Lombardia a fondo se le tasse non calano

Fin dai tempi dell'unificazione nella nostra vita politica è assai vivo il dibattito intorno alla cosiddetta "questione meridionale", e cioè alle difficoltà di un Mezzogiorno incapace di agganciare il treno della crescita Negli ultimi tre decenni, inoltre, con l`avvento della Lega è emersa anche una "questione
settentrionale" connessa ai problemi di un Nord che si sente sottorappresentato, malservito, troppo ai margini. C`è però anche un Nord del Nord e si tratta naturalmente della Lombardia.

Fa quindi bene l`ultimo numero del settimanale "Tempi" a focalizzare l`attenzione proprio su alcuni dati che da tempo sono di pubblico dominio, ma che continuano a rimanere ai margini della discussione. E si tratta delle risorse che, con la tassazione, la società lombarda (imprese e famiglie) ogni anno versa a Roma senza ricevere, in contraccambio, alcun beneficio. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, la differenza tra quanto i lombardi danno allo Stato conte imposte e l`insieme dei servizi nazionali e locali che essi ricevono è in effetti superiore ai 53 miliardi annui. Questo significa che ogni anno una famiglia lombarda di cinque persone perde più di 27 mila euro e, di conseguenza, in un decennio rinuncia a una somma superiore ai 270 mila euro.

Nel suo articolo apparso sul settimanale citato Luigi Amicone parla della Lombardia come del "bancomat dello Stato". In altre parole, la locomotiva d`Italia è una regione che vede sparire dal proprio territorio una percentuale rilevante della propria ricchezza, la quale non è spesa a favore della propria popolazione ma, in larga misura, viene utilizzata per finanziare logiche assistenziali nel resto del Paese. Gli studi ormai sono numerosi e le cifre in parte divergono, ma c`è una chiara convergenza sul fatto che una quota davvero massiccia della ricchezza prodotta dai dieci milioni di lombardi è consegnata ad altri territori. C`è da chiedersi quanto a lungo su tutto ciò permarrà il silenzio. Perché è chiaro che è sempre più difficile difendere un sistema redistributivo che, al tempo stesso, rovina i lombardi con la tassazione abnorme e il resto d`Italia con una spesa pubblica fuori controllo la quale, specialmente nel Sud, alimenta lo strapotere di politici e burocrati. Si sta distruggendo un`area economicamente storicamente molto produttiva e, al tempo stesso, si difendono meccanismi che impediscono la crescita dell`economia privata del Mezzogiorno.

In questo scenario generale il referendum approvato dalla Regione Lombardia appare come un`iniziativa politica piuttosto timida. E nonostante ciò si deve registrare come perfino questo tentativo del parlamentino lombardo di dare voce alla popolazione e permettere un maggiore autogoverno sia avversato da chi pensa che continuare a spostare ricchezza dalla Lombardia alla Calabria o alla Campania aiuti al tempo stesso Milano e Catanzaro, Como, Lecco, Sondrio e Avellino. Ormai dovremmo avere capito che non è così: che l`economia lombarda non reggerà senza una riduzione delle imposte e che non avremo mai un vero sviluppo al Sud senza un progressivo taglio della spesa pubblica.

Sotto vari punti di vista, o si affronta la "questione lombarda" o si va tutti a fondo.

Da La Provincia, 27 aprile 2015

Il governo e la corsa della Regina rossa

Stiamo correndo, non c’è dubbio. Ma stiamo correndo sul posto. L’Italia sta correndo sul posto. Ci fa bene alla linea, certo. Ma lì dove eravamo, lì siamo. 

Non è correre sul posto questo annunciare riforme in tutte le direzioni possibili salvo poi scoprire che annunciare non significa fare e fare bene? L’esempio della riforma della scuola è sufficiente? E quello della riforma giudiziaria? E quello delle provincie, morte – si dice – ma apparentemente vive e vegete? E quello delle riforme istituzionali? 

Sia chiaro: la riforma del mercato del lavoro e quella delle banche popolari erano e rimangono due riforme tanto attese quanto importanti. La prima anche e soprattutto perché accompagnata da una decontribuzione purtroppo solo temporanea. Ma nel complesso è difficile non avere la sensazione che l’energia di cui questo governo e il suo presidente sono ampiamente provvisti non stia portando ancora da qualche parte. 

Il Documento di economia e finanza 2015 è un esempio straordinario di questa tendenza ad agitarsi senza muoversi. A correre sul posto. Tutta l’azione che il Documento prevede proviene dall’ambiente esterno (o da una misteriosa ricomposizione della domanda a favore della domanda interna) in un contesto macroeconomico straordinariamente favorevole e che si presuppone – azzardiamo: con una punta di ottimismo? - possa rimanere tale per i prossimi cinque anni. Lì dove solitamente i governi programmano la loro azione in un dato periodo di tempo, noi invece programmiamo l’azione del resto del mondo. Così facendo ripetiamo a quindici anni di distanza l’errore commesso dalla politica italiana all’inizio del secolo (un errore che quella classe politica ha pagato a distanza di tempo con la sua rapida rimozione). Non sfruttare l’ambiente favorevole dell’euro per affrontare la vera grande riforma: l’avvio del processo di riduzione del debito pubblico. 

Commissari diversi si esercitano a turno sul tema della revisione funzionale della spesa (far meglio quel che già facciamo con la spesa pubblica) finendo – come speriamo non dovrà accadere ancora, di qui a qualche mese – per chiamare revisione della spesa la revisione delle cd. tax expenditures e cioè l’aumento delle tasse. Le privatizzazioni sono un tema minore e – quando accadono – spesso ormai coinvolgono venditori e compratori ambedue appartenenti, direttamente o indirettamente, al settore pubblico. Le nazionalizzazioni avanzano: dall’acciaio agli alberghi. E per i contribuenti, la massima aspirazione ormai è quella di evitare aumenti di imposte e non di sognarne la riduzione. E come se non bastasse, la riforma della Pubblica amministrazione all’esame del Parlamento pare scritta con la stessa penna a cui dobbiamo le riforme della Pubblica amministrazione fallite negli ultimi due decenni.

Stiamo nuovamente decidendo di perdere l’occasione che ci viene offerta su un piatto d’argento: utilizzare il biennio 2015-2016 per porre la questione del debito pubblico e segnalare all’Europa ed ai mercati che il rientro è cominciato sul serio. Fra qualche mese sarà troppo tardi per farlo. Mancano solo 500 giorni alla scadenza posta dalla Banca Centrale Europea per il cosiddetto QE (settembre 2016) e troppo spesso si dimentica che per l’Europa – diversamente che per altri paesi – un’inflazione al 2% è molto più che un obiettivo. È un termine contrattuale.
Del resto, se bisogna tenersi sempre e comunque pronti alle elezioni, allora diventa inevitabile che la politica economica si riduca ad una sola frase: “non si sa mai”. Se non si sa dove andare, correre sul posto è la soluzione più sicura.

Ricossa smonta le baggianate sulla decrescita

L'Expo non è ancora partito, ma il suo primo danno culturale l'ha già fatto. Diciamo che si tratta di un inciampo, a volere essere indulgenti.

L'idea, semplifichiamo, è che il mercato di per sé sia cattivo e ingiusto. È necessaria qualche forma di intervento per renderlo più equo. E il cibo sarebbe un caso di scuola. Dobbiamo sfruttare di meno le nostre risorse, dobbiamo felicemente decrescere; ma al tempo stesso dobbiamo riscoprire la nostra biodiversità (il lardo di Colonnata e roba simile) e riportare le coltivazioni alle tecniche storiche (quelle che garantivano raccolti insufficienti e numerose carestie).

Ovviamente a decidere come e quando decresceremo, sarà un gruppo di illuminati (da Petrini a Farinetti) che di questa ideologia ha fatto un business. In questo filone si inserisce anche la nostra stampa «ecologista».

Leggi il resto su Il Giornale, 26 aprile 2015

I tagli e l'aritmetica del consenso

Negli Anni Sessanta, l`economista statunitense Milton Friedman, durante un viaggio in Asia, venne portato a vedere i lavori di costruzione di un canale. Friedman constatò sorpreso che c`erano pochissime ruspe in cantiere e gli operai si aiutavano solo col badile.

Non doveva meravigliarsi, gli spiegò uno zelante funzionario, quella «grande opera» faceva parte di un programma per aumentare l`occupazione. Par di vederlo, Friedman, che alza un sopracciglio e dice: «Pensavo doveste costruire un canale. Se volete creare posti di lavoro, dovreste dare a queste persone dei cucchiai, non deí badili».

Si dirà che il mondo è cambiato: è tempo di spending review. Ma come si fa a ridurre le spese, se non è cambiata la mentalità delle pubbliche amministrazioni?

L'ultimo Documento di Economia e Finanza ha riacceso i riflettori sui tagli al servizio sanitario nazionale. Nell`estate scorsa, governo e Regioni si erano accordati, col cosiddetto Patto per la Salute, sull`ammontare delle spese per questo comparto nel triennio 2014-2016. Più di recente, la legge di stabilità ha previsto un aumento del contributo a carico delle Regioni per il contenimento della spesa pubblica. Potendo scegliere dove tagliare, le Regioni hanno deciso di aumentare la sforbiciata ai servizi sanitari. In pochi si sono lamentati.

E` vero che quasi l`80% del budget dei governi regionali è impiegato per la sanità, ma è difficile immaginare che non si possano limare le uscite anche in altri settori.

E nella sanità, che cosa hanno scelto di tagliare le Regioni? Potremmo pensare che la «spending review» fosse il momento buono per mettere mano a un riordino della rete ospedaliera. Se ne parla da anni: sono molti i piccoli ospedali che potrebbero essere accorpati, recuperando efficienza. La moltiplicazione dei nosocomi serviva alla salute dei partiti: l`idea di avere un ospedale vicino rassicura gli elettori. Ci sono però buoni motivi per «concentrare» risorse e persone in strutture più grandi: la probabilità di morire nel corso di un intervento
chirurgico è minore in un ospedale in cui se ne fanno molti, di interventi di quel tipo.

Le Regioni non hanno scelto di rivedere la rete ospedaliera: al contrario, hanno annunciato tagli, e importanti, all`acquisto di beni e servizi e all`ospedalità privata.

E` una decisione assennata? Le ruspe costano di più dei badili, ma aumentano la produttività degli operai e accorciano i tempi di realizzazione del canale. Fuori di metafora, ogni tanto un farmaco può ridurre le giornate da trascorrere a letto. Ogni tanto un macchinario può aiutare ad individuare per tempo una malattia, consentendo il ricorso a terapie meno debilitanti. Ogni tanto acquistare prestazioni dagli ospedali privati (che col 15%
della spesa coprono il 24% dei ricoveri) significa spendere in modo più efficace i soldi di tutti. Al contribuente, non interessa che i suoi quattrini finiscano nelle tasche della pubblica amministrazione o di fornitori «esterni»: interessa che «comprino» una sanità d`eccellenza.

Se le Regioni preferiscono rivedere gli acquisti che gli stipendi, è perché gli scanner per la risonanza magnetica non votano, ma i percettori di un salario statale invece sì.

I tagli lineari non piacevano a nessuno. Pareva incredibile che la politica non sapesse scegliere cosa fare e cosa ridurre. Ma quando la politica sceglie, l`impressione è che lo faccia secondo l`unica aritmetica che conosce: l`aritmetica del consenso.

Da La Stampa, 24 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Rottamare il socialismo? Un'ottima idea, ma non solo a parole

Forse i socialisti europei si faranno semplicemente democratici. Si lasceranno alle spalle non solo le infuocate Internazionali degli scontri tra Marx e Bakunin, ma anche i variegati riformismi socialdemocratici e le varie Bad Godesberg del '900, approdando a una sinistra deideologizzata.

Questo è quanto Matteo Renzi ha auspicato in occasione del suo incontro con Barack Obama, sostenendo che il Pse (Partito socialista europeo) farebbe bene a modernizzarsi in Pde (Partito democratico europeo) e a mettersi così al passo con i tempi. Sbaglierebbe chi vedesse in tutto ciò una qualche svolta filosofica e a un cambio di paradigma, anche se nel XIX secolo i democratici interpretavano una tradizione ben definita: basti pensare a Giuseppe Mazzini. Né si tratta semplicemente di un qualche adeguamento a schemi d'oltre Atlantico e a prospettive dottrinali (da Emerson a Dewey) alternative rispetto a quelle europee.

Il senso dell'operazione non è però tanto nella sostituzione di alcuni pensatori con altri, ma semmai nello sganciamento da ogni presupposto teorico forte. Il renzismo vuole interpretare una sinistra includente e pragmatica, plasticamente in grado di essere questo e anche quello, a seconda delle opportunità. A ben guardare non c'è molto di nuovo: almeno in Italia. È da tempo che non abbiamo più partiti socialisti o liberali, comunisti e democratico-cristiani.

Leggi il resto su Il Giornale, 21 aprile 2015

I pericoli dell’(anti)terrorismo

Messi davanti a un'incertezza radicale e profonda, spaventati, com’è comprensibile che sia, di fronte ai pericoli, è normale chiedere a chi ci governa di “fare qualcosa”. Ma “fare qualcosa” non sempre significa “fare quello che serve”. 

Nei giorni dopo l’11 settembre, tutti gli Stati si affrettarono a varare leggi speciali. E non hanno più smesso. Nemmeno gli attentati o le minacce alla nostra sicurezza personale hanno, per la verità, smesso di capitare.

In Italia il decreto antiterrorismo approvato la settimana scorsa non è l’unica risposta, ma solo l’ultima e più aggiornata nel dare nuovi strumenti e poteri di indagine alle autorità investigative e di pubblica sicurezza.

Se lo Stato esiste, in primo luogo, sulla promessa di garantirci una vita né misera né brutale, al contempo una vita del tutto al riparo da qualsiasi rischio per la propria incolumità è una delle illusioni più comuni delle persone, e perciò anche uno degli inganni più frequenti della pubblica autorità. Un contesto pacifico, prima che essere il frutto degli sforzi di controllo e sorveglianza pubblica, è il risultato di molti e diversi fattori, legati alla struttura della società stessa, alla cultura in essa prevalente, al suo grado di sviluppo economico.

Nel garantirci la sicurezza, lo Stato non sembra molto efficiente e, come spesso accade, si immagina che per ovviare alle sue inefficienze non servano che più risorse e più poteri.

Se l’obiettivo di combattere il terrorismo, di qualsiasi matrice, non può che essere caro a noi tutti, se il fine dunque non è in discussione, sui mezzi un po’ di dibattito servirebbe. Perché rischiamo di non accorgerci neppure che sono misure che hanno un costo, e rilevante, in termini di libertà, per noi tutti.

Le nuove norme varate dal Parlamento contemplano più poteri di sorveglianza e repressione. Tra questi, una disposizione di intercettazioni preventive per la ricerca di mezzi di prova, e la disapplicazione di alcune garanzie per i dati personali se trattati per finalità di prevenzione e repressione dei reati o di tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica. Così pure l’anticipazione della condotta penale ad atti che possono essere prodromici rispetto alla commissione di reati a sfondo terroristico, in spregio della tassatività delle fattispecie di reato. E, infine, la conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico. La norma sul remote searching – che avrebbe consentito alla polizia l’accesso indiscriminato ai pc di chiunque - è invece stata cancellata, ma la sua eliminazione sembra aver distratto l’opinione pubblica dal rendersi conto della portata delle altre limitazioni alla riservatezza introdotte, meno visibili forse, ma pur sempre molto ampie.

Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere? Forse è vero, ma è almeno altrettanto vero che non c’è potere di cui, nella storia, non si sia abusato.

Non siamo sicuri che mettere la nostra vita quotidiana sotto l’occhio della pubblica autorità sia il modo migliore per  proteggerci dagli attentati. Ma siamo sicuri che è un modo perfetto per mettere la nostra libertà e riservatezza alla mercé di apparati burocratici e detentori del potere.

La laicità? È un esercizio spirituale

Con una prosa adamantina, specchio di un`onestà intellettuale di cui sembra essersi perso lo stampo, il Quaderno laico di Guido Calogero si presenta come il più attuale, il più puntuale livre de chevet per chi sia convinto che la pratica quotidiana della laicità sia, oggi, l`esercizio "spirituale" per eccellenza: un esercizio rigoroso, eppure alla portata di tutti, che ogni cittadino degno di questo nome avrebbe il dovere di svolgere. Di fronte al mare magnum sconnesso delle notizie veicolato dai giornali, costitutivamente portato ad ottundere un già poco diffuso pensiero critico, è necessario un atteggiamento quanto mai vigile e attento ai dettagli.

E sono proprio i dettagli della quotidianità, delle notizie politiche o della cronaca minuta, il vero sale di questo straordinario Quaderno, che fu composto sulle pagine del «Mondo» di Pannunzio più di so anni fa, e che è tuttavia, a tutti gli effetti, un libro di filosofia, nel quale il più acuto dei gentiliani unisce la sensibilità dello storicismo a uno spirito decisamente illuministico. Senza dialogo, senza capacità reale di mettersi nei panni degli altri, e, di conseguenza, di confrontarsi attivamente con le loro irriducibili differenze, non c`è filosofia, non c`è democrazia, non c`è liberalismo. Questa è la laicità secondo Calogero: l`esercizio del dialogo. Ma, ancora di più, è un`attenzione vigile, costante, volta a preservare, o a creare, le condizioni ambientali, istituzionali, sociali, entro le quali esso è possibile. Per questo è necessaria un`altra dote essenziale: quella dell`equilibrio. Basti citare il modo in cui Calogero la esercita affrontando un tema, caro a tutti i liberal-libertari, come quello della "disobbedienza civile", che non va disgiunta dalla «intrinseca costituzionalità» di certi modi di esercitare «il diritto all`insubordinazione». Esso si lega all`accettazione della condanna per la disobbedienza esercitata. L`obiezione di coscienza non può e non deve essere a buon mercato. È una manifestazione di «emergenza etica», una «forma di propaganda» che si serve, per esempio, dello sciopero della fame («una sorta di calcolo sulla pietà altrui»), e di cui non si deve abusare. Socrate si rifiutò di
obbedire al comando di tacere e di non discutere ma non per questo si sottrasse all`esecuzione della condanna perché accettava di vivere secondo le leggi di Atene. Egli «può bene essere considerato un eroe tanto della coscienza etica quanto della lealtà costituzionale». Oltre che, naturalmente, della necessità ineludibile, sempre e comunque, del dialogo tra pari.

Da Il Sole 24 ore, 19 aprile 2015

Friedman smonta la frottola del liberismo «nemico dei poveri»

Era ovvio che prima o poi dovesse accadere. Insomma non si può trascurare Milton Friedman. Abbiamo scelto Liberi di Scegliere, scritto con la moglie Rose. Si tratta di una trasposizione (in realta è decisamente di più) di una serie di dieci puntate tv andate in onda nel 1980 su Pbs. L`edizione che ho per le mani è quella dell`Ibl, ma da qualche parte mi ricordo una bella vecchia edizione con copertina rosa. Il libro che ho per le mani è introdotto, molto svogliatamente, da cinque paginette di Francesco Giavazzi. Saltatele. Gustosa invece la presentazione fatta nel 1994 da Sergio Ricossa. Che così ci racconta il senso ultimo del libro: «Contro il pregiudizio che il liberismo sia una dottrina simpatica ai ricchi e pericolosa per imeno abbienti, Milton eRose hanno perorato in favore di un`economia giusta e virtuosa, la stessa che non piace ai monopolisti e alle sanguisughe sociali di ogni genere». E ancora: «I Friedman offrono ai lettori una coppa con spuma e bollicine, ma anche con la sostanza di uno champagne di marca e di annata».

I nostri sono convinti, e lo scrivono nella loro prefazione post crollo del muro di Berlino, che riguardo al socialismo, al collettivismo «l`opinione comune potrà essere cambiata, ma le pratiche comuni non lo hanno fatto». Qualcuno si sentirebbe di contraddirli anche oggi? Tutti liberali, a parole. La gran parte protezionisti nei fatti. Prendete il tema dell`uguaglianza. Il mondo è pazzo di Piketty e del suo Capitale. Si contesta, e con una certa efficacia, la conclusione delvolume: sono aumentatele diseguaglianze poiché la rendita superala crescita del Pil. Ma non si contesta il principio: la disuguaglianza dei risultatinon è di per sé negativa. In Liberi di scegliere, i Friedman ce lo spiegano nel quinto capitolo, titolato Creati uguali. Si ripercorre la storia dei padri fondatori degli Statiuniti, di Jefferson e del senso ultimo del principio di uguaglianza di opportunità e non già di risultato. Scrivono: «Il punto chiave non è solo che la pratica dell`uguaglianza dei risultati si scosta dalla realtà. Il punto chiave sta piuttosto che vi è una contraddizione fondamentale tra l`ideale delle parti eque o del precedente ad ognuno secondo i suoi bisogni e l`ideale di libertà personale». Insomma non solo una società libera funziona e ha risultati migliori di una società (fintamente) uguale, ma vi è un diritto alla libertà che deve essere sovraordinato.

Da Il Giornale, 19 aprile 2015

L`irriducibile diversità di Atene e un`exit strategy politica dalla crisi

Qual è la vera consistenza della contrapposizione tra Commissione e Consiglio europeo da un lato e governo greco dall`altro, che ieri è tornata a far ballare i mercati con le Borse europee in rosso e lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi che ha lambito quota 150? Si trattasse di una questione economica, in un modo o nell`altro sarebbe già stata risolta: è chiaro che nessuno, tanto meno la cancelliera tedesca Angela Merkel, può accettare di avere più fronti aperti contemporaneamente, e che Ucraina e Stato islamico (Is) hanno peso e urgenza ancora maggiori. Il fatto invece è che per la prima volta i paesi dell`Unione si trovano a discutere con un partner che sembra far di tutto per dimostrare la sua irriducibile diversità. Prima incominciando il suo viaggio europeo da Londra anziché da Francoforte o Bruxelles, poi con la pretesa di veder cancellato il proprio debito, con il ricatto di rivolgersi per aiuti a Russia e Cina, con la minaccia di lasciare che terroristi dell`Is invadano Berlino, con i tentativi di dividere (Junker da Dijsselbloem, nord da sud, Merkel da Schàuble), con la renitenza a prendere impegni precisi, e ultimamente con una richiesta di danni di guerra pari al 10 per cento del pil tedesco. "Non riesco a capirli", dice Schàuble. Se ci si trovasse di fronte a un debitore praticamente fallito, si parlerebbe di quantità di denaro, di scadenze, di garanzie. Invece si parla di licenziamento del ministro delle Finanze greco Varoufakis, di una nuova coalizione di governo, di nuove elezioni. Speranze mal riposte, i sondaggi danno un`idea ben diversa della Grecia: la popolarità di Tsipras sarebbe al 78 per cento, il 63 per cento approva la sua linea negoziale, l`82 per cento trova che la sua strategia aumenta l`orgoglio nazionale. Anche la decisione di insediare una commissione che esamini cosa è successo dopo il 2009, dimostra che i greci non vogliono prendere coscienza delle cause della loro attuale situazione. Quella ha origine tra il 2000 e il 2009: spesa primaria passata dal 39 al 49 per cento del pil, spese per salari ai dipendenti pubblici raddoppiate, social benefit dal 15 al 21 per cento del pil. Come scrive Yannis Mouzakis su Macropolis, i greci si raccontano che hanno i barbari alle porte, i barbari sono chiaramente i partner europei: trovano la pròpria identità ribellandosi alla sovranità che hanno ceduto.

Anche noi tante volte abbiamo detto di avere "i barbari alle porte", ma l`abbiamo fatto per vincere le resistenze alle riforme, non per rifiutarle. Noi abbiamo avuto sempre governanti rispettabilissimi, addirittura che hanno avuto, chi prima chi dopo, ruoli di primo piano a Bruxelles: di certo parliamo la stessa lingua. Non solo. Se l`Europa avesse ricette sicure non ci troveremmo nella situazione descritta da Mario Draghi: dal 2000 al 2013, produttività del lavoro cresciuta dell`1,3 per cento, contro il 9,5 dell`Eurozona e il 26,1 in America; produttività totale dei fattori, che stima l`efficienza dei processi produttivi, diminuzione del 7 per cento, contro crescita nell`Eurozona dell`1,1 e del 10,5 per cento in America. Il fattore chiave è la riallocazione, dice Draghi; ma non è facile tradurlo in pratica, riconosce.

Il confronto è istruttivo: con l`Italia c`è un problema di riforme strutturali, con la Grecia c`è un problema di nation building. E siccome anche il governo greco è democraticamente eletto, la vera contrapposizione tra Grecia e Europa è di natura democratica. La ever closer union non contempla neppure l`eventualità di un nation building: tra i paesi d`Europa non c`è un Vietnam, un Iraq, un Afghanistan. Davvero si può credere che questo problema non sarebbe mai nato se l`Eurozona non fosse "nata male", come si sente dire, se fosse oggi una vera unione politica e fiscale? Quale meccanismo avrebbe indotto la Grecia a darsi politiche diverse, i suoi cittadini a pagare le tasse e i suoi governanti a tenere sotto controllo le finanze pubbliche? Si incomincia a voler rimediare a "quel vizio franco-tedesco", si può perfino finire con il sostenere, con James Galbraith, che il nation building di cui ha bisogno l`Europa non è quello greco, ma quello tedesco.

Certo che esiste un`identità europea, ma vorrà dire qualcosa se i tentativi di definirla in modo che le varie identità nazionali in essa si riconoscano e armoniosamente si compongano sono falliti. E se le identità restano diverse, resta il problema base della democrazia: da chi mi sento rappresentato? Saranno complicate ponderazioni a proteggermi da decisioni di parlamenti in cui il mio peso è irrilevante? La soluzione è aumentare non ridurre la flessibilità della costruzione europea: questa è la lezione del confronto con la Grecia. Se un paese esce dall`euro non per motivi economici, ma per ragioni di democrazia, non c`è nessuna ragione per cui questo debba avere come conseguenza che l`Unione si riduca a un sistema di cambi fissi. E se gli altri paesi. in Europa ci restano per sicura scelta e riconfermata volontà, non c`è bisogno di trasformarla in un`Unione politica e fiscale. Almeno per ora.

Da Il Foglio, 18 aprile 2015
Twitter: @FDebenedetti

E se il Regno Unito abbandonasse l'Ue?

Il prossimo 7 maggio il Regno Unito rinnoverà la Camera dei Comuni, dopo cinque anni segnati da quella alleanza tra conservatori e liberaldemocratici che ha affidato a David Cameron il compito di gestire questa fase storica difficile, segnata dalle conseguenze della crisi finanziaria che ha avuto inizio nel 2007. L`attuale premier si ricandida, ma deve fare i conti con l`UKIP (United Kingdom Independence Party) di Nigel Farage, che riunisce molti ex conservatori delusi e che nelle europee di solo un anno fa si è imposto come primo partito.

Per questo, anche per questo, Cameron ha lanciato una sfida clamorosa, promettendo che in caso di successo darà la facoltà di votare su una questione che sta a cuore a tanti britannici: e cioè l`adesione con l`Unione europea. Il leader conservatore sa bene che numerosi suoi elettori sono tentati dal votare l`UKIP e con questa mossa cerca di scongiurare il rischio. Nessuno può dire cosa uscirebbe da un referendum sull`ipotesi di lasciare l`Europa e i sondaggi descrivono una popolazione britannica divisa. Senza dubbio oggi non è più remota la possibilità che il referendum abbia luogo e porti il Regno Unito fuori dall`Unione.

Le conseguenze sarebbero rilevanti, perché dal 1973 la Gran Bretagna è un pilastro della casa europea. Per giunta, l`Unione è stata vissuta come un destino Ineluttabile: un progetto destinato a dar vita a un`unica democrazia federale. L`uscita del Regno Unito incrinerebbe il mito e aggraverebbe le tensioni interne già oggi tanto forti.

Fino a pochi anni fa il Vecchio Continente sembrava una locomotiva che, a una velocità pur difficile da prevedere, si avviava comunque verso l`unico destino possibile degli Stati Uniti d`Europa e, di seguito, verso una compiuta unità. C`era stato qualche incidente di percorso, come il voto referendario in Francia o in Irlanda, ma sembrava che quegli episodi potessero solo rallentare una marcia trionfale. Per chi come la Svizzera rimaneva all`esterno ed era indisposta a fare altrimenti (dato che la società elvetica, se entrasse nell`Unione, dovrebbe rinunciare a troppe sue specificità) si profilava un destino di irrilevanza e una situazione in cui molte scelte sarebbero state subite più che scelte.

Adesso lo scenario appare diverso. La crisi greca sta incrinando l`unità europea e sono molti i movimenti populisti, a destra e sinistra, che interpretano il diffuso malcontento - non sempre razionalmente fondato - nei riguardi di Bruxelles. L`incognita britannica si colloca insomma entro un quadro nuovo e va aggiunto come l`eventuale uscita del Regno Unito dall`Unione (detta «Brexit») potrebbero avere effetti a cascata: sul Regno Unito e sul resto d`Europa.

Innanzitutto c`è la questione scozzese. Gli indipendentisti di Alex Salmond e del National Scottish Party sono pronti a forzare la mano, volendo restare nell`Unione quale che sia l`esito del voto referendario. Ma effetti significativi potrebbero esserci anche nel continente, perché con il Regno Unito lontano da Bruxelles acquisterebbe un peso diverso l`altra Europa. Per anni Londra è stata il più importante membro dell`EFTA, che a quel tempo era cosa diversa da quella odierna, in qualche modo residuale (ne fanno parte, oltre alla Svizzera, solo la Norvegia, l`Islanda e il Liechtenstein). Fuori dall`Europa, il Regno Unito potrebbe mantenere un legame con i vecchi partner dell`Unione, ma al tempo stesso tornare in un`EFTA che a questo punto finirebbe per incarnare una diversa idea - meno politica e basata sulle direttive, più legata a logiche di libero scambio - di integrazione europea.

In questo scenario la Svizzera sarebbe più protagonista, interpretando - insie- me ad altri Paesi - un modo del tutto legittimo di stare in Europa pur essendo fuori dell`Unione (la vicinanza tra Regno Unito e Svizzera non sarebbe sorprendente se si considerano talune somiglianze tra i due Paesi. Al riguardo va ricordato che un costituzionalista esperto dì diritto inglese quale Giuseppe Maranini parlò della Confederazione elvetica come di «un`isola di montagne», proprio a evidenziare le affinità con la realtà britannica).

Questa seconda Europa costituita da una nuova EFTA potrebbe attrarre anche altri: da taluni Paesi virtuosi dell`Europa occidentale (preoccupati di dover dividere oneri e responsabilità con i PIGS mediterranei, gonfi di debiti e bisognosi di politiche monetarie espansive) a quei Paesi ex comunisti che non di rado hanno mal sopportato l`interventismo basato sull`asse francotedesco. D`altra parte, all`interno dell`Unione la defezione britannica aiuterebbe quanti vogliono dirigersi più velocemente verso un`Europa federale e anche questo allontanerebbe da Bruxelles i soggetti meno entusiasti dinanzi a tale prospettiva.

Oggi l`uscita di Londra dall`Unione è solo un`ipotesi, ma non è più del tutto improbabile. La storia non è finita e il suo corso resta ricco di incognite.

Dal Corriere del Ticino, 18 aprile 2015

Olimpiadi, giochi belli (e pericolosi)

I numeri, allarmanti, vengono da una ricerca dell'Istituto Bruno Leoni. II cui titolo è tutto un programma: "L'importante è partecipare: perché rinunciare a Roma 2024". II report cita un'analisi condotta da Bent Flyvbjerg e Allison Stewart, professori all'università di Oxford, che dimostrano con precisione come negli ultimi anni le Olimpiadi si siano rivelate un salasso per i Paesi organizzatori. Con costi sempre lievitati a dismisura. A partire dall'ultima edizione di Londra 2012, chiusa con una spesa di circa 24 miliardi di sterline. Quella iniziale, stimata nel 2005 al momento dell'assegnazione, era di soli 2,37 miliardi, dieci volte di meno.

Stessa sorte è toccata anche alle tre precedenti edizioni: Pechino 2008 è passata da 2,2 miliardi a quasi 45 miliardi di dollari (stima non ufficiale, a causa della scarsa trasparenza dei resoconti governativi). Nel 2004 ad Atene i costi sono esattamente raddoppiati, da 4,5 a 9 miliardi di euro, portando il deficit pubblico al 6,1% del Pil e inabissando l'economia greca.

Anche a Sidney 2000 l'investimento raddoppiò rispetto agli iniziali 3,4 miliardi di dollari australiani. Per questo, l'Istituto Bruno Leoni conclude il suo rapporto lanciando delle proposte alternative. Come stabilire una dimora fissa per le Olimpiadi, o al contrario delocalizzarle in giro per il mondo, sempre al fine di razionalizzare i costi. Una terza via potrebbe essere quella di istituire delle penali in caso di superamento del budget, come strumento di controllo della spesa.

Da Avvenire, 16 aprile 2015

Greece has done all it could to be different

No doubt, “if Greece does fall out of the euro, it will also fall out of Europe”, as Philip Stephens writes (“Europe faces more than a Greek tragedy”, April 10). No doubt, “the failure of the euro would mark the failure of Europe”. But there is no link between the two statements, namely that Greece falling out of the euro marks the failure of the euro. This would be the case should it happen for economic reasons: too high the cost, too vague the reforms, too big the risk. As a consequence the euro would not be perceived any more as a monetary union, but as a fixed exchange rate area, the markets would soon attack the weakest countries, the spread would rise, sooner or later there would be a second Greece.

But the facts tell a different story. Greece has done all it could to be considered politically different from its European partners: refusing to make serious commitments, trying to play the south against the north, Jean-Claude Juncker against Jeroen Dijsselbloem, Wolfgang Schäuble against Angela Merkel, threatening to let Isis terrorists in, claiming war damages from Germany amounting to 10 per cent of its gross domestic product; and now trying to substitute an alliance with Moscow as an alternative to Brussels. Meanwhile, in Brussels, its European partners are also putting their hopes on political measures: the ousting of Yanis Varoufakis, the moderate To Potami replacing the leftwing of Syriza, new elections.

This is no more a bailout, this is nation-building, and nation-building is definitely not what Europe is about: there is no Vietnam, no Iraq, no Afghanistan in Europe. Alexis Tsipras’s government has been democratically elected, and a country can democratically decide that it wants to speak a different political language. A language that Mr Schäuble has candidly admitted he does not understand. There is no reason why Greece falling out of the euro for democratic reasons should mark the end of the euro and of Europe. One might even claim the opposite, that not accepting a country’s democratic will would be the end of what Europe professes to be.

Da Financial Times, 15 aprile 2015
Twitter: @FDebenedetti

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Economia e crisi, su con la morale

Dopo aver letto L’economia di cui nessuno parla si capisce perché il sottotitolo dell’ultimo libro di Enrico Colombatto includa la parola “morale” tra “mercati” e “intervento pubblico”.

Ciò che porta una società a dare più spazio allo Stato o al mercato è, in origine, l’idea che le persone hanno di cosa sia giusto e cosa sbagliato. È giusto che l’individuo sia libero di perseguire il proprio benessere? È giusto che l’individuo risponda delle sue decisioni? Per l’economista torinese, di scuola einaudiana, allievo di Sergio Ricossa, liberale liberista, una delle menti più brillanti della nostra accademia, se guardiamo al sistema economico in cui viviamo, la libertà economica è fortemente limitata, così come l’irresponsabilità è diffusa, dal settore pubblico a quello finanziario. Perché tutto ciò è accettato e considerato giusto? Tutto nasce da uno scambio: individui che rinunciano alla libertà economica e alla responsabilità delle loro decisioni per la promessa statale di meno rischi, più sicurezza e più benessere.

Oggi in tanti paesi sviluppati, l’intervento pubblico non riesce a garantire le promesse su cui si fondava lo scambio e la prigione economica appare evidente, in primo luogo dall’imposizione fiscale. L’intervento pubblico si è trasformato in una possibilità per l’ordinario cittadino di vivere sulle spalle di altri, di estrarre delle rendite che in altri periodi storici erano privilegio di pochi. Questa situazione non cambierà finché non cambieranno quelli che l’autore chiama i Principi Primi di questa epoca, ovvero i principi che “identificano l’origine della legittimità all’interno di una società”.

La scienza economica attuale vive profonde divisioni, testimoniate dalla ampia varietà delle opinioni degli economisti che il libro sintetizza, ma per la maggior parte è d’accordo nel dare per scontati i Principi Primi. Ma se la crisi economica è dovuta a poca libertà e poca responsabilità, allora la soluzione a lungo termine passa soltanto dal mettere in discussione l’ideologia e la morale condivisa. Chi crede che non sarà una riforma del governo o una nuova iniezione di liquidità a risanare l’economia, deve avvicinarsi ad un modo di pensare l’economia completamente diverso (il titolo in inglese recita “a new defense of free-markets”); un’economia di cui, oggi, nessuno parla.

Leggi il resto su Lo Spiffero, 14 aprile 2015

Conservare e valorizzare il nostro patrimonio culturale attraverso la finanzia di progetto

La finanza di progetto rappresenta uno strumento di collaborazione fra pubblico e privato tradizionalmente utilizzata per realizzare opere pubbliche. Da alcuni anni è adottata anche nel settore culturale, e costituisce una forma di intervento da incentivare e promuovere per conservare e valorizzare meglio il nostro patrimonio culturale, avvelendosi delle risorse e del know-how delle imprese private. È quanto si sostiene nel briefing paper “Quando valorizzare costa poco o nulla (ai contribuenti): Il project financing nei beni culturali” (PDF) di Giacomo Lev Mannheimer.

Come si scrive nel paper IBL, “Una delle caratteristiche fondamentali del project financing è quella di essere in grado, almeno potenzialmente, di autofinanziarsi; la redditività del progetto del promotore, dunque, sarebbe inconciliabile con il settore dei beni culturali. Ma ciò non dipende dall’assenza intrinseca di valore economico nel patrimonio culturale, bensì dal modo con cui esso viene interpretato dall’ordinamento”.

Anche a causa della crisi economica e delle finanze pubbliche del nostro Paese, è però venuta a maturare una diversa concezione dei beni culturali: pensati non più come costo ma anche in un’ottica economica, come generatori di profitti.

Esperienze come quella di Villa Tolomei, analizzata nel paper, dimostrano come il recupero di immobili di pregio presenti sul territorio del nostro Paese possa avvenire senza nessun esborso per le casse dello Stato, garantendo al contempo la valorizzazione dell’edificio attraverso il cambio della sua destinazione d’uso. 

Come infatti scrive Mannheimer, “Nonostante le difficoltà operative, i casi di project financing nei beni culturali sperimentati in Italia negli ultimi anni hanno registrato un discreto successo, rendendo evidente che sia quanto mai opportuno rimuovere barriere e ostacoli per sfruttare al massimo le potenzialità di simili strumenti applicati al patrimonio culturale”.

Il paper IBL di Giacomo Lev Mannheimer “Quando valorizzare costa poco o nulla (ai contribuenti): Il project financing nei beni culturali” è disponibile QUI.

Professionisti, è guerra contro l'apertura ai soci di solo capitale

Per i professionisti è una battaglia di autonomia. Per i paladini del mercato la solita difesa di rendite corporative. Avvocati, farmacisti e ingegneri sono sul piede di guerra contro il disegno di legge sulle liberalizzazioni. Una lenzuolata che ha già perso per strada diversi pezzi, ma che nella versione arrivata in Parlamento contiene comunque qualche intervento di peso. In particolare l`apertura delle società professionali a soci di solo capitale, senza tesserino. Finora esclusi dai settori delle discipline ordinistiche, la norma concede loro diritto di cittadinanza sia negli studi legali che nelle farmacie. «L`occasione di muoversi verso una logica imprenditoriale», commentano dalla roccaforte liberal dell`istituto Bruno Leoni. «Un rischio per la nostra indipendenza», rispondono le associazioni dei professionisti. Pronte, come già in passato, a depotenziare la legge durante l`iter in Aula.

Con il ddl, per la verità, gli avvocati ottengono qualcosa. Per esempio la possibilità di unirsi con altri professionisti all`interno di società multidisciplinari. Sui soci di solo capitale però non sembrano disposti a concessioni. «Non aiuterebbero tanto i grandi studi, che non ne hanno bisogno, quanto quelli di minori dimensioni, permettendo loro di rafforzarsi e crescere», dice Giuseppe Scassellati Sforzolini, 55 anni, partner della lawfirm internazionale Cleary Gottlieb. Quelli più piccoli però, la maggioranza in Italia, temono di restare schiacciati dalla concorrenza. La Cassa forense di perdere flusso contributivo. E gli ordini più rappresentativi evocano i rischi per la terzietà degli avvocati: «Sarebbe necessario limitare la partecipazione dei soci di capitale a una minoranza passiva - dice Scassellati Sforzolini - e individuare un soggetto deputato a valutare conflitti di interesse». L`Organismo unitario dell`avvocatura ha proposto al governo un compromesso: stralciare l`articolo dalla legge e riaprire le trattative. Sarebbe però l`ennesimo stop, per una misura di cui si parla da anni.

Sulle farmacie il testo del Ddl è già un compromesso. L`Antitrust chiedeva più concorrenza, a beneficio dei consumatori.
Complice l`opposizione del ministro della Salute Lorenzin, la liberalizzazione dei medicinali di fascia C è stata stralciata. Resta però la possibilità per le società di capitale, indipendentemente dalla presenza di un dottore, di acquisire farmacie, e l`eliminazione del tetto di quattro insegne per soggetto. «Oggi il sistema è bloccato, finiscono a gara solo i negozi meno lucrativi, gli altri vengono ceduti a prezzi elevati», spiega l`avvocato Silvio Boccalatte, 35 anni, ricercatore dell`istituto Bruno Leoni. «La presenza di soci finanziari renderà il mercato più dinamico». Il pericolo, secondo le associazioni di categoria, è quello di una concentrazione: «Dobbiamo introdurre dei paletti che ribadiscano l`interesse pubblico dell`attività delle farmacie rispetto alle logiche delle multinazionali», dice Annarosa Rocca, 60 anni, presidente di Federfarma. Anche se la legge stabilisce già una serie di incompatibilità per la proprietà degli esercizi, escludendone tra le altre le società farmaceutiche.

Magari il prezzo al bancone non scenderà. Il risultato però potrebbe essere un consolidamento simile a quello visto nel settore dei servizi ingegneristici. Le società di ingegneria, già dal 1996, sono aperte a soci di solo capitale.liddl in questo caso colma un vuoto normativo: stabili- sce che possono accettare commesse anche da privati. Nella realtà lo fanno già, ma i Consigli nazionali di ingegneri e architetti hanno colto l`occasione per attaccarle. Non sarebbero vigilate dall`ordine, sostengono, né vincolate ad avere una maggioranza di soci con tesserino. «Una campagna di controinformazione», ribatte Andrea Mascolini, 54 anni, direttore generale dell`Oice, la sigla di categoria di. Confindustria. «I professionisti che lavorano nelle società di ingegneria sono comunque sottoposti all`ordine». Soprattutto, Mascolini sottolinea che solo l`apertura a soci finanziari ha permesso a questi soggetti di competere sul mercato, contro i colossi internazionali del settore.

Aspetto decisivo, mentre in Europa si procede alla liberalizzazione dei servizi professionali. Più che sul merito però il destino del Ddl ora è politico. Le associazioni dei professionisti, con l`appoggio dei ministri Lorenzin e Orlando, proveranno a far sentire la loro voce in Parlamento, dove siede una nutrita pattuglia dí colleghi. Un compromesso è possibile, per esempio fissando un tetto alla partecipazione dei soci non professionisti. A meno che Renzi, di questa battaglia contro gli ordini, non voglia fare una bandiera. E decida di tirare dritto.

Da La Repubblica, 27 aprile 2015

«Fine dining» alla peruviana

In Perù si mangia benissimo. Si mangia splendidamente nei ristoranti dei poveri, cí si lascia stupire nei ristoranti dei ricchi: a Lima ce ne sono, e tanti, e fra i migliori al mondo, lo dicono le guide, lo confermano i prezzi, da centro di Londra.

La cucina creativa è diffusa non solo nella capitale. A 3.400 metri sul livello del mare, a Cuzco, la massima espressione del fine dining è "Cicciolina", ristorante al secondo piano a pochi metri dalla cattedrale: il turista di passaggio riesce a prenotare soltanto agli orari più improbabili.

I cuochi d`avanguardia hanno avuto gioco facile, perché la corrida peruviana è già un`avventura. C`è dentro un po` d`Italia, di Giappone, di Cina. Il ceviche è una tradizione centenaria, è però grazie all`influsso giapponese se la caratteristica marinatura al limone è diventata questione di pochi minuti. I cinesi che sono arrivati sin qui, facendo i conti con ingredienti nuovi, hanno dato origine alla chifa, ben prima che il fusion andasse di moda.

L'uomo forse no, ma un popolo è davvero ciò che mangia. Quella peruviana è una cucina meticcia, e per questo straordinaria. Delle star dei fornelli, Gastòn Acurio è stato l`apripista. Formatosi al Cordon Bleu, è una gastro-celebrità che tiene salotto in televisione e ha ristoranti in tutto il mondo. A Lima c`è "Astrid y Gastòn", il suo primo locale, ora occupa un imponente edificio coloniale nel barrio di San Isidro.

Nel quartiere, più tranquillo dello spumeggiante Miraflores, si mescolano antico e moderno, ci sono law firm prestigiose e ampie aree residenziali, il nitore globalizzato di H&M e gli scaffali straripanti della magnifica libreria Sur, aperta tutti i giorni fino alle dieci di sera. Al centro di tutto, come fosse il sagrato di una grande chiesa, il circolo del golf. La sua stessa esistenza ha del miracoloso: un`enclave verde, per giunta con diciotto buche, permanentemente circondata da due anelli di traffico di quelli che solo alle prime luci del mattino lasciano scampo ai runner ossessionati, come del resto ovunque, dall`idea di circumnavigare i parchi.

Lima è una città di nove milioni di abitanti e si vede. Attraversare la strada è un`impresa. I semafori, modernissimi, sono ammirati come fossero reperti di una civiltà antica. Che stiano lampeggiando di un colore o di un altro, fa poca differenza. Il rosso e il verde, le strisce bianche per il passaggio pedonale, sono simboli estranei alla cultura locale.

La città è sfacciatamente viva. Si capisce di stare in un Paese che dal 1994 al 2013 è cresciuto in media del 5,5% l`anno. La progressiva liberalizzazione dell`economia ha attratto investimenti e sorretto la creazione di ricchezza. La miseria resta una presenza costante e terribile, specie nelle aree rurali. Il 23,9% della popolazione si arrabatta sotto la soglia di povertà; nel 2009 era il 33 per cento.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 26 aprile 2015

Antitrust Ue-Google: staticità contro dinamicità

Nel suo libro «The Antitrust Paradox», Robert H. Bork riportava la battuta di un avvocato secondo il quale l’Antitrust, come uno sceriffo di una città di frontiera, si limitava a camminare sulla strada principale e ogni tanto scaricava un colpo di pistola a qualche passante.

L’avvio di un procedimento europeo a carico di Google non sarà uno sparo nel Far West, ma viene da chiedersi quale sia il confine, nei procedimenti relativi al mercato digitale, tra il discorso legale e quello ideologico, tra il reo e il capro espiatorio.

A Google vengono contestate, con procedimenti diversi, due pratiche: favorire il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nei risultati di ricerca, ostacolare lo sviluppo di sistemi operativi alternativi ad Android tramite accordi esclusivi con i produttori di smartphone e tablet.

La Commissaria alla concorrenza, annunciando l’invio di una comunicazione di addebiti sul primo profilo e l’avvio di un’indagine formale sul secondo, ha dichiarato di voler garantire che l’economia digitale possa svilupparsi senza limiti alla concorrenza imposti unilateralmente da un’impresa. La natura ideologica di questo obiettivo è tutta nell’argomento controfattuale: nessuno di noi, nemmeno chi presiede e sorveglia il diritto alla concorrenza, sa cosa succederebbe se le imprese non subissero le sanzioni dell’Antitrust, né sa se l’eventuale sviluppo del mercato si debba al controllo dell’Antitrust o ad altre cause indipendenti da questo.

Nel 2004 Microsoft venne condannata al pagamento di circa 500 milioni di euro per abuso di posizione dominante, a cui si aggiunsero quasi 900 milioni in appello, per limitare deliberatamente l’installazione di prodotti concorrenti su PC con sistema operativo Windows.

Come oggi Google nei motori di ricerca, Microsoft deteneva circa il 90% del mercato europeo dei sistemi operativi. Come oggi, anche allora chi si lamentava non erano i consumatori, quanto i piccoli (all’epoca) concorrenti. Dopo quella vicenda, Microsoft ha smesso di essere il gigante incontrastato del mercato elettronico e dei servizi digitali. È stato questo l’effetto di una sanzione che voleva, appunto, ridimensionare la sua quota di mercato per consentire una maggiore pluralità di attori concorrenti? Se dovessimo rispondere affermativamente, dovremmo dedurre che la regolazione europea ha sì ridimensionato Golia per lasciare che nel mercato di riferimento anche i Davide potessero crescere, ma che a partire da quel ridimensionamento í piccoli nel frattempo sono diventati grandi.

Google su tutti, per ora, è diventato quindi «troppo grande» per non far paura, ai suoi competitori più che ai suoi consumatori, e per non essere quindi messo sul tavolo operatorio dell’Antitrust.

Se dovessimo, invece, rispondere negativamente, dovremmo dedurne che gli obblighi imposti a Microsoft non sono serviti a mettere il mercato digitale al riparo dalla crescita di nuovi soggetti «troppo grandi». In caso di risposta affermativa, l’effetto del controllo Antitrust sembrerebbe paradossale. In caso di risposta negativa, inutile.

È possibile che la risposta alla domanda sia negativa. È stata l’innovazione che ha portato il mercato a sviluppare un diverso uso delle tecnologie.

E la stessa tecnologia del search engine potrà diventare obsoleta: spendiamo sempre più tempo a usare app, usiamo più smartphone che PC, arriviamo a un’informazione sempre più dai social network che dai motori di ricerca.

Naturalmente i propositi dell’Antitrust sono i migliori possibili, ma le regole sulla concorrenza guardano al mercato in modo statico. Anche le imprese hanno una vita: crescono, deperiscono, muoiono, si consolidano. Chi è giovane oggi potrà diventare maturo domani, o potrà morire prematuramente.

Ogni presunzione del regolatore di difendere i cittadini veicolando i destini futuri di un mercato sulla base di una fotografia del presente rischia un effetto boomerang. Specie in un mercato molto vivace come quello digitale vale quasi il 7% del Pil europeo che non sembra stia lasciando insoddisfatti i consumatori.

Dal Corriere della sera, 27 aprile 2015
Twitter: @seresileoni

Ricossa smonta le baggianate sulla decrescita

L'Expo non è ancora partito, ma il suo primo danno culturale l'ha già fatto. Diciamo che si tratta di un inciampo, a volere essere indulgenti.

L'idea, semplifichiamo, è che il mercato di per sé sia cattivo e ingiusto. È necessaria qualche forma di intervento per renderlo più equo. E il cibo sarebbe un caso di scuola. Dobbiamo sfruttare di meno le nostre risorse, dobbiamo felicemente decrescere; ma al tempo stesso dobbiamo riscoprire la nostra biodiversità (il lardo di Colonnata e roba simile) e riportare le coltivazioni alle tecniche storiche (quelle che garantivano raccolti insufficienti e numerose carestie).

Ovviamente a decidere come e quando decresceremo, sarà un gruppo di illuminati (da Petrini a Farinetti) che di questa ideologia ha fatto un business. In questo filone si inserisce anche la nostra stampa «ecologista».

Leggi il resto su Il Giornale, 26 aprile 2015

L' #ItaliaBuona

A Madison Square c`è sempre un capannello di persone. Non davanti al Flatiron, come ci si aspetterebbe. Dall`altra parte della strada, all`incrocio con la Quinta strada, davanti alle vetrine di Eataly.

Sono lì per avere un assaggio di Italia. E non solo al palato, ma anche con la mente e l`immaginazione. Lì non trovano solo taralli e vino, piuttosto una sintesi dell`Italia intera, con il suo modo di vivere, la sua cultura, il suo idioma, l`agricoltura, il paesaggio e le tradizioni alimentari. C`è una scuola di cucina, ci sono foto delle nostre città e delle nostre campagne, c`è la storia attraverso la storia dei cibi e dell`agricoltura, ci sono mappe enologiche e poster per imparare i modi di dire. C`è una sorta di percorso istruttivo per scoprire l`eleganza del nostro paese. Quella per cui gli stranieri vanno matti. Un percorso che ha creato ricchezza e posti di lavoro, anziché sottrarli, come fatto finora per promuovere l`Italia all`estero.

Buonitalia, la spa "in house" del governo nata per valorizzare la produzione agroalimentare oltre frontiera, le cui funzioni e risorse sono ora state trasferite all`Istituto per il commercio estero, aveva un bilancio complessivo di 90 milioni di euro. E a proposito di Ice, l`Agenzia vigilata dal Mise, i suoi costi ammontano a circa 80 milioni di euro per spese generali e di gestione, più 50 milioni di fondi da assegnare per progetti. L`Enit, Agenzia per la promozione del turismo vigilata dal Mibact, riceve più di 18 milioni di euro dallo stato, e tre dalle regioni e dagli enti locali a titolo dí compartecipazione alle azioni promozionali all`estero. Senza contare, poi, le camere di commercio, le attività delle regioni o anche solo i famosi siti: ieri italia.it, per il quale erano stati stanziati 45 milioni di euro (spesi 7), oggi verybello.it, per il quale sono stati spesi 35 mila euro, ma sono stati stanziati cinque milioni per campagna promozionale.

Eataly, invece, genera ricchezza pari a un fatturato di 350 milioni di euro e un ebidta (earnings before interest, taxes, depreciation and amortization) tra i 40 e i 45 milioni.

Tuttavia, non è una questione di quanti soldi pubblici sia costato cercare di promuovere l`Italia del buon vivere e del buon cibo all`estero. O di quanti se ne siano sprecati. E` il fatto di faticare a comprendere, in politica come nella società civile, che lo scambio di esperienze, beni, conoscenze e valore è una cosa molto complessa e che, proprio per la sua complessità, non esiste una formula unica, un progetto sicuro di cui sono depositari i pubblici funzionari. Eataly è riuscita in pochi anni laddove Enit, Buonitalia e la messe di enti e progetti pubblici non sono riusciti. Ha scommesso su un`idea semplice: portare la qualità e la specificità negli scaffali di una catena organizzata come fosse un supermercato. E la sta costruendo pezzo per pezzo, trovata dopo trovata, operando interamente nel sistema di mercato e confidando sulle competenze e le intuizioni disperse di tutti gli attori coinvolti - dal produttore al distributore, dal magazziniere allo spedizioniere, dal commesso al pubblicitario - e sulla loro volontà di trarne un profitto.

Oggi Eataly porta a migliaia di chilometri di distanza non solo le eccellenze alimentari italiane, ma anche la conoscenza di molti aspetti dell`Italia. E questo, oltre tutto, ci inorgoglisce. Dovremmo ricordarcelo, specie ora che ci stiamo assuefacendo alla moda del chilometro zero e dei mercati di prossimità.

Da Il Foglio, 25 aprile 2015
Twitter: @seresileoni

Why the Google antitrust case could impair Europe’s digital ambitions

Last week, as Commissioner Vestager stood at the podium to announce that the EU Commission was finally issuing a Statement of Objections regarding Google’s search practices, long-time commentators of EU competition-policy matters thought back to the infamous Microsoft wars of the early 2000s—not just because it made them feel some ten years younger.

The two cases at hand bear striking similarities: both targeted the most visible company in the computer industry at the time; both were preceded by analogous proceedings in the United States, but ended up following a different path; both focused on extremely sizable market shares, but failed to take into account changes already occurring in the marketplace; and both arguably marked exemplary instances of a politically-oriented approach to the allegedly technical field of competition law.

Indeed, the current Google case seems to rest on shaky foundations—if anything, an investigation that lagged for five years and survived three settlement attempts should be proof of that. According to the Statement, Google favoured its own comparison shopping service at the expense of competing “vertical” services. However, it’s now hard to tell horizontal from vertical search, as they become increasingly intertwined. Long gone is the era when search engines worked as the internet’s yellow pages—and luckily so.

Leggi il resto su The Digital Post, 22 aprile 2015

Google e ricerca online, troppo cangianti per un Antitrust ideologico

Da Super Mario a Super Margrethe? A dar credito alle sue prime iniziative, la commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager intende far dimenticare le esitazioni di Joaquín Almunia – titolare del medesimo incarico fino allo scorso novembre – per riesumare l'approccio muscolare che caratterizzò la permanenza a Bruxelles di un altro dei suoi predecessori, Mario Monti. E se l'ex presidente del consiglio aveva trovato in Microsoft un antagonista ideale, oggi il ruolo del cattivo spetta a Google.

Secondo la ricostruzione «preliminare» degli uffici della Commissione, l'azienda di Mountain View avrebbe approfittato della propria posizione dominante nel campo della ricerca generalistica (in gergo, orizzontale) per favorire indebitamente Google Shopping, il proprio servizio specialistico (verticale) di comparazione dei prezzi. Laddove un utente cerchi su Google informazioni sulla carta da parati o sui coltelli per aprire le ostriche, il motore di ricerca non si limita a restituire risultati meramente informativi, bensì propone anche una serie di opportunità di acquisto. La logica è quella della "ricerca universale", coltivata da Google sin dal 2007: la stessa per cui, se cerchiamo il Teatro alla Scala, ne vediamo comparire anche la mappa; o, se indaghiamo su Scarlett Johansson, oltre alla filmografia, possiamo ammirarne le foto.

L'idea che questa condotta danneggi i concorrenti e, soprattutto, i consumatori disvela alcuni presupposti discutibili. In primo luogo, si assume che esista un discrimine netto tra ricerca orizzontale e ricerca verticale: ma il mestiere dei motori di ricerca è cambiato, intercettando i bisogni degli utenti, che non si aspettano più di consultare un succedaneo digitale delle pagine gialle. Non sorprende, allora, che Google (e i concorrenti) ambiscano a rispondere direttamente ai bisogni dei consumatori, anziché accontentarsi d'indicare loro dove possono trovare le risposte che cercano.

La domanda, semmai, è se i motori di ricerca adempiano efficacemente questa funzione. È questo il terreno su cui si dipana il gioco competitivo in un settore caratterizzato da utenti estremamente mobili e in cui i ricavi dipendono in larga parte dalle inserzioni pubblicitarie e, dunque, dalla capacità di trattenere la propria utenza. Google deve il proprio successo alla bontà delle risposte che fornisce: imporle di parlare con una voce che non è la sua sarebbe innaturale come pretendere che la guida Michelin includesse le valutazioni del Gambero Rosso.
Si dirà che Google detiene il sostanziale monopolio della ricerca in Europa, mentre la guida Michelin non riveste una posizione analoga nel settore delle guide gastronomiche. Tuttavia, il mercato dei motori di ricerca è oggi solo una porzione del mercato della ricerca. Quanti di noi si rivolgono a Google per prenotare un volo o acquistare un libro? I servizi verticali, complici la rivoluzione dello smartphone e l'esplosione del mercato delle app, dipendono sempre meno dalla mediazione dei motori di ricerca orizzontali; il resto lo fanno i social network e il maggior peso specifico che assegniamo alle opinioni di amici e conoscenti. La nozione secondo cui Google determinerebbe la vita e la morte di tutto ciò che è online è figlia di una rappresentazione anacronistica del web.

La formalizzazione degli addebiti giunge a valle di un'indagine trascinatasi per ben cinque anni – un'era geologica in un mercato mutevole com'è quello del digitale. Cinque anni in cui per ben tre volte la Commissione e Google sono sembrate a un passo dall'accordo che avrebbe sterilizzato la querelle. Alla Vestager sono bastati cinque mesi per riordinare il dossier, sfrondarlo del superfluo, mettersi al passo con Almunia e superarlo a destra: cos'è accaduto in queste settimane? Senza dubbio, si è intensificata la diffidenza, se non addirittura l'aperta ostilità, verso i giganti americani; e la battaglia si gioca su piani diversi (quello fiscale, quello dei diritti, quello regolamentare) alla luce di un principio comune: l'idea che la concorrenza si esaurisca nella parità di trattamento, a prescindere dalla sostanza di quel trattamento.

Qualcuno sembra credere che una Google indebolita possa lasciare spazio, finalmente, a un concorrente europeo. L'obiettivo di un motore di ricerca autarchico non è nuovo: lo auspicava Jacques Chirac, esattamente dieci anni fa, con il progetto Quaero. Ma la storia dell'antitrust – da Microsoft in giù – dovrebbe insegnare che non basta azzoppare un purosangue per portare al traguardo un ronzino.

Da Il Foglio, 22 aprile 2015
Twitter: @masstrovato

Ddl Rai: ancora un'occasione persa

A distanza di undici anni dalla legge Gasparri, il premier Renzi propone una nuova riforma della governance Rai, con l’obiettivo di liberare l’azienda dai partiti e riportare le trasmissioni a standard di qualità elevati.

Nel Focus “Servizio pubblico radiotelevisivo? Non è la Rai” (PDF), Daniele Venanzi analizza il modello di governance proposto dal governo e lo compara a quelli adottati da due buoni esempi di servizio pubblico radiotelevisivo: la britannica BBC e la brasiliana TV Cultura. Con un CdA e un amministratore delegato emanazioni dirette dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene, la riforma renziana libererebbe la Rai da tanti partiti per consegnarla ad uno solo: quello di governo.

Con questo assetto, ben distante dai modelli considerati, la TV di Stato resta saldamente ancorata al potere politico, continuando a percepire i proventi del canone e, allo stesso tempo, ad operare da emittente commerciale, generando una grave distorsione del mercato.

Provata l’impossibilità di riformare l’azienda di Viale Mazzini, il Focus dell’Istituto Bruno Leoni propone di riformare il servizio pubblico radiotelevisivo, percorrendo la praticabile strada della privatizzazione, attraverso la vendita delle azioni di Rai S.p.A. da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’affidamento del contratto di concessione del servizio pubblico tramite bando ad un’azienda che opera sul mercato.

Il Focus “Servizio pubblico radiotelevisivo? Non è la Rai” è liberamente disponibile qui (PDF).

L`irriducibile diversità di Atene e un`exit strategy politica dalla crisi

Qual è la vera consistenza della contrapposizione tra Commissione e Consiglio europeo da un lato e governo greco dall`altro, che ieri è tornata a far ballare i mercati con le Borse europee in rosso e lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi che ha lambito quota 150? Si trattasse di una questione economica, in un modo o nell`altro sarebbe già stata risolta: è chiaro che nessuno, tanto meno la cancelliera tedesca Angela Merkel, può accettare di avere più fronti aperti contemporaneamente, e che Ucraina e Stato islamico (Is) hanno peso e urgenza ancora maggiori. Il fatto invece è che per la prima volta i paesi dell`Unione si trovano a discutere con un partner che sembra far di tutto per dimostrare la sua irriducibile diversità. Prima incominciando il suo viaggio europeo da Londra anziché da Francoforte o Bruxelles, poi con la pretesa di veder cancellato il proprio debito, con il ricatto di rivolgersi per aiuti a Russia e Cina, con la minaccia di lasciare che terroristi dell`Is invadano Berlino, con i tentativi di dividere (Junker da Dijsselbloem, nord da sud, Merkel da Schàuble), con la renitenza a prendere impegni precisi, e ultimamente con una richiesta di danni di guerra pari al 10 per cento del pil tedesco. "Non riesco a capirli", dice Schàuble. Se ci si trovasse di fronte a un debitore praticamente fallito, si parlerebbe di quantità di denaro, di scadenze, di garanzie. Invece si parla di licenziamento del ministro delle Finanze greco Varoufakis, di una nuova coalizione di governo, di nuove elezioni. Speranze mal riposte, i sondaggi danno un`idea ben diversa della Grecia: la popolarità di Tsipras sarebbe al 78 per cento, il 63 per cento approva la sua linea negoziale, l`82 per cento trova che la sua strategia aumenta l`orgoglio nazionale. Anche la decisione di insediare una commissione che esamini cosa è successo dopo il 2009, dimostra che i greci non vogliono prendere coscienza delle cause della loro attuale situazione. Quella ha origine tra il 2000 e il 2009: spesa primaria passata dal 39 al 49 per cento del pil, spese per salari ai dipendenti pubblici raddoppiate, social benefit dal 15 al 21 per cento del pil. Come scrive Yannis Mouzakis su Macropolis, i greci si raccontano che hanno i barbari alle porte, i barbari sono chiaramente i partner europei: trovano la pròpria identità ribellandosi alla sovranità che hanno ceduto.

Anche noi tante volte abbiamo detto di avere "i barbari alle porte", ma l`abbiamo fatto per vincere le resistenze alle riforme, non per rifiutarle. Noi abbiamo avuto sempre governanti rispettabilissimi, addirittura che hanno avuto, chi prima chi dopo, ruoli di primo piano a Bruxelles: di certo parliamo la stessa lingua. Non solo. Se l`Europa avesse ricette sicure non ci troveremmo nella situazione descritta da Mario Draghi: dal 2000 al 2013, produttività del lavoro cresciuta dell`1,3 per cento, contro il 9,5 dell`Eurozona e il 26,1 in America; produttività totale dei fattori, che stima l`efficienza dei processi produttivi, diminuzione del 7 per cento, contro crescita nell`Eurozona dell`1,1 e del 10,5 per cento in America. Il fattore chiave è la riallocazione, dice Draghi; ma non è facile tradurlo in pratica, riconosce.

Il confronto è istruttivo: con l`Italia c`è un problema di riforme strutturali, con la Grecia c`è un problema di nation building. E siccome anche il governo greco è democraticamente eletto, la vera contrapposizione tra Grecia e Europa è di natura democratica. La ever closer union non contempla neppure l`eventualità di un nation building: tra i paesi d`Europa non c`è un Vietnam, un Iraq, un Afghanistan. Davvero si può credere che questo problema non sarebbe mai nato se l`Eurozona non fosse "nata male", come si sente dire, se fosse oggi una vera unione politica e fiscale? Quale meccanismo avrebbe indotto la Grecia a darsi politiche diverse, i suoi cittadini a pagare le tasse e i suoi governanti a tenere sotto controllo le finanze pubbliche? Si incomincia a voler rimediare a "quel vizio franco-tedesco", si può perfino finire con il sostenere, con James Galbraith, che il nation building di cui ha bisogno l`Europa non è quello greco, ma quello tedesco.

Certo che esiste un`identità europea, ma vorrà dire qualcosa se i tentativi di definirla in modo che le varie identità nazionali in essa si riconoscano e armoniosamente si compongano sono falliti. E se le identità restano diverse, resta il problema base della democrazia: da chi mi sento rappresentato? Saranno complicate ponderazioni a proteggermi da decisioni di parlamenti in cui il mio peso è irrilevante? La soluzione è aumentare non ridurre la flessibilità della costruzione europea: questa è la lezione del confronto con la Grecia. Se un paese esce dall`euro non per motivi economici, ma per ragioni di democrazia, non c`è nessuna ragione per cui questo debba avere come conseguenza che l`Unione si riduca a un sistema di cambi fissi. E se gli altri paesi. in Europa ci restano per sicura scelta e riconfermata volontà, non c`è bisogno di trasformarla in un`Unione politica e fiscale. Almeno per ora.

Da Il Foglio, 18 aprile 2015
Twitter: @FDebenedetti

Olimpiadi, giochi belli (e pericolosi)

I numeri, allarmanti, vengono da una ricerca dell'Istituto Bruno Leoni. II cui titolo è tutto un programma: "L'importante è partecipare: perché rinunciare a Roma 2024". II report cita un'analisi condotta da Bent Flyvbjerg e Allison Stewart, professori all'università di Oxford, che dimostrano con precisione come negli ultimi anni le Olimpiadi si siano rivelate un salasso per i Paesi organizzatori. Con costi sempre lievitati a dismisura. A partire dall'ultima edizione di Londra 2012, chiusa con una spesa di circa 24 miliardi di sterline. Quella iniziale, stimata nel 2005 al momento dell'assegnazione, era di soli 2,37 miliardi, dieci volte di meno.

Stessa sorte è toccata anche alle tre precedenti edizioni: Pechino 2008 è passata da 2,2 miliardi a quasi 45 miliardi di dollari (stima non ufficiale, a causa della scarsa trasparenza dei resoconti governativi). Nel 2004 ad Atene i costi sono esattamente raddoppiati, da 4,5 a 9 miliardi di euro, portando il deficit pubblico al 6,1% del Pil e inabissando l'economia greca.

Anche a Sidney 2000 l'investimento raddoppiò rispetto agli iniziali 3,4 miliardi di dollari australiani. Per questo, l'Istituto Bruno Leoni conclude il suo rapporto lanciando delle proposte alternative. Come stabilire una dimora fissa per le Olimpiadi, o al contrario delocalizzarle in giro per il mondo, sempre al fine di razionalizzare i costi. Una terza via potrebbe essere quella di istituire delle penali in caso di superamento del budget, come strumento di controllo della spesa.

Da Avvenire, 16 aprile 2015

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Economia e crisi, su con la morale

Dopo aver letto L’economia di cui nessuno parla si capisce perché il sottotitolo dell’ultimo libro di Enrico Colombatto includa la parola “morale” tra “mercati” e “intervento pubblico”.

Ciò che porta una società a dare più spazio allo Stato o al mercato è, in origine, l’idea che le persone hanno di cosa sia giusto e cosa sbagliato. È giusto che l’individuo sia libero di perseguire il proprio benessere? È giusto che l’individuo risponda delle sue decisioni? Per l’economista torinese, di scuola einaudiana, allievo di Sergio Ricossa, liberale liberista, una delle menti più brillanti della nostra accademia, se guardiamo al sistema economico in cui viviamo, la libertà economica è fortemente limitata, così come l’irresponsabilità è diffusa, dal settore pubblico a quello finanziario. Perché tutto ciò è accettato e considerato giusto? Tutto nasce da uno scambio: individui che rinunciano alla libertà economica e alla responsabilità delle loro decisioni per la promessa statale di meno rischi, più sicurezza e più benessere.

Oggi in tanti paesi sviluppati, l’intervento pubblico non riesce a garantire le promesse su cui si fondava lo scambio e la prigione economica appare evidente, in primo luogo dall’imposizione fiscale. L’intervento pubblico si è trasformato in una possibilità per l’ordinario cittadino di vivere sulle spalle di altri, di estrarre delle rendite che in altri periodi storici erano privilegio di pochi. Questa situazione non cambierà finché non cambieranno quelli che l’autore chiama i Principi Primi di questa epoca, ovvero i principi che “identificano l’origine della legittimità all’interno di una società”.

La scienza economica attuale vive profonde divisioni, testimoniate dalla ampia varietà delle opinioni degli economisti che il libro sintetizza, ma per la maggior parte è d’accordo nel dare per scontati i Principi Primi. Ma se la crisi economica è dovuta a poca libertà e poca responsabilità, allora la soluzione a lungo termine passa soltanto dal mettere in discussione l’ideologia e la morale condivisa. Chi crede che non sarà una riforma del governo o una nuova iniezione di liquidità a risanare l’economia, deve avvicinarsi ad un modo di pensare l’economia completamente diverso (il titolo in inglese recita “a new defense of free-markets”); un’economia di cui, oggi, nessuno parla.

Leggi il resto su Lo Spiffero, 14 aprile 2015

Farmaci da banco, taxi e porti. Il governo pronto a riaprire il dossier

Porti, taxi e farmacie. Tre capitoli stralciati dal primo round di liberalizzazioni presto di nuovo sul tavolo. Pronti a rispuntare già nell`iter parlamentare. Sì, perché il disegno di legge che arriverà nei prossimi giorni in Commissione, fu frutto di una mediazione tra il ministro dello Sviluppo Federica Guidi e i colleghi di governo Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin. Ma ora le cose sono cambiate. Innanzitutto perché al posto di Lupi - che aveva stoppato porti e taxi dicendo di voler intervenire successivamente con provvedimenti ad hoc - sulla poltrona delle Infrastrutture siede l`ex sottosegretario Delrio, da sempre favorevole alle liberalizzazioni.

Quella delle liberalizzazioni è una cura di cui l`Italia ha particolarmente bisogno: secondo l`indice di apertura alla concorrenza elaborato dell`Istituto Bruno Leoni, siamo fanalino di coda con il 66% contro il 94% del Regno Unito. Solo Lussemburgo e Grecia sono messi peggio di noi. La cura, calcola POcse, potrebbe valere 2,6 punti di Pil nei prossimi cinque anni. L`istituto sottolinea poi che per l`Italia è «particolarmente importante» aumentare la concorrenza nelle industrie di rete, nei servizi locali, nelle professioni regolamentate e vendita al dettaglio. Al dicastero dello Sviluppo, intanto, non hanno certo intenzione di mollare, anche perché l`iter del ddl in Parlamento sarà lungo e il ministro Guidi è pronto ad alzare l`asticella delle liberalizzazioni. Rilan- ciando tre capitoli stralciati in prima battuta senza necessariamente aspettare la legge sulla concorrenza bis che nel cronoprogramma del governo è in agenda entro il 2015. Tre capitoli che avrebbero ricadute di non poco conto sulla vita dei consumatori.

Partiamo dalle farmacie. L`Italia vanta il numero di farmacisti più alto d`Europa (79mila contro 72mila della Francia e 52mila della Germania). Una lobby scalfita nel 2006 dalle lenzuolate di Bersani che portarono all`apertura delle parafarmacie, ma poi sulla vendita dei farmaci di fascia C nei supermercati pure il governo Monti fu costretto ad alzare bandiera bianca. E così la Guidi, che ha dovuto soprassedere dopo un braccio di ferro con la titolare della Salute Lorenzin, spuntando però l`eliminazione al tetto di quattro licenze e aprendo, di fatto, la strada alle catene multinazionali nel settore.

Ma il tema della fascia C resta sul tavolo e, alla luce anche degli inevitabili riequilibri politici tra le forze di maggioranza dopo le Regionali, potrebbe rientrare dalla finestra nel corso dell`iter in Parlamento.

Poi ci sono i taxi. Lupi si oppose rimandando il tema a ulteriori interventi. E dietro la (neanche troppo) velata minaccia dei tassisti di bloccare l`Expo. Rinviato - a detta dell`ex ministro - a una legge delega nel Milleproroghe, l`articolo che faceva cadere i paletti all`attività di Uber o dei noleggi con conducente potrebbe rifare capolino. Cioè l`eliminazione dell'obbligo di ricevere prenotazioni solo presso l`autorimessa.

Infine, i porti. L`idea del ministro dello Sviluppo è di separare l`attività di impresa da quella regolatrice e di controllo: la prima verrebbe affidata con una gara pubblica mentre la seconda resterebbe in capo alle autorità portuali. Anche qui Lupi annunciò una legge ad hoc, il suo successore (che si sta occupando di sfoltire le priorità del dícastero puntando su 25 opere prioritarie) potrebbe decidere di demandare la questione al dossier liberalizzazioni.

Molto dipenderà, certamente, da come si svilupperà la discussione in Parlamento: le lobby (notai in primis) hanno già il coltello tra i denti e la battaglia sarà senza esclusione dí colpi. Ma proprio per questo, alcuni capitoli del provvedimento potrebbero subire modifiche mentre altri potrebbero rispuntare andando a rimpolpare il menù. Del resto, il goyemo non sí sta inventando nulla. E l`Antitrust che ce lo chiede. Da tempo. E il mercato, bellezza!

Da QN, 13 aprile 2015

I vizi degli economisti, le virtù della borghesia

Recentemente pubblicato in italiano dall'Istituto Bruno Leoni, "I vizi degli economisti, le virtù della borghesia" analizza le problematiche della ricerca economica degli ultimi decenni, evidenziandone le questioni principali. La critica di Deirdre McCloskey poggia su tre pilastri fondamentali: la significatività statistica, l'eccessiva teorizzazione dell'economia e, infine, l'ingegneria sociale. E' su questi tre macrotemi che ruota l'argomentazione, in un libretto di un centinaio di pagine, comprensibile anche ai non addetti ai lavori. L'autrice, nonché Professoressa, tra le altre materie, di Economia e Storia Economica all'Università dell'Illinois a Chicago e all'Università di Góteborg, paradossalmente critica gli stessi insegnamenti di cui è titolare. L'analisi proposta nel libro, tuttavia, non si limita a una critica negativa: i tre "vizi" degli economisti sono analizzati in profondità e costituiscono le premesse per poi proporre, specialmente nel capitolo conclusivo, una proposta di rifondazione della scienza economica, utilizzando nuove prospettive nella ricerca scientifica. I tre vizi degli economisti, come li definisce 1' autrice, non sono altro che tendenze radicate nella ricerca economica. Nel corso dell' opera, la McCloskey si definisce spesso come una "zia" a cui è stato affidato il compito di ricondurre i "nipotini" (colleghi e allievi) verso un più equilibrato sentiero di ricerca. E' una "zia" che guarda i suoi "nipotini" in modo affettuoso, mentre questi ultimi sono intenti a fare quelli che definisce "giochi sulla sabbia", ovvero teorie economiche. Significatività statistica, teorízzazione e ingegneria sociale diventano, di conseguenza, gli strumenti dei "giochi sulla sabbia".

Innanzitutto, all'autrice preme sottolineare la differenza tra significatività statistica di un fenomeno e il giudizio, umano, sul fenomeno stesso: i due elementi debbono essere tenuti separati e non confusi, senza nulla togliere alla validità e al rigore delle metodologie utilizzate. Allo stesso modo, muove ulteriori critiche nei confronti di quella che definisce "economia alla lavagna", ovvero l'eccessiva teorizzazione dell'economia, convinta che "i fatti del mondo non si possono scoprire su una lavagna" con gessetti e assunti esclusivamente astratti. Infine, il terzo vizio è l'ingegneria sociale, fortemente associata ai due precedenti, intesa come il tentativo di trasformare in realtà la visione della politica economica, privando gli individui della libertà di scelta, intesa non come "totale assenza di vincoli", ma come possibilità di progettare le proprie vite.

Le ultime pagine condensano il pensiero della scrittrice sull'economia, indicando il sentiero per un nuovo approccio scientifico allo studio dei problemi economici. Il percorso si indirizza verso una scienza non esclusivamente teorica, costruita non solo sulla base di modelli matematici e assunti astratti, ma in una direzione più vicina al reale, che sia in grado di dare contributi sul mondo che esiste "oltre la finestra dello studio" . Una scienza economica, dunque, che non sia fondata solo sulle conoscenze matematiche (invitando ad entrare in tale percorso non solo dottorandi di matematica, ma anche studiosi di storia, biologia, etc.), ma che sia in grado di integrare più punti di vista, in un mondo in cui il fine delle ricerche sia la spiegazione del reale e non (solo) la progressione di carriera.

Da Libro Aperto, marzo 2015

Il disastro Juncker

L’annuncio da parte della Commissione Juncker di un’indagine sul settore dei taxi è stato interpretato come il primo passo per dare un quadro regolamentare europeo a Uber e app simili. Ma, come sostiene il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi, non è per forza una buona notizia. E non solo perché classificando Uber come un servizio di taxi, invece che un fornitore globale di servizi tecnologici, il diritto di circolare liberamente nell’Ue potrebbe essere negato. Il problema di fondo è che, negli ultimi anni, la Commissione si è trasformata da campione della concorrenza, che in nome degli interessi di tutti gli europei apriva a Ryanair e alla telefonia mobile, a freno dell’innovazione per far prevalere gli interessi acquisiti.

Con la presidenza di Jean-Claude Juncker, nonostante la retorica sugli investimenti, la deriva si sta accentuando. Le accuse antitrust contro Google – su ispirazione dell’editore tedesco Axel Springer – rivelano una pericolosa cecità sull’evoluzione tecnologica.

Leggi il resto su Il Foglio, 10 aprile 2015

Servono scienza e mercato per cucinare il menu perfetto

Con l'avvio, in maggio, di Expo 2015, l'esposizione universale milanese dedicata al tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», saremo sommersi, tra le altre cose, da una marea di luoghi comuni celebranti la natura contro l'industria, le coltivazioni bio contro quelle Ogm, la felicità del passato contro il grigiore dei giorni nostri.

È difficile comprendere questa retorica se non si avverte che essa è lo sviluppo di filoni cruciali della cultura occidentale. Nel 1750 Jean-Jacques Rousseau s'impose all'attenzione generale vincendo il concorso indetto dall'Accademia di Digione sul tema Se il rinascimento delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi . In una fase che vedeva il trionfo delle tesi illuministe, Rousseau sostenne che le arti e le scienze non aiutano gli uomini, ma li corrompono. Quel passaggio fu cruciale e aprì la strada a una critica radicale verso la proprietà e il mercato.

L'ecologismo reazionario che oggi esalta il «mangiar semplice e naturale» proviene da lì, ignaro del fatto che non ci può essere buon cibo in quantità senza conoscenza e tecnologie avanzate: e che tutto ciò esige quella formidabile istituzione che è il libero scambio. Insomma, la fame può essere sconfitta e una cucina salutare (e perfino capace di emozionarci) può trovare posto sulle nostre tavole solo se proteggiamo proprietà privata e autonomia contrattuale. Nel corso degli ultimi secoli, però, l'intellighenzia occidentale ha più volte mostrato di temere la libertà e lo sviluppo. Lungo percorsi contorti, spesso gli europei hanno rifiutato l'incivilimento e lo scambio dei beni e delle idee, senza il quale il primo non è possibile. In questo senso, nell'ambientalismo che mette sotto accusa l'industria alimentare del nostro tempo vediamo il convergere di quell'odio per l'autonomia individuale che di frequente accomuna destra e sinistra.

Leggi il resto su Il Giornale, 9 marzo 2015

The EU needs to get Energy Union right

Will the Energy Union package become a tool to make energy more affordable, secure, and sustainable in Europe? Or will it kick off a new wave of regulation? Much will depend on the implementation—as is often the case. On Wednesday, February 25th, the EU Commission released a package of three communications that address, respectively, the very concept of Energy Union, the road to the Paris climate negotiation later this year, and the target of making the EU’s electricity markets more interconnected with each other.

With respect to previous statements and strategies, this time credit should be given to the Commission for not lacking clarity and, more importantly, being aware that energy, climate, and security policies should achieve a greater degree of coordination. Moreover, the EC Vice-President Maroš Šefcovic and Energy Commissioner Miguel Arias Cañete emphasised the central role of market liberalisation and integration, both within and across member states.

This is an important step forward: in the past, too often efforts to open the market ended up with being at odds with aggressively interventionist environmental policies (with particular regard to renewable energies support scheme).

Markets are also seen as an effective tool to promote both sustainability and security. In fact, the larger and the freer the market, the more efficient the utilisation of the installed generation capacity. All else being equal, theory suggests—and evidence supports—that energy would be cheaper, the most costly and polluting power plants would be displaced, and supply interruptions can be offset.

Leggi il resto su Capx.co, 5 marzo 2015
Twitter: @CarloStagnaro

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Meno stato, meno assistenzialismo. L`immigrazione oggi è ostaggio di opposti estremismi

Quando si discute di immigrazione l`Italia appare prigioniera di opposti populismi: divisa tra chi vorrebbe uno stato che assista chiunque arrivi sulle nostre coste e chi, all`opposto, sarebbe felice di allontanare tutti, consapevole che si tratti d`una proposta elettoralmente assai pagante. In pochi si rendono conto che è necessario valorizzare un`immigrazione utile a chi viene in Italia e anche a noi stessi.

La questione va dunque al più presto "depoliticizzata". In altre parole, è necessario che si delineino poche e ragionevoli regole che descrivano in che modo è possibile venire qui a vivere e lavorare, evitando una volta per sempre di caricare i costi dell`immigrazione su chi paga le imposte. Abbiamo bisogno di norme semplici (meglio se definite localmente) che vanno fatte rispettare, ben sapendo che la nostra società ha bisogno in molti casi del contributo dei lavoratori stranieri e al tempo stesso si deve prestare la massima attenzione a non caricare i costi di tutto questo sulle spalle dei contribuenti. In ambito liberale le discussioni teoriche degli ultimi decenni hanno spesso visto contrapporsi visioni che aiutano a cogliere come il dibattito attuale radicalizzi esigenze pure sensate. Taluni (un nome per tutti, Milton Friedman) hanno difeso l`idea di frontiere aperte, nella persuasione che non si possa sbarrare la strada a chi è in cerca di una vita migliore. Tanto più che l`economia trae beneficio dal contributo di nuovi arrivati. Altri hanno però sostenuto - è questo il caso di Hans-Hermann Hoppe - che tutto ciò sarebbe vero in assenza della redistribuzione statale. Nella situazione odierna muoversi dall`Africa all`Europa significa accedere ai benefici del welfare: e quindi un`immigrazione senza limiti proveniente dalle aree più povere del pianeta può generare un parassitismo destinato a suscitare notevoli resistenze. Entrambe queste tesi vanno prese in seria considerazione, poiché un`Italia chiusa su se stessa sarebbe destinata a declinare velocemente, ma al con- tempo ogni apertura dovrebbe essere accompagnata da una riduzione dell`intervento pubblico. Le spese assistenziali collegate all`arrivo dei migranti sono benzina sul fuoco delle tensioni etniche. Da questo discende che gli oneri dell`immigrazione devono essere sostenuti il più possibile dagli stessi immigrati, dalle imprese che ne hanno bisogno e dalle associazioni di volontariato frutto dell`altruismo di tanti connazionali. 

Già ora è così in vari casi. E` interessante sottolineare che per venire in Italia i migranti sono disposti a pagare cifre piuttosto alte. Oltre a ciò, spesso costi significativi gravano sulle imprese interessate a dare lavoro a quanti vengono da lontano: basti considerare il rapporto esistente tra le aziende agricole e i loro dipendenti pakistani o indiani, ma anche alle famiglie che ospitano le donne filippine o ucraine che si prendono cura dei nostri anziani. 

Togliere spazio ai centri di accoglienza pubblici e rafforzare il ruolo dei soggetti profit e no-profit permetterebbe di avere una migliore immigrazione e abbassare le tensioni che oppongono quanti militano a favore del solidarismo e quanti, al contrario, vorrebbero un`Italia integralmente chiusa su se stessa. 

Un recente studio della London City University - realizzato da Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol - ha avanzato la proposta di "vendere" i permessi d`ingresso. L`idea di fondo è che "il traffico di esseri umani costituisce un rischio enorme per i migranti, permette alle organizzazioni criminali di guadagnare denaro e ostacola i governi nelle attività di regolamentazione dei flussi di persone che attraversano le loro frontiere. Se lo scopo è controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, un`idea migliore è quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti". Se esistono immigrati africani o asiatici disposti a versare somme significative per venire in Europa, ha senso fare in modo che questo flusso sia legale e che quel denaro sia utilizzato per individuare un canale regolare, oltre che per acquistare un normale biglietto aereo, trovarsi una casa sul mercato e poter cercare un lavoro. 

Non c`è dubbio che attualmente l`immigrazione sollevi anche a problemi di ordine pubblico, ma proprio per questo è bene portare alla luce il fenomeno, sottraendolo ai criminali che gestiscono un business in crescita e reperiscono in tal modo risorse poi impiegate pure in altri settori. L`ipotesi della vendita dei visti d`ingressi si basa su logiche privatistiche. Nasce dalla presa d`atto che gli italiani hanno investito risorse nel costruire quelle strutture (scuole, ospedali, strade ecc.) da cui gli immigrati trarranno beneficio. La vendita dei visti interpreta la logica del club: non totalmente chiuso, ma nemmeno aperto a tutti. Si può entrare, ma conoscendo le regole, rispettandole e pagando una quota d`accesso. D`altra parte, la maggior parte degli immigrati non arriva in Italia a bordo di barche alla deriva, ma giunge dalle nostre stazioni e dai nostri aeroporti. Senza che molti se ne accorgano, ogni giorno tantissimi stranieri vengono in Italia con visti turistici e poi diventano clandestini. Questo dovrebbe farci comprendere che l`immigrazione illegale non può essere sconfitta con la semplice militarizzazione delle coste. 

Eliminare ogni politica assistenziale a favore degli immigrati è cruciale, ma non basta. Bisogna infatti avere presente che ogni abitazione pubblica assegnata a uno straniero, per esempio, è un assist ai fautori delle logiche più ostili all`arrivo degli stranieri. Si deve allora restringere l`ambito dell`intervento pubblico nel suo insieme, poiché a dispetto delle logiche universalistiche tanto proclamate il welfare State rafforza la distanza tra cittadini e non cittadini, tra insider e outsider. Una società non può essere aperta all`arrivo di immigrati se condivide quasi ogni cosa: dalle case alle imprese, dalle pensioni alla sanità. Solo una società più liberale, a limitato intervento statale, può essere davvero disposta ad aprirsi.

Da Il Foglio, 22 aprile 2015

Chi vuole censurare l'Happy Meal

L'Europa è un posto ben strano. Un posto dove siamo tutti convinti che sia un legittimo esercizio della propria libertà di parola disegnare Papa Ratzinger che brandisce un preservativo come fosse un'ostia, e che alla stessa maniera sia accettabile fare del profeta Maometto una barzelletta, ma guai a dire che l'Happy Meal è più buono della pizza.

La libertà d'espressione è sacra: basta non venga usata a fini commerciali.
Questo c'insegna una polemica di questi giorni. McDonald's ha avviato una nuova campagna pubblicitaria che mostra mamma, babbo e bimbo a cena in pizzeria. Il cameriere li interroga per l'ordinazione, ma il più giovane dei tre, alle prese con l'eterno dilemma capricciosa o quattro stagioni, chiede un «Happy Meal». Per inciso, è probabile sia una scena di vita vissuta. Al menù per infanti di McDonald's si accompagna spesso un pupazzetto a immagine e somiglianza di un eroe dei cartoni, o un'altra sorpresa. I bambini hanno uno straordinario senso pratico e vorrebbero che ogni pasto fosse un uovo di Pasqua: gradevole da consumare e accompagnato da un giocattolo in omaggio.

Ma il punto del contendere, ovviamente, non sono le preferenze dei più piccoli, dei quali non importa granché a nessuno. Il problema è che la catena di hamburgherie si sarebbe macchiata del reato di lesa italianità, provando a «svalutare» la «pietanza più nota e amata del Made in Italy». Alfonso Pecoraro Scanio ha diffuso una petizione affinché l'amministratore delegato della multinazionale cancelli lo spot. L'associazione pizzaioli sforna pepate dichiarazioni.

Il vicepresidente della Camera Di Maio ha chiesto all'Expo di «ritirare McDonald's come sponsor», che non è ben chiaro cosa significhi: rinunciare ai quattrini che offrono, o semplicemente eliminare la contropartita, stile esproprio gastro-proletario? Per i pentastellati, Matteo Renzi «non difende l'Italia e le sue tradizioni». Loro hanno presentato un esposto all'Agcom, per impedire che la réclame continui ad andare in onda. La difesa delle tradizioni italiane passerebbe quindi per una censura preventiva dei messaggi pubblicitari. Resta da appurare se ci si debba limitare ai prodotti alimentari oppure no. Se a una compagnia aerea venisse in mente di suggerirci che i musei di Berlino sono più belli di quelli di Firenze, come dovremmo comportarci? E se una catena di alberghi insinuasse che Praga è più pulita e sicura di Roma? La libertà d'espressione può essere un diritto di tutti, fuorché di chi prova a vendere qualcosa?

La pubblicità informa le persone dell'esistenza di nuovi prodotti e ricorda loro i marchi ai quali sono affezionate. Non ne plasma le preferenze, ma gioca sul filo della curiosità, per indurle a provare cose nuove. I più scaltri sostengono che non esiste pubblicità cattiva: «purché se ne parli». Non è improbabile che a molti telespettatori sia venuta voglia di una margherita anziché di un BigMac.

Ma anche se così non fosse, il fine, tutelare l'Italia e le sue tradizioni, non è di quelli che giustifica i mezzi, la bollinatura degli spot permessi e di quelli no, cioè la censura. Le cose buone si difendono da sole, lasciando ai consumatori la libertà di sceglierle. Come avviene, tutti i giorni, in migliaia di pizzerie.

Da La Stampa, 16 aprile 2015
Twitter: @amingardi

I costi sociali dei disturbi alimentari

Il successo dei "talent" di cucina, dove si premia una dimensione con la quale il telespettatore non potrà mai entrare in contatto diretto, quella della bontà al palato, rivela quanto grande sia la domanda di informazione e curiosità alimentari. Forse ci siamo semplicemente accorti che il cibo è cultura, al pari di un romanzo o di uno spettacolo teatrale.

Anche la dimensione del "sano", oltre a quella del "buono", è oggetto di crescente interesse. Si tratta di un'ottima notizia: i disturbi alimentari, di diverso tipo, hanno un impatto sull'economia complessiva dei sistemi sanitari. L'educazione e la buona informazione possono avere un loro ruolo. Due considerazioni, però, s'impongono. In prima battuta, l'educazione non è "coercizione".
Avrebbe senso penalizzare fiscalmente alcuni cibi, o alcune bevande, in ragione del contenuto di zuccheri o grassi?

Ci ha provato la Danimarca, tassando con un'aliquota di circa due curo al chilo gli alimenti contenenti almeno il 2,3% di grassi saturi. Il bel risultato è stato quello di alimentare (è il caso di dirlo!) un fiorente commercio transfrontaliero, con le ovvie ripercussioni su commercio al dettaglio ed erario. L'esperienza si è rivelata a tal punto deludente, che dopo un anno appena il governo ha dovuto fare macchina indietro. In altri Paesi si è ragionato di imposte sulle bibite gassate (per esempio in Francia). È sempre difficile, in questi casi, comprendere fino a che punto arriva l'aspirazione di migliorare la dieta del popolo, e dove comincia invece la disperata fame di tributi di Stati in crisi fiscale permanente.

Ma anche immaginando che dietro questi provvedimenti non stiano che le migliori intenzioni, è impossibile non porsi un problema di libertà. La dieta di ciascuno di noi è quanto di più privato. Siamo pronti a riconoscere all'attore pubblico il diritto di decidere ciò che possiamo e ciò che non possiamo mangiare? I più cinici risponderanno che, dopotutto, lo Stato già lo fa. Eppure è difficile mettere sullo stesso piano norme che dovrebbero impedire la circolazione dí alimenti fallati e nocivi, con una regolamentazione improntata a criteri dietologici.

È difficile anche sostenere che gli aggravi per il servizio sanitario nazionale la giustifichino (anche il diverso corredo genetico comporta costi diversi da persona a persona: pensiamo a una discriminazione fiscale su base genetica?). Si tratta di un'aritmetica sociale molto complicata, nella quale di un eccesso di determinismo può fare le spese proprio la legittima aspirazione delle persone di mangiare ciò che aggrada loro. Del resto, sappiamo bene che, nelle società occidentali, i disturbi alimentari sono più il sintomo, che la fonte, del disagio.

L'Expo dovrebbe allora essere un'occasione per dare più informazione, andando incontro a una domanda diffusa e legittima. Non per immaginare altre soluzioni "collettive" a problemi eminentemente individuali.
In seconda battuta, è importante non confondere il "sano" col "locale", col "tradizionale".
Ricordiamoci che nell'Italia del 1922 era sottonutrito un italiano su cinque. Non si stava meglio quando si stava peggio, quando la carne era per pochissimi e il pesce era rigorosamente "a chilometro zero", nel senso che lontano dal mare non ci arrivava proprio. È stato il progresso economico a migliorare tavola e salute.

Da Mondo Salute, 9 aprile 2015
Twitter: @amingardi

Un sud drogato da politica e spesa pubblica produce questa classe dirigente

Cosa c'è dietro il caso di Ischia? Cosa c'è dietro una classe dirigente meridionale spesso alle prese con inchieste di carattere penale? Cosa non va in questo mondo ingessato, che non offre ai giovani quelle opportunità che invece essi sanno spesso cogliere con facilità quando si spostano in Germania, in America o anche soltanto al Nord?

Sul Corriere del Mezzogiorno Nicola Rossi riespone una tesi difficile da confutare, e cioè che le difficoltà del Sud sono in primo luogo da ricondurre a una spesa pubblica abnorme e alla politicizzazione che ne discende. Cose simili, con Piercamillo Falasca, avevo sostenuto otto anni fa in un volume (Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno, edito da Rubbettino) in cui tra le altre cose si affermava che il Mezzogiorno può cambiare se è costretto a fare da sé e quindi ad allargare gli spazi del privato. Perché oggi la spesa pubblica meridionale è abnorme in quanto è in larga misura finanziata da altri.

Secondo le ricerche di Gian Angelo Bellati dell'Unioncamere veneta vi sono realtà come la Lombardia, l'Emilia e il Veneto che danno molto più di quanto non ricevano in servizi pubblici locali e nazionali. Nel quinquennio 2008-2013 la Lombardia ha perso circa 6.200 euro pro capite ogni anno, mentre emiliani e veneti circa 4.200 e 3.800 a testa. Questo significa che, in media, in un solo lustro una famiglia lombarda di cinque persone avrebbe visto scomparire 155 mila euro. In compenso ogni siciliano ha potuto contare su una spesa aggiuntiva dì circa 2.900 euro all'anno, ogni molisano di circa 2.500 e ogni siciliano di circa 2.000. Questa redistribuzione toglie ricchezza al Nord (regioni autonome a parte), ma soprattutto devasta il Sud, che dipende dalle decisioni di amministratori e burocrati. La spesa diventa a tal punto importante che ogni apparato pubblico si orienta sempre più a servire gli addetti e sempre meno il pubblico. Basti pensare al paradosso di costi per ospedali e servizi medici alle stelle, accompagnati da un massiccio "turismo sanitario" che obbliga tante famiglie del Sud a farsi curare altrove.

La crescita della spesa produce una progressiva centralità degli interessi di dipendenti e fornitori, e una marginalizzazione di utenti e pazienti. Non si spiegherebbero i dati abnormi sui lavoratori pubblici (la Sicilia ha cinque volte gli addetti della Lombardia) e anche quelle disparità degli oneri sopportati dalle amministrazioni. Il fatto che in Sicilia una siringa costi 10 centesimi in più che in Veneto non fa sì che la sanità siciliana sia migliore: è anzi vero il contrario. Il risultato è che dieci anni fa (ma è difficile che siano molto mutati) un euro di spesa pubblica in Calabria costava alla popolazione locale 0,27 euro e in Lombardia 2,45 euro.

Da tempo si propongono costi standard, ma è una soluzione dirigista, essenzialmente tecnocratica. E' invece necessario avviare un processo di responsabilizzazione che obblighi ognuno a fare da sé. Le diverse comunità, specie al Sud, devono vivere dei soldi che i loro cittadini versano, mentre gli amministratori devono rispondere ai propri contribuenti dell'uso che fanno delle risorse tolte. Un Sud drogato dai trasferimenti e da una ricchezza prodotta altrove è un Sud che continuerà a selezionare una pessima classe dirigente, ma una vera autonomia (anche fiscale) di ogni città e regione comporta pure concorrenza tra sistemi e governi locali costretti a operare al meglio.

Capitali e imprese devono poter scegliere: devono sapere che stare in Basilicata può costare meno e magari anche offrire servizi migliori di quelli della Calabria, che Salerno non ha le medesime imposte di Napoli. Solo questa concorrenza tra amministrazioni che vivono del loro, e spendono solo quanto ottengono con tasse locali, può permettere di entrare in un circolo virtuoso. Le cifre che descrivono il presente sono spietate e banali. La verità è che sono il frutto di un assistenzialismo che non si ha il coraggio di abbandonare. Quando questo avverrà sarà sempre troppo tardi.

Da Il Foglio, 9 aprile 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Antitrust Ue-Google: staticità contro dinamicità

Nel suo libro «The Antitrust Paradox», Robert H. Bork riportava la battuta di un avvocato secondo il quale l’Antitrust, come uno sceriffo di una città di frontiera, si limitava a camminare sulla strada principale e ogni tanto scaricava un colpo di pistola a qualche passante.

L’avvio di un procedimento europeo a carico di Google non sarà uno sparo nel Far West, ma viene da chiedersi quale sia il confine, nei procedimenti relativi al mercato digitale, tra il discorso legale e quello ideologico, tra il reo e il capro espiatorio.

A Google vengono contestate, con procedimenti diversi, due pratiche: favorire il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nei risultati di ricerca, ostacolare lo sviluppo di sistemi operativi alternativi ad Android tramite accordi esclusivi con i produttori di smartphone e tablet.

La Commissaria alla concorrenza, annunciando l’invio di una comunicazione di addebiti sul primo profilo e l’avvio di un’indagine formale sul secondo, ha dichiarato di voler garantire che l’economia digitale possa svilupparsi senza limiti alla concorrenza imposti unilateralmente da un’impresa. La natura ideologica di questo obiettivo è tutta nell’argomento controfattuale: nessuno di noi, nemmeno chi presiede e sorveglia il diritto alla concorrenza, sa cosa succederebbe se le imprese non subissero le sanzioni dell’Antitrust, né sa se l’eventuale sviluppo del mercato si debba al controllo dell’Antitrust o ad altre cause indipendenti da questo.

Nel 2004 Microsoft venne condannata al pagamento di circa 500 milioni di euro per abuso di posizione dominante, a cui si aggiunsero quasi 900 milioni in appello, per limitare deliberatamente l’installazione di prodotti concorrenti su PC con sistema operativo Windows.

Come oggi Google nei motori di ricerca, Microsoft deteneva circa il 90% del mercato europeo dei sistemi operativi. Come oggi, anche allora chi si lamentava non erano i consumatori, quanto i piccoli (all’epoca) concorrenti. Dopo quella vicenda, Microsoft ha smesso di essere il gigante incontrastato del mercato elettronico e dei servizi digitali. È stato questo l’effetto di una sanzione che voleva, appunto, ridimensionare la sua quota di mercato per consentire una maggiore pluralità di attori concorrenti? Se dovessimo rispondere affermativamente, dovremmo dedurre che la regolazione europea ha sì ridimensionato Golia per lasciare che nel mercato di riferimento anche i Davide potessero crescere, ma che a partire da quel ridimensionamento í piccoli nel frattempo sono diventati grandi.

Google su tutti, per ora, è diventato quindi «troppo grande» per non far paura, ai suoi competitori più che ai suoi consumatori, e per non essere quindi messo sul tavolo operatorio dell’Antitrust.

Se dovessimo, invece, rispondere negativamente, dovremmo dedurne che gli obblighi imposti a Microsoft non sono serviti a mettere il mercato digitale al riparo dalla crescita di nuovi soggetti «troppo grandi». In caso di risposta affermativa, l’effetto del controllo Antitrust sembrerebbe paradossale. In caso di risposta negativa, inutile.

È possibile che la risposta alla domanda sia negativa. È stata l’innovazione che ha portato il mercato a sviluppare un diverso uso delle tecnologie.

E la stessa tecnologia del search engine potrà diventare obsoleta: spendiamo sempre più tempo a usare app, usiamo più smartphone che PC, arriviamo a un’informazione sempre più dai social network che dai motori di ricerca.

Naturalmente i propositi dell’Antitrust sono i migliori possibili, ma le regole sulla concorrenza guardano al mercato in modo statico. Anche le imprese hanno una vita: crescono, deperiscono, muoiono, si consolidano. Chi è giovane oggi potrà diventare maturo domani, o potrà morire prematuramente.

Ogni presunzione del regolatore di difendere i cittadini veicolando i destini futuri di un mercato sulla base di una fotografia del presente rischia un effetto boomerang. Specie in un mercato molto vivace come quello digitale vale quasi il 7% del Pil europeo che non sembra stia lasciando insoddisfatti i consumatori.

Dal Corriere della sera, 27 aprile 2015
Twitter: @seresileoni

La doppia morale di Tsipras

Ci sono diversi modi per raccontare la crisi greca. Uno, molto semplice, punta l'attenzione su un dato di fatto. Per certo, sappiamo che una delle parti in trattativa è il governo, piaccia o non piaccia, democraticamente eletto (quand'anche con poco più di un terzo dei suffragi) dal popolo greco. Chi sia la controparte è meno chiaro. C'è la Banca centrale europea, monumento di sapienza tecnocratica che suscita sospetto e diffidenza.

C'è il Fondo monetario internazionale. E poi la Commissione europea: non c'è un solo europeo che si senta «rappresentato» da questo esecutivo continentale, che non si capisce bene cosa faccia né tantomeno a chi risponda. Sono della partita anche i governi nazionali: Matteo Renzi ha chiuso la porta a soluzioni «creative» del problema greco, non prima di aver regalato una cravatta ad Alexis Tsipras. I governi nazionali temono una Grecia insolvente, perché essi stessi le hanno prestato quattrini. Sui giornali, sono apparse le simulazioni del costo pro capite di un default di Atene, per gli altri cittadini europei. La gente, però, presta poca attenzione. Sono decisioni che sente lontane. Alzi la mano chi, alle scorse elezioni europee, ha votato pensando non a vaghi ragionamenti sulla «austerità», ma alle concrete modalità di funzionamento dei meccanismi anti-crisi.

La narrazione, lo storytelling, democrazia contro tecnocrazia è appassionante. Ecco perché ci sta investendo proprio Tsipras, il cui motto è «democrazia dappertutto». Nel suo discorso al Parlamento, ha rinnovato gli impegni elettorali: aumenterà il salario minimo, fermerà le privatizzazioni, alzerà la soglia della no tax area. Un programma centrato su un aumento di spesa pubblica, senz'altro non bilanciato dalla riduzione del 50% del parco macchine blu e neppure dalle sforbiciate ai costi della politica o dalla lotta all'evasione. Auguri ai greci, ma almeno in Italia sembra il solito libro dei sogni delle coperture.

Secondo Tsipras, «l'austerità non ha soltanto impoverito il nostro popolo ma lo ha privato del diritto di decidere». Decidere, ma coi soldi di chi? Nello storytelling democrazia contro tecnocrazia, il «diritto di decidere» viene sottratto ai popoli per la vendetta di entità misteriose, i «mercati», che si divertirebbero a calpestarne le prerogative. A questi «mercati», gli Stati, fra cui la Grecia, hanno per anni chiesto prestiti: che per definizione a un bel momento devono essere ripagati. Questi prestiti li hanno chiesti per «decidere», direbbe Tsipras. Decidere stanziamenti, programmi, sussidi.

Indebitarsi non è mai stato obbligatorio. Se uno Stato vuole fare più cose, può sempre aumentare le tasse. In questo caso, la popolazione si accorge immediatamente del costo di «solidarietà», «investimenti» e «Stato sociale». Accorgendosene, potrebbe pensare che è meglio vivere in un Paese dove la spesa pubblica è un po' meno generosa, ma le persone possono decidere da sé che fare di una quota maggiore dei propri redditi. Se lo Stato s'indebita, il problema non si pone: qualcuno un bel giorno il conto lo dovrà pagare, ma non gli elettori che votano alle prossime elezioni. La classe politica promette allegramente: nel lungo periodo, saremo tutti morti.

Non ha torto chi ricorda che gli Stati hanno sempre disposto dei loro debiti in modo diverso dalle famiglie o dai comuni cittadini: cioè che hanno sempre evitato, quando possibile, di onorarli. Il ricorso alla svalutazione li aiutava a diluirne il peso. Grazie all'odiata Troika, la Grecia di Tsipras oggi ha un avanzo primario e potrebbe, nel breve, continuare a pagare gli stipendi. Nel medio periodo, farebbe fatica a chiedere nuovi prestiti, come qualsiasi debitore insolvente.

Diceva Adam Smith: «Ciò che è saggezza nella gestione di ogni privata famiglia, difficilmente può risultare follia nel governo di un grande regno».
La questione è tutta qui. E' giusto che ci sia una «doppia morale»? Gli Stati già fanno cose che nessun altro può fare: se vengo fermato dopo aver rapinato una banca, ho un bel dire alla polizia che volevo soltanto ridurre le diseguaglianze.
E' auspicabile che gli Stati possano considerare i loro debiti carta straccia?

Se così fosse, non si capirebbe perché qualcuno debba prestar loro dei soldi: e non solo alla Grecia. Tanto peggiore è la reputazione dei governi, tanto più alti sono gli interessi che dovranno corrispondere, per avere credito. E perché di uno Stato che non paga i suoi debiti i cittadini dovrebbero fidarsi quando promette loro la pensione, quando giura che non abuserà dei dati confidenziali in suo possesso, quando dice la sua verità alle famiglie delle vittime di un dirottamento aereo? Dove passa il confine fra le bugie lecite e quelle illecite?
Per «decidere» Tsipras intende: scegliere senza subire le conseguenze delle proprie scelte. E' un diritto che tutti sogniamo, ma che nessuno dovrebbe avere.

Da La Stampa, 11 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ecco perché il canone in bolletta è un “monstrum” giuridico

Certamente inserire il Canone Rai nella bolletta elettrica può essere il modo per sradicare una volta per tutte l’evasione, tra le più alte, della tassa di concessione televisiva. Peccato però che da punto di vista organizzativo, tecnico e persino giuridico l’operazione si presenti alquanto complessa. Innanzitutto c’è il problema delle società elettriche che non intendono fare la parte degli esattori, e se anche fosse pretendono di vedere riconosciuto questo lavoro. Poi c’è l’Authority dell’energia, che tra l’altro ha riformato proprio da poco la struttura delle bollette elettriche, per renderle più chiare e trasparenti, che sostiene che quella prospettata dal Governo (senza per altro consultarsi con l’Autorità stessa, non si capisce perché?) è difficile se non impossibile.

Puoi visualizzare il sondaggio qui.

Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia. E se adesso lo si infilasse davvero in bolletta “il canone diventerebbe un vero e proprio mostro giuridico”. 

Ibl indica tre motivi. Il primo. Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia.  

Secondo. L’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanti hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. “Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo – sottolinea l’Ibl -. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti”.  

Terzo punto. Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone. “Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono”. 

Conclude così il Bruno Leoni: “Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”. I legali dell’Assoelettrica a loro volta, per queste ed altre ragioni, hanno individuato diversi profili di incostituzionalità nel progetto del governo. Senza contare che le complicazioni sono tali e tante che già oggi è tecnicamente impossibile riuscire a rispettare la scadenza di gennaio, termine tradizionale del versamento del canone. Per questo i tempi ora si allungano, forse anche all’infinito – nonostante la “volontà politica” di andare avanti. Forse anche sino a far tramontare l’ennesimo progetto bello, ma solo sulla carta, al punto da essere irrealizzabile.

Da La Stampa, 26 novembre 2014

Ddl Rai: ancora un'occasione persa

A distanza di undici anni dalla legge Gasparri, il premier Renzi propone una nuova riforma della governance Rai, con l’obiettivo di liberare l’azienda dai partiti e riportare le trasmissioni a standard di qualità elevati.

Nel Focus “Servizio pubblico radiotelevisivo? Non è la Rai” (PDF), Daniele Venanzi analizza il modello di governance proposto dal governo e lo compara a quelli adottati da due buoni esempi di servizio pubblico radiotelevisivo: la britannica BBC e la brasiliana TV Cultura. Con un CdA e un amministratore delegato emanazioni dirette dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene, la riforma renziana libererebbe la Rai da tanti partiti per consegnarla ad uno solo: quello di governo.

Con questo assetto, ben distante dai modelli considerati, la TV di Stato resta saldamente ancorata al potere politico, continuando a percepire i proventi del canone e, allo stesso tempo, ad operare da emittente commerciale, generando una grave distorsione del mercato.

Provata l’impossibilità di riformare l’azienda di Viale Mazzini, il Focus dell’Istituto Bruno Leoni propone di riformare il servizio pubblico radiotelevisivo, percorrendo la praticabile strada della privatizzazione, attraverso la vendita delle azioni di Rai S.p.A. da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’affidamento del contratto di concessione del servizio pubblico tramite bando ad un’azienda che opera sul mercato.

Il Focus “Servizio pubblico radiotelevisivo? Non è la Rai” è liberamente disponibile qui (PDF).

Conservare e valorizzare il nostro patrimonio culturale attraverso la finanzia di progetto

La finanza di progetto rappresenta uno strumento di collaborazione fra pubblico e privato tradizionalmente utilizzata per realizzare opere pubbliche. Da alcuni anni è adottata anche nel settore culturale, e costituisce una forma di intervento da incentivare e promuovere per conservare e valorizzare meglio il nostro patrimonio culturale, avvelendosi delle risorse e del know-how delle imprese private. È quanto si sostiene nel briefing paper “Quando valorizzare costa poco o nulla (ai contribuenti): Il project financing nei beni culturali” (PDF) di Giacomo Lev Mannheimer.

Come si scrive nel paper IBL, “Una delle caratteristiche fondamentali del project financing è quella di essere in grado, almeno potenzialmente, di autofinanziarsi; la redditività del progetto del promotore, dunque, sarebbe inconciliabile con il settore dei beni culturali. Ma ciò non dipende dall’assenza intrinseca di valore economico nel patrimonio culturale, bensì dal modo con cui esso viene interpretato dall’ordinamento”.

Anche a causa della crisi economica e delle finanze pubbliche del nostro Paese, è però venuta a maturare una diversa concezione dei beni culturali: pensati non più come costo ma anche in un’ottica economica, come generatori di profitti.

Esperienze come quella di Villa Tolomei, analizzata nel paper, dimostrano come il recupero di immobili di pregio presenti sul territorio del nostro Paese possa avvenire senza nessun esborso per le casse dello Stato, garantendo al contempo la valorizzazione dell’edificio attraverso il cambio della sua destinazione d’uso. 

Come infatti scrive Mannheimer, “Nonostante le difficoltà operative, i casi di project financing nei beni culturali sperimentati in Italia negli ultimi anni hanno registrato un discreto successo, rendendo evidente che sia quanto mai opportuno rimuovere barriere e ostacoli per sfruttare al massimo le potenzialità di simili strumenti applicati al patrimonio culturale”.

Il paper IBL di Giacomo Lev Mannheimer “Quando valorizzare costa poco o nulla (ai contribuenti): Il project financing nei beni culturali” è disponibile QUI.

Il nuovo regime IVA per la GDO e il rischio dell’effetto boomerang

La legge di stabilità 2015 ha esteso i casi di applicabilità del sistema di “reverse charge”, includendo anche le cessioni di beni agli operatori della grande distribuzione organizzata. La misura, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe contribuire a combattere taluni fenomeni di frode fiscale. Il rischio, tuttavia, è che produca un vero e proprio effetto boomerang, minacciando seriamente la stabilità economica delle imprese del settore. 

A questo fine, il nuovo Focus IBL “Reverse charge: i pregiudizi del ‘fisco amico’” (PDF) confronta il sistema d’inversione contabile con il regime ordinario di versamento dell’IVA, cercando di individuarne le maggiori criticità alla luce delle novità contenute nella legge di stabilità, con particolare riferimento al caso delle cessioni di beni agli operatori della GDO.

Alla luce di quest’analisi - secondo Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni - “l’ampliamento dell’ambito di applicazione del meccanismo d’inversione contabile deve poggiare su basi solide, che comprovino la prevalenza dell’interesse al recupero delle somme potenzialmente evase rispetto ai costi che il meccanismo comporta per le imprese”. “Non è un caso” - prosegue l’autore - “che le ipotesi di applicazione previste dalla Commissione europea siano limitate e tassative, e che la stessa Commissione richieda rischi di frode ampiamente documentati per ammettere deroghe a tali ipotesi”.
Secondo Mannheimer, qualora la Commissione Europea dovesse fornire il proprio nulla osta all’estensione del regime di reverse charge, “sarebbe quantomeno auspicabile che il Governo adottasse contemporaneamente un sistema di recupero dei rimborsi IVA privilegiato rispetto a quello ordinario”; inoltre, “dovrebbe incrementata la soglia di compensazione dei crediti tributari, oggi pari a 700.000 Euro, almeno a 1.000.000 di Euro”.

Il Focus “Reverse charge: i pregiudizi del ‘fisco amico’” di Giacomo Lev Mannheimer è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Professionisti, è guerra contro l'apertura ai soci di solo capitale

Per i professionisti è una battaglia di autonomia. Per i paladini del mercato la solita difesa di rendite corporative. Avvocati, farmacisti e ingegneri sono sul piede di guerra contro il disegno di legge sulle liberalizzazioni. Una lenzuolata che ha già perso per strada diversi pezzi, ma che nella versione arrivata in Parlamento contiene comunque qualche intervento di peso. In particolare l`apertura delle società professionali a soci di solo capitale, senza tesserino. Finora esclusi dai settori delle discipline ordinistiche, la norma concede loro diritto di cittadinanza sia negli studi legali che nelle farmacie. «L`occasione di muoversi verso una logica imprenditoriale», commentano dalla roccaforte liberal dell`istituto Bruno Leoni. «Un rischio per la nostra indipendenza», rispondono le associazioni dei professionisti. Pronte, come già in passato, a depotenziare la legge durante l`iter in Aula.

Con il ddl, per la verità, gli avvocati ottengono qualcosa. Per esempio la possibilità di unirsi con altri professionisti all`interno di società multidisciplinari. Sui soci di solo capitale però non sembrano disposti a concessioni. «Non aiuterebbero tanto i grandi studi, che non ne hanno bisogno, quanto quelli di minori dimensioni, permettendo loro di rafforzarsi e crescere», dice Giuseppe Scassellati Sforzolini, 55 anni, partner della lawfirm internazionale Cleary Gottlieb. Quelli più piccoli però, la maggioranza in Italia, temono di restare schiacciati dalla concorrenza. La Cassa forense di perdere flusso contributivo. E gli ordini più rappresentativi evocano i rischi per la terzietà degli avvocati: «Sarebbe necessario limitare la partecipazione dei soci di capitale a una minoranza passiva - dice Scassellati Sforzolini - e individuare un soggetto deputato a valutare conflitti di interesse». L`Organismo unitario dell`avvocatura ha proposto al governo un compromesso: stralciare l`articolo dalla legge e riaprire le trattative. Sarebbe però l`ennesimo stop, per una misura di cui si parla da anni.

Sulle farmacie il testo del Ddl è già un compromesso. L`Antitrust chiedeva più concorrenza, a beneficio dei consumatori.
Complice l`opposizione del ministro della Salute Lorenzin, la liberalizzazione dei medicinali di fascia C è stata stralciata. Resta però la possibilità per le società di capitale, indipendentemente dalla presenza di un dottore, di acquisire farmacie, e l`eliminazione del tetto di quattro insegne per soggetto. «Oggi il sistema è bloccato, finiscono a gara solo i negozi meno lucrativi, gli altri vengono ceduti a prezzi elevati», spiega l`avvocato Silvio Boccalatte, 35 anni, ricercatore dell`istituto Bruno Leoni. «La presenza di soci finanziari renderà il mercato più dinamico». Il pericolo, secondo le associazioni di categoria, è quello di una concentrazione: «Dobbiamo introdurre dei paletti che ribadiscano l`interesse pubblico dell`attività delle farmacie rispetto alle logiche delle multinazionali», dice Annarosa Rocca, 60 anni, presidente di Federfarma. Anche se la legge stabilisce già una serie di incompatibilità per la proprietà degli esercizi, escludendone tra le altre le società farmaceutiche.

Magari il prezzo al bancone non scenderà. Il risultato però potrebbe essere un consolidamento simile a quello visto nel settore dei servizi ingegneristici. Le società di ingegneria, già dal 1996, sono aperte a soci di solo capitale.liddl in questo caso colma un vuoto normativo: stabili- sce che possono accettare commesse anche da privati. Nella realtà lo fanno già, ma i Consigli nazionali di ingegneri e architetti hanno colto l`occasione per attaccarle. Non sarebbero vigilate dall`ordine, sostengono, né vincolate ad avere una maggioranza di soci con tesserino. «Una campagna di controinformazione», ribatte Andrea Mascolini, 54 anni, direttore generale dell`Oice, la sigla di categoria di. Confindustria. «I professionisti che lavorano nelle società di ingegneria sono comunque sottoposti all`ordine». Soprattutto, Mascolini sottolinea che solo l`apertura a soci finanziari ha permesso a questi soggetti di competere sul mercato, contro i colossi internazionali del settore.

Aspetto decisivo, mentre in Europa si procede alla liberalizzazione dei servizi professionali. Più che sul merito però il destino del Ddl ora è politico. Le associazioni dei professionisti, con l`appoggio dei ministri Lorenzin e Orlando, proveranno a far sentire la loro voce in Parlamento, dove siede una nutrita pattuglia dí colleghi. Un compromesso è possibile, per esempio fissando un tetto alla partecipazione dei soci non professionisti. A meno che Renzi, di questa battaglia contro gli ordini, non voglia fare una bandiera. E decida di tirare dritto.

Da La Repubblica, 27 aprile 2015

Lombardia a fondo se le tasse non calano

Fin dai tempi dell'unificazione nella nostra vita politica è assai vivo il dibattito intorno alla cosiddetta "questione meridionale", e cioè alle difficoltà di un Mezzogiorno incapace di agganciare il treno della crescita Negli ultimi tre decenni, inoltre, con l`avvento della Lega è emersa anche una "questione
settentrionale" connessa ai problemi di un Nord che si sente sottorappresentato, malservito, troppo ai margini. C`è però anche un Nord del Nord e si tratta naturalmente della Lombardia.

Fa quindi bene l`ultimo numero del settimanale "Tempi" a focalizzare l`attenzione proprio su alcuni dati che da tempo sono di pubblico dominio, ma che continuano a rimanere ai margini della discussione. E si tratta delle risorse che, con la tassazione, la società lombarda (imprese e famiglie) ogni anno versa a Roma senza ricevere, in contraccambio, alcun beneficio. Secondo i calcoli della Cgia di Mestre, la differenza tra quanto i lombardi danno allo Stato conte imposte e l`insieme dei servizi nazionali e locali che essi ricevono è in effetti superiore ai 53 miliardi annui. Questo significa che ogni anno una famiglia lombarda di cinque persone perde più di 27 mila euro e, di conseguenza, in un decennio rinuncia a una somma superiore ai 270 mila euro.

Nel suo articolo apparso sul settimanale citato Luigi Amicone parla della Lombardia come del "bancomat dello Stato". In altre parole, la locomotiva d`Italia è una regione che vede sparire dal proprio territorio una percentuale rilevante della propria ricchezza, la quale non è spesa a favore della propria popolazione ma, in larga misura, viene utilizzata per finanziare logiche assistenziali nel resto del Paese. Gli studi ormai sono numerosi e le cifre in parte divergono, ma c`è una chiara convergenza sul fatto che una quota davvero massiccia della ricchezza prodotta dai dieci milioni di lombardi è consegnata ad altri territori. C`è da chiedersi quanto a lungo su tutto ciò permarrà il silenzio. Perché è chiaro che è sempre più difficile difendere un sistema redistributivo che, al tempo stesso, rovina i lombardi con la tassazione abnorme e il resto d`Italia con una spesa pubblica fuori controllo la quale, specialmente nel Sud, alimenta lo strapotere di politici e burocrati. Si sta distruggendo un`area economicamente storicamente molto produttiva e, al tempo stesso, si difendono meccanismi che impediscono la crescita dell`economia privata del Mezzogiorno.

In questo scenario generale il referendum approvato dalla Regione Lombardia appare come un`iniziativa politica piuttosto timida. E nonostante ciò si deve registrare come perfino questo tentativo del parlamentino lombardo di dare voce alla popolazione e permettere un maggiore autogoverno sia avversato da chi pensa che continuare a spostare ricchezza dalla Lombardia alla Calabria o alla Campania aiuti al tempo stesso Milano e Catanzaro, Como, Lecco, Sondrio e Avellino. Ormai dovremmo avere capito che non è così: che l`economia lombarda non reggerà senza una riduzione delle imposte e che non avremo mai un vero sviluppo al Sud senza un progressivo taglio della spesa pubblica.

Sotto vari punti di vista, o si affronta la "questione lombarda" o si va tutti a fondo.

Da La Provincia, 27 aprile 2015

«Fine dining» alla peruviana

In Perù si mangia benissimo. Si mangia splendidamente nei ristoranti dei poveri, cí si lascia stupire nei ristoranti dei ricchi: a Lima ce ne sono, e tanti, e fra i migliori al mondo, lo dicono le guide, lo confermano i prezzi, da centro di Londra.

La cucina creativa è diffusa non solo nella capitale. A 3.400 metri sul livello del mare, a Cuzco, la massima espressione del fine dining è "Cicciolina", ristorante al secondo piano a pochi metri dalla cattedrale: il turista di passaggio riesce a prenotare soltanto agli orari più improbabili.

I cuochi d`avanguardia hanno avuto gioco facile, perché la corrida peruviana è già un`avventura. C`è dentro un po` d`Italia, di Giappone, di Cina. Il ceviche è una tradizione centenaria, è però grazie all`influsso giapponese se la caratteristica marinatura al limone è diventata questione di pochi minuti. I cinesi che sono arrivati sin qui, facendo i conti con ingredienti nuovi, hanno dato origine alla chifa, ben prima che il fusion andasse di moda.

L'uomo forse no, ma un popolo è davvero ciò che mangia. Quella peruviana è una cucina meticcia, e per questo straordinaria. Delle star dei fornelli, Gastòn Acurio è stato l`apripista. Formatosi al Cordon Bleu, è una gastro-celebrità che tiene salotto in televisione e ha ristoranti in tutto il mondo. A Lima c`è "Astrid y Gastòn", il suo primo locale, ora occupa un imponente edificio coloniale nel barrio di San Isidro.

Nel quartiere, più tranquillo dello spumeggiante Miraflores, si mescolano antico e moderno, ci sono law firm prestigiose e ampie aree residenziali, il nitore globalizzato di H&M e gli scaffali straripanti della magnifica libreria Sur, aperta tutti i giorni fino alle dieci di sera. Al centro di tutto, come fosse il sagrato di una grande chiesa, il circolo del golf. La sua stessa esistenza ha del miracoloso: un`enclave verde, per giunta con diciotto buche, permanentemente circondata da due anelli di traffico di quelli che solo alle prime luci del mattino lasciano scampo ai runner ossessionati, come del resto ovunque, dall`idea di circumnavigare i parchi.

Lima è una città di nove milioni di abitanti e si vede. Attraversare la strada è un`impresa. I semafori, modernissimi, sono ammirati come fossero reperti di una civiltà antica. Che stiano lampeggiando di un colore o di un altro, fa poca differenza. Il rosso e il verde, le strisce bianche per il passaggio pedonale, sono simboli estranei alla cultura locale.

La città è sfacciatamente viva. Si capisce di stare in un Paese che dal 1994 al 2013 è cresciuto in media del 5,5% l`anno. La progressiva liberalizzazione dell`economia ha attratto investimenti e sorretto la creazione di ricchezza. La miseria resta una presenza costante e terribile, specie nelle aree rurali. Il 23,9% della popolazione si arrabatta sotto la soglia di povertà; nel 2009 era il 33 per cento.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 26 aprile 2015