Antonio Foglia
Rassegna stampa
Democrazie e regimi alleati contro il segreto bancario
L’abolizione del segreto bancario e quindi della libertà di diversificare il rischio Paese è stato un grave errore
C’è voluto il brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi da parte del regime saudita per risvegliare la coscienza del Parlamento svizzero. Da anni la Confederazione Elvetica è sotto fortissima pressione da parte dell’Ocse per la finalizzazione con i suoi Paesi membri degli accordi di scambio automatico di informazioni che hanno sancito la fine del segreto bancario. Ma, alle prese con un regime che non esita a commettere efferati delitti politici, i parlamentari elvetici hanno giustamente deciso dieci giorni fa di sospendere la ratifica dell’accordo con l’Arabia Saudita, già firmato dal governo l’anno scorso. Stupisce il silenzio in tutti gli altri Paesi Ocse che si ritengono democratici ma che, come la Svizzera, hanno invece concluso accordi che mettono a nudo i residenti nei confronti di regimi quantomeno illiberali come quelli di Arabia Saudita, Cina, Russia, Ungheria etc.

L’entusiasmo della comunità internazionale nei confronti dell’abolizione mondiale del segreto bancario accomuna governi democratici, sempre a caccia del consenso degli uni con le tasse degli altri, e regimi illiberali felici di rafforzare il controllo sui loro sudditi. Si è finito per demonizzare, molto spesso a torto, chi utilizzava paradisi fiscali, alimentando un risentimento che si è rivelato largamente ingiustificato. Ma l’abolizione del segreto bancario e quindi della libertà di diversificare il rischio Paese è stato un grave errore dal punto di vista etico, economico e perfino fiscale.

Con gli accordi di scambio automatico di informazione, oltre al segreto bancario, cade, di fatto, anche la libertà di movimento di capitali per gli individui. Libertà che non è solo quella di investire i propri risparmi in altri Paesi, ma soprattutto quella di poter scegliere di assoggettarli ad assetti istituzionali diversi, e spesso più rassicuranti, di quelli del Paese dove si risiede. Contrariamente a quanto si ritiene, il primo obiettivo dei cittadini che portano all’estero parte dei loro risparmi non è sfuggire al proprio fisco, perché tanto ricadono sotto quello di un altro Paese. L’obiettivo principale è spesso di diversificare il rischio istituzionale, politico ed economico che si corre per il semplice fatto di abitare in un determinato Paese.

Tutti i Paesi dell’Ocse hanno invece deciso di impedire ai loro cittadini di diversificare il rischio Paese relegandoli a sudditi totalmente in balia dei governi ove risiedono anche se hanno diversificato all’estero il loro portafoglio. Si è compiuta così una grave ingiustizia nei confronti di chi non ha la fortuna di risiedere in Paesi liberi, solidi e stabili come la Svizzera o gli Stati Uniti.

Gli aspetti gravemente liberticidi degli accordi Ocse hanno gravi conseguenze politiche ed economiche. Difficile, per esempio, pensare che un dissidente saudita, cinese, russo o ungherese si opponga al regime, o sostenga finanziariamente chi ha il coraggio di farlo, se non può più contare all’estero su una scialuppa di salvataggio economica e se i tutti i suoi pagamenti sono sotto il “monitoraggio fiscale” del regime. In Cina, molti imprenditori considerano veramente loro solo i beni e i risparmi che sono riusciti ad accumulare all’estero, data l’arbitrarietà del regime. Il resto sono concessioni sempre revocabili come è successo a Dolce e Gabbana. Ma, ora che i Paesi Ocse hanno firmato anche con la Cina lo scambio automatico di informazioni, i risparmi dei cinesi all’estero, da scialuppa di salvataggio, sono diventati un pericolo, generando timori tra gli imprenditori e ciò sta deprimendo l’attività economica.

Curiosamente, in nome di una visione puerile e distorta dell’equità, gli Stati Ocse si arrogano il diritto di tassare domesticamente sui loro investimenti all’estero i cittadini, ma non le imprese. Le società infatti possono investire dove ritengono più opportuno nel mondo, alimentando una salutare concorrenza tra sistemi Paese e fiscalità, e non sono quasi tassate quando rimettono alla casa madre gli utili fatti (e tassati) all’estero. I Paesi dell’Ocse, naturalmente, vorrebbero porre fine anche a questa libertà proprio quando perfino gli Stati Uniti, da sempre imperialisti nella loro fiscalità extraterritoriale, hanno deciso di rinunciarvi, anche se per ora solo a favore delle persone giuridiche.

Sull’onda della globalizzazione, della vittoria dei princìpi democratici occidentali sul comunismo sovietico e del politically correct ci siamo illusi che il mondo stesse evolvendo inevitabilmente per il meglio. Chi scrive è pure caduto ingenuamente in questo errore, certo che ormai l’Italia fosse saldamente democratica, stabilmente in Europa e ancorata nell’euro. Euro però che nel 2011 mostrò i propri difetti di costruzione. Da allora la politica europea ha sprecato il tempo brillantemente guadagnatole da Mario Draghi. E ora una protesta confusa, ma non ingiustificata, ha portato al governo tribuni di dubbia competenza che rischiano di portare il Paese alla rovina. Ma nel frattempo proporre un riparo all’estero ai risparmi che potrebbero garantire una ripresa dopo il possibile disastro è purtroppo diventato un reato anche per il banchiere che ci provasse.

Dal punto divista fiscale, poi, i governi dei Paesi Ocse hanno messo a segno almeno un paio di autogol. Dopo che l’introduzione delle normative Fatea e Common reporting standard hanno costretto praticamente tutti a far emergere i propri risparmi non di-chiarati all’estero possiamo quindi cominciare a fare i conti. Innanzitutto le entrate fiscali sono aumentate solo marginalmente (e solo per gli Stati più esosi che non lo meriterebbero) perché le imposte che il risparmio non dichiarato comunque ha sempre pagato all’estero come ritenute alla fonte sono diventate crediti d’imposta. Quello che però aumenta enormemente è il costo della compliance con la nuova normativa, costo che grava sia sui governi che sugli intermediari finanziari dei quali riduce gli utili e quindi l’imponibile.

A dispetto delle cifre fantasiose ventilate per inferocire il pubblico e giustificare l’introduzione di regole liberticide, i numeri di uno studio della Banca d’Italia del 2015 (Bank of Italy Occasional Papers - «What do external statistics tell us about undeclared assets held abroad and tax evasion?») dimostrano che l’esercizio è stato sostanzialmente controproducente. In tutti i Paesi esteri considerati (Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Australia), l’ammontare dei risparmi all’estero non dichiarati si è rivelato essere inferiore allo 0,2% della ricchezza privata: il problema non sussisteva. Le imposte raccolte dalle varie sanatorie, cioè i redditi di più anni e le relative penali, sono state pari a meno dello 0,5% del totale delle entrate fiscali di un solo anno. L’Italia fa eccezione: il totale del risparmio emerso è stato il 2,5% della ricchezza delle famiglie e le tasse raccolte con le varie amnistie succedutesi sono state pari a circa il 2,5% delle imposte raccolte in un solo anno. Percentuali tutto sommato modeste dati i rischi a cui quel risparmio, ora di nuovo ostaggio di un governo poco rassicurante, cercava di fuggire.

Da Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2018