Elena Roda
Rassegna stampa
Ecco la flat tax. Più giustizia fiscale e un’aliquota al 25%
Il presidente dell’Istituto Bruno Leoni spiega la proposta “rivoluzionaria” del centro studi d’ispirazione liberale
L’ex Senatore del Pd Nicola Rossi, ora presidente dell’Istituto Bruno Leoni, istituto di matrice liberista attivo nell’elaborazione di ricerche e studi economici, spiega la sua proposta di riforma del fisco italiano, con la flat tax, tassazione proporzionale, al 25% per tutti i redditi, e la cancellazione di Irap e Imu. Un sistema attivo in altri Paesi, soprattutto in quelli del blocco ex-sovietico, che in Italia solleva perplessità soprattutto per le sue ricadute sociali.

Cosa prevede, in sostanza, la sua proposta?

La proposta prevede un’unica aliquota pari al 25% per tutte le principali imposte del sistema tributario italiano. Per quanto riguarda l’Iva, la proposta non riguarda altro se non quello già previsto dalla legge vigente, cioè dalle cosiddette clausole di salvaguardia. Prevediamo poi l’introduzione di un sostegno ai redditi più bassi che risolva i problemi di un’assistenza mal disegnata e mal gestita, come quella odierna, in modo tale da affrontare seriamente il tema della povertà nel nostro Paese. Poi immaginiamo che, alle famiglie più abbienti, venga richiesto di pagare i costi di alcuni servizi pubblici, in particolare la sanità e l’istruzione.

Sanità, punto dolente. Con una proposta come questa non c’è il rischio di arrivare a un sistema nel quale sono i ricchi che pagano possono avere accesso alle cure?
No, il servizio sanitario rimarrebbe come quello attuale, senza alcune privatizzazione, solo con una diversa modalità di finanziamento. Noi proponiamo una sanità gratuita per tutti fino a un certo livello di reddito, al di sopra di questo livello poi, cioè nel caso delle famiglie più abbienti, si chiederebbe di fare un’assicurazione, cioè di pagare allo stato l’equivalente di un’assicurazione per godere del servizio sanitario.

Quindi un servizio che non sarà più gratuito per tutti, una sorta di modello all’americana?
Nel modello americano se non si è assicurati non si può essere curati. Nel nostro caso è diverso. Noi chiediamo a ogni famiglia abbiente di pagare un controvalore in assicurazione allo stato. Se questa famiglia non vorrà fare questo dovrà comunque procedere con un’assicurazione privata. Il parallelo è quello con il sistema olandese in cui ogni cittadino ha il dovere di assicurarsi e paga l’assicurazione allo stato.

La flat tax è un sistema di tassazione proporzionale e non progressiva. La progressività però è un principio della nostra Costituzione e un cardine delle società democratiche. Non si rischia così di fare un passo indietro?
Capisco quando vengono avanzate osservazioni di questo tipo ma non è così. Non è che non abbiamo il concetto di progressività nella nostra proposta. È una progressività che non è per scaglione, cioè al crescere del reddito cresce l’aliquota. Nella nostra proposta al crescere del reddito si riduce la quota esente di reddito su cui non si paga imposta e quindi aumenta l’imposta. È un altro tipo di progressività. Nella nostra Costituzione si dice in generale che il sistema deve essere formato ai criteri di progressività, non si dice quale criterio di progressività si debba adottare.

Ci può fare un esempio?
Prendiamo un single lavoratore dipendente che guadagni 100mila euro. Il minimo vitale, cioè la quota di reddito non tassabile è 7mila euro. A questi vanno aggiuntele spese di produzione del reddito che portano la quota non tassabile all’incirca a 12mila euro. Il lavoratore verrà tassato al 25% sulla differenza fra 100 e 12, cioè 88. Il 25% di 88 è 22mila euro, questa è l’imposta che paga. Un lavoratore dipendente che guadagnasse invece 40mila euro avrebbe sempre la stessa quota di 12, quindi pagherebbe l’imposta sulla differenza tra 40 e 12 cioè su 28, quindi pagherebbe il 25% di 28 cioè 7. Facendo la proporzione, 7 su 40 è minore di 22 su 100.

Il sistema pone interrogativi sulle ricadute sociali di una proposta di questo tipo. Non crede che comunque, con questo sistema, ci siano rischi per i meno abbienti?
Noi stiamo offrendo un trattamento di sostegno al reddito a tante persone che oggi non lo hanno, perché oggi il proprio reddito viene sostenuto solo se si è in condizioni molto particolari, se si è lavoratori dipendenti, pensionati, disabili. Ma ciò non vale, ad esempio, per le famiglie giovani che non hanno alcun tipo di sostegno perché non ricadono in nessuna di queste categorie. Noi invece pensiamo che il tema della povertà possa essere affrontato in termini categoriali.

L’introduzione di una tassa unica per tutti, al di là del sostegno alle categorie più povere, in determinati settori, avanza comunque perplessità sulla sua equità a livello sociale con diseguaglianze e riduzione della mobilità sociale. Come rispondete?
La disuguaglianza e i veli di povertà che si osservano oggi sono il prodotto del sistema vigente. Quello che si sta cercando di dire con la nostra proposta è che questa situazione è insostenibile perché tutta la progressività del sistema si scarica su due categorie, i lavoratori dipendenti e i pensionati. Noi affrontiamo il problema con un’aliquota unica poi però chiediamo ai più abbienti di pagare i servizi.

Quali categorie in più si aiuterebbero?
I giovani, ad esempio, a cui si darebbe per la prima volta la possibilità di un aiuto vero, portandoli sul mercato del lavoro. Questo significa che quel giovane ha effettivamente una possibilità che oggi non ha. La prova provata di quello che sto dicendo si vede nel fatto che oggi, con questo sistema, c’è una mobilità sociale molto bassa, oggi si ha una disuguaglianza elevata, una povertà elevata.

Dove si trovano le risorse per un’operazione di questo genere?

L’intera operazione costa in totale circa una trentina di miliardi di euro che verrebbero recuperati con alcune azioni. Circa 13 miliardi di euro attraverso il processo di revisione della spesa realizzato ora solo in parte, se non addirittura interrotto. Poi si eliminerebbero alcuni strumenti completamente privi di senso come il bonus cultura e si interverrebbe per eliminare quegli istituti del sistema assistenziale che non hanno più senso perché verrebbero sostituiti dal minimo vitale, cioè dal trattamento introdotto a sostegno dei redditi. Questa cosa non viene fatta in una notte ma in tre anni.

In conclusione, perché la flat tax e il sistema proposto da voi, secondo lei, può aiutare la crescita del Paese?
La flat tax in sé non è una modalità per aiutare la crescita perché si potrebbe avere una flat tax all’80% e ammazzare l’economia. Ciò che veramente aiuta nella nostra proposta è che la pressione fiscale viene abbattuta di 4 punti, dal 43 al 39. Teniamo presente che 39 è oggi la media europea. Quindi l’obiettivo è quello di portare la pressione fiscale alla media europea e permetterci di competere alla pari con gli altri Paesi, con i nostri partner europei. Questa è la vera differenza. La cosa importante è che noi non facciamo questa operazione come è stata fatta negli ultimi anni a debito, cosa che è del tutto inutile, ma la facciamo finanziandola con i tagli di spesa.

Da La Provincia, 7 Luglio 2017