Guglielmo Barone, Marco Percoco, Carlo Stagnaro
Rassegna stampa
17 giugno 2020
Cambiare l’Italia si può
Un piano in tre punti per non trasformare gli aiuti europei in clamorosi boomerang
La pandemia di Covid-19 ha fatto segnare all’Italia molti record. Siamo uno dei paesi più colpiti sotto il profilo sanitario e, assieme alla Grecia, lo Stato membro dell’Unione europea che subirà le maggiori ripercussioni economiche sulla dinamica del Pil nel 2020 (9,5 per cento secondo la Commissione Ue), con un relativo rimbalzo, tutto da verificare, nel 2021. Dal punto di vista della finanza pubblica, siamo il paese che avrà il deficit maggiore (11,1 per cento del Pil) e il massimo incremento del rapporto tra debito pubblico e prodotto (24 punti percentuali). Un’analisi di Oxford Economics suggerisce che l’Italia è anche il paese che ha già impiegato il più ampio ammontare di risorse per contrastare la crisi, in rapporto alla dimensione dell’economia. In questo contesto, segnato dall’inevitabile escalation della presenza pubblica nell’economia, riceveremo nei prossimi mesi ulteriori fondi europei: al netto delle (ingenti) operazioni di acquisto della Bce, al nostro paese potrebbero spettare 20 miliardi dal Sure per il sostegno alla disoccupazione, 40 miliardi dalla Bei, 36 miliardi dal Mes, e 170 miliardi di Next Generation Ue, tra prestiti e finanziamenti a fondo perduto. Una massa finanziaria che nessun governo ha mai avuto l’occasione di amministrare e che offre tante opportunità quanti rischi. Se ben impiegati, questi fondi potrebbero consentire all’Italia di fare un salto di qualità, guadagnare terreno sul campo della produttività e compiere un importante passo per ridimensionare gli immensi divari territoriali che dividono il paese. Ma se male utilizzati, possono stringere l’Italia in una tenaglia: da un lato il peso del debito, che in assenza di crescita sostenuta potrebbe rivelarsi particolarmente gravoso, e dall’altro gli effetti perversi della spesa pubblica. Pensiamo non solo a corruzione e malaffare, ma anche alle distorsioni imposte ai sistemi locali attraverso sussidi garantiti a imprese ormai fuori mercato, la cattiva allocazione del capitale, e finanche l’eccesso di pressione fiscale. La morsa dell’alto servizio del debito (cioè la spesa per interessi) e dell’inefficacia della spesa pubblica è drammatica soprattutto se vista da Sud, un territorio che da sempre fatica a crescere e che negli ultimi decenni ha visto sfumare tante occasioni, incrementando, in un circolo vizioso, la dipendenza dai fondi pubblici. E allora, la grande occasione offerta da questo fiume di liquidità non deve essere persa, come tante volte accaduto in passato. Ma proprio per questo è necessario avere le idee chiare sulle risposte da dare a tre domande: che fare? Come farlo? Come fare a sapere che funziona?

Proviamo a fornire qualche indicazione sul “Che fare?”. Al di là dei vincoli di destinazione che possono riguardare le singole fonti di finanziamento (per esempio, la spesa sanitaria legata al Covid-19 nel caso del Mes), è cruciale, anche ai fini della sostenibilità del debito, che le risorse siano canalizzate verso utilizzi pro crescita, cioè volti all’incremento della produttività. L’Italia ha chiaramente un problema di forti squilibri territoriali e sociali, ma bisogna resistere alla tentazione di utilizzare i finanziamenti di cui sarà destinataria per redistribuire reddito con interventi di parte corrente. Invece, bisogna investire per formare capitale umano di qualità nelle nostre scuole e università, per sostenere la nuova imprenditorialità, per le infrastrutture (ma solo in quelle i cui benefici superano i costi) .

Naturalmente, dotarsi di un apparato pubblico efficiente è una precondizione per qualsiasi iniziativa. Le amministrazioni pubbliche troppo spesso hanno dimostrato di non possedere professionalità e strutture organizzative adeguate e questo rimanda al cronico problema dell’effettiva attuazione delle misure.

Quest’ultima considerazione ci porta alla seconda domanda: come fare? Gli investimenti che promuovono la produttività difficilmente si limitano alla realizzazione di asset fisici, quali strade, ferrovie o reti per l’energia elettrica, il gas e le telecomunicazioni. Più spesso passano attraverso miglioramenti organizzativi o revisioni delle regole in modo tale da cambiare gli incentivi degli agenti economici. Per fare solo alcuni esempi: l’insufficiente investimento in innovazione da parte delle imprese italiane dipende, tra l’altro, dalla loro ridotta dimensione e dalle normative che limitano la concorrenza.

Bisogna aprire un confronto serio, soprattutto con riferimento al Mezzogiorno, circa la possibilità di una maggiore flessibilità salariale (anche nel settore pubblico), poiché questa potrebbe aiutare a creare nuova occupazione. E, infine, visto che la rapidità e la certezza del diritto e il contrasto alla criminalità sono elementi essenziali per lo svolgimento dell’attività d’impresa, qualunque intervento che migliori la performance del sistema giudiziario è assolutamente imprescindibile. Tutte queste riforme sono spesso complicate, producono benefici diffusi e prolungati nel tempo ma generano nell’immediato scontento per alcuni e, conseguentemente, potenti resistenze lobbistiche. Potrebbe essere opportuno, in questi casi, utilizzare una certa quantità di risorse per compensare i perdenti, in via diretta o indiretta, allo scopo di creare le condizioni di consenso politico senza le quali è impossibile, anche in presenza di leadership forti, cambiare seriamente e in modo duraturo il corso delle cose.

Infine, e per certi versi più importante di tutti, il terzo punto: come possiamo capire se abbiamo sbagliato bersaglio? Come possiamo comprendere se, nel tempo, si rendono necessari aggiustamenti agli interventi messi in campo? Per conoscere la realtà bisogna misurarla. Occorre stabilire obiettivi quantificabili e osservare l’evoluzione delle variabili di interesse nel tempo. Ma serve anche che i dati siano messi a disposizione delle istituzioni e dei ricercatori indipendenti per fare leva su quell’immenso bacino di conoscenza valutativa accumulato negli ultimi decenni. Pur in un contesto di scarsa, o almeno eterogenea, attitudine alla valutazione delle politiche, nel nostro paese s’è andato sedimentando un rigoglioso filone di letteratura, ben noto al Ministro del Mezzogiorno Peppe Provenzano. Nonostante i vincoli nell’accesso e nella disponibilità dei dati, gli studiosi hanno analizzato i tanti provvedimenti di spesa introdotti nel tempo, mettendone in evidenza i risultati e traendone indicazioni cruciali per renderli più incisivi.

Gran parte dei dati necessari a valutare gli interventi più recenti esistono, ma non sono disponibili. Per esempio, il Sistema Informativo Integrato dell’Acquirente Unico possiede dati in tempo reale sui consumi elettrici di tutte le famiglie italiane; l’Inps ha i dati sui percettori del reddito di cittadinanza, necessari per la valutazione rigorosa di questa misura così impegnativa dal punto di vista sia politico che economico. E gli esempi potrebbero continuare: dagli appalti ai sussidi alle imprese, dalle comunicazioni obbligatorie a indicatori di performance delle amministrazioni pubbliche.

La disponibilità di dati in maniera open è una necessità non tanto e non solo per la ricerca, che sotto certe condizioni potrebbe essere considerata un interesse personale del ricercatore, ma soprattutto per la politica. Valutare gli interventi passati non significa esprimere un giudizio perentorio sull’operato di questo o quel governo o ministro, ma significa disporre di una base informativa su cui prendere decisioni future, dunque può essere utile a indirizzare fondi e risorse verso gli usi più efficaci (in base agli obiettivi che rimangono sempre di natura politica e non sempre tecnica).

I Ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli sono dunque seduti su giacimenti informativi preziosi e detengono le chiavi del successo della stagione che sta per aprirsi in Italia. Inoltre, un pacchetto di misure comprensive di target intermedi, strumenti di valutazione e open data è funzionale anche a dare forza al governo quando, in sede negoziale, potrà mettere sul tavolo argomenti quantitativi ex ante, la prova che intende seguirne ed eventualmente correggerne l’evoluzione durante, e l’impegno a produrre (e far produrre) esercizi di valutazione ex post.

Il nostro Paese deve convincere gli altri Stati e anche mercati e gli operatori economici che non ambisce semplicemente mettere le mani su un nuovo tesoretto, ma intende finalmente perseguire una crescita sostenuta e inclusiva. Per essere credibile, deve anzitutto convincerne sé stesso.

da Il Foglio, 17 giugno 2020