Carlo Lottieri
Rassegna stampa
Il solipsismo dei professori "deportati" contro la logica del mercato
Mentre il mercato ci rende sempre più interconnessi , questa rivolta contro il significato del lavoro tende a isolare ogni individuo, facendone il semplice percettore di uno stipendio.
La protesta inscenata da insegnanti del sud destinati a un posto di ruolo altrove obbliga a qualche considerazione sul significato del lavoro.

Questi docenti, che si considerano "deportati" da chi non permette loro di insegnare sotto casa, appaiono infatti ignorare il significato del lavoro all'interno di una società basata su scambi e specializzazione.
E' giusto e comprensibile che ognuno guardi alla propria professione come a quell'ambito in cui realizzarsi. E dover trasferirsi a centinaia di chilometri di distanza, senza dubbio, è molto oneroso: senza considerare che il costo della vita al Sud sia inferiore, mentre lo stipendio di un docente italiano è uguale a ogni latitudine.

La ribellione che ha luogo nelle piazze di Bari, Potenza e Napoli focalizzata sulle pretese dei docenti, e non certo sulle esigenze degli studenti ci dice però quanto il lavoro non sia compreso nella sua dimensione propria: quale mettersi al servizio dell'altro.
A dispetto dell'invadenza del potere statale (che occupa in maniera più o meno monopolistica interi settori, a partire dalla scuola), la nostra resta quella società emersa millenni fa grazie al commercio e alla divisione del lavoro.
Ognuno di noi fa pochissime cose e per tutto il resto dipende dagli altri. Un avvocato e un elettrauto non coltivano campi né allevano animali, ma ogni giorno possono nutrirsi perché si avvalgono delle iniziative altrui: così come gli altri si avvalgono delle loro.
Questa società è una società ultra-socializzata: agli antipodi rispetto all'isola dei famosi. Entro il mondo reale abbiamo tutto il diritto di cercare la nostra felicità, ma solo se ci facciamo qualcosa per il prossimo.

Come proprio sul Foglio ha mostrato l'ottimo Luciano Capone, il successo di Salvatore Aranzulla (il maestro Manzi di chi ne capisce poco di informatica) è derivato dal suo essersi messo sulle piste delle esigenze della gente: come fanno professionisti, ristoratori, artigiani.
I nostri docenti non sembrano avere colto questo dato elementare e bene ha fatto Massimo Famularo, su Noise from Amerika, a usare l'arma dell'ironia per smontare le tesi di questi docenti, in guerra con "l'incultura di chi vorrebbe spedirli dove c'è bisogno di loro". Perché è evidente che perfino in una scuola statizzata come è quella italiana alla fine bisogna cercare di imitare il mercato: portando gli insegnanti dagli studenti, e non già viceversa.

Questi professori che non percepiscono il lavoro come un servizio, ma come un diritto acquisito (come se la scuola fosse per loro, e non per i giovani), sono i perfetti interpreti di una cultura antiliberale che in nome della socialità prima ha progressivamente marginalizzato il mercato e ora sembra voler perfino liquidare ogni logica implicazione derivante da specializzazione e divisione del lavoro.
Per giunta, mentre il mercato ci rende sempre più interconnessi con il mondo attorno a noi e ci spinge a prendercene cura, questa rivolta contro il significato del lavoro tende a isolare ogni individuo, facendone il semplice percettore di uno stipendio.

Sul piano morale, le prospettive antimercato, che tendono a rappresentarsi quali eminentemente sociali e solidali, alla fine si rivelano dominate un solipsismo senza limiti. "Datemi una cattedra e a vita, sotto casa, anche senza studenti": questo sembra essere il messaggio che giunge a noi dai docenti in rivolta.
Una crescente dilatazione delle pretese redistributive porta a ciò: a un mondo di egoisti in grado solo di avanzare rivendicazioni sui diritti e sull'esistenza degli altri. E disposti a dare poco, pochissimo, quasi nulla.