Carlo Stagnaro
Rassegna stampa
25 novembre 2009
Catastrofisti tarocchi. Ecco l'inganno del clima
Il clima se la cava: è l’allarmismo che non si sente troppo bene.
Il clima se la cava: è l’allarmismo che non si sente troppo bene. L’ultimo colpo arriva dalla diffusione di centinaia di email rubate dai server dell’Hadley Centre, il centro di ricerca sul clima dell’Università della East Anglia, non si sa per colpa di un hacker o di un dipendente. La cosa di per sé è riprovevole, ma l’immagine che ne emerge è drammatica: scienziati che discutono di come truccare i dati, o farli apparire diversi da come sono, o nasconderli agli occhi dei critici. Al centro delle preoccupazioni dei climatologi intercettati – molti dei quali vere e proprie superstar della disciplina – non c’è l’amore per la verità, ma la volontà di far propaganda. Lo ha scritto bene il Wall Street Journal di ieri: “questi scienziati credevano che il pubblico non avesse diritto a conoscere il fondamento delle loro previsioni climatiche”. Da qui, gli sforzi per disegnare una realtà coerente coi loro obiettivi politici. Da qui anche lo scandalo, ora che le bugie sono venute a galla. L’improvviso tsunami che ha travolto la credibilità dei catastrofisti arriva dopo la delusione inflitta dal presidente americano, Barack Obama. Chi si aspettava un europeo sotto mentite spoglie ha trovato una Casa Bianca non così diversa da quella dei tempi dell’odiato George W. Bush.

Come se tutto questo non bastasse, ci si è messa pure la recessione. La crisi economica è la principale ragione del voltafaccia di Obama, che, dovendo scegliere tra lo sforzo di salvare l’economia oggi e quello di prevenire il cattivo tempo tra cent’anni, ha preferito il primo. Come del resto i leader dei paesi emergenti, quali Cina e India, per i quali lo sviluppo economico è una priorità irrinunciabile. La lezione di questo terribile 2009 è, infatti, univoca, dal punto di vista del clima: il crollo della produzione industriale, con tutte le sue conseguenze sul benessere e l’occupazione, ha abbattuto le emissioni. Se il mondo, compresi gli Usa e l’Unione europea, tornerà a crescere, anche le emissioni climalteranti riprenderanno a salire. L’evidenza è talmente palmare che la stessa Agenzia internazionale dell’energia, forte sostenitrice della lotta al riscaldamento globale, è costretta ad ammetterlo, sia pure in burocratese. Si legge nell’ultimo rapporto annuale, presentato poche settimane fa: “il costo degli investimenti addizionali”, necessari a cambiare l’infrastruttura energetica e passare da un mondo carbon-based a uno carbon-free, “è compensato, almeno parzialmente, dai benefici ottenibili sul versante economico, della sicurezza energetica e della salute”. In italiano, “almeno parzialmente” significa una cosa sola: che il costo è superiore ai benefici. Cioè, il cosiddetto “green deal” non può rilanciare l’economia, ma affossarla. Alla luce di questo, suona bizzarro quanto la stessa Agenzia di Parigi scrive poco prima: “la recessione, riducendo drasticamente l’aumento delle emissioni, può facilitare il compito di trasformare il settore energetico”. Alzi la mano chi pensa che la crisi sia stata un’esperienza positiva. Gli altri dovrebbero preoccuparsi, di fronte a tanto cinismo.

Mettendo a fattor comune tutto ciò, improvvisamente la percezione dello “stato dell’arte” cambia. Credevamo che la scienza fosse concorde, e scopriamo che il “consenso” era di cartapesta. Credevamo che esistesse una volontà internazionale, e tutto frana sotto i contrordini americani e le indisponibilità cinesi. Credevamo che l’Europa guidasse il cambiamento, e viene fuori che nessuno la segue. A questo punto, la domanda che è logico porsi è se il modo in cui abbiamo affrontato la magagna climatica finora sia stato razionale e dunque, da un lato, se sia davvero tanto urgente chiudere un accordo internazionale, dall’altro, se le scelte compiute unilateralmente dall’Ue siano sagge e giustificate. Sono domande particolarmente rilevanti per un paese come l’Italia, che da quelle scelte è fortemente penalizzato.

La risposta è no, no, e no. L’Ue si è illusa che, dando il buon esempio, avrebbe trainato il mondo. Il mondo non ci ha seguiti, e per buone ragioni: la strategia europea non ha benefici ambientali, perché comunque le emissioni nel resto del mondo continueranno a crescere. In più, dopo la faccenda delle email è meno forte la convinzione che il nesso tra temperature globali ed emissioni sia così stretto. In compenso, i costi sono altissimi. Siamo ancora in tempo per tornare sulla retta via, ma bisogna che Bruxelles abbandoni la sua arrogante cocciutaggine. Magari i verdi non faranno la festa a Copenhagen: ma è sempre meglio tenere il sangue freddo in un mondo più caldo del contrario.

Da Libero, 25 Novembre 2009