Antonio Carioti
Rassegna stampa
27 settembre 2020
Il modello occidentale a rischio
Jonah Goldberg e il suicidio dell'occidente
Non bisogna confidare troppo nell’intelletto umano. «Il modo in cui ci sentiamo — non ciò che concludiamo razionalmente — è la verità più alta. La pancia ha sconfitto la mente», scrive Jonah Goldberg nel libro Miracolo e suicidio dell’Occidente (traduzione di Sabina Addamiano, Liberilibri, pp. 396, 24). Insomma, la libertà è un prodotto prezioso, ma fragile, di sviluppi relativamente recenti nella storia della nostra specie: se le emozioni prendono il sopravvento, può soccombere.

Goldberg, esponente dell’American Enterprise Institute e caporedattore della «National Review» è un conservatore vecchia maniera. Difende il libero mercato, l’importanza del retaggio giudaico-cristiano, l’esigenza di porre limiti ai poteri del governo, i valori morali della tradizione, i precetti costituzionali definiti dai padri fondatori degli Stati Uniti. Ma proprio per questo lo allarma e lo addolora la deriva populista della destra che ha portato alla Casa Bianca Donald Trump.

Si tratta, per Goldberg, della più recente incarnazione di un problema antichissimo. L’uomo è un animale che si è evoluto vivendo in branco e ha sviluppato un forte attaccamento per i legami di tipo tribale. Tende a privilegiare i famigliari e più in generale i membri del gruppo etnico o religioso a cui appartiene. Ciò nonostante, il suo desiderio di conoscere, di arricchirsi, di condurre un’esistenza autonoma gli hanno permesso di produrre la rivoluzione scientifica, il capitalismo e lo Stato di diritto. Ne è scaturito quello che Goldberg chiama il «miracolo» della liberaldemocrazia, che ha trovato negli Stati Uniti l’ambiente più adatto per affermarsi.

Solo che gli istinti comunitari, avverte Goldberg, sono ancora potenti dentro di noi. E con loro la mentalità romantica che ci porta a vagheggiare utopie nelle quali regni la piena armonia, quindi venga superata la conflittualità insita in una società pluralista. È una sorta di «richiamo della tribù», la cui manifestazione più vistosa sono state le ideologie totalitarie del Novecento.

Purtroppo, anche se in forme senza dubbio meno virulente, quelle tendenze ancestrali oggi stanno riprendendo piede, tanto a sinistra quanto a destra. Goldberg dimostra la sua capacità di sfuggire alla logica dilagante del partito preso. Giudica Trump una sciagura per il conservatorismo, ma non per questo attenua le sue critiche a Barack Obama. Ovviamente biasima con estrema asprezza Bernie Sanders.

La questione posta nel suo libro va molto oltre la discriminante tra destra e sinistra. Il fatto è che quando la società civile s’indebolisce e dilaga «il desiderio di essere intrattenuti», finisce per imporsi chi è dotato di maggiori doti istrioniche ed è pronto a promettere che uno Stato forte, ovviamente reso tale dalla sua leadership, sia la ricetta giusta per «tornare grandi».

Goldberg è sconcertato dalla facilità con cui parecchi suoi ex compagni di viaggio sono saliti sul carro di un vincitore inaffidabile come Trump. Scrive amareggiato che «la tendenza a corrompersi della natura umana» si è dimostrata più forte del previsto tra i conservatori. E giunge a scorgere pericoli autoritari all’orizzonte degli Usa. D’altronde la spinta del mercato, anche politico, a soddisfare i bisogni individuali non può non incrociare una ricerca d’identificazione collettiva così pressante nell’animo umano. È avvenuto in passato e continuerà ad avvenire: la battaglia della libertà non è mai vinta una volta per tutte.

dal Corriere della Sera, 27 settembre 2020