Il contatore del debito pubblico
Quanto vale il debito pubblico italiano? Sebbene il dibattito pubblico non possa prescindere da questo dato, è spesso difficile “visualizzare” cifre tanto grandi. Con questo “orologio”, l’Istituto Bruno Leoni vuole rendere accessibile a tutti la mostruosità del nostro debito pubblico, che poi dà la misura sia dell’irresponsabilità della nostra classe politica, sia degli oggettivi vincoli di finanza pubblica a cui il nostro paese deve sottostare.

L’orologio aggiorna ogni 3 secondi la nostra stima dello stock di debito, che si basa su – e viene continuamente corretta con – i rapporti mensili della Banca d’Italia. In questo modo vogliamo aiutare i cittadini a capire cosa si intende, quando si dice che siamo gravati di un debito pari a circa il 132 per cento del prodotto interno lordo. Per rendere il concetto ancora più chiaro, basta considerare che questo debito a 13 cifre (valore riferito alla fine del 2014) equivale a circa 35 mila euro per ogni italiano, inclusi neonati e ultracentenari. Nel 2014, in media, il debito è cresciuto di un importo pari a circa 2.100 euro ogni secondo, più di quanto guadagna una famiglia media in un mese.

L'orologio del debito fornisce una stima dello stock di debito pubblico italiano in tempo reale. La base di partenza è costituita dai dati forniti dalla Banca d'Italia. Poiché i dati rilasciati si riferiscono a due mesi prima, il nostro debt clock stima l'ammontare per i mesi successivi sulla base dei dati storici. Si tratta dunque di una previsione, e in quanto tale, soggetta a possibili errori di misurazione/previsione.

(Stima del debito: Luciano Lavecchia; grafica e sviluppo: AlfaPi)
Il contatore del debito come screensaver (per PC)
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Spiegazione semplice del debito pubblico
Il debito pubblico italiano è l'emergenza della nostra epoca:  la sua presenza è una minaccia costante per il nostro futuro, per i nostri sogni e progetti. Creatura quasi mitologica per le giovani generazioni, condiziona e condizionerà la nostra vita personale, riducendo la nostra capacità decisionale, incidendo direttamente nella vita di ogni giorno. Eppure si sa cosi poco di esso, come si è generato, a quanto ammonta, come ridurlo in maniera sostanziale. Il nemico più letale, perché invisibile ai più.

Noi di IBL crediamo nella libertà di ogni uomo di fare scelte consapevoli, in ossequio al principio del "Conoscere per deliberare". Scoprite con noi il debito pubblico italiano.
Il contatore del debito pubblico sul tuo sito
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Alcune domande frequenti sul debito pubblico
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1. Quali sono i rischi di un alto debito pubblico?

Un alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, specialmente nei paesi con bassi tassi di crescita, fa sì che ci siano maggiori difficoltà nel finanziare la spesa pubblica; la spesa per interessi aumenta. Inoltre, in queste condizioni il rischio di turbolenze sui mercati è più elevato.
Queste possono essere causate da shock esterni: quando avvengono dei fatti che, nel mondo, cambiano la percezione dei rischi (crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni tecnologiche), chi ha un debito molto elevato è più in difficoltà, più esposto alla tempesta.
Oppure le turbolenze possono essere dovute a crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese stesso: tutti quei problemi per risolvere i quali abbiamo tante volte invocato “riforme strutturali”.

In un caso e nell’altro, può accadere che aumentino i tassi di interesse: così, il debito diventa più oneroso da finanziare e il suo servizio sottrae ulteriori risorse al bilancio pubblico. Nei casi estremi, gli interessi possono essere così elevati da diventare insostenibili fino a causare la necessità di un salvataggio da parte di altri paesi o istituzioni internazionali (come il Fondo monetario internazionale), con conseguenti clausole e condizioni imposte, oppure a un vero e proprio fallimento sovrano. 

In quest’ultimo caso, i titoli di debito non producono più i rendimenti attesi dalle persone che li detengono; i creditori “interni” (le persone che posseggono titoli di Stato) vengono tendenzialmente penalizzati ancor più di quelli esteri; la pubblica amministrazione ha difficoltà a pagare stipendi e pensioni. Ma anche le imprese del settore privato soffrono, perché in qualche misura anche il loro accesso al credito è legato alla credibilità del loro Paese.

2. Ci sono nazioni con un alto debito pubblico in cui tutto sembra andare benone, il Giappone o gli Usa, ad esempio; perché non possiamo farlo anche noi?
Stiamo parlando di economie molto differenti, con livelli di produttività, innovazione e tassi di crescita ben differenti dai nostri; per quanto altamente indebitate, i loro fondamentali economici sono tali da permetter loro di poter detenere tale debito a costi contenuti. In particolare, negli Stati Uniti il rapporto tra debito e Pil (circa 105 per cento) è molto inferiore a quello italiano, che supera il 131 per cento. L'Italia è un Paese in declino sotto il profilo demografico e che da anni non conosce una crescita economica robusta; la produttività ristagna e l'elevato debito esistente drena consistenti risorse (oltre 60 miliardi di euro l’anno). Inoltre i tassi di crescita del paese sono modesti anche nelle fasi espansive del ciclo economico. Questo fa sì che i mercati (i nostri “creditori”) percepiscano un rischio maggiore.

3. ”Al debito pubblico corrisponde un credito privato" di chi ha acquistato titoli di Stato. Cosa c'e di male? Le due cose non si compensano?
Senz’altro: a ogni debito corrisponde un credito, e a ogni debitore corrisponde un creditore. Nel caso del debito pubblico, il debitore è lo Stato mentre i creditori sono tutti coloro - famiglie e istituzioni finanziarie, italiane e straniere - che hanno acquistato titoli del debito pubblico. Esattamente come nel settore privato, se il debitore non è in grado di ripagare i propri debiti, il creditore perderà parte o tutto quanto gli è dovuto. Conseguentemente, se lo Stato non è in grado di ripagare il debito, a farne le spese saranno due volte i cittadini: in prima battuta come risparmiatori, e poi come contribuenti. Uno Stato che non paga i propri debiti perde l’accesso ai mercati: è difficile che trovi chi gli presta soldi, e chi lo fa richiede un interesse molto elevato. Per questa ragione è assai probabile che quello Stato si trovi a mettere in atto politiche molto dure: a ridurre drasticamente le proprie spese (per esempio, gli stipendi dei suoi dipendenti o le pensioni) oppure ad alzare le tasse.

4. Non basterebbe tornare a una "moneta sovrana" per eliminare il problema del debito? Non sarebbe allora possibile rifinanziarlo all'infinito?

Se l’Italia uscisse dall’euro, il rischio di denominazione del debito pubblico diverrebbe certezza. In altre parole, i vecchi titoli di stato verrebbero convertiti in Lire. Il valore di quei titoli crollerebbe, con gravi perdite per chi li detiene (inclusi i risparmiatori).
E’ vero che una volta fuori dall’euro quei titoli potrebbero essere acquistati dalla Banca d’Italia; ma questo aumenterebbe velocemente la quantità della nuova moneta nazionale in circolazione, riducendone il valore. Si avvierebbe un percorso verso la iper-inflazione che presto occorrerebbe fermare con una forte stretta monetaria e di bilancio: il contrario cioè dell’obiettivo dichiarato con l’uscita.
Un'elevata inflazione, infatti, riduce certamente l'onere del debito, ma implica anche una riduzione del potere d'acquisto dei salari, con effetti particolarmente gravi per i lavoratori con bassi redditi.

Troppo spesso si dimentica che l'Italia ha vissuto anni di iperinflazione e che solo la ferma volontà di separare le scelte di politica fiscale da quelle di politica monetaria (il c.d. "divorzio Tesoro-Bankitalia") hanno permesso, nel tempo, di avviare quel percorso di credibilità che ci ha permesso di ridurre drasticamente l'inflazione e di entrare in un'area monetaria comune con altri paesi. 
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