Robert Higgs
    Rassegna stampa
    22 settembre 2013
    Distruzione creativa: il meglio che si possa immaginare
    In Capitalismo, Socialismo e Democrazia, libro giustamente famoso del 1942, Joseph A. Schumpeter descrive il funzionamento di un’economia di mercato come un processo di “distruzione creativa”. Secondo Schumpeter è l’innovazione (“I nuovi beni di consumo, i nuovi metodi di produzione o di trasporto, i nuovi mercati, le nuove forme di organizzazione industriale create dall’impresa capitalistica”) il motore di questo processo. La sua conseguenza più importante è che, per la prima volta nella storia, la massa della popolazione nei paesi sviluppati gode di un livello di vita che le aristocrazie del passato avrebbero potuto a malapena immaginare e che non avrebbero mai potuto raggiungere.

    Ciò nonostante, come Schumpeter ha cercato di comunicare con quella formula sintetica, il processo non è solo creativo, ma comporta anche un considerevole grado di distruzione. Mano a mano che lo sviluppo di un’economia di mercato procede, ciò causa inevitabilmente un’immensa varietà di cambiamenti in determinati ambiti di domanda e offerta e, pertanto, genera non solo profitti, ma anche perdite. Per chi viveva vendendo particolari beni o servizi per soddisfare una domanda che inizia a diminuire o sta scomparendo, per chi aveva sede in una località non più adatta alle nuove configurazioni geografiche della produzione, per chi si avvaleva di tecniche di produzione che non rappresentano più un metodo idoneo a massimizzare i ricavi netti, per chi dispone di competenze o di un’esperienza che non riescono più ad attirare acquirenti nel mercato del lavoro, per tutti costoro e per innumerevoli altri soggetti lo sviluppo economico comporta ansietà, delusioni, perdite e, in alcuni casi, il fallimento vero e proprio.

    Ovviamente chi perde trae una ben magra consolazione dall'idea che lo sconvolgimento, se non il crollo, della sua posizione economica per mano di di lavoratori e produttori più competitivi costituisce il nucleo essenziale di un processo in virtù del quale l’intera società, in media, diviene più ricca. Il destino di costoro ha sempre attirato l’attenzione delle legioni di avversari del sistema di mercato, al quale attribuiscono – correttamente – la responsabilità di tanti naufragi. Il fatto è che è semplicemente impossibile che lo sviluppo economico possa procedere se non vi sono perdenti. Un’economia di mercato è un sistema di profitti e di perdite. I profitti segnalano la desiderabilità (per i consumatori) di spostare risorse vero nuovi impieghi; le perdite segnalano la desiderabilità (per i consumatori) di rimuovere risorse dai loro impieghi correnti. Da una parte gli individui sono attirati dalla prospettiva di un più elevato piacere economico, dall’altra sono allontanati dalle prime avvisaglie di persistente dolore economico. In tal modo il sistema complessivo assume continuamente nuove forme, in modo da adattarsi più efficacemente con la distribuzione prevalente di domanda e offerta.

    Per quanto riguarda i perdenti, si è comunemente ritenuto che il rimedio al loro poco desiderabile destino non consista nell’effettuare i necessari accomodamenti nel miglior modo possibile, bensì di avvalersi della forza – e in particolare della forza dello Stato – per ostacolare o estromettere i concorrenti più validi presenti nel mercato. Pertanto i nemici del mercato pretendono salvataggi pubblici, sussidi, agevolazioni fiscali e le più svariate forme di assistenzialismo per aziende e individui allo scopo di alleviare i colpi della “perenne tempesta della distruzione creativa” schumpeteriana. È bene osservare, tuttavia, che tutti i tentativi di alleviare tali colpi hanno anche l’effetto di occultare o distorcere i messaggi inviati dal processo di mercato circa ladestinazione più produttiva (nelle circostanze correnti) delle risorse. Lenire le sofferenze allevia i colpi, questo è vero, ma al tempo stesso rallenta il processo in virtù del quale viene creata la ricchezza e introduce provvedimenti rovinosi che, specialmente se sono imposti dallo Stato, possono mettere salde radici nel sistema politico-economico e fungere da canali per lo spreco di risorse e da eterne pastoie al progresso propriamente detto.

    Molti avversari del mercato, come si sa, non desiderano semplicemente provvedimenti che ne mitighino gli effetti, ma invocano il completo abbandono del mercato per abbracciare il socialismo, il fascismo o altre forme di direzione statale dell’ordinamento economico. Nel corso degli ultimi due secoli il dibattito tra paladini e nemici del mercato è infuriato senza che se ne possa discernere una possibile conclusione. Oggigiorno, tuttavia, i secondi pretendono sempre più di rado il completo abbandono del mercato, preferendo intrusioni più o meno grandi dello Stato nelle sue istituzioni fondamentali, ossia la sicurezza dei diritti di proprietà privata e le regole dello Stato di diritto. Se un numero sufficiente di queste intrusioni parziali riesce ad accumularsi, tuttavia, come è avvenuto nel corso degli ultimi cento anni o giù di lì, il sistema si allontana sempre più dalla condizione di un mercato distorto qui e lì dallo Stato e si trasforma in un sistema dominato dallo Stato sviato qui e lì da imprenditori che operano – legalmente o illegalmente – nei pochi interstizi di mercato rimanenti.

    In questo regime di fatto fascista, lo spreco di risorse e il loro uso non ottimale impone un peso crescente sulla capacità del sistema di generare elevati tassi di crescita economica e, alla lunga, sulla sua capacità di produrre ricchezza reale aggiuntiva. Un ordinamento economico di tal fatta, sovraccarico di vincoli, è destinato a morire dopo una lunga agonia, mano a mano che le arterie vitali dell’innovazione e dell’investimento privato vengono occluse da sussidi, tasse, normative, interventi diretti dello Stato e altri “coaguli” che ostacolano la produzione. Il sistema deve quindi sopportare non solo la frustrazione e l’impoverimento relativo di una processione di perdenti (spesso solo temporaneamente) nel processo di distruzione creativa, ma deve anche venire alle prese con la frustrazione e l’impoverimento relativo di tutti, con l’eccezione dei pochi fortunati che approfittano delle risorse che lo Stato indirizza a loro beneficio.
    Cosa dobbiamo dire, allora, della distruzione creativa? La principale conclusione deve necessariamente essere che, per quanto penosa possa essere per chi deve fare i laceranti cambiamenti richiesti dal progresso tecnologico e dal mutare della struttura dell’economia, si tratta di un dolore che svolge un ruolo essenziale nel motivare la riallocazione delle risorse e altri adattamenti (ad esempio, modifiche al genere di istruzione, di formazione e di esperienza a disposizione degli individui) che rendono possibile quel continuo processo di sviluppo economico che, alla lunga, migliora le condizioni di tutti i membri della società. Rivolgersi allo Stato, vuoi per ottenere interminabili interferenze nell’economia o per la completa sostituzione di un ordinamento economico diretto dal mercato, può certamente eliminare parte del male associato al processo di distruzione creativa, ma solo al prezzo di sostituirla con un processo di distruzione senza benefici, soffocando l’innovazione e altre forme di creatività e facendo arrestare il progresso economico reale.

    È triste constatare che, per gran parte del secolo passato, in Occidente gli individui si sono sempre più allontanati dal sistema economico la cui creatività ne riscatta gli aspetti negativi e si sono invece rivolti a sistemi segnati dall’irrazionalità economica, dallo spreco di risorse, dalla tirannide della burocrazia e, in definitiva, dall’impoverimento delle masse. Forse i grandi progressi economici che si sono avuti in Asia, dove negli ultimi decenni al mercato è stato dato più spazio, serviranno da lezione ai popoli dell’Occidente, facendoli ritrarre dal baratro prima che i loro governi li precipitino in quella povertà generalizzata da cui i loro antenati si erano sollevati secoli fa, proprio grazie al processo di mercato.

    Questo articolo è comparso originariamente in The Beacon del 28 agosto 2013. Tradotto e riprodotto con il permesso di The Beacon. © Copyright 2013, The Independent Institute.