Rassegna stampa
19 marzo 2009
Il clima sta bene, la libertà è in pericolo
Protagonista del Discorso Bruno Leoni 2009, Vaclav Klaus ci ricorda che la vera emergenza riguarda la nostra libertà

“Chi è in pericolo, il clima o la libertà? Non ho dubbi: il clima sta bene, è la libertà in pericolo”. Esordisce così, con un argomento come sempre controcorrente, Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca. C’è chi lo vede come un “mix di mercatismo intransigente alla Antonio Martino e populismo etnico alla Umberto Bossi” come scrisse di lui, all’inizio dell’anno, il giornalista Dario di Vico sul Corriere della Sera. E ci sono professori italiani che non esitano a dargli del ciarlatano, pronto a ricorrere a “fonti non scientifiche” per corroborare le sue tesi. Ma Klaus procede dritto sulla sua strada, come un personaggio ultra-individualista dei romanzi di Ayn Rand, ignorando o anche compiacendosi delle critiche che gli vengono rivolte. “Non sono uno scienziato” ribadisce sempre prima di sparare a zero contro le politiche ambientaliste: la comunità scientifica è divisa sulle tesi di climatologia, non sappiamo se è realmente l’uomo a provocare l’effetto serra, mentre siamo certi che i lacci imposti all’economia per limitare del 20% le emissioni riducono la libertà individuale e frenano lo sviluppo economico.

Snobbato dai media mainstream, il capo di Stato della nazione presidente di turno dell’Ue ha trovato modo di esprimersi a Milano, lunedì 16 marzo, ospite dell’Istituto Bruno Leoni, il think tank liberale che ha pubblicato l’edizione italiana del suo ultimo lavoro “Pianeta blu, non verde”. Parla un corretto italiano: “Dopo l’università a Praga ho studiato a Napoli, finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno. Ho le idee chiare su cosa voglia dire lo sviluppo italiano” - ironizza rispondendo a chi gli chiede come mai conosca così bene la nostra lingua. Dissidente della prima ora nella Cecoslovacchia comunista, ora vede il ripetersi della minaccia alla libertà. Questa volta non giustificata dalla battaglia per l’eguaglianza sociale, ma da quella per la difesa della Terra dal mutamento climatico. “Di fronte alle continue affermazioni allarmistiche su un’imminente catastrofe nel Pianeta, vengono accettate senza discutere delle misure che portano ad un’oppressione fino ad ora sconosciuta”. “Il dibattito sul riscaldamento globale si fonda su due pilastri. Da una parte c’è la climatologia, lo studio dei cambiamenti climatici. Questo non è di mia competenza”.

Dall’altra: “C’è la dottrina ambientalista, che non si occupa della temperatura globale, ma dell’uomo, della società, della libertà e della prosperità”. Un campo che coinvolge anche l’economia, il diritto di proprietà e le conseguenze prodotte sulla società dalle politiche di “sviluppo sostenibile”. La climatologia scientifica, in contrasto con le tesi dell’Ipcc e di Al Gore, spiega come non vi sia alcun nesso fra il riscaldamento globale e l’opera dell’uomo. E quindi? “Non è necessaria alcuna politica per limitare le emissioni” - spiega Klaus - “basta l’adattamento umano. Un adattamento spontaneo, libero, per vivere in un ambiente che cambia”. Un esempio? “Sono stato sulla Marmolada e c’erano 25 gradi sotto zero. Ora sono qui con voi a Milano, con una temperatura che sfiora i 20 gradi sopra lo zero. Eppure sono vivo. Le capacità di adattamento dell’uomo sono magnifiche”. Vaclav Klaus non propone di seppellire tutti gli studi sul clima, ma di applicarli in modo più razionale: “Le considerazioni sul futuro dobbiamo farle sulla base di un tasso di sconto economicamente giustificabile. Dobbiamo ponderare fra costi e opportunità. Non dobbiamo appiattirci su un principio aprioristico. L’ambientalismo non è una difesa razionale dell’ambiente”.

L’Unione Europea, tuttavia, preferisce adottare l’ideologia verde. Perché? “Fino a poco tempo fa avrei detto che l’Ue avesse bisogno della teoria del riscaldamento globale per giustificare il suo potere. Ora, purtroppo, devo constatare che ha bisogno, non solo dell’allarmismo sul clima, ma anche di quello sulla crisi economica”. Quanto alla fattibilità di queste misure: “Oggi tutti parlano delle necessità di una ‘nuova Kyoto’, ma nessuno si chiede come mai nessuno abbia adempiuto agli obblighi del protocollo originale. Quando partecipai a un incontro per discutere sulla preparazione della conferenza sul clima di Copenhagen del 2009, l’unica competizione in quella sede era fra chi voleva ridurre le emissioni del 20%, chi del 30% e chi dell’50%. Sono stato l’unico a chiedere: come mai dieci anni fa abbiamo firmato il protocollo di Kyoto e nessuno è riuscito a ridurre le emissioni del 6% richiesto? Non ottenendo alcuna risposta. Anni fa avevo compiuto un’analisi sullo sviluppo dei Paesi europei e avevo individuato tre aree: Paesi sottosviluppati che hanno conosciuto una crescita economica rapida nell’ultimo mezzo secolo e hanno incrementato drammaticamente le loro emissioni, di oltre il 50% (Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda); Paesi più sviluppati (fra cui l’Italia) che hanno registrato una crescita più lenta e che hanno incrementato le loro emissioni di appena il 4%. E infine un gruppo di nazioni che ha registrato una forte crescita economica e una contemporanea riduzione di emissioni: i Paesi dell’Europa orientale, tra cui la Repubblica Ceca. La crescita economica c’è stata, perché abbiamo riformato completamente il nostro sistema. Ma dopo la caduta del comunismo abbiamo perso un terzo del nostro potenziale industriale. Un disastro. In compenso noi abbiamo ottenuto in questo modo una riduzione delle nostre emissioni del 30%: dovremmo essere considerati dei campioni dell’ambientalismo”.

Da L’Opinione, 18 marzo 2009