Luciano Capone e Carlo Stagnaro
Rassegna stampa
Comunismo robotizzato: l’abbaglio dei marxisti tech
Vivere negli agi senza lavorare grazie alla tecnologia? L’utopia comunista è a portata di mano? Tutto sbagliato
Se per Lenin il comunismo era “il potere dei soviet più l’elettrificazione”, si può dire che adesso per alcuni teorici posto neo marxisti il comunismo è “il potere dei robot più i pannelli solari”. Proprio nel momento in cui sembra aver trionfato e appare come l’unico orizzonte possibile del reale, il capitalismo sarebbe a un passo dal crollo o comunque dall’essere superato – proprio a causa delle sue contraddizioni, come sosteneva Marx. Stavolta non per la caduta tendenziale del saggio di profitto o per il progressivo impoverimento delle masse proletarie, ma per l’opposto: il suo trionfo. Il capitalismo, grazie al suo motore innovativo che produce continui progressi tecnologici, crea le condizioni per il superamento della scarsità e l’ingresso in un nuovo mondo fatto di opulenza: il futuro è a portata di mano, non ci sarà più bisogno della proprietà privata, che esclude, perché ci saranno risorse, beni e servizi per tutti. Tutto questo accadrà senza spargimenti di sangue: non servirà la rivoluzione proletaria, perché il lavoro sporco lo farà la rivoluzione tecnologica, grazie alla quale l’umanità potrà entrate in quello che Aaron Bastani, un giornalista inglese della sinistra radicale, chiama nel suo libro “Comunismo di lusso completamente automatizzato” (Fully automated luxury communism, ed. Verso). “Mangeremo varietà di cibo di cui non abbiamo mai sentito parlare – vagheggia Bastani – e condurremo vite uguali, se lo desideriamo, a quelle dei miliardari di oggi. Il lusso pervaderà tutto, così la società basata sul lavoro retribuito diventerà una reliquia della storia come il contadino feudale e il cavaliere medievale”. Sembra davvero di rileggere le parole con cui Marx nella Critica del programma di Gotha descriveva la fase finale della società comunista: “Dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”.

L’idea di un mondo possibile oltre la scarsità prende le mosse dal Karl Marx dei Grundrisse, che nel “Frammento delle macchine” poneva le basi della liberazione e dell’emancipazione dal lavoro grazie all’aumento della produttività e alla trasformazione del lavoro da umano in macchinario. Allo stesso modo, fonte di ispirazione per i neo comunisti iper tech è John Maynard Keynes che nelle “Prospettive economiche per i nostri nipoti” del 1930 annunciava l’avvento, entro un secolo (ci siamo quasi!), di un mondo iperabbondante in cui l’unico problema sarà come occupare il tempo libero, tanto che – a causa dell’abitudine – gli uomini dovranno per un po’ far finta di lavorare per non andare in depressione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore al giorno sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”.

Ma perché il fallimento totale del socialismo sovietico e di qualsiasi altro tentativo di socialismo reale questa volta dovrebbe funzionare? Cosa è cambiato? L’idea di questi comunisti del terzo millennio è che l’umanità starebbe entrando in una “Third Disruption”, che segue le due più importanti rivoluzioni antropologiche della storia: quella neolitica e quella industriale, con cui l’uomo ha inventato l’agricoltura e, appunto, l’industria. Ciascuna di queste due discontinuità storiche ha segnato l’emancipazione dell’uomo dai vincoli della natura: con la prima disruption l’umanità ha reso abbondante il cibo, con la seconda l’energia. La terza, quella che secondo gli utopisti tech è in atto, passa invece attraverso l’aumento esponenziale della potenza di calcolo e l’abbondanza dei dati che consentono di riprodurre e distribuire informazioni con un costo marginale pari a zero. E’ la fine del sistema dei prezzi, la dissoluzione del meccanismo fondamentale di funzionamento del libero mercato, l’eutanasia del capitalismo: grazie all’innovazione tecnologica e all’incredibile aumento della produttività in altri campi entreremo in una fase storica di “post scarsità”. A lavorare ci penseranno le macchine, che sono sempre più automatizzate e intelligenti e quindi capaci di sostituire l’uomo sia negli impieghi che necessitano di sforzo fisico sia in quelli che hanno bisogno di creatività e impegno intellettuale.

Certo, incombe il problema delle risorse naturali e del climate change: non si può crescere all’infinito in un mondo di risorse finite, dicono nella sinistra ambientalista. Ma anche quello è un problema superabile: secondo Bastani c’è il sole attraverso cui la natura ci fornisce energia in maniera “illimitata, pulita e gratuita”. C’è il problemino di come trasformarla e immagazzinarla, ma anche in questo caso la tecnologia sta facendo passi da gigante con pannelli solari, pale eoliche e batterie sempre più efficienti, che consentiranno di avere energia pulita e a bassissimo costo, soprattutto nei paesi più poveri. Certo, rimane la questione delle risorse minerali, anch’esse limitate, necessarie per produrre le tecnologie per immagazzinare l’energia solare del mondo post fossile e decarbonizzato come litio, cobalto, nickel, zinco, fosforo... Ma anche in questo caso i prezzi non saliranno e non ci sarà bisogno di guerre per accaparrarsi miniere e terre rare, perché ci sono soluzioni a portata di mano anche se nessuno le immagina come imminenti.

Bastani porta l’esempio della “crisi del letame di cavallo” del 1894 a Londra. La capitale britannica, a causa della crescita economica e dell’aumento esponenziale della popolazione, era invasa da decine di migliaia di cavalli usati per il trasporto delle persone in giro per la città, il letame delle bestie era diventato un problema serio e i giornali annunciavano con toni apocalittici una catastrofe imminente: in pochi anni le strade di Londra sarebbe state sepolte da metri di escrementi equini. Le cose sono andate diversamente, con l’invenzione dell’automobile in pochi anni i cavalli sono spariti dalla circolazione. Allo stesso modo, anche per la scarsità dei minerali c’è una via d’uscita: la colonizzazione dello spazio e l’apertura di miniere sugli asteroidi. I progressi dell’industria privata dello spazio, come dimostra SpaceX di Elon Musk, sono incredibili e vicino al nostro pianeta ci sono asteroidi con una quantità sterminata di risorse che aspettano solo di essere estratte. Per Bastani c’è una soluzione a tutto, anche nel campo della sanità: la ricerca genetica, con un sostanziale abbattimento dei costi per la cura, ci porterà in un mondo di post scarsità anche per ciò che riguarda la salute. Stesso discorso per il cibo, con la possibilità di produrre carne e cibi sintetici.

Il comunismo di lusso è possibile e alle porte. Nel 1917 era tecnologicamente impossibile e pertanto si era dovuto ripiegare sul socialismo reale, che aveva però ancora il limite della scarsità: “Il problema del socialismo – diceva Margaret Thatcher – è che prima o poi le risorse degli altri finiscono”. Ora invece il progresso consente di “raggiungere il regno della libertà e un mondo al di là della scarsità e del lavoro; un luogo dove esiste la libertà universale di essere chi vogliamo e un’abbondanza così copiosa da sembrare quasi spontanea”, scrive Bastani. A impedire l’arrivo del paradiso in terra è solo il neoliberismo, che tiene tutti intrappolati nella mentalità della scarsità e con il suo modello di austerity impone esclusione e penuria. Per imprimere una svolta serve quindi un cambiamento politico, che non consiste nella presa del Palazzo d’Inverno ma in quella dell’Eurotower (o di qualsiasi altra banca centrale) per stampare moneta a volontà in modo da accelerare gli investimenti e la produttività, eliminando così il problema della scarsità per impulso tipografico.

Il racconto di Bastani non è privo di contraddizioni. Prendiamo l’esempio della disoccupazione tecnologica: da un lato accredita le fobie di Carl Frey e Michael Osborne sulla fine del lavoro, ignorando che quel paradigma non trova alcun supporto empirico. Anzi, viene quotidianamente smentito (i paesi più tecnologicamente avanzati, come Germania e Stati Uniti, sono anche quelli con i più bassi tassi di disoccupazione). Dall’altro, sembra contemporaneamente esorcizzare ed evocare quella prospettiva, perché nel mondo che sogna all’uomo non resterà altro da fare se non combattere la noia.

L’idea di uno “champagne socialism” pieno di “comunisti col Rolex” – inteso come auspicio più che come status – è una fantasia che non ha alcuna concretezza. Ma propone una visione che può insegnare qualcosa alla sinistra, che negli ultimi decenni si è posta in una posizione tecnofobica e reazionaria rispetto al progresso: dalle tasse sui robot, ai limiti alla concorrenza e all’innovazione perché distruggerebbero posti di lavoro meno produttivi. Allo stesso modo indica soluzioni ipertech ai problemi ambientali e climatici rifuggendo dalla decrescita e dalla reazione alla modernità, che invece sono le strade spesso indicate dal movimento ambientalista.

Questo “Comunismo di lusso completamente automatizzato” ha però due grossi problemi di logica interna. In primo luogo, c’è un’idea della storia come di un processo unidirezionale che non può che condurre verso il comunismo. Invece, e purtroppo, la storia è un susseguirsi contraddittorio e imprevedibile di tentativi ed errori. Tra l’altro anche su questo c’è una gigantesca contraddizione. Il primo obiettivo polemico di Bastani è la “fine della storia” profetizzata da Francis Fukuyama con la caduta del muro di Berlino e il trionfo della liberaldemocrazia capitalista, ma paradossalmente sembra dargli ragione nel ritenere ineluttabile sia l’avanzata del capitalismo sia il suo superamento con l’ingresso in un mondo di post scarsità che sancirebbe la “fine dell’economia” (e della storia).

Dal punto di vista filosofico non c’è nulla di nuovo: Alexandre Kojève diceva che Hegel si era sbagliato di un secolo e mezzo, la fine della storia non era Napoleone a Jena ma Stalin a Mosca; Fukuyama diceva che Kojève si era sbagliato di mezzo secolo, la fine della storia non era l’avvento di Stalin ma la caduta del muro di Berlino; Bastani dice che Fukuyama si sbaglia, perché la fine della storia non è il trionfo della liberaldemocrazia ma sarà la “fine dell’economia” comunista... E’ la “miseria dello storicismo” che secondo Karl Popper dà alla storia un unico senso di marcia, un determinismo materialista o spiritualista e finalità teleologiche che in realtà non ha.

Secondariamente, l’autore sembra chiedere alla politica di accelerare le tappe: prima ancora che il sistema di mercato arrivi al supposto punto di non ritorno, vorrebbe che le banche centrali diventassero il cuore pulsante del nuovo Gosplan, che il pugno di ferro della regolamentazione si abbattesse sui mercati finanziari, che lo stato riconquistasse il controllo dei mezzi di produzione. Il fatto è che, se ciò accadesse, tutti i benefici ascritti al capitalismo – la crescita della produttività, il progresso tecnologico, la capacità di spingere i confini della scarsità sempre più in là – verrebbero meno, perché essi dipendono proprio dagli “spiriti animali” che la concorrenza e il mercato hanno liberato. Il rischio, insomma, è che i comunisti tech compiano troppo rapidamente il passo dalle teorie marxiane al “che fare?” leniniano. E cioè che ripetano lo stesso errore che Bastani attribuisce alla rivoluzione sovietica: aver voluto affrettare i tempi, cercando di imporre il comunismo prima che ci fossero le condizioni economiche, tecnologiche e materiali per realizzarlo. Possiamo concordare con loro che i frutti del capitalismo siano sugosi e maturi, anche se non crediamo che il vincolo della scarsità potrà mai venire meno perché non esistono confini ai bisogni, alle aspirazioni e ai desideri umani. Ma quanto più questo corrisponde a verità, tanto meno è convincente l’appello a saltare alla conclusione.

Se il capitalismo, grazie alla sua capacità intrinseca di innovare e aumentare la produttività, riuscirà davvero a sconfiggere la scarsità allora davvero ucciderà se stesso, ma sarà anche il suo più grande successo. Anzi, il più grande successo dell’umanità. E’ ovviamente un auspicio utopico più che una previsione, ma nell’attesa di scoprire come andrà a finire i comunisti del Ventunesimo secolo potrebbero stringere un patto di ferro coi neoliberisti (noi ci iscriviamo a questa seconda categoria): liberiamo le energie creative del capitalismo e godiamoci i suoi prodotti. Male che vada, ha i secoli contati.

Da Il Foglio, 6 agosto 2019