Piero Craveri
Rassegna stampa
Einaudi contro Keynes (o quasi)
Francesco Forte, in questo suo Einaudi versus Keynes, ripropone l'attualità di Luigi Einaudi, attraverso una rivisitazione del suo pensiero economico e politico, calandola nei problemi del presente
Francesco Forte, in questo suo Einaudi versus Keynes, ripropone l'attualità di Luigi Einaudi, attraverso una rivisitazione del suo pensiero economico e politico, calandola nei problemi del presente. Così procede "versus Keynes", in una comparazione a tutto tondo dell'elaborazione teorica di questi due autori e degli esiti di politica economica che ne conseguono, a partire dalla matrice liberale che li accomuna, assieme alla preferenza per il libero mercato.

Forte intende così anche riaffermare che Einaudi non fu affatto un campione del "liberismo", etichetta con la quale è stato, anche di recente, sepolto, ma il suo è stato un "liberalismo" che abbraccia insieme il mercato, la società civile, le istituzioni e va anche oltre, prefigurando istituzioni internazionali regolatrici oltre la dimensione dello Stato nazionale. Inoltre non era contrario all'intervento pubblico in economia. Riconosceva con Keynes come il mercato vada regolato e non possa riequilibrarsi da solo in date circostanze. Ma le regole che debbono governarlo non possono essere imposte dall'esterno. Il principio di concorrenza, che è ad esso intrinseco, non va infatti prevaricato dallo Stato.

Le regole sono dunque implicite nello sviluppo stesso del mercato e vanno individuate e definite. Per puntualizzare questi aspetti Forte, oltre a Keynes, compie un'analisi comparativa nell'ambito del pensiero liberale da Isaiah Berlin, ad Hayek, fino al liberal-socialismo. E, a proposito della disputa con Croce, nota come Einaudi non mettesse in discussione il presupposto teoretico crociano della libertà, nel suo prescindere da qualsivoglia sistema economico, ma sottolineasse piuttosto come il suo fondamento etico fosse meramente individuale, rilevando inoltre che una società nella sua interezza, al contrario, per essere libera, deve presupporre a sua volta il libero mercato, perché in essa si possano tendenzialmente esplicare tutte le potenziali facoltà degli individui che la compongono.

Il pensiero di Einaudi è fondato su premesse che lo avvicinano piuttosto a quello della scuola tedesca dell'"ordo liberalismo" e dell'economia sociale di mercato a cui appartenne anche Röpke. La Repubblica Federale Tedesca ha poi seguito la strada così tracciata, quella italiana solo per un primo tratto, per travisarne poi confusamente i presupposti.

Forte ricostruisce bene nell'essenziale l'opera di Einaudi alla Costituente e nel decennio in cui, di fatto, fu il "dominus" della politica economica italiana, per tracciare poi due "excursus". Il primo di carattere teorico che potremmo dire decisamente "contra Keynes", sebbene gli strali maggiori siano verso i neokeynesiani che gli sono succeduti. Rileva innanzitutto i problemi che nascono dal modo in cui Keynes intende la discrasia che può verificarsi nel rapporto tra risparmio ed investimenti, che secondo Forte promuove l'immagine dell'"uomo scisso". Il rimedio keynesiano attraverso l'aumento della domanda globale, con il deficit spending, la spesa pubblica e la politica monetaria e creditizia, genera infatti inflazione. E questa, oltre una certa misura, malgrado il previsto moltiplicatore della produzione, non generando più sufficiente risparmio, rischia di compromettere la piena occupazione. Einaudi, che a sua volta non ritiene si possa dare risposta immediata a quest'ultimo obiettivo, concepisce un intervento pubblico su infrastrutture ed opere di pubblica utilità, funzionale alla crescita di produttività dell'intero sistema economico, e propende per incentivare le attività produttive sulla base di valutazioni micro-economiche, nel quadro di una rigorosa politica di bilancio che sostenga quella stabilità monetaria che la Banca centrale deve perseguire.

È una comparazione questa che si accompagna con alcuni spunti teorici originali che andrebbero attentamente valutati (fa piacere oggi leggere riflessioni propriamente di teoria economica da parte di un economista). Ne deriva l'immagine del liberalismo di Keynes con una indelebile impronta "tecnocratica" e "mercantilistica" e questa riflessione dà origine al secondo "excursus" critico di questo libro.

Forte non è un monetarista e guarda alla politica economica, quale è emersa negli ultimi dieci anni, con occhio disincantato, conscio che la "cassetta degli attrezzi" dei suoi protagonisti internazionali (il riferimento alla vicenda italiana è sempre implicito), ha visto l'uso di strumenti diversi. Così la politica della Federal Reserve di tenere bassi i tassi di interesse ed espandere la liquidità monetaria troppo a lungo, è stata piuttosto di marca neokeynesiana, con l'esito di favorire la grande bolla speculativa che ha aperto la crisi del 2007.

Di qui anche le sue considerazioni sull'euro. Il trattato di Maastricht è stato rigorosamente impiantato su premesse di politica economica che sono quelle dell'ordo liberalismo di stampo tedesco. Ma questa impostazione che la Germania ha applicato con rigore al suo interno, non risponde ai suoi presupposti teorici quando è trasferita, attraverso la moneta unica, a paesi che sono in stato di endemica deflazione, perché quella stessa dottrina economica postula in questo caso altri approcci che il mero contenimento della spesa pubblica. Qui la critica è feroce ed introduce elementi di riflessione che non sono solo dettagli, merito ulteriore di questo libro.

Francesco Forte, Einaudi versus Keynes, IBL Libri, Torino, pagg. 334, euro 20

Da Il Sole 24 Ore (Domenica), 28 agosto 2016