Carlo Stagnaro
Rassegna stampa
Fine tutela, la strada non è frenare
L'indecisione del governo è una scelta per lo status quo
"Avanti così, per un vero cambiamento". Lo ha twittato il sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa, per riassumere il senso del suo intervento al convegno Federmanager-Aiee (v Staffetta 30/01), in orwelliana contraddizione con l'aperta difesa dello status quo nella quale si è lanciato. Infatti, su molti temi ha lanciato messaggi tutt'altro che rivoluzionari.

Sul superamento della maggior tutela, "bisogna capire rispetto agli scenari europei". Per quanto riguarda l'albo dei venditori, "bisognerà vedere i tempi tecnici dell'interlocuzione". In merito alle condotte, preoccupanti e diffuse, emerse dai procedimenti Antitrust contro Enel e Acea, "bisogna trovare meccanismi ad hoc". Queste formule attendiste sembrano tradire la volontà di preservare le cose come sono. Cioè di lasciare i mercati retail dell'energia elettrica e del gas a metà del guado nel quale si trovano. Da un lato, vi sono incoraggianti segnali di movimento e innovazione, come emerge anche dall'ultimo rapporto dell'Arera: i tassi di switching sono tornati a crescere sia tra i consumatori domestici sia tra le Pmi, la qualità del servizio continua a migliorare, gli operatori si sforzano di differenziare le offerte. Dall'altro lato, ci sono forme di inerzia che sono in larga parte imputabili al disegno del mercato: ossia alla natura della maggior tutela, all'integrazione verticale tra distribuzione e vendita, a un brand unbundling tardivo, all'assenza di efficaci meccanismi di espulsione dal mercato degli operatori che non hanno i requisiti. In sintesi, al monopolio (naturale) nella distribuzione corrisponde un monopolio (legale) nell'erogazione della maggior tutela, che a sua volta si porta in dote una posizione dominante sul mercato libero alimentata anche dalla confusione dei loghi. La sfiducia generata dalla presenza di operatori inaffidabili o dai disservizi nella comunicazione dei dati di misura chiude il cerchio disincentivando il cambio di fornitore. Per uscire da questo nodo gordiano non bisogna tirare il freno a mano: occorre premere l'acceleratore.

Alcuni problemi possono essere risolti rapidamente anzi, avrebbero dovuto esserlo da tempo. Per quanto riguarda l'albo dei venditori, per esempio, c'è poco da approfondire: c'è da scegliere se e dove mettere l'asticella. Più passano i mesi, e più la rinuncia a prendere una posizione appare come una presa di posizione in sé. Se l'accesso al mercato non viene regolamentato a dispetto di un obbligo di legge in tal senso che il Governo non ha il coraggio di mettere in discussione allora forse vuol dire che le cose stanno bene come sono. Ma se è così, perché Crippa non lo dichiara in modo trasparente e si attiva per cambiare la legge?

Un discorso analogo vale per il superamento della maggior tutela. Nascondersi dietro il dibattito europeo è puerile. È vero che in sede Ue non si è trovato un accordo per fissare una data vincolante per la piena liberalizzazione dei mercati retail. Ma l'eliminazione dei prezzi regolamentati rimane un obiettivo strategico e un necessario strumento di integrazione dei mercati: la proposta emersa dal Trilogo prevede infatti che l'intervento pubblico nella fissazione dei prezzi possa rimanere come opzione residuale e per i soli clienti in condizioni di povertà o vulnerabilità energetica, mentre per gli altri è ammissibile soltanto in via transitoria e per periodi di tempo limitati (il periodo transitorio, in Italia, è iniziato nel 2007). Che la maggior tutela appartenga alle fattispecie coperte da tali vincoli lo riconosce, indirettamente, la stessa Arera, che l'ha definita a più riprese una forma di "controllo del prezzo". In ogni caso, la scelta di abbandonare forme anacronistiche di protezione dei consumatori e creare un mercato finalmente libero ha valore in sé, a prescindere da quello che ci impone o ci suggerisce Bruxelles.

La profonda contraddizione del Governo è che esso sembra ritenere il piccolo consumatore sufficientemente capace e razionale da produrre e commercializzare energia (diventando addirittura prosumer) ma inetto quando si tratta di acquistare e consumare quella stessa energia. Oltre tutto, proprio la concorrenza nel mercato può essere un importante volano per la transizione energetica. Essa infatti può cambiare la natura della proposizione commerciale e farla evolvere da commodity (dove il venditore ha l'interesse a massimizzare i volumi venduti) a servizio (dove le imprese cercano il margine intensivo attraverso prodotti a più alto valore aggiunto).

Anche in questo caso, c'è anzitutto un fondamentale tema di trasparenza: se il Governo ha deciso di giocare la partita della conservazione, dovrebbe dichiararlo e cambiare le norme. Altrimenti, il rinvio va a vantaggio di chi? Certo non dei consumatori, almeno se vogliamo ascoltare molte delle associazioni che li rappresentano (e se guardiamo all'evidenza dei dati). Una possibile risposta viene dai procedimenti Antitrust: sono anzitutto gli esercenti la tutela che hanno tratto "vantaggi concorrenziali conseguenti allo svolgimento, in regime di monopolio, del servizio pubblico di fornitura in maggior tutela". Quindi, la maggior tutela finisce per puntellare le rendite dei soggetti che erogano il servizio e le funzioni delle burocrazie che si sono sviluppate attorno a essa.

Il benessere dei consumatori si fonda sulla presenza di operatori innovativi e su un mercato contendibile. Dinamismo e concorrenza sono due facce della stessa medaglia. Non è casuale che l'albo dei venditori, di cui si parlava da anni, sia stato introdotto proprio in coincidenza col percorso di apertura del mercato; e non è un caso se l'attuale concentrazione del mercato, frutto avvelenato della maggior tutela e dell'integrazione verticale, coesiste con un pulviscolo di operatori di dubbia credibilità che minano la fiducia nel mercato stesso. Rinviare per conservare ricorda molto la Prima Repubblica e implica una precisa scelta di campo: altro che Governo del cambiamento.

da Staffetta Quotidiana, 2 febbraio 2019