Il coraggio del dissenso e l'Italia ottocentesca

La Libreria San Giorgio, piccola ma dinamica casa editrice di Varese, ha recentemente ridato alle stampe un paio di lavori di straordinario interesse, in cui sono inclusi scritti di due intellettuali (entrambi siciliani) tra i più originali e controcorrente dell'Italia post-unitaria. Il primo volume include una serie di testi di quello che fu senza dubbio il maggiore economista liberale dell'Ottocento, Francesco Ferrara (1810-1900), di cui qui sono stati raccolte in volume pagine di varia natura sotto il titolo Libertà in tutto e per tutti (pp. 308, 15 euro).

Scienziato sociale che ha introdotto nella nostra cultura le più alte espressioni della teoria economica e del liberalismo del tempo (e le sue introduzioni a quegli autori sono tuttora ricche di insegnamenti), Ferrara meritava questa edizione destinata a un lettore non specialista, dopo che un'iniziativa assai pregevole dell'Abi aveva compiuto lo sforzo di rendere disponibile agli studiosi l'insieme in ben quattordici volumi delle sue ricerche. Nelle pagine qui antologizzate si percepisce la ricchezza dei temi che hanno animato gli studi di Ferrara, che non soltanto ha avversato l'interventismo statale, il monopolio della moneta e il protezionismo, ma è stato pure uno strenuo fautore di soluzioni federali: fin da quegli anni Trenta del diciannovesimo secolo, quando chiese per la sua Sicilia il diritto di gestirsi da sé, sottraendosi al controllo del potere dei Borbone.

L'altro testo che come il primo è stato curato dallo storico Paolo Luca Bernardini s'intitola L'Italia nel 1898. Tumulti e reazione (pp. 197, 12 euro) e si deve alla penna di un intellettuale repubblicano, Napoleone Colaianni (1847-1921). Sul piano della cultura politica, potrebbe sembrare che pochi siano i punti di contatto tra il garibaldino e mazziniano Colajanni, che nel 1895 prenderà parte anche alla fondazione del partito repubblicano, e il liberista Ferrara che fu appassionato cultore di Smith e di Bastiat. Eppure non è così, dato in entrambi si riconosce un coraggioso dissenso verso le istituzioni e il potere. Il volume di Colajanni analizza la violenta repressione compiuta a Milano, nel maggio del 1898, dall'esercito comandato dal generale Bava Beccaris, quando dinanzi a una popolazione ribelle e affamata il governo retto da Antonio Di Rudinì rispose con i fucili, lasciando senza vita sul selciato molte persone. Dopo tutto questo, il generale ricevette pure dal primo ministro un telegramma che conteneva queste parole: «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria».

Colajanni non si limita a esaminare le vicende: le premesse dello scontro, i dati (assai controversi: neppure oggi si sa esattamente quanti furono i morti), le conseguenze di natura politica. Quella dello scrittore siciliano è pure una riflessione attenta sull'ordine politico e sociale del tempo, su una società che guarda alla libertà con terrore e in tal modo finisce per delineare un'alternativa secca tra reazione e rivoluzione.

Pur tanto diversi tra loro, questi volumi ci restituiscono un'immagine analogamente cupa dell'Italia di secondo Ottocento: ben lontana dalle rappresentazioni celebrative. Viene alla luce un Paese chiuso in se stesso, controllato da élite inadeguate, incapace di cogliere le opportunità del tempo e dare spazio alla libertà d'iniziativa, indisposto al dialogo e retrivo anche quando si vuole aperto al progresso e alla modernità. È insomma un'Italia, quella ottocentesca, che per certi aspetti ricorda da vicino l'attuale. In entrambi gli autori è poi forte la convinzione che una società più matura esiga un diverso protagonismo dei ceti che la compongono e delle differenti realtà locali. Questo è vero in generale, ma soprattutto per un Paese tanto complesso e articolato quanto il nostro. Ed è anche per tale ragione che la lezione di questi due grandi siciliani rimane così attuale.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 dicembre 2014
Twitter: @CarloLottieri

Il coraggio del dissenso e l'Italia ottocentesca

La Libreria San Giorgio, piccola ma dinamica casa editrice di Varese, ha recentemente ridato alle stampe un paio di lavori di straordinario interesse, in cui sono inclusi scritti di due intellettuali (entrambi siciliani) tra i più originali e controcorrente dell'Italia post-unitaria. Il primo volume include una serie di testi di quello che fu senza dubbio il maggiore economista liberale dell'Ottocento, Francesco Ferrara (1810-1900), di cui qui sono stati raccolte in volume pagine di varia natura sotto il titolo Libertà in tutto e per tutti (pp. 308, 15 euro). Scienziato sociale che ha introdotto nella nostra cultura le più alte espressioni della teoria economica e del liberalismo del tempo (e le sue introduzioni a quegli autori sono tuttora ricche di insegnamenti), Ferrara meritava questa edizione destinata a un lettore non specialista, dopo che un'iniziativa assai pregevole dell'Abi aveva compiuto lo sforzo di rendere disponibile agli studiosi l'insieme in ben quattordici volumi delle sue ricerche. Nelle pagine qui antologizzate si percepisce la ricchezza dei temi che hanno animato gli studi di Ferrara, che non soltanto ha avversato l'interventismo statale, il monopolio della moneta e il protezionismo, ma è stato pure uno strenuo fautore di soluzioni federali: fin da quegli anni Trenta del diciannovesimo secolo, quando chiese per la sua Sicilia il diritto di gestirsi da sé, sottraendosi al controllo del potere dei Borbone.

L'altro testo che come il primo è stato curato dallo storico Paolo Luca Bernardini s'intitola L'Italia nel 1898. Tumulti e reazione (pp. 197, 12 euro) e si deve alla penna di un intellettuale repubblicano, Napoleone Colai anni (1847-1921). Sul piano della cultura politica, potrebbe sembrare che pochi siano i punti di contatto tra il garibaldino e mazziniano Colajanni, che nel 1895 prenderà parte anche alla fondazione del partito repubblicano, e il liberista Ferrara che fu appassionato cultore di Smith e di Bastiat. Eppure non è così, dato in entrambi si riconosce un coraggioso dissenso verso le istituzioni e il potere. Il volume di Colajanni analizza la violenta repressione compiuta a Milano, nel maggio del 1898, dall'esercito comandato dal generale Bava Beccaris, quando dinanzi a una popolazione ribelle e affamata il governo retto da Antonio Di Rudinì rispose con i fucili, lasciando senza vita sul selciato molte persone. Dopo tutto questo, il generale ricevette pure dal primo ministro un telegramma che conteneva queste parole: «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria».

Colajanni non si limita a esaminare le vicende: le premesse dello scontro, i dati (assai controversi: neppure oggi si sa esattamente quanti furono i morti), le conseguenze di natura politica. Quella dello scrittore siciliano è pure una riflessione attenta sull'ordine politico e sociale del tempo, su una società che guarda alla libertà con terrore e in tal modo finisce per delineare un'alternativa secca tra reazione e rivoluzione.

Pur tanto diversi tra loro, questi volumi ci restituiscono un'immagine analogamente cupa dell'Italia di secondo Ottocento: ben lontana dalle rappresentazioni celebrative. Viene alla luce un Paese chiuso in se stesso, controllato da élite inadeguate, incapace di cogliere le opportunità del tempo e dare spazio alla libertà d'iniziativa, indisposto al dialogo e retrivo anche quando si vuole aperto al progresso e alla modernità. È insomma un'Italia, quella ottocentesca, che per certi aspetti ricorda da vicino l'attuale. In entrambi gli autori è poi forte la convinzione che una società più matura esiga un diverso protagonismo dei ceti che la compongono e delle differenti realtà locali. Questo è vero in generale, ma soprattutto per un Paese tanto complesso e articolato quanto il nostro. Ed è anche per tale ragione che la lezione di questi due grandi siciliani rimane così attuale.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 dicembre 2014
Twitter: @CarloLottieri

No taxation without representation: a proposito delle parole di Rossella Orlandi

Ogni tanto gli errori sono rivelatori. Ad un convegno  all’Aquila, la direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi ha dichiarato che l’evasione «mina il patto sociale, attenua il senso di appartenenza. Gli americani lo avevano capito due secoli fa, con il programma politico del no representation without taxation».

Azzardiamo che se effettivamente di “no representation without taxation” si fosse trattato, la storia sarebbe andata ben diversamente. I coloni americani sarebbero probabilmente stati ben felici di non essere rappresentati, se ciò li avesse liberati dal giogo fiscale inglese. Lo stesso vale per tanti italiani di oggi, anche fra i contribuenti più ligi e leali.

Infatti, ovviamente non di “no representation without taxation” si tratta - ma di “no taxation without representation”. E invertendo l’ordine dei fattori, il risultato cambia ed eccome.

Costretti dalla politica fiscale e mercantile stabilita da un governo e un parlamento sulla cui composizione non avevano voce in capitolo, dalla seconda metà del 1700 i coloni americani cominciarono a manifestare verso Londra segni di insofferenza crescenti sino a dichiarare l’indipendenza.

Nel 1765, lo Stamp Act aveva infatti introdotto una tassa su qualsiasi foglio stampato circolante in America, per sostenere le spese per le truppe stanziate in Nordamerica a difesa delle colonie. I coloni, già insofferenti all’esazione fiscale e alle politiche doganali imposti oltreoceano, rivendicarono con vigore che il Parlamento inglese non poteva imporre tasse a chi non era da esso rappresentato. Era l’inizio dell’indipendenza americana, nel solco della stessa tradizione inglese che, col Bill of Rights, aveva sancito il principio del consenso sull’imposizione fiscale e, quindi, della riserva impositiva ai rappresentanti del popolo. Portando a compimento un senso di estraneità rispetto alla madrepatria dovuto all’assenza di diritto di voto sul Parlamento di Westminster, i coloni davano il via a un’avventura indipendentista che, come spesso succede, ha trovato proprio nella vessazione fiscale la miccia per brillare.

Questa riflessione sul legame tra rappresentanza e tassazione nasce in un contesto e per uno scopo completamente opposto rispetto a quello a cui la direttrice dell’Agenzia delle Entrate ha voluto piegarlo. E infatti l’ha proprio dovuto piegare, girandolo sottosopra. In un dibattito pubblico serio, le parole sono importanti e hanno un peso. Va da sé che indicare al pubblico ludibrio gli untori che diffondono la peste che erode il patto sociale, non è contribuire a un dibattito serio. 

Il maxi trattato conviene?

Le truppe si schierano per la campagna 2015. Generali, battaglioni organizzati ma tra loro molto diversi, commandos e cecchini. Da una parte c'è chi dice no a un accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti ("Transatlantic trade and investment partnership", o Ttip) che favorirebbe i secondi e soprattutto le multinazionali di entrambe le coste, avrebbe da noi costi enormi sul fronte di lavoro, salute e ambiente. Sono i sindacati europei, i nuovi no global con siti agguerriti, poi la sinistra radicale e decine di organizzazioni di consumatori che hanno raccolto oltre un milione di firme in tutta Europa per bloccare il mega negoziato e che venerdì 19 dicembre scendono in piazza per una manifestazione in coincidenza con la riunione del Consiglio europeo a Bruxelles.
Sullo stesso fronte, ma agitando armi diverse come populismo e nazionalismo, stanno Marine Le Pene l'estrema destra europea, la Lega di Matteo Salvini e il movimento dí Seppe Grillo. Ma anche a livello di politici europei non esiste unità totale. La Francia, con la sua tradizionale anima antiamericana, non vede di buon occhio le conseguenze del trattato di libero scambio. La Germania di Angela Merkel, tra l'altro colpita dal Datagate, l'anno scorso molto convinta, mostra segni di preoccupazione e gli economisti si arrovellano per capire se la sua industria ne trarrà reale beneficio. Più ottimisti inglesi, spagnoli e polacchi, questi ultimi veri entusiasti del libero mercato.
Determinatissimi i grandi manager dí entrambe le sponde dell'Atlantico e, in genere, gli americani. I primi puntano a esportare di più a costi inferiori. I secondi ricercano uno schieramento occidentale da contrapporre a Russia e Cina.
Oggi che il commercio è un'arma tanto letale quanto bombardieri e bazooka, un bacino di libero scambio come l'Europa integrata costituirebbe una munizione geopolitica fondamentale, liberando gli Stati Uniti da eventuali ricatti da Oriente. Senza contare che il Ttip riguarderebbe circa la metà del Pil mondiale e influenzerebbe l'intero commercio mondiale.

E l'Italia? Nel semestre di presidenza in via di conclusione ha provato a portare a casa qualche risultato, ma si è dovuta scontrare con le elezioni di mid-term in America e il cambio di Commissione a Bruxelles. Comunque il premier Matteo Renzi sostiene che un accordo Ttip è «una priorità assoluta». Suo portabandiera è il viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, 41 anni, senatore di Scelta civica, ex manager di Ferrari, Sky e Confindustria,secondocui «bisogna fare in fretta, cercare di chiudere entro i primi mesi del 2016 perché le presidenziali Usa e soprattutto la trattativa di Washington per un accordo commerciale transpacifico con alcuni Paesi asiatici potrebbero tagliarci fuori». In mezzo al campo di battaglia 800 milioni di cittadini e consumatori ignari. Sentono parlare di Ttip, ricordano il Gatt e il Wto, sigle da farsi venire l'orticaria, e si chiedono: ma a noi cosa cambia? Cerchiamo intanto di capire a che punto siamo. La trattativa va avanti da diversi mesi e solo da poco il parlamento europeo ha ottenuto la rimozione del segreto dai documenti dei negoziatori. Un passo decisivo sotto il profilo democratico e anche della comunicazione. Assurdo pensare che le burocrazie di Washington, dove il capo negoziatore è il rappresentante per il Commercio, Michael Froman, e di Bruxelles, dove il testimone è appena passato al neo commissario per il Commercio, Cecilia Malmstrom, potessero chiudere in gran segreto un accordo che riguarda alcune centinaia di milioni di persone. L'eventuale trattato dovrà poi essere approvato dal Parlamento europeo e ratificato da quelli nazionali. Ma che arrivi fino in fondo è ancora tutto da vedere.

Meno dazi per tutti
Nei sette round finora tenuti (il prossimo è atteso tra fine gennaio e inizio febbraio) si sono escluse come da mandato vincolante alcune materie tipo cultura e audiovisivi, l'accesso indiscriminato agli Ogm (organismi geneticamente modificati), i servizi pubblici. Si è cominciato a discutere di abolizione dei dazi, puntando su un accordo trasversale che riguardi tutti i settori, anche se la palla è in mano agli americani dopo l'offerta formulata dagli europei i dazi sono oggi diffusi e in qualche caso elevati, ma ancor più ardue da superare sono le barriere non tariffarie, regolamenti e requisiti tecnici: secondo le stime costituirebbero mediamente il 41 per cento dei costi addizionali con picchi nell'aerospazio, i macchinari, la biochimica e l'alimentare.
In sei settori, a detta di Calenda, le trattative sono abbastanza avanzate: auto, chimica, farmaceutica, dispositivi medicali, tessile e cosmetici. Si tratta di settori dove l'esigenza è armonizzare gli standard di produzione e consentire la distribuzione dello stesso prodotto su entrambi i mercati. Prendiamo le automobili, il settore che secondo un rapporto del think tank londinese Cepr sarebbe quello che avrebbe più da guadagnare, con future esportazioni che per l'Europa crescerebbero anche del 40 per cento. Oggi negli Usa e in Europa esistono regole diverse per esempio su sicurezza, collaudi e crash test, visto che in alcuni Stati americani non sono obbligatorie le cinture di sicurezza e quindi gli airbag sono più grossi, così come più robusti sono i rivestimenti interni. I costruttori devono produrre spesso due modelli diversi per i mercati in questione. Ci sono motorizzazioni differenti, valutazioni diverse sugli standard di emissioni inquinanti, in America è più usato il cambio automatico. E sensibilmente diverse sono le barriere tariffarie: l'auto europea paga un dazio del 10 per cento quando arriva oltre Oceano, quella americana è soggetta solo al 2,5 per cento.

La sfida dell'Italian Food
Il monumento al quale tutte le imprese alimentari guardano è il negozio Eataly di New York. Se riuscissero ad arrivare in tutta l'America come sulla Quinta Strada verserebbero fiumi di prosecco. Difficile, ma non impossibile. Questo negoziato, che a noi interessa più di ogni altro, è complicato da barriere di tutti i tipi e ci vorrà un piccone pesantissimo per abbatterle. Tra Italia e Stati Uniti, ricorda Paolo De Castro già ministro e oggi coordinatore della Commissione agricoltura del parlamento europeo, c'è un saldo commerciale attivo per 2,5 miliardi sui beni alimentarie un saldo negativo di 450 milioni per quello agricolo. «C'è un potenziale enorme perché agli americani piacciono i nostri prodotti e la loro economia sta andando bene, però....». Però? Ci sono barriere le più disparate: da quelle tariffarie, sanitarie e fitosanitarie a quelle tecniche tipo richieste di standard, certificazioni, packaging, etichettatura. C'è in sostanza una cultura diversa del cibo e un'attenzione diversa per gli effetti sulla salute. Molti sono i divieti all'importazione: niente formaggi fatti con latte crudo; in alcuni Stati è obbligatorio arricchire la pasta con vitamine; ci sono limiti nella vendita di carne e prodotti derivati; l'olio d'oliva deve essere privo di residui del pesticida clorpirifos etile, consentito in Europa. L'ortofrutta è ammessa solo se è presente un importatore munito di una licenza speciale rilasciata dal dipartimento agricolo locale e nelle grappe la quantità massima di alcool metilico autorizzato è inferiore che da noi. Poi esiste un problema più generale. Negli Stati Uniti i controlli sull'alimentare sono effettuati soltanto a valle e la prova della nocività è a carico del consumatore, non del produttore. In pratica non ci sono verifiche intermedie su come è prodotto il cibo che arriva nel piatto e se non danneggia immediatamente l'organismo allora è considerato vendibile. In caso di problemi, sarà a carico del consumatore dimostrare passati 20 anni che quell'alimento o quel materiale è dannoso. Nel frattempo il produttore può venderlo indisturbato, come è successo con la carne agli ormoni. In Europa invece vige il principio di precauzione: se esiste il sospetto che un alimento possa essere dannoso, allora è a carico del produttore rimuoverlo immediatamente.
C'è inoltre il nodo delle indicazioni geografiche, come il Grana Padano o il Parmigiano reggiano, prodotti unici, sulle quali gli europei e gli italiani in particolare insistono mentre gli americani non capiscono. Un puzzle gastronomico complicato da comporre e far digerire. Un ultimo caveat per il nostro agrobusiness: se l'industria alimentare italiana potrebbe risultare vincente dalla liberalizzazione dei mercati, secondo tutti i rapporti, a soffrire sarà certamente quella agricola di base, già ad oggi troppo debole per competere a livello internazionale e bisognosa di riconversione.

La lezione del tessile
Il vero punto interrogativo è proprio chi guadagnerà davvero da questa maxi zona di libero scambio: la guerra dei numeri è già iniziata. «Semplice: a vincere saranno i settori in cui le due aree sono più bravi, a soffrire quelli in cui i rispettivi produtto? ri sono già adesso più deboli», riassume Carlo Stagnaro, economista del think tank Bruno Leoni e consigliere del ministero per lo Sviluppo economico: «L'importante è che i governi si organizzino per gestire il passaggio dal vecchio al nuovo modello di scambio e aiutare chi lavora in settori che non sopravviveranno».
Secondo il rapporto a cui fa riferimento l'Ue, quello del Cepr, l'accordo metterebbe nelle tasche degli europei 500 euro l'anno in più e aumenterebbe le dimensioni dell'economia del vecchio Continente di 120 miliardi di euro e quella americana di 95 miliardi. A stare invece all'analisi condotta dalla Tufts University del Massachusetts, i guadagni derivanti dalle esportazioni non sarebbero evidenti: le economie scandinave e i paesi del Nord europa perderebbero sia in termini di Pil che di esportazioni nette a favore degli Usa. E perfino il reddito da lavoro dei cittadini ne soffrirebbe: i francesi avrebbero 5.500 euro l'anno in meno, í paesi scandinavi 4.200 e anche i lavoratori tedeschi si ritroverebbero con un reddito più leggero di 3.400 euro. Tra i più fortunati, nonostante tutto, gli italiani, che nella peggior delle ipotesi perderebbero "solo" 600 euro l'anno non andandosi a scontrare frontalmente in settori in cui gli Usa sono molto competitivi. Complessivamente però la perdita di posti di lavoro in Europa sarebbe stimabile tra le 450 mila unità (Cepr) e le 600 mila (università di Tufts). Si tratta di uno scenario poco piacevole per un'Europa già messa in ginocchio da un tasso di disoccupazione crescente, che nessuna politica nazionale ha saputo neutralizzare. «Un esempio di quel che potrebbe accadere lo abbiamo visto nel 2005 con lo scadere dell'accordo che limitava l'importazione di prodotti tessili in Europa», spiega Monica di Sisto, responsabile italiana di Stop Ttip: i benefici ottenuti dall'alta moda non hanno compensato il crollo del tessile causato dai manufatti a basso costo provenienti dalla Cina. In un'economia debole la domanda nazionale per prodotti a basso valore aggiunto potrebbe mettere in ombra quella per prodotti ad alto valore aggiunto di cui, nel caso della moda, Italia e Francia sono leader. E il saldo netto tra import e export, alla fine, potrebbe essere negativo.

Sindacati addio?
Ancora più dell'industria, il punto su cui si concentrano le critiche al Trattato sono i servizi e gli appalti pubblici, temi delicati perché coinvolgono direttamente i soggetti pubblici.
Per quanto riguarda i servizi, sarebbero teoricamente esclusi dal mandato negoziale ma, secondo i documenti ottenuti da sindacati e associazioni non governative, sarebbero lo stesso finiti nelle trattative, inclusi quelli essenziali per l'interesse pubblico come il trattamento dei rifiuti e l'acqua. Da definire ci sarebbero poi i servizi finanziari. In questo caso è l'Europa che ha le regole meno stringenti e i cui governi stanno facendo pressione su Washington per un ritorno alla deregolamentazione pre2008, anno della crisi finanziaria che ha travolto le due coste dell'Atlantico. Sul tema degli appalti, invece, a preoccupare è l'asimmetria che si starebbe delineando nei negoziati. Gli Usa consentirebbero l'apertura del mercato alle aziende europee solo a livello federale, escludendo quello statale, dove si concentrano gli investimenti in infrastrutture. Gli europei invece permetterebbero alle aziende americane di aggiudicarsi appalti pubblici perfino nei Comuni.
Infine, c'è il lavoro. Gli Stati Uniti non aderiscono a cinque delle otto convenzioni promulgate dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) perché in conflitto con la loro legislazione che tutela meno fattori come i diritti sindacali, gli scioperi, il lavoro dei minorenni e il diritto a una remunerazione uguale a parità di lavoro. Si tratta di elementi fondamentali della legislazione europea su cui rischierebbero di scontrarsi le aziende Usa che si trovassero ad operare in Europa e che dunque vorrebbero che il trattato modificasse.
Tra tanti dettagli si annida un rischio ulteriore: quello di un latente sgretolamento della struttura del mercato unico europeo, sul cui altare negli ultimi decenni tanto è stato sacrificato. Perché se aumenterà l'interdipendenza commerciale dei singoli Stati europei con gli Usa, sarà inevitabile una diminuizione di quella interna all'Unione. E in un'epoca in cui il commercio è anche identità politica e strategia militare, varrebbe forse la pena farci attenzione.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014

Cosa pensa il papa del capitalismo?

Uno dei misteri dì papa Francesco è la sua visione dell'economia. C'è chi l'ha collocato tra i marxisti irriducibili, dopo aver letto il documento programmatico del suo pontificato, la "Evangelii gaudium". E c'è chi dallo stesso documento ha tratto la conclusione opposta, dipingendo un Jorge Mario Bergoglio grande amico del libero mercato. Dalla prima delle due definizioni, quella di comunista, il papa ha preso ripetutamente le distanze, fino a scherzarci sopra. Dalla seconda, quella di filocapitalista, no. Ma non è per niente sicuro che essa corrisponda al suo pensiero.
A individuare in Francesco un paladino della libera economia non è stato qualche isolato spirito bizzarro, ma l'Acton Instítute, uno dei più autorevoli "think tank" degli Stati Uniti, la cui idea maestra è che il capitalismo tanto più fiorisce quanto più la società in cui opera è libera e religiosamente ispirata. Lo scorso 4 dicembre l'Acton Institute ha assegnato il suo più alto riconoscimento annuale, il Novak Award 2014, a un giovane e brillante economista finlandese, Oskari Juurikkala, il quale ha tenuto a Roma la sua lezione di investitura proprio sul tema: "Un apprezzamento pro mercato di papa Francesco". La tesi di Juurikkala è che il messaggio di Bergoglio, con la sua enfasi sui poveri, non solo non è in contraddizione con il libero mercato, ma porta ad esso dei benefici, perché aiuta a «purificarlo e arricchirlo».

Alla lezione di Juurikkala ha fatto da contrappeso, nello stesso evento, Carlo Lottieri, filosofo del diritto e membro dell'Istituto Bruno Leoni, un "think tank" anch'esso marcatamente liberista. Lottieri continua a vedere in Francesco non un amico ma un avversario delle libertà economiche, non da ultimo per l'esperienza "peronista" da lui assimilata in Argentina, «mai veramente conclusa e complessivamente disastrosa». Ma c'è dell'altro. Da un paio di mesi si è costituito a Roma un "Cenacolo degli amici di papa Francesco" che vanta tra i suoi soci più assidui i cardinali Walter Kasper e Francesco Coccopalmerio, il direttore de "La Civiltà Cattolica" Antonio Spadaro e il segretario del pontificio consiglio della giustizia e della pace Mario Toso. L'ultimo loro incontro, lo scorso 10 dicembre, l'hanno dedicato a quello che ritengono il vero manifesto rivelatore della visione economica e politica del papa: non la "Evangelii gaudium" ma il discorso da lui tenuto il 28 ottobre in Vaticano ai «movimenti popolari», discorso da essi definito «storico» e «rivoluzionario».
Ad ascoltare e ad applaudire papa Francesco, quel giorno, c'era un campionario dell'ultrasinistra mondiale, dagli zapatisti del Chiapas al centro sociale Leoncavallo di Milano. Particolarmente numerosi i sudamericani, tra i quali il presidente boliviano Evo Morales in qualità di leader "cocalero". E che cosa ha detto il papa? Che il rinnovamento del mondo appartiene a loro, alle «periferie» che «odorano di popolo e di lotta», alla moltitudine degli esclusi e dei ribelli, grazie a un processo di loro ascesa al potere che «trascende i procedimenti logici della democrazia formale».
È stupefacente la similitudine tra questo discorso di papa Francesco e le teorie sostenute dal filosofo della politica Toni Negri e dal suo discepolo Michael Hardt in un libro del 2002 che ha fatto epoca ed è stato tradotto in più lingue: "Impero". Sia Francesco che Negri individuano la sovranità mondiale vera in un dominio transnazionale del denaro, che alimenta le guerre per sanare i propri bilanci, contro il quale solo la moltitudine dei «movimenti popolari» può portare a una «riappropriazione della democrazia» non formale ma sostanziale.
Anche a Strasburgo, nel discorso al parlamento europeo, papa Francesco non ha mancato di ergersi contro «i sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». Poi però, pochi giorni dopo, ha ricevuto in Vaticano con tutti gli onori Christine Lagarde, la numero uno di quel Fondo Monetario Internazionale che è l'emblema del deprecato «impero». Il mistero è lontano dall'essere sciolto.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014

Arriva la tassa occulta sulle bollette della luce per far guadagnare Fs

L'Italia è un Paese strano. Lo dimostra il fatto che anche un'operazione in sé positiva come una privatizzazione rischia di trasformarsi in un aggravio fiscale per la cittadinanza. L'ultimo caso è rappresentato dalla cessione della rete elettrica delle Ferrovie dello Stato, in procinto di quotarsi in Borsa, a Terna.

Le Fs, risanate da Mauro Moretti (ora a Finmeccanica) e attualmente guidate da Michele Mario Elia, sono in utile e, soprattutto, in buona salute. Ma, visto l'andamento ondivago dei mercati, un «aiutino» al bilancio giova sicuramente. Il governo di Matteo Renzi ha così pensato di inserire un emendamento alla legge di Stabilità per sostenere la privatizzazione di Fs. Venderanno la rete elettrica (circa 8mila chilometri) a Terna per un corrispettivo che, secondo fonti bene informate, dovrebbe aggirarsi attorno a un miliardo di euro e potranno continuare a usufruire dei contributi pubblici destinati alla manutenzione della rete stessa (come previsto dal Contratto di Programma) trasferendoli su altri capitoli. Un'ipotesi veramente vantaggiosa: Fs avrà una plusvalenza monstre (la rete, concentrata nella controllata Self, è a bilancio per 35mila euro) e potrà beneficiare di quei 100 milioni circa che ogni anno lo Stato le devolve.

L'emendamento dà corpo a un'esplicita previsione del piano industriale delle Fs, ovvero la cessione delle attività non strettamente attinenti il trasporto ferroviario. Fu l'ex numero uno Moretti quattro anni fa ad avviare il processo di dismissione adombrando un prezzo di vendita vicino a quello odierno. Anche allora Terna era interessata, possedendo quasi per intero la rete italiana di trasmissione dell'elettricità.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 dicembre 2014

Il ritardo sulle liberalizzazioni

Ormai da qualche settimana è stato pubblicato l'Indice delle liberalizzazioni curato dall'Istituto Bruno Leoni. Si tratta di un lavoro utile perché dà la percezione di dove potrebbe essere l'economia italiana e di quali benefici potrebbero godere i consumatori se solo il nostro Paese imitasse non Hong Kong o il Texas, ma alcuni Paesi europei di dimensioni paragonabili al nostro. Lo studio mette a confronto le economie dei 15 "vecchi" Paesi Ue assegnando un punteggio di 100 alla nazione più liberalizzatane in l0 settori presi in considerazione (poste, ferrovie, trasporto aereo, mercato elettrico, telecomunicazioni, lavoro, televisione, carburanti, gas naturale, assicurazioni) e uno inferiore alle altre a seconda della distanza dalla prima. 100 non rappresenta un mercato "ideale", semplicemente il più concorrenziale tra i 15, fornendo così parametri concreti.

Come se la cava l'Italia? Malino, siamo i terzultimi davanti al Lussemburgo ( che in realtà è un'economia aperta salvo per i servizi a rete, viste le dimensioni del Paese, e per trasporto aereo e ferroviario) e alla solita Grecia. Primo in classifica è da anni il Regno Unito con punteggio di 94 e il gruppetto di testa comprende Olanda, Spagna e Svezia seconde a pari merito con 79. La Francia condivide con noi il terzultimo posto col 66. Quali sono le caratteristiche di un mercato liberalizzato? L'Indice adotta una metodologia classica e sensata: rappresentano impedimenti alla concorrenza tutti gli ostacoli normativi, regolamentari, fiscali o parafiscali che limitino la libertà di ingresso di nuovi concorrenti (licenze o numeri chiusi), l'esercizio dell'attività imprenditoriale ( basti pensare ad una rigida normativa giuslavoristica) e l'uscita dal mercato ( ad esempio il salvataggio di carrozzoni decotti che si configura come concorrenza sleale nei confronti degli altri attori).

Dov'è più debole l'Italia? Purtroppo non eccelliamo in nessun settore, ma siamo particolarmente scarsi in termini assoluti nella distribuzione dei carburanti, poste e ferrovie e in termini relativi nel mercato della televisione ( ultimi) e del lavoro ( penultimi davanti ai poveri ellenici). Prevedibilmente, per la scarsa competitività del settore carburanti la colpa è dell'alta pressione fiscale e delle normative che richiedono ai nuovi entranti servizi obbligatori ( tipo le pompe per l'idrogeno) per poter aprire. Lo Stato protegge gli incumbent.

Interessanti i casi di ferrovie e poste. Per il trasporto su rotaia, che pure è migliorato grazie a un concorrente nell'Alta Velocità, uno degli elementi che favoriscono l'apertura del mercato è la separazione tra la società dei trasporti e quella proprietaria della rete. Inoltre, più in generale, le imprese che gestiscono infrastrutture o reti quando sono possedute dallo Stato godono di vantaggi sia nell'erogazione di fondi che nei rapporti col regolatore. Questo dovrebbe far riflettere il governo che sembra invece intenzionato a privatizzare parzialmente Fs, mantenendone il controllo, e tenendo unite Trenitalia e Rfi: due mosse contrarie ad una politica liberalizzatrice.

Diversa la situazione delle Poste che godono di un limitato monopolio nella notificazione di atti giudiziari e multe ( chissà perché ). Elementi distorsivi sono anche la modalità di compensazione dell'onere di servizio universale, il regime dei titoli abilitativi e la probabile esistenza di sussidi incrociati coni servizibancaried assicurativi. Sfortunatamente, i piani di privatizzazione di cui si discute non sembrano occuparsi di tutto questo. Il ministro Guidi, quando ha presentato l'Indice, ha ricordato che grazie alle liberalizzazioni il Pil italiano potrebbe aumentare de14%incinque anni e dell'8% nel lungo termine. Ha promesso inoltre l'approvazione del disegno di legge sulla concorrenza. Bene, sembra che nel governo ci sia dunque consapevolezza del problema che comprende anche gli ostacoli normativi e regolamentari che favoriscono le imprese di proprietà statale.

Intervenire su questi snodi sarebbe un segno che qualcosa sta cambiando: purtroppo qualche giorno dopo la pubblicazione dell'Indice il ministro dell'Economia Padoan ha frenato sul processo dí privatizzazione delle proprietà pubbliche menzionando in modo sibillino il fatto che rendere efficienti le aziende statali potrebbe avere conseguenze sull'occupazione. Il problema è che non risanandole, si dilaziona lo scioglimento dei nodi fino a farli diventare inestricabili. Poi si è sentito dire che il governo si appresterebbe a varare il decreto per la valorizzazione e la successiva quotazione delle Ferrovie. Sarà. Per ora atti concreti non se ne vedono e la legge sulla concorrenzaè ancorain corsiadi attesa: non un bel vedere per il "governo delle riforme".

Da Repubblica, 16 dicembre 2014

La lezione olimpica: investimenti sempre più alti dei ricavi

Quanto conviene farsi avanti per la organizzazione di una olimpiade? Dove pende la bilancia dei costi e dei benefici? Cosa racconta l'esperienza? È in grado un Paese come l'Italia di farsi carico di un simile evento? Dopo la decisione di Renzi di cambiare verso rispetto a quanto fece appena due anni fa Monti, la domanda merita risposta. Il problema se lo poneva già nel 1911 il Barone de Coubertin: occorre evitare «le spese esagerate, parte delle quali dovuta alla costruzione di edifici peraltro inutili...». A ottobre 2012, a torcia spenta, il governo di Sua Maestà rivendicò il successo della manifestazione di Londra: 8,9 miliardi di euro, 377 milioni in meno di quanto inizialmente preventivato. Quel che Robertson non aggiunse era che nel 2005, quando la Gran Bretagna vinse l'assegnazione dei giochi, la stima era inferiore ad un terzo: 2,37 miliardi di sterline. Secondo uno studio di Bent Flyvbjerg e Allison Stewart della Università di Oxford, lo scarto fu del 101 per cento, più dell'86 per cento di Torino, niente rispetto al buco provocato dalla organizzazione di Atlanta 147 per cento di maggiori costi o di Barcellona, dove gli stessi costi sono lievitati del 417 per cento.

2012, impatto positivo
Sempre nel 2005 Pricewaterhousecoopers stimò l'impatto positivo dei giochi in 8,3 miliardi di sterline, circa lo 0,1 per cento dei Pil. La statistica ufficiale sull'andamento del prodotto interno lordo nel terzo trimestre del 2012 raccontò una verità diversa: il balzo fu dell'1,1 per cento. Non solo: secondo alcuni economisti non è nemmeno corretto valutare l'impatto di una olimpiade sull'economia di tutto il Paese.
Non è un caso se lo studio del 2005 di Pricewaterhouse spiegava che l'impatto positivo dei giochi sul Pil sarebbe stato concentrato a Londra (5,9 miliardi), nella zona in cui si sarebbero costruite più infrastrutture l'East End e solo per 1,9 miliardi lel resto della Gran Bretagna. Con un eccesso di sincerità, il sindaco Ken Livingstone ammise di aver deciso di candidare Londra solo per convincere il governo a stanziare fondi per il risanamento di una delle zone più depresse della città, e che nel frattempo, grazie a quegli investimenti, ha cambiato volto.

Fenomeno Barcellona
La storia delle olimpiadi raccon: fa una verità incontestabile: gli investimenti necessari alla organizzazione sono sempre molto più alti dei ricavi che se ne ottengono. Calcolare i vantaggi è però complesso: i giochi di Barcellona costarono sì tantissimo, il beneficio che ne trasse la città è tuttora altrettanto innegabile. C'è poi una eccezione che conferma la regola ma dimostra la possibilità di fare delle olimpiadi un grande business, ed è il caso di Los Angeles nel 1984. «Quell'edizione racconta Massimiliano Trovato dell'Istituto Bruno Leoni fu finanziata fino all'ultimo centesimo da investitori privati e si concluse con un attivo di 250 milioni di dollari». Il successo fu costruito da un manager della lega pro di baseball, Peter Ueberroth, e gli valse il titolo di uomo dell'anno sulla rivista Time. Ueberroth fece essenzialmente tre cose: evitò la costruzione di stadi inutili, utilizzando al meglio quelli che già c'erano. Trattò duramente la cessione dei diritti televisivi alla Abc, che vendette per 225 milioni di dollari (basti dire che otto anni prima, a Montreal, gli stessi diritti erano stati venduti per meno di un decimo). Infine spinse al massimo perché i soldi arrivassero tutti dagli sponsor. Per un Paese ad alto debito come l'Italia una esperienza da studiare e imitare.

Da La Stampa, 16 dicembre 2014

Risparmio (tar)tassato

Il risparmio delle famiglie italiane è salito a 4 mila miliardi di euro e considerando anche la ricchezza immobiliare si arriva a 8 mila miliardi. Nel frattempo il debito pubblico ha superato i 2.100 miliardi. Nonostante le difficoltà dell'economia gli italiani tengono duro e riducono i consumi per mettere da parte risorse. E lo fanno a scopi precauzionali investendole o tenendole liquide su strumenti di parcheggio. I dati Abi lo segnalano in modo chiaro. Dalla fine del 2007, prima dell'inizio della crisi, a oggi la raccolta delle banche presso la clientela italiana è passata da 1.513 a 1.698 miliardi di euro, segnando un aumento di 185 miliardi. E, quale che sia la destinazione del risparmio, quel che è certo è che in Italia si sta assistendo a una sorta dí repressione finanziaria da parte dello Stato nei confronti del tesoretto delle famiglie con l'obiettivo di reperire risorse per tenere sotto controllo il maxi-debito pubblico. Prova ne è l'aumento delle imposte sul risparmio introdotto negli ultimi anni. Il tutto senza dimenticare le imposte sulla casa e quel possibile aumento delle tasse di successione tanto temuto dal mercato, visto che l'Italia è rimasta un paradiso in quanto a tassazione delle eredità rispetto alla maggior parte dei Paesi stranieri.

L'inasprimento fiscale infatti non si ferma. A luglio il governo Renzi ha aumentato la tassazione delle rendite finanziarie dal 20 al 26% (esclusi i titoli di Stato). E anche nella bozza della legge di Stabilità per i1 2015 in discussione in Parlamento è previsto l'aumento della tassazione dei rendimenti dei fondi pensione dall'11,5% a un massimo del 17-20%, oltre alla riduzione dei benefici fiscali per le polizze Vita, all'aumento del prelievo sui rendimenti del Tfr in azienda dall'11% al 15-17% e all'inasprimento dal 20 al 26% dell'aliquota sulle rendite delle casse di previdenza professionale. Proprio gli strumenti dí previdenza erano finora rimasti gli unici a godere di un trattamento fiscale di favore anche per rendere meno traumatico il passaggio dal sistema pensionistico retributivo a quello contributivo. Ma adesso íl legislatore punta a toccare anche questi prodotti. Uno studio dell'Istituto Bruno Leoni (a firma di Paolo Balardinelli) dal titolo «Il risparmio in Italia, sempre più penalizzato» denuncia, con analisi di confronto internazionale, proprio questa «forma di repressione finanziaria, senza paragoni validi all'estero, espressione chiara di uno Stato concentrato a tutelare più il proprio debito che il risparmio dei cittadini. Il governo sfrutta íl proprio potere coercitivo per attirare a sé risorse che in una competizione alla pari non riceverebbe».

Tutto ciò peraltro è in contrasto con la Costituzione. «Tutelare sotto l'ombrello dell'articolo 47 della Costituzione il risparmio; inteso come investimento, significa anche evitare di (tar)tassarlo senza criterio con imposte patrimoniali», spiega l'Istituto Brune Leoni. «Tutelare e incoraggiare risparmio in tutte le sue forme da un lato dovrebbe consistere nel salvaguardare la stabilità del valore della moneta, strumento nel quale il risparmio si traduce, dall'altro dovrebbe manifestarsi in un regime fiscale che vada a premiare abitudini virtuose da questo punto di vista o che quantomeno non le ostacoli». Al contrario, dopo la crisi dei debiti pubblici, scoppiata nel 2011, in Italia «il legislatore è stato particolarmente attivo nell'andare a modificare la disciplina della tassazione dei redditi di capitale», spiega lo studio. Ciò è stato realizzato sia con un aumento delle aliquote esistenti sia con l'introduzione di nuove forme di prelievo. Nell'agosto del 2011 il governo Berlusconi aveva aumentato l'aliquota di tassazione dei redditi di natura finanziaria dal 12,5 al 20%, con decorrenza dal 2012, a eccezione dei titoli di Stato (italiani ed esteri) e dei buoni fruttiferi postali, che restano tassati al 12,5%. «Da quel momento ha cominciato a delinearsi la non neutralità del legislatore, il quale favorendo i titoli del debito pubblico dimostra non tanto dí incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme, come vorrebbe l'articolo 47 della Carta Costituzionale, quanto piuttosto di incoraggiarlo e tutelarlo solo in alcune forme: quelle che, parrebbe, fanno più comodo allo Stato stesso», prosegue l'Istituto Bruno Leoni.

Poi è arrivato il governo Monti che ha introdotto da inizio 2012 l'imposta di bollo dello 0,1% sulle comunicazioni relative ai prodotti finanziari. «Di fatto si è trattato di una vera e propria,seppur mini, patrimoniale sulle persone fisiche, dal momento che esse vengono colpite in misura proporzionale al volume di attività finanziarie (patrimonio) detenute presso il sistema finanziario italiano», prosegue l'analisi. Tra l'altro nel 2013 l'aliquota di questa imposta è stata alzata allo 0,15% e da quest'anno è stata ulteriormente aumentata allo 0,2% senza tetto massimo per le persone fisiche.

Contemporaneamente è stato anche colpito il risparmio detenuto all'estero con l'introduzione solo per le persone fisiche di un'imposta sulle attività finanziarie detenute all'estero (Ivafe). Nel dicembre 2012 è stata poi varata la tanto criticata Tobin Tax, in vigore da marzo 2013, l'imposta sulle transazioni finanziarie che colpisce titoli azionari italiani. «Secondo alcune analisi, sembra che dall'introduzione di questa imposta il valore degli scambi medi giornalieri dei titoli soggetti alla nuova tassazione sia calato del 30%, mentre nel resto d'Europa è aumentato del 4,5%», sottolinea l'Istituto Bruno Leoni. «Il gettito effettivo è ora stimato nel 30% di quello che era stato previsto nel momento d'introduzione dell'imposta».

Infine è arrivato il governo Renzi, «che ha aggravato la non neutralità dello Stato rispetto ad alcune forme di investimento», scrive l'Istituto. Questo perché l'aliquota fiscale sulle rendite finanziarie, alzata al 20% nel 2011, è stata aumentata ancora al 26% a partire dal primo luglio scorso, mentre quella sui titoli di Stato e sui buoni fruttiferi è rimasta al 12,5%.

«Aumentando la forbice della tassazione tra titoli pubblici e altri titoli, è aumentata la repressione finanziaria già presente», sottolinea lo studio. «In sostanza, si tenta di alterare le decisioni del contribuente in modo da agevolare l'afflusso di risorse verso l'Erario invece che verso il sistema imprenditoriale e finanziario». E ora si attende la versione definitiva della Legge di Stabilità 2015, che, come detto, mette nel mirino gli strumenti dí previdenza. «Se tale legge non dovesse essere rivista, proseguirà l'inasprimento della tassazione sul risparmio», denuncia l'analisi. «Sarà ancora più evidente, qualora ce ne fosse bisogno, il fatto che l'unico principio a guidare questi provvedimenti è la volontà di andare a recuperare risorse dove ancora ce ne sono, senza però compromettere l'afflusso di denaro verso il debito pubblico. Le nuove misure andrebbero a penalizzare gli investimenti di lungo periodo, ossia proprio quelli che più o meno tutti gli operatori di settore si raccomandano di tutelare».

Insomma, alla fine il peso del fisco sul risparmio può decurtare ben più del 30% dell'investimento effettuato (si veda tabella in pagina). L'Istituto Bruno Leoni cita il caso di un investitore che all'inizio di quest'anno avesse deciso di acquistare un pacchetto di azioni del valore di 10 mila euro di una società che durante il 2014 gli abbia dato un dividendo del 5% (500 euro). «A fronte di un dividendo percepito di 500 euro il primo anno il risparmiatore sarà costretto a versare 160 euro di imposte, con un'aliquota reale del 32%», calcola l'Istituto. «Negli anni successivi, assumendo che egli percepisca lo stesso dividendo, non dovendo più pagare la Tobin Tax sarà comunque, chiamato a pagare 150 euro di imposte, con un'aliquota reale del 30%». Lo studio allarga poi lo sguardo all'Europa partendo dal principio di libera circolazione dei capitali, che appare violato. «Siamo ancora lontani da una situazione di concorrenza fiscale. Non esiste cioè la possibilità, almeno per le persone fisiche, di scegliere di investire i propri risparmi in Paesi diversi da quello di residenza al fine di ottenere un trattamento fiscale meno oneroso. L'ostacolo principale a questa possibilità è rappresentato dall'Ivafe, che di fatto va a equiparare il trattamento fiscale dei risparmi investiti all'estero con quelli investiti in Italia». Eppure nei principali Paesi europei il risparmio sembra essere meglio tutelato rispetto a quanto accade in Italia (si veda tabella in pagina). «L'Italia ha uno dei sistemi fiscali più pesanti d'Europa per quanto riguarda le rendite finanziarie per via degli incrementi di tassazione degli ultimi anni», prosegue lo studio. «All'estero le aliquote generalmente cambiano a seconda del tipo di investimento, cercando di favorire quelli di lungo periodo, e a seconda della quantità di risparmi investiti, per promuovere la progressività del sistema. In Italia l'unica distinzione che viene fatta, sconosciuta negli altri Paesi presi in esame, è quella di favorire chi investe in titoli di Stato». Con il rischio di andare incontro a delusioni sul fronte del gettito, come è successo nel citato caso della Tobin Tax. «Alla luce di quanto sin qui evidenziato è lecito domandarsi se il nostro sistema tributario sia efficace», avverte l'Istituto Bruno Leoni. «Il confronto con altri Paesi porta a propendere per una risposta negativa. Inasprire ulteriormente le aliquote potrebbe disincentivare gli investitori ad adottare quel comportamento virtuoso che in passato li ha contraddistinti. Il risultato sarà, ancora una volta, un gettito fiscale minore del previsto». Il regime di tassazione delle rendite finanziarie presenta poi alcuni rilevanti elementi di discriminazione tra prodotti di investimento, che andrebbero eliminati. «In primo luogo c'è l'impossibilità di portare in deduzione oltre il quarto anno le minusvalenze che vengono accumulate, mentre le plusvalenze vengono comunque sempre tassate, senza limiti temporali. Questo meccanismo tra l'altro discrimina, nell'ambito del risparmio gestito, le gestioni individuali di portafoglio rispetto ai fondi pensione, ove questo limite temporale nell'utilizzo dei risultati negativi non opera», spiega l'avvocato Roberto Lenzi, senior partner dello studio legale Lenzi e Associati di Milano. La seconda questione riguarda «il fatto di tassare il rendimento maturato delle gestioni individuali di portafoglio con aliquota del 26% e dei fondi pensione con 1'11,5% nel 2014». Il terzo nodo da sciogliere riguarda «l'impossibilità nel regime amministrato e in quello della dichiarazione di poter compensare tra loro redditi di natura diversa, di capitale e altri, così come è invece consentito, ad esempio, nel regime gestito», prosegue Lenzi. Senza dimenticare che «le misure previste nella legge di Stabilità 2015 sui rendimenti dei fondi pensione e sulle rendite della casse di previdenza professionale seguono la riduzione a 230 euro del limite di detraibilità dei premi pagati in relazione alle polizze Vita e infortuni, il che rappresenta un vero e proprio taglio retroattivo in violazione al principio di affidamento dello Statuto del contribuente», prosegue Lenzi.
«Ebbene, da una parte si sollecitano i contribuenti a ricorrere alla previdenza integrativa nelle sue varie forme per rendere meno traumatico il passaggio al sistema contributivo e per fare fronte a erogazioni pensionistiche sempre più in crisi, dall'altra parte si varano provvedimento del tutto contrastanti con questa finalità».

E per il risparmiatore, già alle prese con tassi ai minimi storici, non è facile difendersi, a patto di non prendere maggiori rischi. «Infatti l'effetto combinato dell'imposta di bollo e della tassazione delle rendite finanziarie porta a una tassazione complessiva inversamente proporzionale al rendimento», spiega Giuseppe Marsi, amministratore delegato di Schroders Italy sim. Ad esempio, in una recente analisi Schroders calcolava che per un titolo di Stato tassato al 12,5% e che rende il 2% le tasse pesano il 22,7%, mentre il rendimento sale al 10% si paga il 14,7%. «Ciò può spingere gli investitori, soprattutto quelli più prudenti, a cambiare comportamento, rinunciando a investire oppure alzando l'asticella del rischio», avverte Marsi. Che per rimediare a questa situazione propone l'abolizione dell'imposta di bollo e una differenziazione delle aliquote di imposta rendendo queste ultime inversamente proporzionali alla durata dell'investimento.
Si tratta di una proposta che sta molto a cuore ad Assogestioni, che da tempo chiede al governo di introdurre anche in Italia i cosiddetti Pir, i piani di risparmio a lungo termine agevolati fiscalmente, previsti in altri Paesi europei, tra cui la Francia. Esisteva un progetto del genere dell'ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti, ma da allora i Pir sono finiti nel cassetto e li sono rimasti.

Da Milano Finanza, 15 dicembre 2014

Mille sfumature di tasse

Ci sono tasse in forma di tasse, tasse in forma di obblighi e tasse in forma di regolamentazioni. Il governo ne sta introducendo una nuova fattispecie: le tasse in forma di transazioni tra aziende controllate dallo Stato. Un emendamento del Ministero dell’Economia alla legge di stabilità qualifica tutti gli 8.000 km di rete elettrica di proprietà delle Ferrovie dello Stato come Rete di Trasmissione Nazionale “senza dedurre il valore dei contributi pubblici in conto impianti utilizzati per investimenti”. Può apparire una questione tecnica ma nasconde un tributo di circa 100 milioni di euro all’anno, o poco meno, sulla bolletta elettrica.

Ecco i passaggi. Le Ferrovie, negli anni, hanno costruito una vasta rete elettrica di proprietà. Da tempo si discute sull’opportunità di trasferirne alcune parti – circa 800 km – a Terna, operatore della rete elettrica nazionale, perché potrebbero effettivamente integrarsi e fornire utilità al sistema. I restanti più di 7.000 km, però, non portano alcun beneficio e, anzi, sono in parte fonte di costi o comunque richiedono interventi di bonifica. Logica, dunque, vorrebbe che Terna acquisisse la parte utile della rete, a un prezzo ragionevole, ed eventualmente si facesse carico anche della rimanente parte, sottraendo i costi di bonifica dal prezzo di cessione.

Invece, che accade? Il governo obbliga l’Autorità per l’energia e Terna a fingere che tutti gli 8.000 km siano “buoni”. In più, nella valutazione del prezzo, precisa che i contributi pubblici ottenuti dalle Ferrovie non devono essere dedotti, e informalmente fa sapere che il prezzo di cessione deve aggirarsi attorno a un miliardo di euro. Tale corrispettivo sarebbe ricuperato da Terna (che non pare essere entusiasta dell’operazione) attraverso un incremento delle tariffe di rete pagate da consumatori elettrici.

Traduzione: il governo obbliga una sua partecipata (Terna) a comprare un asset pagandolo a un prezzo multiplo del suo valore da un’altra sua partecipata (Ferrovie dello Stato). I soldi arriveranno dalle bollette future dei consumatori elettrici, che oltre tutto si troveranno non solo a strapagare l’opera, ma a strapagarla due volte, perché in buona parte l’hanno già finanziata con le loro tasse attraverso i trasferimenti alle Ferrovie. Traduzione ancora più terra-terra: il governo garantisce alle Ferrovie un sussidio attraverso una tassa occulta sul consumatore elettrico.

A chi si oppone alle politiche di privatizzazione e liberalizzazione una domanda: riuscite anche solo a immaginare una manovra del genere tra due imprese private?

L'idolatria delle tasse spopola in libreria

Fu nel 2007 che l'allora ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, definì «bellissime» le tasse, suscitando qualche ilarità tra molti contribuenti, ma anche un'ampia adesione nell'opinione pubblica e soprattutto tra gli intellettuali.

Se il ministro del secondo governo Prodi aveva fatto ricorso a categorie estetiche, solitamente la difesa del sistema tributario poggia su considerazioni di ordine etico. In questa logica s'inserisce la milanese «giornata della virtù civile», promossa dall'Associazione Giorgio Ambrosoli, e sulla stessa linea d'onda si colloca soprattutto un'ampia e variegata pubblicistica che difende la legittimità del prelievo fiscale italiano.

Ne esiste perfino una versione di taglio confindustriale. Basti pensare al recente pamphlet di Innocenzo Cipolletta ( In Italia paghiamo troppe tasse. Falso!, edito da Laterza), che per anni è stato direttore dell'associazione italiana degli imprenditori e in questo scritto prova a difendere la tesi secondo cui il crollo dell'economia non deriverebbe affatto dall'esorbitante tassazione: da quella massa di denaro che è sottratto ai proprietari per essere messo a disposizione dell'apparato politico-burocratico.

Cipolletta sostiene infatti che in Europa vi sono analoghi «inferni fiscali», per cui la nostra malattia non sarebbe lì, ma nella bassa qualità dei servizi erogati. A ben guardare, però, c'è un nesso tra le due cose, poiché si può affermare che quanto più cresce la collettivizzazione della società, tanto peggiore è l'uso del denaro pubblico che viene fatto e tanto più forte è pure il legame - spesso criminale - che collega Stato e affari privati.

Leggi il resto su Il Giornale, 12 dicembre 2014

Ibl, la pagella delle liberalizzazioni

Giunto all'ottava edizione, è stato presentato lo scorso 27 novembre l'Indice delle liberalizzazioni 2014 dell'Istituto Bruno Leoni. Il rapporto misura il grado di apertura alla concorrenza di quindici Stati membri dell'Ue in dieci settori dell'economia: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. L'Italia si posiziona all'undicesimo posto nella media complessiva, con un punteggio del 66%, +3% rispetto alla rilevazione del 2013. Tra i quindici Stati presi in considerazione il paese più liberalizzato risulta essere il Regno Unito (94%), mentre la Grecia (58%) occupa l'ultima posizione nella classifica. Le valutazioni emergono dallo studio di quattro fattori: la libertà d'ingresso nel mercato, la partecipazione azionaria dello Stato, i vincoli normativi e la facilità per il consumatore di cambiare fornitore.

Nel settore dei carburanti l'Italia ottiene senza variazioni rispetto allo scorso anno un punteggio del 57%, migliore solo rispetto alla Grecia, ultima in classifica. Un cattivo risultato, rimarca tuttavia Carlo Stagnaro nel capitolo dedicato, reso relativo dal fatto che il comparto dei carburanti, rispetto ad altri, è in generale piuttosto aperto alla concorrenza ovunque nell'Ue. Secondo l'Ibl gli ostacoli principali in questo settore sono legati al peso della fiscalità, che sottrae quasi la metà del prezzo a ogni comportamento competitivo; alla presenza di norme regionali diversificate, che cambiano i requisiti per i nuovi entranti (es. dotarsi di impianti per erogare idrogeno, Gpl o metano) e alle dinamiche di modernizzazione della rete.

Nel gas l'Italia occupa l'ottavo posto con il 60% (-2% rispetto al 2013). "A incidere negativamente sulla performance dell'Italia come si legge nel rapporto dell'Ibl sono il grado di attività dei consumatori domestici nel mercato retail (tasso di switching del 4,5%, tra i più bassi del campione, ndr), la presenza del soggetto pubblico nei diversi segmenti del mercato e l'assenza di separazione tra le attività nel mercato all'ingrosso e i rimanenti segmenti dell'industria". Buona invece la performance italiana sull'unbundling di distribuzione e trasporto

In generale emerge una forte eterogeneìtà nelle scelte regolatorie dei vari Stati. Rispetto alle questioni della sicurezza energetica e dell'indipendenza, l'approccio dei paesi analizzati resta nazionale più che europeo, evidenziando la lontananza dell'Ue dall'obiettivo dell'integrazione dei mercati. L'Italia è settima, infine, nel ranking che misura il grado di liberalizzazione del mercato elettrico (81%, miglior punteggio tra i tre settori anche se in calo del 2% rispetto alio scorso anno), Il nostro Paese evidenzia tra le altre cose un tasso di switching inferiore alla media (6,4% vs 8,4%), mantiene prezzi regolati, con l'80% dei clienti ancora serviti in maggior tutela, e in ambito retail attua una separazione di tipo contabile. Inoltre l'Italia era tra i paesi ad avere un capacity payment insieme a Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia.

Tra i punti a favore la bassa concentrazione del mercato sia della generazione che retail, I'unbundling legale di trasmissione e distribuzione, e la partecipazione relativamente bassa dello Stato nel capitale del principale operatore. Secondo l'Ibl, al fine di mantenere i benefici prodotti finora con l'apertura dei mercati, è importante evitare di introdurre nuove forme di regolazione, come i meccanismi di remunerazione della capacità, e procedere alla graduale rimozione dei sussidi per le rinnovabili mature.

Da Staffetta quotidiana, 5 dicembre 214

Lezioni liberiste da Topolino

Chi non è socialista a vent'anni è senza cuore, chi lo è ancora a quaranta è senza cervello. L'aforisma è talmente brillante, che è probabile sia uscito davvero dalla bocca di Churchill. Ormai è quasi un luogo comune. Il socialismo è poco pratico, di ardua realizzazione: ma la società socialista sarebbe incomparabilmente più "giusta". Tant'è che in quella direzione ci spingono gli ideali della giovinezza, temperati soltanto da quell'accettare l'imperfezione umana che è poi la cifra dell'età adulta.
Era, questo, più o meno, il punto di caduta di un libretto del filosofo G.A. Cohen: Socialismo, perché no? (Neri Pozza). A un mostro sacro come Cohen, risponde ora Jason Brennan, con il suo Why not capitalism?.
Cohen, a beneficio di quelli per cui "chi non è socialista a vent'anni…", voleva provare che il socialismo ideale è meglio del capitalismo reale. Paragone, detto per inciso, poco equo: come quello fra l'estate dopo la maturità e l'esame della prostata.
La dimostrazione era brillante: il campeggio, spiegava Cohen, è socialismo realizzato. I campeggiatori vogliono divertirsi e star bene insieme: e per questo non ci sono prezzi che regolano le attività che svolgono l'uno per l'altro, s'imprestano il binocolo e i bastoni da montagna senza badare alla proprietà, chi sa cucinare è felice di farlo pure per chi non è capace ma sa montare la tenda. In campeggio, il socialismo è la soluzione più naturale per organizzare i rapporti fra le persone.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 7 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

I ladri e le buone intenzioni. Perché non riusciamo a debellare la corruzione

“Altro che traffico di droga, Non hai idea che guadagno c'è sugli immigrati”. Lo dice in una intercettazione telefonica Salvatore Buzzi, “braccio destro” di Massimo Carminati. Gli “immigrati” come commesse pubbliche: rendite sicure, col pretesto di contribuire al benessere della collettività nel suo complesso. Denari che nessuno spacciatore di strada, nessuna banda avversaria, possono insidiargli: perché non vengono dal portafoglio di qualche tossicomane, ma da quello di Pantalone. 

L’Italia è, per Transparency International, il Paese più corrotto d’Europa. Non sappiamo se sia vero: non ci pare gli italiani siano antropologicamente diversi da francesi, austriaci, polacchi, eccetera. Sappiamo invece per certo che nel nostro Paese le storie di corruzione riemergono carsicamente sulle pagine dei giornali. Se ciò avviene, è palese che non riusciamo a trarne le lezioni corrette. Negli anni di Manipulite, quando la maxi-tangente che trascinò a processo tutta una classe dirigente si chiamava “Enimont”, emerse per un breve periodo una consapevolezza. Che, cioè, la moralizzazione della società italiana non poteva che passare da una progressiva riduzione dell’intervento pubblico. L’economia “a mezzadria pubblico-privata”, aveva ammonito don Luigi Sturzo all’alba della repubblica, porta a “comodi compromessi a danno del consumatore o del contribuente”. La presenza in Italia di partiti politici organizzati e fortemente radicati agevolò, per una breve stagione, quella consapevolezza. Si capì che le istituzioni potevano diventare il “taxi” di questa o quella fazione, e che la corsa sarebbe stata pagata coi soldi di tutti. Purtroppo, quella consapevolezza ebbe durata breve.

Subito ci furono quelli che riesumarono le parole d’ordine del “partito degli onesti”. E ci furono quelli che suggerirono che sarebbero bastate facce nuove, pescate nel calderone della società civile, per tramutare gli usi esecrabili di ieri in una nuova, impeccabile efficienza. Da allora, a ogni nuovo scandalo, il nostro Paese continua ad appassionarsi a questa forma di “pensiero magico”: l’idea che basti cambiare gestore pro tempore del potere politico, perché correttezza e onestà possano trionfare sotto il cielo di Roma.

E ogni volta la storia è destinata a ripetersi, perché l’ossessione dei più è che comandi qualcuno con la faccia pulita, e non invece che chiunque comandi non debba avere carta bianca. 

Abbiamo un governo perché gli uomini non sono angeli. Ma anche chi governa è non è un angelo. Per questo è importante che il potere di chi governa sia limitato. Nelle funzioni, prima di tutto, e quindi nella discrezionalità che ne deriva.

Limitare il potere è doloroso: significa rinunciare al suo aiuto, in linea teorica per il soddisfacimento di tutta una serie di bisogni, sul piano pratico come taxi sul quale salire. Ma il potere che, occupandosi di tutto, tutto può fare diventa la risorsa indispensabile per fare qualsiasi cosa. Tanto più si dipende da esso, tanto più quello diventa prezioso. E tanto più è probabile che se ne impossessino figuri senza scrupoli, che parimenti non conoscono argini alla propria brama.

La politica fa il gioco delle tre carte, riproporrà anche questa volta la schema dei “nuovi” senza macchia da sostituire ai vecchi mascalzoni, chiederà più giustizia, proporrà una legge per pene più severe, proprio perché il suo interesse è quello di sempre: non cedere un grammo delle risorse che controlla, non rinunciare a nulla, della propria discrezionalità e del proprio potere. 

Il (mal)trattamento del risparmio in Italia durante la crisi. Un confronto con l'Europa

Con la proposta di legge di stabilità 2015, la tassazione su alcune forme di risparmio rischia ulteriori incrementi, rendendo ancora più evidente, qualora ce ne fosse bisogno, il fatto che l’unico principio a guidare questi provvedimenti è quello di andare a recuperare risorse dove ancora ce ne sono, senza però compromettere l’afflusso di denaro verso il debito pubblico.

Nel Briefing Paper “Il risparmio in Italia, sempre più penalizzato” (PDF), Paolo Belardinelli, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, analizza il regime di tassazione del risparmio, anche in comparazione con altri Stati europei, e con particolare riferimento alle novità degli ultimi anni, che - sostiene Belardinelli - «hanno portato l’Italia a essere uno dei paesi più tassati (anche) da questo punto di vista. Con due aggravanti: la prima riguarda il fatto che questo aumento della tassazione non è stato accompagnato da alcun tipo di intervento volto a garantire almeno un certo grado di progressività del sistema, a dispetto di quanto invece accade all’estero.

La seconda aggravante risiede nella discriminazione delle aliquote a favore dei titoli pubblici, esasperata dal decreto legge del governo Renzi recentemente convertito in legge. Questa forma di repressione finanziaria, senza paragoni validi all’estero, è espressione chiara di uno stato concentrato più a tutelare il proprio debito che il risparmio dei cittadini. Il governo sfrutta il suo potere coercitivo per attirare a sé risorse che in una competizione alla pari non riceverebbe».

Il Briefing Paper “Il risparmio in Italia, sempre più penalizzato” di Paolo Belardinelli è liberamente disponibile qui (PDF).

Il maxi trattato conviene?

Le truppe si schierano per la campagna 2015. Generali, battaglioni organizzati ma tra loro molto diversi, commandos e cecchini. Da una parte c'è chi dice no a un accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti ("Transatlantic trade and investment partnership", o Ttip) che favorirebbe i secondi e soprattutto le multinazionali di entrambe le coste, avrebbe da noi costi enormi sul fronte di lavoro, salute e ambiente. Sono i sindacati europei, i nuovi no global con siti agguerriti, poi la sinistra radicale e decine di organizzazioni di consumatori che hanno raccolto oltre un milione di firme in tutta Europa per bloccare il mega negoziato e che venerdì 19 dicembre scendono in piazza per una manifestazione in coincidenza con la riunione del Consiglio europeo a Bruxelles.
Sullo stesso fronte, ma agitando armi diverse come populismo e nazionalismo, stanno Marine Le Pene l'estrema destra europea, la Lega di Matteo Salvini e il movimento dí Seppe Grillo. Ma anche a livello di politici europei non esiste unità totale. La Francia, con la sua tradizionale anima antiamericana, non vede di buon occhio le conseguenze del trattato di libero scambio. La Germania di Angela Merkel, tra l'altro colpita dal Datagate, l'anno scorso molto convinta, mostra segni di preoccupazione e gli economisti si arrovellano per capire se la sua industria ne trarrà reale beneficio. Più ottimisti inglesi, spagnoli e polacchi, questi ultimi veri entusiasti del libero mercato.
Determinatissimi i grandi manager dí entrambe le sponde dell'Atlantico e, in genere, gli americani. I primi puntano a esportare di più a costi inferiori. I secondi ricercano uno schieramento occidentale da contrapporre a Russia e Cina.
Oggi che il commercio è un'arma tanto letale quanto bombardieri e bazooka, un bacino di libero scambio come l'Europa integrata costituirebbe una munizione geopolitica fondamentale, liberando gli Stati Uniti da eventuali ricatti da Oriente. Senza contare che il Ttip riguarderebbe circa la metà del Pil mondiale e influenzerebbe l'intero commercio mondiale.

E l'Italia? Nel semestre di presidenza in via di conclusione ha provato a portare a casa qualche risultato, ma si è dovuta scontrare con le elezioni di mid-term in America e il cambio di Commissione a Bruxelles. Comunque il premier Matteo Renzi sostiene che un accordo Ttip è «una priorità assoluta». Suo portabandiera è il viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, 41 anni, senatore di Scelta civica, ex manager di Ferrari, Sky e Confindustria,secondocui «bisogna fare in fretta, cercare di chiudere entro i primi mesi del 2016 perché le presidenziali Usa e soprattutto la trattativa di Washington per un accordo commerciale transpacifico con alcuni Paesi asiatici potrebbero tagliarci fuori». In mezzo al campo di battaglia 800 milioni di cittadini e consumatori ignari. Sentono parlare di Ttip, ricordano il Gatt e il Wto, sigle da farsi venire l'orticaria, e si chiedono: ma a noi cosa cambia? Cerchiamo intanto di capire a che punto siamo. La trattativa va avanti da diversi mesi e solo da poco il parlamento europeo ha ottenuto la rimozione del segreto dai documenti dei negoziatori. Un passo decisivo sotto il profilo democratico e anche della comunicazione. Assurdo pensare che le burocrazie di Washington, dove il capo negoziatore è il rappresentante per il Commercio, Michael Froman, e di Bruxelles, dove il testimone è appena passato al neo commissario per il Commercio, Cecilia Malmstrom, potessero chiudere in gran segreto un accordo che riguarda alcune centinaia di milioni di persone. L'eventuale trattato dovrà poi essere approvato dal Parlamento europeo e ratificato da quelli nazionali. Ma che arrivi fino in fondo è ancora tutto da vedere.

Meno dazi per tutti
Nei sette round finora tenuti (il prossimo è atteso tra fine gennaio e inizio febbraio) si sono escluse come da mandato vincolante alcune materie tipo cultura e audiovisivi, l'accesso indiscriminato agli Ogm (organismi geneticamente modificati), i servizi pubblici. Si è cominciato a discutere di abolizione dei dazi, puntando su un accordo trasversale che riguardi tutti i settori, anche se la palla è in mano agli americani dopo l'offerta formulata dagli europei i dazi sono oggi diffusi e in qualche caso elevati, ma ancor più ardue da superare sono le barriere non tariffarie, regolamenti e requisiti tecnici: secondo le stime costituirebbero mediamente il 41 per cento dei costi addizionali con picchi nell'aerospazio, i macchinari, la biochimica e l'alimentare.
In sei settori, a detta di Calenda, le trattative sono abbastanza avanzate: auto, chimica, farmaceutica, dispositivi medicali, tessile e cosmetici. Si tratta di settori dove l'esigenza è armonizzare gli standard di produzione e consentire la distribuzione dello stesso prodotto su entrambi i mercati. Prendiamo le automobili, il settore che secondo un rapporto del think tank londinese Cepr sarebbe quello che avrebbe più da guadagnare, con future esportazioni che per l'Europa crescerebbero anche del 40 per cento. Oggi negli Usa e in Europa esistono regole diverse per esempio su sicurezza, collaudi e crash test, visto che in alcuni Stati americani non sono obbligatorie le cinture di sicurezza e quindi gli airbag sono più grossi, così come più robusti sono i rivestimenti interni. I costruttori devono produrre spesso due modelli diversi per i mercati in questione. Ci sono motorizzazioni differenti, valutazioni diverse sugli standard di emissioni inquinanti, in America è più usato il cambio automatico. E sensibilmente diverse sono le barriere tariffarie: l'auto europea paga un dazio del 10 per cento quando arriva oltre Oceano, quella americana è soggetta solo al 2,5 per cento.

La sfida dell'Italian Food
Il monumento al quale tutte le imprese alimentari guardano è il negozio Eataly di New York. Se riuscissero ad arrivare in tutta l'America come sulla Quinta Strada verserebbero fiumi di prosecco. Difficile, ma non impossibile. Questo negoziato, che a noi interessa più di ogni altro, è complicato da barriere di tutti i tipi e ci vorrà un piccone pesantissimo per abbatterle. Tra Italia e Stati Uniti, ricorda Paolo De Castro già ministro e oggi coordinatore della Commissione agricoltura del parlamento europeo, c'è un saldo commerciale attivo per 2,5 miliardi sui beni alimentarie un saldo negativo di 450 milioni per quello agricolo. «C'è un potenziale enorme perché agli americani piacciono i nostri prodotti e la loro economia sta andando bene, però....». Però? Ci sono barriere le più disparate: da quelle tariffarie, sanitarie e fitosanitarie a quelle tecniche tipo richieste di standard, certificazioni, packaging, etichettatura. C'è in sostanza una cultura diversa del cibo e un'attenzione diversa per gli effetti sulla salute. Molti sono i divieti all'importazione: niente formaggi fatti con latte crudo; in alcuni Stati è obbligatorio arricchire la pasta con vitamine; ci sono limiti nella vendita di carne e prodotti derivati; l'olio d'oliva deve essere privo di residui del pesticida clorpirifos etile, consentito in Europa. L'ortofrutta è ammessa solo se è presente un importatore munito di una licenza speciale rilasciata dal dipartimento agricolo locale e nelle grappe la quantità massima di alcool metilico autorizzato è inferiore che da noi. Poi esiste un problema più generale. Negli Stati Uniti i controlli sull'alimentare sono effettuati soltanto a valle e la prova della nocività è a carico del consumatore, non del produttore. In pratica non ci sono verifiche intermedie su come è prodotto il cibo che arriva nel piatto e se non danneggia immediatamente l'organismo allora è considerato vendibile. In caso di problemi, sarà a carico del consumatore dimostrare passati 20 anni che quell'alimento o quel materiale è dannoso. Nel frattempo il produttore può venderlo indisturbato, come è successo con la carne agli ormoni. In Europa invece vige il principio di precauzione: se esiste il sospetto che un alimento possa essere dannoso, allora è a carico del produttore rimuoverlo immediatamente.
C'è inoltre il nodo delle indicazioni geografiche, come il Grana Padano o il Parmigiano reggiano, prodotti unici, sulle quali gli europei e gli italiani in particolare insistono mentre gli americani non capiscono. Un puzzle gastronomico complicato da comporre e far digerire. Un ultimo caveat per il nostro agrobusiness: se l'industria alimentare italiana potrebbe risultare vincente dalla liberalizzazione dei mercati, secondo tutti i rapporti, a soffrire sarà certamente quella agricola di base, già ad oggi troppo debole per competere a livello internazionale e bisognosa di riconversione.

La lezione del tessile
Il vero punto interrogativo è proprio chi guadagnerà davvero da questa maxi zona di libero scambio: la guerra dei numeri è già iniziata. «Semplice: a vincere saranno i settori in cui le due aree sono più bravi, a soffrire quelli in cui i rispettivi produtto? ri sono già adesso più deboli», riassume Carlo Stagnaro, economista del think tank Bruno Leoni e consigliere del ministero per lo Sviluppo economico: «L'importante è che i governi si organizzino per gestire il passaggio dal vecchio al nuovo modello di scambio e aiutare chi lavora in settori che non sopravviveranno».
Secondo il rapporto a cui fa riferimento l'Ue, quello del Cepr, l'accordo metterebbe nelle tasche degli europei 500 euro l'anno in più e aumenterebbe le dimensioni dell'economia del vecchio Continente di 120 miliardi di euro e quella americana di 95 miliardi. A stare invece all'analisi condotta dalla Tufts University del Massachusetts, i guadagni derivanti dalle esportazioni non sarebbero evidenti: le economie scandinave e i paesi del Nord europa perderebbero sia in termini di Pil che di esportazioni nette a favore degli Usa. E perfino il reddito da lavoro dei cittadini ne soffrirebbe: i francesi avrebbero 5.500 euro l'anno in meno, í paesi scandinavi 4.200 e anche i lavoratori tedeschi si ritroverebbero con un reddito più leggero di 3.400 euro. Tra i più fortunati, nonostante tutto, gli italiani, che nella peggior delle ipotesi perderebbero "solo" 600 euro l'anno non andandosi a scontrare frontalmente in settori in cui gli Usa sono molto competitivi. Complessivamente però la perdita di posti di lavoro in Europa sarebbe stimabile tra le 450 mila unità (Cepr) e le 600 mila (università di Tufts). Si tratta di uno scenario poco piacevole per un'Europa già messa in ginocchio da un tasso di disoccupazione crescente, che nessuna politica nazionale ha saputo neutralizzare. «Un esempio di quel che potrebbe accadere lo abbiamo visto nel 2005 con lo scadere dell'accordo che limitava l'importazione di prodotti tessili in Europa», spiega Monica di Sisto, responsabile italiana di Stop Ttip: i benefici ottenuti dall'alta moda non hanno compensato il crollo del tessile causato dai manufatti a basso costo provenienti dalla Cina. In un'economia debole la domanda nazionale per prodotti a basso valore aggiunto potrebbe mettere in ombra quella per prodotti ad alto valore aggiunto di cui, nel caso della moda, Italia e Francia sono leader. E il saldo netto tra import e export, alla fine, potrebbe essere negativo.

Sindacati addio?
Ancora più dell'industria, il punto su cui si concentrano le critiche al Trattato sono i servizi e gli appalti pubblici, temi delicati perché coinvolgono direttamente i soggetti pubblici.
Per quanto riguarda i servizi, sarebbero teoricamente esclusi dal mandato negoziale ma, secondo i documenti ottenuti da sindacati e associazioni non governative, sarebbero lo stesso finiti nelle trattative, inclusi quelli essenziali per l'interesse pubblico come il trattamento dei rifiuti e l'acqua. Da definire ci sarebbero poi i servizi finanziari. In questo caso è l'Europa che ha le regole meno stringenti e i cui governi stanno facendo pressione su Washington per un ritorno alla deregolamentazione pre2008, anno della crisi finanziaria che ha travolto le due coste dell'Atlantico. Sul tema degli appalti, invece, a preoccupare è l'asimmetria che si starebbe delineando nei negoziati. Gli Usa consentirebbero l'apertura del mercato alle aziende europee solo a livello federale, escludendo quello statale, dove si concentrano gli investimenti in infrastrutture. Gli europei invece permetterebbero alle aziende americane di aggiudicarsi appalti pubblici perfino nei Comuni.
Infine, c'è il lavoro. Gli Stati Uniti non aderiscono a cinque delle otto convenzioni promulgate dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) perché in conflitto con la loro legislazione che tutela meno fattori come i diritti sindacali, gli scioperi, il lavoro dei minorenni e il diritto a una remunerazione uguale a parità di lavoro. Si tratta di elementi fondamentali della legislazione europea su cui rischierebbero di scontrarsi le aziende Usa che si trovassero ad operare in Europa e che dunque vorrebbero che il trattato modificasse.
Tra tanti dettagli si annida un rischio ulteriore: quello di un latente sgretolamento della struttura del mercato unico europeo, sul cui altare negli ultimi decenni tanto è stato sacrificato. Perché se aumenterà l'interdipendenza commerciale dei singoli Stati europei con gli Usa, sarà inevitabile una diminuizione di quella interna all'Unione. E in un'epoca in cui il commercio è anche identità politica e strategia militare, varrebbe forse la pena farci attenzione.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014

Cosa pensa il papa del capitalismo?

Uno dei misteri dì papa Francesco è la sua visione dell'economia. C'è chi l'ha collocato tra i marxisti irriducibili, dopo aver letto il documento programmatico del suo pontificato, la "Evangelii gaudium". E c'è chi dallo stesso documento ha tratto la conclusione opposta, dipingendo un Jorge Mario Bergoglio grande amico del libero mercato. Dalla prima delle due definizioni, quella di comunista, il papa ha preso ripetutamente le distanze, fino a scherzarci sopra. Dalla seconda, quella di filocapitalista, no. Ma non è per niente sicuro che essa corrisponda al suo pensiero.
A individuare in Francesco un paladino della libera economia non è stato qualche isolato spirito bizzarro, ma l'Acton Instítute, uno dei più autorevoli "think tank" degli Stati Uniti, la cui idea maestra è che il capitalismo tanto più fiorisce quanto più la società in cui opera è libera e religiosamente ispirata. Lo scorso 4 dicembre l'Acton Institute ha assegnato il suo più alto riconoscimento annuale, il Novak Award 2014, a un giovane e brillante economista finlandese, Oskari Juurikkala, il quale ha tenuto a Roma la sua lezione di investitura proprio sul tema: "Un apprezzamento pro mercato di papa Francesco". La tesi di Juurikkala è che il messaggio di Bergoglio, con la sua enfasi sui poveri, non solo non è in contraddizione con il libero mercato, ma porta ad esso dei benefici, perché aiuta a «purificarlo e arricchirlo».

Alla lezione di Juurikkala ha fatto da contrappeso, nello stesso evento, Carlo Lottieri, filosofo del diritto e membro dell'Istituto Bruno Leoni, un "think tank" anch'esso marcatamente liberista. Lottieri continua a vedere in Francesco non un amico ma un avversario delle libertà economiche, non da ultimo per l'esperienza "peronista" da lui assimilata in Argentina, «mai veramente conclusa e complessivamente disastrosa». Ma c'è dell'altro. Da un paio di mesi si è costituito a Roma un "Cenacolo degli amici di papa Francesco" che vanta tra i suoi soci più assidui i cardinali Walter Kasper e Francesco Coccopalmerio, il direttore de "La Civiltà Cattolica" Antonio Spadaro e il segretario del pontificio consiglio della giustizia e della pace Mario Toso. L'ultimo loro incontro, lo scorso 10 dicembre, l'hanno dedicato a quello che ritengono il vero manifesto rivelatore della visione economica e politica del papa: non la "Evangelii gaudium" ma il discorso da lui tenuto il 28 ottobre in Vaticano ai «movimenti popolari», discorso da essi definito «storico» e «rivoluzionario».
Ad ascoltare e ad applaudire papa Francesco, quel giorno, c'era un campionario dell'ultrasinistra mondiale, dagli zapatisti del Chiapas al centro sociale Leoncavallo di Milano. Particolarmente numerosi i sudamericani, tra i quali il presidente boliviano Evo Morales in qualità di leader "cocalero". E che cosa ha detto il papa? Che il rinnovamento del mondo appartiene a loro, alle «periferie» che «odorano di popolo e di lotta», alla moltitudine degli esclusi e dei ribelli, grazie a un processo di loro ascesa al potere che «trascende i procedimenti logici della democrazia formale».
È stupefacente la similitudine tra questo discorso di papa Francesco e le teorie sostenute dal filosofo della politica Toni Negri e dal suo discepolo Michael Hardt in un libro del 2002 che ha fatto epoca ed è stato tradotto in più lingue: "Impero". Sia Francesco che Negri individuano la sovranità mondiale vera in un dominio transnazionale del denaro, che alimenta le guerre per sanare i propri bilanci, contro il quale solo la moltitudine dei «movimenti popolari» può portare a una «riappropriazione della democrazia» non formale ma sostanziale.
Anche a Strasburgo, nel discorso al parlamento europeo, papa Francesco non ha mancato di ergersi contro «i sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». Poi però, pochi giorni dopo, ha ricevuto in Vaticano con tutti gli onori Christine Lagarde, la numero uno di quel Fondo Monetario Internazionale che è l'emblema del deprecato «impero». Il mistero è lontano dall'essere sciolto.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Arriva la tassa occulta sulle bollette della luce per far guadagnare Fs

L'Italia è un Paese strano. Lo dimostra il fatto che anche un'operazione in sé positiva come una privatizzazione rischia di trasformarsi in un aggravio fiscale per la cittadinanza. L'ultimo caso è rappresentato dalla cessione della rete elettrica delle Ferrovie dello Stato, in procinto di quotarsi in Borsa, a Terna.

Le Fs, risanate da Mauro Moretti (ora a Finmeccanica) e attualmente guidate da Michele Mario Elia, sono in utile e, soprattutto, in buona salute. Ma, visto l'andamento ondivago dei mercati, un «aiutino» al bilancio giova sicuramente. Il governo di Matteo Renzi ha così pensato di inserire un emendamento alla legge di Stabilità per sostenere la privatizzazione di Fs. Venderanno la rete elettrica (circa 8mila chilometri) a Terna per un corrispettivo che, secondo fonti bene informate, dovrebbe aggirarsi attorno a un miliardo di euro e potranno continuare a usufruire dei contributi pubblici destinati alla manutenzione della rete stessa (come previsto dal Contratto di Programma) trasferendoli su altri capitoli. Un'ipotesi veramente vantaggiosa: Fs avrà una plusvalenza monstre (la rete, concentrata nella controllata Self, è a bilancio per 35mila euro) e potrà beneficiare di quei 100 milioni circa che ogni anno lo Stato le devolve.

L'emendamento dà corpo a un'esplicita previsione del piano industriale delle Fs, ovvero la cessione delle attività non strettamente attinenti il trasporto ferroviario. Fu l'ex numero uno Moretti quattro anni fa ad avviare il processo di dismissione adombrando un prezzo di vendita vicino a quello odierno. Anche allora Terna era interessata, possedendo quasi per intero la rete italiana di trasmissione dell'elettricità.

Leggi il resto su Il Giornale, 16 dicembre 2014

Ibl, la pagella delle liberalizzazioni

Giunto all'ottava edizione, è stato presentato lo scorso 27 novembre l'Indice delle liberalizzazioni 2014 dell'Istituto Bruno Leoni. Il rapporto misura il grado di apertura alla concorrenza di quindici Stati membri dell'Ue in dieci settori dell'economia: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. L'Italia si posiziona all'undicesimo posto nella media complessiva, con un punteggio del 66%, +3% rispetto alla rilevazione del 2013. Tra i quindici Stati presi in considerazione il paese più liberalizzato risulta essere il Regno Unito (94%), mentre la Grecia (58%) occupa l'ultima posizione nella classifica. Le valutazioni emergono dallo studio di quattro fattori: la libertà d'ingresso nel mercato, la partecipazione azionaria dello Stato, i vincoli normativi e la facilità per il consumatore di cambiare fornitore.

Nel settore dei carburanti l'Italia ottiene senza variazioni rispetto allo scorso anno un punteggio del 57%, migliore solo rispetto alla Grecia, ultima in classifica. Un cattivo risultato, rimarca tuttavia Carlo Stagnaro nel capitolo dedicato, reso relativo dal fatto che il comparto dei carburanti, rispetto ad altri, è in generale piuttosto aperto alla concorrenza ovunque nell'Ue. Secondo l'Ibl gli ostacoli principali in questo settore sono legati al peso della fiscalità, che sottrae quasi la metà del prezzo a ogni comportamento competitivo; alla presenza di norme regionali diversificate, che cambiano i requisiti per i nuovi entranti (es. dotarsi di impianti per erogare idrogeno, Gpl o metano) e alle dinamiche di modernizzazione della rete.

Nel gas l'Italia occupa l'ottavo posto con il 60% (-2% rispetto al 2013). "A incidere negativamente sulla performance dell'Italia come si legge nel rapporto dell'Ibl sono il grado di attività dei consumatori domestici nel mercato retail (tasso di switching del 4,5%, tra i più bassi del campione, ndr), la presenza del soggetto pubblico nei diversi segmenti del mercato e l'assenza di separazione tra le attività nel mercato all'ingrosso e i rimanenti segmenti dell'industria". Buona invece la performance italiana sull'unbundling di distribuzione e trasporto

In generale emerge una forte eterogeneìtà nelle scelte regolatorie dei vari Stati. Rispetto alle questioni della sicurezza energetica e dell'indipendenza, l'approccio dei paesi analizzati resta nazionale più che europeo, evidenziando la lontananza dell'Ue dall'obiettivo dell'integrazione dei mercati. L'Italia è settima, infine, nel ranking che misura il grado di liberalizzazione del mercato elettrico (81%, miglior punteggio tra i tre settori anche se in calo del 2% rispetto alio scorso anno), Il nostro Paese evidenzia tra le altre cose un tasso di switching inferiore alla media (6,4% vs 8,4%), mantiene prezzi regolati, con l'80% dei clienti ancora serviti in maggior tutela, e in ambito retail attua una separazione di tipo contabile. Inoltre l'Italia era tra i paesi ad avere un capacity payment insieme a Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia.

Tra i punti a favore la bassa concentrazione del mercato sia della generazione che retail, I'unbundling legale di trasmissione e distribuzione, e la partecipazione relativamente bassa dello Stato nel capitale del principale operatore. Secondo l'Ibl, al fine di mantenere i benefici prodotti finora con l'apertura dei mercati, è importante evitare di introdurre nuove forme di regolazione, come i meccanismi di remunerazione della capacità, e procedere alla graduale rimozione dei sussidi per le rinnovabili mature.

Da Staffetta quotidiana, 5 dicembre 214

Ilva, i troppi dubbi di una nazionalizzazione

Se è stato il premier in persona a parlarne, la nazionalizzazione dell'Ilva dev'essere più che un'ipotesi. «Nazionalizzazione» significa che i proprietari dell'Ilva torneranno ad esserei contribuenti italiani: che si meriterebbero una spiegazione.
Un'ipotesi è che si voglia statalizzare perché mancano acquirenti. Se il problema è che i privati non giudicano appetibile l'Ilva, forse è perché ci sono tutta una serie di fattori, anche di carattere regolatorio, che impediscono di trarne profitto. Lo Stato, che delle norme è il «produttore», potrebbe ragionare su come rimuovere tali ostacoli.

Di per sé, il passaggio in mani pubbliche nulla cambierebbe, rispetto a oneri e fattori che rendono antieconomica la produzione di acciaio. Semplicemente, essi verrebbero accollati alla collettività. Assieme alla gestionene diretta dell'azienda. È persino possibile che il contribuente possa farci un buon affare, se lo Stato dimostrasse di essere un imprenditore dell'acciaio di prim'ordine. Le esperienze passate consiglierebbero cautela. È possibile che il governo pensi che la vicenda giudiziaria dell'Ilva abbia contribuito ad accrescere la percezione del rischio-Paese negli investitori internazionali.
Una nazionalizzazione, sulla carta temporanea, sarebbe necessaria per rassicurare il futuro compratore. Potendosi tenere lo Stato come socio egli avrebbe la percezione d'essersi messo accanto nientemeno che la forza pubblica. Che si offrirebbe di proteggerlo e garantirlo, dalla minaccia potenziale che essa stessa rappresenta. Forse è un ragionamento pragmatico, ma non proprio un grande spot per lo Stato di diritto. Più probabilmente, l'idea è nazionalizzare per chetare le acque. Non sarebbe la prima volta che lo Stato acquista una fabbrica, costi quel che costi, perché la sua chiusura mette a rischio il consenso della classe politica. È una storia dei tempi del gettone telefonico, aggiornata a quelli dell'iPhone.

Dal Corriere della sera, 8 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La Sfinge e la Chimera: le procedure antitrust davanti alla Commissione europea

L’antitrust è un settore fondamentale dell’Unione europea, come è evidente dalla forza con cui le politiche concorrenziali hanno plasmato la struttura del mercato comune. La vigilanza delle pratiche concorrenziali è quindi determinante, nell’ambito europeo, per la vitalità delle imprese e del mercato. Desta quindi qualche perplessità che l’attività di controllo sia affidata a procedure che non rispondono pienamente ad un processo imparziale.

Nello Special Paper “The Sphynx and the Chimera: Antitrust Proceedings in the European Union” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni, esamina tali procedure chiedendo fino a che punto e con quali limiti esse siano rispettose dei principi basilari di giusto processo e separazione dei poteri di cui l’Unione stessa si fa portavoce, indicando qualche proposta di riforma per rendere le procedure antitrust compatibili con questi. Il paper è stato presentato e discusso in un seminario tenuto a Bruxelles il 15 ottobre scorso, al quale ha partecipato Paul Csiszar, Direttore della DG Concorrenza, Commissione Europea).

Lo Special Paper “The Sphynx and the Chimera: Antitrust Proceedings in the European Union” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Se il mercato difende la privacy

I grandi fornitori di servizi on line hanno modelli di funzionamento strutturalmente diversi dalle imprese tradizionali, non riconoscerlo porta a commettere errori: ci possono incappare le aziende stesse o i legislatori. Come insegnano due casi recenti. Uber, l’azienda fondata da Travis Kalanik, continua a espandersi, vincendo, città dopo città, la resistenza dei tassisti che temono di perdere il valore della licenza pagata a caro prezzo. Con quella licenza il Comune concede al tassista di operare in un mercato a numero di operatori contingentato e di offrire al cliente la garanzia pubblica che il servizio sarà di buon livello e soprattutto sicuro. Uber disintermedia il servizio taxi: nessun controllo comunale sul numero degli operatori, ma anche nessuna garanzia pubblica per la sicurezza del cliente. Alla fine della corsa si può dare un voto, il cliente sul conducente e il conducente sul cliente. Ma il conducente rischia di più, se finisce nella lista nera, ha finito di lavorare: un’asimmetria informativa di cui un cliente disonesto potrebbe approfittare.

La garanzia di sicurezza non deriva in modo automatico dal comportamento collettivo di utenti e conduttori: la gente si fida perché sa che dal rigore nel gestire la lista nera, compresa la possibilità di distinguere i voti veri da quelli “maligni”, dipende la credibilità di Uber, e il suo valore d’impresa. È lo stratosferico valore attribuito a Uber la vera garanzia per i clienti. E siccome non esistono pranzi gratis, le garanzie costano.

Uber ha recentemente assunto David Plouffe, lo stratega della campagna virale di Obama. L’accenno che Uber avrebbe potuto usare i dati dei viaggi effettuati dai clienti per “profilarli” e usarli contro giornalisti ostili, ha scatenato una bufera. Per evitare che ne andasse di mezzo l’aumento di capitale in corso (voleva raccogliere 1,2 bn$ che avrebbe corrisposto ad attribuire a Uber un valore di 18 bn$), Kalanik ha dovuto impegnare tutto il suo prestigio. Uber aveva già perso simpatie (e clienti) per come aveva ostacolato il concorrente Lyft mandandone in tilt la rete, inondandola di richieste e poco dopo disdicendo l’ordine. Se Uber non garantisce la privacy dei suoi clienti, possono sospettare utenti e investitori, se si comporta da pirata con i concorrenti, perché il cliente dovrebbe fidarsi che garantirne la sicurezza?

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 3 dicembre 2014

Le liberalizzazioni convengono. Parola di Cesare Beccaria

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, nel fine settimana ha detto che ciascuno degli “artigiani, imprenditori e lavoratori” italiani che “tutte le mattine si alza e prova a fare il suo mestiere” è “un eroe dei nostri tempi, un eroe della quotidianità”. Difficile sostenere il contrario: effettivamente l’Italia, fra tutti i Paesi industrializzati, è uno di quelli con i maggiori vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa. A voler guardare il proverbiale “bicchiere mezzo pieno”, si può dire che perfino oggi, in un’epoca caratterizzata da spazi di manovra minimi per la politica fiscale e da una politica monetaria centralizzata a livello europeo, non mancano dunque le possibilità per rilanciare di molto la crescita italiana eliminando tali vincoli grazie alle cosiddette “liberalizzazioni”.

Liberalizzazioni che spesso, nel dibattito pubblico, vengono denigrate addirittura come aliene alla nostra cultura. Una roba da Margaret Thatcher, per intenderci. In realtà gli scritti e l’operato di uno dei più grandi pensatori italiani, Cesare Beccaria, consigliano di rivalutare – perfino culturalmente – questa opzione di politica economica. Beccaria è ricordato e studiato in tutto il mondo come uno dei più validi esponenti dell’Illuminismo. La sua opera più famosa, “Dei delitti e delle pene”, del 1764, contiene intuizioni ancora valide sulla giustizia e lo Stato di diritto in generale, sul processo penale, sulla tortura e sulla pena di morte. Quel che è meno noto è che Beccaria fu anche un pensatore economico, come ricostruisce con giusta enfasi Carlo Scognamiglio Pasini in una recente biografia (“L’arte della ricchezza”, Mondadori). Il giurista milanese, infatti, anticipò perfino il padre fondatore dell’economia politica, Adam Smith, sostenendo che la fonte della ricchezza di un Paese erano il lavoro umano e gli strumenti che ne aumentano la produttività, non le risorse naturali o l’agricoltura come volevano le vulgate mercantilistiche o fisiocratiche del tempo. Beccaria non fu solo un economista teorico. Sotto il dominio degli Asburgo, ricoprì a Milano incarichi amministrativi e di governo nell’ultimo quarto del diciottesimo secolo, sopprimendo a un certo punto le circa cinquanta corporazioni delle arti e dei mestieri che dominavano l’economia lombarda. In questo modo ridusse il potere di corporazioni che allora regolavano i prezzi mantenendoli più alti del dovuto, impedivano la concorrenza fra maestranze di città diverse, vietavano a suon di condanne penali la diffusione di informazioni sugli avanzamenti tecnologici, restringevano l’accesso alle professioni. Il superamento radicale di questi e altri vincoli che Beccaria prese di mira, secondo Scognamiglio Pasini, fu propedeutico al successivo decollo economico-industriale della Lombardia.

Ma a che punto è oggi l’Italia sul fronte delle liberalizzazioni? L’Istituto Bruno Leoni da anni tenta di misurare il grado di apertura alla concorrenza dei principali settori dell’economia. Quest’anno, nel suo Indice appena pubblicato, il think tank ha concluso che tra i 15 Stati che costituiscono il nucleo storico dell’Unione europea, l’Italia occupa l’undicesima posizione, a pari merito con Francia e Danimarca, in quanto a tasso di liberalizzazione. Al primo posto c’è il Regno Unito, al quindicesimo e ultimo la Grecia. Non mancherebbero dunque le possibilità, anche per l’attuale Governo, di rimuovere gli ostacoli all’ingresso dei singoli mercati, poi quelli che pesano sull’esercizio dell’attività imprenditoriale e infine quelli che ostruiscono l’uscita da un mercato. Non crescerebbero soltanto innovazione ed efficienza, ma anche le possibilità per i consumatori di scegliere davvero i fornitori più convenienti.

Leggi il resto su IlFoglio.it, 1 dicembre 2014

Liberalizzazioni, l'Italia resta poco aperta alla concorrenza

Le liberalizzazioni restano un tallone d'Achille per l'Italia. Infatti, nonostante i tentativi attuati negli ultimi anni in materia, da quello dell'ex ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani, che ha avuto successo solo nel caso dei medicinali e delle tariffe dei servizi telefonici, al decreto "Cresci Italia" del governo Monti, rimasto però in gran parte inattuato dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, lo Stivale resta ancora fanalino di coda in Europa sul fronte dell'apertura al mercato. A metterlo in evidenza è l'indice delle liberalizzazioni 2014 elaborato dall'Istituto Bruno Leoni, che ha misurato il grado di apertura di dieci settori dell'economia in 15 Stati membri dell'Ue su una scala che va da 0 (monopolio) a 100 (piena concorrenza).

L'indice considera quattro variabili: libertà d'ingresso nel mercato, partecipazione azionaria dello Stato, vincoli normativi e facilità per il consumatore di cambiare fornitore. In base ai risultati, il nostro paese si colloca (con un punteggio pari al 66%) all'undicesimo posto in classifica. Rispetto alle edizioni precedenti, l'Italia fa qualche timido passo in avanti (più per il peggioramento altrui che per propria virtù), ma il posizionamento resta mediocre in tutti i settori e pessimo in alcuni, senza punti di vera eccellenza.

Leggi il resto su Repubblica.it, 1 dicembre 2014

Negozi, torna la stretta sugli orari. Ma lo shopping festivo piace di più

Il governo sta mettendo a punto un pacchetto di liberalizzazioni in vari settori, partendo dai servizi postali e dalle parafarmacie. La lenzuolata è stata annunciata la scorsa settimana dal ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, che sta curando il dossier. Nel mirino ci sarebbero anche i settori dell'energia, le banche e le professioni.
Secondo l'Indice delle liberalizzazioni 2014 stilato dall'Istituto Bruno Leoni, il paese più liberalizzato d'Europa e il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l'Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l'ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

Agli italiani piace sempre di più fare la spesa la domenica e nei giorni festivi. E non solo in un mese particolare per lo shopping, come quello di dicembre. Ma se aumenta la percentuale (67% contro il 65% di due anni fa) di chi dichiara di essere favorevole alla liberalizzazione delle aperture domenicali e festive di negozi, supermercati e centri commerciali, la politica, ancora una volta, sembra andare controcorrente e anche in retromarcia, frenata dalle solite, italiche, resistenze delle lobby.

Il decreto 'Salva Italia', uno dei primi provvedimenti varati dal governo Monti, aveva liberalizzato l'orario di apertura delle attività commerciali togliendo vincoli e lacciuoli di Comuni e Regioni e demandando alla scelta degli imprenditori quando aprire o tenere chiuso il punto vendita. Il disegno di legge Senaldi ha invece tentato di reintrodurre una serie di limiti. All'inizio del percorso parlamentare, avverte Giovanni Cobolli Gigli, presidente dì Federdistribuzione, l'associazione che raggruppa le principali insegne alimentari e non alimentari della Gdo, il dl prevedeva addirittura dodici chiusure festive all'anno, sei delle quali potevano essere cambiate in base alle decisioni dei Comuni. Il testo, uscito dalla Camera, è stato parzialmente corretto dando la possibilità che sei delle dodici chiusure siano derogate in base alla scelta del negoziante. «Ma il nostro auspicio avverte Cobolli Gigli è che al Senato vengano ripristinate le norme originali del Salva Italia riconoscendo piena libertà agli operatori commerciali sugli orari».

Del resto è quello che chiedono la maggior parte degli italiani e anche l'Antitrust, il cui parere ha pesato sulle correzioni adottate a Montecitorio. Federdistribuzione ha realizzato, con Ispo, un sondaggio (dopo quello del 2012) sulle liberalizzazioni. E i risultati non lasciano spazio a dubbi. Rispetto al 2012, la percentuale di chi si dichiara favorevole alle aperture domenicali e festive è cresciuta dal 65 al 67%, quasi sette italiani su dieci. Più o meno identica la quota (66%) di chi considera la libertà di apertura festiva un naturale processo di evoluzione sociale mentre si riduce chi la giudica un brusco cambiamento. Opinione diffusa soprattutto nelle fasce di popolazione con una minore scolarità, di età più anziana e residente al Nord Est. Il 63% degli intervistati non vorrebbe tornate indietro e ben il 68% dichiara di fare acquisti la domenica (per il 48% è un'abitudine) comprando soprattutto in supermercati (41%), centri commerciali (32%), punti vendita non food (10%), discount, outlet e negozi (9%). Apprezzando la comodità degli acquisti festivi considerati anche un modo per vivacizzare i centri storici.

«Non si capisce quindi - chiosa il presidente di Federdistribuzione - la resistenza di alcuni settori del commercio e dei sindacati alla liberalizzazione degli orari specialmente in un periodo in cui la crisi continua a deprimere i consumi e alla vigilia di un periodo natalizio nel quale, se le vendite si mantenessero ai livelli dello scorso anno, sarebbe già un positivo»

Da QN, 1 dicembre 2014

In Italia liberalizzazioni al palo

Giunto ormai all'ottava edizione (la prima risale al 2007), l'Indice delle liberalizzazioni realizzato dall'Istituto Bruno Leoni prende in esame 15 Paesi europei, studiati in dieci loro settori cruciali: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni.

Quello che ne risulta è un confronto tra economie che mira a evidenziare dove il mercato è più aperto e dove lo è meno.

Al primo posto anche quest'anno si colloca il Regno Unito, mentre l'Italia si piazza nella parte bassa della classifica, solo undicesima, poiché ottengono un punteggio peggiore soltanto la Danimarca, la Francia, il Lussemburgo e (ultima) la Grecia. In particolare, il nostro Paese ottiene risultati assai negativi - a indicare mancanza di libertà d'iniziativa per gli imprenditori e poca libertà di scelta per i consumatori - in ambiti quali il trasporto ferroviario (48%), la distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), le poste (59%), il mercato del gas naturale (60%) e le assicurazioni (60%).

Leggi il resto su Il Giornale, 1 dicembre 2014

Tagliare le tasse costa, liberalizzare no. Ecco una proposta di riforma “a costo zero” per il governo Renzi

«Le riforme strutturali veramente utili a rilanciare la ripresa, ma soprattutto a “costo zero” per la collettività, sono le liberalizzazioni». Ne è convinto Carlo Stagnaro, coordinatore del gruppo di lavoro dell’Istituto Bruno Leoni che ha curato l’Indice delle liberalizzazioni 2014, presentato a Roma giovedì scorso alla presenza del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi. «Ciò che emerge con chiarezza dallo studio è che l’Italia non è certo tra i primi paesi d’Europa per grado di apertura alla concorrenza», spiega Stagnaro a Tempi.it, «ma quel che è più preoccupante è che ciò avviene contemporaneamente al fatto che siamo, forse, il paese che sta facendo più fatica tra tutti quelli dell’Unione Europea a uscire dalla crisi; ciò a motivo di una somma di ragioni e di ritardi, di cui la scarsa concorrenza non è che uno tra i tanti».

Un Paese in ritardo
Secondo l’Indice, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio pari al 94 per cento. Seguono, a pari punti, al secondo posto i Paesi Bassi, la Spagna e la Svezia con il 79 per cento. Sul podio sale anche la Germania al 76 per cento. Chiude la classifica delle liberalizzazioni la Grecia al 58 per cento. L’Italia, invece, è ferma in ottava posizione al 66 per cento, in compagnia di Francia e Danimarca, ma dietro anche a Portogallo, Austria, Belgio, Finlandia e Irlanda.
«A ben vedere, la Germania non è poi così lontana», prosegue Stagnaro, «e condivide anch’essa con il nostro paese la domanda di ulteriori liberalizzazioni; ma noi soffriamo in maniera più patologica i ritardi di una scarsa concorrenza anche per via di una più complessa normativa del lavoro, di una pubblica amministrazione e burocrazia che non funzionano e una giustizia ancora troppo lenta. È normale che, in simili condizioni, il gap da recuperare se non si cambia qualcosa aumenterà sempre più».

Leggi il resto su Tempi.it, 29 novembre 2014

Siae, sconfitto il monopolio

Soundreef batte Siae. Punto. Palla al centro. Dunque, la società italiana, basata a Londra e fondata tre anni fa da Davide D'Atri e Francesco Danieli (rispettivamente 35 e 33 anni), ha sconfitto nettamente in sede legale l'ente di Viale della Letteratura.

Lo scorso 15 ottobre il Tribunale di Milano ha emesso il suo verdetto. "Non vi sono allo stato sufficienti elementi per ritenere che la diffusione di musica da parte di Soundreef nel territorio italiano sia illecita in forza della riserva concessa alla Siae dall'art. 180 L. Aut., né sembra infatti potersi affermare che la musica ... gestita da Soundreef e da questa diffusa in Italia in centri commerciali della Gdo e simili, debba obbligatoriamente essere affidata all'intermediazione di Siae. Una simile pretesa entrerebbe in conflitto con i principi del libero mercato in ambito comunitario e con i fondamentali principi della libera concorrenza". Bum! Anzi, bum-bum!

È questo uno dei passaggi chiave della decisione con la quale il Tribunale di Milano ha respinto le domande proposte da una cantautrice e da una radio In Store, la Ros & Ros, che avevano chiesto ai Giudici di inibire alla Soundreef la prosecuzione della propria attività in quanto a loro dire avrebbe rappresentato una violazione dell'esclusiva della Siae ed una condotta di concorrenza sleale. Come si legge nella nota stampa firmata da Soundreef, per ben due volte nella prima e nella seconda fase cautelare il Tribunale di Milano ha detto "no" alle contestazioni e censure mosse all'attività di Soundreef. Non solo: ha escluso la possibilità di addebitare a Soundreef qualsiasi modalità di "comportamento scorretto" che "per le modalità attuative, per la violazione della legge o delle regole nazionali" sia idoneo a provocare a terzi un danno ingiusto. I giudici, inoltre, hanno sottolineato e aggiunto che, dal momento che Soundreef è una collecting society inglese, "non può dirsi che ricorra un obbligo per le collecting society europee di operare in Italia solo tramite accordi dí reciprocità con la collecting society locale. Questa ipotesi si pone come facoltà rimessa alle parti, ma non come obbligo".

L'avvocato Guido Scorza, che ha assistito Soundreef nel procedimento, non ha esitato a parlare di "decisione storica", sebbene delineata all'interno di un procedimento cautelare, e ha aggiunto: "Il Tribunale di Milano ha scritto una pagina importante nella storia della libertà dei titolari dei diritti, che possono scegliere a quale collecting society affidare la gestione dei propri diritti. L'idea che possa essere lo Stato, riconoscendo un'esclusiva, a sostituirsi all'autore in questa scelta è, per un verso, anacronistica e, per l'altro verso, insostenibile sulla base delle regole del mercato unico europeo".

Soddisfatto Francesco Danieli, ceo di Soundreef: "Siamo sempre stati convinti che la concorrenza, anche nel mercato dell'intermediazione dei diritti d'autore, sia legittima ed auspicabile perché produce effetti positivi soprattutto per i titolari dei diritti, spingendo le collecting society ad operare meglio ed in condizioni di maggiore efficienza. La decisione del Tribunale di Milano ci conforta in questa nostra convinzione".

Con questa decisione del Tribunale di Milano si scrive un passaggio importante sul caldissimo tema dell'intermediazione dei diritti anche in Italia. Infatti, dopo la liberalizzazione ex lege nel mercato dei diritti connessi, un Tribunale riconosce che l'esclusiva della Siae nel mercato dei diritti d'autore è meno pervasiva e ampia di quanto, talvolta, si sia creduto e lasciato intendere. Non solo: ripropone proprio la necessità di un regime sempre più competitivo nelle collecting society, così da poter ridurre i 'carrozzoni' statali e/o parastatali, o comunque come sostenuto da più parti, in primis dall'Istituto Bruno Leoni posizioni di vantaggio incrostate da tempo.

Da HiTech Magazine, 28 novembre 2014

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

Ecco come è possibile intaccare i privilegi dei "soliti pochi"

L'Italia ha molti problemi economici, ma uno dei principali è anche tra i meno discussi: gli alti prezzi dell'energia elettrica. Gli italiani, e soprattutto le piccole e medie imprese, pagano le terze tariffe elettriche più salate d'Europa, dopo Danimarca e Cipro, e la loro bolletta è del 35 per cento sopra la media dell'Unione europea. Questo impone una significativa zavorra alla crescita: ecco perché il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha infine messo mano alla questione con una legge a lungo attesa e recentemente votata dal Parlamento.

La principale ragione del caro-energia è che Roma ha sempre trattato i consumatori elettrici alla stregua di un bancomat, una fonte facilmente accessibile per le risorse necessarie a finanziare gli obiettivi redistributivi dei politici e conquistare voti. Tutto iniziò all'epoca del monopolio, quando i dipendenti delle imprese pubbliche avevano diritto a prezzi scontati. Quel "diritto" è rimasto in vigore per gli ex dipendenti anche dopo la privatizzazione dell'operatore dominante e la liberalizzazione del mercato elettrico. Tale concessione a un gruppo di lavoratori è stata sussidiata dai consumatori fino a ora. Nel tempo, i sussidi si sono aggiunti ad altri sussidi che si sono aggiunti ad altri sussidi ancora.

Da quando il monopolio è stato superato, il governo ha mantenuto un ruolo centrale nella definizione dei prezzi, e lo ha utilizzato con generosità. Dal 1963 le Ferrovie pagano l'elettricità a prezzo ridotto. Più recentemente diversi settori industriali, e in particolare le imprese energivore, hanno ottenuto un trattamento preferenziale. I costi di rete sono superiori a quello che può essere considerato un ragionevole "livello efficiente", dato il profilo di rischio degli investimenti sottostanti. Tutto questo è sussidiato dal normale consumatore che deve pagare sempre di più.

A peggiorare le cose, i produttori rinnovabili italiani godono di quelli che sono forse i sussidi più generosi d'Europa. I sussidi alle energie rinnovabili valgono circa un quinto del costo dell'energia per il consumatore finale. La famiglia italiana tipo oggi paga circa 94 euro all'anno, in aggiunta alla propria bolletta, per sostenere le energie "verdi", contro i 31 euro all'anno del 2010. La crescita è stata particolarmente rapida in ragione degli incentivi al fotovoltaico, il cui impatto è salito a 21 euro/MWh nel 2013 da 5 euro/MWh nel 2010. Per ogni MWh solare, il produttore riceve sussidi che sono dalle cinque alle sette volte superíorí al valore dell'energia stessa. Roma fa gravare altre tasse e oneri sui consumatori elettrici, come le accise, una componente tariffaria per coprire i costi dell'uscita dal nucleare e una per sostenere la ricerca di sistema nel settore elettrico. Tutti questi oneri, che finanziano vari altri schemi redistributivi, spiegano circa la metà del gap tra i prezzi energetici italiani e la media europea. Le tariffe sarebbero "soltanto" del 17 per cento superiori, anziché l'attuale 35 per cento, se tali oneri fossero allineati alla media Ue. Il problema è diventato particolarmente serio con la recessione. La crisi economica ha abbattuto i consumi energetici. Di conseguenza i consumatori pagano sempre più sia perché la base dei gruppi sussidiati si è dilatata, sia perché il numero di quanti pagano prezzi pieni si va restringendo. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra gli interessi delle piccole imprese in affanno e quelli degli investitori finanziari sussidiati che ricavano il loro reddito da risorse sottratte forzosamente ai consumatori.

Fortunatamente, sembra che la tendenza stia cambiando. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha promosso un pacchetto di riforme, di cui fanno parte un decreto convertito in legge dal Parlamento il mese scorso e altre misure. A partire dalla fine del 2014, grazie a tali provvedimenti, l'ammontare dei sussidi ai vari gruppi di interesse si ridurrà di circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Si tratta grossomodo del 10 per cento del monte complessivo dei sussidi. L'obiettivo è ridurre i prezzi per i normali consumatori.

I precedenti tentativi di riforma hanno cercato di contenere il tasso di crescita dei sussidi, oppure di proteggere alcuni influenti gruppi di pressione dal peso di tasse e oneri, ma non hanno mai affrontato il relativo groviglio di sussidi che ha spinto le tariffe inesorabilmente verso l'alto. Il nuovo pacchetto è diverso perché aggredisce il problema a testa bassa e senza guardare in faccia a nessuno. Nessuno è stato risparmiato. Tutti i sussidi citati sono stati ridotti o rimodulati allo scopo di renderli meno onerosi per i consumatori. La riforma naturalmente ha generato grande scontento. I vari interessi particolari hanno fatto una rumorosa opposizione. Né, a dispetto di tutto il clamore, questa è una riforma perfetta. Secondo alcuni, i tagli avrebbero dovuto essere ancora più profondi. Ma il meglio non dovrebbe essere nemico del bene. Quello che realmente conta è che per la prima volta le piccole e medie imprese, anziché mettere mano al portafoglio, vedranno un beneficio concreto.

Anche in Italia, insomma, se ci sono volontà politica, visione e coraggio, i risultati possono essere raggiunti, e i "diritti acquisiti" dei cacciatori di rendite possono essere controbilanciati dalle istanze dei portatori del "dovere acquisito" di pagare il conto. Per parafrasare lo slogan elettorale di Renzi, almeno sulla politica energetica si sta cambiando verso.

Da Il Foglio, 3 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Italy Powers Down Energy Subsidies

Italy has many economic problems, but one of the most significant is also one of the least discussed: high electricity prices. Italians, and especially small - and medium-size companies, pay the third-highest electricity rates in the European Union, behind Denmark and Cyprus, and their power is 35% more expensive than the European Union average. This is a significant drag on growth, which is why Prime Minister Matteo Renzi is finally doing something about it in a long overdue law recently approved by the parliament.

The main reason for such high rates is that Rome traditionally regarded electricity consumers as the equivalent of an ATM, an easily accessible source of the funds they need to achieve the politicians' redistributive goals and win votes. This started in the era of state monopoly, when employees of state-owned utilities had a right to discounted electricity prices. That "right" was kept in place for former employees even after the privatization of the incumbent and the liberalization of the electricity market were enacted. This handout to a favored group of workers has been subsidized by all consumers until now. Over time, subsidies were added to subsidies that were added to subsidies.

Even since the monopoly was broken up, the government has retained a central role in rate setting, and has used that power generously. Since 1963, railways have enjoyed a discounted energy price. More recently, a number of industrial sectors, particularly energy-intensive industries, also receive preferential tariffs. Network costs are also above a reasonable "efficient level" given the risk profile of the underlying investments. All of this is subsidized by all the ordinary consumers who must pay more for power.

Making matters worse, Italian renewable generators enjoy what are perhaps the most generous subsidies in Europe. Renewable subsidies account for about one-fifth of the cost of energy to end consumers. The average Italian household now pays about €94 ($125) per year to support green energies on top of their energy bill, up from €31 per year in 2010. The growth has been particularly rapid for solar incentives, whose impact has grown to €21 per megawatt-hour in 2013 from €5 per megawatt-hour in 2010. For each solar megawatt-hour, the generator gets subsidies that are five- to seven-times higher than the average value of energy itself.

Rome piles other taxes and levies onto electricity consumers, such as an excise tax, a levy related to the costs of phasing out nuclear power and a fee to support general R&D in the electricity industry. All these levies, which fund various other redistributive schemes, account for about half of Italy's excess over the EU average. Electricity rates would be "only" 17% above average, rather than the current 35%, if these levies were equal to the EU average.

The problem has grown particularly serious since the recession. The economic crisis drove down energy consumption. Therefore Italian consumers pay more and more both because the base of subsidized groups has grown, and because the number of those paying full rates is shrinking. A new balance must be found between the interests of struggling small companies and subsidized financial investors that make their salary off resources forcibly taken from consumers.

Fortunately, the tide at last seems to be turning. Federica Guidi, Italy's minister for economic development, has promoted a reform package, which includes a decree converted into law by the parliament last month as well as other measures. Starting by the end of 2014, the reforms will reduce by approximately €1.5 billion per year the amount of subsidies awarded to various interest groups. This represents about 10% of the overall subsidy bill. The goal is to pull down prices for ordinary consumers.

Previous reform efforts have either tried to contain the rate of growth of subsidies, or shielded some powerful groups from the burden of taxes and levies, but these never addressed the underlying tangle of subsidies that have pushed rates inexorably higher. The new measure is different because it deals with the subsidy problem head-on, and for everyone. No special-interest group has been spared. All of the subsidies that have been mentioned above have been reduced or reframed in order to make them less onerous to consumers.

The reform has created a lot of discontent. Vested interests have noisily opposed it. Nor, for all their fuss, is this a perfect reform for consumers. Some argue that cuts should have been even deeper. But no one should make the perfect the enemy of the good. What really matters is that for the first time small and medium firms aren't paying the bill but rather will see a concrete benefit.

Even in Italy, if you have political will, a vision and courage, results can be delivered, and the "vested rights" of rent seekers may be counterbalanced by the voice of those who bear the "vested duty" of paying the bill. To paraphrase Mr. Renzi's electoral slogan, at least with regard to energy, the trend is being reversed.

Dal Wall Street Journal, 2 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

The failure of Germany’s green energy policies

You can’t have your cake and eat it too – even when it comes to energy. Germany has been a champion of the ‘green economy’ for the past decade, but now the time has come to pay the bill. And the country seems a very long way from capturing the supposed ‘double dividend’ – environmental sustainability and economic growth – that promoters of Energiewende (Berlin’s ‘energy revolution’) promised.

As the Wall Street Journal’s Matthew Karnitschnig reports, the cost of energy to German businesses has risen by 60 per cent in just five years, driven by subsidies and other costs (such as the financing of new infrastructure and addressing problems with system imbalances). The largest energy-intensive businesses are not yet feeling the pain, because they are granted an exemption from such surcharges, but even this may come to an end if the EU Commission rules that it represents unfair state aid. And if this doesn’t happen, small and medium enterprises will continue to bear a disproportionate share of the costs, becoming less and less competitive.

Even Angela Merkel, a strong proponent of Energiewende, has admitted it is not working as planned. Therefore a reform was passed in June, under which subsidies for new installations are capped and a new tax on self-consumption is introduced to achieve a fairer distribution of the renewable levies. But this is no solution: at best it will prevent the problem from getting even worse.

Read more, here: Iea.org.uk, 1 September 2014

Meglio vendere le caserme

Quante volte abbiamo sentito parlare, negli scorsi anni, della possibilità di dismettere le caserme inutilizzate? Grazie a un protocollo siglato con il ministero della Difesa, ora la palla passa al Comune, che è l’ente che può agire sugli strumenti di pianificazione urbanistica. Questo è un passaggio cruciale: il problema non è la proprietà della caserma, ma la sua destinazione d’uso. Visto che quest’ultima è determinata dalle autorità locali, tanto vale fare gestire a loro il processo di riqualificazione.

Il sindaco Pisapia ha parlato di restituire i siti militari inutilizzati alla città «come spazi verdi e servizi». Parliamo dei Magazzini di Baggio in via Olivieri e di piazza delle Armi in via Forze Armate (che, di fatto, appartengono allo stesso plesso) e della Caserma Mameli in viale Suzzani, non lontano da Niguarda. Nel primo caso il sindaco ha ipotizzato la creazione di un «parco in una zona di periferia», nel secondo «interventi di edilizia convenzionata, oltre al recupero di strutture per servizi sociali o per iniziative culturali». Pare non sia contemplata un’altra soluzione: la cessione di quelle aree ai privati.

Leggi il resto sul Corriere.it, 11 agosto 2014
Twitter: @amingardi

Il ragazzo ucciso dallo Stato fuorilegge (che vessa noi con gli ispettori)

La morte del giovane colpito dai calcinacci staccatisi dalla galleria Umberto di Napoli deve indurre a qualche riflessione, anche perché questo è solo l'ultimo di tanti episodi. Qualche anno fa fece discutere la morte di un ragazzo, Vito Scafidi, ucciso a Rivoli dal cedimento del soffitto dell'aula del liceo. La scorsa estate una donna morì a causa del crollo di un albero, che si abbatté sulla sua autovettura. Ma l'elenco di analoghe tragedie sarebbe troppo lungo.

Un dato è chiaro: l'apparato statale è esigente fino all'inverosimile nei riguardi dei privati, che vengono vessati da norme che - dalla famigerata 626 del 1994 in poi - quasi impediscono ogni genere di iniziativa, mentre è del tutto incapace di gestire in maniera responsabile ciò che è sotto il suo controllo. È di queste ore lo sfacelo del fiume Seveso, che è esondato a Milano causando danni di varia natura, e tale disastro è da imputarsi ad anni di incurie da parte delle amministrazioni pubbliche di ogni colore.
Tutto ciò è grave, dato che uno dei pilastri dei nostri sistemi politici - che si parli di rule of law, come nel mondo anglosassone, oppure di Stato di diritto, come da noi, in Francia o in Germania - è che tutti devono sottostare alle medesime regole. Non esiste insomma un sistema legale per i governanti e uno per i governati, ma l'intera società dovrebbe essere vincolata al rispetto delle stesse norme.

Leggi il resto su Il Giornale, 10 luglio 2014

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi (pochi) sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra.
Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale?

Leggi il resto su L'Intraprendente, 17 giugno 2014

Ecco perché il canone in bolletta è un “monstrum” giuridico

Certamente inserire il Canone Rai nella bolletta elettrica può essere il modo per sradicare una volta per tutte l’evasione, tra le più alte, della tassa di concessione televisiva. Peccato però che da punto di vista organizzativo, tecnico e persino giuridico l’operazione si presenti alquanto complessa. Innanzitutto c’è il problema delle società elettriche che non intendono fare la parte degli esattori, e se anche fosse pretendono di vedere riconosciuto questo lavoro. Poi c’è l’Authority dell’energia, che tra l’altro ha riformato proprio da poco la struttura delle bollette elettriche, per renderle più chiare e trasparenti, che sostiene che quella prospettata dal Governo (senza per altro consultarsi con l’Autorità stessa, non si capisce perché?) è difficile se non impossibile.

Puoi visualizzare il sondaggio qui.

Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia. E se adesso lo si infilasse davvero in bolletta “il canone diventerebbe un vero e proprio mostro giuridico”. 

Ibl indica tre motivi. Il primo. Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia.  

Secondo. L’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanti hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. “Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo – sottolinea l’Ibl -. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti”.  

Terzo punto. Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone. “Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono”. 

Conclude così il Bruno Leoni: “Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”. I legali dell’Assoelettrica a loro volta, per queste ed altre ragioni, hanno individuato diversi profili di incostituzionalità nel progetto del governo. Senza contare che le complicazioni sono tali e tante che già oggi è tecnicamente impossibile riuscire a rispettare la scadenza di gennaio, termine tradizionale del versamento del canone. Per questo i tempi ora si allungano, forse anche all’infinito – nonostante la “volontà politica” di andare avanti. Forse anche sino a far tramontare l’ennesimo progetto bello, ma solo sulla carta, al punto da essere irrealizzabile.

Da La Stampa, 26 novembre 2014

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Le frequenze? Sono beni economici, siano vendute

Per decenni, l'amministrazione dello spettro elettromagnetico è stata un affare relativamente semplice, dovendo accomodare quasi esclusivamente le trasmissioni radiotelevisive, tipicamente in regime di monopolio.
La nascita dell'emittenza privata, prima, e della telefonia mobile, poi, ha aumentato la domanda di banda, richiedendo e talvolta imponendo una cornice più articolata; al contempo, l'innovazione tecnologica ha fatto spazio per nuovi pretendenti, consentendo a parità di contenuti un più parco utilizzo delle risorse.

E' il tema del cosiddetto dividendo digitale: come distribuire tale sopravvenienza è materia controversa. Assegnarla alle comunicazioni mobili sulla scia del percorso intrapreso con la banda a 800 MHz nel nostro Paese, l'asta del 2011 ha fruttato all'erario quasi 4 miliardi oppure, proprio in considerazione di quell'ancora recente iniziativa, mantenere la ripartizione attuale fra telefonia mobile e televisione? La discussione - oggetto di uno studio dell'Istituto Bruno Leoni - ferve anche nelle sedi internazionali.

Alla Commissione europea va reso il merito di avere cercato una difficile mediazione, attraverso i lavori di un gruppo di alto livello in cui fossero rappresentate entrambe le prospettive: operazione riuscita in parte. Il compromesso prevede l'assegnazione alle comunicazioni mobili della banda a 700 MHz nel 2020, a fronte della garanzia di destinazione del resto della banda UHF ai servizi televisivi fino al 2030. Un progetto che, pur nella ricerca di equilibro, tradisce un pregiudizio di fondo: l'idea che il tempo della televisione tradizionale si stia esaurendo e che il futuro appartenga alle comunicazioni mobili, di cui sarebbe lungimirante rabboccare sin d'ora la dotazione di frequenze. Opinione plausibile, ma che non considera i costi della transizione e gli scenari alternativi: il mobile di domani non sarà quello di oggi e già s'intravvedono sviluppi che potrebbero contenerne le esigenze di banda. Tuttavia, più che nel merito, il problema è nel metodo.

È opportuno continuare a privilegiare decisioni centralizzate e neCessariamente arbitrarie, che sovrappongono le previsioni dei burocrati alle decisioni degli operatori economici? Le regole influenzano direttamente l'evoluzione tecnologica, con il rischio di alimentare un percorso circolare in cui non sono le risorse ad andare verso l'innovazione, ma l'innovazione a seguire l'assegnazione di risorse. Un approccio alternativo esiste.
Già nel 1959, il premio Nobel per l'economia Ronald Coase avvertiva che i diritti di utilizzo delle frequenze non sono che beni economici: e raccomandava, pertanto, il superamento del prevalente regime di concessione amministrativa con un sistema di diritti di proprietà chiaramente definiti e assegnati attraverso meccanismi d'asta. Questo secondo corno della lezione coasiana è stato assimilato dai decisori pubblici, pur con molto ritardo, una volta compresane la ricaduta finanziaria.

Viceversa, l'idea di diritti di proprietà sulle frequenze rimane inattuata. La normativa nazionale e comunitaria apre, in principio, al commercio delle frequenze, che sono, però, sottoposte a vincoli di durata e di destinazione d'uso. Un effettivo mercato dello spettro permetterebbe di destinare le frequenze agli usi più efficienti, meglio coordinando l'evoluzione tecnologica e quella industriale e riducendo l'impatto delle decisioni regolamentari.

Dal Corriere della sera, 27 ottobre 2014
Twitter: @masstrovato

Il (mal)trattamento del risparmio in Italia durante la crisi. Un confronto con l'Europa

Con la proposta di legge di stabilità 2015, la tassazione su alcune forme di risparmio rischia ulteriori incrementi, rendendo ancora più evidente, qualora ce ne fosse bisogno, il fatto che l’unico principio a guidare questi provvedimenti è quello di andare a recuperare risorse dove ancora ce ne sono, senza però compromettere l’afflusso di denaro verso il debito pubblico.

Nel Briefing Paper “Il risparmio in Italia, sempre più penalizzato” (PDF), Paolo Belardinelli, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, analizza il regime di tassazione del risparmio, anche in comparazione con altri Stati europei, e con particolare riferimento alle novità degli ultimi anni, che - sostiene Belardinelli - «hanno portato l’Italia a essere uno dei paesi più tassati (anche) da questo punto di vista. Con due aggravanti: la prima riguarda il fatto che questo aumento della tassazione non è stato accompagnato da alcun tipo di intervento volto a garantire almeno un certo grado di progressività del sistema, a dispetto di quanto invece accade all’estero.

La seconda aggravante risiede nella discriminazione delle aliquote a favore dei titoli pubblici, esasperata dal decreto legge del governo Renzi recentemente convertito in legge. Questa forma di repressione finanziaria, senza paragoni validi all’estero, è espressione chiara di uno stato concentrato più a tutelare il proprio debito che il risparmio dei cittadini. Il governo sfrutta il suo potere coercitivo per attirare a sé risorse che in una competizione alla pari non riceverebbe».

Il Briefing Paper “Il risparmio in Italia, sempre più penalizzato” di Paolo Belardinelli è liberamente disponibile qui (PDF).

La Sfinge e la Chimera: le procedure antitrust davanti alla Commissione europea

L’antitrust è un settore fondamentale dell’Unione europea, come è evidente dalla forza con cui le politiche concorrenziali hanno plasmato la struttura del mercato comune. La vigilanza delle pratiche concorrenziali è quindi determinante, nell’ambito europeo, per la vitalità delle imprese e del mercato. Desta quindi qualche perplessità che l’attività di controllo sia affidata a procedure che non rispondono pienamente ad un processo imparziale.

Nello Special Paper “The Sphynx and the Chimera: Antitrust Proceedings in the European Union” (PDF) Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni, esamina tali procedure chiedendo fino a che punto e con quali limiti esse siano rispettose dei principi basilari di giusto processo e separazione dei poteri di cui l’Unione stessa si fa portavoce, indicando qualche proposta di riforma per rendere le procedure antitrust compatibili con questi. Il paper è stato presentato e discusso in un seminario tenuto a Bruxelles il 15 ottobre scorso, al quale ha partecipato Paul Csiszar, Direttore della DG Concorrenza, Commissione Europea).

Lo Special Paper “The Sphynx and the Chimera: Antitrust Proceedings in the European Union” di Serena Sileoni è liberamente disponibile qui (PDF).

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

Le associazioni “Amici dell’Istituto Bruno Leoni” organizzano il “Liberiamoci Tour” con Pascal Salin

In un breve saggio ora tradotto in italiano da Liberilibri, Pascal Salin invita i lettori a prendere in mano la propria vita, abbandonando la logica della continua rivendicazione dei diritti per tornare ad essere liberi e responsabili.

In controcanto rispetto al famoso appello di Hessel, Salin ritiene che indignarsi non è degno degli uomini, i quali, essendo "figli della libertà", non debbono aspettarsi nulla dallo Stato se non la riduzione alla sottomissione.

Pascal Salin sarà ospite in Italia dell'Istituto Bruno Leoni per presentare Liberiamoci! a Lodi, Saluzzo e Brescia. Gli eventi sono organizzati dalle associazioni Lodi liberale, Bruno Leoni Society ed Essere liberali, che - insieme alle associazioni Adam Smith di Verona e Friedrich Hayek di Pisa - fanno parte della rete degli "Amici dell'Istituto Bruno Leoni", nata per promuovere a livello territoriale una discussione aperta alla realtà locale sui temi del libero mercato, della proprietà privata, della libertà di scambio e della concorrenza.

Pascal Salin è professore onorario presso l'Université Paris-Dauphine e già presidente della Mont Pèlerin Society, è uno dei capifila della Scuola austriaca di economia in Francia. È autore di numerosi libri, tra cui La tirannia fiscale (Liberilibri, 1996), Li­be­ralismo (Rub­bet­­tino, 2002), Globalizzazione e barbarie (Rubbettino, 2006), La concorrenza (Rubbettino, 2007) e Ri­tor­na­re al ca­­pi­talismo. Per evitare le crisi (Rub­­bet­tino, 2011).

Il coraggio del dissenso e l'Italia ottocentesca

La Libreria San Giorgio, piccola ma dinamica casa editrice di Varese, ha recentemente ridato alle stampe un paio di lavori di straordinario interesse, in cui sono inclusi scritti di due intellettuali (entrambi siciliani) tra i più originali e controcorrente dell'Italia post-unitaria. Il primo volume include una serie di testi di quello che fu senza dubbio il maggiore economista liberale dell'Ottocento, Francesco Ferrara (1810-1900), di cui qui sono stati raccolte in volume pagine di varia natura sotto il titolo Libertà in tutto e per tutti (pp. 308, 15 euro).

Scienziato sociale che ha introdotto nella nostra cultura le più alte espressioni della teoria economica e del liberalismo del tempo (e le sue introduzioni a quegli autori sono tuttora ricche di insegnamenti), Ferrara meritava questa edizione destinata a un lettore non specialista, dopo che un'iniziativa assai pregevole dell'Abi aveva compiuto lo sforzo di rendere disponibile agli studiosi l'insieme in ben quattordici volumi delle sue ricerche. Nelle pagine qui antologizzate si percepisce la ricchezza dei temi che hanno animato gli studi di Ferrara, che non soltanto ha avversato l'interventismo statale, il monopolio della moneta e il protezionismo, ma è stato pure uno strenuo fautore di soluzioni federali: fin da quegli anni Trenta del diciannovesimo secolo, quando chiese per la sua Sicilia il diritto di gestirsi da sé, sottraendosi al controllo del potere dei Borbone.

L'altro testo che come il primo è stato curato dallo storico Paolo Luca Bernardini s'intitola L'Italia nel 1898. Tumulti e reazione (pp. 197, 12 euro) e si deve alla penna di un intellettuale repubblicano, Napoleone Colaianni (1847-1921). Sul piano della cultura politica, potrebbe sembrare che pochi siano i punti di contatto tra il garibaldino e mazziniano Colajanni, che nel 1895 prenderà parte anche alla fondazione del partito repubblicano, e il liberista Ferrara che fu appassionato cultore di Smith e di Bastiat. Eppure non è così, dato in entrambi si riconosce un coraggioso dissenso verso le istituzioni e il potere. Il volume di Colajanni analizza la violenta repressione compiuta a Milano, nel maggio del 1898, dall'esercito comandato dal generale Bava Beccaris, quando dinanzi a una popolazione ribelle e affamata il governo retto da Antonio Di Rudinì rispose con i fucili, lasciando senza vita sul selciato molte persone. Dopo tutto questo, il generale ricevette pure dal primo ministro un telegramma che conteneva queste parole: «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria».

Colajanni non si limita a esaminare le vicende: le premesse dello scontro, i dati (assai controversi: neppure oggi si sa esattamente quanti furono i morti), le conseguenze di natura politica. Quella dello scrittore siciliano è pure una riflessione attenta sull'ordine politico e sociale del tempo, su una società che guarda alla libertà con terrore e in tal modo finisce per delineare un'alternativa secca tra reazione e rivoluzione.

Pur tanto diversi tra loro, questi volumi ci restituiscono un'immagine analogamente cupa dell'Italia di secondo Ottocento: ben lontana dalle rappresentazioni celebrative. Viene alla luce un Paese chiuso in se stesso, controllato da élite inadeguate, incapace di cogliere le opportunità del tempo e dare spazio alla libertà d'iniziativa, indisposto al dialogo e retrivo anche quando si vuole aperto al progresso e alla modernità. È insomma un'Italia, quella ottocentesca, che per certi aspetti ricorda da vicino l'attuale. In entrambi gli autori è poi forte la convinzione che una società più matura esiga un diverso protagonismo dei ceti che la compongono e delle differenti realtà locali. Questo è vero in generale, ma soprattutto per un Paese tanto complesso e articolato quanto il nostro. Ed è anche per tale ragione che la lezione di questi due grandi siciliani rimane così attuale.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 20 dicembre 2014
Twitter: @CarloLottieri

No taxation without representation: a proposito delle parole di Rossella Orlandi

Ogni tanto gli errori sono rivelatori. Ad un convegno  all’Aquila, la direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi ha dichiarato che l’evasione «mina il patto sociale, attenua il senso di appartenenza. Gli americani lo avevano capito due secoli fa, con il programma politico del no representation without taxation».

Azzardiamo che se effettivamente di “no representation without taxation” si fosse trattato, la storia sarebbe andata ben diversamente. I coloni americani sarebbero probabilmente stati ben felici di non essere rappresentati, se ciò li avesse liberati dal giogo fiscale inglese. Lo stesso vale per tanti italiani di oggi, anche fra i contribuenti più ligi e leali.

Infatti, ovviamente non di “no representation without taxation” si tratta - ma di “no taxation without representation”. E invertendo l’ordine dei fattori, il risultato cambia ed eccome.

Costretti dalla politica fiscale e mercantile stabilita da un governo e un parlamento sulla cui composizione non avevano voce in capitolo, dalla seconda metà del 1700 i coloni americani cominciarono a manifestare verso Londra segni di insofferenza crescenti sino a dichiarare l’indipendenza.

Nel 1765, lo Stamp Act aveva infatti introdotto una tassa su qualsiasi foglio stampato circolante in America, per sostenere le spese per le truppe stanziate in Nordamerica a difesa delle colonie. I coloni, già insofferenti all’esazione fiscale e alle politiche doganali imposti oltreoceano, rivendicarono con vigore che il Parlamento inglese non poteva imporre tasse a chi non era da esso rappresentato. Era l’inizio dell’indipendenza americana, nel solco della stessa tradizione inglese che, col Bill of Rights, aveva sancito il principio del consenso sull’imposizione fiscale e, quindi, della riserva impositiva ai rappresentanti del popolo. Portando a compimento un senso di estraneità rispetto alla madrepatria dovuto all’assenza di diritto di voto sul Parlamento di Westminster, i coloni davano il via a un’avventura indipendentista che, come spesso succede, ha trovato proprio nella vessazione fiscale la miccia per brillare.

Questa riflessione sul legame tra rappresentanza e tassazione nasce in un contesto e per uno scopo completamente opposto rispetto a quello a cui la direttrice dell’Agenzia delle Entrate ha voluto piegarlo. E infatti l’ha proprio dovuto piegare, girandolo sottosopra. In un dibattito pubblico serio, le parole sono importanti e hanno un peso. Va da sé che indicare al pubblico ludibrio gli untori che diffondono la peste che erode il patto sociale, non è contribuire a un dibattito serio. 

Il maxi trattato conviene?

Le truppe si schierano per la campagna 2015. Generali, battaglioni organizzati ma tra loro molto diversi, commandos e cecchini. Da una parte c'è chi dice no a un accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti ("Transatlantic trade and investment partnership", o Ttip) che favorirebbe i secondi e soprattutto le multinazionali di entrambe le coste, avrebbe da noi costi enormi sul fronte di lavoro, salute e ambiente. Sono i sindacati europei, i nuovi no global con siti agguerriti, poi la sinistra radicale e decine di organizzazioni di consumatori che hanno raccolto oltre un milione di firme in tutta Europa per bloccare il mega negoziato e che venerdì 19 dicembre scendono in piazza per una manifestazione in coincidenza con la riunione del Consiglio europeo a Bruxelles.
Sullo stesso fronte, ma agitando armi diverse come populismo e nazionalismo, stanno Marine Le Pene l'estrema destra europea, la Lega di Matteo Salvini e il movimento dí Seppe Grillo. Ma anche a livello di politici europei non esiste unità totale. La Francia, con la sua tradizionale anima antiamericana, non vede di buon occhio le conseguenze del trattato di libero scambio. La Germania di Angela Merkel, tra l'altro colpita dal Datagate, l'anno scorso molto convinta, mostra segni di preoccupazione e gli economisti si arrovellano per capire se la sua industria ne trarrà reale beneficio. Più ottimisti inglesi, spagnoli e polacchi, questi ultimi veri entusiasti del libero mercato.
Determinatissimi i grandi manager dí entrambe le sponde dell'Atlantico e, in genere, gli americani. I primi puntano a esportare di più a costi inferiori. I secondi ricercano uno schieramento occidentale da contrapporre a Russia e Cina.
Oggi che il commercio è un'arma tanto letale quanto bombardieri e bazooka, un bacino di libero scambio come l'Europa integrata costituirebbe una munizione geopolitica fondamentale, liberando gli Stati Uniti da eventuali ricatti da Oriente. Senza contare che il Ttip riguarderebbe circa la metà del Pil mondiale e influenzerebbe l'intero commercio mondiale.

E l'Italia? Nel semestre di presidenza in via di conclusione ha provato a portare a casa qualche risultato, ma si è dovuta scontrare con le elezioni di mid-term in America e il cambio di Commissione a Bruxelles. Comunque il premier Matteo Renzi sostiene che un accordo Ttip è «una priorità assoluta». Suo portabandiera è il viceministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, 41 anni, senatore di Scelta civica, ex manager di Ferrari, Sky e Confindustria,secondocui «bisogna fare in fretta, cercare di chiudere entro i primi mesi del 2016 perché le presidenziali Usa e soprattutto la trattativa di Washington per un accordo commerciale transpacifico con alcuni Paesi asiatici potrebbero tagliarci fuori». In mezzo al campo di battaglia 800 milioni di cittadini e consumatori ignari. Sentono parlare di Ttip, ricordano il Gatt e il Wto, sigle da farsi venire l'orticaria, e si chiedono: ma a noi cosa cambia? Cerchiamo intanto di capire a che punto siamo. La trattativa va avanti da diversi mesi e solo da poco il parlamento europeo ha ottenuto la rimozione del segreto dai documenti dei negoziatori. Un passo decisivo sotto il profilo democratico e anche della comunicazione. Assurdo pensare che le burocrazie di Washington, dove il capo negoziatore è il rappresentante per il Commercio, Michael Froman, e di Bruxelles, dove il testimone è appena passato al neo commissario per il Commercio, Cecilia Malmstrom, potessero chiudere in gran segreto un accordo che riguarda alcune centinaia di milioni di persone. L'eventuale trattato dovrà poi essere approvato dal Parlamento europeo e ratificato da quelli nazionali. Ma che arrivi fino in fondo è ancora tutto da vedere.

Meno dazi per tutti
Nei sette round finora tenuti (il prossimo è atteso tra fine gennaio e inizio febbraio) si sono escluse come da mandato vincolante alcune materie tipo cultura e audiovisivi, l'accesso indiscriminato agli Ogm (organismi geneticamente modificati), i servizi pubblici. Si è cominciato a discutere di abolizione dei dazi, puntando su un accordo trasversale che riguardi tutti i settori, anche se la palla è in mano agli americani dopo l'offerta formulata dagli europei i dazi sono oggi diffusi e in qualche caso elevati, ma ancor più ardue da superare sono le barriere non tariffarie, regolamenti e requisiti tecnici: secondo le stime costituirebbero mediamente il 41 per cento dei costi addizionali con picchi nell'aerospazio, i macchinari, la biochimica e l'alimentare.
In sei settori, a detta di Calenda, le trattative sono abbastanza avanzate: auto, chimica, farmaceutica, dispositivi medicali, tessile e cosmetici. Si tratta di settori dove l'esigenza è armonizzare gli standard di produzione e consentire la distribuzione dello stesso prodotto su entrambi i mercati. Prendiamo le automobili, il settore che secondo un rapporto del think tank londinese Cepr sarebbe quello che avrebbe più da guadagnare, con future esportazioni che per l'Europa crescerebbero anche del 40 per cento. Oggi negli Usa e in Europa esistono regole diverse per esempio su sicurezza, collaudi e crash test, visto che in alcuni Stati americani non sono obbligatorie le cinture di sicurezza e quindi gli airbag sono più grossi, così come più robusti sono i rivestimenti interni. I costruttori devono produrre spesso due modelli diversi per i mercati in questione. Ci sono motorizzazioni differenti, valutazioni diverse sugli standard di emissioni inquinanti, in America è più usato il cambio automatico. E sensibilmente diverse sono le barriere tariffarie: l'auto europea paga un dazio del 10 per cento quando arriva oltre Oceano, quella americana è soggetta solo al 2,5 per cento.

La sfida dell'Italian Food
Il monumento al quale tutte le imprese alimentari guardano è il negozio Eataly di New York. Se riuscissero ad arrivare in tutta l'America come sulla Quinta Strada verserebbero fiumi di prosecco. Difficile, ma non impossibile. Questo negoziato, che a noi interessa più di ogni altro, è complicato da barriere di tutti i tipi e ci vorrà un piccone pesantissimo per abbatterle. Tra Italia e Stati Uniti, ricorda Paolo De Castro già ministro e oggi coordinatore della Commissione agricoltura del parlamento europeo, c'è un saldo commerciale attivo per 2,5 miliardi sui beni alimentarie un saldo negativo di 450 milioni per quello agricolo. «C'è un potenziale enorme perché agli americani piacciono i nostri prodotti e la loro economia sta andando bene, però....». Però? Ci sono barriere le più disparate: da quelle tariffarie, sanitarie e fitosanitarie a quelle tecniche tipo richieste di standard, certificazioni, packaging, etichettatura. C'è in sostanza una cultura diversa del cibo e un'attenzione diversa per gli effetti sulla salute. Molti sono i divieti all'importazione: niente formaggi fatti con latte crudo; in alcuni Stati è obbligatorio arricchire la pasta con vitamine; ci sono limiti nella vendita di carne e prodotti derivati; l'olio d'oliva deve essere privo di residui del pesticida clorpirifos etile, consentito in Europa. L'ortofrutta è ammessa solo se è presente un importatore munito di una licenza speciale rilasciata dal dipartimento agricolo locale e nelle grappe la quantità massima di alcool metilico autorizzato è inferiore che da noi. Poi esiste un problema più generale. Negli Stati Uniti i controlli sull'alimentare sono effettuati soltanto a valle e la prova della nocività è a carico del consumatore, non del produttore. In pratica non ci sono verifiche intermedie su come è prodotto il cibo che arriva nel piatto e se non danneggia immediatamente l'organismo allora è considerato vendibile. In caso di problemi, sarà a carico del consumatore dimostrare passati 20 anni che quell'alimento o quel materiale è dannoso. Nel frattempo il produttore può venderlo indisturbato, come è successo con la carne agli ormoni. In Europa invece vige il principio di precauzione: se esiste il sospetto che un alimento possa essere dannoso, allora è a carico del produttore rimuoverlo immediatamente.
C'è inoltre il nodo delle indicazioni geografiche, come il Grana Padano o il Parmigiano reggiano, prodotti unici, sulle quali gli europei e gli italiani in particolare insistono mentre gli americani non capiscono. Un puzzle gastronomico complicato da comporre e far digerire. Un ultimo caveat per il nostro agrobusiness: se l'industria alimentare italiana potrebbe risultare vincente dalla liberalizzazione dei mercati, secondo tutti i rapporti, a soffrire sarà certamente quella agricola di base, già ad oggi troppo debole per competere a livello internazionale e bisognosa di riconversione.

La lezione del tessile
Il vero punto interrogativo è proprio chi guadagnerà davvero da questa maxi zona di libero scambio: la guerra dei numeri è già iniziata. «Semplice: a vincere saranno i settori in cui le due aree sono più bravi, a soffrire quelli in cui i rispettivi produtto? ri sono già adesso più deboli», riassume Carlo Stagnaro, economista del think tank Bruno Leoni e consigliere del ministero per lo Sviluppo economico: «L'importante è che i governi si organizzino per gestire il passaggio dal vecchio al nuovo modello di scambio e aiutare chi lavora in settori che non sopravviveranno».
Secondo il rapporto a cui fa riferimento l'Ue, quello del Cepr, l'accordo metterebbe nelle tasche degli europei 500 euro l'anno in più e aumenterebbe le dimensioni dell'economia del vecchio Continente di 120 miliardi di euro e quella americana di 95 miliardi. A stare invece all'analisi condotta dalla Tufts University del Massachusetts, i guadagni derivanti dalle esportazioni non sarebbero evidenti: le economie scandinave e i paesi del Nord europa perderebbero sia in termini di Pil che di esportazioni nette a favore degli Usa. E perfino il reddito da lavoro dei cittadini ne soffrirebbe: i francesi avrebbero 5.500 euro l'anno in meno, í paesi scandinavi 4.200 e anche i lavoratori tedeschi si ritroverebbero con un reddito più leggero di 3.400 euro. Tra i più fortunati, nonostante tutto, gli italiani, che nella peggior delle ipotesi perderebbero "solo" 600 euro l'anno non andandosi a scontrare frontalmente in settori in cui gli Usa sono molto competitivi. Complessivamente però la perdita di posti di lavoro in Europa sarebbe stimabile tra le 450 mila unità (Cepr) e le 600 mila (università di Tufts). Si tratta di uno scenario poco piacevole per un'Europa già messa in ginocchio da un tasso di disoccupazione crescente, che nessuna politica nazionale ha saputo neutralizzare. «Un esempio di quel che potrebbe accadere lo abbiamo visto nel 2005 con lo scadere dell'accordo che limitava l'importazione di prodotti tessili in Europa», spiega Monica di Sisto, responsabile italiana di Stop Ttip: i benefici ottenuti dall'alta moda non hanno compensato il crollo del tessile causato dai manufatti a basso costo provenienti dalla Cina. In un'economia debole la domanda nazionale per prodotti a basso valore aggiunto potrebbe mettere in ombra quella per prodotti ad alto valore aggiunto di cui, nel caso della moda, Italia e Francia sono leader. E il saldo netto tra import e export, alla fine, potrebbe essere negativo.

Sindacati addio?
Ancora più dell'industria, il punto su cui si concentrano le critiche al Trattato sono i servizi e gli appalti pubblici, temi delicati perché coinvolgono direttamente i soggetti pubblici.
Per quanto riguarda i servizi, sarebbero teoricamente esclusi dal mandato negoziale ma, secondo i documenti ottenuti da sindacati e associazioni non governative, sarebbero lo stesso finiti nelle trattative, inclusi quelli essenziali per l'interesse pubblico come il trattamento dei rifiuti e l'acqua. Da definire ci sarebbero poi i servizi finanziari. In questo caso è l'Europa che ha le regole meno stringenti e i cui governi stanno facendo pressione su Washington per un ritorno alla deregolamentazione pre2008, anno della crisi finanziaria che ha travolto le due coste dell'Atlantico. Sul tema degli appalti, invece, a preoccupare è l'asimmetria che si starebbe delineando nei negoziati. Gli Usa consentirebbero l'apertura del mercato alle aziende europee solo a livello federale, escludendo quello statale, dove si concentrano gli investimenti in infrastrutture. Gli europei invece permetterebbero alle aziende americane di aggiudicarsi appalti pubblici perfino nei Comuni.
Infine, c'è il lavoro. Gli Stati Uniti non aderiscono a cinque delle otto convenzioni promulgate dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) perché in conflitto con la loro legislazione che tutela meno fattori come i diritti sindacali, gli scioperi, il lavoro dei minorenni e il diritto a una remunerazione uguale a parità di lavoro. Si tratta di elementi fondamentali della legislazione europea su cui rischierebbero di scontrarsi le aziende Usa che si trovassero ad operare in Europa e che dunque vorrebbero che il trattato modificasse.
Tra tanti dettagli si annida un rischio ulteriore: quello di un latente sgretolamento della struttura del mercato unico europeo, sul cui altare negli ultimi decenni tanto è stato sacrificato. Perché se aumenterà l'interdipendenza commerciale dei singoli Stati europei con gli Usa, sarà inevitabile una diminuizione di quella interna all'Unione. E in un'epoca in cui il commercio è anche identità politica e strategia militare, varrebbe forse la pena farci attenzione.

Da L'Espresso, 19 dicembre 2014