologia non c'è neanche un unico tipo di consumatore.
C'è anche concorrenza tra i modi in cui ciascuno può impiegare il proprio tempo e spendere i propri soldi: ed alla fine sono proprio quelle scelte a determinare i «valori», ed è anche da quelle scelte che dipende l'efficienza del Paese. Cioè gli obiettivi indicati dal ministro.

Dal Corriere della sera, 3 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Liberalizzazioni, i farmacisti non mollano: «Apriremo 3mila negozi»

Processo ai farmacisti: «Il titolo di farmacista è come un titolo nobiliare che viene trasferito di padre in figlio, senza concorso: non conta la laurea e quanto hai studiato, contano solo criteri ereditari e di censo. E’ una cosa abominevole», accusa Davide Gullotta, catanese, giovane presidente della Federazione nazionale delle parafarmacie. E dalla grande distribuzione, catene come Coop o Conad, rincarano la dose: «Col ddl concorrenza si è persa un’occasione». E ancora: i titolari di farmacia, «si preoccupano di mantenere i loro privilegi di casta ed economici» più che pensare ai cittadini, sostiene Sergio Imolesi, segretario generale di Ancd Conad. Sul fronte opposto i titolari di farmacia fanno muro.

«Non siamo noi che freniamo le liberalizzazioni, il nostro è un settore abbondantemente liberalizzato da anni ed a breve apriranno pure le 3000 nuove farmacie volute da Monti», spiega Annarosa Racca, presidente di Federfarma, la federazione dei titolari di farmacia. «Noi come federazione non freniamo nulla. Non ci siamo mai schierati, né rispetto a ricorsi alla Corte di giustizia europea né su quelli presentati alla Corte Costituzionale, compresa la recente pronuncia sui farmaci di fascia C», assicura di suo Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli ordini. Che intanto, però, siede pure in Parlamento in qualità di senatore di Forza Italia. E se gli si fa notare che lui potrebbe essere la personificazione della lobby dei farmacisti risponde: «Direi proprio di no. Gli ordini sono enti nati nel 1947 per tutelare i cittadini, non siamo certo un sindacato. Il sindacato è una cosa diversa».

Il business della fascia C
L’ultima «pietra dello scandalo» è rappresentata dalla mancata liberalizzazione dei farmaci di fascia C a totale carico dei consumatori. Un business che da solo vale circa 3 miliardi di euro l’anno, ovvero il 17% delle vendite totali di farmacie e parafarmacie (22 miliardi, di cui 16 di prodotti strettamente farmaceutici). Il ministro dello Sviluppo ha provato a porre la questione, nonostante a luglio la Corte Costituzionale avesse avallato come «non irragionevole» l’esclusione delle parafarmacie, ma ha dovuto rinunciarvi. Ovviamente parafarmacisti e grande distribuzione non accettano che Federfarma abbia avuto la meglio. «È illogico e fuorviante perseverare nella difesa corporativa di chi gode di rendite di posizione ormai anacronistiche – spiega Imolesi -. Il mercato dei farmaci di fascia C è monopolio delle farmacie tradizionali, un mercato a cui evidentemente non intendono rinunciare, anche se produce inefficienze e prezzi alti, spesso inaccessibili alla fasce più povere della popolazione».

Leggi il resto su Il Secolo XIX, 2 marzo 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

La doppia morale di Tsipras

Ci sono diversi modi per raccontare la crisi greca. Uno, molto semplice, punta l'attenzione su un dato di fatto. Per certo, sappiamo che una delle parti in trattativa è il governo, piaccia o non piaccia, democraticamente eletto (quand'anche con poco più di un terzo dei suffragi) dal popolo greco. Chi sia la controparte è meno chiaro. C'è la Banca centrale europea, monumento di sapienza tecnocratica che suscita sospetto e diffidenza.

C'è il Fondo monetario internazionale. E poi la Commissione europea: non c'è un solo europeo che si senta «rappresentato» da questo esecutivo continentale, che non si capisce bene cosa faccia né tantomeno a chi risponda. Sono della partita anche i governi nazionali: Matteo Renzi ha chiuso la porta a soluzioni «creative» del problema greco, non prima di aver regalato una cravatta ad Alexis Tsipras. I governi nazionali temono una Grecia insolvente, perché essi stessi le hanno prestato quattrini. Sui giornali, sono apparse le simulazioni del costo pro capite di un default di Atene, per gli altri cittadini europei. La gente, però, presta poca attenzione. Sono decisioni che sente lontane. Alzi la mano chi, alle scorse elezioni europee, ha votato pensando non a vaghi ragionamenti sulla «austerità», ma alle concrete modalità di funzionamento dei meccanismi anti-crisi.

La narrazione, lo storytelling, democrazia contro tecnocrazia è appassionante. Ecco perché ci sta investendo proprio Tsipras, il cui motto è «democrazia dappertutto». Nel suo discorso al Parlamento, ha rinnovato gli impegni elettorali: aumenterà il salario minimo, fermerà le privatizzazioni, alzerà la soglia della no tax area. Un programma centrato su un aumento di spesa pubblica, senz'altro non bilanciato dalla riduzione del 50% del parco macchine blu e neppure dalle sforbiciate ai costi della politica o dalla lotta all'evasione. Auguri ai greci, ma almeno in Italia sembra il solito libro dei sogni delle coperture.

Secondo Tsipras, «l'austerità non ha soltanto impoverito il nostro popolo ma lo ha privato del diritto di decidere». Decidere, ma coi soldi di chi? Nello storytelling democrazia contro tecnocrazia, il «diritto di decidere» viene sottratto ai popoli per la vendetta di entità misteriose, i «mercati», che si divertirebbero a calpestarne le prerogative. A questi «mercati», gli Stati, fra cui la Grecia, hanno per anni chiesto prestiti: che per definizione a un bel momento devono essere ripagati. Questi prestiti li hanno chiesti per «decidere», direbbe Tsipras. Decidere stanziamenti, programmi, sussidi.

Indebitarsi non è mai stato obbligatorio. Se uno Stato vuole fare più cose, può sempre aumentare le tasse. In questo caso, la popolazione si accorge immediatamente del costo di «solidarietà», «investimenti» e «Stato sociale». Accorgendosene, potrebbe pensare che è meglio vivere in un Paese dove la spesa pubblica è un po' meno generosa, ma le persone possono decidere da sé che fare di una quota maggiore dei propri redditi. Se lo Stato s'indebita, il problema non si pone: qualcuno un bel giorno il conto lo dovrà pagare, ma non gli elettori che votano alle prossime elezioni. La classe politica promette allegramente: nel lungo periodo, saremo tutti morti.

Non ha torto chi ricorda che gli Stati hanno sempre disposto dei loro debiti in modo diverso dalle famiglie o dai comuni cittadini: cioè che hanno sempre evitato, quando possibile, di onorarli. Il ricorso alla svalutazione li aiutava a diluirne il peso. Grazie all'odiata Troika, la Grecia di Tsipras oggi ha un avanzo primario e potrebbe, nel breve, continuare a pagare gli stipendi. Nel medio periodo, farebbe fatica a chiedere nuovi prestiti, come qualsiasi debitore insolvente.

Diceva Adam Smith: «Ciò che è saggezza nella gestione di ogni privata famiglia, difficilmente può risultare follia nel governo di un grande regno».
La questione è tutta qui. E' giusto che ci sia una «doppia morale»? Gli Stati già fanno cose che nessun altro può fare: se vengo fermato dopo aver rapinato una banca, ho un bel dire alla polizia che volevo soltanto ridurre le diseguaglianze.
E' auspicabile che gli Stati possano considerare i loro debiti carta straccia?

Se così fosse, non si capirebbe perché qualcuno debba prestar loro dei soldi: e non solo alla Grecia. Tanto peggiore è la reputazione dei governi, tanto più alti sono gli interessi che dovranno corrispondere, per avere credito. E perché di uno Stato che non paga i suoi debiti i cittadini dovrebbero fidarsi quando promette loro la pensione, quando giura che non abuserà dei dati confidenziali in suo possesso, quando dice la sua verità alle famiglie delle vittime di un dirottamento aereo? Dove passa il confine fra le bugie lecite e quelle illecite?
Per «decidere» Tsipras intende: scegliere senza subire le conseguenze delle proprie scelte. E' un diritto che tutti sogniamo, ma che nessuno dovrebbe avere.

Da La Stampa, 11 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ecco perché il canone in bolletta è un “monstrum” giuridico

Certamente inserire il Canone Rai nella bolletta elettrica può essere il modo per sradicare una volta per tutte l’evasione, tra le più alte, della tassa di concessione televisiva. Peccato però che da punto di vista organizzativo, tecnico e persino giuridico l’operazione si presenti alquanto complessa. Innanzitutto c’è il problema delle società elettriche che non intendono fare la parte degli esattori, e se anche fosse pretendono di vedere riconosciuto questo lavoro. Poi c’è l’Authority dell’energia, che tra l’altro ha riformato proprio da poco la struttura delle bollette elettriche, per renderle più chiare e trasparenti, che sostiene che quella prospettata dal Governo (senza per altro consultarsi con l’Autorità stessa, non si capisce perché?) è difficile se non impossibile.

Puoi visualizzare il sondaggio qui.

Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia. E se adesso lo si infilasse davvero in bolletta “il canone diventerebbe un vero e proprio mostro giuridico”. 

Ibl indica tre motivi. Il primo. Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia.  

Secondo. L’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanti hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. “Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo – sottolinea l’Ibl -. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti”.  

Terzo punto. Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone. “Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono”. 

Conclude così il Bruno Leoni: “Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”. I legali dell’Assoelettrica a loro volta, per queste ed altre ragioni, hanno individuato diversi profili di incostituzionalità nel progetto del governo. Senza contare che le complicazioni sono tali e tante che già oggi è tecnicamente impossibile riuscire a rispettare la scadenza di gennaio, termine tradizionale del versamento del canone. Per questo i tempi ora si allungano, forse anche all’infinito – nonostante la “volontà politica” di andare avanti. Forse anche sino a far tramontare l’ennesimo progetto bello, ma solo sulla carta, al punto da essere irrealizzabile.

Da La Stampa, 26 novembre 2014

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Il nuovo regime IVA per la GDO e il rischio dell’effetto boomerang

La legge di stabilità 2015 ha esteso i casi di applicabilità del sistema di “reverse charge”, includendo anche le cessioni di beni agli operatori della grande distribuzione organizzata. La misura, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe contribuire a combattere taluni fenomeni di frode fiscale. Il rischio, tuttavia, è che produca un vero e proprio effetto boomerang, minacciando seriamente la stabilità economica delle imprese del settore. 

A questo fine, il nuovo Focus IBL “Reverse charge: i pregiudizi del ‘fisco amico’” (PDF) confronta il sistema d’inversione contabile con il regime ordinario di versamento dell’IVA, cercando di individuarne le maggiori criticità alla luce delle novità contenute nella legge di stabilità, con particolare riferimento al caso delle cessioni di beni agli operatori della GDO.

Alla luce di quest’analisi - secondo Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni - “l’ampliamento dell’ambito di applicazione del meccanismo d’inversione contabile deve poggiare su basi solide, che comprovino la prevalenza dell’interesse al recupero delle somme potenzialmente evase rispetto ai costi che il meccanismo comporta per le imprese”. “Non è un caso” - prosegue l’autore - “che le ipotesi di applicazione previste dalla Commissione europea siano limitate e tassative, e che la stessa Commissione richieda rischi di frode ampiamente documentati per ammettere deroghe a tali ipotesi”.
Secondo Mannheimer, qualora la Commissione Europea dovesse fornire il proprio nulla osta all’estensione del regime di reverse charge, “sarebbe quantomeno auspicabile che il Governo adottasse contemporaneamente un sistema di recupero dei rimborsi IVA privilegiato rispetto a quello ordinario”; inoltre, “dovrebbe incrementata la soglia di compensazione dei crediti tributari, oggi pari a 700.000 Euro, almeno a 1.000.000 di Euro”.

Il Focus “Reverse charge: i pregiudizi del ‘fisco amico’” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

TTIP: un'analisi di ciò che prevede e delle infondate critiche da cui è sommerso

Da due anni una delegazione dell’Unione Europea sta negoziando con gli Stati Uniti un accordo, noto come TTIP, con l’obiettivo di rimuovere numerosi ostacoli burocratici e tariffari in diversi e rilevanti settori del commercio e degli investimenti fra le due aree. Nonostante la sua importanza, il dibattito pubblico sul TTIP si è concentrato, sinora, soprattutto su allarmismi e pregiudizi privi di fondamento.

Nel Focus “Tutti i complottismi sul TTIP” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni, sostiene infatti che “le negoziazioni del TTIP hanno sortito, per la verità, ben poco interesse, se rapportato all’impatto potenziale di tale accordo, che andrebbe a creare il più grande spazio di libero scambio mai esistito sul pianeta. A voler estrarre un campione delle analisi d’impatto sul TTIP, tuttavia, ne emerge un’immagine a dir poco stereotipata e strumentalizzata”. Al contrario, secondo Mannheimer, è necessario “ricondurre il dibattito sul TTIP a quel minimo di serietà che, pur essendo indubbiamente meno suggestiva e più noiosa, il tema meriterebbe”.

A questo fine, il nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni si propone di esaminare, uno per uno, i maggiori “complottismi” sorti nel dibattito intorno al TTIP, in quanto “qualsiasi valutazione di merito sul TTIP (…) non può prescindere, in maniera preliminare e pregiudiziale, da un deciso cambio di passo nel metodo di analisi dei suoi “detrattori”, e ciò proprio in virtù della grande importanza dell’accordo in questione”.

Il Focus “Tutti i complottismi sul TTIP” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

Banda larga, investimenti pubblici solo nelle aree svantaggiate e senza discriminazioni tecnologiche

Il piano banda larga continua ad essere un’incognita. Non soltanto perché, nel giro di un paio di giorni, la versione definitiva del piano è cambiata, ma anche perché come esso andrà attuato resta in buona parte nella discrezionalità del governo. Il Briefing paper “L’eterno ritorno del piano banda larga” (PDF) di Rosamaria Bitetti, fellow dell’IBL, traccia i limiti e confini che l’azione e il finanziamento pubblici dovrebbero rispettare nel programmare la diffusione della connessione ultra veloce. Secondo Bitetti, “‎Il settore delle telecomunicazioni è un settore da anni privatizzato e, pur con alcuni limiti, liberalizzato: un settore in cui, proprio in virtù del suo alto tasso di innovazione e degli ingenti investimenti necessari per mantenere questa innovazione, il ruolo principale di scelta degli investimenti spetta agli operatori privati”.

Di conseguenza, “il ‎piano per la banda larga deve favorire lo sviluppo delle reti di nuova generazione, ma senza schiacciare il processo competitivo che porta gli investimenti e l’innovazione necessari per ottenerlo. Questo permette anche di minimizzare la spesa pubblica e dirigerla verso quegli interventi dove può essere più efficace, oltre che meno distorsiva. In altre parole, l’intervento diretto deve essere solo un’ultima risorsa, dove non è possibile incentivare ulteriormente l’investimento e l’ammodernamento delle infrastrutture esistenti con la regolazione di settore e con la possibilità di utilizzare il bacino d’utenza potenziale. Un ulteriore aspetto di fondamentale importanza è quello della neutralità tecnologica: se è comprensibile che il governo si preoccupi di favorire l’accesso a internet per tutti, è meno ovvio che esso debba anche individuare in quale modo tale obiettivo debba essere conseguito, specie quando questo implica scelte destinate a vincolare il settore nel lungo termine”.

Il BP “L’eterno ritorno del Piano Banda larga” di Rosamaria Bitetti è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Se lo Stato controlla la nostra vita

La sensibilità delle persone, in materia di privacy, è cosa ben strana. Ci preoccupano tantissimo social network e giganti del web. Se stiamo sviluppando una qualche perplessità, non è perché Twitter o Facebook sappiano molte cose di noi più di quante non fossero note, ad altri, anche prima. Sui social network noi distribuiamo opinioni e fotografie con la stessa liberalità che usavamo al bar o alle feste di famiglia.

Amazon conosce le nostre abitudini, ma né più né meno del nostro libraio di fiducia.

Ciò che comincia ad inquietarci è il fatto che queste aziende sono enormi, e riuniscono enormi quantità di dati, che riguardano una popolazione assai vasta. Che facciano alcunché di male, è tutto da dimostrare. Ma nutrire una sorta di pregiudizio negativo verso le organizzazioni di così grande dimensione non sembra irragionevole. Ci spaventa la scala: ci spaventa sentirci soli, piccoli, impotenti, davanti a un colosso. Ci spaventa ciò che di noi stiamo sicuramente rivelando senza accorgercene, e ci irrita che qualcuno possa trarne beneficio senza che ce ne accorgiamo.

Per questo è tanto più sorprendente che non ci sia nessuno che alza un sopracciglio, se invece è lo Stato a sapere tutto di noi: nello specifico, tutto sulle nostre finanze, e senza che ci abbia mai chiesto di acconsentire al trattamento dei dati.

Tuttavia, il segreto bancario è morto e sepolto, dentro e fuori i confini delle nazioni, e nessuno ha recitato una prece. Già oggi lo Stato può facilmente farci i conti in tasca: consumi, investimenti, debiti. Nel giro di un paio d’anni questo varrà anche al di fuori del territorio su cui è sovrano. C’è poco da prendersela con l’Agenzia delle Entrate, il trend è internazionale. Grazie ad un accordo promosso dall’Ocse, dal 2017 le autorità fiscali di quaranta Stati potranno inviarsi dati relativi ai contribuenti residenti, con una procedura amministrativa che prescinde dall’esistenza di un’indagine della magistratura. Fra i Paesi coinvolti, anche Argentina, Ungheria, e Russia. Poco importa se basta un minimo di memoria storica a suggerire a un argentino di tenere lontano dal suo governo i suoi risparmi, o se dissidenti ungheresi e russi hanno l’esigenza di proteggersi (e di proteggere i propri fondi) da leader non precisamente liberali. Lo scambio d’informazioni sarà, per l’appunto, automatico.

Leggi il resto su La Stampa, 26 marzo 2015
Twitter: @amingardi

Pirelli, la scelta cinese e quel che Tronchetti dovrebbe spiegare agli azionisti

Davvero la scelta di China National Chemical Corporation (Cncc) "era la migliore per la Pirelli"? Marco Tronchetti Provera, sul Corriere della Sera di martedì, non mostrava dubbi. Noi proviamo a rispondere seguendo un percorso diverso, isolando i suoi argomenti: importanti ma in qualche modo accessori.

L'accordo pone vincoli al compratore quanto a permanenza in Italia delle funzioni tecniche e strategiche. Normalmente è il compratore che, quando teme che competenze essenziali possano dileguarsi, se le assicura, con pattuizioni di solito onerose. "Cuore e testa resteranno in Italia", enfatizza Tronchetti: ma questo è un vantaggio per l'acquirente, compreso nel prezzo. Gli impegni a più lungo termine, o convengono, e li si osserva anche se non sono nello statuto, o non convengono, e basta tagliare i budget: il "cuore" non alimenta più la "testa", entrambi si atrofizzano, restano memorie del passato. L'attuale vertice aziendale dovrà garantire "il processo di riorganizzazione" e la costruzione "del percorso di successione": vantaggi, per un compratore estraneo al nostro mondo, anche questi compresi nel prezzo. Aumenteranno le quantità vendute sul mercato cinese: lo stabilimento cinese di Pirelli produrrà più pneumatici di alta gamma, grazie alla maggiore "cinesità"; quelli di Cncc più pneumatici pesanti, grazie alla tecnologia Pirelli. Con conseguenze sui fatturati e, verosimilmente, anche sui margini, molto maggiori sul lato cinese.

Con questi argomenti non si riesce a sapere se l'accordo è, per Pirelli, il migliore possibile: migliore può solo essere in confronto ad altro. Secondo il Financial Times, in un settore che necessita un consolidamento, la potenza finanziaria cinese metterà sotto pressione le varie Goodyear, Michelin, Continental, Hankook. "Nei loro panni", dice Stuart Pearson, analista di Exane Bnp Paribas, "sarei atterrito (horrified)". Sono state cercate altre strade, sollecitate altre offerte, valutate altre combinazioni? In base a quali valutazioni è stata scartata l'opzione della scissione tra pneumatici ad alte prestazioni e quelli per veicoli pesanti, tenendo i primi e vendendo o dando in licenza i secondi? Una possibilità che il nuovo proprietario potrà, se lo crede, sempre realizzare.

Tronchetti ha ragione a qualificare di "sussulti che sanno di antico" le critiche fatte in nome di un "nazionalismo di maniera che parla in modo superficiale di politica industriale". Verissimo che in Italia non si siano "create le condizioni per attrarre i grandi e far crescere le aziende medie": dipende dai governi, ma non solo da loro. Quante delle scelte fatte dagli imprenditori erano volte alla crescita delle loro aziende e quante alla diversificazione dei loro patrimoni? Quanto è costata, per esempio, l'avventura in Telecom, come perdita di risorse economiche e di concentrazione imprenditoriale?
A meno di ricorrere a spiegazioni sociologiche o antropologiche, sono scelte endogene alla cultura prevalente: si diversifica per ridurre i rischi derivanti da quella "politica industriale"; si acquistano beni che lo stato stesso ha venduto, confidando che saranno rispettati i diritti di proprietà. I ripetuti attacchi alla rete di Telecom (per non parlare degli espropri con destrezza subiti dai Riva) testimoniano quanto quella fiducia sia mal riposta.

E' singolare che Tronchetti, per convincerci che questa soluzione è "la migliore per Pirelli", adduca argomenti propri della politica industriale e della difesa dell'italianità che ne è pietra angolare. Non sarà "di maniera", ma sempre "nazionalismo" è il difendere l'operazione in quanto garantisce che tecnica e strategia continueranno a essere in mano italiana. Per Pirelli, cioè per la massa dei suoi azionisti, la migliore soluzione, se di vendere si tratta, è di trarre il maggior valore dal loro investimento. Glielo garantisce questo accordo? C'era modo di spuntare per tutti loro condizioni più vantaggiose? Se ne parlerà nei prossimi tempi. L'intervista di Tronchetti non fornisce elementi in proposito.

Da Il Foglio, 26 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Business in volo

La tragedia del volo Germanwings, dove sono morte 150 persone, apre dei grandi interrogativi nel mondo del trasporto aereo. La compagnia è posseduta al 100 per cento da Lufthansa, il primo operatore tradizionale europeo, che ha trasportato oltre 105 milioni di passeggeri lo scorso anno. Germanwings è la filiale low cost del colosso tedesco, anche se difficilmente può essere paragonata alle vere compagnie a basso costo che operano nel mercato europeo.

Dopo la liberalizzazione del 1997, i principali vettori low cost hanno iniziato a svilupparsi e a crescere, affermandosi nel panorama europeo. Le principali compagnie sono Ryanair ed EasyJet, con oltre 80 e 60 milioni di passeggeri annui. Queste, a oggi, non hanno sofferto nessun grave incidente aereo. Questi due vettori hanno dei costi molto ridotti, ma non risparmiano sulla sicurezza, dato che i controlli sono identici per tutte le compagnie.

L'aereo di Germanwings precipitato, un Airbus A320, sembra avere oltre 20 anni di operatività e indubbiamente questo è un fattore di rischio. Le compagnie low cost come EasyJet e Ryanair hanno invece un'età media della flotta molto bassa, poiché gli aeromobili nuovi permettono dei risparmi di costo molto importanti. Un aereo nuovo permette un risparmio di carburante fino al 30 per cento rispetto ad uno con un'anzianità superiore a 20 anni e nel trasporto aereo, i costi del carburante arrivano fino al 35 per cento dei costi totali. E' dunque logico per dei vettori che hanno la riduzione di costo come primo obiettivo, quello di avere una flotta completamente nuova per avere maggiore competitività.

Leggi il resto su Il Foglio, 26 marzo 2015
Twitter: @AndreaGiuricin