I lacci che frenano la banda larga

Oggi si tiene il Cdm nel quale il governo dovrebbe chiarire i contenuti del suo piano sulla banda larga, che molte perplessità ha destato, e nel merito delle voci che sono circolate, e sul metodo. Ci sono punti di contatto tra questa vicenda e quella Rai Way-EiTowers di cui il ministro Padoan ha scelto di parlare nella sua intervista di domenica col Corriere. «Rientra nelle logiche del governo ha detto verificare quali partecipate possano creare valore che serva ad abbattere il debito ed aumentare l'efficienza».

A dire il vero proprio la risposta che il mercato ha dato all'offerta su Rai Way, con l'immediato aumento dei valori delle aziende, sia quella soggetto sia quella oggetto dell'offerta, sta a dimostrare che la creazione di valore è possibile, non in astratto, ma proprio nel caso in esame. Questa risposta dovrebbe lusingarlo: nonostante fossero ben noti, sia il vincolo del 51%, sia - come dire? - le sensibilità politiche che vengono eccitate alla sola ipotesi di una trattativa tra un'azienda di Silvio Berlusconi e il governo (e non solo), il mercato evidentemente condivide gli obiettivi di fondo del governo, e crede che li raggiungerà, superando sia paletti posti in fase di quotazione di Rai Way, sia ostracismi pregiudiziali.

La questione che pone il ministro è di carattere generale. Un'azienda che il mercato considera non scalabile è quotata a sconto, il che comporta che per lei il costo del capitale è maggiore. Quando nella compagine azionaria c'è un azionista messo lì apposta per impedire scalate ostili, bisogna essere consapevoli che questo ha un costo, particolarmente rilevante per le aziende che detengono monopoli che la lunga permanenza nelle partecipazioni statali ha resi «naturali», e alle quali si chiedono significativi investimenti infrastrutturali.

È evidente il riferimento a Terna e a SnamReteGas, dove il 30% circa posseduto dalla Cassa depositi e prestiti è lì a dissuadere, per conto del Tesoro, chi avesse intenzioni ostili.

Con il che ritorniamo a Rai Way: i suoi tralicci sono di proprietà (almeno al 51%!) di Rai, la quale, come è noto, fino alla legge Gasparri, era di proprietà della Stet. Dipende quindi da una decisione dell'antenata di Telecom il fatto che in Italia il segnale televisivo venga trasmesso via etere, quello Rai fin dall'inizio, quello Mediaset finito il regime delle cassette trasportate col motorino. Mentre in altri Paesi, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, soggetti diversi dal concessionario telefonico costruivano reti via cavo per trasmettere il segnale televisivo, da noi non si poteva, perché la legge (d.lgs73 del febbraio 1991) riserva al concessionario delle telecomunicazioni il diritto esclusivo di scavare e mettere reti. Erano reti a cavo coassiale, oggi facilmente trasformate in rete a fibra ottica: in quei Paesi c'è quindi concorrenza tra due reti a banda larga, una condizione che, come nota OfCom, ha contribuito moltissimo ad aumentare diffusione e qualità della connettività. Farebbe solo peggio il governo se, per correggere gli interventi dei governi passati, volesse farne di analoghi oggi, nella vicenda della rete a banda larga: non è senza difficoltà che siamo usciti dal monopolio frutto della politica industriale del secolo scorso, non è il caso di ricominciare a pianificare assetti di mercato, men che meno di usare le tecnologie come grimaldello per realizzarli. Il governo fissi gli obiettivi, prestazionali, temporali, economici.
Tocca alle aziende scegliere le soluzioni tecnologiche e gli assetti societari atti a raggiungerli: a sorvegliare già ci sono le autorità, sulla concorrenza e di settore, italiane e, se non bastasse, comunitarie. Senza dimenticare che, come non c'è un'unica tecnologia non c'è neanche un unico tipo di consumatore.
C'è anche concorrenza tra i modi in cui ciascuno può impiegare il proprio tempo e spendere i propri soldi: ed alla fine sono proprio quelle scelte a determinare i «valori», ed è anche da quelle scelte che dipende l'efficienza del Paese. Cioè gli obiettivi indicati dal ministro.

Dal Corriere della sera, 3 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Liberalizzazioni, i farmacisti non mollano: «Apriremo 3mila negozi»

Processo ai farmacisti: «Il titolo di farmacista è come un titolo nobiliare che viene trasferito di padre in figlio, senza concorso: non conta la laurea e quanto hai studiato, contano solo criteri ereditari e di censo. E’ una cosa abominevole», accusa Davide Gullotta, catanese, giovane presidente della Federazione nazionale delle parafarmacie. E dalla grande distribuzione, catene come Coop o Conad, rincarano la dose: «Col ddl concorrenza si è persa un’occasione». E ancora: i titolari di farmacia, «si preoccupano di mantenere i loro privilegi di casta ed economici» più che pensare ai cittadini, sostiene Sergio Imolesi, segretario generale di Ancd Conad. Sul fronte opposto i titolari di farmacia fanno muro.

«Non siamo noi che freniamo le liberalizzazioni, il nostro è un settore abbondantemente liberalizzato da anni ed a breve apriranno pure le 3000 nuove farmacie volute da Monti», spiega Annarosa Racca, presidente di Federfarma, la federazione dei titolari di farmacia. «Noi come federazione non freniamo nulla. Non ci siamo mai schierati, né rispetto a ricorsi alla Corte di giustizia europea né su quelli presentati alla Corte Costituzionale, compresa la recente pronuncia sui farmaci di fascia C», assicura di suo Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli ordini. Che intanto, però, siede pure in Parlamento in qualità di senatore di Forza Italia. E se gli si fa notare che lui potrebbe essere la personificazione della lobby dei farmacisti risponde: «Direi proprio di no. Gli ordini sono enti nati nel 1947 per tutelare i cittadini, non siamo certo un sindacato. Il sindacato è una cosa diversa».

Il business della fascia C
L’ultima «pietra dello scandalo» è rappresentata dalla mancata liberalizzazione dei farmaci di fascia C a totale carico dei consumatori. Un business che da solo vale circa 3 miliardi di euro l’anno, ovvero il 17% delle vendite totali di farmacie e parafarmacie (22 miliardi, di cui 16 di prodotti strettamente farmaceutici). Il ministro dello Sviluppo ha provato a porre la questione, nonostante a luglio la Corte Costituzionale avesse avallato come «non irragionevole» l’esclusione delle parafarmacie, ma ha dovuto rinunciarvi. Ovviamente parafarmacisti e grande distribuzione non accettano che Federfarma abbia avuto la meglio. «È illogico e fuorviante perseverare nella difesa corporativa di chi gode di rendite di posizione ormai anacronistiche – spiega Imolesi -. Il mercato dei farmaci di fascia C è monopolio delle farmacie tradizionali, un mercato a cui evidentemente non intendono rinunciare, anche se produce inefficienze e prezzi alti, spesso inaccessibili alla fasce più povere della popolazione».

Leggi il resto su Il Secolo XIX, 2 marzo 2015

Lavoratori e imprese prigionieri delle leggi

Massimo D'Antona e Marco Biagi erano due giuslavoristi: e furono uccisi il primo nel 1999 e il secondo nel 2002 da terroristi di estrema sinistra. Basta questo richiamo evidenziare come il diritto del lavoro si collochi, nel nostro Paese, al centro di forti tensioni ideologiche. E il riferimento a quei momenti drammatici della nostra storia civile aiuta pure a comprendere perché è stato tanto macchinoso il processo che ha portato all'approvazione dei primi due decreti attuativi di quella riforma del mercato del lavoro (il cosiddetto "Jobs Act") che ora inizia a produrre qualche effetto. È ancora presto però per dire se gli aspetti positivi prevarranno su quelli negativi, oppure se non sarà l'opposto.

Sul piano politico, la vertenza tra le due sinistre (quella "di governo" di Matteo Renzi e quella "di opposizione" interpretata soprattutto dal leader della Fiom, Maurizio Landini) ha riproposto il contrasto ben noto tra chi ritiene che l'economia abbia proprie leggi e chi invece pensa che sia possibile creare posti anche senza sviluppo e ignorando le esigenze delle imprese, che hanno costantemente bisogno di ripensarsi, assumere e licenziare, modificare i rapporti di lavoro e via dicendo. Con la riscrittura dell'articolo 18 nei casi ordinari (quando, in particolare, non si è di fronte a comportamenti discriminatori) l'azienda che vuole licenziare potrà farlo, purché compensi in termini economici chi perde il posto.
Il dipendente non è insomma più reintegrato, ma ottiene unicamente una riparazione di tipo monetario. Questo può permettere maggiore flessibilità e favorire assunzioni, dato che viene meno ogni elemento di perpetuità nel rapporto di lavoro.Abbiamo insomma un contratto a tutele crescenti che non assicura ai neo-assunti la medesima protezione data ai lavoratori ordinari e quindi può spingere le imprese ad avere nuovi dipendenti. La speranza del governo è che vi siano meno garanzie, ma anche più occupati.

La polemica ideologica
La polemica ideologica che ha opposto "realisti" e "utopisti" in tema di licenziamento ha però creato una sorta di nebbia che ha coperto altri aspetti importanti della riforma e dei due decreti attuativi: elementi che sono invece destinati a pesare in maniera significativa sulla vita di molti. È ad esempio pericolosa la decisione di introdurre un nuovo sostegno al reddito per i disoccupati involontari. Con grande buonsenso, molti anni fa Milton Friedman rilevò che se si tassa chi lavora e al contrario si danno soldi a chi è disoccupato, non ci si deve poi sorprendere se cresce il numero dei "senza lavoro".
Questa scelta rischia allora di essere devastante per l'occupazione, oltre che perle casse pubbliche. Per giunta, tutto ciò è fatto nel momento in cui si è deciso di cancellare l'istituto dei co.co.pro.: i collaboratori coordinati a progetto.
Una trappola concettuale Secondo Renzi e il ministro Giuliano Poletti, l'abolizione di tale forma di impiego precario porterà a moltiplicare i contratti a tempo indeterminato, ma questo è tutto da dimostrare. Lo stesso governo che tanto ha polemizzato con i demagoghi avversi a ogni cambiamento è poi caduto in una trappola concettuale molto simile, quasi immaginando che una legge possa creare posti. L'eliminazione di quelle figure contrattuali, infatti, è figlia dell'illusione che si possa dettare alle aziende quali rapporti devono intrattenere con i collaboratori. Il risultato è che alcuni di loro verranno assunti, altri probabilmente si lanceranno nel mare periglioso delle partite Iva (offrendo dall'esterno la collaborazione all'impresa) e molti altri, però, non vedranno rinnovare il contratto e non troveranno alcuna altra forma di reddito.

A quale destino vanno incontro, ad esempio, tutti quei contratti a progetto che non sono regolamentati da contratti collettivi e che comunque producono ricchezza? Siamo proprio sicuri che le aziende interessate decideranno di assumere tutti a tempo indeterminato? È proprio irragionevole chi teme che l'esito sarà una consistente riduzione del numero dei posti di lavoro? Come ha dichiarato Giuliano Cazzola, davvero «sembra avventuroso pensare di liquidare la partita dicendo che una gran parte di questi lavoratori diventeranno lavoratori a tempo indeterminato». Il governo medesimo sa bene come la riforma possa creare disoccupazione e non a caso ha previsto incentivi di natura fiscale, che senza quella consapevolezza non sarebbero in alcun modo giustificati: anche perché falsano la competizione tra imprese. Ma questo legislatore che delinea scenari e s'immagina di compensare con una mano quello che sta togliendo con l'altra ha tutta l'aria di un apprendista stregone: un pianificatore che non può conoscere il futuro e che appare ignaro della complessità di un'economia guidata in larga misura dalle innumerevoli decisioni quotidiane assunte da chi consuma, produce e vende.

In sostanza, se da un lato il Jobs Act allarga taluni spazi di contrattazione (aiutando il mondo del lavoro a trovare soluzioni organizzative migliori), dall'altro, però, ne chiude altri e in particolare fa compiere qualche passo indietro rispetto a ciò la legge Biagi del 2003 aveva introdotto. Più in generale, sul piano culturale questi decreti risentano fortemente di una logica anti-mercato diversa da quella dell'e strema sinistra più ideologizzata, ma non per questo non priva di pericoli. L'impianto continua infatti a prevedere istituti ben definiti e forme contrattuali prefabbricate, rigettando l'ipotesi di una vera autonomia negoziale.
Una volta di più, avremo imprese e lavoratori che vorrebbero "incontrarsi", ma che non possono farlo perché il contratto che li soddisferebbe non è previsto dalla legge. Perché questo diritto del lavoro non si limita a escludere alcune soluzioni, lasciando che quanto non è espressamente proibito sia ammesso. Esso invece ritiene opportuno definire quali contratti sono possibili. Tale ricerca di una "semplificazione" delle forme contrattuali si mette però di traverso a un'evoluzione della società globale che, al contrario, esige forme di relazione economica sempre più "à la carte".

Un cambiamento a metà
Nel quadro di cambiamenti ormai accelerati, la pretesa dei legislatori di guidare dall'alto l'evoluzione dei rapporti di lavoro è ingiustificabile. Finora molti si sono illusi che un riformismo socialdemocratico, determinato a sbarrare la strada a illusioni di stampo peronista e a nostalgie da socialismo reale, potesse bastare a rimettere in piedi la situazione. La drammatica situazione in cui viviamo ha però bisogno di ben altro. E c'è da augurarsi che chi può intervenire lo faccia, comprendendo come un realismo a metà incapace di restituire la libertà contrattuale alle parti e alla loro libera negoziazione sia oggi del tutto inadeguato ad aiutare la ripresa.

Da La Provincia, 1 marzo 2015

Un agile manuale per smascherare i cretini di sinistra

C' è un libro che dovete tenere sul comodino. Lì dentro c'è tutto. E se non fosse stato scritto più di trent'anni fa da un signore che si chiama Sergio Ricossa, forse ci vergogneremmo di essere così espliciti.

Si chiama Straborghese ed è stato ripubblicato da quei pazzi dell'Istituto Bruno Leoni. Dicevamo che dentro c'è tutto il pensiero liberale. Sia quello economico, Ricossa è un grande economista, sia quello filosofico. Se esistesse un esame di liberalismo (che orrore il solo pensiero) i 17 capitoli dovrebbero essere mandati giù a memoria. Oggi ne vogliamo utilizzare solo uno, ma vi promettiamo che, a piccole e sapide dosi, ci ritorneremo. Prendiamo il decimo capitolo: «Quel che il borghese deve sapere sugli intellettuali di sinistra?».
Ci fornisce mille spunti: da Gino Paoli che fa il fenomeno con i soldi in Svizzera alle conventicole dei fighetti alla Grinzane. In italia ci sono cinquanta sfumature di rosso nell'essere intellettuali, ma mai una che si discosti dal colore predominante. Fu Umberto Eco a teorizzare riguardo all'elettore tipo di centrodestra: «Che senso ha parlare a questi elettori quando ignorano anche il titolo di molti giornali italiani e non sanno di che tendenza siano, e salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina?».

Leggi il resto su Il Giornale, 1 marzo 2015

Delega fiscale: il fisco non sia né consulente né giudice

Disegnando il percorso futuro della delega fiscale – un percorso degno di un bradipo - il presidente del Consiglio ha detto che il fisco prossimo venturo sarà “consulente” e “giudice”.

Come giudicare il fisco immaginato dal governo in carica? Se le parole hanno un senso, il fisco prossimo venturo potrebbe somigliare tanto, troppo, a quello che abbiamo alle spalle. E che da decenni costituisce uno delle principali zavorre del paese.

Consulente è il professionista cui si ricorre per pareri, chiarimenti o consigli. Solitamente, di un professionista c’è tanto più bisogno quanto più la questione in discussione è opaca, astrusa, ambigua. Aggettivi che – come qualunque contribuente sa – ben definiscono l’attuale normativa fiscale. Quindi, il governo non ci sta promettendo una normativa fiscale fatta di poche regole chiare, intellegibili da parte di ogni contribuente. Anche il più sprovveduto. In grado di dare certezza ai rapporti fra fisco e contribuente. Al contrario ci sta anticipando uno, cento mille “740 lunari” (qualcuno lo ricorda?) decifrati, tradotti in volgare ed interpretati, caso per caso, dall’Amministrazione fiscale. Come oggi e, se possibile, anche peggio. Difficile chiamarla riforma.

E che dire del “fisco giudice”? L’amministrazione fiscale italiana è nota per la straordinaria attitudine a svolgere tutte le parti in commedia. Essa suggerisce (quando ne ha bisogno) le norme al potere esecutivo o al potere legislativo. Le scrive quando necessario (cioè sempre). Le interpreta quando lo ritiene più opportuno. Le applica spesso e volentieri come ritiene più opportuno. Si preoccupa della fase dell’accertamento e della riscossione. Interviene nel momento della sanzione. Tutela i diritti del contribuente (sic!). Qualche tempo fa aveva anche provato ad occuparsi direttamente della fase giurisdizionale. Uno Stato nello Stato che recentemente trovava espressione fisica nell’essere il direttore dell’Agenzie delle Entrate, il presidente di Equitalia nonché il Garante del contribuente. Bene, il presidente del Consiglio ci comunica che così sarà anche in futuro. E che non avremo, come un paese civile, una giurisdizione tributaria autonoma ed indipendente di fronte alla quale l’amministrazione fiscale ed il contribuente possano presentarsi con uguali diritti e doveri. Perché – questo ci dice il presidente del Consiglio – pubblico ministero e giudice saranno la stessa persona. Veramente difficile definirla una riforma.

Le capacità mediatiche del presidente del Consiglio sono note. E allora delle due l’una. O intendeva comunicare esattamente quel che ci ha comunicato. O comunicava qualcosa chi gli era (e presumibilmente gli è tuttora) ignota. Difficile stabilire quale delle due situazioni sia preferibile.

Le capacità mediatiche del presidente del Consiglio sono note. E allora delle due l’una. O intendeva comunicare esattamente quel che ci ha comunicato. O comunicava qualcosa chi gli era (e presumibilmente gli è tuttora) ignota. Difficile stabilire quale delle due situazioni sia preferibile. 

Bisogna «liberalizzare» gli istituti

Nella «Buona Scuola» campeggia, tra le altre, l'idea di valutare il Corpo docente in base al merito. Una ovvietà, in termini di principio. Chi mai può essere contrario? Il punto è come sì fa. Gli scatti di anzianità, così lontani dall'ideale meritocratico, sono nati proprio sull'idea che la qualità della prestazione fosse proporzionale all'esperienza.

La riforma del merito si sostanzierà probabilmente nell'introduzione di valutazioni periodiche e crediti formativi e didattici, sulla scia in parte di quanto sta avvenendo nel settore universitario. Dell'annuncio di una «buona scuola» fondata sul merito restano due perplessità, una di coerenza interna, l'altra più generale. Dal punto di vista della coerenza, mentre il governo dichiara la fine dei reclutamenti straordinari e il regime concorsuale, tipicamente meritocratico, provvede anche a stabilizzare 150 mila precari. Per risolvere una situazione di eccezionalità perenne, il piano, anch'esso eccezionale, deroga fin da subito al principio: meritocratico dell'assunzione per concorso. 

Da un punto di vista più generale, la valutazione dell'offerta didattica è intrinsecamente un esercizio fallace. Non solo perché l'apprendimento è un'attività infinita e incasellarlo in valutazioni preconfezionate è un attività per definizione incompiuta. Ma anche perché la «bontà» di un insegnante, il suo merito e le ricadute che la sua attività avranno sugli adulti di domani sfuggono a unità di misura oggi.

Meccanismi di verifica periodica e costante e conseguenti premialità sono certamente, e in astratto, uno stimolo a lavorare bene e meglio, purché si sia consapevoli che nessuna valutazione sarà mai perfetta. Ma anche questa è una ovvietà. Rispetto all'imprevedibilità del fenomeno dell'apprendimento, l'unico antidoto è dare lo spettro più ampio di possibilità di scelta. L'autonomia scolastica e le scuole private ne sono indici. Ma si può fare ancora molto in Italia, ad esempio riconoscendo l'home schooling o le scuole libere, autonome nell'offerta didattica anche se finanziate dallo Stato.

Da Panorama, 26 febbraio 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Liberalizzazioni dimezzate. Così funziona la lobby del rinvio

È solo un caso se in Italia, che ha il numero di farmacisti più alto d'Europa, ben 79mila contro i 72mila della Francia o i 52mila della Germania, non si riesce più a fare passi avanti sul fronte delle liberalizzazioni di farmaci e farmacie? Dal 2006, ovvero da quando il decreto Visco-Bersani ha aperto la prima breccia istituendo le parafarmacie, in questo campo l'apertura alla concorrenza s'è fermata. Ci aveva provato Monti nel 2011 a proporre di rendere libera la vendita dei medicinali di fascia C, ma poi ha dovuto fare dietrofront. E stessa sorte tocca ora a Renzi, che pure l'altro giorno ha iniziato a incrociare le spade con molte lobby varando un disegno di legge che interviene in tanti settori e intacca molti privilegi. Una cura di cui l'Italia ha particolarmente bisogno se si considera che il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa con un indice di apertura alla concorrenza del 66%, stima l'Istituto Bruno Leoni, contro il 94% del Regno Unito. Solo Grecia e Lussemburgo fanno peggio di noi.

Medicina amara
Non solo sulle farmacie non si passa, ma non è passata nemmeno la richiesta avanzata a suo tempo dall'Antitrust di aumentare la diffusione di prodotti equivalenti, misura che oltre a disturbare i farmacisti non fa piacere nemmeno all'industriali del settore che sfornano prodotti "firmati" ben più cari. Cassate pure le proposte che puntavano ad aumentare il numero dei punti vendita. Potenza della lobby forse oggi tra le più potenti del Paese, ma non certo l'unica ad essersi attivata in queste settimane. Non importa che anche nelle parafarmacie e nei corner dei supermercati sia presente un farmacista e non importa che per questo genere di prodotti (antidolorifici e anti infiammatori) serva comunque la ricetta medica: è bastato evocare il rischio di favorire un abuso di farmaci su larga scala, e tirare il ballo il ministro della Salute Lorenzin (che non ha indugiato un attimo a schierarsi coi farmacisti, anziché coi loro clienti), per stroncare ancorà una volta l'idea di sbloccare la vendita dei farmaci di fascia C.

Uber resta al palo

I taxisti non hanno dovuto fare lo stesso can-can. O meglio è bastata bloccare Torino per mezza giornata per mandare a "quelli di Roma" un messaggio chiaro: volete che vi blocchiamo il Paese nell'anno dell'Expo? Detto fatto, l'articolo che doveva fare cadere le barriere che ostacolano l'attivita di Uber o dei noleggi con conducente è svanito. Rinviato ad una legge delega già prevista dal Milleproroghe, si è affrettato ad assicurare il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Intanto la questione è stata rinviata.

Salvi porti e aeroporti
Rinviata anche la riforma del porti che, tra l'altro, avrebbe certamente guastato molti affari a tante autorità semplicemente impedendo a questi enti di gestire direttamente l'attività portuale o di farlo indirettamente attraverso società controllate che svolgono attività industriali o commerciali (altra richiesta specifica dell'Antitrust). Anche in questo caso Lupi ha spiegato di aver in cantiere una legge ad hoc avendo così buon gioco nel pretendere lo stralcio. Mai entrate nel menù nemmeno le richieste dell'Antitrust sugli aeroporti (gestione aree commerciali messe a gara) e sul trasporto pubblico locale.

Il muro di Comuni
L'Antitrust nella sua segnalazione annuale, che ha fatto da guida al lavoro dei tecnici del ministero dello Sviluppo, tra l'altro aveva evidenziato «la necessità di intervenire nei servizi pubblici locali e nelle società pubbliche al fine di superare quel "capitalismo pubblico" che non consente di raggiungere adeguati livelli di efficienza e di qualità dei servizi». Ed in particolare, nel comparto del trasporto locale, proponeva aprire a imprese diverse dai concessionari pubblici servizi di carattere, commerciale come i trasporti turistici e i collegamenti con porti, aeroporti e stazioni ferroviarie, prevedendo anche la possibilità di fornire servizi fn sovrapposizione alle linee gestite in regime di esclusiva. Niente da fare anche in questo caso in cui non è difficile intravedere lo zampino del "partito dei sindaci", sempre geloso delle attività delle partecipate. Come del resto sui rifiuti, le cui attività di raccolta andrebbero messe una buona volta a gara.

Ania passa all'incasso
Anche norme come quelle sulle assicurazioni, che prevedono un severo giro di vite sulle truffe, anche se vengono presentate come importanti risultati à favore dei cittadini, lette con gli occhiali delle associazioni dei consumatori si trasformano in un "bel regalo" per la potentissima lobby delle assicurazioni, che questa volta sarebbe riuscita a far passare la legge scritta dalla loro associazione di categoria, l'Ania, garantendosi così un forte taglio dei rimborsi. Mentre i paventati sconti sulle tariffe rischiano di essere vani-* ficati dall'aumento dei costi a cominciare da quelli legati all'installazione della scatola nera. Infine va detto che anche edicolanti e librai, questa volta l'anno fatta franca, ma in questo caso più che le pressioni dei settori interessati ha fatto premio la situazione ancora molto disastrata in cui versa il nostro comparto editoriale. Ovviamente la carica delle lobby non è finita. Adesso il disegno di legge arriva in Parlamento e il ministro dello Sviluppo Federica Guidi è preoccupata. Tanto più che tra la bozza iniziale e il ddl approvato venerdì si sono già persi per strada almeno 15 articoli sui 50 previsti.

Da La Stampa, 23 febbraio 2015

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Farmacie, rivoluzione a metà. Esclusiva per le medicine da banco ma via libera ai soci di capitale

I farmaci da banco non escono 'dalle farmacie, dovranno essere venduti solo lì. Invece nelle farmacie potranno entrare le società di capitale. Una liberalizzazione a metà quella varata dal governo nella seduta di venerdì scorso. Un piccolo passo sul fronte dell'apertura del mercato confermato anche dalla cancellazione del divieto sul vincolo delle quattro licenze per la titolarità delle farmacie.
Tutto contenuto nel ddl concorrenza che «potrebbe portare ad un aumento del Pil fino a 2,6 punti in 5 anni», grazie ad un provvedimento che punta a «far calare le tariffe o diminuire i prezzi e aprire pezzi di mercato», come ha detto il ministro dello Sviluppo Federica Guidi.

Nella lenzuolata è previsto anche che non sarà più necessario il notaio per quelle compravendite il cui valore totale non arrivi a 100 mila euro: si potrà ricorrere anche al solo avvocato. Con il ddl un pacchetto di misure per la comparabilità delle offerte sull'Rc auto: sono previsti sconti obbligatori da parte dell'assicuratore nel caso in cui l'assicurato accetti alcuni strumenti come la scatola nera a bordo o il controllo preventivo dei veicoli. O, ancora, sarà possibile avere soci di capitale all'interno di società di avvocati. Per le srl, per una serie di atti laddove è prevista la firma digitale quest'ultima diventerà sostitutiva del ricorso al notaio e all'atto pubblico. Nei fondi pensione sarà favorita la portabilità. Il provvedimento ha anche eliminato la riserva legale alle poste sul recapito degli atti giudiziari che l'Italia aveva in comune solo con Ungheria e Portiallo.

Insomma, qualcosa si muove. Ma la strada da fare è ancora lunga. Non a caso, secondo il rapporto annuale dell'Istituto Bruno Leoni, l'Italia resta anche nel 2014 agli ultimi posti in Europa per le liberalizzazioni, solo Lussemburgo e Grecia fanno peggio. Si salvano le telecomunicazioni e l'energia. Per il resto, in termini relativi, il nostro Paese è in fondo alla classifica nel settore delle televisioni e nella penultima posizione in tre comparti: carburanti, lavoro e poste. Un ritardo, riporta Bankitalia, che sui mercati e sulla competitività ci costa l'8% del Pii. E invece il Ddl sulla concorrenza, tante volte annunciato, resta ancora al palo.

Sono molti i settori che sulla carta dovrebbero essere attraversati e in qualche caso rivoluzionati: assicurazioni, farmacie, energia, pompe bianche, trasporti pubblici locali, editoria, commercio. I consumatori aspettano. «Stiamo parlando di misure che potenzialmente possono essere utili a rilanciare la ripresa, a costo zero per la collettività», osserva Serena Sileoni, vice direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni che ha curato l'Indice delle liberalizzazioni 2014 confrontando il livello di deregulation dell'Italia con quello di 15 partners europei. «Però, è necessario fare dei distinguo aggiunge il vice direttore perché nel Ddl ci sono alcune misure strutturali, mentre altre sono di "manutenzione", vedi quella sulle banche, che hanno più che altro un valore simbolico».

Emblematico, in questo senso, appunto il caso delle farmacie. Un settore nel quale nel fine settimana si è riaperto lo scontro frontale tra chi è favorevole alla vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, prodotti con obbligo di prescrizione medica non rimborsabile, e chi è contro. Il dato che salta subito agli occhi non è di poco conto: ovvero, nel nostro Paese cresce la povertà sanitaria, per cui una fascia di popolazione non è più in grado di acquistare medicinali, nemmeno quelli con ricetta medica, a causa di ticket e super ticket. Nel 2014 sono aumentate del 3,86% le richieste di farmacia gli enti caritatevoli da parte di persone indigenti: si è passati dai 2.943.659 confezioni di medicine richieste nel 2013 ai 3.057 del 2014 (fonte: Rapporto Donare per curare Osservatorio sulla donazione dei farmaci del Banco Farmaceutico Onlus). E' evidente che di fronte a questi numeri, una "vera" liberalizzazione del mercato dei farmaci, come è accaduto in Europa peraltro, può fare una reale differenza per il cittadino, considerato che tale spesa costituisce il 16,7% di quella farmaceutica totale, cioè 4,3 miliardi di euro (Fonte: Assosalute).

Un altro nervo scoperto riguarda i carburanti dove non esiste ancora oggi una normativa omogenea a livello nazionale, perché le singole regioni hanno legiferato in materia causando pesanti squilibri nella rete distributiva. Di fatto, le nuove norme si sono tradotte ín barriere di ingresso al mercato nei confronti di nuovi operatori limitandone l'effettiva concorrenzialità. Una criticità non da poco sia per i cittadini che in questo modo non ricevono alcun beneficio, sia per il Paese che non è nelle condizioni di innovarsi e di migliorare la propria efficienza, condizione indispensabile anche per la modernizzazione e la crescita del commercio.
Addirittura, si stima che se la quota dí "pompe bianche" della Gdo raggiungesse il 10%, come in Germania, il risparmio conseguibile sarebbe nell'ordine di 190 milioni di euro. In questo senso, è sufficiente guardare le politiche messe in campo dai principali operatori della Grande distribuzione italiana che adottano un comportamento molto aggressivo sui prezzi, variando il prezzo della benzina il giorno immediatamente dopo i cambiamenti che avvengono sui prezzi internazionali. Sono i primi che adeguano i listini contro una media di 3-4 giorni dei concorrenti.

Un altro tema dolente, infine, sono gli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali. Qui più che di liberalizzazione c'è il rischio invece di un ritorno al passato. Attualmente, l'Italia ha pienamente deregolamentato gli orari, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevant conseguenze economiche, manon solo: «L'autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda- conclude Sileoni-Ma anche se non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l'occasione di decidere autonomamente í giorni e gli orari diapertura, resta comunqueundato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali».

Da Repubblica, 23 febbraio 2015

«Le lenzuolate non daranno crescita. Anche Renzi ha ceduto ai ricatti»

Renzi fa un lifting alla sua immagine di premier dalle molte idee e dai pochi fatti, si rafforza a livello internazionale e firma un provvedimento che osa là dove neppure Monti, ex commissario Ue e alla concorrenza, si era spinto. Ma non è abbastanza. Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, da studioso e propugnatore del libero mercato giudica così il disegno di legge sulle liberalizzazioni del governo.

E' un provvedimento che farà, come annunciato, da volano alla ripresa?
«E' solo un passo avanti. Ma guai a sedersi sugli allori».

Per realizzare numeri da vera ripresa accorrerebbero misure più decise e coraggio di affrontare le lobby. Il coraggio è mancato anche stavolta?
«Sui farmaci di fascia C, sullo sconto per i libri e sulla vendita dei giornali indubbiamente hanno vinto le pressioni. E censurabile l'atteggiamento del ministro Lorenzin che ha impedito la vendita dei farmaci di fascia C anche nelle parafarmacie dove, comunque, al banco c'è un laureato in farmacia che garantisce lo stesso servizio che può offrire un farmacista proprietario. Lo stesso si può dire per il ministro Lupi che si è opposto all'obbligo di gara per i servizi ai porti. Insomma, è paradossale che la componente di destra di questo governo che dovrebbe rappresentare l'anima più liberale, abbia frenato certe liberalizzazioni».

Sull'altro fronte Renzi ho ceduto alla lobby che vince sempre dai tempi di Bersani, itassisti. Uno sciopero durante l'Expo non poteva permetterselo...

«Sotto ricatto è stata persa una grande occasione di prendere atto del mondo che cambia e del fatto che le tecnologie (leggi: Uber) non si possono fermare. Ma ha saputo dare un grande schiaffone alle Poste, grandissima lobby, e ha mandato un segnale ai notai. In questo, il ministro Guidi ha dimostrato più coraggio dei suoi predecessori, incluso Passera che ora la critica».

E' una riforma da presentare all'Europa con successo?
«Assieme al jobs Act rafforzerà Renzi a livello internazionale. Ma attenzione: come per la riforma delle banche popolari, in Parlamento sarà un Vietnam se il governo non esercita la sua "moral suasion"»

Che cosa potrà accadere al ddl nel cammino parlamentare?
«Di solito le leggi non vengono mai migliorate. Renzi, però, non dovrebbe aver problemi a sinistra perché questo provvedimento assomiglia molto alla lenzuolata di Bersani. Il mio timore è che compaiano manine».

Il termine non è casuale.
«Già, ci sono sempre manine invisibili che consegnano emendamentini a favore di questo o quello. Renzi è bravissimo in tv, meno nel gioco del presidio parlamentare. Dovrà impegnarsi».

In sintesi, à un provvedimento all'altezza del nomea pecco di troppa timidezza?
«La mia opinione è positiva perché questo è il primo governo che dà seguito alla legge del 2009 che obbliga a presentare ogni anno un disegno di legge sulla concorrenza. E, finalmente, Renzi ci presenta un testo e non si nasconde dietro le solite slides. Merito, immagino, del ministro dell'Industria, Federica Guidi».

Questo è il giudizio di metodo. Nel merito?
«Sono in massima parte buone norme, che libereranno risorse per cittadini e imprese. Si tratta di passi importanti. Ma, da sole, non faranno la 'crescita'».

Rispetto alle liberalizzazioni degli altri, qual è l'elemento macroscopico che o noi manca?
«Tanti, sicuramente la semplificazione. Abbiamo troppi vincoli, una fiscalità ottundente e tante, troppe norme incomprensibili. Bisogna rendere più facile fare impresa e questa è la madre di tutti i problemi».

Da QN, 21 febbraio 2014

Italia inferno fiscale

Che l'Italia non fosse un paradiso fiscale era chiaro a tutti da tempo. Ora, una ricerca del centro studi ImpresaLavoro (un think tank di recente costituzione presieduto da Massimo Blasoni) giunge addirittura alla conclusione che il nostro Paese sarebbe la maglia nera in Europa: un autentico inferno fiscale che disincentiva a risparmiare, lavorare, investire.

Frutto dell'elaborazione di indagini appositamente condotte da studiosi (o gruppi di studiosi) di dieci Paesi, la ricerca ha esaminato il sistema tributario del Vecchio continente valutando quattro distinti parametri: la tassazione complessiva; la struttura dell'imposizione così come è descritta dall'Itr in rapporto al reddito tassabile da lavoro, capitale e consumi; la complessità amministrativa delle procedure burocratiche necessarie agli adempimenti tributari; il livello di decentramento e concorrenza tra i governi locali. Il risultato è inequivocabile e colloca al primo posto la Svizzera e, in fondo alla classifica, oltre a noi, anche i cugini francesi.

Nel «pesare» i diversi elementi che definiscono l'indice finale, un rilievo inferiore è stato attribuito alla concorrenza tra ordinamenti fiscali, dal momento che si tratta di un dato che condiziona l'imposizione (dove c'è più competizione territoriale, il prelievo tende a essere minore) e non già di un elemento che descrive l'imposizione stessa. Ma è fuori di dubbio che mettere in concorrenza le amministrazioni locali, come avviene in Svizzera, aiuta a contenere il prelievo.

Lasciando da parte il caso elvetico, davvero assai peculiare e comunque esterno all'Unione, lo studio evidenzia come situazioni in qualche misura avvantaggiate siano quelle dei Paesi ex-comunisti: Lituania e Repubblica Ceca, ma perfino Bulgaria e Romania. In vari casi lì si è avuto il coraggio di operare scelte radicali che non disincentivassero le attività economiche (la flat tax , ad esempio) e favorissero una semplificazione del prelievo. Ora i risultati si vedono.

Leggi il resto su Il Giornale, 21 febbraio 2015

Liberalizzazioni promosse su notai, avvocati ed energia voti bassi a banche, taxi e tlc

«Colossale bufala», provvedimento «dannoso» o «deludente»: le associazioni dei consumatori bocciano quasi su tutta la linea il disegno di legge sulle liberalizzazioni approvato venerdì dal governo. E la Cgia di Mestre rincara la dose: 20 anni di liberalizzazioni non hanno portato alcun vantaggio ai consumatori, anzi «a eccezione di medicinali e telefonia, i prezzi e le tariffe sono aumentati in misura maggiore dell’inflazione». Al contrario, il provvedimento presenta più luci che ombre per l’Istituto Bruno Leoni, che dal 2007 monitora annualmente l’andamento della concorrenza in Italia e in Europa attraverso la pubblicazione dell’Indice delle liberalizzazioni.

Dipende dalle aspettative, spiega il vice direttore generale dell’Istituto, Serena Sileoni: «È un provvedimento omnibus, un intervento di manutenzione: le riforme organiche vanno fatte invece in maniera approfondita, coinvolgendo direttamente i ministeri interessati. Piuttosto, va dato atto al governo di aver finalmente fatto fronte a un obbligo che era stato ignorato dal 2009, e cioè quello di presentare un testo di legge annuale sulla concorrenza sulla base della segnalazione dell’Antitrust. Le segnalazioni sono sempre arrivate, le leggi no, in totale spregio di un principio basilare, per il quale anche il governo è soggetto al diritto. Solo che un provvedimento a cadenza annuale non può che essere un intervento di manutenzione». Il che non significa che il ddl sia il migliore possibile, precisa Sileoni: «Ci sono diverse cose di cui si nota l’assenza, dal momento che se ne era annunciata la presenza. Mi riferisco alle norme sulla trasparenza nei servizi pubblici locali, al capitolo porti, che è scomparso, al capitolo taxi: quella dei tassisti è una battaglia di retroguardia, rispetto alla quale questo disegno di legge non è riuscito a prendere una posizione chiara e coraggiosa».
A questo proposito, ieri il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha annunciato che un provvedimento di regolamentazione del rapporto tra taxi e Ncc arriverà entro la fine dell’anno.
Guardando però invece alle norme che ci sono, l’Ibl dà un giudizio nel complesso positivo: vanno nella giusta direzione le disposizioni sulla portabilità dei fondi pensione, sulle Poste, sui contratti per le forniture di elettricità, sulle professioni, dagli avvocati (che possono costituire società con soci di capitali, non solo professionisti) ai notai, e anche sulle farmacie, perché se non c’è l’attesa liberalizzazione dei farmaci di fascia C c’è però la possibilità per le società di essere titolari di una farmacia.

Profondamente critiche invece le associazioni dei consumatori. Il Codacons sullo sconto sull’Rc Auto per chi installa sulla propria auto la “scatola nera” parla di «colossale bufala» a danno dei cittadini, perché il costo del dispositivo è ben superiore alla riduzione del premio. Per l’Unione Consumatori il ddl «è una vergogna quando non, addirittura, dannoso, come nel caso dell’abolizione del regime di maggior tutela su energia e gas». Norma criticata anche da Federconsumatori e Adusbef, perché «rischia di essere esclusivamente un regalo ad aziende che determinano decine e decine di migliaia di contenziosi». Le due organizzazioni concordano con il Codacons sulla bocciatura delle norme sull’Rc Auto e sottolineano la delusione per «lo stralcio dei farmaci di fascia C». In un tweet il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan si scaglia invece sulla norma sulla portabilità dei contributi: «È il colpo di grazia ai fondi pensione. Regalo a banche e ad assicurazioni».

Da Repubblica, 22 febbraio 2015

Falso in bilancio: il volume d'affari non è una colpa

Se c’è un’arte nella quale il legislatore è bravissimo, è quella di complicare le cose. È come se da tempo chi scrive le norme avesse dichiarato guerra alla linearità e al buon senso.

Prendete il caso del falso in bilancio, a cui già abbiamo dedicato l’editoriale di due settimane fa, e sul quale nel frattempo il governo pare aver messo a fuoco il suo provvedimento.

Lo ricordiamo: il falso in bilancio è già oggi un reato, anche dopo la modifica del 2005. Tale fattispecie è però ampiamente modulata e graduata. L’intenzione ora, come noto, è quella di aggravare la sanzione e allineare le diverse ipotesi a un’unica categoria di delitto, con eliminazione delle soglie di non punibilità.

Poiché si possono falsificare i bilanci in maniera più o meno grave, il governo sarebbe intenzionato a proporre l’introduzione di una distinzione della pena sulla base del volume di affari. Tuttavia, collegare l’offensività della condotta al volume d’affari vuol dire disancorare la stessa alle intenzioni e alle volizioni di chi l’ha posta in essere, e al tempo stesso discriminare le imprese sulla base di un indice dimensionale. 

Falsificare le informazioni contabili richiede, per definizione, l’intenzionalità, il desiderio di mentire. Si possono avere informazioni non veritiere perché false, o perché invece sono sbagliate. Individuare come differenziazione il volume d’affari e al tempo stesso introdurre la procedibilità d’ufficio rischia invece di non consentir più, nella pratica, la distinzione tra le due ipotesi.

Checché ne dicano i mozzorecchi, circoscrivere con sufficiente precisione il reato di falso in bilancio e le sue gradualità è essenziale. Ma sostituire criteri automatici come le soglie con altrettanti criteri automatici e scollegati dall’offensività concreta del reato non sembra la soluzione migliore. In realtà, la soluzione migliore sarebbe quella più semplice e lineare: collegare il reato alla presenza di danneggiati (parte lesa del falso), e quindi evitare di renderlo procedibile d’ufficio. Altrimenti, basterà una mera irregolarità contabile per essere perseguiti, e la gravità della sanzione sarà stabilita non dalla gravità del danno, ma dalle dimensioni della società. 

Come abbiamo già scritto, affidare a una decisione d’ufficio, senza alcun filtro, l’avvio delle indagini può comportare un eccesso di discrezionalità per la autorità di polizia tributaria e inquirenti rispetto al quale i cittadini e le imprese faticherebbero a trovare rimedio e tutela. Che alla contestazione del fatto così come descritta consegua la comminazione di una pena sulla base del volume d’affari sembra un motivo in più per diffidare di questa riforma.

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

I lacci che frenano la banda larga

Oggi si tiene il Cdm nel quale il governo dovrebbe chiarire i contenuti del suo piano sulla banda larga, che molte perplessità ha destato, e nel merito delle voci che sono circolate, e sul metodo. Ci sono punti di contatto tra questa vicenda e quella Rai Way-EiTowers di cui il ministro Padoan ha scelto di parlare nella sua intervista di domenica col Corriere. «Rientra nelle logiche del governo ha detto verificare quali partecipate possano creare valore che serva ad abbattere il debito ed aumentare l'efficienza».

A dire il vero proprio la risposta che il mercato ha dato all'offerta su Rai Way, con l'immediato aumento dei valori delle aziende, sia quella soggetto sia quella oggetto dell'offerta, sta a dimostrare che la creazione di valore è possibile, non in astratto, ma proprio nel caso in esame. Questa risposta dovrebbe lusingarlo: nonostante fossero ben noti, sia il vincolo del 51%, sia - come dire? - le sensibilità politiche che vengono eccitate alla sola ipotesi di una trattativa tra un'azienda di Silvio Berlusconi e il governo (e non solo), il mercato evidentemente condivide gli obiettivi di fondo del governo, e crede che li raggiungerà, superando sia paletti posti in fase di quotazione di Rai Way, sia ostracismi pregiudiziali.

La questione che pone il ministro è di carattere generale. Un'azienda che il mercato considera non scalabile è quotata a sconto, il che comporta che per lei il costo del capitale è maggiore. Quando nella compagine azionaria c'è un azionista messo lì apposta per impedire scalate ostili, bisogna essere consapevoli che questo ha un costo, particolarmente rilevante per le aziende che detengono monopoli che la lunga permanenza nelle partecipazioni statali ha resi «naturali», e alle quali si chiedono significativi investimenti infrastrutturali.

È evidente il riferimento a Terna e a SnamReteGas, dove il 30% circa posseduto dalla Cassa depositi e prestiti è lì a dissuadere, per conto del Tesoro, chi avesse intenzioni ostili.

Con il che ritorniamo a Rai Way: i suoi tralicci sono di proprietà (almeno al 51%!) di Rai, la quale, come è noto, fino alla legge Gasparri, era di proprietà della Stet. Dipende quindi da una decisione dell'antenata di Telecom il fatto che in Italia il segnale televisivo venga trasmesso via etere, quello Rai fin dall'inizio, quello Mediaset finito il regime delle cassette trasportate col motorino. Mentre in altri Paesi, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, soggetti diversi dal concessionario telefonico costruivano reti via cavo per trasmettere il segnale televisivo, da noi non si poteva, perché la legge (d.lgs73 del febbraio 1991) riserva al concessionario delle telecomunicazioni il diritto esclusivo di scavare e mettere reti. Erano reti a cavo coassiale, oggi facilmente trasformate in rete a fibra ottica: in quei Paesi c'è quindi concorrenza tra due reti a banda larga, una condizione che, come nota OfCom, ha contribuito moltissimo ad aumentare diffusione e qualità della connettività. Farebbe solo peggio il governo se, per correggere gli interventi dei governi passati, volesse farne di analoghi oggi, nella vicenda della rete a banda larga: non è senza difficoltà che siamo usciti dal monopolio frutto della politica industriale del secolo scorso, non è il caso di ricominciare a pianificare assetti di mercato, men che meno di usare le tecnologie come grimaldello per realizzarli. Il governo fissi gli obiettivi, prestazionali, temporali, economici.
Tocca alle aziende scegliere le soluzioni tecnologiche e gli assetti societari atti a raggiungerli: a sorvegliare già ci sono le autorità, sulla concorrenza e di settore, italiane e, se non bastasse, comunitarie. Senza dimenticare che, come non c'è un'unica tecnologia non c'è neanche un unico tipo di consumatore.
C'è anche concorrenza tra i modi in cui ciascuno può impiegare il proprio tempo e spendere i propri soldi: ed alla fine sono proprio quelle scelte a determinare i «valori», ed è anche da quelle scelte che dipende l'efficienza del Paese. Cioè gli obiettivi indicati dal ministro.

Dal Corriere della sera, 3 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Liberalizzazioni, i farmacisti non mollano: «Apriremo 3mila negozi»

Processo ai farmacisti: «Il titolo di farmacista è come un titolo nobiliare che viene trasferito di padre in figlio, senza concorso: non conta la laurea e quanto hai studiato, contano solo criteri ereditari e di censo. E’ una cosa abominevole», accusa Davide Gullotta, catanese, giovane presidente della Federazione nazionale delle parafarmacie. E dalla grande distribuzione, catene come Coop o Conad, rincarano la dose: «Col ddl concorrenza si è persa un’occasione». E ancora: i titolari di farmacia, «si preoccupano di mantenere i loro privilegi di casta ed economici» più che pensare ai cittadini, sostiene Sergio Imolesi, segretario generale di Ancd Conad. Sul fronte opposto i titolari di farmacia fanno muro.

«Non siamo noi che freniamo le liberalizzazioni, il nostro è un settore abbondantemente liberalizzato da anni ed a breve apriranno pure le 3000 nuove farmacie volute da Monti», spiega Annarosa Racca, presidente di Federfarma, la federazione dei titolari di farmacia. «Noi come federazione non freniamo nulla. Non ci siamo mai schierati, né rispetto a ricorsi alla Corte di giustizia europea né su quelli presentati alla Corte Costituzionale, compresa la recente pronuncia sui farmaci di fascia C», assicura di suo Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli ordini. Che intanto, però, siede pure in Parlamento in qualità di senatore di Forza Italia. E se gli si fa notare che lui potrebbe essere la personificazione della lobby dei farmacisti risponde: «Direi proprio di no. Gli ordini sono enti nati nel 1947 per tutelare i cittadini, non siamo certo un sindacato. Il sindacato è una cosa diversa».

Il business della fascia C
L’ultima «pietra dello scandalo» è rappresentata dalla mancata liberalizzazione dei farmaci di fascia C a totale carico dei consumatori. Un business che da solo vale circa 3 miliardi di euro l’anno, ovvero il 17% delle vendite totali di farmacie e parafarmacie (22 miliardi, di cui 16 di prodotti strettamente farmaceutici). Il ministro dello Sviluppo ha provato a porre la questione, nonostante a luglio la Corte Costituzionale avesse avallato come «non irragionevole» l’esclusione delle parafarmacie, ma ha dovuto rinunciarvi. Ovviamente parafarmacisti e grande distribuzione non accettano che Federfarma abbia avuto la meglio. «È illogico e fuorviante perseverare nella difesa corporativa di chi gode di rendite di posizione ormai anacronistiche – spiega Imolesi -. Il mercato dei farmaci di fascia C è monopolio delle farmacie tradizionali, un mercato a cui evidentemente non intendono rinunciare, anche se produce inefficienze e prezzi alti, spesso inaccessibili alla fasce più povere della popolazione».

Leggi il resto su Il Secolo XIX, 2 marzo 2015

Concorrenza: c’è ancora tanta strada da fare. Non solo per la legge annuale

La strada della legge annuale della concorrenza è appena iniziata: per quanto autorevole nella fonte, il percorso che la porterà a diventare un provvedimento vincolante è ancora lungo. E incerto.

L’attenzione e l’analisi che l’Istituto Bruno Leoni gli ha dedicato tengono conto, naturalmente, del fatto che il testo potrà perdersi per i rami parlamentari, uscirne diverso, magari stravolto.

In teoria, lo sforzo compiuto dal governo, anche volendo prescindere dal contenuto del disegno, è ancora molto teorico, potendo accadere ancora tutto perché nulla accada.

Fosse anche di facciata, va dato atto a questo governo di aver preso sul serio l’impegno derivante da una legge del 2009. Un impegno che chi governa potrebbe anche rispettare in altri modi, ricordandosi cioè di promuovere e tutelare la concorrenza in maniera trasversale rispetto all’agenda politica, ma comunque un impegno che esiste, dacché esiste una legge che lo prevede.

Nel progetto, come noto, riforme importanti - tanto nell’impatto quanto nel significato anche simbolico - sono andate perse. Restano questioni di un qualche rilievo in materia di professioni, energia e fondi pensione, più tiepidi gli interventi su servizi sanitari e poste, di difficile inquadramento concorrenziale quelli su assicurazioni, banche e comunicazioni.

Ma la strada, si diceva, è ancora tutta da percorrere.

L’Istituto Bruno Leoni seguirà naturalmente l’iter parlamentare del ddl. Se il testo sarà portato a compimento con poche modifiche, si potrebbe anche prevedere una modifica ad alcuni risultati del nostro Indice delle liberalizzazioni. Ma soprattutto, l’Istituto continuerà a leggere l’obiettivo espresso della legge annuale per la concorrenza di “rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, all’apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della concorrenza e di garantire la tutela dei consumatori” come un fine da tenere sempre a mente per il legislatore.

Per questo, il giudizio che abbiamo riservato al disegno di legge è piuttosto positivo, perché quello che non c’è, la parte più consistente di quello che occorre fare, non ci aspettiamo che possa essere contenuta in un provvedimento annuale di aggiustamento, quanto che sia, sperabilmente, il frutto di un impegno sistematico e coerente col resto delle scelte politiche e, per i capitoli più consistenti, ben ponderato.

Diritti connessi e diritto d’autore: ancora niente liberalizzazione

Il disegno di legge sulla concorrenza approvato venerdì scorso fa progredire il fronte delle liberalizzazioni su alcuni degli stessi fronti oggetto della lenzuolata di Bersani e del decreto liberalizzazioni del Governo Monti. Lascia però allo stato di cantiere alcune liberalizzazioni incompiute avviate nelle scorse legislature e arenatesi o rallentate dall’inerzia dei ministeri o da scelte poco favorevoli a chi vuole entrare nel mercato per offrire servizi migliori ai consumatori.

È il caso del mercato dell’intermediazione dei diritti connessi al diritto d’autore, ossia dei compensi spettanti agli artisti per la trasmissione in radio, TV e in pubblico delle opere musicali e cinematografiche da questi interpretate, oggetto di uno studio condotta per l’Istituto Bruno Leoni da Diego Menegon. Il Focus “Diritti connessi, le regole sbagliate che ostacolano la concorrenza” (PDF) intende dimostrare come tale la liberalizzazione del mercato, al di là dei principi enunciati con il decreto liberalizzazioni del 2012 sconti, in fase attuativa, notevoli difficoltà che penalizzano lo sviluppo di un contesto concorrenziale.

Secondo l’autore, “il provvedimento, infatti, non è intervenuto a modifica di un quadro normativo di riferimento che continua a disciplinare i diritti connessi e la loro intermediazione basandosi sul presupposto che sia solo un soggetto, l’IMAIE ora Nuovo IMAIE, a rappresentare di norma gli artisti interpreti ed esecutori. Le stesse regole che disciplinano l’IMAIE e quindi il Nuovo IMAIE descrivono una governance, con vincoli e poteri di controllo da parte delle amministrazioni statali, che può dirsi giustificabile solo in un contesto monopolistico”.

Una risoluzione del Senato approvata in commissione cultura a marzo 2014 fa prendeva atto della necessità di un intervento legislativo più puntuale per rimuovere gli ostacoli che continuano a frapporsi al corretto dispiegamento del gioco della concorrenza, a beneficio degli artisti e dell’industria culturale. A settembre il Governo sembrava sul punto di predisporre le modifiche normative che si rendono necessarie. Il disegno di legge sulla concorrenza, prossimo alla sua presentazione in Parlamento, potrebbe essere un’occasione per dare senso compiuto anche ad una liberalizzazione che rimane incompleta.

Il Focus “Diritti connessi, le regole sbagliate che ostacolano la concorrenza” di Diego Menegon è liberamente disponibile qui (PDF).

Meglio ascoltare i mercati che la politica

La decisione di Mediaset di puntare all'acquisizione di Rai Way, lanciando un'Opa volta a creare un vero colosso nel settore delle infrastrutture televisive italiane, ha prodotto due effetti contrastanti.
Da un lato, i mercati hanno reagito in maniera assai positiva: facendo aumentare in modo impressionante le quotazioni dei titoli di entrambi le aziende; dall'altro, i politici sono subito scesi in campo lamentando il rischio di un monopolio e la fine di un vero mercato del settore. Taluni esponenti del Pd hanno negato che questa acquisizione possa mai realizzarsi, mentre dal Movimento Cinque Stelle già si parla di un patto del Nazareno in versione radiotelevisiva. In una società libera, le aziende si comprano e si vendono, ed esse non sono controllate da oligarchi nominati dalle segreterie di partito.

Ancora una volta, allora, è assai meglio ascoltare i mercati che i deputati e i senatori, dal momento che il vero scandalo non è il tentativo di un'impresa di crescere anche grazie ad acquisizioni (cosa mai dovrebbe fare?) ma il fatto che vi siano politici che pretendono di gestire la vita economica e usano il loro potere in maniera ricattatoria. Lo scandalo è nella carenza di mercato: nel fatto che troppi settori ? come questo ? hanno una forte presenza pubblica, nel fatto che anche i soggetti privati sono spesso limitati da regole ingiustificate e da autorità che si muovono seguendo schemi del tutto indifendibili, nel fatto che l'accesso a questo o quel settore produttivo è irto di mille ostacoli.

Leggi il resto su Il Giornale, 26 febbraio 2015

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Liberalizzazioni dimezzate. Così funziona la lobby del rinvio

È solo un caso se in Italia, che ha il numero di farmacisti più alto d'Europa, ben 79mila contro i 72mila della Francia o i 52mila della Germania, non si riesce più a fare passi avanti sul fronte delle liberalizzazioni di farmaci e farmacie? Dal 2006, ovvero da quando il decreto Visco-Bersani ha aperto la prima breccia istituendo le parafarmacie, in questo campo l'apertura alla concorrenza s'è fermata. Ci aveva provato Monti nel 2011 a proporre di rendere libera la vendita dei medicinali di fascia C, ma poi ha dovuto fare dietrofront. E stessa sorte tocca ora a Renzi, che pure l'altro giorno ha iniziato a incrociare le spade con molte lobby varando un disegno di legge che interviene in tanti settori e intacca molti privilegi. Una cura di cui l'Italia ha particolarmente bisogno se si considera che il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa con un indice di apertura alla concorrenza del 66%, stima l'Istituto Bruno Leoni, contro il 94% del Regno Unito. Solo Grecia e Lussemburgo fanno peggio di noi.

Medicina amara
Non solo sulle farmacie non si passa, ma non è passata nemmeno la richiesta avanzata a suo tempo dall'Antitrust di aumentare la diffusione di prodotti equivalenti, misura che oltre a disturbare i farmacisti non fa piacere nemmeno all'industriali del settore che sfornano prodotti "firmati" ben più cari. Cassate pure le proposte che puntavano ad aumentare il numero dei punti vendita. Potenza della lobby forse oggi tra le più potenti del Paese, ma non certo l'unica ad essersi attivata in queste settimane. Non importa che anche nelle parafarmacie e nei corner dei supermercati sia presente un farmacista e non importa che per questo genere di prodotti (antidolorifici e anti infiammatori) serva comunque la ricetta medica: è bastato evocare il rischio di favorire un abuso di farmaci su larga scala, e tirare il ballo il ministro della Salute Lorenzin (che non ha indugiato un attimo a schierarsi coi farmacisti, anziché coi loro clienti), per stroncare ancorà una volta l'idea di sbloccare la vendita dei farmaci di fascia C.

Uber resta al palo

I taxisti non hanno dovuto fare lo stesso can-can. O meglio è bastata bloccare Torino per mezza giornata per mandare a "quelli di Roma" un messaggio chiaro: volete che vi blocchiamo il Paese nell'anno dell'Expo? Detto fatto, l'articolo che doveva fare cadere le barriere che ostacolano l'attivita di Uber o dei noleggi con conducente è svanito. Rinviato ad una legge delega già prevista dal Milleproroghe, si è affrettato ad assicurare il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Intanto la questione è stata rinviata.

Salvi porti e aeroporti
Rinviata anche la riforma del porti che, tra l'altro, avrebbe certamente guastato molti affari a tante autorità semplicemente impedendo a questi enti di gestire direttamente l'attività portuale o di farlo indirettamente attraverso società controllate che svolgono attività industriali o commerciali (altra richiesta specifica dell'Antitrust). Anche in questo caso Lupi ha spiegato di aver in cantiere una legge ad hoc avendo così buon gioco nel pretendere lo stralcio. Mai entrate nel menù nemmeno le richieste dell'Antitrust sugli aeroporti (gestione aree commerciali messe a gara) e sul trasporto pubblico locale.

Il muro di Comuni
L'Antitrust nella sua segnalazione annuale, che ha fatto da guida al lavoro dei tecnici del ministero dello Sviluppo, tra l'altro aveva evidenziato «la necessità di intervenire nei servizi pubblici locali e nelle società pubbliche al fine di superare quel "capitalismo pubblico" che non consente di raggiungere adeguati livelli di efficienza e di qualità dei servizi». Ed in particolare, nel comparto del trasporto locale, proponeva aprire a imprese diverse dai concessionari pubblici servizi di carattere, commerciale come i trasporti turistici e i collegamenti con porti, aeroporti e stazioni ferroviarie, prevedendo anche la possibilità di fornire servizi fn sovrapposizione alle linee gestite in regime di esclusiva. Niente da fare anche in questo caso in cui non è difficile intravedere lo zampino del "partito dei sindaci", sempre geloso delle attività delle partecipate. Come del resto sui rifiuti, le cui attività di raccolta andrebbero messe una buona volta a gara.

Ania passa all'incasso
Anche norme come quelle sulle assicurazioni, che prevedono un severo giro di vite sulle truffe, anche se vengono presentate come importanti risultati à favore dei cittadini, lette con gli occhiali delle associazioni dei consumatori si trasformano in un "bel regalo" per la potentissima lobby delle assicurazioni, che questa volta sarebbe riuscita a far passare la legge scritta dalla loro associazione di categoria, l'Ania, garantendosi così un forte taglio dei rimborsi. Mentre i paventati sconti sulle tariffe rischiano di essere vani-* ficati dall'aumento dei costi a cominciare da quelli legati all'installazione della scatola nera. Infine va detto che anche edicolanti e librai, questa volta l'anno fatta franca, ma in questo caso più che le pressioni dei settori interessati ha fatto premio la situazione ancora molto disastrata in cui versa il nostro comparto editoriale. Ovviamente la carica delle lobby non è finita. Adesso il disegno di legge arriva in Parlamento e il ministro dello Sviluppo Federica Guidi è preoccupata. Tanto più che tra la bozza iniziale e il ddl approvato venerdì si sono già persi per strada almeno 15 articoli sui 50 previsti.

Da La Stampa, 23 febbraio 2015

Farmacie, rivoluzione a metà. Esclusiva per le medicine da banco ma via libera ai soci di capitale

I farmaci da banco non escono 'dalle farmacie, dovranno essere venduti solo lì. Invece nelle farmacie potranno entrare le società di capitale. Una liberalizzazione a metà quella varata dal governo nella seduta di venerdì scorso. Un piccolo passo sul fronte dell'apertura del mercato confermato anche dalla cancellazione del divieto sul vincolo delle quattro licenze per la titolarità delle farmacie.
Tutto contenuto nel ddl concorrenza che «potrebbe portare ad un aumento del Pil fino a 2,6 punti in 5 anni», grazie ad un provvedimento che punta a «far calare le tariffe o diminuire i prezzi e aprire pezzi di mercato», come ha detto il ministro dello Sviluppo Federica Guidi.

Nella lenzuolata è previsto anche che non sarà più necessario il notaio per quelle compravendite il cui valore totale non arrivi a 100 mila euro: si potrà ricorrere anche al solo avvocato. Con il ddl un pacchetto di misure per la comparabilità delle offerte sull'Rc auto: sono previsti sconti obbligatori da parte dell'assicuratore nel caso in cui l'assicurato accetti alcuni strumenti come la scatola nera a bordo o il controllo preventivo dei veicoli. O, ancora, sarà possibile avere soci di capitale all'interno di società di avvocati. Per le srl, per una serie di atti laddove è prevista la firma digitale quest'ultima diventerà sostitutiva del ricorso al notaio e all'atto pubblico. Nei fondi pensione sarà favorita la portabilità. Il provvedimento ha anche eliminato la riserva legale alle poste sul recapito degli atti giudiziari che l'Italia aveva in comune solo con Ungheria e Portiallo.

Insomma, qualcosa si muove. Ma la strada da fare è ancora lunga. Non a caso, secondo il rapporto annuale dell'Istituto Bruno Leoni, l'Italia resta anche nel 2014 agli ultimi posti in Europa per le liberalizzazioni, solo Lussemburgo e Grecia fanno peggio. Si salvano le telecomunicazioni e l'energia. Per il resto, in termini relativi, il nostro Paese è in fondo alla classifica nel settore delle televisioni e nella penultima posizione in tre comparti: carburanti, lavoro e poste. Un ritardo, riporta Bankitalia, che sui mercati e sulla competitività ci costa l'8% del Pii. E invece il Ddl sulla concorrenza, tante volte annunciato, resta ancora al palo.

Sono molti i settori che sulla carta dovrebbero essere attraversati e in qualche caso rivoluzionati: assicurazioni, farmacie, energia, pompe bianche, trasporti pubblici locali, editoria, commercio. I consumatori aspettano. «Stiamo parlando di misure che potenzialmente possono essere utili a rilanciare la ripresa, a costo zero per la collettività», osserva Serena Sileoni, vice direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni che ha curato l'Indice delle liberalizzazioni 2014 confrontando il livello di deregulation dell'Italia con quello di 15 partners europei. «Però, è necessario fare dei distinguo aggiunge il vice direttore perché nel Ddl ci sono alcune misure strutturali, mentre altre sono di "manutenzione", vedi quella sulle banche, che hanno più che altro un valore simbolico».

Emblematico, in questo senso, appunto il caso delle farmacie. Un settore nel quale nel fine settimana si è riaperto lo scontro frontale tra chi è favorevole alla vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, prodotti con obbligo di prescrizione medica non rimborsabile, e chi è contro. Il dato che salta subito agli occhi non è di poco conto: ovvero, nel nostro Paese cresce la povertà sanitaria, per cui una fascia di popolazione non è più in grado di acquistare medicinali, nemmeno quelli con ricetta medica, a causa di ticket e super ticket. Nel 2014 sono aumentate del 3,86% le richieste di farmacia gli enti caritatevoli da parte di persone indigenti: si è passati dai 2.943.659 confezioni di medicine richieste nel 2013 ai 3.057 del 2014 (fonte: Rapporto Donare per curare Osservatorio sulla donazione dei farmaci del Banco Farmaceutico Onlus). E' evidente che di fronte a questi numeri, una "vera" liberalizzazione del mercato dei farmaci, come è accaduto in Europa peraltro, può fare una reale differenza per il cittadino, considerato che tale spesa costituisce il 16,7% di quella farmaceutica totale, cioè 4,3 miliardi di euro (Fonte: Assosalute).

Un altro nervo scoperto riguarda i carburanti dove non esiste ancora oggi una normativa omogenea a livello nazionale, perché le singole regioni hanno legiferato in materia causando pesanti squilibri nella rete distributiva. Di fatto, le nuove norme si sono tradotte ín barriere di ingresso al mercato nei confronti di nuovi operatori limitandone l'effettiva concorrenzialità. Una criticità non da poco sia per i cittadini che in questo modo non ricevono alcun beneficio, sia per il Paese che non è nelle condizioni di innovarsi e di migliorare la propria efficienza, condizione indispensabile anche per la modernizzazione e la crescita del commercio.
Addirittura, si stima che se la quota dí "pompe bianche" della Gdo raggiungesse il 10%, come in Germania, il risparmio conseguibile sarebbe nell'ordine di 190 milioni di euro. In questo senso, è sufficiente guardare le politiche messe in campo dai principali operatori della Grande distribuzione italiana che adottano un comportamento molto aggressivo sui prezzi, variando il prezzo della benzina il giorno immediatamente dopo i cambiamenti che avvengono sui prezzi internazionali. Sono i primi che adeguano i listini contro una media di 3-4 giorni dei concorrenti.

Un altro tema dolente, infine, sono gli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali. Qui più che di liberalizzazione c'è il rischio invece di un ritorno al passato. Attualmente, l'Italia ha pienamente deregolamentato gli orari, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevant conseguenze economiche, manon solo: «L'autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda- conclude Sileoni-Ma anche se non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l'occasione di decidere autonomamente í giorni e gli orari diapertura, resta comunqueundato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali».

Da Repubblica, 23 febbraio 2015

«Le lenzuolate non daranno crescita. Anche Renzi ha ceduto ai ricatti»

Renzi fa un lifting alla sua immagine di premier dalle molte idee e dai pochi fatti, si rafforza a livello internazionale e firma un provvedimento che osa là dove neppure Monti, ex commissario Ue e alla concorrenza, si era spinto. Ma non è abbastanza. Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni, da studioso e propugnatore del libero mercato giudica così il disegno di legge sulle liberalizzazioni del governo.

E' un provvedimento che farà, come annunciato, da volano alla ripresa?
«E' solo un passo avanti. Ma guai a sedersi sugli allori».

Per realizzare numeri da vera ripresa accorrerebbero misure più decise e coraggio di affrontare le lobby. Il coraggio è mancato anche stavolta?
«Sui farmaci di fascia C, sullo sconto per i libri e sulla vendita dei giornali indubbiamente hanno vinto le pressioni. E censurabile l'atteggiamento del ministro Lorenzin che ha impedito la vendita dei farmaci di fascia C anche nelle parafarmacie dove, comunque, al banco c'è un laureato in farmacia che garantisce lo stesso servizio che può offrire un farmacista proprietario. Lo stesso si può dire per il ministro Lupi che si è opposto all'obbligo di gara per i servizi ai porti. Insomma, è paradossale che la componente di destra di questo governo che dovrebbe rappresentare l'anima più liberale, abbia frenato certe liberalizzazioni».

Sull'altro fronte Renzi ho ceduto alla lobby che vince sempre dai tempi di Bersani, itassisti. Uno sciopero durante l'Expo non poteva permetterselo...

«Sotto ricatto è stata persa una grande occasione di prendere atto del mondo che cambia e del fatto che le tecnologie (leggi: Uber) non si possono fermare. Ma ha saputo dare un grande schiaffone alle Poste, grandissima lobby, e ha mandato un segnale ai notai. In questo, il ministro Guidi ha dimostrato più coraggio dei suoi predecessori, incluso Passera che ora la critica».

E' una riforma da presentare all'Europa con successo?
«Assieme al jobs Act rafforzerà Renzi a livello internazionale. Ma attenzione: come per la riforma delle banche popolari, in Parlamento sarà un Vietnam se il governo non esercita la sua "moral suasion"»

Che cosa potrà accadere al ddl nel cammino parlamentare?
«Di solito le leggi non vengono mai migliorate. Renzi, però, non dovrebbe aver problemi a sinistra perché questo provvedimento assomiglia molto alla lenzuolata di Bersani. Il mio timore è che compaiano manine».

Il termine non è casuale.
«Già, ci sono sempre manine invisibili che consegnano emendamentini a favore di questo o quello. Renzi è bravissimo in tv, meno nel gioco del presidio parlamentare. Dovrà impegnarsi».

In sintesi, à un provvedimento all'altezza del nomea pecco di troppa timidezza?
«La mia opinione è positiva perché questo è il primo governo che dà seguito alla legge del 2009 che obbliga a presentare ogni anno un disegno di legge sulla concorrenza. E, finalmente, Renzi ci presenta un testo e non si nasconde dietro le solite slides. Merito, immagino, del ministro dell'Industria, Federica Guidi».

Questo è il giudizio di metodo. Nel merito?
«Sono in massima parte buone norme, che libereranno risorse per cittadini e imprese. Si tratta di passi importanti. Ma, da sole, non faranno la 'crescita'».

Rispetto alle liberalizzazioni degli altri, qual è l'elemento macroscopico che o noi manca?
«Tanti, sicuramente la semplificazione. Abbiamo troppi vincoli, una fiscalità ottundente e tante, troppe norme incomprensibili. Bisogna rendere più facile fare impresa e questa è la madre di tutti i problemi».

Da QN, 21 febbraio 2014

Liberalizzazioni promosse su notai, avvocati ed energia voti bassi a banche, taxi e tlc

«Colossale bufala», provvedimento «dannoso» o «deludente»: le associazioni dei consumatori bocciano quasi su tutta la linea il disegno di legge sulle liberalizzazioni approvato venerdì dal governo. E la Cgia di Mestre rincara la dose: 20 anni di liberalizzazioni non hanno portato alcun vantaggio ai consumatori, anzi «a eccezione di medicinali e telefonia, i prezzi e le tariffe sono aumentati in misura maggiore dell’inflazione». Al contrario, il provvedimento presenta più luci che ombre per l’Istituto Bruno Leoni, che dal 2007 monitora annualmente l’andamento della concorrenza in Italia e in Europa attraverso la pubblicazione dell’Indice delle liberalizzazioni.

Dipende dalle aspettative, spiega il vice direttore generale dell’Istituto, Serena Sileoni: «È un provvedimento omnibus, un intervento di manutenzione: le riforme organiche vanno fatte invece in maniera approfondita, coinvolgendo direttamente i ministeri interessati. Piuttosto, va dato atto al governo di aver finalmente fatto fronte a un obbligo che era stato ignorato dal 2009, e cioè quello di presentare un testo di legge annuale sulla concorrenza sulla base della segnalazione dell’Antitrust. Le segnalazioni sono sempre arrivate, le leggi no, in totale spregio di un principio basilare, per il quale anche il governo è soggetto al diritto. Solo che un provvedimento a cadenza annuale non può che essere un intervento di manutenzione». Il che non significa che il ddl sia il migliore possibile, precisa Sileoni: «Ci sono diverse cose di cui si nota l’assenza, dal momento che se ne era annunciata la presenza. Mi riferisco alle norme sulla trasparenza nei servizi pubblici locali, al capitolo porti, che è scomparso, al capitolo taxi: quella dei tassisti è una battaglia di retroguardia, rispetto alla quale questo disegno di legge non è riuscito a prendere una posizione chiara e coraggiosa».
A questo proposito, ieri il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha annunciato che un provvedimento di regolamentazione del rapporto tra taxi e Ncc arriverà entro la fine dell’anno.
Guardando però invece alle norme che ci sono, l’Ibl dà un giudizio nel complesso positivo: vanno nella giusta direzione le disposizioni sulla portabilità dei fondi pensione, sulle Poste, sui contratti per le forniture di elettricità, sulle professioni, dagli avvocati (che possono costituire società con soci di capitali, non solo professionisti) ai notai, e anche sulle farmacie, perché se non c’è l’attesa liberalizzazione dei farmaci di fascia C c’è però la possibilità per le società di essere titolari di una farmacia.

Profondamente critiche invece le associazioni dei consumatori. Il Codacons sullo sconto sull’Rc Auto per chi installa sulla propria auto la “scatola nera” parla di «colossale bufala» a danno dei cittadini, perché il costo del dispositivo è ben superiore alla riduzione del premio. Per l’Unione Consumatori il ddl «è una vergogna quando non, addirittura, dannoso, come nel caso dell’abolizione del regime di maggior tutela su energia e gas». Norma criticata anche da Federconsumatori e Adusbef, perché «rischia di essere esclusivamente un regalo ad aziende che determinano decine e decine di migliaia di contenziosi». Le due organizzazioni concordano con il Codacons sulla bocciatura delle norme sull’Rc Auto e sottolineano la delusione per «lo stralcio dei farmaci di fascia C». In un tweet il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan si scaglia invece sulla norma sulla portabilità dei contributi: «È il colpo di grazia ai fondi pensione. Regalo a banche e ad assicurazioni».

Da Repubblica, 22 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Il governo retroattivo fa paura agli stranieri

L'Italia non è un Paese dove investire, nonostante gli sforzi del governo Renzi di apparire il Paese del Bengodi degli investitori esteri. Uno dei principali problemi, oltre al livello esasperato della tassazione, è l'incertezza delle regole. Le leggi retroattive sono all'ordine del giorno. Dai cambiamenti sulla tassazione dei fondi pensioni, alle modifiche sulla tassazione d'impresa è un continuo di modifiche con effetti retroattivi. Un vero e proprio governo Renzi retroattivo. L'unica eccezione è stata quella sulla Robin Tax, dove la Corte costituzionale ha indicato che gli effetti della sentenza non potranno ricadere sul passato. Non è tuttavia solo il governo Renzi a governare retroattivamente: anche l'Authority delle comunicazioni ha modificato la regolazione tariffaria con effetti retroattivi. E in passato fu l'ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, del Governo Prodi, che voleva cambiare ex-post le regole del gioco per l'infrastruttura autostradale.
Non è allora un caso che i dati della Banca mondiale ci mettano in una posizione di retroguardia per quanto riguarda i flussi di investimenti diretti esteri, con valori pari a meno della metà di quelli di Spagna e Irlanda. L'Italia con il suo governo retroattivo non è capace di attirare gli investitori esteri.

Da Panorama, 19 febbraio 2015
Twitter: @andreagiuricin

La liberalizzazione dei farmaci di fascia C nel ddl concorrenza: un'analisi dei timori e delle aspettative

Fra i temi che accompagnano i progetti di liberalizzazione della nostra economia, sin dalle “lenzuolate” del 2006, l’apertura a parafarmacie e corner GDO per quanto riguarda la vendita dei farmaci di fascia C è sempre stato un evergreen. Eppure, tutti i tentativi in questo senso sono falliti, soprattutto a causa della resistenza portata avanti con forza dai rappresentanti delle farmacie. Sono verosimili i rischi paventati in tal senso? Oppure si concretano in meri esercizi di corporativismo, strumentali esclusivamente alla difesa dei privilegi maturati negli anni?

Nel nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “La liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C e gli infondati timori per la salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL, propende per la seconda ipotesi. Secondo l’autore, infatti, “il cittadino (…) non avrebbe nulla da temere acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest’ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia”.

“La rete di farmacie regolata da rigidi criteri di programmazione territoriale esistente tutt’oggi” – prosegue Mannheimer – “garantisce certamente l’indotto dei loro titolari; non, invece, i cittadini, alla cui domanda di salute corrisponde un’offerta resa deliberatamente contingentata e costosa. La liberalizzazione, pertanto, costituirebbe un importante passo avanti nell’erosione dei corporativismi che attentano quotidianamente all’economia e all’innovazione del nostro tessuto produttivo e occupazionale; i timori paventati e i presunti endorsements ricevuti, al contrario, non fanno altro che difendere quei corporativismi”.

Il Focus “La liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C e gli infondati timori per la salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

Concorrenza, meno vincoli sui notai

Su più di una norma ci sono pareri e spinte contrarie e i ministeri continuano a confrontarsi o in alcuni casi a litigare tra loro si veda la diatriba Guidi-Lorenzin sulle farmacie - ma la volontà politica di chiudere il cerchio sul disegno di legge concorrenza c'è tutta. Lo ribadisce il premier Matteo Renzi che ieri, intervenendo alla direzione nazionale del Pd, ha confermato che il testo arriverà al consiglio dei ministri del 20 febbraio.

Il cdm di venerdì avrà un menù molto ricco, con il possibile approdo in extremis anche della norma sull'Agenzia unica per il made in Italy con contestuale nomina di Luca Cordero di Montezemolo come consigliere del premier. E il Ddl concorrenza sarà un elemento in primo piano nella riunione. Renzi parla di «un ulteriore passo verso una maggiore liberalizzazione di alcune realtà, che non sia percepito come un attacco a elementi di certezza del nostro sistema economico». «Se andiamo dal notaio un po' meno volte non è un grande problema», aggiunge facendo riferimento al pacchetto che riguarderà le professioni.

Sul punto sono noti alcuni rilievi del ministero della Giustizia. Il testo ancora provvisorio prevede che, uditi i consigli notarili e le Corti d'appello, venga fissato il numero dei notai per ciascun distretto «procurando che, di regola, ad ogni posto notarile corrisponda una popolazione inferiore a 7mila abitanti» (oggi la regola è «almeno 7mila abitanti» con un minimo di 50mila euro annui di onorari professionali). Novità dovrebbero arrivare anche per gli avvocati: dalla possibilità di poter costituire società multidisciplinari facendo partecipare anche i soci di capitali non professionisti all'eliminazione del divieto di pattuire compensi pro quota lite. Si attendono anche semplificazioni per le imprese. Con la "superScia": verrebbero definite le attività commerciali che sono libere salvo casi limite. In assenza dei regolamenti attuativi entro il 31 dicembre 2015, verrebbe applicata, a scelta dell'imprenditore, la Scia (segnalazione di inizio di attività) con controlli successivi o l'autorizzazione preventiva.

Leggi il resto su Il Sole 24 ore, 17 febbraio 2015

E Cottarelli disse: la riforma Madia? Non ha risparmi

Gli ormai mitici testi della spending review dell'ex commissario Carlo Cottarelli, reclamati da più parti in nome della trasparenza, restano tuttora coperti dal mistero. In compenso l'Istituto Bruno Leoni ha dato alle stampe l'ultimo discorso ufficiale del commissario: la «Lectio Marco Minghetti», tenuta a fine 2014, commentata da Lucrezia Reichlin (London Business School) e Nicola Rossi (Università Tor Vergata Roma).
Parole, quelle di Cottarelli, che suonano talvolta caute, talatra accusatorie. Come quando afferma che «non bisogna farsi illusioni: la riforma è stata avviata ma è lontano dall'essere completata», o quando ammette che la parte del leone nella spending «l'hanno fatta i tagli alle spese di beni e servizi», e che va verificato ex post che «gli enti territoriali siano riusciti effettivamente a raggiungere i risparmi» senza aumenti di tasse. Ed ecco i messaggi in bottiglia: al ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, dice che «gli obiettivi della riforma della P.a. non sembrano includere, almeno non esplicitamente, il risparmio di risorse»: «Spero si possa ovviare» è la chiosa. E ancora: «Non si può far finta che (con i tagli ndr) non ci siano risparmi in termini di personale». Al governo (Letta e Renzi, l'incarico di Cottarelli è a cavallo tra i due esecutivi) rimprovera la mancanza di obiettivi: «In un anno non ho mai sentito dire che una certa proposta di spesa non è accettabile perché è contraria ai nostri principi fondamentali su quello che lo Stato dovrebbe fare». Ma anche che «occorre riconoscere che spesso scelte impopolari sono necessarie». E possono «comportare revisioni che toccano non solo i soliti "pochi privilegiati", ma anche un'ampia fascia della popolazione».
Ed è ancora un'accusa quella del commissario che dice: «La complessità dei testi legislativi è tale che i vertici dei ministeri a partire dai ministri hanno difficoltà» a seguirne la definizione: «Non è talvolta chiarissimo chi abbia scritto materialmente questo o quell'altro comma». O quando, sull'attuazione delle leggi, sollecita «controlli di sostanza e non di forma» e «penalità in caso di mancata implementazione».
Infine una curiosità: proponendogli l' incarico, il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, spiegò che «si cercava una figura che elevasse il profilo del dibattito sulla revisione della spesa». D'accordo sul profilo ma il bilancio, commenta Rossi, è «piuttosto deludente». Alla spending è «mancata una motivazione» di fondo, conclude Lucrezia Reichlin.

Dal Corriere della sera, 12 febbraio 2015

Elettricità e gas: addio bollette protette. Ora la liberalizzazione gioca a tutto campo

Addio alla super-protezione delle bollette. Il regime di doppio mercato libero e tutelato sparirà entro il 2018. Il disegno di legge esaminato venerdì 20 nel Consiglio dei ministri conferma che nel giro di 34 mesi i clienti rimasti ancora sotto l'ombrello della maggior tutela dell'Authority per l'energia dovranno scegliere un operatore e migrare nel mercato libero, sia per l'elettricità sia per il gas.

Il superamento del regime di maggior tutela «non è un processo che si possa fare dalla sera alla mattina frena Guido Bortoni, presidente dell'Authority per l'energia -. Per questo, nel nostro piano quadriennale si parla di una roadmap per il suo superamento, fino alla completa emancipazione del cliente finale». In pratica, l'Authority concorda sul fatto che alla lunga si dovrà uscire da questo mercato a due velocità, ma prevede un'uscita a tappe, molto più diluite di quelle previste dal governo. «Credo che il metodo migliore non sia quello di fissare una data, lontana o vicina, ma di identificare un percorso di uscita», spiega Bortoni. Resta il fatto che un cliente elettrico su quattro ha già compiuto questo passo, ben 9 milioni su 36 di utenze complessive, di cui 6 milioni di clienti domestici è 3 di piccole imprese. La quota di clienti elettrici che ogni anno cambia fornitore, pari a circa al 10%, risulta allineata a quella dei Paesi europei più dinamici, in base a uno studio di NomismaEnergia.

Voci contrarie
Il mercato del gas, invece, è meno dinamico: su un totale di quasi 21 milioni di clienti, solo 3, pari al 15%, sono sul mercato libero, di cui 2,2 milioni di famiglie. Il presidente dell'Authority preferirebbe però accompagnare senza coercizioni i consumatori in un mercato spesso insidioso, dove. si possono incontrare operatori che promettono risparmi e invece distribuiscono rincari in bolletta. In effetti, dall'ultima relazione dell'Authority emerge che le famiglie passate al mercato libero hanno pagato mediamente di più rispetto al mercato di maggior tutela, del 16,7% nell'energia elettrica e del 7,9% nel gas. Proprio per questo, le associazioni consumatori si schierano decisamente contro l'abbandono del sistema attuale: sia Federconsumatori che l'Unione nazionale consumatori sono contrarie alla riforma. Sul fronte opposto ci sono molti esperti del mercato energy. Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi e fondatore della società di consulenza Agici, è a favore di un'eliminazione della tutela. «Nei mercati più liberalizzati i prezzi sono più bassi», rileva Gilardoni. Sulla stessa linea Davide Tabarelli di NomismaEnergia. I consumatori sul mercato libero possono scegliere tra oltre 250 operatori per l'elettricità (quasi 300 per il gas) e i piu attenti, secondo NomismaEnergia, riescono a cogliere offerte che permettono di risparmiare almeno 150 euro all'anno sulle due bollette. «Se oggi fossero in vigore i vecchi meccanismi di calcolo, il cliente paghe rebbe tariffe superiori del 20%», sostiene Tabarelli. Un incoraggiamento viene poi dall'Istituto Bruno Leoni, secondo cui con il nuovo sistema i prezzi scenderanno.

Dove conviene

I Paesi con una regolamentazione meno pervasiva rendono più dinamica la domanda, favorendo la riduzione dei prezzi, sostiene l'istituto in uno studio sul mercato del gas, coordinato da Lorenzo Castellani, con la collaborazione di Assogas. «I consumatori che realizzano i risparmi maggiori dice lo studio so- no quelli dei Paesi in cui il mercato è completamente libero e si è affermato un sistema regolamentare che incentiva la concorrenza e lo switching», cioè il cambio di fornitore. Anche nel gas spiccano Regno Unito e Irlanda, uno switching superiore al 15% all'anno.
L'Italia, registra un tasso attorno al 5%, la Francia al 4% e la Germania alf Wo. A pagare di meno il gas (tasse incluse) sono gli inglesi, con 5,62 centesimi di euro per kilowattora equivalente. I prezzi più' elevati vanno di pari passo con la mancanza di libera: lizzazione: in Danimarca si pagano 11,28 centesimi per kilowattora e in Italia 9,09. La frequenza nel cambio di fornitore dipende dai vantaggi: se cambiare è complicato e si rischia di non avere risparmi, i consumatori si muovono di meno. E' essenziale quantificare la convenienza. In Germania si possono risparmiare oltre 50 euro, in Belgio 20. Nel Regno Unito, in Irlanda e in Olanda almeno 15 al mese. In Italia, a patto di fare uno slalom fra le trappole, al momento si può arrivare a un risparmio mensile di 12 euro. Ma c'è chi sta peggio di noi: in Francia si arriva al massimo a 10 euro e in Spagna, se va bene, ci si ferma a cinque.

Dal Corriere della sera, 23 febbraio 2015

Più libertà contro le lobby

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare la prima «legge annuale sulla concorrenza». Se ne è parlato, nei giorni scorsi, per la polemica dei farmacisti contro l'ipotesi, ancora da confermare, che il governo voglia completare la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Si tratta dei medicinali venduti su prescrizione medica ma non rimborsati dall'Ssn. Pare che il ministro Guidi abbia pensato che, siccome nelle parafarmacie o nei corner del farmaco della grande distribuzione lavorano farmacisti con una laurea identica a quella degli altri, costoro abbiano tutti i titoli per venderli. I farmacisti proprietari di farmacia sostengono che così non è: la laurea non vale nulla, se lo stipendio te lo paga il supermercato.

Nel pieno della crisi greca, è forse paradossale che il nostro governo si occupi di medicine. O forse no. L'Italia sta disperatamente cercando di uscire da una recessione che si trascina da sette anni. Come facciamo a tornare a crescere? Sul tema, studiosi e politici si dividono da sempre. Possiamo però dire, con un certo margine di sicurezza, che non torneremo a crescere se non aumentano gli scambi, se non si sviluppano più transazioni.

Sotto questo profilo, è fondamentale quella che potremmo chiamare la «libertà di farsi scegliere»: la libertà di cercare consumatori, di proporsi per fornire beni e servizi. Regole e restrizioni limitano gli scambi possibili. Se un certo servizio lo possono fornire soltanto gli iscritti a un albo, se un certo bene può essere prodotto soltanto da alcune aziende (magari statali), se l'offerta è a vario titolo calmierata, le opportunità di scambio diminuiscono.

Il governo Renzi sembra averlo capito e con il provvedimento in discussione oggi, se possiamo dar credito alle voci, cercherà di aprire porte e finestre. Le «liberalizzazioni» a questo dovrebbero servire: non solo a ridurre i prezzi per i consumatori, ma anche a dare spazio alla voglia di fare impresa.
E' dal 2009 che l'Italia si deve dare una «legge annuale» sulla concorrenza. L'esecutivo dovrebbe predisporla sulla base di una «lista della spesa» compilata dall'Autorità Antitrust. La logica è quella di utilizzare uno stesso veicolo per eliminare alcune delle rigidità che ancora rendono tanto difficoltoso il funzionamento del mercato, specie nel settore dei servizi. L'Antitrust non si è mai sottratto al compito, tuttavia a Palazzo Chigi finora hanno avuto altro a cui pensare.

Se Renzi e il ministro Guidi riescono a varare questa legge annuale, gliene andrà reso merito. Si parla di misure molto eterogenee. Molte di queste contribuirebbero a ripristinare condizioni autenticamente di mercato: per esempio, la piena liberalizzazione e trasparenza del mercato dell'energia, la rimozione di alcuni dei privilegi goduti da Poste Italiane a spese dei suoi concorrenti, un regime di accreditamento certo ed affidabile per ospedali e cliniche private, l'eliminazione delle norme che definiscono l'«illecita concorrenza» (l'aggettivo è inutile) fra notai. Altre hanno già suscitato la reazione infastidita di alcuni gruppi di pressione: il caso dei farmacisti è il più eclatante. Gli edicolanti si sono opposti all'abrogazione del regime autorizzatorio per le nuove rivendite e alcuni grandi editori hanno difeso la Legge Levi, che limita la libertà di vendere un libro a un prezzo scontato. E' una battaglia aspra, che si combatte nel retrobottega della politica: vedremo se Matteo Renzi saprà imporsi sulle lobby. Non dovrebbe avere problemi sul fronte della sinistra interna: dopotutto, il nonno di tutté le «lenzuolate» è Pierluigi Bersani.

Certo è che un singolo provvedimento, per quanto ricco di buone intenzioni, non basta. Per intenderci: immaginiamo che il governo ottenga l'effetto sperato, che tutta una serie di attività «ripartano». L'asfissia dell'economia italiana non è certo frutto dei soli ordini professionali.
Gli stessi renziani, appena due giorni fa, meditavano di mettere un'imposta di bollo sui depositi giornalieri in contante di valore superiore ai 200 euro: con l'effetto di taglieggiare anche la più modesta attività commerciale. L'abrogazione delle vecchie norme corporative può infondere fiducia negli investitori, ma se lo Stato rinazionalizza l'Ilva gli investitori fanno in fretta a ricredersi.
Se i prezzi dei farmaci scendono, e poi l'Iva sale per tutti, è arduo sostenere che si sono «liberate» risorse. E' difficile tornare a crescere facendo i liberalizzatori una volta l'anno, e i dirigisti i restanti 364 giorni.

Da La Stampa, 20 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ibl: “Tutela gas, abbandonarla fa risparmiare”

Le varie bozze del Ddl concorrenza (QE 16/1) e da ultimo le Strategie 2015/2018 dell'Autorità per l'Energia (QE 19/1) indicano in maniera inequivocabile che il superamento del regime di maggior tutela è tornato di attualità.

Nel disegno di legge, stando sempre alle ultime bozze, si prevede in particolare una data molto ravvicinata per quanto riguarda il settore gas: il 30 giugno 2015. Che sia o no verosimile una scadenza così a breve termine, è indicativo che la precedenza sia data a questo comparto, dove effettivamente il superamento del regime è a un livello più avanzato rispetto all'elettricità (dal 2013 è limitato solo ai clienti domestici).

La domanda di base, ovviamente, è sempre la stessa: abbandonare la tutela farà calare i prezzi? Un recente studio dell'Istituto Bruno Leoni, effettuato in collaborazione con Assogas, pare rispondere senza esitazioni: i prezzi scenderanno.

Naturalmente la posizione di Ibl, notoriamente paladino delle liberalizzazioni, non può considerarsi totalmente imparziale. Ma le conclusioni del paper (disponibile sul sito di QE) si basano su elementi sostanzialmente oggettivi: ossia, un'analisi comparata dei mercati di 15 Paesi Ue, sulla base di dati Acer e della Commissione Europea relativi al 2012.
Da tale monitoraggio emerge che il prezzo più basso, tassazione inclusa, veniva pagato dai consumatori britannici (5,62 c€ per kKWh), estoni (5,76 c€ per kWh) e irlandesi (6,56 c€ per kWh). L'Estonia e il Regno Unito, rimarca Ibl, hanno completamente liberalizzato il settore, mentre la Repubblica irlandese regola solo le tariffe per i consumatori domestici ma si è dotata di un regime regolamentare che incentiva fortemente il cambio di venditore del gas. Questi Paesi hanno tassi di switching tra i più elevati d'Europa: 15% in UK, 17% in Irlanda (in Estonia il dato non è disponibile).

Gli Stati membri dove si registrano i prezzi più elevati sono invece quelli in cui il settore non è stato ancora del tutto liberalizzato: Danimarca (11,28 c€ per kWh), Italia (9,09 c€ per kWh), Grecia (8,08 c€ per kWh). Con tassi di switching ben diversi dai Paesi sopra considerati (4,5% per l'Italia).

I dati evidenziano anche come la media del risparmio mensile, a parità di consumo, dato dal passaggio dall'offerta di riferimento a quella maggiormente competitiva è più elevata nei mercati maggiormente liberalizzati: i consumatori tedeschi possono risparmiare fino a oltre 50 euro, i belgi oltre 20 euro, i britannici, gli irlandesi e gli olandesi oltre 15 euro al mese. Seguono gli Stati membri con una liberalizzazione parziale del mercato del gas: 12 euro per gli italiani, 10 euro per i francesi, 5 euro per gli spagnoli.
Ungheria, Grecia, Polonia e Romania non danno invece nessuna opportunità di risparmio.

Ibl sottolinea come sul prezzo del gas incidano anche altri fattori, quali le modalità di approvvigionamento, le infrastrutture di rete e la tassazione, ma tali elementi non intaccano la correlazione tra liberalizzazione e risparmio.
Lo studio conclude però con un'avvertenza: il passaggio da una forma di tutela molto forte (ancorché inefficace) alla piena concorrenza implica un ruolo particolare per l'Antitrust. Nel breve termine, il Garante dovrebbe vigilare sul corretto comportamento degli operatori, alla luce delle asimmetrie informative esistenti coi clienti e delle "potenziali strategie opportunistiche messe in atto in particolare dai soggetti verticalmente integrati e di maggiori dimensioni".

Si potrebbe immaginare, dice Ibl, qualche forma di monitoraggio per un periodo di tempo limitato (per esempio un anno) per poi lasciare nel lungo termine solo gli strumenti volti alle fasce a reddito medio-basso (per esempio il bonus gas) e il normale - ma rigoroso - enforcement delle norme sulla concorrenza.

Da Quotidiano Energia, 20 gennaio 2015

Failure to liberalise energy retail markets jeopardizes Energy Union

A long time has passed since the second European directive on the internal energy market was introduced. This directive required the full liberalisation of electricity and gas markets for industrial customers in 2004 and for households in 2007. Yet, as a recent report from the Istituto Bruno Leoni (“Index of Liberalisations”) shows, competition in retail electricity markets still remains mostly a chimera in the European Union. Most Member States still maintain significant barriers to competition.

The report, an annual analysis of the degree of market openness in ten key sectors of the economy in 15 EU member states, also shows that retail market regulation still differs substantially among EU countries. This lack of harmonisation represents a major constraint to the integration of European electricity markets. This is regretablle, as the full opening and harmonisation of retail electricity markets could deliver significant benefits to consumers, provide new business opportunities for suppliers, and promote a more sustainable energy sector.

An important reason for the lack of progress is the fact that the European Commission lacks enforcement measures on this issue, given the broad discretion that has been left to member states in introducing retail competition. This has left room for ambiguity and political compromises that have resulted in a wide variety of retail market regulations across countries.

Regulated prices
The Index of Liberalisations considers several qualitative and quantitative indicators of market openness, such as the unbundling regulations for networks, market concentration indexes, switching rates, the existence of retail price regulation, the extent of public participation in the ownership of the main market operators and the adoption of capacity support schemes.

One major finding is that several Member States (including Italy, France, Spain, Portugal, and Denmark) retain regulated prices or standard offers (i.e. offers for customers who never switched and for whom a public authority purchases electricity on the market, usually under regulated price conditions). Both regulated prices and standard offers create a segregated part of the market where consumers that do not actively engage in the market are further discouraged from doing so.

Leggi il resto su Energypost.eu, 16 gennaio 2015

Leopoldo I e l'incredibile avanzata delle accise sulla benzina in Italia

Il nuovo anno per i contribuenti è cominciato con una piccola buona notizia, a fronte di numerosi inasprimenti fiscali cui assisteremo nel 2015. Dal 1° gennaio, infatti, le accise sulla benzina non sono aumentate, come pure si era temuto nelle scorse settimane, ma addirittura sono scese di poco.

Uno spunto utile – questo sul settore dei carburanti – per tornare sul tema delle “liberalizzazioni” che ragionando su alcuni scritti del giurista ed economista Cesare Beccaria. Questa volta, su suggerimento dell’ascoltatore Leopoldo Papi, iniziando da una decisione presa nel 1776 dall’allora Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I: “Considerando Noi non essere di pubblico interesse che resti impedito al possessore di far le vendemmie delle sue Uve quando più gli piace, e che gli Statuti che ne limitano il tempo, si oppongono al libero esercizio dei propri diritti e cagionano talvolta delle vessazioni – recitava l’Editto – Ci siamo determinati di abolire ovunque sono simili Statuti, volendo che per l’avvenire sia facoltà di ciascheduno di far le Vendemmie nei propri Beni e in quei tempi e modi più espedienti, non ostante qualunque Disposizione, Legge, o Ordine in contrario a cui s’intende col presente Editto espressamente derogato”. Correva l’anno 1776, nella penisola italiana; ennesima dimostrazione che le liberalizzazioni – intese come quel processo di disboscamento dei vincoli normativi, regolamentari e fiscali che gravano sulla normale libertà di fare impresa – sarebbero tutt’altro che aliene alla nostra storia e cultura.

Cosa c’entra tutto ciò con i carburanti? E’ presto detto. Nell’Indice delle Liberalizzazioni stilato per il 2014 dall’Istituto Bruno Leoni, l’Italia risulta “il secondo Paese meno liberalizzato” nel settore carburanti tra i 15 Paesi principali dell’Unione europea presi in considerazione. Carlo Stagnaro, curatore dell’Indice e autore del primo capitolo sui carburanti per autotrazione, prende in considerazione tre fattori per costruire la classifica. Un primo fattore che spiega la maggiore o minore apertura al mercato “è legato alla presenza di norme che inducono rigidità nel settore e di conseguenza si traducono in maggiori costi grossomodo simmetrici tra i concorrenti”; l’esempio è quello di leggi regionali che in Italia impongono requisiti diversi ai nuovi entranti nel settore (come l’obbligo di dotarsi di impianti per erogare idrogeno, metano o Gpl). Un secondo fattore considerato è “la maggiore o minore propensione della rete e del modello di business nella vendita a evolvere e adattarsi a un mondo che cambia”; alcune protezioni più o meno implicite rendono meno necessaria la modernizzazione degli impianti, rallentando per esempio la diffusione del self service o la rivendita di prodotti non-oil ai punti di rifornimento. Infine però, come riconosce Stagnaro, il terzo e “più importante” fattore che frena oggi la liberalizzazione del settore carburanti in Italia è l’incidenza del prelievo fiscale. Vediamo come e perché.

Leggi il resto su Il Foglio, 7 gennaio 2015

Petrolio sempre più giù: "Un’opportunità che l’Italia deve cogliere"

Crolla il prezzo del petrolio e crolla il valore del Rublo. L’oro nero, al barile, si vende a meno di 60 dollari: gli indici Brent e Wti (rispettivamente l’olio minerale di riferimento Usa ed europeo) sono a quota 59 e 55$ circa.

Le borse ne risentono, ma per l’economia reale è una parziale boccata d’ossigeno, mentre per quella russa sono giorni (e scenari) neri. Costa sta succedendo?

IlGiornale.it lo ha chiesto a Serena Sileoni, vice direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, che ci spiega anzitutto il perché della flessione: “Per la più classica ragione di mercato: si è prodotto di più, con un aumento della produzione americana del 60% che ha messo sul mercato circa 5 milioni di barile al giorno, mentre dall’inizio della crisi economica mondiale si è chiesto meno del previsto. Complessivamente, negli ultimi dieci anni da noi la flessione dei consumi petroliferi è stata del -36%, più del doppio rispetto a quanto accadde in occasione del secondo shock petrolifero (fonte UP), mentre a livello mondiale il 2014 si è chiuso a 92,4 milioni di barili al giorno, 200 mila in meno del previsto (stime IEA)”.

Siamo agli antipodi della crisi energetica del 1973-1974 causa guerra del Kippur. E l’Opec, oggi, decide di non tagliare la produzione del combustibile. Il greggio si compra a meno, molto meno: -50% rispetto al suo valore di giugno, quando servivano circa 110 dollari per i 159 litri. Il che significa benefici per consumatori – che si vedono aumentare il potere d’acquisto –, imprese e Paesi importatrici, come l’Italia. Ma a guadagnarci forse più di tutti sono gli Stati Uniti, che superano la nemica Russia in quanto Paese produttore e mettono nel mirino l’Arabia Saudita.

Leggi il resto su Il Giornale, 18 dicembre 2014

Ilva o no. Siamo sicuri che l'Italia sia ancora un buon posto per fare acciaio?

Nel disastro di Taranto hanno perso tutti, proprietà, amministrazione locale, stato nelle sue varie articolazioni. Per distinguere le varie responsabilità di un simile disastro, bisognerà aspettare i processi, penali e civili: anni e anni. Intanto lo stallo costa, in soldi e in consensi: con l'intervento deciso, il governo ridurrà forse le emorragie, ma noi rischiamo di smarrire tra interventi provvisori, soluzioni ponte, approdi finali la visione complessiva di quanto si è finora perso e perché. Farlo perbene richiederebbe di entrare nel merito dei giudizi di un magistrato, il cui operato non è stato giudicato esorbitante o illegittimo dagli organi di autogoverno della magistratura. Per cercare di fare una sorta di "screenshot" della situazione attuale, utile a giudicare le scelte che si faranno, c'è una strada: tornare indietro a un tempo precedente a quello dell'ordinanza del magistrato, riportare cioè la questione Ilva all'interno del quadro generale in cui essa si colloca fin dalla sua fondazione "La natura è ciò che resta dopo aver soddisfatto tutte le esigenze umane", scrive Lewis Baltz, il grande fotografo-artista vissuto tra Venezia e la California. Le industrie consumano ambiente. Lo consumò l'Ilva come terreno quando fu deciso di localizzarla in quel luogo, lo consumò, come emissioni durante i 35 anni di proprietà pubblica e i 15 di proprietà privata. 15 anni in cui la proprietà investì in protezione ambientale una quota importante degli investimenti totali, questi a loro volta superiori agli utili.

Le industrie soddisfano esigenze: esigenza è il lavoro. Lavoro e ambiente sono due beni costituzionali, quindi necessariamente bilanciati tra loro. Dopo che per oltre mezzo secolo si sono protratti consumo di ambiente e creazione di lavoro, i problemi che sorgono sono collettivi, riguardano l'intera comunità, vanno quindi risolti con il coinvolgimento di tutti, autorità locali, poteri centrali, proprietà. Col progredire della coscienza ambientale, aumenta la richiesta di re-internalizzare i costi: nel caso dell'Ilva questa si traduce in una nuova Aia del costo stimato in 1,8 miliardi, che il governo regionale ha voluto più severa e quindi più costosa di quella europea. Non sono questi i soli soldi che si devono mettere per fare ripartire l'Ilva: si devono anche riparare gli impianti danneggiati (gli altiforni vanno quasi rifatti), si deve ricostituire il circolante consumato (anche per pagare i fornitori); si stima che il relativo capitale da mettere in azienda sia dell'ordine di 2,5 miliardi. 1,8 e 2,5? Poco conta l'esattezza, l'importante è tenere distinte le due cifre, quella per l'Aia e quella per il funzionamento. L'adeguamento alle nuove norme la deve mettere chiunque voglia far ripartire Taranto. L'altra somma corrisponde ai danni che si sono prodotti per non avere riconosciuto fin dall'inizio la natura pubblica del problema, e quindi la necessità di affrontarlo insieme a tutte le parti interessate, in primo luogo insieme alla proprietà, attuando un piano ragionevolmente scadenzato, tenendo cioè conto, accanto all'urgenza di ciò che si deve fare oggi anche i decenni in cui non si è fatto abbastanza.
Un'azienda vale i flussi di cassa futuri, nell'attualizzazione quelli a breve pesano di più, e oggi nella siderurgia sono molto bassi o negativi. Se nessuno, né l'attuale proprietà né un nuovo acquirente, fosse disposto a prendere in mano l'azienda pagando il costo dell'Aia, non c'è nessuna ragione per pensare che lo stato (la Cdp poniamo) possa far meglio di un'azienda del settore: in tal caso vorrebbe dire che l'Italia non è più il posto adatto a fare acciaio. Del tutto diverso è il discorso per il costo a fronte delle perdite che si sono prodotte a seguito dell'intervento della magistratura. Se il valore aziendale che un compratore è disposto a riconoscere non arrivasse a coprirle, lo stato avrebbe interesse a pagarle per far ripartire l'impianto: ma questo non vuol dire che avrebbe interesse a farsi azionista e rilevare l'intera azienda, obblighi Aia compresi. Quei soldi sono bruciati per sempre, è un'illusione pensare di recuperarli producendo acciaio. Il guadagno eventuale remunererebbe il rischio dell'investimento, e non c'è nessuna ragione per pensare che Cdp guadagnerebbe di più facendo l'acciaio che non investendo in uno degli altri settori in cui opera, con conoscenze e con profitto.

Questo è uno conto ipersemplificato: ma serve ad annotare alcune cifre da non dimenticare quando, un giorno o l'altro, si dovrà spiegare che cosa è accaduto, o meglio non è accaduto a Taranto. Dove oggi invece c'è incertezza su tutto: sul ciclo produttivo, sul combustibile da usare, sulle condizioni operative, perfino sul modello di business. Oggi a Taranto non ci sono le condizioni base per fare un piano operativo: e quindi lo stato appare l'unico in grado di farsi carico dell'incertezza, e di negoziare compromessi. Questo è il vero rischio che corriamo oggi a Taranto: far fare allo stato il siderurgico di ultima istanza. Povero Sinigaglia!

Da Il Foglio, 16 dicembre 2014

Trasporti e ambiente: quando la tassa è “giusta”

I COSTI SOCIALI DEI TRASPORTI

Getting Energy Prices Right” (Imf, Washington DC, 2014), la ricerca recentemente resa pubblica dal Fondo monetario (appare di straordinaria vastità. Concerne infatti 156 paesi del mondo, e si ripropone di definire e valutare politiche fiscali per le quattro fonti principali di energia da fonti fossili (carbone, gas naturale, benzina, diesel), tali da “internalizzare i costi esterni” che generano. E ciò tenendo conto di quanto le politiche fiscali nazionali già non “internalizzino” tali costi. Inoltre si spinge successivamente fino a valutare l’ordine di grandezza dei benefici socioeconomici e fiscali che la fissazione di una imposizione corretta genererebbe.

Il volume, di quasi 200 pagine, è stato onorato da una prefazione di Christine Lagarde. L’analisi si concentra soprattutto sul settore dei trasporti, per due motivi: la complessità del settore e la presenza di numerose altre esternalità, che in una ottica di internalizzazione non possono certo essere ignorate. Le esternalità considerate per il settore dei trasporti appaiono nel complesso esaustive: infatti, accanto agli effetti climalteranti ed ai danni alle persone proprie di tutte le emissioni gassose in atmosfera, vengono valutati statisticamente i costi sociali degli incidenti ed i fenomeni di congestione. Sulla valutazione di questi ultimi tuttavia non si possono non esprimere tre dubbi metodologici rilevanti. Il primo concerne la definizione di assenza di congestione (flusso veicolare libero) assunto come riferimento: in realtà la teoria dimostra che un flusso libero non è efficiente, perché evidenzia la sottoutilizzazione dell’infrastruttura. Il flusso che massimizza il surplus sociale è intermedio tra il flusso libero e quello congestionato. Nel caso della città di Parigi il rapporto fra costo “economico” della congestione e quello del “tempo perso” è stato stimato da Prud’Homme pari a 1/15.
Il secondo dubbio è l’assimilazione della congestione ad altre esternalità: anche qui la teoria, sviluppata dal premio Nobel Buchanan ma certo non universalmente condivisa, include la congestione stradale tra le “esternalità di club”, in cui i soggetti danneggiati coincidono con i soggetti che generano il danno, al contrario delle esternalità da emissioni. Il terzo dubbio è la nota inefficienza dell’uso delle accise sui carburanti nell’internalizzare la congestione: considerata l’estrema variabilità nel tempo e nello spazio del fenomeno è di gran lunga preferibile ricorrere a strumenti del tipo “congestion charge”. Analoga considerazione può essere svolta con riferimento al tema della incidentalità.

Leggi il resto su LaVoce.info, 25 novembre 2014

«Non si può più costruire. Troppi divieti e leggi folli»

«Partiamo da una prima verità: siccome io vivo a Chiavari e dato che Chiavari è stata duramente colpita dall'alluvione e il coro sull'abusivismo edilizio si è puntualmente levato ecco che allora vorrei sottolineare questa verità.
La verità che in Italia si è costruito tanto e male ma lo si è fatto, almeno nel Nord Italia, nel rispetto della pianificazione urbanistica. Voglio dire che le costruzioni nell'alveo dei fiumi non sono abusi sanati ma, per la stragrande maggioranza dei casi, si tratta di costruzioni realizzate nel rispetto, non solo delle leggi, ma delle scelte di pianificazione dei Comuni.
In buona sostanza mi preme sottolineare questo concetto: che proprio il dissesto idrogeologico italiano è la prova provata del fallimento della pianificazione pubblica nella gestione dei suoli».

Ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni, autore di saggi e pubblicazioni, attento osservatore della realtà urbanistica nazionale, l'avvocato Silvio Boccalatte esordisce così la sua disamina sulla situazione edilizia in Italia.

Acclarata questa verità, avvocato, l'edilizia in Italia rimane ferma, anzi bloccata...
«Certamente. E purtroppo. Perché dopo l'ubriacatura delle costruzioni, il periodo durante il quale si è concesso tutto a tutti nell'ambito di scelte di pianificazione, che venivano sì influenzate dagli operatori privati, ma comunque realizzate nel rispetto della legge, poi la normativa edilizia nei decenni è diventata folle, nel senso che impedisce di costruire. Perché è una normativa che rende impraticabile l'edilizia nuova»

In che cosa si traduce, avvocato Boccalatte, questa folle normativa edilizia?
«L' edificabilità dei suoli, che è una prerogativa rigorosamente pubblica è ridotta ai minimi termini e oramai la scelta pianificatoria generale si orienta verso il riutilizzo dei suoli. Un orientamento che poggia su un'idea sbagliata, che è l'idea del consumo di suolo come il se il suolo potesse consumarsi come un panino che si mangia e poi non c'è più. E partendo da questo presupposto sbagliato si è passati all'eccesso opposto, impedendo di costruire praticamente ovunque».

Ad appesantire il quadro normativo ci sono balzelli, tasse e oneri vari, vero avvocato?
«In effetti ad una situazione già così compromessa si somma il meccanismo pericolosissimo degli oneri di urbanizzazione. Della serie: io Comune ti do il permesso di costruire ma tu mi paghi il pizzo, mi paghi dazio e in anticipo . Una (chiamiamola pure col suo nome) sorta di estorsione legalizzata, che fa versare somme cospicue dietro la presunta contropartita di servizi che verranno poi portati dalla municipalità nella zona della costruzione ma che in realtà finisce nel calderone della spesa pubblica. Poi aggiungiamo gli oneri strutturali che riguardano tutto il sistema di imposizione sulle compravendite, il passaggio attraverso l'atto pubblico e il controllo notarile. Tutti oneri che si possono sopportare in un periodo di vacche grasse ma che adesso pesano più che mai. E sommiamoci pure, anche se sono pochi soldi, le certificazioni energetiche per esempio. Senza certificazioni non puoi né comprare né affittare un immobile».

Perché la scelta di ristrutturare anziché costruire?
«È una politica di tentata reazione agli eccessi del passato . Basti pensare recentemente stava per passare un aumento del 150 per cento dell'imposizione fiscale sulle nuove costruzioni. Il che significa che si vuole impedire fermamente e con ogni mezzo di costruire ex novo. Lo slogan del passato è stato quello di fermare la speculazione e di tagliare le unghie alla rendita. Adesso è stata talmente accentuata l'imposizione fiscale sul mattone che hanno tagliato le mani alla rendita. Avere eliminato la rendita porterà i proprietari a fare investimenti o lasciare cadere a pezzi i loro appartamenti? La rendita forse ci fa schifo perché da settant'anni viviamo in una realtà filo-socialista ma la rendita è quella che traina e porta avanti il mercato . Altrimenti non si ha futuro economico. I nostri legislatori dovrebbero ricordarsi in quale stato erano le città dei Paesi socialisti nel 1989».

Da Il Giornale, 18 novembre 2014

Shock da bolletta

Ci sono due dati che, se letti assieme, fanno paura. Il primo: le piccole e medie imprese italiane pagano la bolletta elettrica più cara d'Europa, dopo quelle danesi e cipriote. Il secondo: il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti, e la loro dimensione media 4 addetti è del 40% inferiore alla media europea. Il combinato disposto di questi fatti è: "abbiamo un problema, Houston". Infatti, il costo dell'energia è uno dei principali elementi di competitività per le aziende, che ne può determinare la maggiore o minore capacità di imporsi sulla concorrenza internazionale. Se si aggiunge che il nostro Paese dipende fortemente dal traino dell'export, è ovvio quali siano le dimensioni dell'emergenza. Se questo è vero, allora bisogna porsi due domande: perché e come ci siamo trovati in questa situazione? E come uscirne? È essenziale rispondere a entrambe per esprimere una diagnosi, e per individuare un sentiero che consenta di ridimensionare il sottostante handicap competitivo e accompagni le imprese italiane verso una ritrovata competitività. Da questo assieme naturalmente ad altre misure che vadano a incidere su altri fattori di debolezza italiani dipende la capacità del Paese di crescere.

Ciò è di fondamentale importanza perché, nel lungo termine, solo il ritorno a tassi di crescita positivi, sostenuti e persistenti nel tempo può mettere l'Italia in sicurezza rispetto ai suoi maggiori fattori di rischio, quali la disoccupazione (specie giovanile, femminile, e di lunga durata) e il debito pubblico (in rapporto al prodotto interno lordo). La risposta alla prima domanda è semplice quanto deprimente: la bolletta elettrica è stata trattata, negli ultimi vent'anni e a dispetto del profondo processo di riforma che ha investito il settore, alla stregua di un bancomat. A partire dalla metà degli anni Novanta, sulla scorta di tre pacchetti europei di liberalizzazione, il comparto elettrico ha completamente cambiato aspetto.
Si è passati da un monopolio pubblico verticalmente integrato a un mercato sostanzialmente liberalizzato, dove sia la domanda sia l'offerta sono libere e le reti sono segregate rispetto alle attività di mercato. Questo avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni, a un importante ciclo d'investimenti nel rinnovo del parco centrali (che c'è stato) e alla riduzione dei prezzi. Quest'ultima si è verificata solo se si guarda alla componente all'ingrosso dei prezzi. Purtroppo, il consumatore (incluse le imprese), in aggiunta alla commodity, paga anche una serie di servizi, oneri e imposte che appesantiscono il totale. In particolare, egli deve sostenere i costi di vettoriamento dell'energia (e i relativi investimenti nelle reti) e un gran numero di voci che sono poco o per nulla collegate al servizio. Ora, i costi di rete sono probabilmente eccessivi, come si può desumere dagli elevati rendimenti sul capitale investito degli operatori. Ma, soprattutto, le altre componenti sono cresciute a dismisura, sia in numero sia per la loro entità. Molte di esse finanziano attività che hanno poca attinenza col servizio elettrico: dallo smantellamento delle ex centrali nucleari alla cosiddetta ricerca di sistema fino alla "riserva di capacità" per San Marino e il Vaticano.

Altre sono state oggetto di una crescita vertiginosa e incontrollata (ancorché ampiamente prevedibile): il peso dei sussidi alle fonti rinnovabili è esploso da poche centinaia di milioni di euro a quasi 13 miliardi l'anno (l'impatto del solo fotovoltaico è passato da 5 euro / MWh nel 2010 a a 21 euro / MWh nel 2013). Altre ancora riflettono il peso politico di specifici gruppi di consumatori: i grandi consumatori, come le imprese cosiddette energivore e le ferrovie, godono di agevolazioni il cui costo si riversa sulle spalle delle Pmi. Infine, l'attuale sistema di "maggior tutela" in virtù del quale la maggior parte dei consumatori, incluse le Pmi, pur potendo teoricamente accedere al libero mercato, si rifornisce a un prezzo fissato dall'Autorità per l'energia ha ingessato la domanda limitando i benefici potenziali della liberalizzazione. Se questa è la diagnosi, la terapia deve essere coerente: poiché l'eccesso di costo dipende dal peso degli oneri e dalla concorrenza insufficiente, l'unica via d'uscita consiste nel ridurre gli oneri e stimolare la concorrenza. Sul primo fronte, il governo è già intervenuto mettendo in moto un processo di efficientamento. Il pacchetto "taglia bollette" varato a giugno mette le briglie alla crescita degli oneri, e interviene su molti di essi eliminandoli o comunque limitandone l'impatto.
Sull'altro fronte, l'Autorità Antitrust nell'ambito della sua periodica segnalazione finalizzata alla legge annuale per la concorrenza ha sottolineato l'esigenza di restringere fino a superare del tutto il perimetro della "tutela", spingendo i consumatori sul mercato. Naturalmente essi devono essere "accompagnati", ma non è pensabile che, finché verranno trattenuti nello zoo dei prezzi regolati, siano in grado di cogliere i vantaggi della concorrenza.

Su questo punto è necessario essere precisi. La concorrenza, al livello del mercato retail, funziona se non solo l'offerta è contendibile, ma anche la domanda è mobile. Tuttavia, difficilmente questo accade in assenza di una "spinta" che costringa i consumatori a rendersi conto del "nuovo mondo" che si può aprire davanti ai loro occhi. In un certo senso, esiste un parallelo con le telecomunicazioni: fino alla piena apertura del mercato e alla scomparsa delle forme dirette e indirette di regolazione dei prezzi era impensabile che cittadini e imprese cambiassero con disinvoltura il loro gestore telefonico. Eppure, oggi è proprio questa opportunità a trainare lo sviluppo del servizio, l'ampliamento dell'offerta e la riduzione dei prezzi. Non c'è ragione di credere che lo stesso non possa accadere nel caso dell'elettricità.

Ridurre i prezzi dell'energia elettrica è un passaggio cruciale, ancorché non sufficiente, per aiutare le Pmi italiane a ridimensionare i loro svantaggi competitivi. Purtroppo, i costi dell'energia riflettono una lunga serie di scelte passate, molte delle quali scarsamente coerenti le une con le altre e comunque tali da generare una escalation delle componenti tariffarie. Inoltre è necessario riconnettere l'Italia alla spinta europea verso la progressiva apertura del mercato, una spinta che se non si è esaurita appare comunque indebolita, non solo nel nostro paese ma anche in diversi altri Stati membri dell'Ue. Paradossalmente diverse scelte, anche relativamente recenti, anziché andare verso una maggiore competizione sembrano accreditare l'idea di un ritorno prepotente dello Stato al centro della politica energetica.
La pretesa di guidare investimenti e comportamenti degli operatori è incompatibile con un mercato vivace, efficiente e dinamico.

Da Genova Impresa, 27 ottobre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Hinkley Point C decision further undermines competition in the electricity market

The European Commission has given the green light to the construction of a new nuclear plant at Hinkley Point. This may or may not be part of a nuclear renaissance, but it is definitely a further weakening of the British model of liberalisation of the electricity market.

The Hinkley Point C scheme will be made possible by a number of state-backed financial guarantees. The most important one is the introduction of a ‘strike price’ of £92.50 /MWh, about twice as much as the current wholesale price of electricity. This arrangement will be kept in place for as long as 35 years, vis-á-vis an expected technical life of the plant of 60 years. According to the EU Commission’s estimates, the new plant will become operational in a time of 10 years for an investment cost of £34 billion. If the past can provide guidance, both costs and timetables are likely to overrun.

A brief analysis of the figures illustrates the economic shortcomings of the scheme. Under the assumption that electricity wholesale prices will stay around the current level for the next 35 years and that the extra-cost is justified by the alleged positive externalities deriving from more carbon-free energy, it follows that the external benefit is priced at £40-50/MWh. Under the further assumption that the additional nuclear power will displace electricity produced by Combined Cycle Gas Turbines at the margin, with average emissions of 340 kg CO2/MWh, it follows that British consumers will pay an average of £117-147 per ton of CO2. The same ton of CO2 is now priced on the EU Emissions Trading Scheme (a cap-and-trade mechanism designed to find the most cost-effective ways to reduce emissions) well below £8. This implies consumers will be forced to pay 14-18 times more for the same product (i.e. the positive externalities from carbon-free power). The fact that other green sources, such as wind or solar power, are subsidised just as much, or even more, does not make the impact any less painful.

Leggi il resto su Iea.org.uk, 10 ottobre 2014

Energia elettrica: è l’ora dei prezzi negativi

Le direttive europee sull’apertura dei mercati energetici sono finalizzate non solo a incoraggiare la concorrenza nei mercati nazionali, ma anche a favorire l’integrazione tra i mercati europei. L’allargamento della dimensione fisica dei mercati – e, in prospettiva, la creazione del “mercato interno” per l’energia elettrica – può infatti produrre benefici importanti in termini di prezzo, di maggiore efficienza nell’utilizzo degli impianti esistenti e di riduzione degli impatti ambientali. Per raggiungere l’obiettivo la Commissione Europea ha promosso iniziative diverse: tra le altre, oltre l’introduzione di regole armonizzate per la disciplina dei mercati nazionali e la realizzazione di investimenti infrastrutturali cross border, il cosiddetto market coupling. Si tratta di “un meccanismo di integrazione dei mercati che, nel determinare il valore dell’energia elettrica nelle diverse zone europee di mercato coinvolte, contestualmente alloca la capacità di trasporto disponibile tra dette zone, ottimizzandone l’utilizzo”.

Attraverso l’adozione di regolamenti comuni per il funzionamento delle rispettive borse elettriche, in particolare in relazione ai mercati del giorno prima, 17 paesi europei hanno già raggiunto il market coupling. Entro la fine del 2014 anche l’Italia (che dal 2011 opera in accoppiamento sulla frontiera slovena) dovrà unirsi a questi paesi adeguando le proprie regole di mercato. L’esperienza con la Slovenia ha finora prodotto risultati positivi e fa presagire che la futura integrazione del mercato italiano con quelli dei maggiori paesi europei può potenzialmente portare a risultati altrettanto positivi e di più vasta portata. Affinché ciò diventi realtà, è tuttavia necessario che il nostro paese adotti una serie di riforme. I cambiamenti necessari a tal fine sono riassunti efficacemente in un recente documento di consultazione dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico. Tra di essi, la possibilità per i prezzi di assumere valori negativi, peraltro già annunciata dal Ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, nell’ambito del “pacchetto taglia-bollette”.

Leggi il resto su LaVoce.Info, 26 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro@SimoBenedettini

In defence of TTIP: Good for the economy – and for the climate

The TTIP which is being discussed between the EU and the US is no doubt a landmark treaty that will have important repercussions on the economy of the two blocs and indeed the global economy. And energy trade is an important part of it. Both European and American negotiators seem willing to get to a conclusion. As far as the EU is concerned, TTIP has been set as a top priority under the Italian Presidency, as the country’s Minister for Economic Development, Federica Guidi, emphasized in her first hearing before the Italian Parliament.

But is this TTIP a good idea? There is, in fact, little discussion among professional economists about the healthy consequences of free trade. Indeed, if negotiators fail to reach an agreement, each party would immensely benefit from unilateral trade liberalization, as Prof. Heribert Dieter argued recently in The Wall Street Journal.

There are several reasons why closing a free trade agreement (FTA) would be preferable, though. Bilateral (or pluri-lateral) liberalization is more likely to gain political support than unilateral market opening. Reducing barriers to trade, while resulting in more economic efficiency and ultimately increasing the available income on both sides of the Atlantic, may cause short-term adjustment costs. If two countries achieve greater economic integration, each of them would specialize in the productive processes at which it is comparatively more efficient. At the same time, the industries that are comparatively less efficient will suffer and there may be closings or layoffs. Therefore a strong political effort is required to smooth the transition. Moreover, mutual market opening entails larger opportunities and gains.

Leggi il resto su EnergyPost.eu, 24 settembre 2014
Twitter: @CarloStagnaro

Mercato elettrico: è importante consentire i prezzi negativi

L'Italia deve introdurre la possibilità per i prezzi elettrici di assumere valori negativi: non solo perché fa parte degli obblighi assunti in direzione del market coupling europeo, ma anche per ragioni di efficienza e concorrenza nel mercato. Lo sostiene Tommaso Pavoncello nel Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" (PDF).

Scrive Pavoncello: "Il prezzo negativo dell’energia elettrica può costituire un incentivo per i produttori a investire per aumentare la flessibilità delle centrali. Una maggiore flessibilità consentirebbe al produttore di regolare il livello di produzione di energia alla domanda, permettendogli di interrompere la produzione qualora le energie rinnovabili fossero in grado di soddisfare interamente la domanda stessa. Inoltre, i prezzi negativi potrebbero costituire un’opportunità non da poco per le fabbriche che, producendo miratamente nelle ore in cui i prezzi sono più bassi o addirittura negativi, ridurrebbero significativamente i costi di produzione. Per concludere, una domanda e una offerta di energia più dinamiche e flessibili, capaci di reagire a picchi positivi e negativi del prezzo, avrebbero un effetto endogeno di mitigazione della volatilità del prezzo stesso. L’abolizione di vincoli di prezzo favorirebbe la circolazione d’informazioni corrette tra gli agenti del mercato incrementandone l’efficienza".

Il Focus "I prezzi negativi dell'energia elettrica in Italia" di Tommaso Pavoncello è liberamente disponibile qui (PDF).

Sbilanciamenti, IBL: l'Autorità lasci fare al mercato

Sì a una valorizzazione unica degli sbilanciamenti effettivi prodotti da tutte le fonti, meglio ancora se con una sola franchigia a dispetto dei paletti del Consiglio di Stato, che andrebbero superati con una norma ad hoc. No invece a meccanismi centralizzati con un corrispettivo unitario definito da Terna, soluzione apparentemente preferita dall'Autorità ma che mortifica le dinamiche di mercato. L'Istituto Bruno Leoni interviene così nel dibattito sulla disciplina degli sbilanciamenti per gli impianti da rinnovabili intermittenti, pubblicando le proprie osservazioni nel giorno in cui scade il termine della consultazione lanciata in giugno dall'Autorità per l'energia (v. Staffetta 24/06).

L'IBL esprime in particolare la propria preferenza per la prima delle tre soluzioni ipotizzate dall'Autorità - una valorizzazione dell'energia elettrica oggetto di sbilanciamento al di fuori della franchigia uguale per tutte le fonti e determinata con le medesime modalità con cui vengono valorizzati gli sbilanciamenti delle unità di produzione abilitate, con franchigie al 42% per l'eolico, al 25% per il fotovoltaico, all'1% per l'idro ad acqua fluente e per le altre. Al contrario, si legge nelle osservazioni, “qualora l'Autorità intendesse orientarsi verso l'opzione 3 (come sembra emergere dalla lettura del Dco, ndr) IBL manifesta fin d'ora la propria più netta contrarietà, trattandosi di un ulteriore, sostanziale passo nella direzione opposta a quella della concorrenza e del mercato”.

Per il think tank liberista una gestione centralizzata di questo tipo, che sostituisce alla valorizzazione degli sbilanciamenti effettivi un corrispettivo definito da Terna che approssima l'impatto delle Fer sui costi di gestione della rete è giudicata “meno convincente e potenzialmente costosa – in termini di rallentamento delle dinamiche di mercato e di ostruzione del processo di scoperta e scambio dell'informazione – nel lungo termine. Per quanto possa apparire attraente, per la sua semplicità intuitiva, nell'immediato, tale opzione non solo manterrebbe gli operatori rinnovabili nell'attuale limbo di non-mercato, sottraendo loro qualunque leva di vantaggio competitivo, ma finirebbe inevitabilmente per cambiare la stessa natura del Tso. Data l'entità del parco intermittente esistente – aggiunge IBL - affidarne la gestione a Terna farebbe dell'operatore di rete de facto un attore del mercato, sollevando profili potenzialmente molto critici nel confronto competitivo”.

Quanto alla franchigia differenziata per fonte, che il regolatore ha previsto in attuazione delle pronunce definitive del Cds ha impongono di trattare diversamente le diverse fonti in ragione della loro diversa prevedibilità, per IBL “il vincolo posto dal giudice amministrativo appare economicamente irrazionale” e andrebbe rimosso. In tal senso si suggerisce all'Autorità di segnalare a Parlamento e Governo l'opportunità di un intervento normativo che consenta una franchigia unica. Secondo l'Istituto la franchigia differenziata rischia anche di ostacolare l'evoluzione del sistema verso una gestione di portafoglio (aggregata) degli impianti, che andrebbe invece favorita anche valutando di passare da un sistema in cui i punti di immissione in rete si riferiscono a un singolo impianto, a un sistema che consenta (per il dispacciamento) punti di offerta multipli.

da Staffetta Quotidiana, 8 settembre 2014

È caccia grossa alle farmacie

Il Ddl concorrenza nel format pre Consiglio dei ministri apre le porte alle grandi multinazionali della distribuzione del farmaco, che potrebbero «colonizzare» le farmacie private made in Italy. specialmente quelle più «provate» dalla crisi economica. Tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, la svolta arriverebbe dalla possibilità per le grandi catene (con la modifica della legge 362/199l) di diventare titolari di farmacie private. Non solo: i soci delle società titolari di farmacia non dovranno più essere necessariamente dei farmacisti, ma la direzione dovrà essere attribuita a un farmacista in possesso dell'idoneità.

E la volontà espressa dal testo esaminato in Consiglio dei ministri va ancora oltre: viene infatti cancellato anche il limite delle 4 licenze in capo a un identico soggetto nel settore delle fammele, «in modo da consentire economie di scala tali da condurre all'abbassamento dei costi e consentire l'ingresso di soci di capitali alla titolarità dell'esercizio della farmacia».

I tre leader Ue della distribuzione intermedia sono Celesio admenta, Alliance boots e Phoenix. Il Ddl Concorrenza, insomma, terreno di battaglia fino all'ultimo secondo: partita aperta e poi chiusa forse in attesa del Parlamento, sull'eliminazione dell'esclusiva delle farmacie private sui farmaci C con ricetta, da concedere anche a corner della Gdo e pamfarmacie. Poi i ripensamenti e lo stralcio. Una partita, quella dei C con ricetta. che vale 2.9 miliardi.

La materia è incandescente e anche alla vigilia del Consiglio dei ministri del 20 febbraio scorso, si sono rincorse voci e polemiche. Nelle bozze circolate. tra le misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica è previsto l'abbassamento della soglia di popolazione richiesta per l'apertura delle farmacie.

Tra i rumor l'ipotesi su un rafforzamento delle misure per ridurre la durata dei brevetti farmaceutici accelerando l'ingresso sul mercato dei farmaci generici. Ma anche uno stop alla possibilità di «tramandare» di padre in figlio la titolarità delle farmacie. E per pareggiare i conti con le parafarmacie, si è parlato dell'ipotesi di introdurre anche per questi punti vendita l'obbligo delle aperture notturne e festive. Voci, voci, in gran parte poi smentite.

Sempre in ambito sanitario la bozza del Ddl prevede anche misure per incrementare la libertà di accesso dei privati all'esercizio delle attività sanitarie non convenzionate con il Ssn, una semplificazione delle procedure di accreditamento delle strutture e massima trasparenza sui dati di bilancio e sulle performance delle strutture sanitarie accreditate, anche attraverso la pubblicazione periodica sui siti internet di rapporti ad hoc che illustrino attività svolte e qualità dei servizi erogati.

Sulle liberalizzazioni in farmacia il treno delle critiche si è arricchito di nuovi vagoni. Primo fra tutti quello dell'Aifa: «L'Agenzia italiana del farmaco intende ribadire in modo inequivocabile si legge in una nota ufficiale come da mandato istituzionale, la sua posizione a tutela della salute pubblica attraverso un uso consapevole e sicuro dei farmaci e la sua contrarietà a ogni forma di allargamento dei punti vendita dei medicinali, che esporrebbe con certezza i cittadini a maggiori rischi».
«Il nostro Paese non ha certamente bisogno di aumentare o favorire. in alcun modo conclude l'Agenzia italiana del farmaco un consumo dei medicinali meno appropriato che diventerebbe ancora più disorganizzato e sicuramente più pericoloso».
Federfarma esprime grande preoccupazione sull'apertura di catene di farmacie di proprietà di grandi gruppi commerciali.
«Far entrare il grande capitale nella proprietà delle farmacie si legge in una nota significherebbero ridurre le garanzie a favore dei cittadini, oggi esistenti».
In campo anche la Federazione degli Ordini dei farmacisti: «L'apertura alle società di capitali nelle farmacie si legge nella nota Fori e la marginalizzazione del farmacista abilitato è da \ vero la volta buona per distruggere il servizio farmaceutico. Questa misura, infatti, confermerebbe da una parte i peggiori sospetti sui reali beneficiari di questa pseudo-riforma, dall'altra la vocazione degli ultimi Governi a mortificare le attività professionali. E evidente che quando si parla di economie di scala si ha in mente ben altro rispetto a un servizio in convenzione, capillare, che deve rendere possibile l'assistenza farmaceutica cioè uno dei Lea».

Tra le voci in campo anche il Raggruppamento farmaceutico dell'Unione europea sulla deregulation della fascia C: «Nessun Paese europeo permette la dispensazione di farmaci etici al di fuori delle farmacie regolarmente autorizzate». E Farmacieumite con Assofarm: «Serve una riforma vera che anteponga la salute dei cittadini a logiche commerciali».

Fuori dal coro un focus dell'Istituto Bruno Leoni. Secondo l'autore. Giacomo Lev Mannheimer, Fellow Ibl, l'apertura a parafarrnacie e corner Gdo non rappresenta un pericolo per i consumatori: «Il cittadino non avrebbe nulla da temere si legge nello studio acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest'ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia».

Da Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2015

Se la sanità lombarda si affida alla burocrazia per affrontare l'ignoto

Quest'estate la regione Lombardia ha aperto una consultazione pubblica sul suo Libro Bianco sullo sviluppo del sistema sociosanitario in Lombardia. Quel documento prelude a una riorganizzazione del cosiddetto "modello lombardo". Del quale proprio il Libro Bianco tesse le lodi, forte di una notevole batteria d'indicatori. Ma che andrebbe aggiornato ai tempi, perché l'invecchiamento della popolazione produrrebbe tanto un aumento dei bisogni sanitari a cui assolvere, quanto una loro "mutazione". Nel paese più "vecchio" d'Europa, sono i problemi legati alle cronicità che reclameranno il senso della scena. Il sistema sanitario più efficiente del paese più vecchio d'Europa, quindi, dovrebbe dimostrare di essere tale prevenendo l'evoluzione della domanda.

La premessa è di grande buon senso, lo svolgimento un po' meno. Il Libro Bianco è un documento di difficile interpretazione: la fotografia dell'esistente ne occupa la più parte, le proposte d'intervento sono presentate in modo un po' frettoloso, con abbondante uso di formule immaginifiche ("coopetition", "dalla cura al prendersi cura"), suggestive ma inevitabilmente vaghe.

Nelle diverse ipotesi d'intervento (riorganizzazione delle Asl, introduzione di un nuovo sistema tariffario, istituzione di una centrale unica d'acquisti), il filo rosso appare essere la necessità di una maggiore centralizzazione. È questo l'elemento più sorprendente. Su una cosa, il Libro Bianco ha indubbiamente ragione: i bisogni sanitari sono destinati a cambiare, anche in modo considerevole, nei prossimi anni. Questo suggerirebbe di investire su un sistema quanto più adattabile e flessibile: cioè un sistema meno "burocratico", e quindi per forza più competitivo e "privatistico". Se prevediamo che la domanda di sanità cambi, abbiamo bisogno di aumentare, non di ridurre, il tasso d'imprenditorialità nel settore: perché ci serve che si sviluppino tentativi diversi per venire incontro in modo economico a questi nuovi bisogni. Se si concentrano tutte le risorse su un unico piano, su un unico modello, su un'unica idea, e poi quella non funziona, o chi dovrebbe metterla in atto si rivela un corrotto, abbiamo distrutto risorse e dissipato speranze. Se invece si procede per esperimenti diversi, alcuni andranno bene, altri falliranno, ma è più probabile che si riesca a sviluppare la risposta migliore a queste nuove esigenze che vanno emergendo.

In Italia si invoca, sempre, la "cabina di regia", come se il futuro della sanità, in questo caso, fosse un film con un copione già scritto. Fare assegnamento su una maggiore centralizzazione avrebbe senso se e solo se ritenessimo di sapere già come si deve gestire un ospedale per venire incontro non solo ai bisogni di oggi ma anche a quelli di domani. Un ospedale è un'azienda complessa, che deve gestire fattori di produzione molto eterogenei, e fornire un servizio essenziale e al contempo in continuo miglioramento, grazie al progresso tecnologico. Possiamo davvero fare assegnamento sulla burocrazia, per gestire bene aziende di questo tipo? Se sicuramente i bisogni cambieranno in ragione delle cronicità, nessuno sa davvero come ciò avverrà (né, a dire il vero, esistono studi o previsioni particolarmente dettagliati per la nostra Regione).

Abbiamo bisogno di fare esperimenti, e non imporre soluzioni uniformi. Abbiamo a che fare con problemi in larga misura nuovi, ma anche con situazioni nuove sotto il profilo sociologico: con famiglie diverse, da quelle che abbiamo conosciuto per buona parte della nostra storia. Più operatori si mettono in gioco, più tentativi si mettono in campo, meglio è.

Da Tempi, 11 dicembre 2014
Twitter: @amingardi

La fragilità dello Stato

«Perché lo Stato fallisce tanto spesso?», è la domanda che gli statalisti eludono sempre.
Per costoro, non c'è difetto delle politiche pubbliche che non possa essere risolto con maggiori risorse o attribuendo maggiori poteri ai funzionari dello Stato, o dall'una e dall'altra cosa assieme. In un libro denso e importante, Peter H. Schuck, professor emeritus of Law a Yale, dimostra che le cose non sono tanto semplici. Schuck è un moderato per indole, per studi e per convinzione politica (è un elettore del Partito Democratico). Per lui «perché lo Stato fallisce tanto spesso?» non è una domanda retorica, ma un tema di ricerca la cui esplorazione è di fondamentale importanza, se desideriamo che lo Stato fallisca un po' di meno. I criteri di Schuck per considerare «di successo» una determinata iniziativa pubblica sono di grande buon senso. Essa dovrebbe passare il vaglio di un'analisi costi-benefici, essere «equa» ed essere «gestibile» dall'apparato burocratico.
Queste condizioni, tanto semplici, nella realtà vengono spesso disattese. Programmi statali che dovrebbero andare a vantaggio di tutti spesso in realtà premiano alcuni a spese di altri (caso tipico la cosiddetta «politica industriale»); a taluni benefici attuali, pure esistenti, si accompagnano costi ragguardevoli specie nel lungo periodo (si pensi a molte politiche di welfare, anche nel nostro Paese); l'amministrazione si dimostra incapace di amministrare, se non al prezzo di complicare continuamente la vita a sé e ai cittadini.

Una delle ragioni per cui lo Stato fallisce tanto spesso, è che la burocrazia non è, come ad alcuni piace immaginare, uno strumento neutrale per portare avanti l'interesse pubblico. Al contrario, essa «dà forma autonomamente alle politiche pubbliche sulla base delle proprie, endemiche, caratteristiche strutturali». Ma c'è pure un problema di ordine più generale. Molto spesso l'azione politica è volta «a cambiare la mentalità, non gli incentivi»: anche in democrazia, abbondano le iniziative volte a «raddrizzare il legno storto dell'umanità», o perlomeno alcune delle conseguenze di quel legno storto, si discuta di distribuzione del reddito o di una peculiare pratica commerciale.

C'è una certa tendenza, nel ragionar burocratico, a non pensare in termini di trade off. Il fatto che una certa iniziativa persegua un obiettivo estremamente commendevole rende superfluo un esame puntuale dei costi? È istruttivo guardare, come fa Schuck, ai «casi di successo». Nel novero egli mette l'Homestead Act del 1862 (che consentì l'appropriazione delle terre a occidente), il Voting Rights Act del 1965 (la legge che protesse i cittadini di colore da discriminazioni al momento del voto), la riforma del welfare del 1996, la deregolamentazione delle linee aeree del 1978, e il National Institutes of Health. Che cos'hanno in comune? «I beneficiari e gli amministratori dei programmi pubblici ben riusciti stavano sfondando una porta aperta. La cultura dominante considerava già con favore le attività necessarie per attuarli». In qualche modo, le riforme di successo seguono e non precedono, per così dire, il cambiamento sociale e l'evoluzione tecnologica: «Non solo la realtà della politica preclude cambiamenti radicali, ma la spietata legge delle conseguenze non volute vale in particolare nel caso dei tentativi di mutare le strutture socio-politiche in condizioni di immensa complessità, opacità, incertezza e quando è necessario venire a compromessi sui valori».

Come ridurre i «fallimenti dello Stato»? Schuck pare prospettare micro-soluzioni per macro-problemi. Egli vorrebbe essere un «realista» a tutto tondo: da una parte, guardare la macchina pubblica per quel che realmente è, dall'altra avanzare proposte effettivamente realizzabili. Le iniziative dello Stato vengono realizzate «finanziando i prestatori di un determinato servizio nell'aspettativa che offrano il servizio in questione ai beneficiari previsti. Giacché i fornitori di un servizio tendono a essere meglio organizzati dei consumatori/beneficiari, questa sistemazione serve prevalentemente gli interessi dei primi». Questo, sulla base della serie di condizioni cui abbiamo fatto riferimento poc'anzi (analisi costi e benefici, equità, gestibilità), è in tutta evidenza un fattore che induce al fallimento delle politiche pubbliche. Schuck immagina che si possa rimediare tramite un mix di maggiore concorrenza, trasparenza e migliori tecniche di stesura delle norme. Per esempio, i servizi forniti dallo Stato dovrebbero essere «nella maggiore misura possibile nella forma di voucher concessi ai consumatori e soggetti alle condizioni più opportune al fine di tutelare gli obiettivi politici [dei programmi stessi]»: cioè non portare automaticamente alla nascita di nuove agenzie, imprese municipalizzate, enti pubblici. «Prima di decidere di offrire un determinato servizio», ogni apparato dello Stato andrebbe obbligato a «pubblicare le proprie conclusioni circa la possibilità che il servizio possa essere offerto con una qualità pari o superiore, e a un prezzo analogo o inferiore, semplicemente privatizzandolo» al pari di come tali agenzie vengono costrette (negli Stati Uniti) a stimare ad esempio l'impatto delle norme che producono sulle piccoleimprese.

L'uso delle «leggi omnibus», nelle quali entra di tutto, andrebbe rigidamente limitato. Dovrebbero esserci «clausole di tramonto» per regolamentazioni e programmi pubblici: anch'essi dovrebbero essere «come lo yogurt», e venire rinnovati solo se esiste ancora lo specifico bisogno che andavano a soddisfare. Schuck suggerisce di «fare un miglior uso delle fonti d'informazione private». Se uno degli obiettivi della regolamentazione è promuovere trasparenza e diritti del consumatore, non è detto che non si possano utilizzare «valutatori» e «certificatori» privati anziché pubblici. Il grande vantaggio del mercato è la sua capacità di sapere produrre informazione. Per «fallire di meno», lo Stato deve imparare a volgerlo a proprio vantaggio.

Da Il Sole 24 ore, 23 novembre 2014
Twitter: @amingardi

Riprendiamoci le case

Riesplode la questione delle case popolari e del fallimento dell'intervento pubblico in tema di «disagio abitativo». Ma esiste davvero qualcosa che si possa definire in tal modo? Probabilmente no, perché la difficoltà a trovare un'abitazione in affitto è riconducibile a un « disagio economico» che riguarda taluni settori della società. Bisognerebbe allora dare risposte di altro tipo. Che la scelta di costruire case pubbliche sia stata sbagliata è sotto gli occhi di tutti.

I quartieri dell'edilizia popolare costano uno sproposito alla collettività, offrono abitazioni di bassa qualità, creano autentici «ghetti», diventano occasioni per occupazioni illegittime, hanno indici di morosità altissimi.

Ma esiste un'alternativa? L'Istituto Bruno Leoni propone un disegno di riforma basato sulla dismissioni degli immobili pubblici, così da disporre di capitali in grado di generare risorse da destinare alle famiglie in difficoltà. Si tratterebbe di aiuti temporanei (per due anni, ad esempio), che permetterebbero ai beneficiari di scegliere l' abitazione sul mercato. Oggi capita che una famiglia riceva un appartamento a basso canone perché ha i requisiti, e poi resta lì anche quando altri avrebbero più diritto. Dando soldi invece che case, questi problemi verrebbero meno. In tal modo, ci si potrebbe anche liberare di carrozzoni come l'Aler. Succede infatti che una famiglia riceva un appartamento che rappresenta l'equivalente in termini monetari di 600 euro, ma se avesse avuto soldi avrebbe preferito destinare 400 euro alla casa e gli altri 200 per differenti esigenze. Per giunta, con i soldi la famiglia aiutata cercherebbe casa nel quartiere in cui ha affetti e lavoro, e non dovrebbe trasferirsi dove si è liberato un appartamento. Certo anche nell'erogazione di aiuti finanziari ci possono essere abusi, ma è molto più facile smettere di versare un bonifico a chi ha fatto il furbo

Un dato è chiaro: la realtà attuale è uno sfacelo. Sono migliaia gli appartamenti vuoti a causa della cattiva gestione degli enti pubblici. Lo Stato non sa pro dune panettoni, non safarviaggiare i ireni e nemmeno è in grado di amministrare le case. Se vuole mantenere un proprio ruolo in questo ambito si semplifichi il lavoro: venda tutto e crei fondazioni locali che erogano aiuti monetari. Le case di Stato sono una delle molte follie del secolo scorso. Giriamo pagina.

Da Il Giornale, 21 novembre 2014

La multa a Roche e Novartis arriva nell'aula del tribunale

Se non sapete cos' è la maculopatia senile, i nomi Avastin e Lucentis non vi diranno nulla. Ma attorno a questi due farmaci, impiegati per la cura di una grave patologia agli occhi, è da tempo incorso una battaglia. Che ha raggiunto l'acme quando l'Antitrust ha deciso di stangare con una maxi multa da 183 milioni Roche e Novartis.
Il motivo: aver ostacolato la diffusione del farmaco meno caro, l'Avastin (135 euro per un ml), a vantaggio del costosissimo Lucentis (3.200 euro per ml), attraverso una politica di cartello.
Un caso che, oltre a spaccare la comunità scientifica, ha anche allertato le associazioni dei consumatori, in un crescendo di polemiche arrivato fino in Parlamento. D'altra parte, in tempi di spending review c' è una certa ipersensibilità verso i costi della sanità. E infatti l'Authority guidata da Giovanni Pitruzzella, nel dettagliare la sentenza del marzo scorso, metteva l'accento anche sul fatto che la cancellazione per ragioni di sicurezza dell'Avastin, da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), dai prodotti rimborsabili ha provocato un forte contraccolpo sui bilanci regionali.

Danni stimati in 45 milioni nel 2012, ai quali vanno aggiunti costi futuri di 600 milioni l' anno. I due gruppi farmaceutici hanno sempre respinto le accuse. Sottolineando che l'Avastin, della Roche, era stato elaborato per curare forme di tumore al colon, seppur fosse poi stato impiegato anche in ambito oftalmico off label la procedura che permette la somministrazione di un farmaco per un impiego diverso rispetto a quello per cui è venduto; Lucentis, brevettato da Roche e dato in licenza a Novartis, è invece stato studiato per la degenerazione maculare. Insomma: secondo le Big Pharma non c'è equivalenza tra i due farmaci, come invece obietta l'Antitrust, che imputa a Roche e Novartis, per pure ragioni di profitto, di aver «oscurato» il prodotto più economico.

Dopo che i due colossi elvetici avevano presentato ricorso, della questione sarà chiamato oggi a occuparsi il Tar del Lazio. Ma il caso è finito anche in un paper dell'Istituto Bruno Leoni (Ibl), in cui l' autore, Serena Sileoni, solleva più di un dubbio sulla legittimità dell'Authority a decidere. Dice subito il rapporto: «L'intesa (Novartis-Roche, ndr) viene provata dall'Autorità da una serie di atteggiamenti che, presi singolarmente, mostrano, più che l'intento collusivo, il rispetto della normativa sulla farmacovigilanza». Si chiede dunque l'Ibl: ma davvero l'Antitrust ha la competenza delle autorità che sorvegliano il mercato farmaceutico, necessaria per giudicare una questione così delicata? L'Authority per la concorrenza è in grado di mettere in discussione l'efficacia del sistema di regolazione e controllo del mercato dei farmaci? No, secondo l'analisi. Malgrado ciò, la sentenza non sembra lasciare dubbi circa la sicurezza terapeutica dell'Avastin.

Mettendo dunque in discussione «il ruolo dello delle Autorità preposte alla vigilanza», le sole cui compete stabilire se il comportamento di un'azienda farmaceutica rientra nella norma prassi prudenziale, oppure sia da bollare come atteggiamento anti-concorrenziale.

Da Il Giornale, 5 novembre 2014

Sicurezza e costo dei farmaci: quale priorità dal caso Roche/Novartis?

La decisione dell’Antitrust che nel febbraio 2014 ha condannato due case farmaceutiche per intesa orizzontale merita è parte di una vicenda molto complessa, perché complesso è il settore amministrativo in cui si inserisce. Norme sugli standard di sperimentazione, sull’autorizzazione al commercio e sulla farmacologia si sovrappongono, a quelle sull’uso e la rimborsabilità off label dei farmaci, ed entrambe le tipologie toccano aspetti delicati quali la sicurezza terapeutica, il diritto alla salute e la capacità di spesa pubblica.

Sostiene Serena Sileoni nel Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” (PDF) che «La complessa mole di strumenti regolatori e di soggetti istituzionali competenti sul settore sanitario-farmaceutico si giustifica proprio nell’esigenza di trovare il giusto bilanciamento tra questi tre aspetti. Aspetti ben noti alle autorità nazionali e - nel caso italiano - anche europee, sia di vigilanza che giurisdizionali, ma meno note all’Antitrust, la quale, da autorità di garanzia della concorrenza, non ha e non può avere conoscenza delle questioni attinenti alla farmacologia e alla farmacovigilanza.»

«Il caso Avastin/Lucentis - scrive Sileoni - è un casus belli di enorme rilevanza sia pratica - per la diffusione e la serietà delle malattie che curano - sia teorica, per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico» specie in un momento in cui la pretesa universalità dell’obbligo di fornire assistenza sanitaria deve fare i conti con le risorse pubbliche.

Il Briefing Paper “Il Caso Avastin/Lucentis: La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa pubblica” è liberamente disponibile qui (PDF).

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Sanità: il Libro Bianco mette a rischio il modello lombardo

La Regione Lombardia ha diffuso, a luglio, un “Libro Bianco sullo sviluppo del Sistema Sanitario e Sociosanitario”, che dovrebbe definire le linee guida per un suo aggiornamento. Pur trattandosi di un documento poco preciso per tutto quel che riguarda gli interventi proposti, le linee di riforma in esso adombrate tuttavia preconizzano la sostanziale compressione di una delle caratteristiche centrali del modello lombardo in sanità: la concorrenza fra pubblico e privato, nella quale si esplica la libertà di scelta dei cittadini.

I contenuti del “Libro Bianco” sono analizzati in dettaglio nel Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco” (PDF), a cura di Silvio Boccalatte, Fellow dell’Istituto Bruno Leoni.

Colpisce, sottolinea Boccalatte, che il Libro Bianco presenti un quadro fortemente positivo del “modello lombardo” per come si è realizzato negli scorsi anni, salvo auspicarne una radicale revisione. “Le premesse poste dallo stesso Libro Bianco non espongono un quadro tale da legittimare una riforma complessiva, incisiva e rivoluzionaria.”

“Le proposte del Libro Bianco”, spiega Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “paiono spingere la Lombardia verso una maggiore centralizzazione. Questa Regione ha sviluppato, dal 1997, una sanità d’eccellenza, proprio grazie alla competizione fra erogatori di diritto pubblico ed erogatori di diritto privato. Non è un sistema perfetto e sono molti i cambiamenti auspicabili: servirebbe, per esempio, molta più trasparenza. Ma bisogna prestare molta attenzione a che non vengano ridotti gli spazi di concorrenza, dal momento che essa ha assicurato buona qualità delle cure, una spesa più contenuta che altrove, e la libertà di scelta dei pazienti”.

Il Policy Paper “Quale futuro per la sanita` lombarda? Le proposte confuse del Libro Bianco”, a cura di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui (PDF).

«Sanità, la riforma non fermi la libertà di scelta»

Loro stessi si definiscono liberali, liberisti, individualisti, libertari: «Quel che importa - dicono all'Istituto Bruno Leoni, guidato da Alberto Mingardi - è che a orientare la nostra azione è la fedeltà a quello che Lord Acton ha definito "il fine politico supremo": la libertà individuale». Così nel nuovo paper «Quale futuro per la sanità lombarda? Le proposte confuse del Libro bianco», firmato dal ricercatore Silvio Boccalatte, l'Istituto Bruno Leoni interviene per criticare la riforma della sanità allo studio al Pirellone. Nel mirino, i cambiamenti che possono limitare il margine di manovra della sanità privata: «Le nuove Aziende integrate per la salute (Ais) dovrebbero fornire le prestazioni non più e non tanto in concorrenza, quanto in una forma di "concorrenza e/o collaborazione (coopetition) con gli erogatori privati accreditati" si legge nel loro rapporto -. E una formula ambigua, che potrebbe essere solo un flatus vocis, ma che, al contrario, potrebbe anche significare una grave inversione di tendenza rispetto al modello sanitario che è stato pazientemente costruito in Lombardia negli ultimi vent'anni, prevedendo una maggiore discrezionalità amministrativa nel rilasciare gli accreditamenti e nello stipulare le convenzioni, in un quadro di restaurata subordinazione del privato alle scelte pianificatorie pubbliche». I punti cardine della riforma della sanità criticati sono praticamente gli stessi contro i quali già si sono espressi i big della sanità privata: il pagamento a prestazione, che prevede una tariffa uguale per tutti gli erogatori pubblici e privati, e la nascita delle Ais.

«Quando il Libro bianco affronta il sistema di remunerazione delle prestazioni esordisce con un concetto che proprio non si comprende: "L'organizzazione del prendersi cura del paziente male si concilia con quella del finanziamento delle singole prestazioni che porta concorrenza più che integrazione" rimarca l'Istituto Bruno Leoni -. Desta qualche dubbio che, senza un apparente scopo e solo come premessa alla programmazione di un nuovo sistema di remunerazione, si aggredisca la "concorrenza", etichettata come inadeguata allo sviluppo del sistema sanitario lombardo in relazione con la sfida dell'invecchiamento della popolazione e del corrispondente aumento dell'incidenza delle patologie croniche. Perché la "concorrenza" sia un problema non è dato sapere; perché 'Integrazione" sia qualcosa da preferire non è dato sapere». In sintesi, per l'istituto diretto da Mingardi, per un buon uso delle risorse il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di garantire le cure e la loro qualità, «disinteressandosi della natura giuridica degli operatori e lasciando al quasi-mercato la spontanea ricerca dell'assetto migliore». Una visione, per l'appunto, liberista.

Dal Corriere della sera, 23 settembre 2014

Costodellostato.it: dove vanno i nostri soldi

Segui i soldi. È una regola regina per le indagini di ogni genere, appresa grazie a investigatori reali e immaginari, protagonisti delle inchieste giudiziarie e dei romanzi gialli. Ad agosto, sotto l'ombrellone, tra un tuffo e una nuotata, sarete Maigret e Nero Wolfe, Ingravallo e Carvalho, Sheridan e Montalbano dei vostri stessi soldi.

Grazie all'Istituto Bruno Leoni, (il più autorevole centro studi liberale italiano, che porta il nome del grande pensatore che in solitudine negli anni dello statalismo imperante, predicava le virtù del liberalismo), sarà infatti possibile "leggere e scrivere" il romanzo giallo dei propri soldi. Lo potrete fare grazie a un "giochino" presente sul sito www.costodellostato.it preparato dall'istituto. Vi appassionerete al doppio ruolo di vittime ed ispettori. Il romanzo non è lungo e l'assassino è già noto.

Non è un dispetto di chi scrive rivelarvelo in anticipo. Non tappatevi le orecchie anche perché in cuor vostro lo immaginate già: È lo Stato. Anche se non sarà proprio rilassante, vi esortiamo a questa "lettura" che sarà istruttiva e piena di sorprese e magari vi farà tornare dalle vacanze un po' arrabbiati ma certamente più consapevoli di cosa accade ai vostri soldi che lo Stato vi prende con le tasse.

Il dispositivo realizzato dall'Istituto Bruno Leoni parte dall'idea di visualizzare l'ammonimento di Frederic Bastiat, pensatore liberale francese della prima metà dell'Ottocento che viene considerato anche l'ispiratore e precursore della scuola liberale austriaca. «La differenza tra un cattivo economista e un buon economista risiede nel fatto che uno si limita all'effetto visibile, mentre l'altro tiene conto dell'effetto che vede e di quelli che occorre prevedere». L'applicazione infatti cerca di prevedere quanta spesa pubblica riceverete in cambio delle imposte che il socio occulto vi preleva, e quanto gli stessi servizi che vi verranno obbligatoriamente offerti dallo Stato, sarebbero costati con gli stessi standard dei paesi dell'Eurozona o dell'Europa a 27. Insomma, nel vostro personalissimo libro giallo scriverete e scoprirete quante gocce del vostro sudato lavoro vi verranno sottratte dallo Stato, e quanto vi ritorna in termini di servizi e soprattutto verrà misurato quanto inefficiente sia lo Stato italiano rispetto a un qualsiasi prudente gestore di fondi privati oppure rispetto agli altri paesi europei, con o senza euro.

Il meccanismo approntato, avverte l'istituto, è maggiormente attendibile per i redditi vicino alla media che non per quelli estremi, e tuttavia è più che realistico rispetto ai risultati sia in termini d'inefficienza di spesa pubblica sia per il computo dell'acquisto degli stessi servizi. In più è assai preciso nel calcolare lo "spread" tra gli stessi servizi offerti obbligatoriamente da altri Stati in area euro o in quella dell'Europa a 27. Insomma se poteste comprarvi autonomamente i servizi che lo Stato vi offre con le vostre tasse sareste più ricchi. Non avreste quella che in gergo si chiama una "perdita secca", e vi rendereste conto che in media se lavoraste in un altro Stato dell'Unione o dell'area euro comunque i soldi prelevati dallo Stato dal vostro reddito sarebbero spesi per voi in maniera assai più efficiente.
L'applicazione è semplice da usare, basta scrivere età, sesso e ovviamente reddito. Attendete qualche secondo e vi appare il calcolo di quanto ho cercato di spiegare. Cioè, numeri alla mano, in che misura lo Stato italiano sia sprecone. Poi vai a biasimarli i tedeschi. Non spaventatevi delle cifre però, perché il calcolo riguarda la vostra vita lavorativa attesa, cioè il vostro livello di reddito moltiplicato per gli anni che vi restano prima della pensione.

Ecco, all'apparir della quantità di soldi che darete allo Stato in futuro e alla consistenza del gap di efficienze dei vostri soldi, presi dalle vostre tasche ma sprecati dallo Stato, siete autorizzati a sovrapporre tutte le facce che vorrete, dal Premier Renzi al ministro dell'economia Padoan, dal volto angelico del ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia, a quello sciupato di Maurizio Lupi, se avete tendenze mistiche è possibile che vi immaginiate quello gravato dalla sofferenza del Sottosegretario alla presidenza Graziano Del Rio. I più bonari avranno di fronte a loro l'immagine gaudente e rubizza dell'ex presidente delle Coop e ministro del Lavoro Poletti. Ah, dimenticavo che i senza lavoro, i precari e i disoccupati non avranno l'opportunità di arrabbiarsi sotto il sole d'agosto.

Certo, l'inefficienza italiana non è solo una responsabilità dell'ultimo governo, parte da più lontano, da anni di pressione fiscale sempre più ossessiva e una sinistra visione statalista della società, da scelte industriali scellerate, da aperture lasche all'immigrazione, dal sostegno statale alle aziende decotte, da assetti pubblicistici per monopoli inefficienti fino a giungere alle assunzioni pubbliche scriteriate.

Tipo Alitalia, Rai, per intenderci, solo per citare alcuni casi ancora da risolvere. Tutto questo è stato possibile grazie alle cambiali del debito pubblico rinnovate di volta in volta, fino a quando la montagna del debito pubblico non ha oscurato il sole e l'inefficienza di una spesa pubblica incontrollata, pronta a rispondere alle peggiori rivendicazioni sindacali e clientelari, si è scontrata con la nascita della moneta unica, per di più a un tasso di cambio irragionevole. Ora però a dirigere l'Italia ci sono Renzi & soci, e governare comporta onori ed oneri. Dal giorno dell'insediamento sono ormai passati più di cinque mesi e di risultati se ne sono visti pochi, per non dire zero. Al debito si è aggiunto altro debito ed altra spesa inutile, come gli 80 euro, che non hanno generato alcun effetto sui consumi, visto l'impatto pari a zero sulla crescita attesa. Anzi probabilmente sono stati un fattore addirittura negativo. Né il governo Renzi con il suo frenetico agitarsi in tema di riforme e "spending review" è riuscito a produrre una sola riforma. Di Cottarelli poi si sono perse le tracce nelle nebbie mattutine di questa estate dove il sole fatica ad imporsi. Anche lui ha una bella faccia da inserire nel vostro giallo estivo che volge ormai all'epilogo, è scritto bene e scorre come un racconto di sir Arthur Conan Doyle.

D'altronde la ricerca dell'efficienza dei vostri soldi è facile da fare e da capire, ma non vi adombrate però, anche perché al vostro ritorno con tutta probabilità vi attende un nuovo e più cruento delitto, ed il killer si chiamerà "Legge di Stabilità".

Farete questo brutto incontro il 20 settembre, giorno in cui il governo ne renderà noto il quadro complessivo. Penserete al "dispositivo" del Bruno Leoni e guarderete alla legge di Stabilità con la consapevolezza dei giallisti esperti. Non sarete più sotto l'ombrellone ma un ritornello vi ronzerà in testa: Segui i soldi. Anche perché sono i tuoi.

Da Area, agosto 2014

Perchè seppellire l'unica riforma liberale (utile alla gente e all'erario) che è stata fatta in questo Paese?

Premetto che sono un estimatore, e amico, di un giovane, per dirlo in termini calcistici, «un '80», Alberto Mingardi: non è né un Erasmus, né un Telemaco, ma semplicemente una delle menti più lucide fra i nostri giovani, per di più un liberale come me, anche se più «puro» di me.

Alberto, che scrive indifferentemente sul Wall Street Journal o sui grandi giornali italiani, ha pubblicato sul Corriere un pezzo esemplare sulla Sanità Lombarda che invito tutti a leggere; purtroppo nessuno ha sollevato il dibattito che il tema imponeva. Confesso pure che c'è un aspetto egoistico da parte mia nell'affrontare questo tema: pur vivendo in Svizzera, alla mia età sapere che al di là del confine, che attraverso di frequente, posso finire sia in un nosocomio pubblico che in uno privato, con la certezza di avere lo stesso trattamento, mi tranquillizza. Alla luce del recente «Libro Bianco» sul sistema socio-sanitario in Lombardia, del Governatore Maroni, temo che non sarà più così, e ciò mi preoccupa molto.

Leggi il resto su Italia Oggi, 23 luglio 2014

Sanità lombarda, i rischi di cambiare

Il servizio sanitario, in Lombardia come altrove, è ampiamente perfettibile. E tuttavia la nostra Regione appare in grado di garantire cure di elevata qualità, a fronte di un impegno non superiore al 5% del suo Pil. Che quello lombardo sia un «modello» ce lo conferma un dato: siamo la Regione che più attrae pazienti da altre Regioni.

Questo felice stato di cose è possibile in virtù della particolare interpretazione che la Lombardia, nel 1997, ha dato delle «riforme» della sanità italiana. Mentre a livello nazionale, attraverso le Asl, lo Stato produce, eroga e controlla tutte le prestazioni, da noi aziende sanitarie locali e aziende ospedaliere sono state mantenute distinte.

In questo modo, si è tentato di eliminare (per carità, solo in parte con successo) il conflitto d'interesse in capo all'ente pubblico che pianifica, paga, fornisce e regolamenta il servizio, e di dare sostanza al principio della libertà di scelta del luogo di cura. Ciò ha consentito lo sviluppo di erogatori di diritto privato che non svolgono un ruolo residuale, ma che forniscono servizi di elevata complessità: dall'urgenza-emergenza (chi abbia bisogno del n8, a Milano, ha il 50% di probabilità di finire in un ospedale privato) all'oncologia e alla chirurgia cardiovascolare.

Neanche in Lombardía esiste un «mercato» della sanità: le prestazioni vengono sempre pagate con le nostre tasse. Eppure, quegli elementi pro-concorrenziali che sono stati introdotti ormai diciassette anni fa hanno consentito di mantenere i conti in ordine e di sviluppare una rete ospedaliera di prim'ordine.

Nel «Libro bianco» diffuso dalla Regione si dà conto dei successi del «modello lombardo». Nello stesso tempo, però, se ne propone una rapida conversione in una specie di «modello tosco-emiliano 2.0». Si va nella direzione di una forte centralizzazione, con la Regione che assume sempre più funzioni di «regia» (ma non è proprio a una «regia» regionale troppo presente che si debbono gli scandali degli ultimi anni?). Si immagina un superamento, almeno parziale, del pagamento a prestazione: essenziale strumento di trasparenza.

L'ostilità al privato porta persino alla bonifica lessicale: le aziende sanitarie locali tornano ad essere «agenzie».

Il «modello lombardo» non è perfetto. Serve più trasparenza (a cominciare dai bilanci delle Asl), e più competizione fra pubblico e privato, e fra privato e privato.

E vero, come si legge nel «Libro bianco», che i bisogni sanitari dei lombardi potrebbero variare, a causa dell'invecchiamento della popolazione. Chi l'ha detto che la risposta più efficace, però, è accentrare e pubblicizzare, quand'anche a livello regionale? La Lombardia ha fatto da apripista a realtà diverse in Europa, dalla Germania alla Spagna all'Olanda, che hanno usato, in modo diverso, la concorrenza e il privato per contenere i costi e salvare il servizio universale dai morsi della spending review. Nella sua segnalazione per la legge annuale della concorrenza, l'Antitrust ha raccomandato, in buona sostanza, la «lombardizzazione» della sanità italiana. Perché, proprio adesso, dovremmo «italianizzare» la sanità lombarda?

Da Corriere della sera, 17 luglio 2014

La risposta del Presidente Roberto Maroni è disponibile QUI.

Le tasse nuocciono gravemente alla salute

Il governo Renzi ha preso in mano la scure: sembra sia arrivato finalmente il momento della "spending review", di una revisione certosina della spesa pubblica, per sanare gli sprechi e eliminare le sacche di rendita. Nel contempo, però, il governo è apparso determinato a non toccare la spesa sanitaria. Politicamente, è stata una grande vittoria del ministro Lorenzin: possibile proprio perché il servizio sanitario nazionale era già stato oggetto di tagli significativi, negli scorsi anni.

Attenzione, però. La possibilità di soddisfare quelli che saranno in futuro i nostri bisogni di "pazienti" non è salva e anche questo governo le ha inferto un colpo. In parte, perché è stato detto alle Regioni di mettere mano al proprio bilancio: e all'incirca il 70% del bilancio delle Regioni consta, per l'appunto, di spese per la sanità. Ma soprattutto perché il governo con una mano ha dato e con l'altra ha tolto: con una mano ha "restituito" ( il primo ministro ha fatto benissimo ad utilizzare questo verbo) 80 euro al mese ai contribuenti al di sotto della soglia di 25.000 curo l'anno di reddito. Con l'altra ha aumentato la tassazione sulle cosiddette "rendite finanziarie". L'imposta al 26% colpirà anche gli interessi su conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito. In più grava sui risparmiatori un'imposta di bollo che è una piccola patrimoniale del 2 per mille. Paradossalmente, questa escalation di imposte è stata salutata con quasi unanime favore.

Il principio che si debbano alzare le tasse sul risparmio per abbassare quelle sul lavoro sottende un'idea curiosa. Che, cioè, alcuni di noi siano "risparmiatori" e altri siano "lavoratori", come alcuni di noi sarebbero "consumatori" e altri "produttori". Ma basterebbe guardarci allo specchio la mattina per comprendere che le cose non stanno proprio così. Il lavoratore dipendente, è vero, ha un reddito falcidiato dalle troppe imposte. Quel che gli rimane, dopo che lo Stato ha preso tutto quel che pretende, lo utilizza per pagare l'affitto, la benzina della macchina, portare il pane in tavola, mandare i figli a scuola, e ogni tanto uscire a mangiare una pizza. Ma lo stesso lavoratore tenta di accantonare, per quel che può, una parte del reddito guadagnato.
E a maggior ragione lo fa in un periodo come questo, nel quale si sente sovrastato dall'incertezza e ha l'impressione che l'andamento futuro dei suoi redditi dipenda da cose più grandi di lui (le banche riprenderanno a prestare denaro? si faranno gli Eurobond? si liberalizzerà il mercato del lavoro? eccetera).

Il ministro Lorenzin è stata abilissima ad evitare tagli al comparto sanitario nell'anno 2014, ma tutti sappiamo che la spesa sanitaria nel nostro Paese tende a crescere. La ragione è di carattere demografico: siamo un Paese che invecchia, e ci tiene ad invecchiar bene. Tutti sappiamo anche che i nostri conti pubblici sono precari: non basta qualche sforbiciata per metterli in sicurezza. Il debito pubblico l'anno prossimo sarà il 136% del PIL. E' quasi inevitabile che altre correzioni saranno necessarie.

Non è improbabile, pertanto, che un giorno i cittadini saranno chiamati a partecipare in misura vieppiù rilevante alle spese per la sanità. Il perimetro del servizio universale si restringerà. Ciò può avvenire in modo trasparente, o in modo opaco, per esempio attraverso le liste d'attesa.

In un caso e nell'altro, tassare oggi il risparmio significa ridurre i risparmi che saranno nelle nostre disponibilità. Avremo meno risorse dalle quali attingere, anche per pagarci cure e aiuti in campo medico-sanitario. Le tasse nuocciono gravemente alla salute.

Da Mondo Salute, giugno 2014
Twitter: @amingardi

Moralisti masochisti

Lo stato moralizzatore sta uccidendo lo stato biscazziere. Già, perché il prezzo delle campagne salutiste contro il fumo, contro l'uso smodato dell'auto o contro la dipendenza dal gioco lo paga direttamente l'erario in termini di minore gettito. Lo scorso anno si sono incassati 670 milioni di euro in meno in tasse sulle sigarette. Dal capitolo carburanti manca all'appello circa un miliardo. Mentre 1,2 miliardi è l'introito perso dal gioco. In totale si sfiora un deficit di tre miliardi. Un po' troppo per un paese che ha lanciato il lotto su scala nazionale appena due anni dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, anche per ripagare la ricostruzione e i debiti contratti dopo le campagne sabaude.

Di solito, gli economisti consigliano di tagliare i costi fissi per riequilibrare i ricavi. Lo stato invece persevera nella direzione opposta, un brutto vizio. Siccome gli italiani comprano marche di sigarette meno note pur di risparmiare, il governo si accinge a riequilibrare il sistema delle accise nella parte fissa, con il risultato che le cosiddette "nazionali", le bionde a buon mercato, potrebbero costare da ottobre anche un euro in più. Questo almeno prevede la delega fiscale, alla quale è legata anche la proposta di un balzello fisso di 6,5 euro sulle ricariche di nicotina liquida per le sigarette elettroniche. Al riguardo i produttori dell'Anafe (Associazione nazionale produttori fumo elettronico) hanno fatto notare che ogni confezione costa 6 euro, ergo il costo complessivo raddoppierebbe. E se per la benzina si attende di capire cosa dirà l'Europa, la delega porterà in autunno l'esecutivo ad aumentare la tassazione sui giochi per finanziare un apposito fondo contro la ludopatia. Intanto i sempre litigiosi Federvini, Assodístil, l'Istituto nazionale grappa e Assobirra si sono unite per bloccare le nuove accise su lieviti e fermentati, che entro il 2015 dovrebbero salire del 30 per cento.

Carlo Lottieri, filosofo libertario che in "Credere nello Stato?" (Rubbettino) ha analizzato tutti i limiti del centralismo e della regolamentazione statuale sorda e settaria, vede qui "un'applicazione pratica della Curva di Laffer (che arriva a un punto morto quando una tassa non produce più il gettito sperato, ndr). Ma oltre a disincentivare i consumi, lo stato, con la sua ipocrisia, prova anche a dissimulare i suoi veri obiettivi. E non lo fa soltanto con la leva più pratica, quella delle accise. Vedi ad esempio la campagna per portare al 20 per cento la percentuale di succo concentrato nelle bibite a base di arancia, campagna concretizzatasi con un primo passaggio parlamentare in queste settimane. La motivazione non è tutelare la salute dei bambini, perché assumono poche vitamine, ma assecondare le lobby dei produttori di agrumi", dice Lottieri al Foglio.
Più che la vicenda in sé, quello che irrita Lottieri, è "la scarsa considerazione dello stato verso i suoi cittadini: cosa credono, che gli italiani sono così stupidi che quando comprano la Fanta pensano poi di bersi una spremuta di arance fresche?". Gli italiani forse saranno meno sensibili dell'allievo prediletto di Sergio Ricossa e Gianfranco Miglio. Certo è che hanno risposto all'elevata pressione fiscale dello stato nella maniera più aggressiva a loro disposizione: complice la crisi, hanno smesso (o quasi) di fumare, prendono i mezzi pubblici o fanno lunghe camminate per risparmiare carburante, o hanno iniziato a diffidare della potenza del Superenalotto.

La deriva della clandestinità, secondo Ibl
Il fallimento delle campagne moralizzatrici, come detto, è tutto nei numeri. Lo scorso anno gli ex fumatori sono saliti a quota 6,6 milioni, anche perché circa mezzo milione è passato alle sigarette elettroniche. Risultato? Nonostante Iva e accise coprano il 76,5 per cento del prezzo totale di un pacchetto, l'erario ha incassato 670 milioni in meno rispetto all'anno precedente. Una perdita alla quale va aggiunto lo smacco subito dopo che il Tar del Lazio ha bloccato la maxi aliquota del 58,5 per cento sulle sigarette elettroniche, con la quale lo stato pensava di incassare un miliardo di euro. Sono diminuiti anche il consumo di benzina (meno 5,7 per cento) e quello di gasolio (del 4,7 per cento), facendo crollare di un miliardo il prelievo fiscale e dell'Il per cento il fatturato del settore.
Uno stato di cose che ha spinto grandi famiglie del settore come i Garrone a riconvertirsi alle energie rinnovabili. Sul versante del gioco soltanto il Poker online mantiene alto (87 miliardi di euro) il livello delle entrate. Ma gli economisti Andrea Giuricin e Lucio Scudiero in un focus scritto per l'Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di stampo liberista, sostengono che "ulteriori incrementi delle imposte potrebbero nuovamente rendere attrattivo il gioco illegale". Qualcosa del genere sta già succedendo con il contrabbando di sigarette.

Da Il Foglio, 2 luglio 2014

A Londra le free school offrono un banco anche a chi si trova in un «buco nero». Dove lo Stato, da solo, non arriva

A Richmond, quartiere benestante nel sudovest di Londra, c’era un «buco nero». Così gli inglesi chiamano le zone della città dove le scuole non sono facilmente raggiungibili dalla comunità locale. E a patirne maggiormente i disagi erano soprattutto le famiglie meno agiate e i loro figli. Se lo Stato avesse voluto costruire una scuola statale in quell’area avrebbe dovuto spendere 6 milioni di sterline. Ma grazie alle free school, le scuole lanciate dal governo inglese sul modello delle charter school svedesi e statunitensi, ne ha spesi solo 4,5 di milioni. Risparmiando, oltre al tempo, il 25 per cento di spesa.

A raccontare la storia di quella scuola, la Thomson House School, che sorge all’interno di una vecchia chiesa a lato della ferrovia, è Matteo Rossetti, milanese trentasettenne, trapiantato oltremanica dai tempi dell’università, che di quell’istituto è il fondatore, nonché presidente del consiglio di amministrazione, in occasione di una tavola rotonda organizzata ieri a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Un’occasione interessante per illustrare anche in Italia l’efficienza di questo innovativo esempio di autonomia scolastica.

Leggi il resto su Tempi.it, 17 giugno 2014

La doppia morale di Tsipras

Ci sono diversi modi per raccontare la crisi greca. Uno, molto semplice, punta l'attenzione su un dato di fatto. Per certo, sappiamo che una delle parti in trattativa è il governo, piaccia o non piaccia, democraticamente eletto (quand'anche con poco più di un terzo dei suffragi) dal popolo greco. Chi sia la controparte è meno chiaro. C'è la Banca centrale europea, monumento di sapienza tecnocratica che suscita sospetto e diffidenza.

C'è il Fondo monetario internazionale. E poi la Commissione europea: non c'è un solo europeo che si senta «rappresentato» da questo esecutivo continentale, che non si capisce bene cosa faccia né tantomeno a chi risponda. Sono della partita anche i governi nazionali: Matteo Renzi ha chiuso la porta a soluzioni «creative» del problema greco, non prima di aver regalato una cravatta ad Alexis Tsipras. I governi nazionali temono una Grecia insolvente, perché essi stessi le hanno prestato quattrini. Sui giornali, sono apparse le simulazioni del costo pro capite di un default di Atene, per gli altri cittadini europei. La gente, però, presta poca attenzione. Sono decisioni che sente lontane. Alzi la mano chi, alle scorse elezioni europee, ha votato pensando non a vaghi ragionamenti sulla «austerità», ma alle concrete modalità di funzionamento dei meccanismi anti-crisi.

La narrazione, lo storytelling, democrazia contro tecnocrazia è appassionante. Ecco perché ci sta investendo proprio Tsipras, il cui motto è «democrazia dappertutto». Nel suo discorso al Parlamento, ha rinnovato gli impegni elettorali: aumenterà il salario minimo, fermerà le privatizzazioni, alzerà la soglia della no tax area. Un programma centrato su un aumento di spesa pubblica, senz'altro non bilanciato dalla riduzione del 50% del parco macchine blu e neppure dalle sforbiciate ai costi della politica o dalla lotta all'evasione. Auguri ai greci, ma almeno in Italia sembra il solito libro dei sogni delle coperture.

Secondo Tsipras, «l'austerità non ha soltanto impoverito il nostro popolo ma lo ha privato del diritto di decidere». Decidere, ma coi soldi di chi? Nello storytelling democrazia contro tecnocrazia, il «diritto di decidere» viene sottratto ai popoli per la vendetta di entità misteriose, i «mercati», che si divertirebbero a calpestarne le prerogative. A questi «mercati», gli Stati, fra cui la Grecia, hanno per anni chiesto prestiti: che per definizione a un bel momento devono essere ripagati. Questi prestiti li hanno chiesti per «decidere», direbbe Tsipras. Decidere stanziamenti, programmi, sussidi.

Indebitarsi non è mai stato obbligatorio. Se uno Stato vuole fare più cose, può sempre aumentare le tasse. In questo caso, la popolazione si accorge immediatamente del costo di «solidarietà», «investimenti» e «Stato sociale». Accorgendosene, potrebbe pensare che è meglio vivere in un Paese dove la spesa pubblica è un po' meno generosa, ma le persone possono decidere da sé che fare di una quota maggiore dei propri redditi. Se lo Stato s'indebita, il problema non si pone: qualcuno un bel giorno il conto lo dovrà pagare, ma non gli elettori che votano alle prossime elezioni. La classe politica promette allegramente: nel lungo periodo, saremo tutti morti.

Non ha torto chi ricorda che gli Stati hanno sempre disposto dei loro debiti in modo diverso dalle famiglie o dai comuni cittadini: cioè che hanno sempre evitato, quando possibile, di onorarli. Il ricorso alla svalutazione li aiutava a diluirne il peso. Grazie all'odiata Troika, la Grecia di Tsipras oggi ha un avanzo primario e potrebbe, nel breve, continuare a pagare gli stipendi. Nel medio periodo, farebbe fatica a chiedere nuovi prestiti, come qualsiasi debitore insolvente.

Diceva Adam Smith: «Ciò che è saggezza nella gestione di ogni privata famiglia, difficilmente può risultare follia nel governo di un grande regno».
La questione è tutta qui. E' giusto che ci sia una «doppia morale»? Gli Stati già fanno cose che nessun altro può fare: se vengo fermato dopo aver rapinato una banca, ho un bel dire alla polizia che volevo soltanto ridurre le diseguaglianze.
E' auspicabile che gli Stati possano considerare i loro debiti carta straccia?

Se così fosse, non si capirebbe perché qualcuno debba prestar loro dei soldi: e non solo alla Grecia. Tanto peggiore è la reputazione dei governi, tanto più alti sono gli interessi che dovranno corrispondere, per avere credito. E perché di uno Stato che non paga i suoi debiti i cittadini dovrebbero fidarsi quando promette loro la pensione, quando giura che non abuserà dei dati confidenziali in suo possesso, quando dice la sua verità alle famiglie delle vittime di un dirottamento aereo? Dove passa il confine fra le bugie lecite e quelle illecite?
Per «decidere» Tsipras intende: scegliere senza subire le conseguenze delle proprie scelte. E' un diritto che tutti sogniamo, ma che nessuno dovrebbe avere.

Da La Stampa, 11 febbraio 2015
Twitter: @amingardi

Ecco perché il canone in bolletta è un “monstrum” giuridico

Certamente inserire il Canone Rai nella bolletta elettrica può essere il modo per sradicare una volta per tutte l’evasione, tra le più alte, della tassa di concessione televisiva. Peccato però che da punto di vista organizzativo, tecnico e persino giuridico l’operazione si presenti alquanto complessa. Innanzitutto c’è il problema delle società elettriche che non intendono fare la parte degli esattori, e se anche fosse pretendono di vedere riconosciuto questo lavoro. Poi c’è l’Authority dell’energia, che tra l’altro ha riformato proprio da poco la struttura delle bollette elettriche, per renderle più chiare e trasparenti, che sostiene che quella prospettata dal Governo (senza per altro consultarsi con l’Autorità stessa, non si capisce perché?) è difficile se non impossibile.

Puoi visualizzare il sondaggio qui.

Indipendentemente dal fatto che quel televisore venga usato per guardare i programmi Rai, che il canone finanzia. E se adesso lo si infilasse davvero in bolletta “il canone diventerebbe un vero e proprio mostro giuridico”. 

Ibl indica tre motivi. Il primo. Agganciarla al servizio elettrico, la renderebbe un’imposta nascosta all’interno di una tariffa - dunque di una forma di prestazione patrimoniale diversa - che è il corrispettivo di un servizio che con la programmazione della Rai non c’entra nulla. Ciò renderebbe più difficile per il contribuente capire quale sia la somma pagata a titolo di canone Rai e quale pagata per il consumo di elettricità. Sappiamo che lo Statuto del contribuente è come se non ci fosse, ma il principio di trasparenza, che in quella legge dello Stato viene invocato, dovrebbe valere a prescindere dal fatto che i governi ne abbiano sempre fatto carta straccia.  

Secondo. L’occultamento del canone e la difficoltà conseguente nell’isolarlo rispetto al resto della bolletta renderebbe definitiva la presunzione di possesso dell’apparecchio ricevente: tutti quelli che hanno la luce pagheranno il canone. Una platea diversa e più vasta di quanti hanno una tv. Spetterà al contribuente dimostrare il contrario, sempre che si rammenti che nel pagare la corrente elettrica finanzia anche la Rai. “Non è questo il modo con cui si affronta l’evasione di questa imposta, se è tale l’obiettivo che si propone il governo – sottolinea l’Ibl -. Questo, piuttosto, è il modo di snaturarla definitivamente. L’obiettivo, chiaro, è quello di aumentare arbitrariamente il gettito ad essa collegato facendolo pagare furtivamente a tutti”.  

Terzo punto. Di presunzione in presunzione, si arriva all’ultima novità: il canone potrebbe essere imposto non solo ai possessori di televisioni, ma a chiunque abbia un apparecchio in grado di ricevere il segnale e trasmettere i programmi Rai, quindi anche tablet, pc, smartphone. “Passi ormai che la giurisprudenza, per superare le obiezioni di quanti pretendevano di non dover pagare il canone non vedendo a Rai, abbia ritenuto che il corrispettivo fosse collegato al possesso della televisione, e non alla fruizione diretta del servizio. Se già avere una televisione non dovrebbe essere la stessa cosa che guardare la Rai, un telefonino smartphone o un qualsiasi altro device servono a molti altri servizi, prima che a vedere la Rai. Come se non bastasse l’aumento dell’equo compenso, gli apparecchi elettronici verranno colpiti da un tributo completamente distante da ciò a cui ordinariamente servono”. 

Conclude così il Bruno Leoni: “Il canone Rai è un’imposta anacronistica e ingiustificabile rispetto all’evoluzione delle telecomunicazioni, prima ancora che rispetto al servizio effettivamente reso. Più ancora che la televisione pubblica, il fisco italiano è “di tutto, di più”. I legali dell’Assoelettrica a loro volta, per queste ed altre ragioni, hanno individuato diversi profili di incostituzionalità nel progetto del governo. Senza contare che le complicazioni sono tali e tante che già oggi è tecnicamente impossibile riuscire a rispettare la scadenza di gennaio, termine tradizionale del versamento del canone. Per questo i tempi ora si allungano, forse anche all’infinito – nonostante la “volontà politica” di andare avanti. Forse anche sino a far tramontare l’ennesimo progetto bello, ma solo sulla carta, al punto da essere irrealizzabile.

Da La Stampa, 26 novembre 2014

Salute e spesa pubblica, quel difficile equilibrio

Questa settimana, il Tar del Lazio deciderà se annullare o confermare la multa di più di 180 milioni con cui l'Antitrust ha condannato Roche e Novartis per avere ostacolato l'uso di un farmaco per curare una malattia dell'occhio molto diffusa tra gli anziani.

La storia
La sanzione è solo un tassello di una lunga contesa tra le due società, da un lato, lo Stato e le regioni dall'altro. Al centro, due farmaci diversi: Avastin, di proprietà Roche, elaborato per la cura di gravi forme tumorali, messo in commercio nel 2005; e Lucentis, in licenza a Novartis, in commercio dal 2007 per curare alcune malattie oculari. Due farmaci diversi, ma accomunati dall'evidenza empirica di essere utili entrambi per curare alcune malattie dell'occhio, al punto che Avastin, prima della commercializzazione di Lucentis, veniva usato off label per quelle malattie (impiego di farmaci già registrati ma usati in maniera diversa rispetto alle caratteristiche del prodotto autorizzato).
L'immissione in commercio di un medicinale specifico ha causato l'estromissione di Avastin dai farmaci rimborsabili dal Sistema sanitario per la cura delle malattie dell'occhio, creando un aumento della spesa sanitaria perché Lucentis è molto più costoso (benché dei 123 milioni di euro di fatturato di Avastin in base alle stime di Roche non più di 2 milioni sono attribuibili ad un utilizzo oftalmico off label).
Sulla vicenda si sono accesi i riflettori dell'opinione pubblica e della politica, e non solo per l'ammontare della multa, la più alta tra le sanzioni dell'Antitrust in materia sanitaria. Essa ha restituito l'immagine consueta della voracità delle case farmaceutiche rispetto alle difficoltà finanziarie del Sistema sanitario. Un'immagine che dissimula una realtà fatta di investimenti privati alla ricerca, senza i quali lo Stato non saprebbe nemmeno con quali farmaci curarci. Solo nel 2013, Roche ha sostenuto investimenti in ricerca clinica in Italia per oltre 30 milioni di euro.

Regole

Ma nella rappresentazione della lotta tra gli interessi particolari di chi fa profitto approfittandosene, e di chi si è incaricato di badare alla nostra salute, anche quando non ne ha (più) le risorse, il caso Avastin/Lucentis è diventato l'occasione per cambiare la legge sull'uso dei medicinali off label.
Il governo, dopo la pronuncia dell'Antitrust, ha modificato la disciplina della rimborsabilità dell'off label estendendola ai casi in cui l'uso comporti risparmi di spesa, anche laddove esista un'alternativa terapeutica autorizzata. Un'estensione che porta nome e cognome del caso Avastin/Lucentis, tanto che, prontamente, Avastin è tornato ad essere rimborsato. Tutto bene quel che finisce bene, dunque?
Non proprio. Visto dalla prospettiva degli obblighi di farmacovìgilanza, il comportamento antíconcorrenziale addebitato alle due imprese non è altro che l'adempimento di doveri precauzionali connessi all'incertezza circa gli effetti collaterali, ancora non pienamente accertati, dell'uso off label di Avastin. L' Antitrust che non ha competenza in materia di farmacovigilanza sembra così esorbitare dai propri strumenti istruttori per fornire un giudizio che diventa un dubbio di inefficienza del sistema di regolazione dei farmaci e delle autorità preposte alla sua vigilanza.
Dall'estromissione dì Avastin dai medicinali rimborsati per la terapia di patologie oculari, è scaturito in realtà un braccio di ferro dovuto alle capacità di spesa farmaceutica che ha visto per protagonisti, oltre alle imprese produttrici e le regioni, anche le autorità politiche, amministrative e giurisdizionali.

Equilibrio
Da questo braccio di ferro, l'impressione che si ricava è che la preoccupazione per la sostenibilità economica della spesa farmaceutica, rischi dí diventare superiore rispetto a quella della sicurezza terapeutica dei medicinali. Lo Stato dovrebbe verificare la sostenibilità del prezzo non meno della tutela della salute dei pazienti.
Tuttavia, l'insistenza sulle esigenze di contenimento dei costi che il caso Avastin/Lucentis ha messo in luce, getta un'ombra sulla capacità dell'attore pubblico di essere il regolatore di un settore di cui è principale acquirente.

Dal Corriere della sera, 3 novembre 2014

Diritti connessi e diritto d’autore: ancora niente liberalizzazione

Il disegno di legge sulla concorrenza approvato venerdì scorso fa progredire il fronte delle liberalizzazioni su alcuni degli stessi fronti oggetto della lenzuolata di Bersani e del decreto liberalizzazioni del Governo Monti. Lascia però allo stato di cantiere alcune liberalizzazioni incompiute avviate nelle scorse legislature e arenatesi o rallentate dall’inerzia dei ministeri o da scelte poco favorevoli a chi vuole entrare nel mercato per offrire servizi migliori ai consumatori.

È il caso del mercato dell’intermediazione dei diritti connessi al diritto d’autore, ossia dei compensi spettanti agli artisti per la trasmissione in radio, TV e in pubblico delle opere musicali e cinematografiche da questi interpretate, oggetto di uno studio condotta per l’Istituto Bruno Leoni da Diego Menegon. Il Focus “Diritti connessi, le regole sbagliate che ostacolano la concorrenza” (PDF) intende dimostrare come tale la liberalizzazione del mercato, al di là dei principi enunciati con il decreto liberalizzazioni del 2012 sconti, in fase attuativa, notevoli difficoltà che penalizzano lo sviluppo di un contesto concorrenziale.

Secondo l’autore, “il provvedimento, infatti, non è intervenuto a modifica di un quadro normativo di riferimento che continua a disciplinare i diritti connessi e la loro intermediazione basandosi sul presupposto che sia solo un soggetto, l’IMAIE ora Nuovo IMAIE, a rappresentare di norma gli artisti interpreti ed esecutori. Le stesse regole che disciplinano l’IMAIE e quindi il Nuovo IMAIE descrivono una governance, con vincoli e poteri di controllo da parte delle amministrazioni statali, che può dirsi giustificabile solo in un contesto monopolistico”.

Una risoluzione del Senato approvata in commissione cultura a marzo 2014 fa prendeva atto della necessità di un intervento legislativo più puntuale per rimuovere gli ostacoli che continuano a frapporsi al corretto dispiegamento del gioco della concorrenza, a beneficio degli artisti e dell’industria culturale. A settembre il Governo sembrava sul punto di predisporre le modifiche normative che si rendono necessarie. Il disegno di legge sulla concorrenza, prossimo alla sua presentazione in Parlamento, potrebbe essere un’occasione per dare senso compiuto anche ad una liberalizzazione che rimane incompleta.

Il Focus “Diritti connessi, le regole sbagliate che ostacolano la concorrenza” di Diego Menegon è liberamente disponibile qui (PDF).

La liberalizzazione dei farmaci di fascia C nel ddl concorrenza: un'analisi dei timori e delle aspettative

Fra i temi che accompagnano i progetti di liberalizzazione della nostra economia, sin dalle “lenzuolate” del 2006, l’apertura a parafarmacie e corner GDO per quanto riguarda la vendita dei farmaci di fascia C è sempre stato un evergreen. Eppure, tutti i tentativi in questo senso sono falliti, soprattutto a causa della resistenza portata avanti con forza dai rappresentanti delle farmacie. Sono verosimili i rischi paventati in tal senso? Oppure si concretano in meri esercizi di corporativismo, strumentali esclusivamente alla difesa dei privilegi maturati negli anni?

Nel nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “La liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C e gli infondati timori per la salute” (PDF), Giacomo Lev Mannheimer, Fellow IBL, propende per la seconda ipotesi. Secondo l’autore, infatti, “il cittadino (…) non avrebbe nulla da temere acquistando un farmaco in una parafarmacia: quest’ultimo sarebbe ugualmente prescritto con ricetta medica e venduto da un farmacista abilitato, esattamente come accadrebbe se acquistasse lo stesso medicinale in farmacia”.

“La rete di farmacie regolata da rigidi criteri di programmazione territoriale esistente tutt’oggi” – prosegue Mannheimer – “garantisce certamente l’indotto dei loro titolari; non, invece, i cittadini, alla cui domanda di salute corrisponde un’offerta resa deliberatamente contingentata e costosa. La liberalizzazione, pertanto, costituirebbe un importante passo avanti nell’erosione dei corporativismi che attentano quotidianamente all’economia e all’innovazione del nostro tessuto produttivo e occupazionale; i timori paventati e i presunti endorsements ricevuti, al contrario, non fanno altro che difendere quei corporativismi”.

Il Focus “La liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C e gli infondati timori per la salute”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

L’esclusiva di Poste Italiane S.p.A. sulle notifiche degli atti giudiziari a mezzo postale

I servizi postali, in teoria, dovrebbero essere completamente liberalizzati. Eppure, permangono privilegi in capo all’ex monopolista. Perché?

Originariamente, il servizio di notifica a mezzo posta degli atti giudiziari era posto in esclusiva in capo agli Stati, in quanto si riteneva che questo fosse l’unico modo di garantirne efficienza e universalità. Con la liberalizzazione dei servizi postali, tuttavia, sono emersi nuovi soggetti in grado di competere con gli ex monopolisti.

“Che senso ha, perciò, il permanere della riserva in capo a Poste Italiane? Ha delle ragioni - diverse dalla mera consuetudine - che la giustifichino? O e` un retaggio del “glorioso” passato in cui il servizio postale era interamente in mano pubblica?”. Da queste domande trae spunto il nuovo Briefing Paper dell’Istituto Bruno Leoni “I raccomandati della raccomandata: l’esclusiva sulle notifiche degli atti giudiziari” (PDF), in cui Giacomo Lev Mannheimer, Fellow dell’IBL, indaga il particolare regime di esclusiva citato, confrontandolo con la normativa europea sulla concorrenza e chiedendosi se sarebbe considerato legittimo, qualora il capitale di Poste Italiane fosse anche solo in parte privato.

Secondo Mannheimer, “è auspicabile (…) che il legislatore si premuri di rimuovere l’anomala condizione di riserva sulla notifica degli atti giudiziari a favore di un unico soggetto pubblico. Dovrebbe essere attuata quanto prima, cioè, una piena liberalizzazione, che permetta a tutti gli operatori interessati di svolgere l’attività di notifica a mezzo postale in concorrenza fra loro, come accade ormai per la maggior parte dei servizi di natura postale”.

“Qualora si volesse in qualche modo “garantire” al cittadino che il servizio venga svolto da imprese affidabili e corrette” - prosegue l’autore - “si potrebbe implementare un sistema di autorizzazioni ex ante agli operatori interessati da parte del ministero della giustizia; il che, beninteso, nulla ha a che vedere con la Convenzione stipulata con Poste Italiane, che ha escluso dal mercato ogni altro operatore. In ogni caso, anche qualora si ritenga che il monopolio attualmente vigente sia retto da validi motivi di “interesse” o di “ordine” pubblico che lo possano giustificare, e` ormai prassi consolidata a livello europeo, in casi del genere, accordare il diritto di svolgere l’attività a seguito di procedure competitive”.

Il Briefing Paper “I raccomandati della raccomandata: l’esclusiva sulle notifiche degli atti giudiziari”, di Giacomo Lev Mannheimer, è liberamente disponibile qui (PDF).

L’Istituto Bruno Leoni 122mo miglior think tank al mondo

Anche quest’anno, il Lauder Institute della University of Pennsylvania ha pubblicato il suo “Global Go To Think Tank Index Report” (PDF), risultato di una vasta ricerca condotta precipuamente fra i rappresentanti di 6.618 think tank censiti in tutto il mondo.

Anche quest’anno, viene confermata la posizione dell’Istituto Bruno Leoni tra i primi 100 think tank mondiali non statunitensi (93° posto). Nella classifica che tiene conto anche dei think tank americani, l’IBL è al 122° posto. L’Istituto è, inoltre, il 73° think tank per qualità della ricerca in Europa Occidentale. Anche nel 2014, l’Istituto rientra nella categoria dei Special Achievements, classificandosi 30° per Best Advocacy Campaign.

L’Istituto Bruno Leoni è l’unico think tank italiano che si occupi di politiche pubbliche - e non di questioni legate alla politica estera - che sia riconosciuto in questo importante ranking.

“Per il nostro Istituto è una piccola grande soddisfazione”, commenta Franco Debenedetti, Presidente della Fondazione Istituto Bruno Leoni. “A differenza di molti altri think tank europei, la nostra è una realtà che vive soltanto di donazioni e contributi privati, per giunta sostenendo tesi non molto mainstream. Il fatto che l’Istituto Bruno Leoni sia riuscito a conquistare una reputazione così solida, a livello internazionale, non fa che testimoniare il lavoro e la passione di tutti gli studiosi che collaborano con l’IBL. A loro va il mio ringraziamento”.

Vota e fai votare per IBL: edizione natalizia Ilmiodono.it

Care amiche, cari amici,
UniCredit ha deciso di rinnovare l'iniziativa a sostegno del Non Profit, mettendo a disposizione un importo complessivo di € 200.000, a titolo di donazione, da distribuire tra le Organizzazioni aderenti al servizio www.ilMioDono.it che riceveranno più voti.

Votando per l'Istituto Bruno Leoni potrete dare un aiuto concreto per diffondere le idee di libertà nel nostro Paese. Abbiamo inoltre pensato a un piccolo ringraziamento: l'invio di un eBook a scelta fra i Classici della libertà . Potrete votare (e far votare) fino al 19 gennaio 2015.

Votare IBL è semplice: basta cliccare QUI , poi su "Vota questa organizzazione" e infine esprimere la preferenza in una delle modalità proposte, come nell'immagine.

Dopo avere votato, inoltrate a info@brunoleoni.it l'email generata automaticamente da IlMioDono che certifica il voto, ricordando di comunicarci l'eBook desiderato (gli eBook sono disponibili in formato ePub e mobi).

www.ilMioDono.it è il portale di Unicredit creato per effettuare in maniera semplice e veloce una donazione senza commissioni. Oltre a votare l'Istituto, attraverso www.ilMioDono.it è possibile fare anche una donazione sia per sostenere il complesso delle sue attività, sia per contribuire alla realizzazione di due progetti specifici: Wikispesa, l'enciclopedia diffusa della spesa pubblica, e "IBL nelle scuole", le due "prime lezioni di economia" che i nostri ricercatori portano nelle scuole superiori.

Indice delle liberalizzazioni 2014: UK in testa, Grecia ultima, Italia al 66%

Secondo l’Indice delle liberalizzazioni 2014, il paese più liberalizzato d’Europa è il Regno Unito, con un punteggio del 94%, seguito da Paesi Bassi, Spagna e Svezia (79%). La classifica dei paesi più aperti alla concorrenza è chiusa dalla Grecia (58%), preceduta da Francia, Danimarca e Italia (66%). Per quel che riguarda l’Italia, dei dieci settori esaminati quello più liberalizzato sono le telecomunicazioni (86%), seguite da mercato elettrico (81%) e televisioni (75%), settore però dove il nostro paese occupa l’ultima posizione in Europa. I settori meno liberalizzati sono invece il trasporto ferroviario (48%), i carburanti (57%) e le poste (59%).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 verrà presentato questa mattina, a partire dalle 11, presso l’Istituto Sturzo, Via delle Coppelle 35 – Roma. Interverranno Federica Guidi (Ministro dello Sviluppo Economico), Eric Gerritsen (Vicepresidente esecutivo, Sky Italia), Luca Palermo (Amministratore delegato, Nexive), Francesco Pugliese (Amministratore delegato, Conad) e Salvatore Rebecchini (Componente, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). I risultati della ricerca verranno presentati da Carlo Stagnaro (Senior Fellow, Istituto Bruno Leoni) e l'incontro sarà coordinato da Alessandra Migliaccio (Bureau Chief di Roma per Bloomberg).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è disponibile per l’acquisto in formato digitale, al prezzo di 0,99€, sui seguenti store online: Amazon (mobi), Book Republic (pdf, epub), EbooksItalia (pdf, epub), Google Play (epub), iTunes (epub).

L’Indice delle liberalizzazioni misura il grado di apertura alla concorrenza in dieci settori dell’economia per quindici Stati membri dell’Unione europea. Attraverso una serie di indicatori e sottoindicatori, per ciascun settore vengono individuate le barriere alla competizione e ne viene valutato l’effetto. La metodologia dell’Indice prevede che, per ciascun settore, il paese più liberalizzato ottenga un punteggio pari a 100: questo fa sì che il risultato degli altri paesi sia interpretabile come una distanza dalla frontiera, e sia utile a capire sia l’orientamento generale a livello europeo in un dato settore, sia quali siano le ragioni normative e regolatorie per cui alcuni paesi scelgono di consentire la concorrenza e altri no.

I dieci settori esaminati sono: carburanti, gas naturale, lavoro, elettricità, poste, telecomunicazioni, televisione, trasporto aereo, trasporto ferroviario e assicurazioni. I quindici paesi analizzati sono: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia.

Oltre alla valutazione dei singoli settori, l’Indice contiene un saggio introduttivo sul rischio di involuzioni nella regolamentazione del commercio, in particolare in relazione agli orari di apertura dei negozi. Attualmente l’Italia ha pienamente deregolamentato gli orari di apertura, ma da tempo si discute su una possibile ri-regolamentazione. Tale controriforma avrebbe rilevanti conseguenze economiche ma non solo. Scrive Serena Sileoni, vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni: “L’autonomia nello scegliere quando aprire o chiudere, dopo aver valutato i comportamenti dei propri clienti, consente probabilmente una più efficace soddisfazione delle esigenze della domanda, ma, anche ove non si traducesse in una effettiva capacità degli esercenti di sfruttare al meglio l’occasione di decidere autonomamente i giorni e gli orari di apertura, resta comunque un dato incontrovertibile che il divieto di apertura è una limitazione alle scelte imprenditoriali. Dal momento che non vi sono esigenze di interesse generale o di terzi in contrasto che giustifichino tale obbligo, dietro questa piccola regola di dettaglio si nasconde la conferma o la smentita di un principio più ampio, quello della libertà di concorrenza”.

I risultati dei singoli paesi nell’Indice delle liberalizzazioni sono: Regno Unito (94%), Paesi Bassi (79%), Spagna (79%), Svezia (79%), Germania (76%), Portogallo (73%), Austria (72%), Belgio (70%), Finlandia (69%), Irlanda (69%), Danimarca (66%), Francia (66%), Italia (66%), Lussemburgo (65%), Grecia (58%).

I risultati dell’Italia nei singoli settori sono: distribuzione in rete dei carburanti per autotrazione (57%), mercato del gas naturale (60%), mercato del lavoro (72%), mercato elettrico (81%), poste (59%), telecomunicazioni (87%), televisione (75%), trasporto aereo (65%), trasporto ferroviario (48%), assicurazioni (60%). In termini relativi l’Italia occupa l’ultima posizione nel settore delle televisioni e la penultima in tre settori: carburanti, lavoro e poste. Le posizioni migliori riguardano i trasporti aerei (quinta) e telecomunicazioni e assicurazioni (sesta).

L’Indice delle liberalizzazioni 2014 è stato realizzato da un gruppo di lavoro coordinato da Carlo Stagnaro e composto da: Fabiana Alias, Paolo Belardinelli, Simona Benedettini, Andrea Giuricin, Giacomo Reali, Massimiliano Trovato.

I lacci che frenano la banda larga

Oggi si tiene il Cdm nel quale il governo dovrebbe chiarire i contenuti del suo piano sulla banda larga, che molte perplessità ha destato, e nel merito delle voci che sono circolate, e sul metodo. Ci sono punti di contatto tra questa vicenda e quella Rai Way-EiTowers di cui il ministro Padoan ha scelto di parlare nella sua intervista di domenica col Corriere. «Rientra nelle logiche del governo ha detto verificare quali partecipate possano creare valore che serva ad abbattere il debito ed aumentare l'efficienza».

A dire il vero proprio la risposta che il mercato ha dato all'offerta su Rai Way, con l'immediato aumento dei valori delle aziende, sia quella soggetto sia quella oggetto dell'offerta, sta a dimostrare che la creazione di valore è possibile, non in astratto, ma proprio nel caso in esame. Questa risposta dovrebbe lusingarlo: nonostante fossero ben noti, sia il vincolo del 51%, sia - come dire? - le sensibilità politiche che vengono eccitate alla sola ipotesi di una trattativa tra un'azienda di Silvio Berlusconi e il governo (e non solo), il mercato evidentemente condivide gli obiettivi di fondo del governo, e crede che li raggiungerà, superando sia paletti posti in fase di quotazione di Rai Way, sia ostracismi pregiudiziali.

La questione che pone il ministro è di carattere generale. Un'azienda che il mercato considera non scalabile è quotata a sconto, il che comporta che per lei il costo del capitale è maggiore. Quando nella compagine azionaria c'è un azionista messo lì apposta per impedire scalate ostili, bisogna essere consapevoli che questo ha un costo, particolarmente rilevante per le aziende che detengono monopoli che la lunga permanenza nelle partecipazioni statali ha resi «naturali», e alle quali si chiedono significativi investimenti infrastrutturali.

È evidente il riferimento a Terna e a SnamReteGas, dove il 30% circa posseduto dalla Cassa depositi e prestiti è lì a dissuadere, per conto del Tesoro, chi avesse intenzioni ostili.

Con il che ritorniamo a Rai Way: i suoi tralicci sono di proprietà (almeno al 51%!) di Rai, la quale, come è noto, fino alla legge Gasparri, era di proprietà della Stet. Dipende quindi da una decisione dell'antenata di Telecom il fatto che in Italia il segnale televisivo venga trasmesso via etere, quello Rai fin dall'inizio, quello Mediaset finito il regime delle cassette trasportate col motorino. Mentre in altri Paesi, Germania, Inghilterra, Stati Uniti, soggetti diversi dal concessionario telefonico costruivano reti via cavo per trasmettere il segnale televisivo, da noi non si poteva, perché la legge (d.lgs73 del febbraio 1991) riserva al concessionario delle telecomunicazioni il diritto esclusivo di scavare e mettere reti. Erano reti a cavo coassiale, oggi facilmente trasformate in rete a fibra ottica: in quei Paesi c'è quindi concorrenza tra due reti a banda larga, una condizione che, come nota OfCom, ha contribuito moltissimo ad aumentare diffusione e qualità della connettività. Farebbe solo peggio il governo se, per correggere gli interventi dei governi passati, volesse farne di analoghi oggi, nella vicenda della rete a banda larga: non è senza difficoltà che siamo usciti dal monopolio frutto della politica industriale del secolo scorso, non è il caso di ricominciare a pianificare assetti di mercato, men che meno di usare le tecnologie come grimaldello per realizzarli. Il governo fissi gli obiettivi, prestazionali, temporali, economici.
Tocca alle aziende scegliere le soluzioni tecnologiche e gli assetti societari atti a raggiungerli: a sorvegliare già ci sono le autorità, sulla concorrenza e di settore, italiane e, se non bastasse, comunitarie. Senza dimenticare che, come non c'è un'unica tecnologia non c'è neanche un unico tipo di consumatore.
C'è anche concorrenza tra i modi in cui ciascuno può impiegare il proprio tempo e spendere i propri soldi: ed alla fine sono proprio quelle scelte a determinare i «valori», ed è anche da quelle scelte che dipende l'efficienza del Paese. Cioè gli obiettivi indicati dal ministro.

Dal Corriere della sera, 3 marzo 2015
Twitter: @FDebenedetti

Liberalizzazioni, i farmacisti non mollano: «Apriremo 3mila negozi»

Processo ai farmacisti: «Il titolo di farmacista è come un titolo nobiliare che viene trasferito di padre in figlio, senza concorso: non conta la laurea e quanto hai studiato, contano solo criteri ereditari e di censo. E’ una cosa abominevole», accusa Davide Gullotta, catanese, giovane presidente della Federazione nazionale delle parafarmacie. E dalla grande distribuzione, catene come Coop o Conad, rincarano la dose: «Col ddl concorrenza si è persa un’occasione». E ancora: i titolari di farmacia, «si preoccupano di mantenere i loro privilegi di casta ed economici» più che pensare ai cittadini, sostiene Sergio Imolesi, segretario generale di Ancd Conad. Sul fronte opposto i titolari di farmacia fanno muro.

«Non siamo noi che freniamo le liberalizzazioni, il nostro è un settore abbondantemente liberalizzato da anni ed a breve apriranno pure le 3000 nuove farmacie volute da Monti», spiega Annarosa Racca, presidente di Federfarma, la federazione dei titolari di farmacia. «Noi come federazione non freniamo nulla. Non ci siamo mai schierati, né rispetto a ricorsi alla Corte di giustizia europea né su quelli presentati alla Corte Costituzionale, compresa la recente pronuncia sui farmaci di fascia C», assicura di suo Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli ordini. Che intanto, però, siede pure in Parlamento in qualità di senatore di Forza Italia. E se gli si fa notare che lui potrebbe essere la personificazione della lobby dei farmacisti risponde: «Direi proprio di no. Gli ordini sono enti nati nel 1947 per tutelare i cittadini, non siamo certo un sindacato. Il sindacato è una cosa diversa».

Il business della fascia C
L’ultima «pietra dello scandalo» è rappresentata dalla mancata liberalizzazione dei farmaci di fascia C a totale carico dei consumatori. Un business che da solo vale circa 3 miliardi di euro l’anno, ovvero il 17% delle vendite totali di farmacie e parafarmacie (22 miliardi, di cui 16 di prodotti strettamente farmaceutici). Il ministro dello Sviluppo ha provato a porre la questione, nonostante a luglio la Corte Costituzionale avesse avallato come «non irragionevole» l’esclusione delle parafarmacie, ma ha dovuto rinunciarvi. Ovviamente parafarmacisti e grande distribuzione non accettano che Federfarma abbia avuto la meglio. «È illogico e fuorviante perseverare nella difesa corporativa di chi gode di rendite di posizione ormai anacronistiche – spiega Imolesi -. Il mercato dei farmaci di fascia C è monopolio delle farmacie tradizionali, un mercato a cui evidentemente non intendono rinunciare, anche se produce inefficienze e prezzi alti, spesso inaccessibili alla fasce più povere della popolazione».

Leggi il resto su Il Secolo XIX, 2 marzo 2015

Lavoratori e imprese prigionieri delle leggi

Massimo D'Antona e Marco Biagi erano due giuslavoristi: e furono uccisi il primo nel 1999 e il secondo nel 2002 da terroristi di estrema sinistra. Basta questo richiamo evidenziare come il diritto del lavoro si collochi, nel nostro Paese, al centro di forti tensioni ideologiche. E il riferimento a quei momenti drammatici della nostra storia civile aiuta pure a comprendere perché è stato tanto macchinoso il processo che ha portato all'approvazione dei primi due decreti attuativi di quella riforma del mercato del lavoro (il cosiddetto "Jobs Act") che ora inizia a produrre qualche effetto. È ancora presto però per dire se gli aspetti positivi prevarranno su quelli negativi, oppure se non sarà l'opposto.

Sul piano politico, la vertenza tra le due sinistre (quella "di governo" di Matteo Renzi e quella "di opposizione" interpretata soprattutto dal leader della Fiom, Maurizio Landini) ha riproposto il contrasto ben noto tra chi ritiene che l'economia abbia proprie leggi e chi invece pensa che sia possibile creare posti anche senza sviluppo e ignorando le esigenze delle imprese, che hanno costantemente bisogno di ripensarsi, assumere e licenziare, modificare i rapporti di lavoro e via dicendo. Con la riscrittura dell'articolo 18 nei casi ordinari (quando, in particolare, non si è di fronte a comportamenti discriminatori) l'azienda che vuole licenziare potrà farlo, purché compensi in termini economici chi perde il posto.
Il dipendente non è insomma più reintegrato, ma ottiene unicamente una riparazione di tipo monetario. Questo può permettere maggiore flessibilità e favorire assunzioni, dato che viene meno ogni elemento di perpetuità nel rapporto di lavoro.Abbiamo insomma un contratto a tutele crescenti che non assicura ai neo-assunti la medesima protezione data ai lavoratori ordinari e quindi può spingere le imprese ad avere nuovi dipendenti. La speranza del governo è che vi siano meno garanzie, ma anche più occupati.

La polemica ideologica
La polemica ideologica che ha opposto "realisti" e "utopisti" in tema di licenziamento ha però creato una sorta di nebbia che ha coperto altri aspetti importanti della riforma e dei due decreti attuativi: elementi che sono invece destinati a pesare in maniera significativa sulla vita di molti. È ad esempio pericolosa la decisione di introdurre un nuovo sostegno al reddito per i disoccupati involontari. Con grande buonsenso, molti anni fa Milton Friedman rilevò che se si tassa chi lavora e al contrario si danno soldi a chi è disoccupato, non ci si deve poi sorprendere se cresce il numero dei "senza lavoro".
Questa scelta rischia allora di essere devastante per l'occupazione, oltre che perle casse pubbliche. Per giunta, tutto ciò è fatto nel momento in cui si è deciso di cancellare l'istituto dei co.co.pro.: i collaboratori coordinati a progetto.
Una trappola concettuale Secondo Renzi e il ministro Giuliano Poletti, l'abolizione di tale forma di impiego precario porterà a moltiplicare i contratti a tempo indeterminato, ma questo è tutto da dimostrare. Lo stesso governo che tanto ha polemizzato con i demagoghi avversi a ogni cambiamento è poi caduto in una trappola concettuale molto simile, quasi immaginando che una legge possa creare posti. L'eliminazione di quelle figure contrattuali, infatti, è figlia dell'illusione che si possa dettare alle aziende quali rapporti devono intrattenere con i collaboratori. Il risultato è che alcuni di loro verranno assunti, altri probabilmente si lanceranno nel mare periglioso delle partite Iva (offrendo dall'esterno la collaborazione all'impresa) e molti altri, però, non vedranno rinnovare il contratto e non troveranno alcuna altra forma di reddito.

A quale destino vanno incontro, ad esempio, tutti quei contratti a progetto che non sono regolamentati da contratti collettivi e che comunque producono ricchezza? Siamo proprio sicuri che le aziende interessate decideranno di assumere tutti a tempo indeterminato? È proprio irragionevole chi teme che l'esito sarà una consistente riduzione del numero dei posti di lavoro? Come ha dichiarato Giuliano Cazzola, davvero «sembra avventuroso pensare di liquidare la partita dicendo che una gran parte di questi lavoratori diventeranno lavoratori a tempo indeterminato». Il governo medesimo sa bene come la riforma possa creare disoccupazione e non a caso ha previsto incentivi di natura fiscale, che senza quella consapevolezza non sarebbero in alcun modo giustificati: anche perché falsano la competizione tra imprese. Ma questo legislatore che delinea scenari e s'immagina di compensare con una mano quello che sta togliendo con l'altra ha tutta l'aria di un apprendista stregone: un pianificatore che non può conoscere il futuro e che appare ignaro della complessità di un'economia guidata in larga misura dalle innumerevoli decisioni quotidiane assunte da chi consuma, produce e vende.

In sostanza, se da un lato il Jobs Act allarga taluni spazi di contrattazione (aiutando il mondo del lavoro a trovare soluzioni organizzative migliori), dall'altro, però, ne chiude altri e in particolare fa compiere qualche passo indietro rispetto a ciò la legge Biagi del 2003 aveva introdotto. Più in generale, sul piano culturale questi decreti risentano fortemente di una logica anti-mercato diversa da quella dell'e strema sinistra più ideologizzata, ma non per questo non priva di pericoli. L'impianto continua infatti a prevedere istituti ben definiti e forme contrattuali prefabbricate, rigettando l'ipotesi di una vera autonomia negoziale.
Una volta di più, avremo imprese e lavoratori che vorrebbero "incontrarsi", ma che non possono farlo perché il contratto che li soddisferebbe non è previsto dalla legge. Perché questo diritto del lavoro non si limita a escludere alcune soluzioni, lasciando che quanto non è espressamente proibito sia ammesso. Esso invece ritiene opportuno definire quali contratti sono possibili. Tale ricerca di una "semplificazione" delle forme contrattuali si mette però di traverso a un'evoluzione della società globale che, al contrario, esige forme di relazione economica sempre più "à la carte".

Un cambiamento a metà
Nel quadro di cambiamenti ormai accelerati, la pretesa dei legislatori di guidare dall'alto l'evoluzione dei rapporti di lavoro è ingiustificabile. Finora molti si sono illusi che un riformismo socialdemocratico, determinato a sbarrare la strada a illusioni di stampo peronista e a nostalgie da socialismo reale, potesse bastare a rimettere in piedi la situazione. La drammatica situazione in cui viviamo ha però bisogno di ben altro. E c'è da augurarsi che chi può intervenire lo faccia, comprendendo come un realismo a metà incapace di restituire la libertà contrattuale alle parti e alla loro libera negoziazione sia oggi del tutto inadeguato ad aiutare la ripresa.

Da La Provincia, 1 marzo 2015