Carlo Lottieri
Rassegna stampa
Il problema del Sud sono i furbetti del Sud
Perché i «furbetti del cartellino» li abbiamo nello Stato e non nelle aziende private?
Questo ennesimo scandalo sui cosiddetti «furbetti del cartellino» obbliga a porre attenzione a uno dei miti più assurdi: quello che spinge tanti a preferire il pubblico al privato, a sostenere ogni intervento statale e ogni nazionalizzazione, avversando privatizzazioni e liberalizzazioni.
Il motivo principale di questa avversione per la libera impresa, che si converte in un'infatuazione per le logiche parastatali, è che l'imprenditore è spesso pensato come un soggetto immorale, volto unicamente al profitto, ossessionato dalla brama dei soldi. Al contrario, molti evidenziano che l'azienda pubblica non ha bisogno di fare utili, può accontentarsi di chiudere in pareggio e, di conseguenza, può offrire servizi a prezzi moderati.

Gli imbroglioni che dominano le cronache ci mostrano, in realtà, che siamo tutti in qualche modo «animali economici», il che significa che tra gli altri obiettivi abbiamo anche quello di massimizzare la nostra condizione. Se l'imprenditore è portato a ricercare il profitto, il dipendente di un apparato che non offre gratificazioni e ignora il merito (né è in grado di penalizzare i comportamenti disonesti) tende a sua volta a fare il possibile per evitare la fatica. Tutto cambia, ovviamente, quando abbiamo un'impresa privata che deve soddisfare il pubblico e che, dovendo competere con altre realtà, ha bisogno che i propri dipendenti offrano il meglio di sé, gratifichino il consumatore, producano servizi apprezzati.

Nessuno si è mai chiesto perché i furbetti che fanno timbrare da altri il proprio cartellino li abbiamo nello Stato e non già nelle aziende private? La ragione è che dove c'è un proprietario, il quale ha investito risorse anche ingenti, ognuno è richiamato alle proprie responsabilità. La moralità media di un dipendente pubblico equivale a quella del dipendente di un'azienda privata, ma le regole sono diverse. E nel mercato non è possibile quel consolidarsi di un parassitismo diffuso che produce simili esiti.

Queste considerazioni dovrebbero essere tenute presenti, ci pare, da quanti continuano a difendere – nei trasporti (si pensi al «caso Alitalia»), nella scuola, nella sanità – una presenza dello Stato che è asfissiante e non lascia spazio alla concorrenza. Se non capiremo che i «furbetti» sono l'esito per certi aspetti inevitabile dello statalismo, difficilmente potremo uscire dal disastro in cui ci siamo cacciati.

da Il Giornale, 19 luglio 2019