Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Cosa è "bio". La chiave non è la lunghezza della filiera, ma la sicurezza
Un futuro minaccioso attende l’agricoltura europea
Viviamo in tempi eccezionali, ma la politica resta “normale”. Normale nel senso che la logica dell’allocazione delle risorse è sempre la stessa. La pandemia incide sull’ammontare delle risorse stanziate, non sugli obiettivi. Pare anzi che sia di primaria importanza evitare ogni ripensamento, ogni passo indietro. Le parole d’ordine sono quelle di sempre, guai a ripensarle: semmai si accelera. Forse una simile determinazione deriva anche dal fatto che le ultime generazioni di politici in larga parte hanno avuto una limitata esperienza del mondo reale, non sono mai stati interessati a osservare come funzionano un’industria manifatturiera o un’azienda agricola, e pensano che l’ingrediente principale della buona politica siano le buone intenzioni.

Nei giorni scorsi, l’Unione europea ha presentato una nuova strategia per la biodiversità. Al suo interno, è centrale un approccio definito “from farm to fork”, dalla fattoria alla forchetta. Ciò significa filiere brevi, il che astrattamente è coerente con la necessità di rinsaldare la sicurezza alimentare, in un mondo dove viaggi e spostamenti si riducono, per evitare che assieme con noi viaggino anche gli agenti patogeni (lo facevano già da prima, ma l’abbiamo scoperto di recente).

In realtà, proprio la pandemia in corso dimostra che il problema non è la lunghezza della filiera, ma la sicurezza alimentare locale. Peraltro, il virus non ha viaggiato nel cibo, ma nelle persone. Continuerà a convenire economicamente e non sarà pericoloso e potrebbe essere anche sensibilmente più efficiente quando c’è domanda di agnello importare carne ovina dalla Nuova Zelanda, pur trattandosi di una filiera lunghissima, mentre fino a quando esisteranno in Oriente insane commistioni tra alimenti agricoli, medicinali e animali selvatici, non saremo sicuri.

Gli obiettivi europei sono però ancora più ambiziosi. Per il 2030, dovremmo “ridurre l’uso dei pesticidi del 50% e dei fertilizzanti almeno del 24%” e “aumentare al 25% la superficie agricola Ue coltivata secondo i metodi dell’agricoltura biologica” dall’8% che è oggi. Il vicepresidente della Commissione Timmermans ha commentato che “la crisi del coronavirus ha dimostrato quanto siamo tutti vulnerabili e quanto sia importante ristabilire l’equilibrio tra attività umana e natura”.

Un futuro minaccioso attende l’agricoltura europea, dove già il filone biologico (biologico, biodinamico, macrobiotica, ecc.) è fortemente sussidiato malgrado sia meno produttivo e meno sicuro dell’agricoltura tradizionale. Fare biologico – come se ci fosse un’agricoltura NON biologica – richiede maggiori estensioni di terreno e più consumo di suolo: se il 25% dei terreni verrà coltivato in modo “bio”, non renderà quanto sarebbe possibile con metodi “tradizionali”. E’ un singolare modo di ragionare quello che premia il biologico come metodo di coltivazione, nel nome della biodiversità: se nel mondo prevalesse il biologico per sfamare la popolazione umana nel 2050 dovremmo trasformare in terreno agricolo gran parte dei santuari ecologici.

Il “bio” dovrebbe essere l’indicazione di una modalità produttiva, ma diventa, nel discorso comune, una sorta di dichiarazione di genuinità. Come spesso accade, è difficile distinguere fra marketing e politica: e i due hanno una base comune. La diffusa nostalgia per l’agricoltura di una volta: e non importa se quell’agricoltura, una agricoltura per così dire priva dei supporti chimici e industriali tipici dell’epoca contemporanea, faceva vivere male i contadini e sfamava male una popolazione europea che era meno di un quinto dell’attuale.

Fra l’altro, se la nostalgia avesse qualcosa in comune con la storia, o perlomeno con il ricordo informato del passato, dovrebbe suggerirci che nel mondo prima dei pesticidi tutto mancava tranne episodi epidemici e pandemici gravi. Una delle più gravi patologie di sempre legata a un parassita, la malaria, viene sradicata dalle zone temperate del pianeta proprio grazie a un insetticida: il DDT. Un trionfo dell’industria chimica, prima che della salute pubblica.

Che l’uso di agenti chimici abbia conseguenze non solo positive ma anche negative, previste e impreviste, non c’è dubbio. Ma fra quelle previste c’è proprio il controllo della circolazione dei parassiti, che significa cibo sano garantito e riduzione del rischio di carestie che accendono le epidemie e le pandemie. Se proprio non si vuole imparare dalla storia politica e sociale, almeno la storia naturale delle malattie infettive non andrebbe ignorata.

La logica dell’Unione europea funziona grosso modo così. Ci siamo trovati in una crisi sanitaria causata da un patogeno sconosciuto. Senza cercare prove, crediamo fideisticamente che la causa sia che trattiamo male la Natura. Per contrastare questo patogeno sconosciuto abbiamo dovuto “fermare” le nostre economie, aprendo la strada così a una gravissima crisi. Ci siamo messi anche nelle mani degli scienziati e chiediamo loro qui e ora spiegazioni, previsioni e farmaci.

Ma abbiamo già deciso che, per uscire dalla crisi, dobbiamo puntare sugli investimenti pubblici. Investiamo quindi per ridurre l’utilizzo di quelle sostanze chimiche che uccidono i patogeni e per promuovere una agricoltura biologica, impedendo che gli agricoltori possano utilizzare tecnologie innovative e davvero biologiche, come gli ogm di prima e seconda generazione. Ricerca è una parola che suona bene nei convegni ma, al momento di scegliere, preferiamo l’economia blu e limitare il ricorso all’innovazione (appena possibile rimanderemo a casa anche gli scienziati), che di solito è un sottoprodotto della libertà d’impresa.

Circola molto, in questa “fase due” ancora sospesa fra lo shock del lockdown e le miserie della decrescita, l’idea che il Coronavirus sia una sorta di vendetta della natura per il nostro “sfruttamento intensivo”. E’ così? Da che mondo è mondo, le epidemie sono una vendetta degli dei. Nell’Iliade, Apollo scatena una pestilenza sull’accampamento degli achei perché Agamennone si è rifiutato di restituire Criseide al padre. Negli ultimi anni, in un mondo fortemente secolarizzato la Terra è diventata una sorta di divinità laica. Esiste un libero mercato delle coperte di Linus e ognuno si compri pure quella che preferisce. Noi ci limitiamo a ricordare che fra le ipotesi più accreditate sull’origine di questa pandemia ci sono le compravendite di animali selvatici in Cina, per usi legati alla medicina tradizionale cinese. Il massimo del bio.

Da Huffington Post, 29 maggio 2020