Alberto Mingardi
Rassegna stampa
I pregiudizi ambientalisti e la ricetta verde di Trump
È umano temere il peggio. Ma questo continuo immaginare l'imminente arrivo dell'Apocalisse tradisce un pregiudizio ideologico
Cinque anni fa Donald Trump scalava il Partito repubblicano profetizzando marginalità e declino della potenza americana. A Davos ha sfoderato un vocabolario per lui nuovo, quello dell'ottimismo e della speranza.

Come hanno reagito le classi dirigenti europee? Come fanno sempre: sottovalutando Trump. Invece i suoi argomenti andrebbero presi sul serio. Sono essenzialmente tre.

Il primo è che l'innovazione tecnologica è la migliore risposta ai problemi ambientali, il secondo è che gli ambientalisti hanno una storia di predizioni risultate errate, il terzo è che da questi errori di previsione si può dedurre qualcosa circa i loro pregiudizi ideologici.

Da cinquant'anni i livelli di concentrazione di sostanze inquinanti nell'aria, nei Paesi occidentali, sono in costante calo.

Ciò si deve senz'altro allo sviluppo di una sensibilità ambientale ma anche all'innovazione che ha portato a migliorare i carburanti e a rendere più efficiente il consumo di energia. A livello globale, solo l'angustia del nostro punto di vista ci impedisce di cogliere segnali di miglioramento straordinari nella salubrità delle condizioni di vita: che si riflettono in primis sulla popolazione (raddoppiata in cinquant'anni), nella disponibilità di cibo (siamo passati da meno di 2400 chilocalorie al giorno a 3000), nella speranza di vita media (raddoppiata da fine Ottocento).

Quando Trump ricorda che le Cassandre prevedevano una crisi da sovrappopolazione negli anni 60, la fame di massa negli anni 70 e la fine del petrolio negli anni 90 non s'inventa nulla. Ciascuno di questi pericoli è stato sventato proprio perché esse tradiscono una mentalità che sottovaluta costantemente l'apporto creativo degli esseri umani: il fatto che con la moltiplicazione delle teste c'è anche la moltiplicazione delle idee. Più teste dovrebbero aiutare anche a trovare modi nuovi per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici.

È umano temere il peggio. Ma questo continuo immaginare l'imminente arrivo dell'Apocalisse tradisce un pregiudizio ideologico. Gli «allarmisti» «chiedono sempre la stessa cosa: il potere assoluto per dominare, trasformare e controllare ogni aspetto della nostra vita».

Toni eccessivi? Se per raggiungere ambiziosi target di riduzione delle emissioni l'unico strumento è la regolamentazione, questa dovrà essere stringente e dovrà incidere in profondità sugli stili di vita. Pensate a un mondo nel quale la decisione circa quale mezzo di trasporto utilizzare, la mattina, per recarci al lavoro dipende da scelte collettive, cioè da scelte fatte da altri. Sarebbe o no una pesante limitazione della libertà individuale? Lo stesso si può dire per tutta una serie di altri consumi, che richiedono, come tutto del resto, l'impiego di energia.

Non sono questioni sulle quali ce la si possa cavare dando a Trump del matto. Qualsiasi medaglia ha il suo rovescio: decisioni magari giuste e nobili hanno dei costi e non si può far finta che non sia così. E neppure si può continuare a parlare di energia pulita senza nemmeno citare quel nucleare di nuova generazione al quale il Presidente americano riconosce un ruolo centrale. Per non parlare dei possibili sviluppi delle tecnologie di carbon capture, che potrebbero rendere sostenibile l'utilizzo dei combustibili fossili.

In Europa, quando si parla di ambiente, all'impresa si cuce addosso l'abito del cattivo, si annunciano grandi piani, se ne occultano i costi. Se il populismo è prima di tutto semplificazione del linguaggio, viene da chiedersi chi sia, sull'ambiente, il vero populista.

Da La Stampa, 24 gennaio 2020