Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Giungla telefonia: salviamo i consumatori
Sarebbe meglio permettere ai consumatori di capire quel che comprano, non decidere per loro che cosa possono comprare
L’Autorità delle comunicazioni avvierà un procedimento sanzionatorio contro quegli operatori telefonici che continuano a esigere il pagamento della «bolletta» ogni 28 giorni non solo per il cellulare (si può) ma anche per le offerte fisse e ibride (non si può).
 
I termini di un pagamento di un bene o servizio dovrebbero essere materia lasciata all’accordo fra le parti: a che serve, se no, un «contratto»? Del resto, la strada fra imporre alle imprese il tempo di fatturazione, e imporre loro i prezzi che debbono praticare, è sorprendentemente breve. Decidere per regolamento i prezzi di beni e servizi equivale, lo sappiamo, a decidere per regolamento ciò che un’azienda può o non può fare. La Perestroijka dovrebbe aver sgombrato il campo dall’illusione che sia possibile farlo, e avere innovazione e progresso economico nello stesso tempo. 
 
Il no alle bollette a 28 giorni avrebbe una motivazione, di per sé, nobilissima: esse ridurrebbero la «trasparenza tariffaria», rendendo più difficile paragonare le diverse offerte. La scelta dei 28 giorni anziché dei 30 risale al 2015, per la telefonia mobile. In quel caso, non è messa in discussione dall’Autorità. Decretare che telefonino e telefono di casa seguono calendari diversi sembra più che altro un contributo alla confusione. 
 
Di tutte le informazioni che il singolo utente deve digerire quando sceglie un operatore o l’altro, non sembrerebbe la più complicata. A contare i giorni del mese siamo più o meno tutti abituati. Il problema è semmai il cambiamento unilaterale della relazione fra operatore e cliente. Se le modalità ci seccano, possiamo esercitare il diritto di recesso. 
 
Questo non significa certo che non esistano problemi di trasparenza delle offerte. Provate a prendere in mano il contratto che avete sottoscritto col vostro operatore. Al di là della dimensione microscopica dei caratteri, è tutto un rincorrersi di rimandi a norme di cui il consumatore ignora felicemente l’esistenza. Il contratto, che dovrebbe essere il centro della relazione fra venditore e cliente, è un pezzo di carta che firmiamo senza leggere. Con ottime ragioni: se anche lo leggessimo, non ci capiremmo nulla. Quando vi dicono che «per i servizi di roaming nei Paesi dell’Unione Europea, si applicano le previsioni contenute nel Regolamento UE 531/2012 e successive integrazioni» ne sapete esattamente quanto prima. 
 
Sono i pubblicitari a prendere ermetici periodi e trasformarli in slogan suadenti. Caveat emptor: l’ortolano urlerà sempre che i suoi sono i pomodori migliori, ma è buona regola verificare che non siano troppo maturi prima di pagargli il dovuto. Il modo in cui i contratti sono scritti non aiuta l’operazione. La telefonia non è un caso isolato. Pensate al vostro conto in banca, o al vostro mutuo. 
 
L’impressione è che questi documenti siano in realtà delle polizze assicurative. Le aziende adempiono a un obbligo puramente formale: tutti i commi al posto giusto. I regolatori si premurano contro i rovesci dell’opinione pubblica: se mai montasse l’irritazione popolare contro qualche pratica commerciale, c’è sicuramente una clausola che è stata male interpretata. 
 
Il consumatore deve firmare un testo che non può comprendere e nel contempo è di fatto considerato un eterno bambino, che a due anni dal cambiamento delle modalità di fatturazione ancora non ha messo a fuoco la differenza fra 28 giorni e 30. 
 
In Francia Iliad ha puntato su contratti ridotti all’osso e ha avuto successo. I consumatori sono individui adulti in grado di fare scelte responsabili. È proprio per questo motivo che è saggio metterli in condizione di capire quel che comprano, non decidere per loro che cosa possono comprare.

Da La Stampa, 15 settembre 2017